Se J.D. Vance è un cattolico il papa è un anti-Cristo

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

Il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance non è solo colui che è venuto a Monaco a fare “la paradossale lezione” all’Europa sulle “libertà tradite” (v. qui Aldo Sofia, Lo sceriffo e l’Europa), ma è anche colui che – nella irrefrenabile sicumera che sembra la marca di tutti i componenti del governo trumpiano, da Musk via via discendendo – ha voluto fare la lezione al papa. In una intervista alla colonizzata emittente americana Fox, volendo giustificare la politica di Trump sull’immigrazione, con sbandieramento di cultura teologica, ha ammonito papa Francesco per aver ignorato il cosiddetto “Ordo amoris”. Che, a dirla in termini semplici, è una sorta di gerarchia della carità, o meglio, la carità subordinata al tuo tornaconto personale: può interessarti il vicino, ma molto meno o niente del tutto quello un po’ più lontano. Il quale, se ti gira attorno e ti disturba, hai diritto di eliminarlo. Insomma, l’”ordo capitalis” o l’amore capitalizzato.

(E forse alcuni, attenti, si son chiesti dov’è finito il film-documentario “Capitalism: A Love Story”, realizzato da Michael Moore nel 2009, impostato sulla crisi finanziaria 2007-2009, ch’era proprio un atto d’accusa contro quell’ordine economico statunitense).

L’amore e l’uno per cento

Il papa non ha mancato, in una lettera ai vescovi degli Stati Uniti (10 febbraio), di ricordare che “l’amore cristiano non è un’espansione concentrica di interessi che a poco a poco si estendono ad altre persone e gruppi”. Il ”vero ordo amoris che occorre promuovere è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del Buon samaritano, ovvero meditando sull’amore che costruisce una fratellanza aperta a tutti, senza eccezioni”. Quindi anche a migranti e rifugiati.

E, si fosse anche d’accordo con Vance, è difficile credere che gli Stati Uniti non diano priorità ai propri cittadini quando spendono una frazione minima del loro bilancio in aiuti esteri (l’uno per cento!) e quando appare ora più che evidente che quegli aiuti erano accettati perché finalizzati a fornire benefici strategici e “imperiali” agli Stati Uniti, risultati ora “geopoliticamente improduttivi”.

“Come mi sono unito alla resistenza”

È probabile che Vance, convertitosi al cattolicesimo (si è fatto battezzare nel 2019), convertitosi al trumpismo dopo averlo dapprima deprecato (nel 2016 sosteneva che non l’avrebbe mai votato perché era la dannazione per la classe lavoratrice), sia animato dalla classica vibrazione spirituale del nuovo convertito, sempre impregnata da una visione apocalittica e quindi dall’ardore ineguagliabile a sostenere le posizioni del movimento Maga di Trump, perché “eleggere Trump è la sola speranza rimasta affinché gli Americani evitino il crollo della civiltà”. E infatti così già si esprimeva in un lungo articolo nella rivista religiosa “The Lamp” (2020) con un titolo significativo: “How I joined the resistance” (Come mi sono unito alla resistenza).

Nel 2011, a Yale, Vance assiste ad una conferenza di Peter Thiel, figura eminente della Silicon Valley e pioniere dell’economia numerica. E scriverà: quell’incontro è stato “il momento più significativo della mia vita”. Thiel, che accusa i dirigenti della Tech di sprecare il tempo in competizioni e rivalità, senza riflettere sulle finalità di ciò che fanno con le loro imprese, ha una sorta di visione messianica e progetta una rivoluzione radicale delle nostre società ricorrendo alla potenza tecnologica. Thiel, fondatore di Paypal (servizi di pagamenti in linea internazionale), uno dei miliardari che ora “governano” con Trump, è pure cattolico e ha dato una prima prova del suo conservatorismo viscerale (nutrito di elevato machismo) pubblicando un libro contro la diversità culturale nei “campus” (The Diversity Mith, 1999).

Cattolicesimo, una marca da vendere…

Professore di teologia e di storia delle religioni all’università di Villanova (università cattolica in Pennsylvania, Usa), Massimo Faggioli è autore di un libro intitolato “Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana” (ed. Scholé, 2025). Vi descrive anche il profilo “spirituale” dell’amministrazione Trump.

Rileviamone alcuni passaggi significativi: “Il pluralismo religioso in America funziona come un mercato: è un’espressione dell’individualismo libertario. Nel corso del tempo ha assunto l’aspetto di un labirinto nel quale ogni americano è chiamato ad esercitare il suo diritto di scegliere, in quanto consumatore, in un paese in cui il bisogno di spiritualità e di religiosità invece di essere diventato un tabù, come in Europa, rimane profondamente ancorato rispetto a qualsiasi altra forma di offerta politica o consumerista… In questo labirinto spirituale, il cattolicesimo occupa un posto particolare… il populismo trumpiano ha fatto emergere dentro la Chiesa degli sfaldamenti che non sono più teologici o politici, ma di civiltà… Il cattolicesimo è una marca, una marca da vendere sul mercato al miglior offerente: lo testimonia l’esempio del vicepresidente Vance, convertito dal nuovo “ritorno alle fonti”… Una facciata di cultura postcristiana è utilizzata per far passare, deformare o giustificare praticamente tutto… L’antropologia cristiana attraversata dalla cultura dell’Illuminismo non è più dominante… Il cattolicesimo americano abbandona le sue radici europee e si colloca fuori dalle istituzioni, verso un avvenire incerto… o un cattolicesimo culturale ideologico che si fonda solo sui risultati del cosiddetto sogno americano”.

Conclude Faggioli: “Comunque sia, è una storia che non concerne solo l’America o i cattolici americani, ma anche il resto del mondo e in modo particolare l’Europa”.

Nell’immagine: J.D. Vance mentre predica il suo vangelo Su Fox News


Ma quale discorso ha ascoltato la signora Karin Keller Sutter?

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

KKS, cioè Karin Keller Sutter nel gergo giornalistico di palazzo federale, dovrebbe spiegarci perché il controverso messaggio del vice-presidente americano J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, l’ha soddisfatta, poiché si è trattato di un “discorso liberale, in un certo senso molto svizzero”, che addirittura ha echeggiato la democrazia diretta e referendaria elvetica, quella che lascia la parola al popolo. In America? Ma quando? Ma dove? Forse nel passaggio in cui il numero due della Casa Bianca ha paragonato la “mancanza di libertà” nell’UE “a quella dell’Unione Sovietica” o dell’odierna Cina?

