Tre anni di guerra in Ucraina

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

La giornata di oggi segna il terzo anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina. Sulla scia del possibile riavvicinamento tra Washington e Mosca inaugurato da Donald Trump e l’incertezza sul futuro supporto occidentale a Kyiv, mai come ora si ha la sensazione di essere davanti a un momento decisivo per il prosieguo del conflitto. Per fare ordine nel caos mediatico dell’ultimo periodo e rispondere ad alcune delle domande del momento, ISPI ha realizzato un Fact-checking: è vero che la Russia sta avanzando? Il ritorno di Trump ha già influito sul flusso di aiuti verso l’Ucraina? I negoziati per la pace sono già iniziati?

1. La situazione sul campo: la Russia guadagna terreno? Sì

Dopo il sostanziale fallimento della controffensiva ucraina dell’estate 2023, nel 2024 il Cremlino ha ripreso l’iniziativa militare, conquistando circa 3200 km² di territorio ucraino, soprattutto nella seconda metà dell’anno. Seppur pari solamente allo 0,54% della superficie totale dell’Ucraina, gli avanzamenti russi nell’anno passato sono stati effettivamente superiori rispetto al 2023, quando le numerose oscillazioni del fronte si erano tradotte di fatto in uno stallo. La progressione russa, seppur lenta, è continuata anche nel gennaio 2025, con Mosca che attualmente controlla circa il 18% del territorio dell’Ucraina (Crimea inclusa). Tuttavia, bisogna prendere in considerazione altri fattori oltre all’entità dei guadagni territoriali.

In primo luogo, è verosimile che gli avanzamenti abbiano richiesto costi umani altissimi tra i soldati russi. In secondo luogo, Mosca non controlla in maniera uniforme le regioni ucraine contese: se occupa la quasi totalità dell’oblast’ di Luhansk (99%), lo stesso non si può dire, ad esempio, per l’oblast’ di Donetsk (66%) o Kharkiv (3%). Inoltre, va ricordato che anche gli ucraini hanno insediato la propria presenza nel territorio della Federazione Russa, quando ad agosto hanno lanciato un’incursione a sorpresa nell’oblast’ di Kursk, dove poi, altrettanto a sorpresa, a fianco dei russi sono stati dispiegati battaglioni di soldati nordcoreani. Dopo che le forze di Kyiv erano riuscite a stabilire il proprio controllo su quasi 770 km² di territorio, oggi la loro presenza sarebbe limitata a un’area di circa 384 km² (1,42% della regione di Kursk). Per quanto esigui, gli avanzamenti ucraini sul campo russo non devono essere sottovalutati, poiché potranno servire da “moneta di scambio” in fase negoziale – nonostante Mosca abbia ad ora escluso qualsiasi scambio che includa l’oblast’ di Kursk.

2. L’elezione di Trump ha già influito sugli aiuti economici e umanitari USA all’Ucraina? Sì, ma…

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha già influenzato il flusso di aiuti americani alla volta di Kyiv, anche se per ora gli aiuti militari sembrano essere al sicuro. Già in campagna elettorale, Trump si era pronunciato in maniera critica sull’invio di aiuti a Paesi esteri. Non a caso, poche ore dopo l‘insediamento, il neopresidente ha firmato un ordine esecutivo che metteva immediatamente in pausa per 90 giorni tutti i programmi di assistenza allo sviluppo internazionale, allo scopo di valutarne l’efficienza e “la coerenza rispetto alla politica estera degli Stati Uniti”. La principale vittima della direttiva era stata la United States Agency for International Development (USAID), l’Agenzia governativa attraverso cui Washington dal 1961 fornisce assistenza economica e umanitaria nel mondo. Seppur la vicenda sia tuttora in evoluzione, il possibile smantellamento o rimodellamento delle linee di aiuti sotto USAID getta incertezza sul futuro supporto internazionale umanitario americano – in particolare per l’Ucraina. Nel 2023, infatti, con oltre 16 miliardi di dollari versati a sostegno di programmi umanitari e di supporto macroeconomico, Kyiv risultava come primo beneficiario di USAID. Anche qualora l’interruzione imposta dall’amministrazione Trump non dovesse essere estesa oltre il periodo prestabilito (la questione è legalmente spinosa negli Stati Uniti), svariate piattaforme e organizzazioni non governative ucraine hanno espresso forte preoccupazione, dichiarando di non essere certe di poter sopravvivere per 90 giorni in assenza dei fondi statunitensi.

Nonostante pregiudichi una serie di attività – dalle iniziative di supporto al giornalismo indipendente a quelle a sostegno dei veterani, dalle opere di ripristino delle strutture energetiche a quelle di bonifica e sminamento – va sottolineato che la decisione di Trump non ha per ora intaccato il flusso di aiuti militari precedentemente promessi all’Ucraina, in quanto amministrati attraverso programmi e agenzie a cui l’ordine esecutivo del 20 gennaio non si applica. Inoltre, futuri stanziamenti da parte americana non devono essere esclusi a priori. Verosimilmente, tra i fattori che potranno incidere su questo processo ci saranno le dinamiche in sede negoziale – con Trump che potrebbe fare pressione sui belligeranti minacciando ora un incremento, ora una diminuzione del sostegno a Kyiv – ma anche la capacità dell’Ucraina di “ricompensare” Washington per il supporto, ad esempio attraverso la fornitura di alcune materie prime critiche (CRM) che l’Ucraina custodirebbe nel suo sottosuolo sotto forma di risorse e riserve. Nello specifico, Trump punta ad ottenere “l’equivalente di circa 500 miliardi di dollari in terre rare”. Il riferimento del presidente alle “rare earths elements“ (REE), tuttavia, andrebbe ridimensionato, dal momento che in Ucraina non vi sarebbero miniere di REE attualmente operative a livello commerciale. È invece probabile che Trump si riferisse, in generale, ai giacimenti di minerali e alla produzione di alcuni metalli nel paese, tra cui CRM come titanio e grafite. Alle dichiarazioni del presidente USA aveva fatto seguito il 12 febbraio l’incontro a Kyiv tra il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e Volodymyr Zelensky, con Bessent che aveva consegnato allo staff del presidente ucraino una bozza di accordo sui minerali critici. Questa prima proposta è stata però respinta pochi giorni dopo dalla leadership ucraina, che ha lamentato come il documento fosse troppo focalizzato sugli interessi USA. Sta di fatto che eventuali future forniture di aiuti da parte statunitense – così come le stesse garanzie di sicurezza dell’Ucraina – potrebbero dipendere anche dalla stipula di un accordo dedicato sulle CRM. Quale forma e contenuti quest’ultimo possa assumere (se una richiesta di accesso privilegiato ad asset esistenti o da sviluppare in futuro), rimane poco chiaro.

3. Gli USA hanno smesso di aiutare militarmente l’Ucraina? No

Se il futuro degli aiuti statunitensi è così centrale per Kyiv e per il delineamento di un processo di pace, gran parte del merito va al contributo dato dall’amministrazione Biden alla causa ucraina. In totale, da gennaio 2022 a dicembre 2024, l’Ucraina ha ricevuto 267 miliardi di euro (quasi €90 miliardi l’anno) in aiuti militari, finanziari e umanitari. Di questi, €113 miliardi sono stati inviati dall’Unione Europea (Paesi membri e istituzioni) e altri 19 miliardi da Stati europei non appartenenti al blocco comunitario (Regno Unito su tutti). Con €114 miliardi, gli USA hanno ad ora recapitato più aiuti di tutti i 27 stati membri UE messi insieme, anche se meno rispetto all’intera Europa geografica (incluse Norvegia, UK, Svizzera e Islanda). La rilevanza del sostegno di Washington emerge nettamente se si guarda ai singoli Paesi, con la Germania che si classifica seconda con “appena” €17 miliardi. Riassumendo, nei primi tre anni di guerra, il 43% degli aiuti sono stati consegnati a Kyiv dai soli Stati Uniti. A rendere imprescindibile Washington, però, è la dimensione militare: dei €130 miliardi in materiali e strumenti bellici consegnati finora, più di €64 miliardi provenivano dagli USA (quasi la metà degli aiuti militari totali), a fronte di €50 miliardi (39%) dai Paesi UE.

Alla luce di questi numeri, resta difficile capire se l’Europa riuscirebbe a colmare il vuoto lasciato da un ipotetico disengagement statunitense, specialmente per quanto riguarda la componente militare. Il peso specifico degli USA non è rilevante solo per le sorti del conflitto in Ucraina. Trump e il suo entourage hanno infatti repentinamente accusato il Vecchio Continente di non aver investito (e di non stare investendo oggi) abbastanza nella propria difesa, delegando la sicurezza a Washington. Di conseguenza, il segretario generale della NATO Mark Rutte ha sottolineato che i Paesi dell’Alleanza atlantica dovranno destinare alla difesa “molto più del 3%” del loro PIL – compiendo un sostanziale balzo in avanti rispetto alla soglia attuale del 2%. Oltre alle difficoltà che potrebbero sorgere nel rendere l’industria della difesa europea meno dipendente da Stati terzi (circa il 50% delle acquisizioni dell’Europa di materiale bellico non proviene da fornitori continentali), anche qualora tutti i Paesi europei (Turchia inclusa) appartenenti alla NATO allocassero il 3% del loro PIL in spese militari, tutti insieme non raggiungerebbero l’attuale budget militare degli Stati Uniti – stimato a 754,6 miliardi di dollari (a prezzi costanti del 2015).

