C’è del metodo in questo caos

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

I mercati finanziari, depositari delle aspettative razionali degli attori economici, celebrati da fior di economisti e premi Nobel, sembrano aver smarrito la loro presunta capacità di previsione di fronte al caos generato dalla nuova amministrazione Trump. Di fronte al dilemma fra politiche dei dazi, annunciati, ritirati, reiterati, che portano inevitabilmente all’aumento dell’inflazione e al rafforzamento del dollaro – perché se le merci importate costano di più, la domanda di dollari, e dunque il loro valore, aumenta -, di fronte ai licenziamenti di massa nel settore pubblico e alle deportazioni dei migranti indesiderati, che non potranno che incidere negativamente sulla domanda aggregata di beni e servizi, di fronte, insomma, alla prospettiva di una recessione, gli operatori finanziari sembrano davvero dei pugili suonati.  

Si aspettavano ben altro, in effetti, una nuova età dell’oro, un’era di prosperità per tutti, fatta di aumento del potere di acquisto, di esportazioni e di investimenti produttivi. Invece, da più parti si parla con sempre più insistenza del rischio reale di recessione, peraltro confermato candidamente dallo stesso Trump, con effetti immediati sugli indici borsistici. 

La politica della nuova amministrazione Trump sembra invero caotica e improvvisata, come traspare dalle reazioni dei mercati finanziari. Ma dietro questo apparente disordine si intravede, invece, una precisa strategia, una strategia ispirata alla “dottrina dello shock”, efficacemente descritta da Naomi Klein nel suo libro Shock politics del 2017. Ossia, la strategia di utilizzare il disorientamento dell’opinione pubblica dopo un trauma collettivo, per far passare misure radicali a favore del potere costituito. Lo shock “deve essere qualcosa di brutto e grosso che ancora non comprendiamo. Lo stato di shock subentra quando si spalanca un baratro tra i fatti e la nostra capacità iniziale di spiegarli”. Che cosa non comprendiamo? Che Trump vuole, appunto, provocare una recessione. 

“Lo scopo di Trump sarebbe provocare un rallentamento della crescita, e di conseguenza la disinflazione. Così la Federal Reserve si sentirebbe libera, o meglio obbligata, a tagliare i tassi, favorendo la svalutazione del dollaro”. Così Paolo Mastrolilli su Affari & Finanza di lunedì 10 marzo 2025. E a ragion veduta: che senso ha attirare imprese negli USA per poi lasciarle in balia di un dollaro forte che penalizza le esportazion? La stessa crisi borsistica asseconda, paradossalmente, la strategia di Trump: farebbe abbassare i tassi d’interesse, contribuirebbe così all’indebolimento del dollaro e faciliterebbe l’industria esportatrice, contenendo allo stesso tempo, gli eccessi della finanziarizzazione. Come ben sintetizzato da Gillian Tett sul Financial Times dell’8/9 marzo 2025, Trump punta alla reindustrializzazione, più che alla finanziarizzazione degli USA: “It’s about Main Street, not Wall Street”. 

Puntare allo “shock recessivo” per ottenere ciò che la politica dei dazi non permette di realizzare (abbassamento dei prezzi dei beni di consumo e abbassamento dei tassi d’interesse con conseguente svalutazione del dollaro), è il grande gioco della nuova amministrazione Trump. Ma è un gioco estremamente pericoloso. Non solo le grandi promesse elettorali verrebbero platealmente disattese, ma l’aumento della povertà e in generale il peggioramento delle condizioni di vita potrebbero provocare rivolte sociali tali da compromettere o minare le ambizioni del Presidente unto dal Signore. Visto dall’esterno, questo scenario potrebbe pure essere auspicabile, vista l’apparente paralisi politica delle forze di opposizione. Ma in questo contesto è bene essere cauti. Una rivolta sociale causata da un disegno che risponde ad una precisa strategia, rimanda ad un altro livello della shock politics, quello dell’accelerazione autoritaria, di una instaurazione di uno Stato di eccezione, tale da eliminare del tutto il sistema di pesi e contrappesi che ancora dimostra di poter intralciare, anche se con sempre meno forza, il cambiamento di regime. Il regime di una “democrazia senza diritti” sul modello di Orbán, basato sul contrasto all’immigrazione, il tradizionalismo culturale, la restrizione dei diritti civili, lo strapotere dell’esecutivo e la persecuzione degli oppositori. 

Il fatto che Trump intenda spostare 35 mila uomini dell’esercito statunitense di stanza nel Vecchio Continente, dalla Germania all’Ungheria, autorizza a pensare che la strategia autoritaria abbia una portata che va oltre i confini americani e che punta non alla distruzione dell’Europa, terra “rara” da ricolonizzare, ma alla sua fascistizzazione. Un’Europa che a questo punto non avrebbe neanche più ragione di armarsi per difendersi dai “nuovi amici”. Ma questa è un’altra storia, un altro shock. 

Scritto per laRegione


Anche nel nostro piccolo stiamo vivendo giornate in salita e controvento

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

La giornata uggiosa di oggi (14 marzo 2025), ma anche quella di ieri e quelle dei prossimi giorni, non aiutano ad essere, non dico felici, ma almeno sereni. Se poi vado a leggere i portali di informazione locali non posso che precipitare nello sconforto, e ciò nonostante mi mantenga volutamente lontano dalle brutte notizie internazionali per non cedere definitivamente alla risoluzione di prendere il treno per Lourdes (accompagnato possibilmente da una cugina e da qualcuno che provi «tristezza per quei poveri due che non si parlan più»).

Cosa mi ha colpito in negativo oggi? Due notizie, di per sé non gravi, ma significative del livello che la politica ha raggiunto (si fa per dire) nel Canton Ticino che, come diceva il mio maestro, ha i suoi angoli. Ma non si preoccupino i difensori nostrani: all’estero, come detto, si sta peggio, molto peggio. Vediamo le due notizie: dalla più piccola alla meno grande.