E poi da che pulpito è arrivato il predicozzo, come abbiamo già ricordato in queste pagine. Fra le molte reazioni negative, citiamo soltanto quella di Pascal Couchepin, che l’ha messa sull’ironia: “KKS è un’eccellente consigliera federale, ma non è molto interessata alla filosofia liberale”. Imbarazzante abbaglio dell’attuale presidente della Confederazione. Che ha messo da parte, sempre che ne avesse consapevolezza, il liberalismo politico per sognare l’abbraccio del “libertarismo” dell’attuale presidenza americana e del suo attacco all’organizzazione, alle regole equilibratrici, al ruolo pubblico, alla funzione sociale dello Stato. Negazionismo da cui partono gli Stati Uniti di Donald Trump ed Elon Musk per lanciare la loro odierna e storica sfida al vecchio continente, ormai e sostanzialmente ex alleato.

Europa che ha certo molti motivi per meditare sui propri errori e sui propri ritardi, ma certo non quello di essere anti-liberale e di soffocare il dibattito interno, ed entro i confini dei singoli Stati che ne fanno parte. Semmai, fra le “colpe” dell’UE possiamo senz’altro annoverare un eccesso di contrapposizioni liberamente espresse, dietro cui spesso si camuffano tenaci interessi nazionali, all’origine della lentezza delle sue decisioni.

E se poi si tratta, come infatti è, dell’insofferenza americana nei confronti di lacci e lacciuoli della politica europea sulle piattaforme social (provvedimenti adottati anche dalla Svizzera) allora basti un dato: da quando oltre Atlantico s’è deciso di annullare qualche forma di controllo, i messaggi insultanti sulle grandi piattaforme monopolizzate degli Stati Uniti (X e Facebook in particolare) sono aumentati in modo esponenziale. Cioè di brutto.

Così come il “padrino” dell’Intelligenza artificiale, il Nobel Geoffrey Hinton, continua a ripetere inutilmente che, per come si sta sviluppando l’AI generativa, si tratta di un processo “spaventoso”, a cui bisogna assolutamente porre rimedio attraverso un accordo intercontinentale condiviso; mentre i “tecno-oligarchi” della Silicon Valley, quasi tutti allineatisi alla corte di Mare-e-Lago, e in gara anche fra di loro per il primato di questo sviluppo senza freni, non prevedono una sua minima regolamentazione. In nome della massima libertà individuale e di impresa. Le regole, anche quelle indispensabili, sono infatti fumo negli occhi per i seguaci del “tycoon”. Ma non lo possono, non lo devono diventare anche al di qua dell’Atlantico. Per il bene dei cittadini innanzitutto. Perché le norme, bisognerebbe spiegare agli scatenati liberisti americani, non si adottano per limitare le libertà, ma semmai per proteggerle.

Un consiglio dunque alla sbadata (e forse genuinamente interessata) consigliera federale KKS: si faccia spiegare da Pascal Couchepin, che indossa la sua stessa casacca politica, perché e come il liberalismo non è il regno del far west “made in USA”. E per quale motivo l’Europa (lo voglia o no la Svizzera da essa dipende) non è la nuova frontiera da conquistare. Oltretutto promuovendo e sponsorizzando l’estrema destra continentale. Ed infatti, dopo il suo infervorato e inquietante discorso a Monaco, l’unico leader politico che J. D. Vance ha voluto incontrare in Germania è stata la candidata cancelliera dell’AfD. Cioè dei post-nazisti, che già Elon Musk aveva definito “l’unica salvezza per la Germania”. Un’ostilità dichiarata contro l’UE, visto che la destra radicale tedesca chiede l’uscita della Germania dall’Unione Europea. Non l’ha forse detto chiaramente e minacciosamente lo stesso Trump? “Abbiamo più nemici fra i nostri presunti amici”. E non si riferiva soltanto alla danza dei dazi.

Nell’immagine: Pascal Couchepin e Karin Keller Sutter


AET, perdite milionarie non solo a Lünen

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

La bocciatura da parte del Gran Consiglio della mozione depositata dall’MPS nel gennaio 2020 con la quale si chiedeva al Consiglio di Stato di prendere «tutte le misure necessarie affinché l’AET venda la propria partecipazione (15,8%) alla centrale di Lünen al più tardi entro il 31 dicembre 2021» non ha evidentemente messo la parola fine a questa vicenda. Anzi, la discussione è più viva che mai, molte sono le questioni che necessitano una risposta politica chiara. Invece, governo e Parlamento continuano a gettare tonnellate di sabbia sulla vicenda dell’investimento di AET nella centrale di Lünen. E non solo su questa vicenda, come vedremo più avanti.

Tralasciamo in questa sede di riproporre le osservazioni circa la questione ambientale, ricordando tuttavia che con la nostra partecipazione a Lünen, di fatto il Ticino contribuisce all’aumento della produzione di CO2, vanificando in modo importante le eventuali iniziative (e i relativi investimenti) che vengono portate avanti a livello cantonale.

Nella recente discussione parlamentare (naturalmente avvenuta cinque anni dopo la presentazione della mozione!) è emersa una generalizzata omertà non solo sulla vicenda Lünen, ma anche sulla politica finanziaria di AET. Prova ne sia che, né il messaggio del governo, né il rapporto di maggioranza sulla mozione contenevano una sola cifra che potesse in qualche modo illustrare le presunte perdite milionarie che AET subirebbe dalla dismissione anticipata della partecipazione alla centrale di Lünen. Con l’aggravante di affermazioni provenienti dalla direzione di AET secondo la quale “Sulla base della contrattualistica sottoscritta da AET e delle attuali condizioni di mercato, un’uscita anticipata da TKL risulta sostanzialmente impossibile”. Un disastro!

La discussione parlamentare ha, tuttavia, suscitato qualche curiosità; ad esempio, quella del capogruppo della Lega dei Ticinesi, Boris Bignasca, che si chiedeva come mai il governo non abbia presentato nessuna cifra sulle perdite che comporterebbe un’uscita da questo investimento. Ma, aggiungeva, di essere soprattutto interessato a sapere “quanto abbiamo perso fino adesso a Lünen”, riprendendo quanto fatto notare nel dibattito dai deputati dell’MPS (e confermato da una recente dichiarazione del direttore di AET), e cioè che per anni e anni l’elettricità che AET ha ritirato dalla produzione di Lünen (corrispondente alla propria quota di partecipazione) “è quindi costata più di quanto sarebbe costata sul mercato”.

Convinti che questa vicenda debba essere chiarita e che altre scelte debbano essere fatte, abbiamo provato a fare questo calcolo, approfittando anche per riprendere la riflessione su altri investimenti sciagurati di AET.

A) La Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG di Lünen

Fra le molte questioni tenute nascoste alla collettività, vi è ovviamente quella di una visione complessiva delle perdite generate dall’investimento nella centrale di Lünen.  Ricordiamo che AET ha acquisito una quota pari al 15,76% del capitale della Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG, la società che controlla e gestisce la produzione della centrale di Lünen. Il pacchetto azionario di AET ammontava a 38,17 milioni di franchi, iscritti a bilancio quali “titoli a lungo termine”. L’acquisizione di questa quota si accompagnava alla firma di un contratto di compravendita, assolutamente secretato. Almeno inizialmente, la quota di energia che AET doveva rilevare dalla centrale di Lünen era di 118 MW (15,76% di 750 MW). La centrale entra in funzione nell’estata del 2013 (regime di prova). Già dopo il primo esercizio completo, il 2014, è possibile desumere, dalle poche informazioni raccolte, che l’operazione si rivelerà fallimentare dal punto di vista finanziario. In effetti, quello che è stato presentato come un «investimento strategico di medio termine» dai vertici di AET (17.11.2008), comincia a generare, fin da subito, ingenti perdite. 