A livello UE, Ursula von der Leyen ha proposto di attivare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilitàappositamente per gli investimenti nella difesa. Tale misura, tuttavia, non sarà sufficiente a colmare il ritardo cumulato dell’industria europea: come evidenziato da Mario Draghi all’interno del suo rapporto, il blocco comunitario necessita di almeno €500 miliardi di investimenti nei prossimi 10 anni nel settore. Fondamentali saranno il futuro Quadro Finanziario Pluriennale (MFF) 2028-2034, nel quale il commissario UE per la difesa Andrius Kubilius spera destinare almeno €100 miliardi per la difesa, e la cooperazione con partner strategici come Regno Unito e Norvegia. Tutto resta però incerto e complicato da una difficile intesa politica.

4. I negoziati di pace sono davvero già iniziati? No

I negoziati ufficiali non sono iniziati, ma ci troviamo in una fase intensa di “prenegoziati”. La rielezione di Trump, insieme a una sempre maggiore stanchezza delle rispettive popolazioni, infatti, ha spinto sia Ucraina che Russia a manifestare una graduale apertura all’ipotesi di negoziati. A fine novembre Zelensky aveva dichiarato di voler chiudere la “fase calda” della guerra in cambio dell’adesione immediata dell’Ucraina non occupata alla NATO, dicendo peraltro di essere pronto a incontrare Vladimir Putin (nonostante nel 2022 avesse firmato un decreto che vieterebbe negoziati diretti con Putin). Dal canto suo, a dicembre il presidente russo aveva asserito di essere disposto a negoziare con Zelensky solo previe elezioni che ne certificassero la legittimità, salvo poi ritrattare a gennaio, quando ha aperto a un colloquio con Trump. Un’ulteriore accelerata è arrivata proprio a seguito dell’insediamento di Trump: in meno di un mese, infatti, il presidente americano ha dapprima tenuto una conversazione telefonica con Putin (12 febbraio) e poi organizzato un colloquio USA-Russia a Riad (18 febbraio). L’incontro nella capitale saudita è stato il primo tra esponenti russi e statunitensi dall’inizio del conflitto, con Washington e Mosca che hanno concordato di lavorare verso la normalizzazione delle loro relazioni, aprendo a un faccia a faccia tra Putin e Trump nel futuro prossimo. Come ammesso il giorno successivo dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, è possibile che l’incontro tra i due presidenti possa avvenire già entro la fine di febbraio. Ma anche in quest’ottica non è detto che la pace si raggiungerà altrettanto velocemente. L’intensificazione dell’azione diplomatica americana servirebbe teoricamente soprattutto ad avvicinare Russia e Ucraina al tavolo dei negoziati, oltre che a comprendere le condizioni che le due parti vorrebbero includere in un accordo di pace. A tal proposito, Mosca e Kyiv sembrano ancora molto lontane, con la prima che non sembra intenzionata a fare alcuna concessione alla seconda – né in termini territoriali, né in termini di una futura adesione alla NATO, né in termini di forze occidentali di peacekeeping che salvaguardino un eventuale cessate il fuoco o la pace. Toccherà a Trump fare pressione perché le due parti giungano a un compromesso, anche se a ora il presidente USA si sta rivelando più accomodante verso le ragioni della Russia.

5. La ricostruzione dell’Ucraina è già iniziata? Sì, ma…

La ricostruzione dell’Ucraina è già iniziata. La comunità internazionale si è attivata con iniziative atte a ricostruire e aumentare la resilienza del Paese, soprattutto nei settori critici – con il caso forse più rappresentativo delle infrastrutture energetiche, divenute tra i bersagli prioritari degli attacchi russi. Per far fronte alle impellenti sfide della ricostruzione, Kyiv ha più volte sottolineato l’importanza degli investimenti esteri. Seppur attori come l’UE abbiano già predisposto aiuti finanziari e strumenti per tutelare e incentivare potenziali investitori, gli sforzi dovranno essere intensificati a fronte di costi sempre maggiori. Secondo un report pubblicato lo scorso anno dalla Banca mondiale, i danni diretti alle infrastrutture e agli edifici in Ucraina erano stimati a $152 miliardi. Le perdite totali (che considerano ad esempio l’interruzione dei servizi, l’aumento dei costi operativi e le minori entrate del governo/settore privato) erano invece valutate a $499 miliardi. La Banca mondiale aveva dunque indicato che per la ricostruzione e la ripresa dell’Ucraina secondo i principi del “Building Back Better” (“ricostruire meglio”, mirando a rendere il Paese più resiliente e moderno per facilitarne l’integrazione con l’UE e le catene globali del valore) nel periodo 2024-2033 sarebbero necessari $486 miliardi. Se le future stime saranno al rialzo a causa del prosieguo delle ostilità, anche eventuali ridefinizioni dei confini potranno influenzare i costi: dei $486 miliardi totali, circa $181,5 (37%) servirebbero alla ricostruzione degli oblast’ di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhya e Kherson, le regioni unilateralmente annesse dalla Russia a seguito di referendum illegittimi nel settembre 2022 – e che il Cremlino verosimilmente proverà a rivendicare come sue. Indipendentemente dal sorgere o meno di nuove realtà territoriali, sarà fondamentale accompagnare Kyiv nella ricostruzione, sia garantendo sostegno finanziario continuativo, sia promuovendo l’afflusso di investimenti pubblici e privati nel Paese. Una tappa importante in questo processo sarà Roma, dove il 10-11 luglio si terrà la quarta edizione della Ukraine Recovery Conference – organizzata dai governi italiano e ucraino al fine di mobilitare il supporto internazionale per la ricostruzione dell’Ucraina.


Ma ora chi spiegherà agli ucraini che sono morti per l’impossibile?

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Raccontare tre anni di guerra: perché? Non sarebbe giusto attendere che sia finita, adesso che tutti sono certi che finirà, e lo sperano anche coloro che la definiscono una conclusione inaccettabile, una sconfitta della giustizia e del diritto? Trump… è tutta colpa di Trump… è tutto merito di Trump… ci voleva Trump…. Trump ha tradito…Trump e le terre rare…Trump il mercante…

Sento la puzza che emana da chi già si prepara a tornare, come se niente fosse al mondo di ieri, a rabberciare oleodotti, a imbastire dopo quello degli arsenali, ormai garantito dai piani del “riarmo comunque’’, il grande affare della ricostruzione, della fine delle sanzioni, dei pingui mercati del lusso. E i morti?

Riepilogare una guerra, onorare l’anniversario, mentre si combatte ancora in una disperata, estrema frenesia, vuol dire prendere un impegno, concludere un patto speciale con i fatti, implica una promessa, la volontà di rilevare tutto, registrare tutto, di non nascondere o omettere nulla.

Perfino di classificare già i vincitori e i vinti con rigore quasi aristotelico. Ne son capace? Ne siamo capaci? Quando la storia più che un tentativo di registrare e di capire diventa la consuetudine a riordinare fatti scomodi è già un processo di oblio.

Come tutti, salvo i bugiardi, i mestatori, i profittatori, i fanatici, in questi tre anni ho cercato il filo di Arianna di questo massacro, a volte trovando a volte non trovando niente, solo tragedia e inutilità. E questo smarrimento era l’unico atteggiamento onesto rispetto a chi in un campo e nell’altro predicava come sarebbe andata a finire. Come tanti altri ho lasciato che il mio pensiero si smarrisse per riportarmi un briciolo puro di dolore o di speranza.

Bisognerebbe fermare il tempo. Già. Qualche volta bisogna tentare anche se è per niente. Appunto: a volte si deve tentare proprio perché è per niente. Poiché un evento è privo di senso, una guerra inutile in cui tutti escono sconfitti, bisogna dargliene uno. Poiché l’avvenire ci sfugge bisogna crearlo.

Allora: gli ucraini, i profughi e quello che sono rimasti nelle città bombardate e fatte a pezzi, e soprattutto i soldati delle trincee. Da loro si deve partire, a loro appartiene totalmente questo ennesimo anniversario.

A loro si devono spiegazioni, noi occidentali dobbiamo spiegazioni. Per esempio: perché l’Occidente che fino a un mese fa garantiva con una voce sola che li avrebbe accompagnati fino alla “pace giusta” ora si è diviso; e l’unica parte che conta, gli stati uniti versione Trump, scambia sorrisi promesse e detta condizioni seduto ad un tavolo con l’invasore?.

