8 marzo: più risorse contro femminicidi e violenze sulle donne

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Con un’azione a tappeto grazie a degli adesivi che inviano a un QR code, speriamo di dare un contributo alla causa promossa dai collettivi femministi svizzeri per contrastare la violenza nel nostro Paese e raccogliere così più firme, per far sentire forte la nostra rabbia. Infatti, otto femminicidi in otto settimane in Svizzera nel 2025 sono una tragedia inaccettabile. Non sono numeri, sono vite spezzate, famiglie distrutte, si tratta di un segnale allarmante di una violenza che non si arresta.

La Svizzera è spesso percepita come un Paese sicuro, ma questi dati dimostrano che la violenza di genere è un problema strutturale, radicato in una cultura patriarcale che ancora permette che noi donne veniamo uccise per il semplice fatto di essere donne. Ogni anno troppe di noi vengono ammazzate per mano di uomini che credono di poter disporre delle nostre vite. Il femminicidio non è un tragico incidente, né un raptus improvviso: è la conseguenza estrema di una cultura patriarcale che ancora oggi alimenta la violenza di genere, il possesso e la sopraffazione.
Dobbiamo dire basta. Basta giustificazioni. Basta silenzi. Basta minimizzare.

Ognuna di noi ha il diritto di vivere libera, senza paura, senza dover giustificare le proprie scelte. La lotta contro i femminicidi inizia con l’educazione, con il rispetto, con leggi più incisive e un sistema di protezione che non abbandoni le vittime. Per fare questo ci vogliono risorse, subito!
Non chiamiamoli “amori malati” o “crimini passionali”. Chi uccide una donna lo fa perché non accetta la sua libertà. E questo deve finire. Non bastano più parole di cordoglio. Servono azioni concrete e un cambio di mentalità che tolga qualsiasi giustificazione alla violenza. Ogni femminicidio è una sconfitta collettiva.

La violenza di genere non è un problema privato, ma sociale e politico. Colpisce tutte e tutti, perché una società che permette la violenza sulle donne è una società malata.
Serve più educazione al rispetto già nelle scuole, serve che i media smettano di raccontare questi crimini con toni giustificatori, serve che le istituzioni non lascino sole le donne che denunciano. Perché troppe volte chi trova il coraggio di chiedere aiuto viene ignorata, lasciata in balia del suo aggressore fino al tragico epilogo. Non possiamo più permettere che accada.
Non possiamo accettarlo. Dobbiamo mobilitarci, scendere in piazza, pretendere leggi efficaci e una giustizia che non si limiti alle parole. Serve prevenzione, serve protezione, serve un cambiamento culturale che scardini, una volta per tutte, la mentalità del possesso e della violenza.

Oggi viviamo in un clima politico e sociale che sta rimettendo fortemente in discussione i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+. Il diritto all’autodeterminazione dei nostri corpi, l’accesso all’istruzione e al lavoro salariato, il diritto a spostarsi e a emigrare sono costantemente sotto attacco in tutti i paesi del mondo. Si riafferma con forza l’idea che il nostro ruolo sia quello tradizionale di madre e moglie devota e che le uniche relazioni accettabili siano quelle eterosessuali. Forti venti di guerra stanno spirando in tutto il pianeta.

Di fronte a questa situazione è importante costruire una forte mobilitazione femminista a livello nazionale e internazionale. Il collettivo Io l’8 ogni giorno vuole quindi farsi promotore di un’azione collettiva e di mobilitazione in vista del 14 giugno coinvolgendo tutte quelle realtà associative e politiche e tutt* color* che sono interessanti per costruire una grande manifestazione in occasione del 14 giugno e ricostruire una rete femminista. In questo senso il collettivo parteciperà alle assise nazionali femministe del 22 marzo a Berna.


Donna e Donne

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Iran, il velo «sconfitto»

Pezeshkian rifiuta la richiesta dei parlamentari: «Non farò rispettare la legge su hijab e castità: non mi metto contro il popolo». Già è cominciata l’offensiva delle forze conservatrici anche contro lo stesso presidente

Di Francesca Luci, il manifesto

209 deputati (su 290) del Parlamento della Repubblica Islamica hanno inviato una lettera al presidente della Camera, chiedendo l’applicazione della legge sulla castità e sull’hijab, sospesa lo scorso dicembre dal Consiglio supremo per la sicurezza. La normativa prevede pene severe per le donne e le ragazze che violano l’obbligo del velo, tra cui multe, pene detentive e fustigazioni.

MERCOLEDÌ 5 febbraio, il presidente iraniano Pezeshkian, in una sorprendente presa di posizione contraria, ha dichiarato: «Non posso far rispettare la legge perché crea problemi alla popolazione e io non mi metterò contro il popolo».