Il problema risiede negli elevati costi di produzione e relativi  agli alti prezzi di vendita che ogni azionista deve pagare al momento del ritiro della propria quota di produzione, prezzi molto più elevati di quelli medi di mercato. Da qui le perdite inevitabili. Dal 2014 al 2022 la centrale di Lünen ha sempre prodotto elevate perdite per AET. La questione che tutti vorremmo conoscere in maniera precisa è a quanto ammontano queste perdite. A questo livello è comunque possibile fare alcune stime, più o meno affidabili, grazie alle sommarie affermazioni reperibili nei rapporti di attività di AET. Ma da questi è impossibile estrapolare cifre precise. E questo è un problema che riguarda tutti i “titoli a lungo termine” di AET. Non è possibile sapere quanta energia ha effettivamente rilevato  AET dalla centrale di Lünen, a che prezzo d’acquisto e a che prezzo l’ha venduta sul mercato e neppure le perdite registrate e la loro “compensazione”. 

La ricostruzione che abbiamo fatto e che riproponiamo nella tabella che segue indica in circa 195 milioni di franchi le perdite originate esclusivamente dall’avventura di Lünen dal 2014 al 2023.

La tabella con i calcoli dettagliati è disponibile nel sito dell’mps

Alla luce di questi dato, chiediamo quanto segue

1. La pubblicazione del contratto di prelievo di energia in vigore tra AET e la società Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG

2. L’indicazione del prezzo di acquisto per ogni anno dell’energia spettante ad AET dalla sua partecipazione nella società Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG;

3. L’indicazione del prezzo di vendita per ogni anno dell’energia spettante ad AET dalla sua partecipazione nella società Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG;

4. Il calcolo delle perdite dettagliate per ogni anno generate dal contratto con la società Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG; 

5. L’indicazione precisa di come sono state trattate contabilmente da AET queste perdite 

Ma le perdite provocate dall’avventura in Germania non si limitano alla differenza fra prezzo di acquisto e prezzo di vendita dell’energia prelevata contrattualmente da AET. Infatti, leggendo i rapporti di attività, si evince chiaramente come lo stesso capitale azionario di 38,178 milioni di franchi abbia subito una pesante riduzione di valore. Nel conto economico consolidato del 2013 (p. 45) si evidenzia che «La partecipazione in Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG è oggetto di una riduzione durevole di valore causata dalle conseguenze del deterioramento delle condizioni di mercato in cui la centrale detenuta si trova ad operare». Fino al 2014 i titoli della Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG erano dunque contabilizzati per un valore di 38,17 milioni di franchi. Nel 2023, il loro valore si è sgonfiato a 9,09 milioni di franchi (cfr. tabella che segue). Entro la fine del contratto, nel 2032, il valore di questi titoli sarà pari a zero. Quindi agli stimati 195 milioni di franchi di perdite causate del contratto di prelievo di energia si devono aggiungere anche 38,17 milioni di capitale sociale, ossia una perdita complessiva che si aggira attorno ai 230 milioni di franchi. 

La tabella con i calcoli dettagliati è disponibile nel sito dell’mps

Sulla scorta di quanto precede si chiede al Consiglio di Stato: 

6. Qual è e quale sarebbe stato (per ognuno degli ultimi dieci anni) il costo finanziario ipotizzabile di un’uscita generale anticipata dalla partecipazione nella società Trianel Kohlkraftwerke Lünen GmbH & Co. KG?

7. A fronte delle ingenti perdite finora registrate e considerando che rapidamente è apparso evidente (cfr. citazioni rapporti di attività AET) come l’intero investimento si sarebbe risolto in un fallimento finanziario, perché la direzione di AET e il suo unico azionista non hanno informato la popolazione e non hanno elaborato un piano di rescissione del contratto di partecipazione?

B) Il contratto con EDF

A questo punto è necessario ottenere informazioni dettagliate anche su un’altra operazione di approvvigionamento che ha comportato, ci sembra di poter ipotizzare, altre perdite milionarie delle quali si hanno ancora meno informazioni rispetto al caso Lünen. Alludiamo al contratto di fornitura con la Électricité de France SA (EDF) stipulato nel 2007, a decorrere dal 1° gennaio 2008 fino al 31 dicembre 2027. L’importo per la fornitura di energia da parte di EDF ammontava a 143 milioni di franchi. Dopo la notizia pubblicata nel Rendiconto del 2007, su questo contratto sono state pubblicate solo informazioni frammentarie, palesemente incomplete. Nel rapporto di attività 2010 di AET si trova il riferimento a «un diritto di prelievo di energia da EDF (scadenza 31.12.2027)». Poi praticamente nulla fino al rapporto annuale 2014 (p.18) dove è riportato che «sull’utile netto dell’esercizio, attestatosi a CHF 0,5 mio, hanno pesato le rettifiche di valore di alcune posizioni acquisite in un periodo storico ormai alle spalle, quando vigeva il monopolio del mercato e AET aveva l’obbligo di soddisfare il fabbisogno cantonale. Tra queste si segnalano il contratto EDF e il contratto Trianel (gas), che hanno provocato importanti costi straordinari per svalutare posizioni di bilancio». 

Nel rapporto annuale del 2015 (p. 16) si legge che «sui conti 2015 pesano il risultato negativo della partecipazione nella centrale di Lünen e in particolar modo la riduzione di valore di un contratto di fornitura di energia a lungo termine, siglato nel 2007 con EDF (Électricité de France) ancora prima dell’apertura parziale del mercato svizzero. La decisione di rivedere il suo valore al ribasso va di pari passo con l’avvio di una trattativa allo scopo di ottenere un adeguamento delle condizioni contrattuali che è sfociata in una procedura giudiziaria tuttora in corso». Sempre nel medesimo rapporto annuale, a pagina 24, troviamo l’unico riferimento cifrato al contratto con EDF: «I prelievi di energia elettrica di EDF e Lünen hanno provocato un maggior costo di CHF 32,4 mio per rapporto al mercato (inclusi gli ammortamenti sugli investimenti effettuati). In assenza di un aumento sensibile dei prezzi di mercato, rispettivamente di un risultato tangibile nell’azione giudiziaria intrapresa contro EDF, queste posizioni peseranno anche sui risultati operativi dei prossimi esercizi. A livello di costi straordinari l’ampiezza della riduzione durevole di valore operata sul contratto EDF (CHF 52,9 mio) resterà un caso isolato: l’investimento è stato quasi completamente svalutato, in ragione dei prezzi di mercato ai minimi livelli registrati all’inizio del 2016. Senza l’impatto negativo di EDF e Lünen (complessivamente oltre 85 mio), nell’attività “tradizionale” AET avrebbe realizzato un risultato d’esercizio positivo, nonostante le difficili condizioni di mercato, grazie ai contratti di vendita stipulati in passato (con prezzi superiori agli odierni). L’effetto positivo dei citati contratti si è esaurito con l’esercizio 2015: gli attuali prezzi di mercato (ai minimi livelli) incideranno sui futuri risultati d’esercizio nella loro massima ampiezza». A partire dal 2015 scompaiono quasi del tutto le informazioni relative al caso EDF, se non frasi come «registrazione di un’ulteriore riduzione durevole di valore riguardante il contratto di approvvigionamento con EDF». 