Leggo su «Ticinonews», sotto la rubrica Top News, che i parcheggi del Lido comunale di Lugano «sono monopolizzati dai frontalieri». Ohibò! Ciò è fonte di grande preoccupazione per un consigliere comunale della città tanto da spingerlo a interrogare il Municipio: «Numerosissimi frontalieri parcheggiano in loco le proprie auto sin dalle prime ore del mattino e le lasciano lì tutto il giorno, raggiungendo poi il loro posto di lavoro in monopattino». Tutto questo «a scapito degli utenti della piscina che pagano l’affitto della cabina, aumentata oltretutto di 50 franchi, e l’abbonamento stagionale». Il consigliere comunale, ritenendo che il parcheggio del lido «debba essere a disposizione degli utenti che frequentano giornalmente la piscina e che versano circa 550/600 franchi fra abbonamento e cabina», chiede all’esecutivo «che la tariffa attuale dei posteggi venga adeguata a quella degli altri autosili di Lugano, in modo che il parcheggio non venga più preso di mira e lasciato agli utenti del lido». Infatti, vedo spesso, da bravo umarell come sono, molte famiglie che da novembre a maggio fanno la coda alle casse del lido per poter stendere sul manto erboso il loro asciugamano. Per contro non ho mai visto file di monopattini (immagino) azzurri che sfrecciano verso il centro città: ma forse dovrei svegliarmi all’alba. Speriamo che il Municipio recepisca questa giusta preoccupazione e modifichi di conseguenza le tariffe prima che qualcuno lo scriva su qualche portiera di italiche autovetture.

L’altra notizia, senz’altro più immaginifica, meno scontata, è scaturita dalla penna di una signora, anch’essa consigliera comunale di Lugano ma con un seggio suo anche a Bellinzona, dove si riuniscono i gran consiglieri. Dalle pagine de «laRegione online», la signora, per il tramite di una mozione indirizzata sempre al Municipio luganese, propone addirittura di rivoluzionare il Campo Marzio. Come? Proponendo «un insediamento balneare con annessa Spa di fianco al Lido, al posto dei campi da tennis. Che andrebbero spostati oltre la strada, al posto del Centro esposizioni. Il quale sarebbe a sua volta da spostare fuori città». Forse, in un momento brevissimo di lucidità, ella si accorge che la proposta «può sembrare un’idea un po’ folle»: è lei stessa (e nessun altro/a) che lo scrive; ma si riprende subito e, correggendosi, afferma che il progetto «si inserirebbe in modo ottimale in questo comparto, anche in considerazione del funzionale e sempre attuale centro del Palazzo dei congressi». E conclude così: «Il tanto sospirato centro eventi / esposizioni, potrebbe essere tranquillamente ubicato parzialmente nel comparto ex Macello (sic!) dando quindi più ampio respiro al comparto e progetto “Conza” ormai obsoleto, o ancora meglio dovrebbe essere realizzato all’esterno della città, in zona periferica come già avviene nelle maggiori città della Svizzera e del mondo». Il modello immaginato dall’ispirata consigliera comunale è una sorta di parco acquatico con annessa zona benessere. E come esempi alti indica i bagni termali di Scuol e le Saline di Locarno. Poi, non contenta e credendo di “fare la colta”, cita a sproposito Le città invisibili di Italo Calvino. Chi di voi lettori è già stato a Scuol e a Locarno capirà facilmente perché è bene evidenziare che questa è una fantasia ed è giusto che tale rimanga. Come dire: tante idee e tutte ben confuse.

Saranno anche stranezze, libere fantasie, ma sia l’interpellanza che la mozione sono degli “atti politici” che terranno occupati alcuni funzionari della città di Lugano, i quali dovranno trascorrere ore non tanto per rispondere ai grandi quesiti politici posti dagli onorevoli, ma per riprendersi dallo sconforto. Lo stesso nel quale anch’io sono precipitato.

Nell’immagine: le terme “Bogn Engiadina” di Scuol


La bandiera europea sfida il vento

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Nulla è più “europeo” di una piazza. La filosofia greca nasce nell’agorà, Socrate la attraversa ogni giorno per scrutare l’anima degli uomini. La polis romana la ricrea nel Foro, alla ricerca del buon governo della Res Publica. Nell’era moderna — in ogni città di questo continente — la piazza è il luogo dell’incontro, dell’amicizia, dello scambio e della condivisione, ma poi anche della protesta, della rivolta, dello sdegno e della rivendicazione. Solo qui, in questa parte di mondo, è esistita ed esiste una “cultura della piazza”, che non porta da nessuna parte ma è sempre e comunque storia e memoria, movimento e cambiamento. Lo scrive Elias Canetti: “Trovavo nella piazza il calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza…”. Basterebbe questo, a dare un senso al raduno che oggi, nella capitale, darà voce a tanti cittadini smarriti ma non rassegnati. Quei cittadini siamo noi, che chiediamo all’Europa di esistere, di dimostrare al mondo che i valori espressi nei secoli da questa civiltà sono sempre vivi e che siamo pronti a difenderli in questa terribile età del ferro spacciato per oro, come scrive Ezio Mauro. “Piazza Europa” — lo spiega bene Michele Serra, che ha il grande merito di averla inventata — è una piazza “gentile” in un tempo infame che ha riscoperto la legge della forza bruta. È una piazza “plurale” in un’epoca che pretende solo omologazione e assuefazione di fronte ai nuovi poteri. Ed è una piazza “dialettica” in una stagione di pensieri unici che rifuggono dalla complessità e delegittimano il “diverso parere”.

Chi la irride, pensandola piena di vuoto o tutt’al più di anime belle che sognano paradisi nella fetida terra, non capisce o non vuole capire. C’è posto per tutti, in una manifestazione in cui la bandiera europea sfida il vento come simbolo di un’identità democratica. Per i cultori del pacifismo “senza se e senza ma”, che per quanto appaia irenista è infinitamente più nobile del bellicismo senza limiti. Ma anche per i sostenitori di una “difesa europea”, di cui non possiamo fare a meno e di cui avremmo dovuto dotarci in ben altra temperie, lontana dalle due guerre sanguinose che da Gaza a Mariupol ci bussano alle porte di casa. Per come la vedo io, sventolare la bandiera europea significa prima di tutto invocare la pace e la libertà, come valori fondativi dell’Unione che ce le ha faticosamente garantite per almeno 80 anni. E significa riconoscersi in quei principi non negoziabili che ci hanno reso, almeno sulla carta, “comunità di destino”: la democrazia e le costituzioni, la separazione e il bilanciamento tra i poteri, la laicità e la solidarietà, l’uguaglianza e la tolleranza, i diritti e il Welfare. Se c’è un prezzo da pagare, per difendere l’essenza di ciò che siamo e che abbiamo costruito, siamo pronti a farcene carico. Il Manifesto di Ventotene, che oggi distribuiamo insieme al giornale, è molto più che un semplice tributo all’europeismo che fu. Basta leggere le parole di Spinelli, Rossi e Colorni, per capire quanto sia attuale la virtuosa alchimia di idealismo e realismo che le aveva animate. Non è forse vero, oggi come allora, che “i democratici si sentono smarriti”? Che nelle pieghe del ’900 sta riemergendo una pulsione neo-imperiale pronta a quetarsi solo “nell’egemonia dello Stato più forte”? Che “la sovranità assoluta degli stati nazionali” porta “alla volontà di dominio di ciascuno di essi, poiché ciascuno si sente minacciato dalla potenza degli altri”?