Le parole semplici di Pezeshkian contengono un enorme significato politico e sociale. È stato implicitamente riconosciuto che la legge contraddice l’articolo 9 della politica generale del sistema, che stabilisce che le leggi devono essere applicabili, orientate ai bisogni reali e garantire la massima partecipazione.

CIÒ DI FATTO significa che la legge si è scontrata con il volere del popolo, che ne ha avuto abbastanza della pretesa del sistema di controllare la sfera privata delle famiglie, delle donne e dell’istigazione degli uomini contro madri, sorelle, mogli e figlie. Certo, non c’era forse bisogno di sentire queste parole dopo decenni di proteste e repressioni, ma l’affermazione di Pezeshkian suona come una certificazione ufficiale della vittoria del movimento femminile contro le imposizioni del regime.

IL MOVIMENTO femminile iraniano è in prima linea nella battaglia per i diritti civili da diversi decenni. È riuscito a creare una catena di equivalenze tra le sue attiviste, concentrandosi sulla lotta contro le leggi discriminatorie. Le differenze tra donne religiose e secolari, tra socialiste e liberali, tra nazionaliste e attiviste per i diritti delle minoranze etniche sisono ridotte in favore di un’identità collettiva basata sulla lotta contro la discriminazione legale.

Negli anni, il movimento, colpito dall’esilio forzato di molte, ha visto una nuova generazione di donne più giovani e radicali portare la battaglia su un nuovo fronte, concentrandosi sulla liberazione del corpo femminile dal controllo statale. La lotta contro il velo obbligatorio è divenuta il centro del discorso femminile e il punto di incontro per donne di tutte le classi sociali, dalle lavoratrici urbane alle donne della borghesia religiosa, ed è diventata il simbolo dell’opposizione al regime.

QUESTA NUOVA fase ha rafforzato l’identità femminile come opposizione diretta all’identità teocratica dominante, favorendo l’alleanza con altri movimenti sociali. Le donne sono diventate protagoniste della protesta studentesca, hanno organizzato movimenti sindacali e si sono alleate con i lavoratori, portando il movimento femminile al centro della lotta per la democrazia in Iran.

LE GIOVANISSIME ragazze hanno ballato per le piazze del paese, bruciando i loro copricapo nella straordinaria mobilitazione di protesta “Donna, Vita, Libertà”, che ha attraversato l’intera società iraniana. Le onde di protesta si sono ritirate solo apparentemente dopo una lunga e sistematica repressione. Tuttavia, hanno lasciato una scia di disobbedienza civile che di fatto ha spazzato via l’obbligo del velo. La resistenza femminile, nonostante anni di repressione, ha radicalizzato profondamente il discorso democratico, rendendolo più inclusivo e universale. La società iraniana ha accumulato un tale livello di azione collettiva e resistenza che è pronta per la transizione democratica.

Le dichiarazioni di Pezeshkian, per quanto significative, certo non segnano una vittoria definitiva: le forze conservatrici al potere continueranno il tentativo di controllo sociale. Già è cominciata l’offensiva anche contro lo stesso presidente. Tuttavia, il fatto di riconoscere apertamente l’impossibilità di applicare una legge repressiva rappresenta un punto di svolta, pur non essendo appagante rispetto all’immenso tributo che le donne iraniane hanno pagato in questi anni.

LA BATTAGLIA non è solo una questione di indumento per le donne, ma il simbolo di una più ampia lotta per i diritti, la libertà e la democrazia in Iran. La voce delle donne iraniane è ormai troppo forte per essere ignorata.


«La casa per noi è come una tomba». L’Afghanistan tre anni e mezzo dopo

«Ogni giorno ci impongono nuove leggi. Non possiamo uscire senza un parente maschio. Non possiamo lavorare. Se qualcuna protesta, viene arrestata o sparisce»

Di Sara Segantin – Lorenzo Tecleme, il manifesto

Sono passati tre anni e mezzo da quando l’esercito talebano è entrato a Kabul, ponendo fine al debole governo filo-occidentale di Ashraf Ghani e instaurando un regime di repressione e violenza che ha privato le donne dei diritti fondamentali alla libertà, all’istruzione e, spesso, anche alla vita e alla dignità.

«PRIMA DELL’ARRIVO dei Talebani non eravamo al sicuro, era pericoloso c’erano attentati, ma almeno potevamo rivendicare i nostri diritti. Io studiavo perché volevo diventare medica. Poi non c’è stato più niente». Asmira – nome di fantasia per motivi di sicurezza – parla da Kabul. «I Talebani dicono che ‘la casa è il posto per una donna’, ma la casa è una tomba. Sono viva, ma non vivo. Ogni giorno ci impongono nuove leggi. Non possiamo uscire senza un mahram – un parente maschio. Non possiamo lavorare. Anche andare al parco è vietato. Se qualcuna protesta, viene arrestata o sparisce. Una mia amica è stata frustata perché il suo velo si era leggermente spostato mentre camminava. Io sono fortunata, la mia famiglia è ancora qui. Le donne i cui uomini sono morti o sono dovuti fuggire, come fanno? Non possono neanche fare la spesa».

