Il bullismo imperante ai vertici della geopolitica

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

“Siamo in un momento molto buio in America, abbiamo un bullo e un delinquente come presidente degli Stati Uniti. Questo non vale solo per gli Stati Uniti, succede ovunque. L’autoritarismo ci conquista”: così definisce il bis-neo-presidente USA, Richard Gere in un recente discorso (vedi “La Torre di Babele” con Corrado Augias, del 24.02.2024)

Mentre Alon Pinkas, su “Haaretz” del 5 febbraio 2025, ne analizza le intenzioni e le gesta in questa maniera: “Trump è un agente preminente del caos. Questo è un marchio di fabbrica che ha sempre sfoggiato, in modo vanaglorioso e provocatorio. Come ha detto che avrebbe fatto, sta attivamente generando e promuovendo il caos in America, la discordia all’interno delle alleanze e sta cercando di minare l’ordine mondiale. Gli agenti del caos seminano il caos. (…). Instillano discordia, confusione, controversie e incertezza”.

In effetti, Trump esercita il potere come dominio assoluto, a suon di decreti/ordini esecutivi, con minacce, ricatti, spirito mercantile, con offerte di acquisto o di annessioni territoriali (Canada, Groenlandia, Canale di Panama). Il bullismo sembra la sua cifra prediletta, assurgendo a metodo di governo: tracotanza di un potere assoluto-messianico, di chi crede megalomanicamente di poter decidere l’esito della storia.

“Vanno al macero decenni e secoli di multipolarismo e tentativi (modesti, a dire il vero) di composizione dei conflitti, per tornare ai galeoni, alle colonie, ai conquistadores, alla lineare elementarietà dell’Ottocento. Ci serve oro? Semplice, conquistiamo chi ce l’ha. Carbone? Andiamo a prendercelo. Terre rare? Roba nostra. Eccetera eccetera” (Alessandro Robecchi, “Il Fatto Quotidiano”, 5.02.2025).

Luciano Canfora: eminente storico, ne sintetizza lo “stile” (si fa per dire) o la postura con il termine “megalomania”.

Anche Trump, come qualcun altro prima di lui … che è (ahimè) durato, politicamente, un ventennio lasciando un segno che si vede bene ancora oggi, si ritiene “unto dal Signore”, designato direttamente da Dio per riportare gli Stati Uniti alla loro “grandezza” imperiale. In quanto sopravvissuto, miracolosamente, a un attentato grazie, secondo la sua narrazione auto-agiografica, all’intervento diretto dell’Altissimo, si ritiene ormai investito dall’Ente supremo del compito di salvare la Superpotenza da un infausto declino cui sarebbe destinata senza la sua provvidenziale leadership. Re per volontà di Dio, insomma.

Esercita o intende esercitare uno strapotere politico, economico, ideologico, con il controllo dell’opinione pubblica attraverso i social media (con l’assist del suo degno compare: Elon Musk) e le catene televisive a lui affiliate/asservite. Va inoltre menzionata la spettacolare sottomissione dei magnati delle ‘big tech’ a Donald Trump, suggellata in mondo visione con la loro compatta e plaudente presenza al momento del giuramento – sulla Bibbia – come 47esimo presidente degli USA. Zuckerberg (fondatore di Meta, cui afferiscono Facebook, Instagram, WhatsApp), Bezos (proprietario di Amazon) e Sam Altman (fondatore di OpenAI, che commercializza ChatGPT) “stanno moltiplicando le loro dimostrazioni di fedeltà” al nuovo comandante in capo. “Nell’XI secolo, i principi si inginocchiavano davanti al papa per chiedere la revoca della scomunica. Mille anni più tardi, i baroni del digitale baciano l’anello del presidente” (Benoit Bréville, Le ‘big tech‘ vanno a Canossa, in “Le Monde Diplomatique”, febbraio 2025).

L’idea di fondo, soggiacente a questo tipo di gestione del potere assoluto, è che il pubblico o i cittadini sono sostanzialmente incolti, “primitivi” e istintivi, per cui non hanno bisogno di logiche argomentative elaborate e ragionamenti troppo sofisticati, poiché hanno bisogno di messaggi, iconografie, simbologie e linguaggi lineari, immediati, “primordiali”. In linea di continuità con lo scomposto e vergognoso assalto perpetrato il 6 gennaio 2021 dai facinorosi suoi sostenitori per la “vittoria scippata” a Capitol Hill (sede del Congresso USA, vale a dire uno dei simboli più “sacri” della democrazia statunitense): tutti graziati in blocco, non appena entrato in carica, dall’attuale presidente.

Le democrazie liberali – le quali, a differenza di quanto si sostiene spesso, non si sono manifestate solo in Occidente, bensì anche in altre parti del mondo, come in India ad esempio –, sono troppo complicate e delicate per reggere il confronto. Come sostiene Gustavo Zagrebelsky, fine costituzionalista e penna de’ “La Repubblica”, esse sono facilmente smontabili dall’interno, per chi volesse svuotarle del loro portato di consociativismo garantito dal rispetto delle minoranze e degli sconfitti nelle elezioni, nonché sostanziate dal riconoscimento della divisione dei poteri esecutivo, legislativo, giudiziario in virtù dei contrappesi che le reggono. Qui siamo di fronte a una versione ben diversa che, in forza della volontà di vendetta dopo quattro anni di attesa rancorosa, chi vince vuole distruggere gli avversari e fare piazza pulita di quanti si frappongano sulla propria strada trionfale verso un nuovo imperialismo o addirittura assolutismo.

I veicoli comunicativi che contano sono ormai diventati i social, dove anche l’attuale inquilino della Casa Bianca si esprime e si sbizzarrisce nelle sue esternazioni deliranti, come il video sul futuro di Gaza – realizzato con l’intelligenza artificiale (bell’esempio, non c’è che dire) e pubblicato sul profilo Instagram di Donald Trump –, il quale diffonde l’immagine o il miraggio, ostentatamente pacchiano e provocatorio, di farla diventare la Riviera del Medio Oriente. Nello stesso appaiono resort di lusso, ballerine sinuose e barbute (?!), palme e piscine al cui bordo troviamo pasciuti e compiaciuti un Trump e un Netanyahu gongolanti di gioia su delle sedie-sdraio, l’alter ego Musk che prende l’aperitivo a base di champagne e ostriche; non manca neppure un’enorme statua d’oro a tutto corpo che rappresenta il culto della personalità dell’uomo forte della superpotenza a stelle e strisce (neo vitello d’oro). Una sorta di luna park su una terra gravida di storia, ma soprattutto di dolore, ma anche di grande resilienza da parte di un popolo tanto abbandonato a sé stesso, quanto indomito.

“Come palestinesi, a prescindere da quello che succederà, non abbiamo fallito. Abbiamo fatto del nostro meglio. E non abbiamo perso la nostra umanità. Non ci siamo sottomessi alla loro barbarie”. Sono le parole di Refaat Alareer: poeta, scrittore e docente universitario, ucciso da un raid israeliano nel nord della Striscia di Gaza nel dicembre 2023 (in “Internazionale”, 24.01.2025).

Intanto, mentre Trump sospende tutti gli aiuti militari a Kiev, un altro bullo in Medio Oriente, Netanyahu, sorride compiaciuto per le ulteriori forniture belliche miliardarie appena stanziate da Washington.

Piccola consolazione, il premio come miglior documentario conferito agli Oscar 2025 al lavoro del collettivo di registi palestinesi e israeliani (a dimostrazione di una possibile convivenza, come in diversi altri casi, purtroppo poco mediatizzati) intitolato No other land. Da segnalare il loro accorato e intenso intervento durante la premiazione: “Chiediamo al mondo di agire per fermare le ingiustizie e la pulizia etnica del popolo palestinese”, dopo aver mostrato con le loro potenti immagini e testimonianze le violenze, le ingiustizie e i soprusi che la popolazione palestinese subisce reiteratamente in Cisgiordania. Immediata e immancabile la reazione indignata, per il riconoscimento attribuito, di un esponente del governo di Tel Aviv, il ministro della cultura israeliano Zohar: “Narrazioni che distorcono l’immagine di Israele”.

A ciò si aggiunge la pietosa messa in scena con l’agguato teso a Zelensky da Trump e dal suo vice Vance nel recente incontro presso lo Studio Ovale della Casa Bianca, dove il primo è stato bistrattato e umiliato (messo all’angolo e alla berlina) davanti all’intera batteria mediatica filopresidenziale (ben selezionata dal tycoon e dal suo seguito), schierata a mo’ di plotone d’esecuzione per indurlo alla resa o all’arrendevolezza, con l’esclusione dei giornalisti scomodi e poco allineati, mentre, guarda caso, c’era un giornalista dell’agenzia ufficiale d’informazioni della Federazione Russa.

Andrij Ljubka, scrittore e poeta ucraino di 37 anni, così esprime il suo sfogo: “Il disgusto che provate leggendo queste righe è giustificato, e per gli ucraini è familiare da tempo. Perché nessun ‘accordo di pace’ produrrà il risultato più importante, cioè la punizione dei criminali di guerra e la condanna delle loro atrocità. Invece di finire in carcere o subire l’isolamento internazionale, l’aggressore si siederà comodamente nella sua poltrona nelle più prestigiose riunioni internazionali, imponendo le sue condizioni. Viene voglia di gridare: non è possibile!” (in “Internazionale”, 28.02.2025).

E l’Europa? Dov’è, che cosa fa?

Pare che per ora se ne stia piuttosto ai margini, poco considerata e a sua volta sottoposta a improperi (Trump) e a lezioni di democrazia (Vance), mentre vi è chi la esorta ad uscire dal suo letargo. È il caso dell’economista francese Thomas Piketty, il quale così si è espresso sulle colonne di “Le Monde”, il 18 gennaio scorso: “Nella battaglia globale tra la democrazia e l’oligarchia, la speranza è che l’Europa possa uscire dal suo letargo e avere finalmente un ruolo attivo. Il continente ha tutto da perdere dalle politiche trumpiane”.