Questo ci dice l’oligarchia amerikana di Trump e di Musk, che da comandanti in capo della superpotenza risorta umiliano e ricattano amici e nemici, abbattono confini e costruiscono muri, comprano paesi come fossero merci e rottamano aiuti come fossero rifiuti, spengono satelliti come fossero lampioni e sparano dazi come fossero missili. E questo ci dice l’autocrazia russa di Putin, che gioca alla tregua posticcia di Gedda come il gatto col topo, va in tuta mimetica a visitare le truppe nel Kursk e torna al Cremlino per ricevere il fido Lukashenko, mostrando all’Ucraina che l’unico modello consentito, nella nuova sfera d’influenza di Mosca, è la Bielorussia, cioè uno stato-satellite guidato da un governo-fantoccio. L’Europa, in tutto questo, è pura astrazione geografica. Tagliata fuori dai tavoli di qualsiasi negoziato. “Piazza Europa” grida no a tutto questo, nel solco di Ventotene e di tutto quello che di buono per noi è cominciato da lì. Gli “Stati Uniti d’Europa, i quali non possono poggiare che sulla Costituzione di tutti i Paesi federati”, abbracciando “in una visione d’insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità” e con “l’unica concepibile garanzia di una pacifica cooperazione”.

Questo, come scrive Gustavo Zagrebelsky, è lo spirito sentimentale e pre-politico che guida questa piazza, inclusiva per definizione: si mobilita per qualcosa, non contro qualcuno. Naturalmente reclama un sussulto, un colpo d’ala, un’assunzione di responsabilità dalle classi dirigenti, a partire da quella italiana. Ma non ha soluzioni da lanciare né proposte da bocciare. È chiaro che il Piano Rearm Europe, per come è stato concepito, non parla al cuore dell’Europa che vorremmo. Ed è altrettanto chiaro che le spaccature a sinistra, nel voto su quel piano, sono dolorose e incresciose: nell’abisso globale, è triste vedere il Pd isolato nel partito socialista europeo, e la sua segretaria che per non perdersi resta sospesa tra il sì e il no e alla fine sceglie il “nì”, cioè decide di non decidere. Una forza progressista e compiutamente riformista avrebbe potuto fare una solenne dichiarazione di voto, dicendo all’Europarlamento “il vostro piano di riarmo non rispecchia l’anima democratica dell’Unione; nonostante questo lo voteremo, perché siamo un partito responsabile e vogliamo l’unità dell’Europa e della sinistra, ma da domani ci batteremo per riscrivere quel piano, e lo faremo con tutte le nostre forze”.

Si poteva fare, ma non si è fatto. Ed è ancora più triste constatare che ancora una volta gli errori dell’opposizione mettono la sordina agli orrori della maggioranza, tra Salvini che vota no al Piano Von der Leyen e Meloni che si astiene sulla mozione di sostegno a Kiev perché “troppo anti-trumpiana”: uno strappo che butta al macero un’intera politica estera, uno scempio che in tempi normali avrebbe innescato una crisi di governo. Sono drammi nel dramma, che le famose e fumose élite dovranno risolvere. Ma anche in questo caso non chiedete a “Piazza Europa” di scegliere tra burro e cannoni. Non siamo qui per questo, oggi. Ancora una volta, mi rifugio a Ventotene. A “un saldo Stato Federale”, che si doti dei suoi organi esecutivi, “disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali” e “spezzi decisamente le autarchie” e tutti i regimi. Se “Piazza Europa” oggi porta la sua piccola pietra, qualcosa di buono si può ancora costruire. Mi torna in mente uno dei lasciti più belli e sofferti di Pietro Ingrao: sognammo una torre, scavammo nella polvere.


Educazione americana: dio, patria, famiglia

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

Di Luca Celada, il manifesto

Nel panorama delle nomine del governo Trump, quella di Linda McMahon, dirigente della federazione di wrestling Wwe, a ministra della pubblica istruzione, si distingue per aver messo assieme la materiale incompetenza della designata con il conflitto di interesse del presidente, socio nel business degli incontri di finta lotta sin dai tempi in cui era titolare del Trump Casino di Atlantic City. Non che la titolare dello stesso dicastero nel primo mandato, la miliardaria integralista religiosa Betsy DeVoss, fosse più idonea (all’epoca si dichiarò contraria al concetto di scuole pubbliche).

McMahon, però ha la distinzione di aver assunto il mandato con la missione esplicita di eliminare del tutto il proprio ministero. Questa settimana ha iniziato l’opera, col licenziamento in tronco di 1.315 impiegati, quasi metà del totale, ai quali nel pomeriggio di martedì è stato comunicato, con consueto tatto, che non sarebbe stato necessario tornare in ufficio l’indomani, o mai più.

NELL’ATTUALE bombardamento a tappeto dell’impianto statale, non si è trattato di una sorpresa. L’istruzione è da tempo fronte incandescente della “guerre culturali” della destra radicale che la considera focolaio di indottrinamento woke e vi concentra il risentimento per quello che considera il decennale monopolio esercitatovi dalla sinistra. Stati rossi come il Texas, e soprattutto la Florida, sono da tempo laboratori di decostruzione delle istituzioni scolastiche per purgarle del disfattismo anti americano (in primis la critical race theory, ovvero l’insegnamento dei trascorsi razzisti del paese) e rifondarle come motori di un nuovo egemonismo conservatore. In quest’ottica, ad esempio, il governatore della Florida Ron DeSantis ha commissariato scuole ed università statali, licenziato docenti e consigli di amministrazione, epurato biblioteche scolastiche di libri “sovversivi” come testi di educazione sessuale, ed istituito nuovi programmi scolastici compresi cartoni animati per le elementari, come quelli prodotti dalla PragerU, fra cui almeno uno in cui un simpatico Cristoforo Colombo difende la schiavitù.