I talebani controllavano ampie zone dell’Afghanistan da ben prima della presa di Kabul. Ma con la ritirata definitiva delle truppe occidentali – decisa da Donald Trump e attuata da Joe Biden – nel 2021 le grandi città sono cadute e l’esercito regolare afghano si è arreso, a una velocità che nessun analista aveva previsto. L’ex presidente Ghani è fuggito e l’Emirato Islamico dell’Afghanistan è tornato in vita.

FRA I TANTI GIOVANI che si sono battuti per la libertà dell’Afghanistan c’è Shaheen Hussian Zada, poco più di vent’anni, uno dei pochi riusciti a fuggire. «Ho sempre odiato la guerra eppure sono stato costretto a crescere in guerra. Sono l’opposto di coloro che hanno portato via la gioia e i sogni di milioni di famiglie», ci racconta. «La mia scelta l’ho fatta quando ho sacrificato tutto per difendere la mia città: o libero o morto. Per la libertà di tutti e di tutte mi batterò sempre. Ero molto giovane quando ho scelto di combattere per resistere, avevo paura, ma non volevo che i Talebani portassero via tutto. Uccidono, torturano, stuprano. Io c’ero quando nel 2021 hanno preso Herat e poi una dopo l’altra le province sono cadute. Il 15 agosto sono entrati a Kabul. Io e la mia famiglia vivevamo lì. Mi ricordo il terrore. Ho lasciato la capitale alle 13.00, circa due ore prima che arrivassero. Sono andato nel Panshir, dove ancora si resisteva. Abbiamo tenuto duro un paio di settimane, ma il mondo se n’era andato e i Talebani disponevano di armi leggere e pesanti, mentre noi avevamo poche attrezzature e poca esperienza: non eravamo soldati, eravamo solo ragazzi che volevano difendere la libertà».

SHAHEEN rappresenta un pezzo di società afghana – urbana, istruita – che da sempre guarda con ostilità all’iper-conservatorismo islamico, ma che non è riuscita ad essere un contraltare sufficiente ai Talebani. «È chiaro che se uccidi tutti quelli che la pensano diversamente e chiudi in casa metà della società magari hai meno “instabilità” e le persone forse si sentono più sicure. Ma qual è il prezzo?». «Oltre a essere ingiusto non ha senso! – gli fa eco Asmira – come fa una società a stare in piedi senza metà del suo popolo? Se queste restrizioni continueranno, il Paese dovrà affrontare problemi economici, sociali e politici sempre più gravi».

LE CANCELLERIE europee non paiono particolarmente turbate. Tra il 2018 e il 2020 circa la metà delle richieste di asilo presentate da afghani sono state respinte, il governo di Ghani prima di cadere era stato finanziato dall’Ue perché trattenesse i migranti e a poco tempo dal ritorno dei Talebani diversi Paesi – Germania, Belgio – hanno dichiarato l’Afghanistan «posto sicuro» per il rimpatrio dei migranti. «Chi è rimasto, chi è riuscito a fuggire, non è un numero in un telegiornale. Siamo persone con speranze, sofferenze, sogni. Abbiamo un’identità e una storia: vogliamo imparare, ma anche raccontare e dirvi di non dimenticare», dice Shaheen. «L’Afghanistan quello lontano e quello poco oltre le vostre porte di casa, non vuole pietà né compassione, chiede rispetto e giustizia nella sua lotta per la libertà. Sono solo un ragazzo e non ho risposte, ma ho visto cose che non volevo vedere e non voglio più che esistano. Ho visto anche la forza e il coraggio. Nelle donne afgane, che resistono a una condizione che nessuno di noi qui può immaginare. In chi in Europa non si arrende all’odio. Possiamo essere forti e liberi solo insieme, donne e uomini da ogni paese, oltre gli stereotipi e i pregiudizi per costruire un mondo in cui l’umanità sia più forte delle frontiere».

«PERCHÉ questo silenzio?», si chiede Asmira. «Le ragazze afgane non interessano a nessuno? Noi stiamo resistendo. Ma siamo sole. Più c’è libertà più c’è responsabilità. Chiedo a voi, popoli d’Europa, di unirvi alla voce del popolo afgano e di lottare contro le ingiustizie».