Tuttavia, mi sembra che, sull’onda dell’emergenza o del panico per lo scaricamento o il disinvestimento statunitense nella difesa del nostro continente, l’Europa si stia imbarcando in un’impresa poco lungimirante, con una chiamata alle armi, nel senso di una rigenerazione retorica affidata al riarmo generale, a tutto campo. La solita von der Layen, con il suo viso serafico forse leggermente più greve, ha lanciato un appello piuttosto infervorato perorando la causa di un grande riarmamento europeo, con un investimento di ben 800 miliardi di euro, che inevitabilmente andranno a detrimento di qualche altra posta in palio, in primis il ridimensionamento dei piani annunciati a gran voce fino a poco tempo fa per la transizione green. Vi sarà altresì la (rin)corsa dei vari paesi membri a rastrellare i miliardi prospettati per il rafforzamento del comparto militare con tagli dolorosi agli aiuti umanitari all’estero (peraltro già prontamente attuati da taluni), allo stato socio-assistenziale, vale a dire al sistema sociale che garantisce a tutti i cittadini l’accesso ai servizi e alle forme di assistenza fondamentali, compreso un contenimento delle risorse finanziarie per l’istruzione e la formazione, le cure medico-sanitarie, i progetti a favore dell’ambiente e quelli volti a sostenere lo sviluppo delle regioni meno sviluppate del continente legati ai fondi di coesione dell’UE, che verranno in buona parte dirottati per rafforzare le spese militari nazionali. Eh sì, da qualche parte questi miliardi andranno pur presi e guarda caso sono sempre i settori testé menzionati a farne le spese e a pagarne le conseguenze. Mentre le industrie belliche e degli armamenti gongolano pensando ai lauti affari in vista, che aumenteranno i loro profitti già allo stato attuale esorbitanti e assai accresciuti per i conflitti in corso.

Vi è poi chi pensa ingenuamente che un tale imponente impulso possa favorire il sistema industriale europeo, permettendo, grazie all’incremento muscoloso delle forze armate continentali (che non si capisce bene se saranno “comuni”, oppure se rimarranno sotto l’egida dei vessilli nazionali) una parziale riconversione nella produzione bellica di certi comparti, come quello metalmeccanico e automobilistico che sta perdendo sensibilmente quota, senza tener conto che fra i dieci maggiori colossi mondiali che producono sistemi d’arma, otto sono statunitensi: dunque andremmo semmai a foraggiare quel mercato.

Ancora una volta, com’è stato il caso con la moneta unica, alla quale ci si è ancorati per aggregare il processo di unificazione europea, lasciando in secondo piano, per non dire dimenticando per strada, le dimensioni sociali, culturali, formative, come se le stesse dovessero venire da sé trascinate dall’affermarsi di un sistema monetario unificato.

In merito all’enfasi per la creazione di una forza di difesa comune, il premio Nobel 2001 per l’economia Joseph Stiglitz, così si pronuncia: “Sarebbe più opportuno, anzi è un imperativo, dare il via a politiche industriali che le consentano [all’Europa] di rendersi più indipendente” (“La Repubblica”, 5.03.2025).

La proliferazione degli armamenti, come è sempre accaduto nel corso della storia, non può che provocare l’incremento dell’uso di armi sempre più sofisticate e micidiali, in una spirale senza fine verso l’autodistruzione del genere umano (che forse, a guardare bene, non sarebbe poi una gran perdita per il globo terracqueo dove siamo capitati a vivere).

Una delle poche, per non dire l’unica voce autorevole fuori dal coro rimane quella di Papa Francesco, voce peraltro inascoltata, come fosse un fastidioso rumore di fondo o una sorta di refrain in mezzo alla cacofonia del presente, del resto ora confinata in un ospedale dove giace in cattive condizioni.

La cosiddetta opinione pubblica o la società civile appare talmente disorientata e frastornata, od occupata in altre questioni e faccende, da risultare ammutolita, asfittica, assente o silente, analogamente ai movimenti pacifisti, ai partiti di sinistra, agli intellettuali di vario genere, alle istanze laiche, costantemente dilaniati o frantumati da fazioni, correnti, personalismi, distinguo, discettazioni infinite.

È impressionante e deludente constatare come l’unica o prioritaria risposta, sempre di tipo emergenziale giacché si reagisce prevalentemente rispetto all’immediatezza degli eventi, con prospettive di piccolo cabotaggio, senza una gittata progettuale capace di sviluppare una visione palingenetica di ampie vedute, capace di aprire orizzonti nuovi e promettenti, anziché di tipo bellicista seppur edulcorati con la patina della ‘difesa’.

Peccato che, per una volta, non si cambi logica e paradigma, rifacendosi e riproponendo con decisione e convinzione, per adattarli alla realtà odierna, i princìpi e i valori di matrice umanistica su cui si fonda la costituzione dell’Unione europea.

Nel Preambolo della ‘Carta dei diritti fondamentali dell’UE si legge: “I popoli d’Europa, nel creare tra loro un’unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello Stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. L’Unione contribuisce alla salvaguardia e allo sviluppo di questi valori comuni nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli d’Europa (…); essa si sforza di promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile…”.

Allora mi chiedo, perché non investire energie, sforzi, risorse intellettuali e finanziarie in queste direzioni, in maniera ben maggiore di quanto si faccia attualmente, per cercare una maggiore e migliore coesione comunitaria che sicuramente oggi non c’è a vari livelli, all’insegna dell’unità nella diversità. Giacché, prima di un muscoloso esercito continentale, occorrerebbe costruire una solida/solidale unione culturale, sociale, politica, economica, maturando l’appartenenza al blocco di valori, princìpi, ideali testé evocati, riconoscendo peraltro le specificità regionali intese come ricchezza all’interno di un quadro condiviso.

A mio avviso, uno dei canali più idoneo in tal senso sarebbe puntare sulla dimensione educativa, in linea di continuità e collaborazione con prospettive enunciate dagli organismi internazionali che si occupano di queste materie.

Come esempio, mi rifaccio al documento dell’UNESCO del 2018, “Educazione alla Cittadinanza Globale: Temi e Obiettivi di Apprendimento”: strumento concettuale e metodologico per dare impulso a una cultura di pace, sostenibilità e rispetto dei diritti umani. Di seguito, in estrema sintesi, i temi trattati e le finalità perseguite:

  • Interdipendenza globale: comprendere le relazioni tra questioni locali e globali, come povertà, cambiamento climatico e migrazioni.
  • Diritti umani: promuovere la conoscenza e il rispetto dei diritti umani fondamentali.
  • Sostenibilità: educare alla responsabilità ambientale e alla promozione di stili di vita sostenibili.
  • Pace e nonviolenza: favorire la risoluzione pacifica dei conflitti e il rifiuto della violenza.
  • Diversità culturale: valorizzare le differenze culturali e promuovere il dialogo            interculturale.
  • Partecipazione civica: incoraggiare l’impegno diretto nella società e coltivare la cittadinanza attiva e lo spirito democratico-partecipativo.

Utopia? Scarsa propensione alla realpolitik?

Probabilmente sì, ma forse alle volte può valere la pena uscire dagli schemi dominanti per tentare nuove vie, accompagnati da una visione utopistica (che significa peraltro non perorare qualcosa di impossibile, bensì anelare piuttosto a qualcosa di non ancora compiuto nel presente, ma suscettibile di realizzarsi in futuro), unendo tutte le forze che ne condividano l’orizzonte intenzionale a tutte le latitudini e a tutte le scale.

Ho fatto un sogno, sulla scorta dell’esortazione di Richard Gere a reagire allo stato delle cose, contenuta nel discorso richiamato all’inizio di questo scritto: “Dobbiamo essere attenti, dobbiamo avere energia, dobbiamo essere spavaldi, dobbiamo essere coraggiosi (…), dobbiamo essere uniti, alzarci in piedi, dire la verità, essere onesti”.

Nel mio viaggio onirico, come locarnese ho richiamato la conferenza per la sicurezza e la pace tenuta nella cittadina sulle rive del Verbano dal 5 al 16 ottobre 1925, con la partecipazione di delegati delle principali nazioni europee e che sfociò nello storico Patto di Locarno, in ricordo del quale è detta “città della pace”. Gli accordi stipulati allora contribuirono a un breve periodo di distensione e di collaborazione internazionale dopo la Prima guerra mondiale.

Due anni dopo, fra il 3 e il 15 agosto del 1927, Locarno ospitò un altro importante congresso internazionale, promosso dalla Ligue Internationale pour l’Éducation Nouvelle (LIEN) fondata a Calais nel 1921, per tracciare i connotati di una nuova stagione in campo educativo con la partecipazione dei più eminenti pedagogisti dell’epoca e con delegazioni provenienti da una quarantina di paesi e dai cinque continenti.

Ebbene, ho sognato che quel fervore ideale e progettuale anelante alla pace e a un mondo migliore prodottosi allora attorno al Lago Maggiore si potesse ripresentare oggi… ma mi accorgo che, tenuto conto del clima o dello ‘spirito del tempo’ attuale, sto vaneggiando, per cui è meglio che mi fermi qui.

Nell’immagine: Jim Shaw, “Large Trump Chaos I”


Sergio Rossi – Tagli alla università svizzere nel momento più sbagliato

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


La destra che disprezza le libertà

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Di Luigi Manconi, la Repubblica

Come nel romanzo distopico di uno scrittore mediocre, oggi la bandiera delle libertà viene brandita dalle mani robuste della destra politica e mediatica di tutto il mondo. J. D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, ed Elon Musk, “l’uomo più ricco del mondo”, accusano le democrazie liberali di mortificare la libertà di pensiero e di espressione: e, per tutelarla, promuovono le autarchie e i regimi dispotici.

È un paradosso grottesco e tragico che manifesta una tendenza in rapida crescita e che ha numerose radici. Tra queste, l’incapacità della sinistra politica di mobilitare grandi masse per rivendicare i diritti sociali, economici e civili; la sopravvalutazione del ruolo dello Stato nell’economia e nella regolazione della vita collettiva; un’idea di ordine sociale disciplinato dal centralismo e dalla burocrazia.

Questo apre vaste praterie alle incursioni delle destre, che si propongono come nuovi tribuni della plebe e pugnaci tutori dell’autonomia individuale. E tuttavia le istanze rivendicate rivelano una concezione di libertà assai simile a quella magnificamente raccontata trent’anni fa da Corrado Guzzanti. Una voglia di sregolatezza che reclama il diritto a sottrarsi a tutti i vincoli, i limiti e le responsabilità comuni: una forma nazional-popolare di anarcocapitalismo, un po’ familista e un po’ alla rucola.