Anche in questo caso sono è più che ragionevole ipotizzare perdite milionarie – decine di milioni di franchi probabilmente -, ragione per la quale si chiede al Consiglio di Stato di:

8. mette a disposizione dei membri del Parlamento il contratto di approvvigionamento di energia tra AET e Électricité de France SA (EDF); 

9. di comunicare, per ogni anno di validità del contratto, quale è stato il prezzo medio con il quale AET ha acquistato, sulla base del contratto, energia da EDF e quale è stato, per ogni anno di validità del contratto, il prezzo di vendita medio dell’energia acquistata da AET a EDF; 

10. di allestire un rapporto dettagliato sulle perdite, anno per anno, generate dal contratto tra AET ed EDF, indicando come sono state trattate contabilmente queste perdite

11. Un rapporto preciso sullo stato e gli esiti della vertenza legale promossa da AET contro EDF, anche per quanto riguarda le spese legali.

C) Renewable Energy Investments SPC (REI)

A questo punto non è possibile non affrontare anche il caso della Renewable Energy Investments SPC (REI), ulteriore esempio di una politica di investimenti scriteriata da parte dei vertici di AET che si è tradotta in importanti perdite finanziarie. Un’ulteriore dimostrazione della necessità che su AET venga esercitato un reale controllo pubblico. 

Nel 2005, AET acquista una quota del 20% del capitale azionario della Renewable Energy Investments SPC (REI), società con sede nell’isola Grand Cayman. Al capitale della REI partecipavano anche la società finanziaria lussemburghese PurEnergy SA (acquisizione di partecipazioni, licenze, ecc. di società attive nel campo energetico) e la società REnInvest SA (promozione d’opportunità d’investimento per lo sfruttamento di energie rinnovabili), delle quali AET deteneva una partecipazione azionaria via la sua società Società per Partecipazioni Energetiche SA (SPE), una subholding (con scopi prettamente fiscali) creata per la gestione e il possesso delle partecipate estere di AET. 

Un intreccio di società finanziarie che traducono l’essenza di queste operazioni volute da AET: speculazione finanziaria senza nessun rapporto con degli eventuali scopi legati  all’approvvigionamento in energia elettrica. Era la stagione della liberalizzazione del mercato dell’energia e degli investimenti finanziari considerati facili in questo nuovo campo. Peccato che AET ci si sia lanciata con i soldi pubblici… 

La REI ha gestito gli investimenti nell’energia eolica in Grecia. Inizialmente l’obiettivo era la costruzione e la gestione degli impianti. Nel 2009, cambia strategia optando per un investimento più limitato nel tempo, ossia passando alla realizzazione dei parchi eolici anziché assumere anche la loro gestione. La società partecipa dunque alla costruzione del parco eolico “Mitikas” (entrato in funzione nel 2011) e del parco “Makedonias” (entrato in funzione nel 2012). In merito all’investimento globale nella REI è piuttosto difficile ricostruirne la gestione attraverso i rapporti annuali di AET. Per esempio, oltre all’investimento nel capitale azionario della REI, AET ha erogato, nel 2011, un prestito di 2 milioni di euro per la costruzione del parco “Makedonias”, attraverso la PurEnergy SA. Nel bilancio 2009, i titoli della REI erano contabilizzati a un valore di 19,806 milioni di franchi. Negli anni successivi, AET procede a delle continue “rettifiche di valore” di questo investimento, detto altrimenti a una svalutazione continua dell’investimento, perdite registrate a debito dei costi finanziari. Si arriva dunque a fine esercizio 2015 alla completa svalutazione di questo investimento, pari a una perdita di 15,678 milioni di franchi. Nel 2018 si conclude la procedura di liquidazione e la società Renewable Energy Investments SPC (REI) è sciolta. Dunque, in conclusione, anche questa “avventura” si conclude con pesanti perdite finanziarie per AET, ragione per la quale chiediamo al Consiglio di Stato: 

12. Un rapporto completo e dettagliato sull’investimento nella società Renewable Energy Investments SPC (REI), in particolare per quanto riguarda le perdite accumulate e contabilizzate da AET.

Pino Sergi e Matteo Pronzini, granconsiglieri MPS


Germania, nei villaggi neonazi la nostalgia dei Reich è uno stile di vita

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

C’è una grande pianura, a est dell’Elba, dove si annida la peste. Tra Amburgo e Hannover, le sconfinate lande intorno a Lüneburg sono diventate l’epicentro di un fenomeno inquietante, che sta crescendo a macchia di leopardo e lontano dell’attenzione pubblica. Sono insediamenti di famiglie che vivono secondo il credo “völkisch”, l’ideologia ottocentesca da cui scaturì il nazismo, e che si stanno allargando. Stirpi brune che puntano a colonizzare la Germania cacciando tutti gli elementi che ritengono impuri: stranieri, ebrei, diversi.

Nella Piana della Bassa Sassonia, i “völkischen” trovano terreno fertile perché fu una delle aree dove il nazismo attecchì per primo. E in quella parte dell’estremo nord tedesco, le camicie brune resistettero fino all’ultimo all’avanzata degli Alleati, nella primavera del 1945. Poi, caduto Hitler, in questi villaggi sperduti arrivò un uomo che i contadini, i loro figli e le loro mogli cominciarono a chiamare affettuosamente «zio Adolf». Viveva in una fattoria a nord di Celle, sotto falso nome, allevando galline e lavorando come tagliaboschi. Tutti sapevano chi fosse e nessuno lo denunciò. Nel 1950 fuggì in Sudamerica e sparì per decenni. Era Adolf Eichmann.

In queste zone spopolate, tra fattorie antiche e case dai tetti bassi e i mattoni rossi, alcune famiglie sono naziste da generazioni. E in questi ultimi decenni, hanno attirato una miriade di persone che la pensano come loro. Tra gli storici nuclei bruni dei dintorni di Uelzen, c’è ad esempio la stirpe dei Mayer-Sande. Il capostipite, Hans-Herbert, fu il primo a issare la svastica sul campanile del villaggio, nel 1930. Più tardi, si arruolò nelle Sa e dopo la guerra rimase fedele all’ideologia hitleriana. Nel 1987, quando morì in carcere Rudolf Hess, uno dei più grandi criminali nazisti, Mayer-Sande comprò un’intera pagina di un giornale locale per celebrare un «eroe». Scrisse che «forse siamo gli ultimi di ieri, ma saremo anche i primi di domani». E non lo scrisse a caso.