Perché il futuro democratico dipende dalle donne

Di Fabrizia Giuliani, La Stampa

L’ottomarzo tutto attaccato. L’ottomarzo delle mimose; l’otto marzo delle iniziative dedicate, dei musei e dei cinema gratuiti, della giornata di riflessione, dell’attenzione ad hoc, del fascio di luce che si accende, ecco, di questo otto marzo non ne possiamo più. Da tempo, da mo’ come diceva Fantastichini in Ferie d’agosto. Ricordo come fosse ora la prima volta che ho visto manifestata questa insofferenza: primo anno del ginnasio, una ragazza che a me appariva grandissima gridava con veemenza alla preside, del tutto impreparata «non le vogliamo, le mimose». Ero investita dal tono, prima di capire il senso. Sentivo la rabbia, la condividevo, anche se gli argomenti erano lontani. Eravamo nel’900 la stagione dell’impegno era finita da più di un decennio, il femminismo era una cosa vecchia, superata. Ma le parole di quella ragazza, i ricci neri che si scuotevano mentre ripeteva «basta con i fiori! » dicevano altro e lo capivamo tutti: io, la preside attonita, i professori silenziosi, gli studenti ammirati.

Il messaggio passava chiarissimo: i conti non tornano. Non tornano qui a scuola, dove le insegnanti sono tutte donne ma di donne nei libri e nei programmi non ne incontriamo una nemmeno per sbaglio. Non tornano nel riconoscimento: i ragazzi sono bravi, noi siamo diligenti; se c’è un guizzo per loro è talento, per noi eccentricità da riportare nei ranghi. Non tornano a casa: nelle aspettative delle famiglie, nella trasmissione dei ruoli e non parliamo della violenza che le attraversa; nelle relazioni dove la libertà sessuale appena conquistata è intesa in modo decisamente asimmetrico. Era il secolo scorso, ma era già chiara l’idea che se i conti non tornano bisogna dirlo, non tacerlo mettendoci sopra un fiore. Ancora, è una battaglia che non riguarda – solo – la parità (uguaglianza) ma la libertà: due campionati molto diversi.

Il punto è qui ed è per questo che i conti, dall’inizio, non tornano. La sfida che la libertà delle donne ha lanciato alle democrazie, costruite su pilastri che non la prevedevano, è stata difficile da subito perché non ha chiesto inclusione, ma trasformazione. Le donne non hanno detto – solo – vogliamo essere ammesse dove prima non eravamo, vogliamo che cadano le discriminazioni ma: questo spazio pubblico, costruito in absentia, deve cambiare ora che lo abitiamo anche noi. Devono cambiare il tempo e lo spazio, gli orari di lavoro e le città, le abitudini, i ruoli. Dobbiamo cambiare tutti perché niente è come prima, come quando stavamo a casa ad accudire i figli, a curare i malati e a chiudere gli occhi ai morti. Niente è come quando le donne non erano libere.

Non serve essere grandi analisti per comprendere come questa sfida tocchi oggi la crisi di quel che chiamiamo occidente. Come la nostalgia del tempo che non prevedeva la nostra libertà sostenga il vento della destra, ovunque. Ma per difendere conquiste faticosamente ottenute e soprattutto per creare consenso intorno a queste battaglie, occorre aggiornare linguaggio e categorie o si finisce, com’è accaduto per pensare che le donne rientrino nel paradigma neutro delle minoranze oppresse. Si finisce per pensarsi, minoranza, con conseguenze culturali rilevanti che portano a perdere forza e senso di sé e soprattutto elettrici. Non basta nemmeno la grammatica dei diritti, la disputa astratta tra civili e sociali. La lotta per il contrasto alla violenza, la battaglia per la piena occupazione femminile, il superamento di un welfare obsoleto non sono rivendicazioni di nuovi diritti. Sono questioni politiche, che richiedono un cambiamento generale. Nostalgia, reazione, regresso, prevalgono dove la politica, l’altra politica, non è stata capace di riconoscere e accompagnare adeguatamente questo processo. Non è questione di estremismo o moderazione, ma di riconoscimento: saper vedere le donne, i loro bisogni, scegliere di sostenere l’esercizio della loro libertà, senza il quale non c’è nessun futuro democratico possibile.


Un 8 marzo triste: Donald cancella i diritti di genere

Il silenzio è preoccupante. Siamo lontani anni luce dall’aver debellato questa discriminazione