I leader della Unione Europea andranno a Kiev il giorno dell’anniversario, per istruire, confermare, fare le ennesime promesse che sanno di non poter rispettare. Un pellegrinaggio di nudi e impotenti che non vedono l’ora di allinearsi per l’ennesima volta alla capriola americana, e vogliono la prima fila perché il padrone non li rinneghi.

Poveretti. Credono di poter dare consigli a loro, a chi guarda da tre anni la morte in faccia? Per tre anni stando al riparo dei saloni di Bruxelles intervallati dai penosi viaggetti per farsi a fianco della star Zelensky una “photo opportunity’’ a uso di propaganda interna, hanno garantito loro la vittoria, hanno assicurato che le armi che fornivano o compravano oltreoceano potevano sbriciolare l’invasore russo, li hanno incitati: bravi dovete essere eroici!

È come se cattivi avvocati si fossero impadroniti della loro giusta causa. Gli ucraini ne sanno più di loro sui misteri della guerra, sulla fragilità della esistenza e la fine della Storia. Un bambino ucraino anche il più piccolo possiede una somma di esperienza più vasta di quelli che tra loro sono più importanti.

Dovrebbero lasciarli parlare, i signori della Europa della moralità senza potenza, delle banche, di industrie belliche che lavorano a pieno regime; poi farsi avanti, uno ad uno, e spiegare cosa si prova in un rifugio o in una trincea mentre la terra trema sotto le bombe. E che tre anni così sono un tempo infinito, un pozzo da cui non torni mai indietro, soprattutto se ti accorgi che non è servito a niente. Si fa già il nome del Pétain ucraino, un ex eroe che firmerà la pace con Putin. Le cose vanno in fretta. Strano che nessuno ipotizzi tra le possibilità una rivolta violenta a Kiev contro una Vichy ucraina. In fondo con tre anni di ritardo un governo “malleabile” è quello che ipotizzava Putin quando ha attaccato.

Come si fa a spiegare, ai signori di Bruxelles, a loro che sanno e lo dicono in ogni discorso e tweet, per cosa si stava combattendo, spiegare che quando si scopre di essere abbandonati dagli alleati, da mesi si battono perché non hanno altra scelta. Si arriva al punto in una guerra così di andare in trincea non per l’impossibile riconquista delle terre rubate, per la democrazia, per l’Europa! O perché si odiano i russi. Si combatte per se stessi, per quello che resta delle loro famiglie e perché non c’è un altro posto dove andare, combattono per paura e perché così sono stati costretti a fare. Sanno quanto si può restare soli se si decide di non capitolare. Il vinto è un appestato.

Anche domani saranno compìti con i signori di Bruxelles. Gentili li ascolteranno, quando diranno che sono pronti a continuare, che la guerra non è persa e faranno finta di accettare le loro promesse, per non dispiacergli.

Tutto qui. Li compiangono. Poveretti, loro non sanno. Conserveranno l’eroismo di essere docili per quando arriveranno gli ordini da Riad dove si decide il loro destino. Solo perché hanno compreso che purtroppo alla fine gli ordini li danno quelli che hanno la Forza, quelli che possono pretendere tutto, fare e disfare tutto, e non i parolai del Bene.

La guerra è maligna, prolungandosi cancella purtroppo le tracce. Bucha, il massacro chi lo ricorda? Il “ricercato” prepara il viaggio a Washington o le accoglienze al Cremlino per l’altro leader della pace. La Corte dell’Aja chiuderà il fascicolo Ucraina per manifesta impotenza, una motivazione che non è nei teorici patti di Roma ma nella realtà del mondo.

A chieder spiegazioni a Putin, di una “vittoria” così inutile e sanguinosa saranno i morti russi e le loro famiglie, anche loro invano. Noi europei, sollevati, ci dedicheremo, in estasi, a guardare il crescere di nuovo degli indici di Borsa.


Tutte le bugie di Trump su Zelensky e l’Ucraina

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

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In questi giorni in cui proseguono i colloqui con la Russia di Putin per la ‘pace imperiale’ imposta all’Ucraina, alle spalle di Kyiv e Bruxelles, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rilasciato una serie di dichiarazioni, nel migliore dei casi controverse e nel peggiore dei casi completamente false e fuorvianti, sull’Ucraina e su Zelensky.

All’Ucraina: non avreste mai dovuto iniziare (la guerra)

Trump: “Ma oggi ho sentito: ‘Oh, beh, non siamo stati invitati’. Beh, siete stati lì per tre anni. Avreste dovuto farla finita tre anni fa. Non avreste mai dovuto iniziare. Avreste potuto fare un accordo”.

I fatti: Le autorità ucraine hanno espresso insoddisfazione per non aver preso parte ai colloqui di Riad. Ma Trump ha respinto queste affermazioni, dicendo ai giornalisti che l’Ucraina aveva avuto tre anni per porre fine alla guerra, facendo intendere che è stata Kyiv a iniziare il conflitto. In buona sostanza Trump è parso riprendere le posizioni della Russia. Nel febbraio 2024 il presidente russo Putin ha detto al conduttore statunitense Tucker Carlson: “Sono stati loro ad iniziare la guerra nel 2014. Il nostro obiettivo è fermare questa guerra. E non abbiamo iniziato questa guerra nel 2022”.

L’invasione russa dell’Ucraina non è stata provocata ed è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale come un atto di aggressione. La Russia ha lanciato un’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, dopo aver annesso la Crimea nel 2014. Come ricostruisce la storica statunitense Heather Cox Richardson nella newsletter Letter from America, l’annessione è avvenuta dopo che il presidente filorusso dell’Ucraina, Yanukovich, era stato spodestato dopo mesi di manifestazioni popolari. I cittadini ucraini protestavano per la decisione dell’allora presidente di interrompere la cooperazione con l’Unione Europea e accettare un prestito della Russia di tre miliardi di dollari, prima tranche di un piano complessivo di salvataggio da 15 miliardi di dollari, come aveva sostenuto all’epoca il ministro delle finanze russo Anton Siluanov.

La Russia ha anche sostenuto le forze che hanno occupato alcune zone dell’Ucraina orientale e ha accusato il nuovo governo di Kyiv di discriminazione e genocidio contro i russofoni. Accuse respinte dalla Corte internazionale di giustizia.

Dopo il fallimento degli accordi che miravano a porre fine al conflitto post-2014, la Russia ha iniziato un massiccio spiegamento di truppe al confine con l’Ucraina nella primavera del 2021. Putin ha lanciato l’invasione il 24 febbraio 2022, affermando che lo scopo dell’operazione era “demilitarizzare e denazificare” il governo filo-occidentale di Volodymyr Zelensky e impedire al paese di aderire alla NATO. Ma nelle elezioni del 2019, i partiti di estrema destra avevano preso appena il 2% e va sottolineato che Zelensky è ebreo e il suo partito è stato considerato centrista. Per quanto riguarda la NATO, non è stato avviato alcun processo formale di adesione dell’Ucraina, sebbene nel 2019 il governo di Poroshenko abbia deciso di inserire in Costituzione l’adesione alla NATO.

Nel periodo precedente all’invasione russa dell’Ucraina, Zelensky si è offerto ripetutamente di incontrare la sua controparte russa. Cinque giorni prima che le truppe russe entrassero in Ucraina, Zelensky ha dichiarato: “Siamo pronti a sederci e parlare. Scegliete la piattaforma che preferite”.

Per dissuadere Mosca dal lanciare l’invasione, gli Stati Uniti hanno declassificato e pubblicato rapporti dei servizi segreti che rivelavano i piani di attacco della Russia, avvertendo che sarebbero seguite dure sanzioni economiche se il Cremlino avesse proceduto.

Nei giorni e nelle settimane successive all’invasione, i negoziatori ucraini e russi hanno tenuto diversi cicli di colloqui in Bielorussia e Turchia. Tuttavia, le richieste della Russia erano massimaliste, inclusa la parziale smilitarizzazione dell’Ucraina che avrebbe di fatto paralizzato la capacità del paese di difendersi in futuro.

Anche Mike Pence, vicepresidente di Trump durante il suo primo mandato, ha voluto precisare in un post su X: “Signor Presidente, l’Ucraina non ha ‘iniziato’ questa guerra. La Russia ha lanciato un’invasione brutale e non provocata, che ha causato centinaia di migliaia di vittime”.

Zelensky è impopolare e impedisce le elezioni

Trump: “Abbiamo una situazione in cui non abbiamo avuto elezioni in Ucraina. Beh, abbiamo la legge marziale, essenzialmente la legge marziale in Ucraina, dove il leader in Ucraina, voglio dire, odio dirlo, ma ha un indice di gradimento del 4% e dove un paese è stato fatto a pezzi. La maggior parte delle città sono distrutte.”

I fatti: Le parole di Trump ricalcano quanto affermato a più riprese dal Cremlino. Il 28 gennaio il presidente russo Putin ha definito Zelensky “illegittimo”, in un’intervista ai media russi, proprio perché il suo mandato è terminato.