I suoi due figli, Götz-Dietrich e Hellmut, sono stati membri di organizzazioni neonaziste come il “Bund heimattreuer Jugend” e vicini al terrorista bruno Manfred Roeder. Tra le nipoti, spiccano Irmhild e Hildburg; la prima è fotografata spesso alle manifestazioni di estrema destra, le stesse sporadicamente frequentate da uno dei leader dell’Afd, Björn Höcke. La seconda è sposata con il deputato locale dell’Afd, Peer Lilienthal. I loro figli lavorano nelle fattorie di famiglia.

Ma dimenticate i neonazisti con le mazze da baseball, gli hooligan dalle teste rapate. Le famiglie “völkisch” si vestono come i contadini e gli artigiani dell’Ottocento, hanno nomi che ricordano le saghe nibelunghe e le leggende di Edda, fanno una miriade di figli e cercano rifugio lontano dalle città, ritenute «la tomba della razza». E sognano, un giorno, di riprendersi quella che ritengono la loro terra. Il loro credo è «sangue e zolla», come un secolo fa.

«Attenzione: non sono rozzi. Anzi, si considerano un’élite: suonano tutti almeno uno strumento musicale, sono i primi della classe, studiano all’università per essere i migliori. E pensano non in termini di mesi o anni, ma di generazioni. Si preparano al giorno X in cui riconquisteranno la “loro” Germania». Isa von Bismarck-Osten è discendente del fratello del grande cancelliere dell’Unità tedesca, Otto von Bismarck. E puntualizza che «è molto difficile descrivere con precisione il fenomeno dei “völkischen» perché è molto esteso e variegato. E fa parte di un’enorme rete di estrema destra che è molto interconnessa e che va dagli Identitari, ai neonazisti classici, a movimenti esoterici come Anastasia, all’Afd».

Isa von Bismarck-Osten 

La incontriamo nel cuore nero della Piana di Lüneburg, nella casa di campagna diMartin Raabe, l’ex pastore protestante che ha fondato un movimento che si sta ribellando da anni alla conquista delle campagne da parte dei colonizzatori bruni, “Beherzt”. Isa von Bismarck-Osten si è trasferita a Uelzen nel 2017. «Venivo da Colonia. E dopo un po’ ho iniziato a chiedermi: ma come mai ci sono dei ragazzini che girano con la svastica sul collo, bambini che disegnano le rune all’asilo?». E ha scoperto i “völkischen”.

Martin Raabe e sua moglie Ernestine conducono una vita sulla lama del rasoio. Girano per i villaggi per spiegare il fenomeno della colonizzazione bruna, parlano con le scuole, con i vicini di casa dei “völkischen” per aiutarli a resistere. Hanno creato una “croce dis-uncinata”, rosa e gialla, che invitano ad appendere sulle staccionate, alle porte dei fienili, accanto alla porta di casa. Funziona. Tanto che la coppia ha cominciato a ricevere telefonate minatorie di notte, e le croci vengono staccate, spezzate, «e qualcuno ha aggiunto gli uncini per ritrasformarle in svastiche», sorride Martin.

Ma uno degli aspetti più inquietanti dei “völkischen” è la loro strategia di reclutamento, ci spiega sua moglie Ernestine. «Non sono aggressivi, a meno che non si cerchi di combatterli. Perché allora diventano pericolosi. Ma quando arrivano nei villaggi, cercano subito di rendersi utili. Sono quelli che ti vengono a riparare il fienile, che arruolano i loro educatissimi bambini per mettere a posto dopo le feste di paese, che si offrono di restaurare gli edifici abbandonati per restituirli alla comunità». E si arruolano nelle associazioni locali, nei circoli di caccia, nei pompieri, infestandoli delle loro idee malate. «È molto difficile combatterli, se tanta gente dei villaggi ci dice “ma sono così gentili e disponibili”», ci racconta Martin.

Un esempio classico è Thomas Kuke, esponente di spicco dei “völkischen”, avvistato alle manifestazioni naziste a Dresda, peraltro accanto all’esponente dell’Afd Maik Hieke, e nel 2016 al “Maitanz”, una festa tradizionale vicino a Uelzen che pullulava di esponenti del partito neonazista Npd. Ma nella vita di tutti i giorni fa il fisioterapista della squadra di pallavolo di Lüneburg, in serie A. E i Kuke sono tutti attivi nella squadra dei pompieri e nelle associazioni locali.

Ernestine e Martin Raabe, però, non demordono. Sono intervenuti quando un uomo si è rifiutato di mandare suo figlio in una classe perché c’era bambino straniero o perché un membro di una nota stirpe “völkisch”, i Fachmann, insegnava nella scuola di loro nipote. Ora non può più insegnare storia. Ma a volte nessuno riesce a rompere il muro dell’orrore. Dieci anni fa una famiglia di qui, cultrice della “Nuova medicina germanica”, si rifiutò di dare l’insulina alla figlia diabetica. Per tanti “völkischen”, la medicina allopatica è una “diavoleria degli ebrei”. A Natale del 2015, la piccola Sighild morì tra atroci sofferenze tra le braccia della madre. Aveva quattro anni.

Nell’immagine: riti neopagani e simboli nazisti


Capitalismo di piattaforma, la svolta neo-reazionaria

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

Di Tiziana Terranova, il manifesto

Dopo la foto di Mark Zuckerberg (Meta), Jeff Bezos (Amazon) e la fidanzata Lauren Sanchez, Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk allineati il giorno dell’Inauguration Day di Trump, la Silicon Valley ha perso anche la vecchia apparenza di fortino “liberale”, o perlomeno progressista secondo la tradizione Californiana. Gli eventi delle settimane successive che hanno avuto per protagonisti Donald Trump e il “presidente ombra” Musk hanno cominciato a dare sostanza alla svolta neo-reazionaria del cosiddetto capitalismo di piattaforma.

GIÀ IL MOVIMENTO delle cryptomonete si era rivelato vicino alla neo-reazione, come nel caso del Cto di Coinbase, Balaj Srivasan, autore del libro manifesto The Network State e proponente addirittura di una adozione di tattiche mutuate dal sionismo per cacciare quelli di sinistra e i poveri da città come San Francisco. Tuttavia la velocità del cambiamento che si è manifestato rimane sorprendente e sarebbe stato inimmaginabile solo fino a qualche mese fa.