Oggi quella stessa impostazione viene riproposta in maniera più strutturata e appena più sofisticata da parte di chi ha letto le sinossi dei saggi di Robert Nozick e di Friedrich von Hayek, si eccita davanti alle performance gaglioffe di Javier Milei e si compiace voluttuosamente della conquistata libertà di poter chiamare ancora froci i froci e negri i negri. Di conseguenza trova ampio ascolto il messaggio che definisce liberticida la sinistra (non che questa non abbia le sue responsabilità, e pesanti) e che indica la destra come paladina dell’indipendenza dell’individuo.

Ma poi succede che qui, nel nostro cortile domestico, le destre non reggano a lungo il gioco di finzione. E le istanze che si vorrebbero libertarie finiscono con il rivelare una significativa tentazione autoritaria. Lo confermano due esempi recentissimi.

Il primo: il tema della violenza maschile contro le donne è di una urgenza tale da non consentire un approccio tutto simbolico. Eppure sembra proprio questo l’orientamento sotteso all’introduzione del femminicidio come reato autonomo proposta dal governo.

È vero che rispetto all’omicidio il femminicidio contiene un ulteriore disvalore rappresentato dalla volontà di assoggettamento e possesso e dalla violazione della dignità della donna in quanto tale. Ma ha davvero senso rendere questa condotta, la più riprovevole, una figura di reato autonoma e applicabile solo quando la vittima dell’uccisione motivata da odio e discriminazione sia una donna?

Da un lato, infatti, l’assassinio, se originato da odio o discriminazione nei confronti di una categoria (un genere, una minoranza…), assume una gravità maggiore e meriterebbe un trattamento sanzionatorio non inferiore a quello del femminicidio. Dall’altro, il contrasto di questo crimine intollerabile può affidarsi soltanto al mero inasprimento sanzionatorio quando non si finanziano a sufficienza i centri antiviolenza e non si investe sulla prevenzione?

In assenza di ciò, temo che neppure la previsione dell’ergastolo possa rappresentare un valido deterrente rispetto a delitti che non hanno una dinamica razionale e sui quali, dunque, la sola minaccia di pena difficilmente può risultare efficace (Federica Resta). D’altra parte, sul piano empirico, come ha notato Tamar Pitch, si può dubitare che questo provvedimento incida più di tanto, dal momento che «molti di quelli che uccidono poi si suicidano o tentano di farlo».

Dell’intero provvedimento emerge soprattutto l’evocazione dell’ergastolo, coerentemente a una politica penale illiberale che è riuscita a introdurre in poco più di due anni oltre cinquanta tra nuovi reati, incrementi di pena e aggravanti di varia natura.

Ma si rintraccia la medesima tendenza autoritaria anche in una proposta di legge sul fine vita che prevede, in aggiunta ai quattro requisiti indicati dalla Corte costituzionale per consentire l’accesso al suicidio assistito, un’ulteriore condizione. Ovvero che il paziente si sottoponga a un trattamento di cure palliative.

Se questo obbligo diventasse legge, si avrebbe una duplice conseguenza: ridurre il principio essenziale dell’autodeterminazione e disattendere la giurisprudenza della Corte Costituzionale che ha più volte ribadito il diritto del paziente a rifiutare le cure. E ciò sulla base di quel comma 2 dell’articolo 32 della Costituzione che così recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

È rispettoso della “persona umana” obbligarla a sottoporsi, perché possa accedere al suicidio assistito, a terapie il cui esito è tutt’altro che garantito e i cui risultati sono in genere parziali? Vedete quanto è facile che dietro la rivendicazione della libertà si palesi lo sprezzo per le libertà fondamentali.

Nell’immagine: manifestazione a Roma in occasione della giornata internazionale della donna


Kiev cede alla pace senza garanzie. Ora per Putin sarà difficile dire no

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Svolta diplomatica a Gedda: intesa ucraino-americana e incognita russa. I colloqui hanno riallineato Kiev e Washington di fronte a Mosca. Americani e ucraini hanno infatti concordato una proposta di “immediato” cessate il fuoco di trenta giorni, sorretta dalla ripresa degli aiuti militari e dell’intelligence americana, con Washington che incassa l’accordo sui minerali e terre rare ucraine. Come risponderà Vladimir Putin? Finora aveva categoricamente rigettato scenari armistiziali, spiegando di non aver ancora conseguito tutti gli obiettivi che si proponeva con “l’operazione speciale”. Pensa di star vincendo. Perché smettere? Donald Trump è sicuro che il presidente russo sia pronto alla pace. L’ha detto. Ora lo mette alla prova.

I colloqui ucraino-americani di Riad si sono potuti concludere rapidamente perché hanno trovato un concreto punto d’incontro fra l’obiettivo dell’amministrazione Trump di mettere fine alla guerra e l’irrinunciabile esigenza ucraina di non essere lasciati in balia della Russia. Regola diplomatica: concentrare il negoziato su un risultato positivo raggiungibile nell’immediato futuro. L’intesa è stata infatti ottenuta circoscrivendo l’accordo all’armistizio di un mese – non è ancora la fine della guerra, tanto meno un accordo di pace, crea solo le condizioni per passare a negoziare l’una e l’altro – ma intanto, come ha ribadito enfaticamente il Segretario di Stato, Marco Rubio, fa terminare perdite di vite umane, distruzioni, vittime civili – reciproche specie dopo il massiccio attacco di droni ucraini a Mosca. La delegazione americana si è dilungata nel sottolineare che questa era la priorità del Presidente americano. Che incassa dunque da Gedda il risultato che voleva (minerali compresi). Giuria di Stoccolma del Nobel per la pace, prendere nota.

Molto soddisfatti Rubio e Michael Waltz, sollevati anche gli uomini di Zelensky: Andriy Yermak, Andrii Sybiha, Rustem Umerov. Prima dell’incontro erano stati bombardati dal ritornello americano «dovete fare concessioni». Evidentemente le hanno fatte, o hanno indicato disponibilità a farle. Di sicuro perdite territoriali ma senza per ora rilasciare cambiali in bianco. Il cessate il fuoco immediato congelerebbe il fronte dove si trova al momento in cui entra in vigore, compreso probabilmente il pezzetto di territorio strappato alla Russia nell’oblast di Kursk. Poi nel negoziare il passaggio dai trenta giorni a una pace duratura si vedrà quali e quante concessioni fare. Da Riad, gli ucraini incassano una cosa fondamentale: la continuazione dell’appoggio americano che era stato sospeso, e messo in dubbio, dopo l’agitata visita di Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca.

Forse, a posteriori, non tutto il male vien per nuocere. Lo scontro dell’Ufficio Ovale, sotto le telecamere, è servito a mettere in chiaro le rispettive posizioni sul come giungere alla fine della guerra. Per Zelensky, pace senza resa alla Russia; per Trump e JD Vance, pace con gratitudine ucraina agli Usa. Il messaggio americano, massaggiato dalla sospensione dell’assistenza americana, è certamente arrivato a destinazione: la delegazione ucraina si è profusa in ringraziamenti al presidente americano – prendere nota anche di questo. Ma anche quello ucraino sembra essere stato metabolizzato, tant’è che il successivo passo diplomatico Usa sono stati i colloqui di Gedda. Inizialmente Kiev era stata cortocircuitata dal dialogo russo-americano, ora rientra in gioco con una proposta ucraino-americana a Mosca. Che gli sarà sicuramente costata le “concessioni” richieste da Washington ma gli evita di trovarsi alle prese con un fatto compiuto russo-americano.

Il fatto compiuto è diventato invece ucraino-americano ed è Mosca che se lo trova sul tavolo. Ha il pregio della semplicità – 30 giorni di tregua – e della difficoltà a respingerlo senza una buona ragione – ma quale potrebbe essere? Che solidarietà internazionale potrebbe trovare un “nyet” russo? Non del fronte “neutrale” che annovera il resto dei Brics, Cina compresa. Putin non esiterebbe a dire di no a Trump – su questo il presidente americano forse si illude. Ma qui deve arrampicarsi sugli specchi – o semplicemente arroccarsi sulla scelta di continuare la sua guerra, pardon operazione speciale, infischiandosene di qualsiasi opinione non russa o spregiudicatamente filorussa. Molto guardinga l’iniziale reazione di Mosca: aspettiamo di sentire dagli americani cosa c’è nella loro proposta, ha prudentemente detto Dmitry Peskov. Che significa: vogliamo capire che concessioni hanno estorto a Gedda.

La delegazione ucraina sembra infatti aver rinunciato a quelle “garanzie internazionali” che erano state il casus belli dell’incontro di Zelensky a Washington. Apparentemente: è un rinvio del problema. Per un cessate il fuoco di un mese non servono garanzie. Se ci si arriva è uno stato di fatto che tiene sul terreno. L’esigenza delle garanzie rispunterà dopo, nel passaggio a uno stato duraturo di armistizio o pace. Qui tutti i giochi, compreso il ruolo chiave degli europei, sono ancora aperti. Del resto, la tregua di un mese non era inizialmente un’idea franco-britannica? Ma Macron e Starmer saranno più che lieti di lasciarne la paternità a Donald Trump. Ben venga, se riesce a farlo accettare a Vladimir Putin.


Adesso la partita a poker con il Cremlino

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Di Maurizio Molinari, la Repubblica

Con l’accordo di Gedda su una proposta di tregua di 30 giorni tra Ucraina e Russia il presidente americano Trump diventa formalmente il mediatore per la fine della guerra in corso in Europa. Ma ora cade su di lui la non facile prova di raggiungere l’intesa con Vladimir Putin.

Per Trump è un successo su tre fronti: dimostra di voler tener fede a tutti i costi all’impegno preso con gli elettori per porre fine ai “conflitti infiniti” perché dopo il cessate il fuoco in Libano del Sud e a Gaza ora diventa possibile anche quello in Ucraina; riesce a piegare il presidente Volodymir Zelensky alla sua volontà grazie alle forti pressioni esercitate prima con l’umiliazione che gli ha inflitto nello studio ovale e poi con la sospensione tanto degli aiuti militari che della collaborazione di intelligence; può presentarsi da Putin forte del mandato incassato dalla delegazione ucraina a Gedda, ritagliando per l’America un ruolo di mediatore che in pochi avevano ritenuto possibile. Ma è proprio questo terzo terreno quello più ad alto rischio per la Casa Bianca per il semplice motivo che il Cremlino ha al momento una posizione assai rigida: vuole conservare in maniera definitiva il controllo di tutti i territori occupati, pari a un quarto del Paese, imporre la smilitarizzazione di Kiev per trasformarla in vassallo e anche ottenere la “denazificazione dell’Ucraina”. Ovvero, l’intenzione di Putin è di uscire vittorioso dalla guerra di aggressione iniziata il 24 febbraio di tre anni fa.