Di Tito Boeri, La Repubblica

Negli Stati Uniti anche quest’anno l’8 marzo non si celebrerà la giornata internazionale della donna. Per via del MAGA, mala tempora currunt anche per le celebrazioni del mese di marzo come il “Women History Month”. Le principali vittime dell’offensiva lanciata dalla nuova amministrazione federale contro i programmi DEI (Diversity, Equity, and Inclusion) sono infatti le donne, le maggiori beneficiarie delle azioni intraprese da molte imprese e amministrazioni pubbliche per contrastare la discriminazione di genere e promuovere l’inclusione delle minoranze. Ben tre ordini esecutivi di Trump (il 14151, 14168 e 14173) non si sono limitati a chiudere queste strutture nel pubblico impiego; hanno anche interrotto i finanziamenti federali alle istituzioni private che continuano a sostenere programmi inclusivi. Uno dopo l’altro gli oligarchi di Donald Trump hanno cancellato le strutture DEI all’interno delle loro mega-aziende. I termini “donne nella società”, “società inclusiva” e “società equa” sono stati cancellati dalla descrizione dei progetti che potrebbero beneficiare delle borse Fullbright, garantite ogni anno a circa 8000 studenti e docenti in giro per il mondo. Nel Paese per antonomasia della libertà di espressione, in cui il primo emendamento della Costituzione tutela il free speech, le università hanno chiesto ai loro docenti di non trattare di questi temi, temendo di perdere i finanziamenti federali. Hanno scelto di adottare la strategia comunicativa dell’opossum: meglio fingersi morto per un po’ che morire per davvero. D’altronde, Trump ha solo quattro anni davanti per agire. Forse due, se combina disastri prima delle elezioni di midterm.

Questo silenzio è preoccupante perché siamo lontani anni luce dall’aver debellato la discriminazione contro le donne. Lo provano gli studi che hanno saggiato le reazioni delle imprese che hanno posti vacanti all’invio di curriculum identici in tutto e per tutto, salvo per il fatto di essere di persone di sesso diverso. Anche in Italia c’è evidenza che le donne vengono chiamate per colloqui di lavoro molto meno degli uomini a fronte dell’invio dello stesso curriculum.

Ma forse è ancora più grave il fatto che, in nome della campagna contro la cosiddetta cultura “woke”, contro il linguaggio “politically correct” si stia minando la libertà di informazione, di insegnamento e si stia sottoponendo a condizionamenti politici senza precedenti l’attività di ricerca. Oltre ai programmi DEI, la nuova amministrazione Usa ha messo al bando ogni richiamo al riscaldamento globale. I corsi al National Disaster Preparedness Training Center dell’Università delle Hawaii hanno cancellato ogni riferimento al “cambiamento climatico”, come rivelato dal Guardian. Secondo quanto riportato dall’Economist, la National Science Foundation (NSF) e la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) stanno dimezzando i finanziamenti ai propri progetti di ricerca colpiti dalla scure dei ragazzotti messi da Musk al lavoro per abbattere le spese federali senza avere la minima idea di ciò che stanno trattando. Sorte simile è toccata al National Institute of Health (NIH) che si è visto ridurre il proprio bilancio di quasi 50 miliardi di dollari. Questi tagli sono tutt’altro che uniformi. Si usano grossolane tecniche di analisi dei testi per identificare progetti “imbevuti della cultura woke”. In realtà, ad una analisi più approfondita, la maggioranza dei progetti tagliati non ha nulla a che vedere con la DEI. Ci sono, ad esempio, molti progetti sulla prevenzione dei danni da terremoti e tsunami. Si va quindi ben oltre il negazionismo di uno Stato come la Florida che ha proibito l’utilizzo del termine “cambiamento climatico” nelle proprie leggi. Non ci si limita a negare ciò che è evidente, si impedisce il monitoraggio, la valutazione di rischi rilevanti per il benessere e la salute dell’umanità. È come spaccare deliberatamente il termometro al capezzale del malato.

Non c’è dubbio che soprattutto negli ultimi anni si siano compiuti errori nel portare avanti le battaglie per i diritti civili negli Stati Uniti come in Europa. Sono state percepite come battaglie elitarie, condotte ignorando gli orientamenti della maggioranza dell’opinione pubblica. Ci si è affidati troppo spesso a forme di cosiddetta “discriminazione positiva” in cui alle donne o alle minoranze vengono riservate quote nell’accesso alle università o in posizioni apicali nelle imprese. Il problema di questo approccio è che opera discriminazioni esplicite, definite per legge. Se spinte all’eccesso, queste discriminazioni, invece di divenire veicolo di cambiamento culturale, diventano un facile capro espiatorio verso cui rivolgere la rabbia per chi non è riuscito a trovare lavoro o a farsi ammettere all’università. Ci sono molti altri modi per ridurre le discriminazioni, che possono rivelarsi più efficaci ed essere attivati su più ampia scala. Ad esempio, si può intaccare il potere dei datori di lavoro nell’abbassare i salari dei loro dipendenti sotto ai livelli pagati da altre imprese. Questo può contribuire a ridurre la discriminazione di genere perché le donne fanno più fatica degli uomini a cambiare lavoro se pagate male. Stiamo assistendo a una restaurazione brutale che ci riporta indietro di decenni. Bene opporsi anche da questa parte dell’Atlantico prima che l’onda lunga della propaganda trumpiana ci travolga.