Non solo Meta ha smantellato i servizi di fact-cheking (che comunque non aveva mai amato e che gli erano stati più o meno imposti dai Democratici), ma ha addirittura seguito subito Trump nello smantellare tutte le politiche interne di sostegno alla diversità (le cosiddette Dei o “Diversity, equity, and inclusion”) che miravano ad aumentare il numero di donne, latini e afroamericani nella propria forza lavoro così come introdotti quando la femminista liberale Sheryl Sandberg lavorava in azienda. Infine ha tolto dai propri calendari automatici eventi come il Black History Month o il Gay Pride (definendoli insostenibili) mentre su Google Maps il Golfo del Messico diventa improvvisamente Golfo d’America.

IL CAPITALISMO di piattaforma si unisce dunque alla crociata neoreazionaria contro le donne, la comunità LGBQI+, i neri, l’ambientalismo dando una dimostrazione della velocità attraverso cui le piattaforme informatiche possono letteralmente cambiare i rapporti di forza e cancellare conquiste politiche e sociali. Quello che l’economista e premio Nobel americano Paul Krugman definisce l’Auto Golpe di Trump (un colpo di stato in cui un leader arriva al potere legalmente attraverso le elezioni, ma vi rimane con mezzi illegali) si sta manifestando letteralmente come un colpo di stato informatico.

Al cuore della tempesta che in questo momento scuote le istituzioni americane c’è dunque il nuovo Dipartimento per l’efficienza governativa affidato a Musk. Le ultime rivelazioni di Wired (una rivista che si sta posizionando all’opposizione rispetto a Trump/Musk) e del sito investigativo Critical Notes di Nathan Tankus parlano di un accesso e modifica senza precedenti concesso a uno dei giovani informatici di Doge (Marko Elez) al sistema di pagamenti federali.

QUESTE AZIONI si uniscono a quelle messe in atto da Trump che ha sospeso i finanziamenti alla ricerca per verificare la presenza di parole vietate (come genere, razzismo, inclusione, diversità, transgender, cambiamento climatico etc), la riduzione drastica della quota dei finanziamenti alla ricerca che sostengono le infrastutture delle università e allo smantellamento generale di tutte i programmi governativi di inclusione e diversità, che si aggiungono ai licenziamenti nell’Fbi e ai rastrellamenti di migranti da parte della famosa polizia Ice.

Di fronte a questa intensificazione dell’ondata neo-reazionaria, la risposta si sta manifestando essenzialmente in forme legali (vari appelli e mozioni per fermarli) mentre i movimenti di protesta in strada sembrano ancora molto limitati. Rispetto a questo quadro generale ci sono alcune considerazioni che vale la pena fare: innanzitutto il modo in cui esse restituiscono quelle che sono le potenzialità intrinseche e già attive della piattaformizzazione delle infrastrutture statali di governo attraverso cui le capacità di comando e controllo (già migrate dal mondo militare a quello dell’impresa) si esercitano. L’infrastruttura informatica è cioè già in grado di comandare immediatamente le varie branche dei servizi statali (come ben sa chi lavora nella sanità, nella scuola o nell’università) dove già da anni ha contribuito a una verticalizzazione del comando e a uno svuotamento della democrazia.

NEL CASO ITALIANO, per esempio, i tagli massicci all’Università pubblica si innestano nella trasformazione di finanziamenti attraverso l’introduzione dei parametri di premialità, introducendo una variabilità che sta completamente destabilizzando la capacità di erogare un servizio pubblico. In secondo luogo, bisogna assumere come un dato il fatto che il Capitalismo non si serve tanto delle differenze preesistenti (genere, razza, etnicità) per strutturare il suo comando, ma che la matrice moderna del potere è data dalla co-operazione di Capitalismo, Patriarcato e colonialismo. In terzo luogo, non bisogna sottovalutare l’effetto imitazione indotto dall’audacia dimostrata da Trump e Musk, cioè il tentativo di riprodurre metodi e spinte anche in altri contesti.


Così Trump vuole “mangiarsi” l’Ucraina: nella bozza di accordo condizioni che sembrano riparazioni

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

A Kiev sono andati nel panico appena hanno visto la bozza del documento confidenziale arrivato da Washington il 7 febbraio 2025. Perché, più che un accordo con un alleato, quello proposto da Donald Trump all’Ucraina sembra una spietata morsa finanziaria, con gli Stati Uniti che potrebbero così “appaltare” Kiev, dopo tre anni di guerra sanguinosa.

Il Telegraph ha pubblicato il documento, insieme al Financial Times nel weekend. Secondo il quotidiano conservatore, i 500 miliardi di dollari in terre rare e minerali preziosi che Trump avrebbe chiesto al presidente ucraino Zelensky in cambio della sua protezione dopo la presunta pace con la Russia, sono un peso gigantesco per Kiev. Che vanno ben oltre lo sfruttamento di giacimenti. Che interesserà qualsiasi risorsa del Paese come porti, infrastrutture, petrolio, gas. E che, in pratica, rappresentano riparazioni che, in percentuale di Pil, sono superiori addirittura a quelle inflitte alla Germania a Versailles dopo la Prima Guerra Mondiale.

A leggere i termini legali del documento, secondo il Telegraph, un simile accordo significherà “la colonizzazione economica perpetua dell’Ucraina da parte degli Stati Uniti. Il fardello di queste riparazioni non è assolutamente sostenibile”. In pratica, Trump chiede a Kiev innanzitutto di stabilire un fondo comune che tenga lontano “attori ostili dello scenario geopolitico a non beneficiare della ricostruzione del Paese dopo la guerra. Ciò include risorse minerarie, petrolio, gas, porti e altre infrastrutture”. Il tutto regolato “dai tribunali di New York”.

Eppure, lo stesso Zelensky aveva inizialmente proposto un accordo simile su terre rare agli Stati Uniti: diversi giacimenti sono nei pressi delle zone occupate dalla Russia di Putin, quindi al presidente ucraino questa concessione pareva anche sinonimo di garanzia. Ora, però, sembra che, offerto il dito, Trump si voglia prendere tutto il braccio di Zelensky. Gli Usa infatti, secondo il documento, vogliono intestarsi “il 50% del fatturato relativo all’estrazione di risorse e il 50% di tutte le nuove licenze concesse a parti terze”, sulle quali Washington avrà comunque la priorità, insieme ai futuri progetti, “oltre al controllo pressoché totale di risorse e merci dell’Ucraina”.

Insomma, gli Stati Uniti starebbero trattando l’Ucraina “come un aggressore in guerra, poi sconfitto”. Qualora Kiev controfirmasse la bozza di documento americano, “si tratterebbe di condizioni e penalità finanziarie peggiori di quelle imposte allaGermania e al Giappone dopo la Seconda guerra mondiale. Ma soprattutto, la cifra richiesta da Trump di 500 miliardi in terre rare, con tutte le condizioni espresse nel documento, rappresenterebbe un peso per Kiev “peggiore di quello del Trattato di Versailles contro la Germania nel 1919. Mentre la Russia potrebbe scamparla e non pagare niente”.