Oggi le stesse politiche, formulate da think tank e specificamente proposte nel Project 2025, sono diventate linea ufficiale del governo federale. Nel documento che corrisponde in gran pare al programma del governo Trump si legge ad esempio che il ministero va soppresso in quanto i «burocrati che lo gestiscono iniettano propaganda razzista antistorica e anti americana nelle aule d’America». Invece delle direttive centrali, il controllo dei programmi va insomma restituito ai singoli stati che presumibilmente istituirebbero in autonomia programmi simili a quello di DeSantis.

VA SOTTOLINEATO che negli Stati uniti l’educazione pubblica è già in gran parte di competenza dei singoli stati sia per l’organizzazione dell’istruzione che per il finanziamento. Dal governo federale proviene circa il 10% dei finanziamenti (comunque circa 200 miliardi di dollari l’anno). Il restante 90% proviene da amministrazioni locali e singoli stati che solitamente attingono soprattutto alle tasse locali pagate sugli immobili. Significativamente, il ministero federale è stato istituito (solo nel 1979 da Carter) per ufficializzare il ruolo del governo centrale nell’ovviare alla discriminazione razzista nelle scuole del sud. Dopo che nel 1957 Eisenhower era stato costretto ad inviare la guardia nazionale per consentire l’accesso a studenti neri alle scuole di Little Rock, Arkansas, Lyndon Johnson aveva poi codificato la desegregazione nel Civil Rights Act del 64. Il ministero fu poi l’estensione istituzionale delle politiche anti razziste cosi pervicacemente perseguite dagli stati “sovrani”.

OGGI IL DEPARTMENT of Education ha un ruolo soprattutto di controllo della qualità dell’istruzione, raccolta di dati statistici, consulenza e come garante delle regole anti discriminazione e per le pari opportunità. Ma proprio queste funzioni lo hanno storicamente reso inviso alla destra, specialmente quella liberista, integralista e “anti woke” di cui Trump si è servito per prendere il potere. Quale migliore capro espiatorio dunque, nell’attuale epurazione, per colpire i programmi di equità di minoranze svantaggiate, e perfino studenti portatori di handicap, e farne un esempio della «decostruzione» dello stato in paradiso «meritocratico».

«Nella nostra società pluralista – si legge a pagina 319 del Project 2025 – studenti e genitori devono poter scegliere da una gamma variata di opzioni scolastiche a seconda dei loro desideri e bisogni». Traduzione: i fondi pubblici devono essere massicciamente trasferiti alla sfera privata con particolare attenzione per l’istruzione religiosa e «conservatrice». Si tratta dopotutto di uno dei cardini della dottrina sviluppata negli ultimi anni da incubatori di pensiero reazionario come la Heritage Society, il Claremont Insititute o il Manhattan Institute dove lavora Christopher Rufo, uno degli architetti della crociata contro la critical race theory, nominato plenipotenziario della nuova istruzione pubblica in Florida. Italoamericano e cattolico integralista, Rufo è stato principale fautore delle audizioni parlamentari di amministratori universitari liberal lo scorso anno (alcuni dei quali come Claudine Gay di Harvard hanno perso il posto).

AL NEW YORK TIMES Rufo ha dichiarato la scorsa settimana che «l’obiettivo dovrà essere quello di usare i finanziamenti pubblici per indurre negli amministratori universitari un terrore tale da comprendere che se non cambieranno atteggiamento non quadreranno il bilancio». Caso di prova la Columbia University cui sono stati tolti $400 milioni di grant federali per «mancata repressione dell’antisemitismo».

CONTRO lo smantellamento del dipartimento dell’Istruzione hanno fatto causa al governo i procuratori generali di 21 stati, secondo i quali la liquidazione di oltre il 50% del personale nei fatti rende impossibile lo svolgimento delle funzioni del ministero. Che è, osservano, proprio il punto dell’operazione. «Non supportata – scrivono – da nessun reale ragionamento su come eliminare gli sprechi nel dipartimento». Piuttosto, «è parte dell’opposizione del presidente Trump e della segretaria McMahon all’esistenza stessa del dipartimento dell’Educazione».

Nell’immagine: Il cartone animato per le elementari della PragerU, con un Cristoforo Colombo allegro schiavista


Se l’Ue si riarma e ripudia i suoi ideali condanna i giovani a studiare un’altra guerra

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

Di Maurizio Maggiani, La Stampa

Per favore non fate la guerra che poi dobbiamo studiarla.

Graffito diligentemente calligrafato con vernice acrilica sul cancello di una scuola fiorentina. Chi avesse voglia di interrogarsi sulla percezione che hanno della guerra coloro che sarebbero chiamati a combatterla qui trova una risposta esauriente. Ce la troverebbe anche il segretario generale della Nato Mark Rutte che invoca non più e non solo un’economia di guerra, ma anche una mentalità bellica.

È la prima volta dopo mezzo secolo che trovo scritta su un muro del mio Paese la parola guerra, e allora la guerra era quella degli altri, il Vietnam. Non che nel frattempo non ci fossero state delle guerre che ci, e mi, hanno coinvolto, ma la parola guerra è sempre stata accuratamente messa da parte con l’invenzione di accorti neologismi, vedi operazione di peace keeping tanto per citarne una. Il ripudio della guerra è stato un giuramento e una promessa presi molto sul serio e non solo dalla nostra Costituzione, forse che l’Onu, a cui hanno aderito tutti gli Stati indipendenti del globo, non ha come fondamento del suo statuto quel giuramento? È questo un retaggio talmente consolidato che persino Vladimir Putin non ha osato infrangerlo, e ha fantasiosamente chiamato la sua guerra operazione militare speciale, e mette in galera chi la chiama con il suo nome.

Pace è la parola dominante di questi ultimi ottant’anni di storia umana, pace la parola sulla bocca dei governi e degli stati maggiori in guerra le mille volte che il giuramento è stato infranto. Pacifista il movimento di massa globale che tra gli anni ’90 e il 2000 ha assunto una forza tale da essere proclamato dal NYT, in un memorabile quanto azzardato editoriale, la terza potenza mondiale. E quando vogliamo parlar bene dell’Europa, impegno sempre più gravoso, ci diciamo che se non altro ci ha garantito ottant’anni di pace, interna s’intende; mentendo senza vergogna, visto che il cuore dell’Europa è stato devastato tra il ’91 e il 2001 dalle guerre della ex Iugoslavia, guerre con risvolti genocidari, guerre ancora latenti. E a tal proposito chiedo agli appassionati europeisti senza un filo di se e senza l’accortezza di un ma, se l’Europa di Rossi e Spinelli, il tanto ricordato e poco letto Manifesto di Ventotene, quel sogno di Giuseppe Mazzini fatto progetto politico e militanza etica, non sia da considerare con il dovuto spirito critico morto per stolida ignavia e brutale egoismo a Srebrenica, e dalle sue fosse comuni mai risorto.