L’estrema chiusura di Putin e la palese apertura di Trump descrivono l’inizio squilibrato di una partita di poker fra i due leader che può avere esiti imprevedibili. Perché i rispettivi obiettivi sono assai diversi. Putin vuole affermare la sovranità russa sull’Ucraina in maniera a tal punto evidente da rilanciare il progetto strategico di creare una propria sfera d’influenza lungo i confini nazionali mentre Trump guarda ben oltre Kiev perché è intenzionato a staccare Putin da Pechino, trasformando l’intesa sull’Ucraina nel volano di un nuovo ordine internazionale. Come riassume il politologo Walter Russell Mead “Trump cerca con Putin un’intesa sulla realpolitik a dispetto dei diritti umani come Roosevelt fece con Stalin a Yalta nel 1945 e Nixon fece con Mao a Pechino nel 1972”. Insomma, Putin e Trump sono portatori di due ambiziosi progetti di revisione dell’ordine di sicurezza internazionale che, al momento, non sembrano compatibili. Ecco perché tutto è possibile fra i due presidenti: da un’intesa sulla fine della guerra a Kiev fino a una rottura capace di innescare un conflitto ancora più grande e terribile. E qualsiasi sarà l’esito, investirà direttamente la sicurezza dell’Europa, imponendo all’Ue (più Londra) di accelerare sul sentiero della difesa comune indicato dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Perché l’interesse europeo è evitare la capitolazione di Kiev, scongiurare la nascita di una sfera d’influenza post-sovietica sul continente e garantire la sicurezza di tutte le nazioni europee che confinano con la Federazione russa. Se la Ue riuscirà a dimostrarsi credibile e forte sul terreno della sicurezza potrà anche assumere un ruolo importante a garanzia di Kiev nel negoziato con Mosca che sta per aprirsi.

In attesa di sapere cosa avverrà fra Trump e Putin possono esserci pochi dubbi sul fatto che, intanto, l’unica certezza è che a uscire vincitore è Mohammed bin Salman, l’erede al trono saudita che prima ha ospitato a Riad il disgelo Usa-Russia e ora a Gedda la riconciliazione Ucraina-Usa assicurandosi un indubbio ruolo da protagonista nella partita globale in corso fra Washington e Mosca. Portando l’Arabia Saudita a sedersi di diritto al tavolo più esclusivo che si è creato al riparo dei riflettori, dietro le rumorose turbolenze internazionali: la possibile convergenza con Stati Uniti e Russia sulla gestione delle maggiori risorse di energia dell’intero pianeta.

Nell’immagine: Mohammed bin Salman


Le manette «intelligenti» di Israele

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Di Yuval Abraham, il manifesto

Pubblichiamo un estratto dell’inchiesta della rivista israeliano-palestinese 972mag. Integrale online

L’esercito israeliano sta sviluppando un nuovo strumento d’intelligenza artificiale, sul modello di ChatGpt, allenandolo su milioni di conversazioni in arabo ottenute dalla sorveglianza dei palestinesi nei Territori occupati, rivela un’inchiesta congiunta di +972mag, Guardian e Local Call.

Lo strumento Ia – creato sotto gli auspici dell’Unità 8200, squadra di cyber guerra d’elite del Direttorato d’intelligenza militare israeliano – rientra nel cosiddetto Modello di linguaggio largo (Llm): un programma di machine-learning capace di analizzare informazioni e generare, tradurre, predire e riassumere testi. Mentre i programmi Llm pubblici, come il dispositivo dietro ChatGpt, sono allenati tramite le informazioni reperite su internet, il nuovo modello in via di sviluppo da parte dell’esercito israeliano viene nutrito da ampio materiale d’intelligence collezionato sulla vita quotidiana dei palestinesi che vivono sotto occupazione.

L’esistenza del programma Llm dell’Unità 8200 è stata confermata a +972, Local Call e al Guardian da tre fonti nella sicurezza israeliana a conoscenza del suo sviluppo. Il modello era ancora sotto addestramento nella seconda parte dello scorso anno e non è chiaro se sia stato già usato o come esattamente verrà utilizzato dall’esercito.

Le fonti hanno spiegato che un beneficio chiave per l’esercito consisterà nella capacità dello strumento di processare velocemente grandi quantità di materiale di sorveglianza per poter «rispondere a delle domande» su specifici individui. A giudicare da come l’esercito utilizzi già dei modelli di linguaggio più piccoli, sembra probabile che il programma Llm possa espandere ulteriormente le incriminazioni e gli arresti di Israele nei confronti dei palestinesi.

«L’Ia amplifica il potere», ha spiegato una fonte d’intelligence che ha seguito da vicino lo sviluppo dell’esercito israeliano dei modelli di linguaggio negli ultimi anni. «Permette operazioni (che utilizzano) i dati di molte più persone, rendendo possibile il controllo della popolazione. Questo non riguarda solo la prevenzione di attacchi con armi da fuoco. Posso rintracciare attivisti per i diritti umani. Posso rintracciare le costruzioni palestinesi in Area C (della Cisgiordania). Ho più strumenti per sapere cosa ogni palestinese in Cisgiordania sta facendo. Quando hai tutti questi dati, puoi dirigerli verso qualsiasi scopo tu voglia».

Se lo sviluppo dello strumento precede la guerra, la nostra inchiesta rivela che, dopo il 7 ottobre, l’Unità 8200 ha richiesto l’assistenza dei civili israeliani con competenze nello sviluppo di modelli linguistici che stavano lavorando per giganti della tech come Google, Meta e Microsoft. Con la mobilitazione di massa dei riservisti all’inizio dell’assalto israeliano a Gaza, gli esperti dell’industria privata hanno iniziato ad arruolarsi nell’Unità – portando al suo interno una conoscenza che prima «era accessibile solo a un gruppo ristretto di compagnie in tutto il mondo», afferma una fonte interna alla sicurezza. (In risposta alle nostre domande, Google ha affermato che ha dei «dipendenti che svolgono degli impieghi di riserva in molti stati», sottolineando che il lavoro che svolgono in tal contesto «non è legato a Google». Meta e Microsoft hanno rifiutato di commentare).

Secondo una delle fonti, il chatbot dell’Unità 8200 è stato allenato su 100 miliardi di parole in arabo ottenute in parte attraverso la sorveglianza su larga scala di Israele nei confronti dei palestinesi sotto il governo del suo esercito, cosa che, avverte la fonte, costituisce una grave violazione dei diritti dei palestinesi. «Stiamo parlando di informazioni altamente personali, estratte da persone che non sono sospettate di aver commesso alcun crimine, per allenare uno strumento che potrebbe servire poi a stabilire un sospetto», ha detto a +972, Guardian e Local Call Zach Campbell, ricercatore senior nel campo della tecnologia per Human Rights Watch.

Nadim Nashif, direttore e fondatore di 7amleh, gruppo di sostegno per i diritti digitali dei palestinesi, fa eco a queste preoccupazioni. «I palestinesi sono diventati cavie nel laboratorio di Israele per sviluppare queste tecniche e fare dell’Ia un’arma, allo scopo di mantenere un regime di apartheid e occupazione dove queste tecniche sono usate per dominare le persone, per controllare le loro vite. Questa è una grave e continua violazione dei diritti digitali dei palestinesi, che rientrano nei diritti umani».

«Sostituiremo tutti gli ufficiali d’intelligence con gli agenti IA»

Gli sforzi dell’esercito israeliano per sviluppare il proprio modello Llm sono stati pubblicamente riconosciuti per la prima volta da Chaked Roger Joseph Sayedoff, ufficiale dell’intelligence che si è presentato come il capo del progetto, in una conferenza dell’anno scorso annunciata con poco preavviso. «Abbiamo cercato di produrre il più grande insieme di dati possibile, raccogliendo tutti i dati posseduti dallo Stato d’Israele in arabo», ha spiegato durante la conferenza DefenseMl a Tel Aviv. Ha poi aggiunto che stanno addestrando il programma su una «quantità psicotica» di informazioni d’intelligence.

Secondo Sayedoff, quando il modello Llm di ChatGpt è diventato disponibile al pubblico nel novembre 2022, l’esercito israeliano ha messo in piedi una squadra d’intelligence dedicata a indagare come l’Ia generativa potesse essere adattata a scopi militari. «Abbiamo detto: Wow, ora sostituiremo tutti gli ufficiali d’intelligence con gli agenti Ia. Ogni cinque minuti, leggeranno tutta l’intelligence israeliana e prediranno chi sarà il prossimo terrorista», ha detto Sayedoff.

Inizialmente la squadra non è stata in grado di fare molti progressi. OpenAI, la compagnia dietro ChatGpt, ha rifiutato la richiesta dell’Unità 8200 di avere accesso al suo programma Llm e di integrarla nel sistema offline interno dell’Unità. (Da allora l’esercito israeliano ha utilizzato il modello linguistico di OpenAi, comprato attraverso Microsoft Azure, come rivelato da un’altra recente inchiesta di +972 e Local Call. OpenAI ha rifiutato di commentare).

C’era un altro problema, spiega Seyendorff: i modelli linguistici esistenti potevano processare solo l’arabo classico – utilizzato nelle conversazioni formali, nella letteratura e nei media – non i dialetti parlati. L’Unità 280 ha quindi capito che avrebbe dovuto sviluppare il proprio programma, fondato, come ha detto Seyendoff durante la sua conferenza, «sui dialetti che ci odiano».