In effetti, il mandato quinquennale di Zelensky avrebbe dovuto concludersi nel maggio 2024. Tuttavia, l’Ucraina è sotto legge marziale dall’invasione russa del febbraio 2022, il che significa che le elezioni sono sospese. Ma c’è un però.

Le leggi marziali in Ucraina non nascono con Zelensky, sono state redatte nel 2015, poco dopo l’annessione della penisola di Crimea da parte della Russia e anni prima che Zelensky e il suo partito salissero al potere.

Per quanto riguarda il consenso, Zelensky è diventato presidente dell’Ucraina nel 2019, ottenendo al ballottaggio il 73% dei voti in elezioni definite dall’OSCE “competitive e [dove] le libertà fondamentali sono state generalmente rispettate”.

Sebbene la popolarità del presidente ucraino sia diminuita dall’inizio dell’invasione russa, un sondaggio di febbraio condotto dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev ha rilevato che il 57% degli ucraini si fida del presidente, in aumento rispetto al 52% di dicembre.

Altri sondaggi sembrano vedere in vantaggio il più diretto rivale di Zelensky, l’ex capo dell’esercito Valerii Zaluzhnyi, e in ogni caso prospettano un ballottaggio tra i due.

Zelensky ha promesso di indire nuove elezioni una volta terminato il conflitto e deve ancora confermare la sua intenzione di candidarsi. Alcuni esperti hanno osservato che sarebbe praticamente impossibile tenere elezioni in Ucraina prima della fine del conflitto, poiché persistono gli attacchi russi su molte città e milioni di cittadini sono sfollati all’estero o vivono sotto l’occupazione russa.

“La nostra posizione è che durante una guerra non c’è spazio per la politica, e soprattutto non per le elezioni”, ha dichiarato Valentyn Nalyvaichenko, un parlamentare del partito Patria dell’ex primo ministro Yulia Tymoshenko ed ex capo dell’agenzia di sicurezza SBU. “Sarebbe la fine per l’Ucraina. Iniziare un’attività politica o elettorale significherebbe la vittoria di Putin il giorno dopo”.

L’ex presidente Poroshenko ha dichiarato di avere le prove per cui le elezioni si terranno il 26 ottobre. Resta da capire quanto le sue affermazioni siano solide. Resta il fatto che una parte consistente del piano di Trump, in evoluzione, è obbligare Zelensky a tenere elezioni quest’anno, nella speranza che non sia l’attuale presidente ucraino a firmare l’effettivo accordo di pace col Cremlino.

Gli Stati Uniti danno più aiuti all’Ucraina rispetto all’Europa

Trump: “Credo che il presidente Zelensky abbia detto la scorsa settimana di non sapere dove sia finita metà dei soldi che gli abbiamo dato. Beh, credo che gli abbiamo dato 350 miliardi di dollari, ma diciamo che è qualcosa di meno. Ma è molto, e dobbiamo pareggiare con l’Europa perché l’Europa ha dato una percentuale molto più piccola di quella.

Penso che l’Europa abbia donato 100 miliardi di dollari e noi abbiamo donato, diciamo, più di 300 miliardi, ed è più importante per loro che per noi. Abbiamo un oceano in mezzo e loro no. Ma dove sono finiti tutti i soldi donati? Dove stanno andando? E non ho mai visto un resoconto. Noi doniamo centinaia di miliardi di dollari”.

I fatti: Ci sono molti numeri che girano, con diverse metodologie utilizzate per calcolare i singoli contributi. Secondo l’Ukraine Support Tracker dell’Istituto Kiel per l’economia mondiale, l’Europa, considerata come la somma dell’UE e dei singoli Stati membri, ha stanziato 132,3 miliardi di euro in aiuti all’Ucraina, contro i 114,2 miliardi di euro degli Stati Uniti. A questi, sempre secondo il tracker, si aggiungerebbero altri 115 miliardi di euro.

I maggiori contributi in percentuale del PIL sono stati effettuati da Estonia e Danimarca (2,5%), Lituania (2,1%), Lettonia (1,8%), Finlandia (1,3%), Svezia e Polonia (1,2%).

Martedì, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha fatto notare all’inviato USA in Ucraina, Keith Kellogg “il ruolo fondamentale dell’UE nel garantire la stabilità finanziaria e la difesa dell’Ucraina”, sottolineando “più di ogni altro alleato”.

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha dichiarato la scorsa settimana che nel 2024: “Gli alleati della NATO hanno fornito oltre 50 miliardi di euro in assistenza alla sicurezza all’Ucraina, di cui quasi il 60% proveniente dall’Europa e dal Canada”.

Inoltre, quando Zelensky dice di non sapere dove siano finiti i soldi degli aiuti americani, sta in realtà mettendo in discussione le cifre fornite da Trump. Queste le parole del presidente ucraino all’Associated Press il 2 febbraio: “Come presidente di una nazione in guerra, posso dirvi che abbiamo ricevuto più di 75 miliardi di dollari. (…) Stiamo parlando di cose tangibili perché questo aiuto non è arrivato in contanti ma piuttosto sotto forma di armi, che ammontavano a circa 70 miliardi di dollari. Ma quando si dice che l’Ucraina ha ricevuto 200 miliardi di dollari per sostenere l’esercito durante la guerra, non è vero”, ha detto Zelensky. “Non so dove siano finiti tutti quei soldi. Forse è vero sulla carta con centinaia di programmi diversi, non lo metto in discussione, e siamo immensamente grati per tutto. Ma in realtà abbiamo ricevuto circa 76 miliardi di dollari. È un aiuto significativo, ma non sono 200 miliardi di dollari“.

In sintesi, Zelensky non ha fatto altro che ribadire quanto diversi esperti negli Stati Uniti e altrove hanno ripetutamente sottolineato, e cioè che gran parte degli aiuti USA all’Ucraina non sono arrivati sotto forma di denaro consegnato al governo ucraino.

Come scriveva lo scorso maggio, ad esempio, il think tank Center for Strategic and International Studies: “Il concetto di ‘aiuto all’Ucraina’ è improprio. Nonostante le immagini di “pacchi di denaro” inviati all’Ucraina, circa il 72% di questo denaro in generale e l’86% degli aiuti militari saranno spesi negli Stati Uniti. La ragione di questa percentuale elevata è che le armi destinate all’Ucraina sono prodotte in fabbriche statunitensi, i pagamenti ai membri delle forze armate statunitensi sono per lo più spesi negli Stati Uniti e anche una parte degli aiuti umanitari viene spesa negli Stati Uniti”.

La Russia non sta schierando tutto il suo potenziale militare in Ucraina

Trump: “La Russia non intende distruggere Kiev, se avesse voluto, l’avrebbe già fatto. La Russia è in grado di spazzare via al 100% le città ucraine, compresa Kiev, ma al momento sta attaccando solo al 20%.”

I fatti: non ci sono indicazioni che la Russia abbia accumulato armi o trattenuto le sue capacità militari nella lotta. Anzi, in base alle informazioni a disposizione, la Russia ha scatenato tutta la sua forza militare, compresi missili e artiglieria a lungo raggio, sulle città ucraine, causando una distruzione diffusa, in particolare nella parte orientale.

Mentre le sue scorte diminuivano, Mosca ha fatto ricorso ai missili nordcoreani che continuano a colpire le città ucraine.

La Russia vuole fermare la guerra

Trump: “Beh, molto più fiduciosi [sui colloqui]. Sono stati molto buoni. La Russia vuole fare qualcosa. Vogliono fermare la barbarie selvaggia”.

I fatti: i funzionari russi, compreso il presidente Vladimir Putin, hanno ripetutamente dichiarato che non fermeranno i combattimenti in Ucraina finché tutti gli obiettivi di Mosca non saranno raggiunti, sia attraverso la diplomazia che con la forza militare.


Il cardinale Hollerich: “Basta speculazioni sul Papa: è orribile che si lavori già al conclave”

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

Di Domenico Agasso, La Stampa

Città del Vaticano. «È orribile che cardinali, vescovi e preti pensino e lavorino al conclave con il Papa vivo». Non le manda a dire Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo. Relatore generale del Sinodo dei vescovi e membro del Consiglio dei cardinali, è una delle figure chiave del pontificato.

Eminenza, la Chiesa sta affrontando l’apprensione per il Papa ricoverato in ospedale. Che significato ha tutto questo per la comunità ecclesiale?

«Penso che tutta la Chiesa stia pregando per il Pontefice con grande intensità. In questi giorni ho incontrato tante persone che provano un sincero dolore nel cuore, perché si immedesimano nella sua sofferenza e gli sono vicine con affetto e devozione. È un’esperienza che, pur nella preoccupazione, rivela qualcosa di profondamente bello: una Chiesa unita, che si raccoglie in preghiera per il suo Pastore, testimoniando così la comunione che ci lega in Cristo. Questo legame di fede e di amore è più forte di ogni difficoltà e si manifesta in modo straordinario proprio nei momenti di prova».