Oggi quando esala dalla bocca dei governi e dagli stati maggiori, quando si inanella dai vapori dei media e dalle traslucide menti opinionali, la parola pace è conseguente alla parola guerra, quando non prudentemente sottintesa, nel pieno accoglimento dell’esortazione di Mark Rutte a edificare una mentalità bellica, e specificatamente per noi di qui, il rinascimento dello spirito guerriero dell’Europa dalle braci della gloriosa battaglia del Piave. Tutto questo compendiato nel discorso così colmo di ansia e venato di allucinata visionarietà della presidente Von der Leyen, il famoso discorso detto del “Rearm EU” che ha qualche possibilità di passare alla storia, dove si propone non la parola difesa, che è contemplata in ogni costituzione nazionale e comprende molte cose e molte complessità, ma il riarmo, che è parola semplice, definitiva, ignota a ogni costituzione. È un mutamento non da poco, mettiamo pure epocale se posso permettermi, una rivoluzione lessicale, politica, etica, che chiede di pensarci su per bene. Mi sbaglio? E a questo nuovo corso io sono del tutto impreparato, del resto sono stato cresciuto nella certezza dell’impossibilità di un’evenienza del genere, sono figlio della Repubblica e la Repubblica si è fondata su questa certezza. Tanto per capirci, la guerra di Bosnia, che pure ho solo sfiorato, mi ha procurato un trauma talmente devastante che ancora oggi a distanza di più vent’anni non so risolvere. A ciò che mi chiede la storia di oggi io non sono per niente certo di poter dare risposte, anzi, a dire la verità ho solo domande.

Eccole. Ad appendice al suo storico discorso la presidente Von der Leyen ha solennemente dichiarato che per l’Europa il tempo delle illusioni è finito. Illusioni quali? Intendeva forse i pilastri fondanti l’Unione Europea? Quando nel ’51 fu fondata la Ceca, l’embrione dell’Unione, i suoi padri, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, nessuno dei tre iscritto alla marcia Perugia Assisi, dichiararono ai loro popoli che mettere in comune il mercato delle materie prime indispensabili per costruire cannoni, il carbone e l’acciaio, avrebbe impedito agli Stati nazionali fino a pochi anni prima nemici di costruirne di nuovi. Oggi abbiamo il nemico alle porte, giusto?, ma non che allora fosse più distante, la Nato era di due anni prima, l’America era in piena paranoia maccartista. Delle due l’una, o erano dei bugiardi ipocriti o erano degli illusi, e da lì in poi tutti coloro a cui si deve il pensiero e l’azione per la costruzione dell’Unione Europea. Dare dei bugiardi a quelle brave persone non si può e dunque erano degli illusi e io sono lì con loro, indietro di settant’anni sulla storia. Perché se quel tempo è finito ne è iniziato uno nuovo, quello della guerra. Spiegatemelo bene, perché è un po’ scioccante messo giù così duro. E il nemico? Indicatemelo bene il nemico. Oh, certo, la Federazione Russa di Vladimir Putin e la sua ancestrale propensione aggressiva, lo vediamo bene in Ucraina e non c’è possibilità di fraintendimento. Vero è che risulta difficile immaginare con quali mezzi, visto che in tre anni non è riuscita ad arrivare a Kiev, riuscirebbe a conquistare Tallinn, Varsavia e poi Berlino e giù fino all’Atlantico, per farne cosa poi? Se domani la Russia potrà dire di aver vinto la sua guerra di aggressione, lo farà solo perché gli Usa di Trump le hanno regalato la vittoria, mi sbaglio? Se no, allora vuol dire che l’Europa è assediata da est e da ovest. Del resto il presidente Usa in quanto a minacce, verbali, non è da meno del collega russo, visto che non passa giorno senza astenersi dal minacciare di annettere «in un modo o nell’altro» la Groenlandia, un territorio della Ue. Mettiamo che accada, mettiamoci pure che gli Usa escano dalla Nato, quando si assume una mentalità bellica la paranoia non è mai troppa, in tal caso una domanda, che si fa? Dovremmo difenderci come è giusto o arrenderci come è ovvio? E ancora; i fautori del riarmo lo sostengono in base al principio di deterrenza, se incutiamo nel nemico il dubbio di una vittoria vedi che quello se ne sta buono. Giusto, ma la deterrenza si basa sull’equilibrio delle forze contendenti.

Al momento la Federazione Russa è in possesso di 6257 ordigni nucleari, gli Usa soltanto 5500; i Paesi “atomici” d’Europa in tutto 615 con sistemi di lancio assolutamente ridicoli rispetto a quelli potenzialmente avversari. Quanti decenni occorrono perché la Ue si metta in equilibrio? Ma è un falso problema, è universalmente riconosciuto dagli strateghi militari che una guerra atomica non può avere vincitori. Non resta che la guerra convenzionale, a questo ci si può lavorare. In che modo? La Ue ha deciso di finanziare il riarmo degli Stati nazionali non di costruire una difesa comune. Domanda, che senso ha? È ovvio che l’Ungheria e altri eventuali Stati guidati dal sovranismo non hanno per la testa niente di comune e men che meno in tema di armi. L’Ue così com’è non avrà mai una difesa comune perché in questo semplicemente non esiste. Domanda, un’altra Europa è possibile? È anche solo immaginabile? Come? La Ue ha nel suo seno due Paesi costituzionalmente neutrali, l’Irlanda e l’Austria, e pare che intendano rispettare la loro costituzione in eterno. Che si fa, li si espelle dalla Ue, contempliamo nei suoi futuri regolamenti bellici l’obiezione di coscienza? Un’ultima domanda, l’Europa ha ampiamente dimostrato agli occhi del mondo di non avere nessuna capacità, o intenzione, di iniziativa diplomatica in nessunissima crisi che il mondo ha attraversato in questi ultimi decenni, la sua irrilevanza è ai limiti tra ridicolo e tragico, in questo negando i suoi stessi pilastri fondanti; la sua irrilevanza nella crisi ucraina, salvo pagare l’ignominia con un po’ di miliardi di euro, è vergognosa quanto il suo silenzio assoluto sulla guerra di Gaza, salvo pagare l’ignominia con la sovvenzione di contingenti di volontari di Ong impegnati nella missione impossibile di lenire almeno lo strazio dei civili. E dunque, chi al mondo sarà disposto a considerarla qualcosa di più del niente quando si presenterà al suo cospetto come forza militare? Non c’è nessuna malizia in queste domande, c’è solo la sincera affermazione della mia incapacità a darmi risposte.