Ma Trump insiste: gli Stati Uniti “hanno buttato 300 miliardi di dollari” sinora nella guerra in Ucraina, anche se in realtà il Congresso ne ha approvati 175. E, come ricorda ilTelegraph, 70 miliardi di questi sono praticamente ritornati negli Stati Uniti visto che si tratta di contratti di armi con produttori americani, mentre buona parte del resto degli aiuti sono prestiti a lungo termine. Ma Trump aveva già espresso un velato ricatto all’Ucraina qualche giorno fa in una intervista a Fox News: “Hanno grandi risorse minerarie. Potremmo arrivare a un accordo, o forse no… Gli ucraini potrebbero diventare russi un giorno, o forse no… ma quei soldi li rivoglio indietro”.


Sergio Rossi – Aiuti pubblici a UBS. Per chi?

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


E rimasero col cerino in mano

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

“Dolcetto o scherzetto” è l’allegra minaccia che tutti i bambini e le bambine recitano alla porta dei vicini di casa nella notte di Halloween. Lo scherzetto l’hanno fatto nella notte di lunedì 10 febbraio i consiglieri comunali PLR di Lugano ai leghisti & uddicì presentando un paio d’ore prima della seduta del Consiglio comunale (Cc) un emendamento al messaggio municipale (MM). Si chiedeva al legislativo un credito di costruzione di 2,7 milioni di franchi per l’adozione di nuove zone con moderazione di velocità 30/20 km all’ora in alcune aeree residenziali ritenute sensibili con l’obiettivo di migliorare la sicurezza stradale e la qualità di vita sul territorio cittadino. L’emendamento PLR – un taglio di 900 mila franchi per i nuovi totem e di 400 mila per le «situazioni non prevedibili» – è stato approvato in votazione finale con 32 voti favorevoli e 25 contrari. Trattandosi di un credito di investimento occorreva la maggioranza assoluta di 31 voti.

Uno scherzetto, una «giravolta in stile Lambiel» (cit.) che ha fatto infuriare la Lega e i loro cuginetti UDC, convinti dell’astensione dei liberali e, di conseguenza, della fucilazione del Messaggio municipale. Per cui, ecco che «il referendum è doveroso», ma anche molto rischioso. Perché “le balle” hanno le gambe corte e la “gente” che vive nelle aree residenziali dei quartieri lo sa. Basterebbe infatti leggere le 19 pagine del Messaggio municipale N. 11552, oggetto della votazione, per capirlo. Ma come dice il sindaco leghista Michele Foletti, «chi parla della generalizzazione della moderazione del traffico è in malafede» (laRegione, 10 febbraio). Concetto ribadito dalla municipale Karin Valenzano Rossi, responsabile del dossier, nel giorno di S. Valentino, con un messaggio d’amore alla destra: «Non verrà messo a Lugano alcun limite generale di 30 km/h. Sulle strade di scorrimento delle auto e del trasporto pubblico il limite generale rimarrà di 50 km/h. Nessuna misura punitiva contro chi guida, né limitazioni generalizzate della mobilità privata» E ancora: «Sono anch’io un[‘] automobilista e comprendo appieno lo spauracchio di un simile scenario, che non è minimamente voluto né previsto a Lugano: sicuramente non da me o da questo Municipio» di destra (Corriere del Ticino, 14 febbraio). Non vogliamo crederle? Che poi ci sia così tanto amore nel PLR e nella Lega è da verificare: lo spazio che divide le poltroncine dei municipali da quelle dei consiglieri sta diventando un problema grosso come la copertura della ‘trincea ferroviaria FFS‘ di Massagno.

E già che parliamo di problemi, ce ne sarebbe un altro, anch’esso grosso come il “Palacongressi di là da venire”, per un Paese normale: il conflitto di interesse, ma forse più di personalità, tra il municipale Lorenzo Quadri (nei giorni feriali) e il giornalaio Lorenzo Quadri (nel fine settimana): ne fa fede l’articolo pubblicato a p. 3 sull’ultimo numero del settimanale indipendente dalla Lega, firmato Lorenzo Quadri. Visto che non c’è più il rispetto della collegialità e che viviamo in un tempo gramo, in cui i bulli sgovernano, invito l’amico Raoul Ghisletta a seguire le orme del collega Quadri e a pubblicizzare ogni volta la sua contrarietà per le decisioni prese dall’esecutivo di cui fa parte, cioè ogni settimana.


Ma Bruxelles decida di non farsi bullizzare

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

Di Tommaso Nannicini, La Stampa

Il bullismo sembra la nuova stella polare della politica internazionale. Con la legge della forza che torna a farla da padrona e l’aggressività social che rimpiazza la diplomazia. Tanto che è normale che il presidente americano minacci di annettersi la Groenlandia. E il suo vicepresidente si permetta di dire che la democrazia europea è in pericolo perché gli estremisti di destra non hanno libertà di parola, quando pare di sentire solo loro. «I nuovi pistoleri delle nostre vite», per dirla col direttore Andrea Malaguti, ridisegnano i tempi e gli spazi della geopolitica. E l’Europa? È condannata a farsi bullizzare da Stati Uniti, Cina e Russia? La famosa frase attribuita a Henry Kissinger, «chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?» , oggi andrebbe riscritta. Per diventare: chi devo seguire sui social media per capire che cosa vuole l’Europa? Chi è l’Influencer-in-chief?

Sbaglieremmo a cavarcela dicendo che l’Europa è diversa e deve continuare a mostrarsi tale, puntando tutto sul suo soft power e sulle ragioni del multilateralismo. Certo, non possiamo metterci a fare i bulli anche noi, ma dovremmo trovare una strategia credibile per non farci bullizzare. Anche i poteri «morbidi» hanno bisogno dell’ombra della forza: magari non ostentata, ma presente qualora si renda necessaria. Quell’ombra oggi non c’è. E non possiamo nasconderci dietro l’ombra della forza americana. Anche quando Trump e soci passeranno, portandosi via la parte più folkloristica del bullismo a stelle e strisce, alcuni cambiamenti resteranno, come l’allontanamento degli Stati Uniti dalla Nato e il loro crescente protezionismo commerciale. L’Europa deve farsene una ragione.

Le ricette per uscire dall’angolo e fare dell’Unione Europea (o di un suo sottoinsieme) un vero attore geopolitico, ci sono. La Commissione Von der Leyen ha appena proposto di ammorbidire le regole fiscali europee per consentire maggiori spese militari. E Il piano Draghi prevede investimenti pubblici e privati per rafforzare l’indipendenza strategica dell’economia europea e il suo tasso di innovazione. Esercito, materie prime, algoritmi. Ma tutti questi sforzi rischiano di non produrre nulla, se non si affrontano le cause che frenano il cambiamento. Procedere in ordine sparso non porterà a niente. E l’Unione Europea non ha le risorse proprie (e le istituzioni politiche) per muoversi da sola.