Sta dicendo che di fronte alla sofferenza del Vescovo di Roma si percepisce un superamento delle divisioni e delle tensioni che segnano i Sacri Palazzi?

«C’è un senso di unità attorno al Papa sofferente. Sì, da quello che vedo e sento, è proprio così. In queste ore, al di là delle differenze di vedute o delle discussioni che a volte attraversano la Chiesa, c’è un comune sentire: la preghiera e la vicinanza al Pontefice. Francesco è un punto di riferimento per tutti, e quando un padre soffre, la famiglia si stringe attorno a lui. Questo è un segnale importante: ci ricorda che, al di là di qualsiasi tensione, la Chiesa è una comunità viva, che si nutre di fede, di speranza e di amore. Ovviamente, ci sono delle eccezioni».

Ecco, si parla spesso di strategie in vista di un futuro Conclave. Ritiene che sia già in atto qualcosa del genere?

«Ci sarà sempre qualcuno che trama, che si concentra sulle manovre per indebolire il papato, fa parte della natura umana. Ma per me è molto chiaro ciò che il Papa ha detto in diverse occasioni: non vuole che si facciano calcoli o congetture mentre lui è in vita e svolge il suo ministero. Trovo profondamente irrispettoso che ci sia chi si preoccupi in modo strumentale più del futuro della Chiesa che della salute del Vescovo di Roma in questo momento. Certo, la successione è sempre un tema di riflessione, ma quando il Santo Padre è ancora tra noi e continua a guidare la Chiesa, dovremmo occuparci di sostenerlo con la nostra vicinanza, piuttosto che speculare su scenari futuri. É orribile che preti, vescovi e cardinali e religiosi pensino e lavorino al conclave con il Papa vivo».

Il Giubileo è un tempo di grazia e di festa. Ma come si concilia con la malattia del Pontefice?

«Quando ho pregato per lui, ho ripensato a quel momento straordinario di preghiera con cui Francesco ha invocato la guarigione per il mondo messo in ginocchio dal Covid: era solo in piazza San Pietro, sotto la pioggia, e ha affidato l’umanità al Signore. Era un’immagine potente: il Successore di Pietro, in solitudine ma con una forza spirituale immensa, davanti al Santissimo e alla Croce. In un certo senso, anche oggi lo vedo così: il Papa è nuovamente unito alla Croce di Cristo. L’Anno santo è sempre un tempo di gioia, ma la gioia cristiana non è mai superficiale: porta con sé la profondità della Croce. È una gioia che nasce dalla speranza e che passa attraverso la sofferenza redenta. Francesco ci ricorda questa realtà della fede, e forse proprio questa prova lo rende ancora più segno di speranza per la Chiesa».

Alcuni ipotizzano la possibilità della rinuncia al pontificato. Lei ritiene che sia uno scenario plausibile?

«Io credo che solo il Papa possa prendere una decisione del genere, ed è giusto che non ci si avventuri in speculazioni. Francesco ha sempre detto che le dimissioni sono un’opzione possibile, ma spetta solo a lui discernere se e quando sia opportuno. Personalmente, vedo in lui una guida spirituale e pastorale di grande forza, anche nella fragilità fisica. Quando ho saputo del suo recente attacco asmatico, ho provato una grande preoccupazione e un dolore sincero, perché Francesco non è solo un leader, è un padre per tutti noi. Per me. La cosa più importante ora è accompagnarlo con la preghiera e con l’affetto, lasciando da parte tutto il resto».

Lei ha detto che tante persone stanno pregando per il Papa. Oltre alla fede, quale pensa sia il motivo principale di questo calore umano e di questo legame con lui?

«Credo che la risposta sia semplice e potente al tempo stesso: Francesco è il papa del Vangelo. Ci parla come Cristo ci parlerebbe, accoglie tutti senza fare distinzioni, con un cuore aperto e misericordioso. Ha saputo restituire alla Chiesa il suo volto più autentico, non come semplice istituzione portatrice di dottrine, o come un sistema di verità, ma come luogo di incontro con Dio. La gente ha percepito questo, lo ha sentito nel profondo. E per questo ama Francesco: perché ha incarnato una Chiesa vicina, che consola, ascolta e accompagna. È la Chiesa di Gesù, quella che il mondo desidera e di cui ha bisogno».

Nell’immagine: l’arcivescovo di Lussemburgo Jean-Claude Hollerich


Sergio Rossi – Economia di guerra, e dopo?

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Freno all’indebitamento e tagli brutali

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

Tagliare, tagliare, tagliare in nome del risparmio, del freno alla spesa e dell’austerità. Ecco la ricetta avvelenata di Parlamento e Governo. La destra fa salti di gioia e snocciola l’operazione come una favoletta natalizia: “Stabilità, socialità, benessere: tutto ciò è merito del freno all’indebitamento”, dichiara Avenir Suisse, il pensatoio liberista, che festeggia il Preventivo 2025 della Confederazione. Evviva: un preventivo che propone tagli sul personale dell’amministrazione, sul trasporto pubblico, sulla formazione ma, soprattutto, regala 530 milioni di franchi all’esercito a spese dell’aiuto allo sviluppo all’estero, che deve rinunciare a 110 milioni. Un deputato socialista ha sentenziato: “Si tratta di un disastro sociale e umano”. Chi pensa che sia una dichiarazione esagerata merita di ascoltare anche la liberale Johanna Gapany, senatrice, che ha definito “brutali” i tagli decisi dal Nazionale, rispetto a quanto proponeva il Consiglio degli Stati.

Stangata in arrivo

E il bilancio per quest’anno è solo un antipasto, il piatto forte verrà servito fra qualche mese, quando sarà conclusa la consultazione sulle misure di risparmio proposte dalla ministra Karin Keller Sutter. La sangallese è ormai riconosciuta come la dama di ferro del Consiglio federale, presidente della Confederazione per quest’anno, che ha appena aperto un account su X. tanto per stare sul carro di Elon Musk.

KKS è astuta: ha nominato una Commissione di esperti chiamati a proporre tagli e risparmi presieduta da Serge Gaillard, ex sindacalista, trotskista in gioventù, ma poi servitore di Ueli Maurer alle Finanze. La commissione ha proposto tagli drastici. A un giornalista della Wochen Zeitung che gli chiedeva se il freno all’indebitamento fosse troppo rigido, lo zelante Gaillard ha risposto: “Funziona come dovrebbe funzionare”. La deputata socialista Tamara Funiciello ha definito il rapporto “un attacco frontale alla Svizzera sociale”.

Il freno all’indebitamento è il grande mantra della destra svizzera, una formula poco magica per contenere le spese della Confederazione anche quando non è necessario. È stato accettato dalla popolazione più di venti anni fa. È l’espressione di una Svizzera spilorcia e sparagnina, ma anche – e qui politicamente pericolosa – della destra che ha come obiettivo l’indebolimento dello Stato.

Il pacchetto di risparmio in discussione prevede tagli in ragione di 3 – 3, 5 miliardi di franchi dal 2027 e di 4 – 4, 5 miliardi l’anno dal 2030. Una quarantina di misure di risparmio, un’austerità che avrà ripercussioni anche su cantoni, formazione, ricerca, trasporti pubblici e anche nella lotta al cambiamento climatico.

La verità è che la Confederazione ha finanze solide. Possiamo snocciolare una montagna di cifre per dimostrarlo. Ne bastano un paio: alla fine del 2023 la Confederazione aveva un debito di 142 miliardi di franchi, che corrisponde a un tasso di indebitamento del 17, 2% del PIL. Grecia, Italia, Portogallo, Francia, Spagna e Belgio superavano tutti, e di molto, il 100%. Si possono aggiungere i debiti dei Cantoni e dei Comuni, ma la sostanza non cambia.

Povertà in aumento

Mentre la destra gongola pensando ai tagli, il paese è sempre più povero. Il tasso di povertà nella Confederazione è in continuo aumento dal 2014. Secondo l’Ufficio federale di statistica (UST), 702 mila persone in Svizzera vivono nella povertà. Un numero quasi altrettanto elevato ha a disposizione solo il minimo indispensabile. Caritas afferma di contrastare, alleviare e prevenire l’indigenza, che colpisce una persona su dodici. “Una Svizzera senza povertà è possibile – afferma l’organizzazione – non è tuttavia ancora una realtà. Il rischio di povertà è da ricondurre principalmente a condizioni quadro sociali, politiche ed economiche”. Discorso chiaro che non proviene dalla sinistra.

Eurostat, il sito di statistica dell’Unione europea, ha indicato recentemente che il tasso di persone a rischio povertà in Svizzera si situa al 19, 5%. È vero che i dati vanno presi con le pinze e valutati secondo i diversi criteri di calcolo, ma è significativo che vi sia coerenza fra fonti diverse.