Oggi ci sarà una grande manifestazione a Roma, lo sappiamo, la parola d’ordine, almeno quella originaria, è suggestiva e persino sacrale: «Qui si fa l’Europa o si muore». Hanno aderito talmente tante personalità, associazioni, sindacati, sindaci, partiti, correnti di pensiero anche diverse e anche confliggenti, persino stilisti, che c’è da vergognarsi a non esserci. Io non andrò e invidio chi ci sarà. È sempre bella una piazza popolata di buone intenzioni, è troppo tempo che non si convoca la piazza che non sia per un comizio, è troppo importante rompere la solitudine, solitudine delle persone e dei pensieri, a cui siamo indotti da decenni. Non ci sarò perché ci vedo troppo poco e mi scoccerebbe trovarmi inconsapevolmente fianco a fianco con chi a queste mie sincere e accorate domande risponderebbe con malizia, e alla fondamentale, quale Europa per cui vivere e non morire? mi sentirei ripetere che è finito il tempo delle illusioni. E ne sarei troppo mortificato, perché a chi se non a quella piazza porre le mie domande con fiducia e attesa? So di non poter escludere che non ci siano risposte, capita nel corso degli umani eventi che la storia ti ficchi in un culo di sacco, allora cosa resterà alle generazioni a venire se non doversi imparare a memoria date e personaggi in aggiunta delle catastrofi già nel programma dell’ultimo anno di scuola?

Nell’immagine: Poster “Not in my name” della street artist Laika


Sergio Rossi – Gli autogol del tycoon

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Dazi: azione-reazione

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 


Americanate

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

Nel suo imperiale discorso di reinsediamento alla Casa Bianca, il 20 gennaio scorso, Donald Trump ha annunciato la ridenominazione geografica del “Golfo del Messico” in “Golfo d’America”. Ha prefigurato l’annessione (oltre che della Groenlandia) del Canada quale 51° stato della bandiera a stelle e strisce e assicurato che “presto ci riprenderemo il Canale di Panama”. Una sorta di rilancio della Dottrina Monroe che nel 1823 sanciva il principio di “America agli americani”, rivolto allora in primis agli europei, che non avrebbero dovuto più impicciarsi del cosiddetto Nuovo Mondo. Ma dove per americani di lì in poi si sarebbero intesi esclusivamente gli statunitensi; tralasciando i discendenti degli spagnoli e dei portoghesi nel resto del continente e tanto più e superstiti popolazioni native. Una filosofia che esordì con la guerra che dimezzò il territorio messicano.

Dalle parole (oggi di nuovo) ai fatti: la prima missione del neo segretario di Stato Usa, Marco Rubio, si è realizzata nello storico “cortile di casa” degli states con prologo a Città di Panama dove il cubano/statunitense della Florida ha subito ottenuto dal presidente José Raúl Mulino la sospensione dell’accordo sulla “nuova via della seta”, sottoscritto con la Cina nel 2017 con tanto di successiva visita di Xi Jinping. Mentre la gestione dei porti di ingresso/uscita della via interoceanica è già stata acquistata dal fondo BlackRock e dalla Msc dell’armatore italiano Gianluigi Aponte alla cinese Hutchison Ports di Hong Kong per ben 22,8 miliardi di dollari.

Del resto era stato il presidente Theodore Roosvelt nel 1903 a “forzare” la separazione di Panama dalla Colombia per realizzarvi il corso d’acqua, inaugurato nel 1914 e ceduto alla sovranità panamense solo dal 31 dicembre ’99, grazie ai trattati Torrijos/Carter, che ne fissarono pure la “neutralità internazionale”. Accordi che Trump ha definito “un regalo insensato” , riferendosi al suo centenario predecessore, Jimmy Carter, al cui funerale aveva assistito qualche giorno prima di reinstallarsi a Washington.

Il tour di Rubio per l’istmo centroamericano ha poi toccato El Salvador, Guatemala e Costarica, escludendo gli invisi Nicaragua e Honduras, per concludersi in Repubblica Dominicana. Denominatore comune la questione dei migranti: da fermare nel loro peregrinare verso il Rio Grande (Rio Bravo per il Messico); e da rispedire indietro se l’avessero già “illegalmente” oltrepassato. Naturalmente Trump non si è degnato di invitare alla propria reinvestitura un qualsivoglia presidente dell’intero Centroamerica e Caraibi (Cuenca del Caribe), neanche fra i più devoti.

E sarà proprio per aver vissuto oltre trent’anni da cronista in quel “patio trasero” (giardino di casa con tanto di piscina) degli Usa, documentando attese o avvenute invasioni dei marines (Grenada nel 1983 e Panama nell’89) che provo ogni volta un sussulto nel sentire persino esperti in geopolitica delle nostre parti abbinare il sostantivo “America” ai soli Stati Uniti. Quando in realtà dall’Alaska alla Terra del Fuoco sono tutti cittadini americani: del Nord, Centro e Sudamerica, o delle “Americhe”. Con l’emozione che poi si prova quando giunti all’estremo lembo della Terra del Fuoco in Argentina ci si imbatte nel cartello “aquí termina la Carretera Panamericana”; che incomincia ben 25.750 km prima, a nord, a Prudhoe Bay (interrompendosi solo in corrispondenza dell’impraticabile foresta del Darién, fra Panama e Colombia).

È come quando, ancora peggio, in senso lato ci si riferisce all’“uomo” invece che all’“essere umano” con le sue declinazioni di genere maschile e femminile (e intermedie) come sono usi fare da sempre (proprio laggiù) gli indigeni maya.

Alla rovescia, se ti tocca scrivere su quell’area (come nel caso specifico) finisci col non saper più quali sinonimi inventarti per mantenere la distinzione evitando ripetizioni. Poiché neanche l’appellativo “nordamericani” può andar bene, essendolo gli stessi messicani (oltre che i canadesi). Tanto che la definizione usuale della regione è “Messico e Centroamerica”; oppure Mesoamerica.

Col rischio poi di dover raschiare il fondo con vocaboli ingombranti come “gigante” o “impero” del nord; o dispregiativi quali gringolandia e yankee. Mentre a te in quei piccoli paesi (per lo più meticci) usano chiamarti gringo riferendosi ai militari Usa. O con lo sprezzante “chele” (bianco).