Femminicidio reato specifico: ergastolo e pene più severe. “Svolta in difesa delle vittime”

Alla vigilia dell’8 marzo il governo vara il ddl contro la violenza di genere. Meloni: “Un altro passo avanti”. Il Pd: “Serve un intervento strutturale, invece prevale l’approccio sicuritario”

Di Giovanna Vitale, La Repubblica

Roma- La data non è stata scelta a caso. Alla vigilia dell’8 marzo, il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che riconosce il femminicidio quale reato autonomo, punibile con l’ergastolo. D’ora in avanti chi uccide una donna per motivi di «discriminazione, di odio o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti e delle sua libertà» rischia il carcere a vita.

«Oggi il governo compie un altro passo nell’azione di sistema che sta portando avanti fin dal suo insediamento per contrastare la violenza nei confronti delle donne e per tutelare le vittime», si congratula la premier Giorgia Meloni. «Una novità davvero dirompente» per la ministra alla Famiglia Eugenia Roccella. «È il tentativo», spiega, «di produrre un mutamento culturale perché l’asimmetria numerica — sono molte di più le donne assassinate da uomini che gli uomini assassinanti da donne — rispecchia un’asimmetria più profonda e radicata che noi vogliamo combattere».

L’introduzione del delitto di femminicidio nel codice penale, finora configurato come semplice aggravante dell’omicidio volontario, non è l’unico intervento contemplato nei 7 articoli del testo varati ieri. Le pene vengono aumentate anche per altre fattispecie: fino al 50 per cento in più per i maltrattamenti in famiglia (ora punibili dai 3 ai 7 anni), l’uso di armi o sostanze corrosive (esempio tipico, l’acido) e l’interruzione di gravidanza non consensuale; fino a due terzi per stalking e revenge porn. «Norme che considero molto importanti», aggiunge Meloni, «e che abbiamo fortemente voluto per dare una sferzata nella lotta a questa intollerabile piaga».

A subire modifiche è pure la disciplina relativa alle misure cautelari per l’indagato: in presenza di gravi indizi di colpevolezza, chi è accusato di femminicidio, violenza domestica e stalking potrà essere messo agli arresti domiciliari o addirittura in prigione. Mentre alle vittime e ai loro familiari dovrà essere sempre data comunicazione «quando al condannato o all’internato sono applicate misure alternative alla detenzione o altri benefici analoghi che comportano l’uscita dall’istituto». E non è tutto: nei casi di codice rosso l’audizione della persona offesa non è più delegabile alla polizia giudiziaria, ma sarà «obbligatoria» per il pubblico ministero. Il quale, come tutti i giudici in servizio, dovrà partecipare ad almeno un corso specifico tra quelli organizzati dalla Scuola superiore della magistratura, indipendentemente dalle funzioni svolte e dall’appartenenza a gruppi o sezioni specializzate.

«Una svolta epocale», secondo il Guardasigilli Carlo Nordio. «Storica» per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che snocciola i numeri dell’emergenza: «Nell’anno trascorso sono stati fatti 2.746 ammonimenti per stalking o revenge porn, con un aumento del 44%; altri 5.858 sono stati adottati per violenze in abito domestico, con un incremento del 126%; 415 gli arresti in flagranza; 5.700 i braccialetti elettronici attivati in chiave antistalking». Di «bollettino di guerra» parla la collega alle Riforme Maria Alberta Casellati, ricordando le «99 vittime di femminicidio nel 2024, una mattanza», per poi e annunciare l’arrivo di «un testo unico» che conterrà tutte le norme sui diritti delle donne.

Dalla forzista Licia Ronzulli alla moderata Maristella Gelmini, la maggioranza esulta. Più critiche le opposizioni. «Il Ddl va nella giusta direzione ma non basta», avverte Roberta Mori, portavoce della Conferenza delle donne pd: «Di fronte ai dati allarmanti dell’Istat ci saremmo aspettate un intervento strutturale, strumenti concreti per consentire alle donne di sottrarsi ai contesti violenti e costruirsi un futuro libero dalla dipendenza economica e sociale. Invece prevale l’approccio securitario». Sulla stessa linea Laura Zanella di Avs: «Introdurre il reato di femminicidio era un atto dovuto. Ma la vita delle donne si salva prevenendo la violenza prima ancora che reprimendo. Senza l’educazione affettiva nelle scuole, la formazione di forze dell’ordine, magistrati, operatori e il finanziamento dei centri antiviolenza, questo sforzo sarà insufficiente».


Sergio Rossi – Garanzie statali per le grandi banche. La resistenza dei “too big to fail”

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


E la Svizzera “politica” sta zitta

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Ciò che non si dice né si osa minimamente commentare a livello istituzionale (Consiglio federale, Dipartimento degli Esteri, ufficialità dei partiti politici) e ciò che prevale nelle dichiarazioni di qualche politico o negli scritti di qualche commentatore mediatico, lascia, come figli della democrazia e come cittadini di un Paese che si pretende libero, sconcertati e preoccupati.