Vermögenszentrum, che si occupa di temi relativi alle pensioni, ha rivelato la scorsa estate che negli ultimi venti anni gli svizzeri hanno ricevuto sempre meno soldi al momento della pensione. Dal 2002 al 2022 le rendite del secondo pilastro sono diminuite mediamente quasi del 40%. Per fortuna soccorre l’AVS, che invece è aumentata del 19% (quando si capirà che il pilastro forte e sicuro è il primo e non il secondo?)

Altro dato significativo è l’aumento delle disuguaglianze sociali. La ricchezza dello 0, 9 per cento più ricco della popolazione è più che raddoppiata, da 426 miliardi a 1, 1 trilioni solo tra il 2005 e il 2021, il che significa che oggi possiede il 43% di tutti i beni (Republik).

Meno aiuti all’estero più rifugiati

Torniamo al preventivo 2025. Come detto, si regalano 530 milioni di franchi all’esercito e si tagliano 110 milioni all’aiuto all’estero oltre che alla politica d’asilo. La direttrice dell’Associazione dei Comuni svizzeri ha denunciato la riduzione di mezzo miliardo di franchi all’anno della somma forfettaria per l’integrazione che rende “ingestibile” la politica d’asilo. Sono misure inique. Meno cooperazione internazionale uguale più rifugiati: è un’equazione semplice, comprensibile anche a un bambino delle elementari. L’aiuto allo sviluppo, la cooperazione, l’aiuto umanitario, la promozione della pace sono fattori determinanti per sostenere le persone che vivono in zone povere o dove sono in corso conflitti. Se aiuti in loco, la gente non emigra. Ma per il Parlamento conta il freno all’indebitamento e non considera le conseguenze politiche e sociali delle misure di risparmio.

Invece si decide di investire nell’esercito. Un’istituzione allo sbando, che Viola Amherd non ha saputo gestire. Così si è messa in salvo dimissionando in fretta e furia per evitare di fare la fine dei suoi predecessori Chaudet e Gnägi, sacrificati da scandali grigioverdi, che in Svizzera sono una costante. L’Unione democratica di centro ha chiesto le dimissioni di Amherd, e lei tre giorni dopo se n’è andata.

Amherd si mette in salvo

La Delegazione delle finanze, organo parlamentare incaricato di sorvegliare la gestione finanziaria della Confederazione, presieduta dall’UDC Lars Guggisberg, ha scritto a Viola Amherd esprimendo preoccupazione per una serie di progetti militari fallimentari, come rivelano il Blick e la NZZ. I problemi dell’esercito non sono pochi. Il nuovo sistema di sorveglianza dello spazio aereo è in ritardo da anni. Anche l’introduzione del sofware logistico è stata interrotta. L’acquisto di droni israeliani – risalente al 2015 sotto la gestione di Ueli Maurer – è una fregatura: ci sono difetti tecnici che ne impediscono l’uso, perché si scontrerebbero con gli uccelli o con i parapendii. Se il problema non si risolve dovrebbero essere accompagnati, udite udite, da elicotteri o da aerei (non è una barzelletta!) Il sistema di telecomunicazioni mobile, progetto da 2 milardi di franchi, rischia lo scacco ed è in ritardo di 14 mesi. Ritardo anche per la rete di comando dell’esercito, costo previsto un miliardo di franchi. Anche il progetto “Rete di dati sicura Plus” (RDS+) fa acqua, per aspetti tecnici e organizzativi. Infine la Delegazione delle finanze ritiene che la messa in funzione completa della nuova piattaforma di digitalizzazione sia rischio.

Ma non è tutto. Ci sono stati anche i pasticci combinati dalla fabbrica di armi RUAG. E non dimentichiamo l’acquisto dei caccia F-35, oltre sei miliardi di franchi, stanziati da Amherd senza dar seguito a un voto popolare dopo la riuscita dell’iniziativa che rimetteva in discussione l’acquisto. Lì casca come una bomba la dichiarazione di Elon Musk, l’uomo nero della Casa Bianca: “Solo gli idioti costruiscono il caccia F-35” e “fermiamo il peggior rapporto prezzo prestazioni militari della storia”. Il futuro è dei droni, dice Musk, ma ci arrivavamo anche noi. Se sono idioti i costruttori, gli acquirenti cosa sono?

L’esercito che traballa ha fatto scappare Viola Amherd, che anche politicamente è criticabile, per voler spingere la Svizzera (pseudo) neutrale nelle braccia della NATO.

Malgrado questa sfilza di inadempienze, il Parlamento continua inflessibile a foraggiare l’esercito, quest’anno con 530 milioni di franchi in più, sacrificando l’aiuto alla coperazione allo sviluppo e la politica d’asilo. E pensare che anche la Neue Zürcher Zeitung aveva messo in guardia fin dal maggio del 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, criticando “l’aumento frettoloso del bilancio dell’esercito che non rende la Svizzera più sicura”.

Abolire il freno all’indebitamento

Il freno alla spesa è osannato dalla destra svizzera ma andrebbe abolito. Naturalmente, non passa per la testa a deputati e politici menostatisti di introdurre un’impostina a carico delle multinazionali che hanno distribuito l’anno scorso miliardi di franchi agli azionisti. Men che meno si prende in considerazione la micro imposta universale e uniforme sui pagamenti elettronici, un’occasione per lo Stato di incassare miliardi di franchi. No, la massima pensata di Parlamento e Governo è l’aumento dell’IVA, così pagano tutti senza proporzionalità tra ricchi e poveri.

Il popolo paga, guadagna meno, è confrontato con tagli che lo penalizzano ma continua a votare, in maggioranza, per coloro che lo impoveriscono.

Qui c’è lavoro, e autocritica necessaria, per la sinistra!

Pubblicato da Quaderni alternativi 


Il mondo di X

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

L’ora X è già scattata, ma noi continuiamo a muoverci con il vecchio orologio che segna il tempo della democrazia, e pensiamo che questa stagione durerà per sempre. Invece tutto è consumato perché tutto è X intorno a noi, secondo il nuovo alfabeto scritto da Elon Musk per Donald Trump.

Non soltanto il social network di proprietà dell’uomo più ricco del mondo, che lo ha battezzato come suo figlio e lo controlla come la vera agorà universale con 600 milioni di utenti attivi mensili, 456 mila tweet al minuto, cioè 656 milioni di tweet al giorno, una bomba atomica che ha fatto esplodere l’antico concetto di pubblica opinione in mille pezzi non più radunabili in un insieme.

Ma è X la nuova era aperta con la rielezione di Trump, che non inaugura un cambio di governo, ma molto di più: un cambio di regime. È X — il segno dell’incognita — questo momento di sospensione della storia, come se un sortilegio l’avesse bloccata impedendole di scorrere, cancellando il passato, ogni sua eredità, qualunque successione, qualsiasi lascito, compresa la trasmissione della conoscenza, annullata dal fulgore geniale della nuova scienza tecnologica che annichilisce ogni altro sapere.

Perché il dominio universale di X si compia, occorre abolire ogni altra credenza, cancellare tutti i riti precedenti e annullare le liturgie che abbiamo seguito fin qui, per celebrare l’avvento dell’età dell’oro annunciata dal presidente americano. Fine delle alleanze, della tavola di valori condivisa, del canone occidentale, della cultura liberal-democratica, della comunità di destino formata da Europa e America.

Liberato il campo da questi retaggi, e bloccata la storia, può infine esplodere la geografia, senza più alcun riguardo per le vecchie misure del mondo, i confini, le alleanze, i criteri pacifici di coesistenza e di convivenza, gli organismi e le istituzioni sovranazionali di garanzia.

Come se dovesse sottrarsi all’influsso di un vecchio campo magnetico, con un solo passo laterale Trump si è liberato dei vincoli strategici, politici e morali costruiti dai suoi predecessori con i leader europei in questo lungo dopoguerra di pace.

La Nato è uno strumento del passato, la copertura americana alla sicurezza europea è scaduta, la Ue si paghi le sue tutele, se crede, e si inventi una nuova politica estera, perché non è più parte di un sistema difensivo atlantico, e ognuno deve pensare per sé, visto che gli Usa hanno già incominciato a farlo, e nessuno osa sollevare la questione capitale: l’articolo 5 del trattato atlantico, che obbliga l’alleanza a intervenire in difesa di un Paese membro attaccato, è ancora in vigore?

L’America che si isola diventa impero, recupera una logica coloniale, persegue soltanto i suoi interessi e per farlo disconosce i vecchi vincoli, gli impegni, le responsabilità. Tutto finito: tanto che giunti al punto X della storia si possono scambiare i nemici con gli amici, rovesciare le colpe, assolvere e punire non secondo giustizia ma secondo convenienza.

Si può insultare Zelensky, umiliandolo per svuotarlo di ogni autorità prima del negoziato, a cui parteciperà pronunciandosi su un accordo concepito, concordato e scritto dai due imperatori, per la feroce gioia di tutti coloro che anche in Italia hanno costantemente dileggiato il leader ucraino per aver insistito a difendere il suo Paese e i suoi diritti bombardati.