Il tema delle risorse proprie è prioritario, perché la sovranità senza risorse è un’ombra senza sostanza. Nel corso della storia, gli Stati nazionali sono stati forgiati da guerre e tasse. Per evitare le prime, servono le seconde. Oggi l’Unione Europea si trova a un bivio simile: aspira all’autonomia strategica, ma senza risorse proprie la sua sovranità resterà un miraggio. La storia insegna che l’autorità politica ha sempre seguito il denaro.

Dalle città-stato dell’Italia rinascimentale ai moderni Stati nazionali, il controllo delle risorse ha sempre significato controllo sul proprio destino. Le ambizioni europee di influenza geopolitica, leadership tecnologica e coesione sociale non possono poggiare soltanto sulla buona volontà degli Stati membri. Senza una vera unione fiscale, l’Unione Europea non può essere un attore globale. Servono tasse e debiti: il cuore della sovranità fiscale deve spostarsi in maniera consistente a livello europeo. Basta pensare alla telefonata di Trump a Putin, che in un colpo solo ha estromesso Ucraina e Unione Europea. Se ci fosse già stata un’Europa capace di badare a sé stessa e mobilitare le risorse economiche per gestire una crisi geopolitica di questa portata, il presidente degli Stati Uniti d’Europa avrebbe convocato Zelensky, facendosi una foto con sullo sfondo tutti i capi di governo europei, garantendogli che se l’Ucraina non ritiene la pace giusta, l’Ue è pronta a sostenere da sola la sua guerra di difesa (in fondo parliamo dello 0, 2 percento del Pil europeo).

Questa scena non la vedremo. Perché mancano risorse economiche per sostenere istituzioni compiutamente europee. Ma nel mondo che si apre, non ci sono alternative a spostare il cuore della sovranità europea, tasse e debiti, ancora di più a livello europeo. Con chi ci sta, con chi è pronto a fare questo passo. L’alternativa è quella di farci bullizzare. Alternativa a cui, come europee ed europei, prendendo a prestito la canzone sanremese di Willie Peyote, dovremmo rispondere: grazie ma no, grazie.


C’era una volta l’Occidente

Il vice di Trump pretende di dare lezioni anche al pontefice. La trasformazione del cattolicesimo americano, che probabilmente guarda già alla successione di Bergoglio 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Non abbiamo più certezze. A nemmeno un mese dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, queste quattro parole condensano il senso dello sconvolgimento in corso sotto i nostri occhi. Al netto degli annunci di propaganda, la rivoluzione geopolitica in corso già segnala la crisi esistenziale della famiglia atlantica, il riavvicinamento fra Stati Uniti e Russia, la congiunzione delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, da interpretare entro una medesima equazione. Tutto sullo sfondo della vera sfida strategica globale, quella che oppone Stati Uniti e Cina. In tutte queste partite noi europei siamo al meglio attori secondari. Soprattutto, senza più bussola.

Il vertice improvvisato fra otto Paesi atlantici convocato a Parigi da Macron è insieme sintomo di disperazione e primo pallido segnale di un tentativo di riscossa dei vedovi della vecchia Nato, depotenziata da Trump e Putin. A partire dalla tardiva consapevolezza che quando il gioco si fa durissimo le strutture dell’Unione Europea non reggono la competizione. L’incontro fra sette Paesi Ue più il Regno Unito ormai nel mirino del “fraterno” alleato a stelle e strisce per affrontare l’emergenza sicurezza in Europa sancisce il superamento di schemi consolidati da tre quarti di secolo.

Il formato Ue scade insieme a quello Nato. A conferma che la costruzione europeista era figlia della scelta atlantica americana, sicché non funziona più quando l’Atlantico si allarga al punto di imporre ai soci europei di cercare alternative al cosiddetto “ombrello nucleare” Usa. Il tentativo di formare un nucleo di Stati europei decisi a rifondare insieme le basi della nostra sicurezza continentale è presa d’atto di una drammatica realtà per troppo tempo mascherata dalla retorica atlantista ed europeista.

Ma da dove si riparte? Se si vuole tracciare un percorso comune fra i «principali Paesi europei» (definizione di Macron), senza pretendere che il formato parigino sia esclusivo — può essere allargato ma anche ridotto — occorre prendere atto di tre spiacevoli realtà.

Prima, e principale. Negli Stati Uniti è in corso un cambio di regime che ne scuote identità, fondamenta e istituzioni. Le éliteamericane sono divise su tutto meno che sulla priorità di impedire il sorpasso cinese. Più precisamente, non è accettabile che Pechino scavalchi Washington nelle nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale e dallo spazio. Tutto il resto è funzione di tale imperativo. A cominciare dal tentativo di scardinare la strana coppia Russia-Cina, due nemici storici paradossalmente uniti dagli Stati Uniti nella crisi ucraina.

In questo rovesciamento di campo gli europei sono marginali e divisi fra chi vorrebbe riprendere a dialogare e commerciare con la Federazione Russa (i vecchi europei occidentali) e chi si augura sparisca dalla faccia della terra (scandinavi, polacchi e altri baltici). Quanto a Putin, il suo interesse è normalizzare le relazioni con gli Usa per non finire la sua carriera di autocrate come junior partner di Xi Jinping.

Seconda, e connessa. Americani e russi sono interessati a estrarre Israele dalla trappola strategica in cui è finito e costruire un equilibrio mediorientale nel quale saranno coinvolti anche turchi e sauditi oggi, iraniani forse domani. Il fatto che i primi negoziati fra Stati Uniti e Russia sull’Ucraina si svolgano a Riad simboleggia il parallelismo fra i conflitti ucraino e mediorientale. Ovvero la necessità di allargare il campo negoziale attraverso un meccanismo di concessioni e intese bilanciate.

Terza, e strutturale. Gli ex protettori americani chiedono ai non più protetti europei sacrifici che non siamo in grado di sostenere. Non è solo questione di spese per la difesa. È l’incompatibilità fra le nostre emergenze di sicurezza e la mentalità di popolazioni che da tre generazioni hanno introiettato la certezza che la guerra in Europa fosse stata abolita per sempre. Per tacere della nostra età mediana, destinata a presto toccare il mezzo secolo, che esclude la disponibilità delle maggiori collettività continentali a impegnarsi in qualsivoglia campagna bellica.

Le principali vittime sono e saranno gli ucraini, che dopo tre anni di resistenza all’invasione russa paiono allo stremo. E si scoprono abbandonati dagli americani. Voltafaccia che certo non può essere compensato dagli europei. Si ripete per l’ennesima volta uno scenario già visto, previsto e incredibilmente rimosso, con gli americani indifferenti alla sorte di Kiev perché impegnati in superiori partite e gli europei che non possono o non vogliono far seguire fatti alle parole. Fra vaghezze e ipocrisie. C’era una volta l’Occidente.

Nell’immagine: Parigi, 17 febbraio: i leader al vertice sull’Ucraina e sulla difesa europea convocato da Macron