Il punto di svolta è arrivato con lo scoppio della guerra a Gaza a ottobre 2023, quando l’Unità 8200 ha cominciato ad arruolare come riservisti gli esperti di modelli linguistici dalle compagnie private. Ori Goshen, co-Ceo e co-fondatore della compagnia israeliana AI21 Labs specializzata in modelli linguistici, ha confermato che alcuni suoi dipendenti hanno partecipato al progetto durante il loro impiego da riserve. «Un’agenzia di sicurezza non può lavorare con un servizio come ChatGpt, per cui ha bisogno di capire come dirigere l’Ia dentro un sistema non connesso ad altre reti», ha spiegato.

Secondo Goshen, tra i benefici apportati dagli Llm alle agenzie di intelligence, potrebbero essere incluse le capacità di processare rapidamente le informazioni e generare una lista di «sospettati» da arrestare. Nella sua opinione, però, la chiave è la loro capacità di recuperare dati reperiti attraverso molteplici fonti. Piuttosto che usare «strumenti di ricerca primitivi», gli ufficiali potrebbero semplicemente «fare domande e ottenere risposte» da un chatbot che, ad esempio, sarebbe capace di dire se due persone si siano mai incontrate, o determinare istantaneamente se una persona abbia mai commesso un particolare atto.

Goshen ha ammesso, tuttavia, che affidarsi ciecamente a questi strumenti possa condurre a commettere errori. «Questi sono modelli probabilistici. Gli dai uno stimolo o una domanda e loro generano qualcosa che sembra magia – ha spiegato – Ma spesso, la risposta non ha senso. Questo lo chiamiamo “allucinazione”».

Campbell, di Human Rights Watch, ha sollevato una preoccupazione simile. I programmi Llm, ha detto, funzionano come guessing machines e i loro errori ineriscono al sistema. Inoltre, le persone che usano questi strumenti spesso non sono le stesse che li hanno sviluppati e la ricerca mostra come tendano a fidarsi di esse maggiormente. «Infine, queste ipotesi potrebbero essere usate per incriminare le persone», ha detto.

Precedenti inchieste di +972 e Local Call sull’utilizzo da parte dell’esercito israeliano dei sistemi di mira basati sull’Ia volto a facilitare i bombardamenti su Gaza hanno evidenziato i difetti operativi intrinsechi a questi strumenti. Ad esempio, l’esercito ha usato un programma conosciuto come Lavander per generare una kill list di decine di migliaia di palestinesi, incriminati dall’Ia perché presentavano caratteristiche che era stata abituata ad associare a un gruppo militante.

L’esercito ha poi bombardato molti di questi individui – solitamente mentre si trovavano a casa con le loro famiglie – nonostante il programma avesse un margine d’errore del 10%. Secondo le fonti, la supervisione umana del processo d’assassinio serviva solamente come «timbro di gomma» e i soldati trattavano i risultati di Lavender come «se si trattasse di una decisione umana».

«Spesso è solo un comandante di divisione che vuole 100 arresti al mese»

Lo sviluppo di uno strumento sullo stile di ChatGpt allenato sull’arabo parlato rappresenta un’ulteriore espansione dell’apparato israeliano di sorveglianza nei Territori occupati, che è da tempo altamente intrusivo. Più di un decennio fa, soldati che hanno prestato servizio nell’Unità 8200 hanno testimoniato che avevano monitorato civili con nessuna connessione ai gruppi militanti, al fine di ottenere informazioni che potessero essere usate per ricattarli – per esempio, rispetto a difficoltà finanziarie, orientamento sessuale, o malattia grave loro o dei loro familiari. Gli ex soldati hanno anche ammesso di aver controllato attivisti politici.

Insieme allo sviluppo del proprio programma Llm, l’Unità 8200 utilizza già modelli linguistici più piccoli che permettono la classificazione di contenuto, trascrizione e traduzione delle conversazioni di arabo parlato in ebraico e delle ricerche di parole chiave. Questi strumenti rendono il materiale d’intelligence accessibile in maniera molto più immediata, in particolare per la Divisione dell’esercito per Giudea e Samaria (Cisgiordania).

Secondo due fonti, i modelli più piccoli permettono all’esercito di vagliare il materiale di sorveglianza e identificare i palestinesi che esprimono rabbia nei confronti dell’occupazione o il desiderio di attaccare i soldati o i coloni israeliani.

Una fonte ha descritto un modello linguistico, utilizzato al momento, che scannerizza i dati e identifica i palestinesi che utilizzano parole considerate problematiche. La fonte ha aggiunto che l’esercito ha usato modelli linguistici per predire chi potrebbe tirare pietre ai soldati durante le operazioni che «dimostrano la presenza», ovvero quelle in cui i soldati fanno irruzione nelle città o nei villaggi in Cisgiordania e vanno porta a porta, irrompendo dentro ogni casa di una strada per condurre degli arresti e intimidire i residenti.

Le fonti d’intelligence hanno affermato che l’uso di questi modelli linguistici insieme alla sorveglianza su larga scala nei Territori occupati ha intensificato il controllo di Israele sulla popolazione occupata e aumentato significativamente la frequenza degli arresti. I comandanti possono accedere all’intelligence grezza tradotta in ebraico – senza il bisogno che i centri linguistici dell’Unità 8200 forniscano il materiale, o senza conoscere l’arabo essi stessi – e selezionare «sospettati» da arrestare da una lista sempre crescente in ogni località palestinese. «Ogni tanto è solo un comandante di divisione che vuole 100 arresti al mese nella sua area», ha detto una fonte.

A differenza dei modelli più piccoli già in uso, comunque, il modello largo in via di sviluppo sta ricevendo l’allenamento tramite l’insieme di dati di milioni di conversazioni tra palestinesi ottenute dall’Unità 8200. «L’arabo parlato è un dato che difficilmente si trova su internet – ha spiegato la fonte. – Non ci sono trascrizioni di conversazioni o chat Whatsapp online. Non esiste nella quantità che ci serve per allenare un modello del genere».

Per addestrare i programmi Llm, le conversazioni quotidiane tra palestinesi che non hanno immediata utilità d’intelligence servono ugualmente uno scopo fondamentale. «Se qualcuno chiama un’altra persona e le dice di uscire perché la stanno aspettando fuori da scuola, si tratta semplicemente di una conversazione occasionale, non è interessante – ha spiegato una fonte nella sicurezza – Ma per un modello come questo è oro: fornisce più e più dati su cui allenarsi».

L’Unità 8200 non è l’unica agenzia nazionale d’intelligence che sta tentando di sviluppare strumenti di Ia generativa; la Cia ha sviluppato uno strumento simile a ChatGpt per analizzare le informazioni open source e le agenzie di intelligence nel Regno unito stanno parimenti sviluppando i loro programmi Llm. Tuttavia, degli ex ufficiali della sicurezza britannica e statunitense hanno riferito a +972, Local Call e Guardian che l’intelligence israeliana sta assumendo molti più rischi delle controparti relativamente all’integrazione dei sistemi Ia all’analisi di intelligence.

Brianna Rosen, un’ex ufficiale della sicurezza della Casa bianca e attualmente ricercatrice in studi militari e della sicurezza all’Università di Oxford, ha spiegato che un analista d’intelligence che utilizza uno strumento come ChatGpt potrebbe essere potenzialmente in grado di «rilevare minacce che gli esseri umani potrebbero non notare, anche prima che si presentino». Tuttavia, esso comporta anche il «rischio di tracciare connessioni false e conclusioni difettose. Saranno fatti degli errori e alcuni di essi potrebbero avere conseguenze molto serie».

Le fonti d’intelligence israeliane hanno sottolineato che in Cisgiordania la questione più dirimente non è necessariamente l’accuratezza di questi modelli, quanto piuttosto il largo numero di arresti che rendono possibile effettuare. Le liste di «sospettati» crescono costantemente, mentre enormi quantità di informazioni sono continuamente raccolte e velocemente processate utilizzando l’Ia.

Numerose fonti hanno affermato che un «sospetto» vago o generale è spesso sufficiente a porre i palestinesi in detenzione amministrativa – una sentenza a sei mesi di carcere senza processo né accuse, estendibile, sulla base di «prove» non divulgate. In un’atmosfera dove la sorveglianza dei palestinesi è estesa a tal punto e la soglia per l’arresto è così bassa, dicono, l’aggiunta di strumenti fondati sull’Ia potenzierà la capacità di Israele di reperire informazioni incriminanti su molte più persone.

Il portavoce dell’esercito non ha risposto a domande specifiche postegli da +972, Local Call e Guardian «a causa della natura sensibile delle informazioni», affermando semplicemente che «qualsiasi utilizzo di strumenti tecnologici è svolto attraverso un rigoroso processo guidato da professionisti, per assicurare la massima accuratezza delle informazioni d’intelligence».

Harry Davies del Guardian e Sebastian Ben Daniel (John Brown) hanno contribuito a questa inchiesta.
Nell’immagine: l’ex capo dell’esercito israeliano Halevi insieme a un’unità militare dedicata alla sorveglianza in una base vicino Gaza


I disperati del Donbass e il destino della fuga

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

DOBROPILLIA (OBLAST DI DONETSK). Per prima cosa si accetta di mandare i figli al fronte. Poi si accetta di mandare i nipoti in un posto sicuro. Poi si resta a presidiare la casa sulla strada che è diventata una linea del fronte. E poi ci si arrende al destino della fuga. È una storia vecchia tre anni e lunga quattordici nell’Ucraina dell’Est. Ma è una storia vecchia come vecchia è la guerra. Restare nel posto in cui si è sempre vissuti è un tentativo per ingannare l’evidenza, sperando che la battaglia non si ostini ad avvicinarsi davvero, ed è anche la prova che i più vulnerabili sono sempre gli ultimi degli ultimi. Quelli troppo poveri per rimanere e troppo poveri per decidere di andare via.

La fuga, per loro, non è una scelta, è piuttosto una strada stretta tra la vita e la morte.

A fare da spartiacque, oggi come ieri, in Ucraina, sono le stazioni ferroviarie. Da lì partono i treni di evacuazione verso Ovest. Solo che, negli ultimi mesi, i punti di ritrovo degli sfollati si sono spostati di chilometro in chilometro, mentre i russi avanzano lentamente e con loro avanzava la linea del fronte. Prima da Bakhmut si scappava a Chasiv Yar. Poi Bakhmut è caduta. E da Chasiv Yar le evacuazioni arrivavano alla stazione di Pokrovsk. Oggi Pokrovsk è la linea del fronte e le città che un tempo erano rifugio di sfollati oggi sono occupate o non ci sono più.