E dire che negli anni ’80 del secolo scorso l’unilaterale sovrapposizione americano/statunitense nel mondo non era ancora così generalizzata. Di sicuro non in Nicaragua dove il Fronte Sandinista aveva rovesciato la dittatura dei Somoza. O in El Salvador e Guatemala protagonisti di guerre di liberazione. Mentre Fidel Castro, anche lui americanissimo, aveva già emancipato la sua Cuba fino a quel momento considerata il bordello e casinò della prospiciente Miami. Con Trump che ora ha reinserito la “Perla de las Antillas” nella lista dei paesi “terroristi” (da cui Biden l’aveva tolta due giorni prima del passaggio di consegne). Perpetuando così un ultrasessantennale feroce embargo che non ha eguali nella storia moderna; e che l’ha ridotta alla fame.

Ma cosa ci si dovrebbe aspettare di diverso se alla domanda su quale sia stata la prima rivoluzione del pianeta dopo quella francese vien da rispondere la bolscevica, quando fu  invece la Rivoluzione Messicana del 1910, imperniata su una riforma agraria che intendeva lasciarsi alle spalle il secolare schema coloniale terratenientes versus peones. Modello successivamente ereditato dagli Stati Uniti d’America che alla fine dell’800 gli fecero fare un salto di qualità inaugurando le grandi compagnie bananeras, ovvero le prime multinazionali al mondo. Tanto che le nazioni dell’istmo centroamericano vennero ribattezzate “banana republics”. Allora si parlava di lotte antimperialiste, che nulla avevano a che spartire in origine con l’attributo “comunista”; strumentalmente affibbiato a ogni anelito ribelle latinoamericano, Teología de la Liberación compresa.

A malapena esiste ancora l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) la quale, pur egemonizzata dagli Stati Uniti, mantiene fin dal primo giorno la diversificazione plurale nel titolo.

Se poi si volesse approfondire il termine “americanismo” nel suo divenire, le cose si complicherebbero ulteriormente in un “tutto e il suo contrario” in quanto potrebbe riferirsi allo studio delle società precolombiane, come per distinguere la letteratura inglese degli states da quella britannica. Per arrivare al cattolicesimo romano, che definiva l’americanismo come l’eretico iniziatore del concetto di separazione chiesa/stato, inaugurato dal “disobbediente” episcopato d’oltreoceano sull’onda di quel “Destino manifesto” nella cui visione si sarebbe dovuto promuovere un espansionismo che trasmettesse i valori di libertà e democrazia. Quella stessa libertà la cui statua, dopo la riaffermazione del tycoon, abbiamo visto riprodotta in un meme con tanto di valige in mano abbandonando la propria terra patria.

Circostanze hanno voluto che sia stato un italiano ad aver “scoperto” l’America. E un altro italiano a darle il nome. Mentre spagnoli (e portoghesi) l’hanno conquistata. Molto prima degli anglosassoni nel settentrione. Il tutto consumandosi nell’emisfero occidentale: quello povero del subcontinente latinoamericano; e quello del benestante nord di entrambe le sponde atlantiche; nel quale (dopo un paio d’anni che vivevo laggiù) mi dissi fortunato di essere nato.

Per evitare dunque equivoci ed emanciparsi dai luoghi comuni, ogni qualvolta sentissimo pronunciare la parola “americano” sarebbe meglio chiedere: “ma, americano di dove?”

Nell’immagine: Amerigo Vespucci. Il nome al continente venne dato in suo onore


Così Putin prepara il no al cessate il fuoco

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

Di Anna Zafesova, La Stampa

La “palla” diplomatica che tutti, da Marco Rubio a Emmanuel Macron, avevano ritenuto essere finita dopo la proposta di tregua ucraino-americana in campo russo, è rimasta al Cremlino soltanto per un paio di giorni. Ieri, con un lungo tiro, Vladimir Putin l’ha rispedita a Washington. Prima, ha indossato una mimetica per andare nel Kursk, a mostrarsi come il comandante sul campo di un esercito che avanza. Poi, ha fatto dire al suo consigliere per gli affari internazionali Yuri Ushakov che la Russia era contraria a un cessate-il-fuoco di 30 giorni che considerava un «trucco per favorire gli ucraini» (e il disclaimer del diplomatico che si trattava soltanto di una sua «opinione personale» è suonato quasi ridicolo).

Poi, fa sapere che l’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, arrivato a Mosca ieri, dovrà aspettare una eventuale convocazione al Cremlino a fine serata. «Quando il presidente Putin sarà pronto, darà lui il segnale», dice Ushakov davanti alle telecamere, con l’evidente intento di mostrare che l’ospite americano – scelto da Trump proprio perché un «negoziatore duro» – non fa paura ai russi. Infine, arriva il turno di Putin di parlare, e dichiarare di non essere contrario in linea di principio a una tregua, «idea giusta», per poi snocciolare una serie di domande tutt’altro che pretestuose sulle condizioni alle quali attuarla: chi dovrebbe ordinare di cessare le ostilità, chi e come dovrebbe controllare il rispetto dei patti, chi verrebbe incaricato di verificare le eventuali violazioni e come sarebbero state sanzionate.

Sostanzialmente, Putin ha fatto la stessa cosa che aveva fatto due settimane prima nello Studio Ovale Volodymyr Zelensky, ma da una distanza di sicurezza: ha sgonfiato l’entusiasmo di Donald Trump con una secchiata di freddo realismo politico. Al quale ha aggiunto, sempre in forma di domande retoriche, una manciata di condizioni supplementari russe: sospendere per la durata della tregua l’invio delle armi all’Ucraina e la mobilitazione di nuove reclute, senza ovviamente promettere un impegno simmetrico della Russia. Inoltre, Putin vuole che Kyiv ordini la resa alle truppe ucraine ancora rimaste nella regione russa di Kursk. Una condizione impossibile dopo che lo stesso dittatore russo aveva, appena il giorno prima, promesso che i soldati ucraini catturati in territorio russo sarebbero stati trattati non come prigionieri di guerra, ma come «terroristi», quindi non soggetti allo scambio «tutti contro tutti» proposto da Zelensky.