Si può promuovere Putin, mondandolo da ogni peccato, con un giudizio da agrimensore: «Mosca ha le carte in regola, ha conquistato molto territorio». “Conquistato”, non “occupato”, o “invaso”. Il linguaggio deve emendarsi, per raccontare il mondo X: e annunciare che il “territorio” crea il diritto.

Di fronte alla rapidità di questo processo, e alla profondità del suo sconvolgimento rivoluzionario, noi reagiamo passivamente, come se fossimo spettatori increduli ma soggiogati e il presidente americano un performer capace di stupirci e di stordirci con i suoi fuochi d’artificio che bruciano e scoppiano, ma poi si risolvono in cenere. In realtà siamo direttamente coinvolti, destinatari senza scampo delle nuove politiche che vogliono inaugurare l’epoca della sovranità autoritaria.

Abbiamo vissuto per ottant’anni nella democrazia, introiettando il suo codice, adottando il suo criterio per distinguere il bene dal male, facendone quasi una nostra seconda natura: e oggi che è minacciata nel suo equilibrio da un potere che vuole farsi assoluto, non siamo in grado di organizzare una difesa del sistema e della cultura liberal-democratica, che è la difesa della nostra libertà responsabile.

Non siamo nemmeno in condizione di difendere noi stessi. Se Putin viene autorizzato dall’impero concorrente a “conquistare” i territori di Stati sovrani secondo il suo disegno, sostituendo il diritto con l’abuso della forza, noi europei come garantiremo la nostra sicurezza nel momento in cui Trump chiude l’ombrello atlantico sul vecchio continente?

Chi ha mascherato fino a ieri il suo disprezzo per la democrazia con la nobiltà della parola “pace” declinata secondo il sopruso e modellata sull’abuso, invece di pretendere il ristabilimento del diritto violato dall’invasore, avrebbe il dovere di rispondere.

La domanda è imbarazzante per Giorgia Meloni che ha scelto in questi tre anni una prassi atlantista allineata con Biden in difesa dell’Ucraina, mentre elaborava una teoria politica nazionalista e una cultura sovranista di destra radicale che l’hanno via via portata in quel punto X di neutralizzazione della storia, di insofferenza per lo Stato di diritto, di verticalizzazione del potere (il premierato) dove Trump sta oggi arrivando.

Ora, la crisi ucraina dopo l’avvento di Trump si fa drammatica, con Kiev impegnata su due fronti. Bisognerà sciogliere al più presto le nostre contraddizioni, e distinguere il bianco dal nero, perché con la radicalizzazione assoluta della politica americana non c’è più spazio per il grigio: Meloni dove porterà l’Italia? Come risponderà all’improvviso deficit di sicurezza?

Ma la domanda è ancor più imbarazzante per i Cinque Stelle, con Conte che di fronte agli insulti a Zelensky e agli elogi del “conquistatore” Putin ritrova il vecchio feeling con Salvini e annuncia che «Trump ha ragione».

La verità è che per una scelta di sudditanza e per un’eterna costrizione ideologica una parte rilevante della classe politica italiana è incapace di dire “difendiamoci”. Ma è pronta ad applaudire Trump quando dice a noi europei: “Arrendetevi”.


Germania al voto, i sondaggi sono chiari ma il futuro è oscuro

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

Di Sebastiano Canetta, il manifesto

Archiviati ieri gli ultimi appelli dei leader di tutti partiti, questa mattina scatta l’ora della verità elettorale che sancirà ufficialmente vincitori e perdenti delle urne per il rinnovo del Bundestag. Anche se sembra davvero tutto già scritto nei sondaggi: l’ultima fotografia dell’istituto “Insa” sulle intenzioni di voto di poche ore fa conferma i valori delle ultime settimane, con la Cdu-Csu sempre al primo posto con il 29%, Afd a quota 20% e la Spd al 16%. Seguono i Verdi al 13% e la Linke che vale l’8%, mentre i liberali e i sovranisti di sinistra dell’Alleanza Sahra Wagenknecht continuavano a ballare sull’orlo della quota di sbarramento del 5% e stavolta rischiano seriamente di rimanere fuori dal Parlamento.

A MENO DI SOVVERTIMENTI dell’ultimo momento (comunque circa il 22% degli elettori tedeschi ieri risultava ancora indeciso secondo il dato diffuso da “Forsa”) questa sera il conteggio delle schede dovrebbe confermare i rapporti di forza che – in ogni caso – non permettono ancora di immaginare quale sarà la prossima coalizione di governo. Sulla carta, si profila un esecutivo a guida Cdu-Csu ma bisognerà attendere non solo lo spoglio finale ma pure l’esito del tavolo delle trattative per formare la nuova alleanza: Verdi o Spd, oppure entrambi, sempre se non sarà coi liberali. Nessuno a Berlino è in grado di prevedere il futuro imminente

Per ciò che vale, il candidato-cancelliere dell’Union, Friedrich Merz ieri ha riassicurato gli elettori: dopo il voto non ci potrà essere alcuna collaborazione con Afd. Però ha ricordato agli aspiranti partner di governo che lui non è disposto a imbarcare partiti contrari alla linea anti-migranti. Mentre si attende di misurare il peso sul voto dell’ennesimo inquietante atto di terrore consumatosi alla vigilia delle elezioni: l’accoltellamento di un turista spagnolo venerdì sera davanti al Memoriale della Shoah a Berlino da parte di Wassim Al M, 19 anni, richiedente-asilo siriano già noto alla polizia per piccoli reati. «Voleva uccidere ebrei e nel suo zainetto c’era una copia del Corano» sono i due elementi della solita miscela esplosiva pronta a deflagrare dentro le urne.

ANCORA BENZINA SUL FUOCO anti-migranti acceso dallo schieramento di centro-destra rappresentato da Cdu e Afd e alimentato da sinistra dal Bsw di Sahra Wagenknecht. L’ultima fiammata poche ore prima del voto che coinvolgerà 59 milioni di tedeschi. A riguardo dopo lo spoglio si misurerà anche l’altezza del Brandnauer antifascista, ovvero si capirà quanto ha realmente inciso sulle elezioni la mobilitazione generale contro l’ascesa del fascio-populismo promosso dalla leader di Afd, Alice Weidel: la donna su cui hanno puntato le loro fiches Donald Trump ed Elon Musk (ma anche Viktor Orbán e Matteo Salvini) che piace non poco anche a Vladimir Putin. Oltre al fantasma dei migranti è questo l’altro spettro che oggi aleggerà nel segreto dell’urna.

Comunque il quadro politico tedesco risulta già semplificato, perlomeno sotto il profilo dei partiti ammessi alle elezioni. In totale in questa tornata sono appena 29 le forze politiche sulla scheda; nel 2021 erano 47.

«SONO SICURO CHE VINCERÒ di nuovo» sono le ultime parole di ieri del cancelliere Olaf Scholz, ricandidato-cancelliere dalla Spd che però, questa volta, non si riferisce al voto nazionale bensì molto più modestamente soltanto al suo collegio di Potsdam dove la sfida diretta è con la sua ex ministra degli Esteri, Annalena Baerbock dei Verdi con cui condivide le ricette dell’atlantismo senza se e ma, del riarmo senza limiti e della difesa della Ragione di Stato pro-Israele. Il candidato dei Verdi, Robert Habeck, ha speso le ultime energie per l’appello al voto utile: l’unico modo per provare a contenere la fuga verso la Linke degli ambientalisti scontenti della svolta bellicista dei Grünen.

Il comizio finale di Afd invece restituisce «il partito dell’amore contro il partito dell’odio», con i primi incarnati da Alice Weidel e i secondi identificati negli attivisti che anche ieri sono scesi in strada per contestare la chiusura della campagna elettorale dell’ultra-destra incentrata su xenofobia e razzismo. «Tutti insieme contro il fascismo!» è l’ultimo monito di piazza quasi fuori tempo massimo. Corrisponde al messaggio finale di Heidi Reichinnek, capolista della Linke in coppia con Jan van Aken e vera sorpresa di queste elezioni, diventata in poche settimane il personaggio più cliccato nell’universo social che spazia da Facebook fino a Tik Tok.

COMUNQUE FINIRÀ per la Linke ogni voto in più del 5% sarà considerato un successo: appena tre mesi fa il partito della sinistra era una forza politica praticamente morta e sulla via dello scioglimento. In più Reichinnek e Aken sono stati gli unici candidati a presentare un programma elettorale con tutte le coperture finanziarie delle misure proposte, smentendo così la favola della sinistra assistenzialista pronta a sfasciare i conti pubblici.