Due giorni fa il treno è partito alle 18.15 da Pavlograd, agli ultimi degli ultimi erano destinate la carrozza 24 e la 25, cuccette buie una sopra l’altra, una luce fioca e un grande silenzio.

La carta di identità di Roman Korobeynikov dice che ha 52 anni, ma il suo corpo ne dichiara venti di più. Ha le mani di chi ha lavorato i campi tutta la vita e l’espressione del volto che dice una resa. I volontari l’hanno portato via da Pokrovsk dopo che un missile ha colpito la casa accanto alla sua. Roman ha preso una coperta, il telefono e una bottiglia d’acqua ed è andato via con sua moglie. Prima aveva visto partire suo figlio per il fronte meridionale, poi sua figlia e i nipoti per la più sicura città di Vinnytsia. Ha ospitato sfollati a casa sua, diviso lo scantinato e il cibo. La guerra, per loro, non è stato il Risiko delle alleanze tradite, ma la necessità delle alleanze di sopravvivenza: si fa a meno di quello che non c’è, si divide quello che si ha.

Di politica non vuole parlare, non conosce le leggi di chi comanda, ma quando nomina le truppe che si sono avvicinate a casa sua, le chiama nemiche.

Vuole parlare però di casa sua, e lo fa con parole universali, quelle che in ogni parte del mondo usa chi scappa: ci sono nato, ci vivevano i nostri nonni, i nostri padri. Ci rimane la speranza di tornare, un giorno, quando tutto si aggiusterà.

Se tutto si aggiusterà.

Sui binari restano i soldati del fronte orientale, sciolti dagli abbracci delle mogli che sono le ultime a salire, prima che le porte si chiudano e il treno parta diretto a occidente.

La strada verso Est

La strada che da Pavlograd porta nell’oblast di Donetsk è punteggiata di cartelli che invitano al reclutamento. Uno recita: “Non ti smarrire, se difendiamo l’indipendenza saremo vicini alla vittoria”. Un altro, poco distante: “difendiamo il futuro”.

All’entrata dell’oblast, il monumento che reca la scritta Donetsk in cirillico è diventato un altare ai caduti. Il vento muove le bandiere delle brigate, e quelle con stampate le foto dei caduti, al centro del piazzale c’è la statua di una Madonna con al collo le piastrine militari dei soldati.

L’ultimo caduto in battaglia era dell’unità Lupi Da Vinci, un’unità di fanteria meccanizzata di base a Dnipro. Era nato nel 1997. Il futuro era nei volti di questi ragazzini che il futuro, anziché difenderlo, avrebbero voluto viverlo e oggi sono ricordati e rimpianti da chi, prima di andare a combattere, si ferma a portare un saluto. Come Oleksander, tenente della 93ª Brigata meccanizzata, scettico con i giornalisti e diffidente come chi si sente tradito, in lui l’entusiasmo di chi aveva certezza di essere sostenuto sta lasciando il posto alla consapevolezza che l’Ucraina debba sostenersi da sola e alla delusione per le sue truppe che si sentono abbandonate. La carenza di truppe e munizioni ha fatto sì che nel 2024 la Russia abbia conquistato circa 4000 chilometri quadrati di territorio ucraino, sette volte in più del 2023. Quasi tutti nella regione di Donetsk. Eppure, nonostante i progressi nella parte meridionale del Donbass, la Russia è ancora lontana dal prendere il controllo sulle città che continuano a costituire la linea di difesa ucraina.

Oleksander non nasconde che ci sia un problema di motivazione nei battaglioni, e non nasconde che molte unità abbiano sofferto per l’alto numero di disertori. Come la 155ª Brigata meccanizzata. A gennaio il governo ha avviato un’indagine sull’unità dopo che quasi sessanta soldati sono scomparsi durante l’addestramento in Francia. Il comandante del gruppo, Dmytro Riumshyn, è stato arrestato e rischia 10 anni di carcere per non aver segnalato assenze non autorizzate. È successo lo stesso in varie unità di Difesa Territoriale, civili che hanno formato brigate da zero, senza mezzi né addestramento a sufficienza, reclute inesperte, migliaia di uomini passati in una notte dalla vita civile alla trincea, dalla famiglia ai battaglioni, senza una settimana di pausa, senza vedere i figli per mesi. Contando i morti e i mutilati, allungando trincee, difendendo i confini prima sostenuti e armati e poi derisi e lasciati soli.

La strada che porta verso Lyman porta ancora i segni della controffensiva dell’autunno del 2022. Chilometri di case distrutte, negozi abbandonati, monasteri colpiti. Più si prosegue verso Est, più i veicoli civili lasciano il posto ai soli convogli militari. È ancora sui 400 chilometri del fronte orientale che si concentrano le battaglie più dure della guerra. Come a Torestk, teatro di guerra da otto mesi, dove si combatte casa per casa. O a Chasiv Yar, assaltata dopo la caduta di Bakhmut e che, se cadesse, aprirebbe la porta a un attacco diretto a Kostiantynivka e Kramatorsk, il capoluogo del distretto di Donetsk.

Oggi, dopo più di tre anni di guerra, l’Ucraina è a corto di soldati, l’attuale età della leva obbligatoria in Ucraina è per gli uomini di età compresa tra 25 e 60 anni, abbassata dai 27 anni dello scorso aprile, e da qualche mese il governo ha cambiato approccio sui disertori: sono state abolite le sanzioni penali per chi ha abbandonato le unità ma decide di tornare volontariamente a combattere. Oleksander non condanna né giudica nessuno, le prime assenti sul campo di battaglia per lui sono le armi promesse e non arrivate, quelle promesse e arrivate troppo tardi.

«In alcuni momenti eravamo brigate di mortaisti senza mortai, ed eravamo costretti a retrocedere, poi arrivavano le armi e ci mancava la fanteria».

Come a dire che la guerra sul campo ha leggi diverse da quelle della politica. E che i tempi di chi combatte battono un’ora diversa rispetto a quelli di chi negozia sulla loro pelle. «E poi arrivi qui a portare un fiore, o un pacchetto di sigarette e pensi che più va avanti la guerra più bandiere non le facce dei morti ci saranno. Pensi: domani tocca a me. Ma resto, per la nostra indipendenza, e per quella dei nostri figli».

«Siamo solo piccoli uomini»

La notte del 7 marzo un attacco missilistico russo ha colpito la città di Dobropillia, in Donetsk. È stato colpito un edificio residenziale con un mercato nel mezzo e sono morte 14 persone, 20 sono rimaste ferite. Tra le vittime anche i soccorritori, giunti sul posto dopo il primo attacco, e uccisi dal secondo missile balistico arrivato subito dopo.

Solo uno degli attacchi russi degli ultimi giorni verso le città dell’Ucraina orientale che sono diventate snodi logistici per l’esercito ucraino e per gli sfollati.

Abbastanza vicine al fronte per diventare rifugio, troppo vicine al fronte per non esserne vittime. Dopo la strage del 7 marzo il governatore della regione di Donetsk ha chiesto ai civili di andare via. Ma dove? Dicono tutti.

Tra i morti di Dobropillia c’era anche una coppia fuggita pochi giorni prima da Pokrovsk sotto assedio. L’amministrazione della città aveva messo loro a disposizione un piccolo appartamento al secondo piano del blocco di edifici. Il primo a essere colpito dai missili. Sono morti così, e i loro corpi bruciati. Ieri mattina una loro parente ha portato due rose tra le mura annerite dal fuoco. «Siamo solo piccoli uomini e piccole donne, destinati a morire così», ha detto prima di sedersi a terra, aprire una sacca di plastica e cercare tra la cenere e la polvere qualcosa che somigliasse al resto di un corpo, per piangere due ragazzi evacuati dalla linea del fronte per essere portati al sicuro, e morti sotto un cielo un po’ più lontano dal fronte che però non lascia più sicuro nessuno.

Nell’immagine: la guerra in Ucraina ha trasformato le vite di civili e soldati in una lotta continua tra resistenza e fuga, mentre le speranze si assottigliano


Combattiamo contro un dittatore sostenuto da un traditore

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Da CivicoLab

Signor presidente, signor primo ministro, signori ministri, cari colleghi, l’Europa si trova in una fase critica della sua storia. Lo scudo americano si sta ritirando, l’Ucraina rischia di essere abbandonata e la Russia si rafforza. Washington è diventata la corte di Nerone, con un imperatore incendiario, cortigiani sottomessi e un buffone sotto ketamina incaricato di epurare la funzione pubblica. Questa è una tragedia per il mondo libero. Ma è, prima di tutto, una tragedia per gli Stati Uniti. Il messaggio di Trump è che non ha senso essere suoi alleati perché non vi difenderà, imporrà più dazi a voi che ai suoi nemici e minaccerà di impadronirsi dei vostri territori sostenendo le dittature che vi invadono. Il “re degli accordi” sta dimostrando cos’è davvero l’arte della trattativa: sottomettersi. Pensa di intimidire la Cina inchinandosi davanti a Putin, ma Xi Jinping, di fronte a un simile disastro, sta senza dubbio accelerando i preparativi per l’invasione di Taiwan.

Mai nella storia un presidente degli Stati Uniti si era arreso di fronte al nemico. Mai un presidente aveva sostenuto un aggressore contro un alleato. Mai prima d’ora un presidente aveva calpestato la Costituzione americana, emanato così tanti decreti illegali, destituito i giudici che avrebbero potuto impedirglielo, licenziato il personale militare in un colpo solo, indebolito tutti i contrappesi istituzionali  e preso il controllo dei social network. Questa non è una semplice deriva illiberale. E’ l’inizio della confisca della democrazia. Ricordiamo che  bastarono solo un mese, tre settimane e due giorni per far crollare la Repubblica di Weimar e la sua costituzione. Ho fiducia nella solidità della democrazia americana e il paese sta già protestando. Ma in un mese Trump ha fatto più danni all’America che in quattro anni della sua ultima presidenza.