Se qualcuno a Washington aveva pensato che, dopo aver ottenuto con il ricatto l’assenso dell’Ucraina alla proposta di tregua, Putin sarebbe stato costretto a firmare, per non apparire come il responsabile della guerra, aveva sottovalutato l’esperienza del Cremlino nei giochi diplomatici. Ovviamente Putin non dice un “niet” chiaro, dice “sì, però”, e invita la gli americani e gli ucraini ad aprire delle danze interminabili su condizioni, protocolli, garanzie, clausole e cavilli. Zelensky, che ha già l’esperienza degli accordi di Minsk, interviene subito parlando di «parole prevedibili» e di «una manipolazione sulla tregua da parte di Putin, che in realtà sta preparando un rifiuto fin da ora». Osservando in silenzio per due settimane Trump tormentare l’Ucraina, Putin ne ha tratto due lezioni importanti: la prima, che il presidente americano continua a confondere la tregua con la pace, e la seconda che contraddirlo apertamente potrebbe portare a risultati spiacevoli. Quindi si solidarizza di nuovo paradossalmente con Zelensky nel dire che un cessate-il-fuoco è inutile e bisogna procedere invece verso una «risoluzione complessiva, che sradichi la causa del conflitto». Che, per Mosca, era l’esistenza stessa di un’Ucraina indipendente e orientata verso l’Occidente.

Putin alza la posta dunque, convinto di essere in questo momento nella posizione più forte, «con le carte in mano», per usare un linguaggio trumpiano. La controffensiva russa a Kursk minaccia di togliere a Zelensky una importante pedina di scambio territoriale, e sostenendo che l’esercito russo «avanza lungo tutto il fronte», il capo del Cremlino invita a far partire un eventuale accordo dalle “realtà sul terreno”. Che probabilmente spera di cambiare ulteriormente a suo favore, con o senza un accordo formale di tregua.

Nell’immagine: Putin cavalca l’aquila USA


La Striscia degli orrori. «Atti genocidari» su donne e bambini

È infatti possibile che la strategia economica di Trump sia ispirata alla "dottrina dello shock" 

Di Eliana Riva, il manifesto

Israele ha trasformato Gaza in una terra degli orrori per le donne palestinesi, un luogo in cui si partorisce con i video tutorial, dove non ci sono medicine per il cesareo, in cui le cliniche per la fertilità sono state distrutte di proposito, insieme a embrioni e ovuli non ancora fecondati.
Il rapporto della Commissione internazionale e indipendente d’inchiesta sul territorio palestinese occupato giudica Tel Aviv responsabile di crimini efferati, feroci, «atti genocidari» calcolati per «provocare la distruzione fisica dei palestinesi». Violenze sessuali, riproduttive e di genere, riconosciuti come i peggiori crimini dallo Statuto di Roma, il trattato internazionale istitutivo della Corte penale internazionale.

LE CONCLUSIONI della commissione si basano sulle testimonianze delle vittime, sull’analisi dei filmati girati da palestinesi, di quelli condivisi sui social dai soldati israeliani e sulle informazioni fornite dalle associazioni della società civile che si occupano di diritti delle donne. Il 33% di tutte le vittime palestinesi registrate a Gaza dal 7 ottobre 2023 a gennaio 2025 sono di sesso femminile, adulte o bambine. Come Nahida e Samar Anton, madre e figlia ammazzate dai cecchini israeliani mentre provavano a raggiungere il bagno. O come la donna incinta, di cui non si conosce nemmeno l’identità, a cui i soldati hanno sparato mentre tentava di entrare nell’ospedale Al-Awda. O come la piccola Hind Rajab, le sue cugine e sua zia, uccise da quello che la commissione ha descritto come un attacco deliberato dei carri armati.

«Più di quanto un essere umano possa sopportare». È questo il titolo del rapporto conclusivo del lavoro del gruppo istituito nel 2021 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Gli attacchi diretti ai reparti di maternità dei pochi ospedali che erano ancora rimasti attivi a Gaza hanno reso la gravidanza e il parto estremamente pericolosi. Tra il 7 ottobre e il 23 dicembre 2023, l’ospedale Al-Awda ha assistito 15.577 pazienti ostetrici, pur avendo solo 75 letti disponibili. La distruzione intenzionale della più grande clinica per la fertilità della Striscia, che serviva 2.000-3.000 pazienti ogni mese ha causato la perdita di tutto il materiale conservato.

«DARE ALLA LUCE A GAZA è come partorire nel Medioevo», scrive la commissione. Non c’è accesso alle cure, mancano gli strumenti e i farmaci, motivo per cui gli aborti spontanei e le morti sono aumentati. Senza antidolorifici le pazienti hanno dovuto subire i dolori del taglio cesareo e il rischio di infezioni è rimasto altissimo. Le ostetriche hanno informato gli investigatori che alcune donne hanno partorito in casa, preparandosi attraverso filmati trovati su internet, assistite solo dai mariti. Inoltre, spiega l’indagine, Israele ha continuato ad operare un blocco degli aiuti umanitari che ha causato enormi conseguenze sulla sopravvivenza delle donne incinte e su coloro che avevano appena partorito.

Oltre alla violenza riproduttiva, anche la violenza sessuale è stata utilizzata sulle donne, e sugli uomini, come parte delle procedure operative standard per punire la popolazione. Stupri e minacce di stupro contro detenuti e detenute palestinesi e contro familiari di sesso femminile. Le violenze sessuali sono utilizzate sempre più spesso anche nella Cisgiordania occupata, dai coloni e dai militari, con «lo scopo di umiliare e degradare la popolazione palestinese nel suo complesso». Le misure volte ad impedire le nascite all’interno del gruppo e i tentativi di provocarne la distruzione fisica, costituiscono, secondo le conclusioni del report, «due categorie di atti di genocidio».

LA COMMISSIONE, guidata da Navi Pillay, ex giudice della Corte penale internazionale ed Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, ritiene direttamente responsabili i leader israeliani, che hanno continuato a fornire dichiarazioni o commettere azioni «discolpanti», e il «sistema giudiziario militare, inefficace nel perseguire i casi e condannare i colpevoli».

Netanyahu ha accusato il Consiglio dei diritti umani di essere «un circo antisemita» che dice «bugie croniche». Il ministero degli Esteri, respingendo le accuse, definite «una delle peggiori calunnie della storia», ha dichiarato che è stata «Hamas ad aver commesso orrendi crimini sessuali contro gli israeliani». Un’altra commissione delle Nazioni Unite aveva riferito, a marzo 2024, che esistevano «informazioni convincenti» secondo cui Hamas ha commesso violenze sessuali durante l’attacco in Israele del 7 ottobre 2023. In quel caso, il ministero degli Esteri di Tel Aviv dichiarò che si trattava del «riconoscimento definitivo» dei crimini del movimento islamico. Quest’ultimo respinse le accuse, aggiungendo che il rapporto non includeva testimonianze di vittime.