Nell’immagine: comizio di fine campagna elettorale del partito Afd in Turingia

 


Povera Europa, e poveri noi…

Cinque domande e sette grafici per fare chiarezza 

Un bullo che ama essere bullo? Uno psicopatico / sociopatico compulsivo, con contorno di follia e imbecillità morale? Un egolatra / egotista / egoista (Make America Great Again) e un narcisista altrettanto compulsivo (chi è il più bello del reame)? Uno che ama spararle sempre più grosse, dove il principio di non contraddizione diventa un intralcio da rimuovere, divertendosi a contraddire se stesso e la realtà? Oppure, un fine stratega che ama confondere gli avversari ma anche gli alleati – ancora, l’abolizione del principio di non contraddizione – spiazzandoli e portandoli non a mandarlo a quel paese ma a rincorrere le sue paturnie, anzi cercando di contenere la (o peggio, di rispondere alla) sua logorrea irrazionale e schizofrenica, intendendo per schizofrenia la dissociazione in parti reciprocamente indipendenti, quindi sconnesse tra loro, della vita psichica del soggetto? Oppure, un oligarca fascista / machista / sovranista / suprematista bianco e Teo-con, che vuole salvare la civiltà occidentale dai pericolosi comunisti e ambientalisti nascosti da ogni parte, cancellando finalmente la democrazia (da bravo oligarca e da bravo golpista) e insieme accelerando l’ecocidio globale pur di salvare l’essenza (appunto antisociale, antidemocratica ed ecocida) del capitalismo, cioè lo sfruttamento dell’uomo e della terra per la massimizzazione del profitto privato? Oppure, tutte queste cose insieme?

Stiamo parlando di Trump, ovviamente. Ma anche, ovviamente, del tecno-fascista Elon Musk e di tutta l’Amministrazione trumpiana / trumpista. E l’Europa?

Povera Europa, costretta a (cercare di) mendicare un posto al tavolo delle trattative sull’Ucraina. Povera Ucraina, costretta a mendicare un posto al tavolo delle trattative tra Trump e Putin (ma non ora, forse più avanti…) che devono decidere sul suo destino. Mentre l’oligarca Trump preferisce decidere ovviamente da solo con l’oligarca Putin – tra oligarchi ci si intende bene, soprattutto se già immaginano la pace come fonte di ulteriori profitti economici, ma anche politici, per entrambi; mentre delle 560 imprese occidentali che avevano lasciato la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina già 235 sono rientrare e altre 100 si apprestano a farlo, perché il capitalismo è sempre amorale e cinico per sua essenza.

Povera Europa, con lo sceriffo Trump che si allea con il bandito Putin (o viceversa, scegliete voi, tanto cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia) – entrambi ospiti in Arabia Saudita dell’oligarca / principe Bin Salman, che ha molti soldi in cassaforte, ma che è stato anche il quasi certo mandante dell’assassinio del giornalista e scrittore oppositore Jamal Khashoggi. Povera Europa – politicamente povera perché incapace di darsi una soggettività politica – lasciata fuori dalla porta con il cappello per terra sperando che poi gli oligarchi le lascino almeno qualche moneta, giusto per poter dire di contare ancora qualcosa. Povera Europa, incapace di avere la schiena diritta e che al recente vertice di Monaco sulla sicurezza accoglie con scroscianti applausi il vice-oligarca statunitense Vance, invece che con una bordata travolgente di fischi (è vero, era chiedere troppo…). Povera Europa, che per tre anni ha cercato di essere (di dimostrare di essere) più bellicista del bellicista Biden, giocando ad alzare sempre di più l’asticella della guerra (e dei profitti dell’industria militare soprattutto americana), insieme tacendo sul genocidio a Gaza, surrealmente reiterando oggi le sanzioni economiche contro la Russia mentre Trump e Putin vanno d’amore e d’accordo (tra oligarchi ci si ama sempre…). E povera Ucraina, mobilitata da Biden e che ora si ritrova non solo abbandonata da Trump e a rischio di perdere quella guerra che avrebbe invece dovuto vincere, pedina di un gioco più grande di lei, ma anche a dover ripagare la armi ottenute, svendendo oggi le sue risorse e soprattutto quelle terre rare che tanto interessano all’oligarca tecno-fascista Elon Musk.

Molto si parla e si scrive oggi di neoliberalismo fascista, di tecno-fascismo, di autocrazia trumpista imperiale e imperialista, di morte della democrazia, di dittatura oligarchica del capitale e della IA. Come se Trump e Musk fossero un incidente della storia e non, invece, l’involuzione ulteriore dei processi neoliberali e tecnologici attivi da quarant’anni e più – non solo in occidente – che appunto avevano e hanno nella loro ideologia il fine di rimuovere la democrazia. Perché il neoliberalismo vuole sovra-ordinare il mercato a stato e società (quindi è profondamente illiberale e anti-democratico), che deve diventare una società basata non sulla socialità / solidarietà / uguaglianza, ma sulla concorrenza di mercato e alle esigenze dell’industria e del capitale deve solo adattarsi. Analogamente procedendo il sistema tecnico (dalle macchine di ieri agli algoritmi / IA di oggi), sovra-ordinandosi a stato e società per arrivare a un mondo amministrato e automatizzato tecnicamente (quindi profondamente illiberale e anti-democratico). Il neoliberalismo e la tecnologia promettendo però e paradossalmente (ma propagandisticamente, come tutte le ideologie) più libertà individuale – compreso l’anarco-capitalismo di Trump e soprattutto di Musk – quando invece la negano: sì che quanto più ciascuno è integrato in un sistema organizzato, comandato e sorvegliato da altri (il mercato per il capitalismo o la rete / digitale / IA per il sistema tecnico), meno ovviamente è libero. E giustamente si parla oggi di tecno-capitalismo come di un sistema totalitario tecnico, più e peggio dei totalitarismi politici del Novecento.

Ma il neoliberalismo e la tecnica non sono solo questo. Anche il neoliberalismo e la tecnica amano, cercano, invocano la dittatura se appunto viene ritenuta necessaria a salvare – o a potenziare sempre di più – il mercato (il capitalismo) e il sistema tecnico, come oggi per sostenere l’IA. E perché dunque stupirsi se oggi il neoliberalismo, l’anarco-capitalismo e la tecnica stanno uccidendo la democrazia portandoci a democrature ed ecocidio e a tecno-fascismi e alla dittatura / totalitarismo del mercato (e della tecnica), se questa era appunto una possibilità o una opportunità prevista / auspicata dagli stessi ideologi del neoliberalismo novecentesco? Con von Hayek per il quale è meglio una dittatura favorevole al mercato che una democrazia contraria; con Müller-Armack, per il quale il nazismo è una nuova forma di democrazia, la democrazia plebiscitaria e lo stato deve tutelare gli interessi privati del capitale e dell’impresa, il Volk rigenerandosi nella volontà statale di un ordine imprenditoriale, cioè uno stato totale che agisce sovranamente per la libertà imprenditoriale e che sopprime la lotta di classe. Con Röpke – che invocava la restaurazione dei valori tradizionali delle comunità e valorizzava le piccole imprese, mescolando capitalismo e tradizione (come oggi il neoliberalismo / tecno-fascismo alleatosi con le sette religiose che sostengono Trump; o con l’aberrazione della Teologia della prosperità, corrente teologica neo-pentecostale evangelica basata sulla convinzione che Dio vuole che i suoi fedeli siano ricchi dal punto di vista economico e individualmente felici – Röpke che nel 1942 affermava la necessità di una autentica dittatura per combattere i governi collettivisti o quando, in caso di estrema emergenza “una direzione più o meno autoritaria dello Stato diventa inevitabile”, pur cercando di applicarla entro i limiti di “mandati temporanei”; mentre nel 1940 sosteneva che “le persone devono abituarsi al fatto che esistono anche democrazie presidenziali, autoritarie e sì, e persino – horribile dictu – una democrazia dittatoriale”, senza rendersi conto della contraddizione.

O con von Mises, che affidava al fascismo il ruolo di guardiano della civiltà occidentale basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione – una propaganda ripresa appunto oggi da Trump e da Musk – un postulato che “non ha bisogno di alcuna difesa, giustificazione, motivazione o spiegazione” essendo vero in sé. E tuttavia, a differenza del fascismo storico, il neoliberalismo cerca piuttosto il sostegno della maggioranza dell’opinione pubblica mediante le “armi dell’intelletto”, o le elezioni e oggi i social media, cioè costruendo il consenso all’oligarchia e all’anti-democrazia e quindi l’egemonia; anche se non si può negare, ancora von Mises, che “il fascismo e tutte le tendenze dittatoriali analoghe sono animate dalle migliori intenzioni, e che il loro intervento ha salvato la civiltà europea. I meriti acquisiti dal fascismo con la sua azione rimarranno in eterno nella storia”.

E dunque, dittatura e oligarchia neoliberale e tecnica hanno una lunga storia. Perché quando si tratta di salvare il tecno-capitalismo (il profitto privato e la potenza del sistema tecnico) dai suoi nemici reali (ieri i socialismi e lo stato sociale, oggi l’ambientalismo) o immaginari (quel che resta delle sinistre, mai realmente anti-capitaliste), ogni mezzo è necessario e doveroso.


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