Intendiamo sul “trumpismo” dilagante, per dirla con una sola e sufficiente parola. Più ancora che sulla sceneggiata alla Casa Bianca, passata quasi in maniera divertita o curiosa, come epifenomeno del peggio dell’arroganza non solo politica o dell’antidiplomazia resi “televisivamente”, con sottolineatura entusiasta del principale protagonista (esperto in materia). Più ancora, in casa nostra, della uscita a senso unico della presidente della Confederazione sulle dichiarazioni del vicepresidente americano Vance a Monaco (“era un discorso liberale, in un certo senso molto svizzero”).

Povertà, svilimento e pecunia

Ci si interroga sullo stato della sicurezza, ora. Sull’Alleanza transatlantica o su quella Nato cui anche la parte più isolazionista o “neutralista” della Svizzera stava ormai maturando una sorta di aggregazione obbligata per dar corpo alla credibilità della difesa nazionale. Sull’aumento degli aiuti all’Ucraina, sempre “in nome del diritto internazionale e della sicurezza europea”, proprio quando il presidente americano muove il ricatto e pensa al grazie dovuto per i suoi miliardi investiti e al loro possibile rimborso parziale con lo sfruttamento delle ricchezze minerarie ucraine, le cosiddette preziose terre rare (di cui ha per ora una sorta di monopolio mondiale la Cina, ma in casa propria).

Ci si chiede nei corridoi del Parlamento svizzero (e non poteva mancare, come unica possibile arma di ritorsione, con l’industria d’esportazione messa in subbuglio dalle preannunciate tariffe doganali) se l’amministrazione Trump “stia onorando i contratti, come quelli per l’acquisto miliardario dei caccia F-35” oppure se non sia ora sufficientemente chiaro che gli americani avranno tutto quanto è necessario per condizionare o governare come vogliono loro anche i nostri F35. O ancora ci si sente in dovere di sostenere – da parte di uno dei massimi esponenti e responsabili del settore bancario, con convinzione lecchina più che dimostrata – che “le banche svizzere potranno anche trarre vantaggio dalla politica di Trump”.

Insomma, povertà, estrema povertà di atteggiamento, miseria di pensiero, svilimento della tanto decantata “identità svizzera”, con tutte le sue essenziali componenti; servilismo e piaggeria; solo calcolo dell’eventuale profittabilità pecuniaria. È vero, si sa che è storia vecchia, “pecunia non olet”, il denaro non puzza, venga dagli oligarchi americani o da quelli russi, da Trump o da Putin. Comunque.

Ciò che salva il mio paese…

Soprattutto abissale contraddizione tra quanto si mette in atto per opporsi all’Unione europea che annienterebbe i nostri valori storici e democratici elvetici, e il trumpismo che invece, di fatto, li sta annientando, addentandoci non tanto con la sua finanza, il dollaro che impera falsamente o il prevalente interesse economico per far grande l’America anche contro ogni diritto, quanto piuttosto con la demolizione della nostra cultura illuminista-democratica, con invece l’esaltazione della “cultura” da western, la pistola pronta e la prepotenza del despota.

Trump almeno in questo è stato chiarissimo: “He who saves my Country does not violate any Law”, ciò che salva il mio paese non viola nessuna legge. Quanto a dire: il diritto internazionale non esiste (e oltretutto si vanta dicendo che quel detto è di… ispirazione europea, espresso e proferito da Napoleone!). E la Svizzera “politica”, liberale e democratica, non ha niente da dire, non muove parola (o forse pensa che storicamente c’è voluto comunque anche un Napoleone per sistemarla?).

Bisognerebbe forse perlomeno chiedersi se il neoliberalismo, che ha abbondantemente alimentato la politica svizzera negli ultimi decenni, giocando quasi sempre la libertà individuale contro quella collettiva, non abbia finito per ottenere come risultato quello di svilirle entrambe. Allora il trumpismo, che è decisamente e terribilmente peggio, potrebbe perlomeno obbligarci a capire, noi svizzeri, che bisogna ricomporre l’unità tra i due momenti, quello individuale e quello collettivo. Oppure ancora chiedersi se siamo arrivati a un fascismo vestito di democrazia (e allora spediamo a tutti i nostri politici l’articolo qui apparso di Andrea Ghiringhelli: C’era una volta la cultura liberale”).