Eravamo in guerra contro un dittatore. Ora stiamo combattendo contro un dittatore sostenuto da un traditore. Otto giorni fa, proprio nel momento in cui Trump stringeva la mano di Macron alla Casa Bianca, gli Stati Uniti votavano all’Onu insieme alla Russia e alla Corea del nord, contro gli europei,  opponendosi al ritiro delle truppe russe.  Due giorni dopo, nello Studio Ovale, il fuggiasco del servizio militare dava lezioni di moralità e strategia all’eroe di guerra Zelensky, prima di congedarlo come uno stalliere, ordinandogli di sottomettersi o dimettersi. Ieri sera ha fatto un ulteriore passo avanti nella sua infamia, bloccando la consegna delle armi che aveva promesso. Cosa fare di fronte a questo tradimento? La risposta è semplice: affrontarlo. E prima di tutto, non commettere errori. La sconfitta dell’Ucraina sarebbe la sconfitta dell’Europa. I paesi Baltici, la Georgia e la Moldavia sono già sulla lista. L’ obiettivo di Putin è tornare a Yalta, dove metà del continente fu ceduto a Stalin. I paesi del Sud aspettano l’esito del conflitto per decidere se continuare a rispettare l’Europa o se siano ormai liberi di calpestarla.

Putin vuole la fine dell’ordine stabilito dagli Stati Uniti e dai loro alleati ottant’anni fa, il cui primo principio era il divieto di acquisire territori con la forza. Questo principio è alla base stessa dell’Onu, dove oggi gli americani votano a favore dell’aggressore e contro l’aggredito, perché la visione di Trump coincide con quella di Putin: un ritorno alle sfere di influenza, dove le grandi potenze   dettano il destino dei piccoli paesi. La Groenlandia, Panama e il Canada sono miei; l’Ucraina, i Baltici e l’Europa orientale sono tuoi; Taiwan e il Mar Cinese Meridionale sono suoi. Nei salotti degli oligarchi del Golfo di Mar-a-Lago, questo viene chiamato “realismo diplomatico”. Quindi siamo soli. Ma l’idea che non si possa sconfiggere Putin è falsa. Contrariamente alla propaganda del Cremlino, la Russia è in difficoltà. In tre anni, il cosiddetto secondo esercito del mondo è riuscito a racimolare solo le briciole di un paese con una popolazione tre volte inferiore alla sua. I tassi di interesse al 25 per cento, il crollo delle riserve  di valuta e oro e il collasso democratico dimostrano che la Russia è sull’orlo del baratro. L’aiuto americano a Putin è il più grande errore strategico mai commesso in una guerra. Ma ha avuto un effetto positivo: gli europei hanno aperto gli occhi. A Monaco, hanno capito che la sopravvivenza dell’Ucraina e il futuro dell’Europa dipendono da loro e che hanno tre imperativi: accelerare gli aiuti militari all’Ucraina per compensare l’abbandono americano, permetterle di resistere e garantire la presenza europea in qualsiasi negoziato.

Questo avrà un costo: bisognerà superare il tabù dell’utilizzo dei beni russi congelati e i complici di Mosca in Europa dovranno essere aggirati da una coalizione di volenterosi, tra cui ovviamente il Regno Unito. In secondo luogo, pretendere che qualsiasi accordo includa il ritorno dei bambini e dei prigionieri rapiti e da garanzie di sicurezza assolute. Dopo Budapest, la Georgia e Minsk, sappiamo bene quanto valgano gli accordi con Putin. Queste garanzie includono una forza militare sufficiente a prevenire una nuova invasione.

Infine, e questa è la cosa più urgente, perché è quella che richiederà più tempo, dobbiamo costruire una difesa europea che è stata trascurata a favore dell’ombrello americano dal 1945 e che è stata affrontata dalla caduta del Muro di Berlino. E’ un compito titanico, ma è sul suo successo o sul suo fallimento che i leader dell’Europa democratica di oggi saranno giudicati nei libri di storia. Friedrich Merz ha appena dichiarato che l’Europa ha bisogno di una propria alleanza militare. E’ un riconoscimento del fatto che la Francia ha avuto ragione per decenni nel sostenere l’autonomia strategica. Ora bisogna realizzarla.

Dobbiamo investire massicciamente nel settore militare, rafforzare il Fondo europeo per la difesa al di fuori dei vincoli di Maastricht, armonizzare i sistemi di armi e munizioni e accelerare l’adesione dell’Ucraina, che ora è il più grande esercito europeo. Ripensare il luogo e le condizioni della deterrenza nucleare basata sulle capacità francesi e britanniche. Rilanciare lo scudo missilistico e i programmi satellitari. Il piano annunciato ieri da Ursula von der Leyen è un ottimo punto di partenza. Ma servirà molto di più. L’Europa può tornare a essere una potenza militare solo  se tornerà una potenza industriale. In breve, il rapporto Draghi deve essere attuato. Per sempre. Ma il vero riarmo dell’Europa è il suo riarmo morale. Dobbiamo convincere l’opinione pubblica della necessità di un cambiamento di fronte alla stanchezza e alla paura della guerra, e soprattutto  smascherare i complici di Putin: l’estrema destra e l’estrema sinistra. Ieri all’Assemblea nazionale hanno nuovamente attaccato  l’unità e la difesa europea. Dicono di volere la pace. Quello che né loro né Trump dicono è che la loro pace è la resa. E’ la pace della sconfitta, la sostituzione di De Gaulle-Zelensky con un Pétain ucraino asservito a Putin, la pace dei collaborazionisti che da tre anni rifiutano ogni aiuto agli ucraini.

E’ la fine dell’Alleanza atlantica? Il rischio è grande, ma negli ultimi giorni l’umiliazione pubblica di Zelensky e tutte le decisioni folli prese nell’ultimo mese hanno finalmente fatto risvegliare gli americani. I sondaggi sono in calo, i politici repubblicani sono accolti da folle ostili nei loro collegi elettorali e persino Fox News è diventata critica. I trumpiani  non sono più in maestà, controllano l’esecutivo, il Parlamento, la Corte suprema e i social network, ma nella storia americana i sostenitori della libertà hanno sempre prevalso. Stanno iniziando a rialzare la testa. Il destino dell’Ucraina si gioca in trincea, ma dipende anche da coloro che negli Stati Uniti vogliono difendere la democrazia, e qui dalla nostra capacità di unire gli europei, di trovare i mezzi per la loro difesa comune e di far tornare l’Europa la potenza che è stata nella storia e che esita a tornare. I nostri genitori hanno sconfitto il fascismo e il comunismo a caro prezzo. Il compito della nostra generazione è quello di sconfiggere i totalitarismi del Ventunesimo secolo. Viva l’Ucraina libera, viva l’Europa democratica.

Nell’immagine: Claude Malhuret, presidente di  Médecins sans frontières e presidente del Gruppo degli Indipendenti al Senato francese


Russia, vantaggi immediati e problemi futuri dell’economia di guerra

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Nel momento in cui la Commissione Europea lancia “Rearm”, che si pone obbiettivi militari strategici e individua il suo principale avversario nel regime putiniano, varrà la pena di dare un’occhiata più da vicino al programma di Difesa della Federazione Russa, ai suoi obbiettivi, ai suoi risultati e alle sue prospettive.

In primo luogo è necessario quantificare le spese per la Difesa del Cremlino, un compito che presenta delle difficoltà ed esige qualche chiarimento. Lo studio dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), da questo punto di vista, pubblicato lo scorso 12 febbraio, ha fornito qualche elemento che aiuta a dipanare una matassa non così semplice. Non è un caso che l’economia russa, data per moribonda dopo le ondate di sanzioni del primo anno di guerra, è ancora in piedi e gode di una certa salute, grazie proprio al ricostituente della “permanent war economy”.

Secondo il IISS la spesa militare russa nel 2024 espressa in rubli e convertita in dollari a tassi di cambio correnti (molto oscillanti negli ultimi 3 anni, con variazioni mensili superiori anche al 10%), è pari a 145, 9 miliardi di dollari. Ovvero molto più bassa, in termini assoluti, non solo di quella americana e cinese ma anche di quella europea complessiva. Tuttavia queste cifre non devono tranne in inganno. Il totale della spesa bellica russa deve essere parametrata – per evitare strabismi – non ai tassi di cambio correnti ma a tassi di cambio “a parità di potere d’acquisto” (PPP). Il PPP è usato ormai da decenni come un indice per fornire la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) in Paesi che hanno strutture economiche nazionali diverse tra loro per welfare, produttività, costo del lavoro eccetera. Con questa ricalibratura – cioè “equalizzando” i costi di produzione bellica tra Stati Uniti e Russia, l’IISS conclude che “a parità di potere d’acquisto, la spesa militare totale della Russia nel 2024 arriverebbe a 461, 6 miliardi di dollari”. Per avere un altro criterio di valutazione dell’economia bellica russa val la pena tenere presente il rapporto percentuale tra questa e il PIL che è del 6, 7%, uno dei più alti al mondo. Un’altra pietra di paragone è inoltre rappresentata tra il totale della spesa di bilancio annuo e le spese della difesa. Andrey Belousov, il capo dicastero della Federazione, ha sostenuto lo scorso dicembre che tale percentuale è del 32, 5%, un dato che gran parte degli analisti internazionali considera realistico. Siamo molto lontani dal 75-80% raggiunto negli anni ’70 del secolo scorso dall’ URSS, malgrado ciò andrà ricordato che dentro il calderone delle spese militari ai quei tempi finivano interi pezzi dell’economia civile (persino l’abbigliamento).

Al di là delle analogie, lo scorso anno il governo russo è stato in grado di ottenere questi risultati da una parte tagliando la spesa sociale ma soprattutto allargando i cordoni del debito pubblico che comunque resta molto più basso di quello dei Paesi Occidentali (14, 9% sul PIL).

Il grafico che segue, un’elaborazione del Center for European Policy Analysis pubblicato dal CEPA mostra la crescita esponenziale della spesa bellica russa nell’ultimo quindicennio.

Una volta avuto chiaro il quadro d’insieme varrà la pena aggiungere un paio di annotazioni.

La Russia, avendo un debito pubblico così basso, ha ancora ampi margini per la crescita della spesa: quando Putin parla della “costante sottovalutazione nella storia della nostra forza”, sta parlando anche di questo. Quindi, nonostante sia stata tagliata fuori dalla maggior parte delle fonti esterne di capitale, la Russia rimane più che in grado di finanziare gli investimenti interni e la spesa pubblica con le proprie risorse.

Se questi elementi si inseriscono nel quadro più ampio delle performances dell’economia russa degli ultimi anni, sono possibili ulteriori valutazioni sulla resilienza militare de regime putiniano.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia all’inizio del 2022 per conquistare le quattro province russofone del Donbass nell’Ucraina orientale ha, come abbiamo già sottolineato, dato una forte spinta all’economia. Nel 2023, la crescita del PIL reale è stata del 3, 6% e oltre il 3% nel 2024 (vedi grafico riportato qui sotto). Ciò è stato possibile non solo grazie alle armi ma anche ad altri fattori.

In primo luogo la fuoriuscita dal mercato russo di molti player occidentali ha promosso una sorta di economia autarchica con la sostituzione di produzioni straniere con quelle russe. La qualità delle merci disponibili sul mercato si è spesso abbassata ma questo elemento, come già ai tempi dell’URSS, si potrà apprezzare solo nel lungo periodo.

Un’economia di guerra significa che lo Stato interviene e addirittura scavalca il settore capitalista nel processo decisionale per lo sforzo bellico nazionale. Ironia della sorte, nel caso della Russia ciò è stato accelerato dal ritiro delle aziende occidentali dai mercati russi e dalle sanzioni; così lo Stato russo ha rilevato entità straniere e/o le ha rivendute a capitalisti russi impegnati nello sforzo bellico.

Il tasso di crescita degli investimenti ha superato il tasso di crescita del PIL con un margine più ampio rispetto a qualsiasi altro momento dei 15 anni precedenti, secondo il Centro per l’analisi macroeconomica e le previsioni a breve termine di Mosca.

In secondo luogo la Russia è riuscita ad aumentare gli scambi commerciali con la Cina e a vendere il suo petrolio a nuovi mercati, in parte utilizzando una flotta ombra di petroliere per aggirare il tetto dei prezzi che i paesi occidentali speravano avrebbe ridotto il tesoretto di guerra del Paese. Il commercio tra Russia e Cina ha raggiunto i 240 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento del 64% rispetto al 2021.

Tuttavia, la guerra ha intensificato una grave carenza di manodopera. Come l’Ucraina, la Russia è ora disperatamente a corto di personale, seppure per ragioni diverse. Anche prima della guerra, la forza lavoro russa stava diminuendo a causa di tendenze demografiche naturali. Poi, all’inizio della guerra nel 2022, circa 750. 000 lavoratori russi e stranieri hanno lasciato il Paese mentre l’esercito russo sta reclutando decine di migliaia di uomini in età lavorativa. Ogni mese, tra i 10. 000 e i 30. 000 lavoratori si arruolano nell’esercito, circa lo 0, 5% della forza lavoro totale. Questa carenza ha portato benefici ai lavoratori russi in termini di sicurezza del lavoro e in termini salariali. Contemporaneamente però l’inflazione è aumentata vertiginosamente e il rublo si è deprezzato notevolmente rispetto al dollaro, costringendo la banca centrale russa ad aumentare il tasso di interesse fino al 21%.

L’economia di guerra russa, malgrado gli evidenti squilibri, è quindi ben posizionata per continuare la guerra per diversi anni a venire, se Putin lo considerasse necessario. Ma quando la guerra sarà finita, Putin potrebbe trovarsi di fronte a un significativo crollo della produzione e dell’occupazione.

Inevitabilmente l’economia di guerra della Russia tornerà all’accumulazione capitalistica quando la guerra finirà rimanendo fondamentalmente pur sempre legata alle risorse naturali, ovvero all’estrazione piuttosto che alla produzione. Il Paese, settore bellico incluso, in ultima istanza, resterà dipendente dalle importazioni di alta tecnologia. Il calo demografico, la qualità in declino dell’istruzione universitaria e la fuga di cervelli, aggraveranno questi problemi.

Se a grandi linee questo è il quadro d’insieme, il progetto europeo di riarmo sembra più orientato a fare ancora più pressione sull’economia russa nel dopoguerra che sui campi di battaglia ucraini di oggi e la guerra fredda 2. 0 appare più davanti a noi che alle nostre spalle.

Nell’immagine: Vladimir Putin in visita ad una fabbrica di carri armati


La Svizzera con la testa tra le nuvole

Una gestione del potere di tipo assoluto, che sottintende una platea popolare di incolti che non hanno bisogno di ragionamenti troppo elaborati 

Di Jacques Pilet, Bon pour la Tête

Non c’è stata la minima presa di posizione dell’Esecutivo dopo l’incredibile conferenza stampa a cui hanno partecipato il ministro uscente e tutti i capi dipartimento dimissionari. Accompagnati da un vice-cancelliere anch’egli sul piede di partenza! Il controspionaggio, l’aeronautica e la difesa aerea sono in crisi. Ma non preoccupatevi… Verrà eletto un nuovo Consigliere federale, quindi tutto tornerà alla normalità in men che non si dica, non è vero?

Una decisione, però: la Svizzera si è immediatamente allineata alle nuove sanzioni antirusse decretate dalla Commissione europea. Proprio mentre gli Stati Uniti revocano le loro sanzioni! Bruxelles prevede ulteriori restrizioni alle attività bancarie. Il governo sta misurando gli effetti prevedibili? Non solo la Russia, ma anche altri Paesi stanno già evitando la piazza finanziaria svizzera, e lo faranno ancora di più in futuro. Ci sono molte altre possibilità, nel Golfo, in Asia e ora in America. Ci stiamo dando la zappa sui piedi.

Frenesia prebellica

La maggior parte dei paesi europei si sta preparando a gettare somme colossali nella difesa. Ciò è fonte di gioia per i principali produttori di armi, ma preannuncia anche una serie vertiginosa di problemi di bilancio. La signora von der Leyen, la star dei guerrafondai, vuole trovare 800 miliardi. Il nuovo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, che aveva fatto campagna elettorale con la promessa di un rigoroso risparmio pubblico, annuncia improvvisamente di aver bisogno di 200 miliardi in più per l’esercito. Quanto al mago Macron, anche lui vuole aumentare drasticamente tale spesa… senza aumentare le tasse, ma forse grazie al “risparmio privato”.

Solo ieri pensavamo di dover fare un grande sforzo per la ricerca, l’innovazione e l’industria. Invece no. La concorrenza cinese in questi settori è stata dimenticata. Una Cina che forma otto milioni di ingegneri all’anno, pagati meno di noi e molto laboriosi. Chi può pensare che questo non ci sconvolga in molti settori?

La Svizzera sarà coinvolta in questa frenesia prebellica? Per fortuna ci sono dei freni. Resta il fatto che non è affatto chiaro a quale tipo di difesa dare la priorità. FA-35, quanto ci avete preso per i fondelli!

Per quanto riguarda l’offensiva tariffaria di Trump, essa colpirà in varia misura tutti gli europei. Che siano o meno membri dell’UE. In Svizzera ci sono due settori sensibili: l’orologeria e i prodotti farmaceutici. Questi ultimi sono nel mirino del Segretario alla Sanità statunitense, Kennedy Jr, che sta escogitando ogni sorta di blocco. Le esportazioni svizzere verso gli Stati Uniti rappresentano il 60% del totale, di cui 37 miliardi di franchi per prodotti farmaceutici e chimici. In caso di sovrapprezzo doganale, l’industria ne risentirà. I concorrenti indiani e cinesi, in particolare, sono in agguato.

La diplomazia svizzera è balbuziente

E cosa sta facendo la diplomazia svizzera? Balbetta su tutti i fronti. Guidata da un affranto Ignazio Cassis, che evita i giornalisti, evita i parlamentari e preferisce tenere la bocca chiusa. Non c’è stato un appello risoluto ad aggiornare gli accordi con l’UE, che sono indispensabili in termini pratici, qualunque cosa si pensi delle opzioni geostrategiche della Commissione, che non ci riguardano. Non una parola sulla politica di Trump. Cosa si sta facendo al riguardo? Un mistero. Per quanto riguarda il Medio Oriente, l’unica indicazione è quella di non far arrabbiare Israele. Lo scorso settembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiesto a Berna di organizzare una conferenza sul destino dei palestinesi nei territori occupati (con 124 voti favorevoli, 14 contrari e 43 astensioni… tra cui la Svizzera). La conferenza si sarebbe dovuta tenere venerdì 7 marzo. 196 Paesi invitati a essere rappresentati a Ginevra… e un giorno di dibattiti. Si è fatto di tutto per disinnescare l’evento, cosa che ha irritato molto l’Autorità palestinese, rappresentata all’ONU. La risoluzione elaborata dalla Svizzera era una di banalità assoluta. Tanto che all’ultimo momento, viste le tensioni e di fronte all’opposizione di diversi Paesi arabi e non solo, la conferenza è stata semplicemente annullata. Almeno il signor Cassis non avrà problemi con Netanyahu e compagni. Quello che probabilmente sta rimuginando in questi giorni è come non scontentare la nuova amministrazione americana e i membri della NATO che sono rimasti fermi sulle loro posizioni. A questo proposito, il capo del DFAE è stato informato della proposta del capo dell’esercito Süssli di inviare 200 soldati in Ucraina per monitorare un eventuale cessate il fuoco? Non una parola sull’argomento.

E non c’è stato nemmeno il minimo segno di un tentativo di allentare le relazioni con Mosca. Addio alla speranza di poter svolgere un giorno il nostro ruolo di mediatori di pace, anche solo marginalmente.

Problemi di comunicazione nel Consiglio federale

Detto questo, al capo della nostra diplomazia piace viaggiare. Dopo un tour in America Latina, ha ritenuto opportuno recarsi in visita ufficiale in Romania. Con un curioso programma che rende omaggio alla lingua romancia e promuove la diversità linguistica. Questo in un momento in cui il Paese è in uno stato di febbrile agitazione dopo l’annullamento delle elezioni presidenziali di dicembre e in attesa di un nuovo scrutinio. Questo viaggio ha fornito un sostegno di fatto a un governo che è stato ampiamente screditato. Non è certo opportuno. Cosa hanno pensato i suoi colleghi? Sempre che abbiano prestato attenzione all’iniziativa.

È chiaro che i capi del governo federale comunicano poco tra loro. Non stanno lavorando insieme per sviluppare una visione chiara per il Paese. Per questa barca in acque sempre più agitate senza rotta né bussola.

Traduzione a cura della redazione