Nell’immagine: Badiucao, “Trump America”


L’Ue diventa un arsenale pericoloso senza direzione politica

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Di Marco Bascetta, il manifesto¨

Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno dispiegato in Europa un’imponente forza militare non principalmente per difendere i paesi del Vecchio continente e i loro “valori”, ma per arginare e tenere sotto scacco l’Unione sovietica, (del resto pienamente appagata dal controllo sui paesi dell’Est inquadrati nel patto di Varsavia e all’epoca proiettata piuttosto verso il terzo mondo), nonché per esercitare il proprio ruolo di superpotenza globale. Questo dispiegamento garantiva implicitamente una protezione di fatto degli stati europei da aggressioni e sconfinamenti, non senza imporre però controlli, condizionamenti e veti sul quadro politico dell’Europa occidentale.

Le basi americane e l’ombrello nucleare non sono scomparse con l’uscita di scena dell’Unione sovietica perché Washington non ha rinunciato e non rinuncerà mai al suo protagonismo globale e al potere imperiale che gli corrisponde. Può disprezzare l’Europa occidentale quanto vuole, ma non permetterà a nessun altro di mettervi piede. Da perfetto strozzino quale è Donald Trump pretende semplicemente che gli europei paghino salatamente la loro quota a una alleanza con gli Stati uniti che non è in discussione ma non sarà comunque mai alla pari e men che meno di reciproco vantaggio. E l’Europa, con la sua mediocre classe dirigente, mezza azzoppata e mezza opportunista, si precipita a pagare il conto, riempiendosi la bocca di missioni storiche, di orgogliose autonomie, di spiriti guerrieri e di immaginari baluardi dei valori occidentali dai quali sta invece ampiamente abdicando a partire dal diritto di asilo.

Primo tra tutti il presidente Macron, troppo generosamente paragonato dai russi a Napoleone e non al reuccio Luigi Filippo come meriterebbe, che si fa alfiere della futura grandeur militare europea ed offre l’inutile ombrellino nucleare della sua “force de frappe” ai paesi della Ue, mentre Olaf Scholz gli manda a dire che preferisce quello più sostanzioso della Nato. Perché mai la Russia si dovrebbe fermare? Si chiede e ci chiede il presidente francese. E perché no? Tutto è arbitrario, teatrale, indimostrabile e indimostrato. Perché la Russia dovrebbe voler invadere l’Europa? Nessuno è in grado di darne una spiegazione razionale. Dovrebbe essere Mosca a chiarircelo? E perché l’Europa sarebbe in grave pericolo, come sostiene Ursula von del Leyen?

Perché il mondo si è fatto spietato e brutale e noi non dovremmo essere da meno è la risposta di sconcertante vacuità della governance di Bruxelles. Le virtù salvifiche del costosissimo riarmo europeo sono un cieco atto di fede. E si tratta più che della problematica difesa comune di favorire soprattutto la superfetazione degli eserciti nazionali. Non a caso Trump medita di modulare la protezione Nato sulla base delle quote pagate dai singoli stati nazionali membri del club: offresi abbonamento premium alla difesa statunitense. Nella sostanziale inesistenza di un’Europa politica, affetta per di più dalla crescita esponenziale di forze nazionaliste e tendenzialmente antidemocratiche, che costituiscono il vero pericolo per l’Unione, è la peggiore delle strade che si potessero imboccare.

Se all’Eliseo sedesse qualcuno di migliore di un politico arrogante e presuntuoso a caccia del perduto consenso interno non sarebbe stata accantonata la storica e sana avversione francese per il riarmo della Germania, dove per giunta un partito di ultradestra come l’Afd è al 20 per cento dei consensi, non molto lontano dal poter condizionare in un modo o nell’altro la politica di Berlino. Ma, del resto, anche i governicchi borghesi messi in piedi da Macron in Francia sono tenuti per il collo dal Rassemblement national. È alle singole nazioni di questa Europa, per nulla al riparo da derive nazionaliste xenofobe e autoritarie, che dovremmo mettere in mano uno spaventoso arsenale bellico? E cioè ai veri nemici dell’Unione europea, che non mancheranno di sfruttare a proprio vantaggio il malcontento generato dai tagli della spesa sociale a favore dei programmi di riarmo, mobilitando così il risentimento popolare contro l’establishment di Bruxelles.

Qualcuno in pericolo, non nella retorica ma nella sostanza, però c’è davvero. Si tratta ovviamente dell’Ucraina. Il terreno sul quale Mosca non si fermerà spontaneamente e deve dunque essere fermata con un massiccio sostegno a Kiev senza però la pretesa di potere sconfiggere la Russia. Qui regna la confusione più assoluta: Washington tratta con Mosca senza Ucraina e senza Ue; l’Unione europea sostiene Kiev senza trattare con Mosca e mendicando, per ora invano, una interlocuzione con gli Usa. È incerto se mai questi piani riusciranno a incrociarsi e integrarsi. Quel che è certo è invece che dall’indipendenza dell’Ucraina e dal ripristino della sua autodeterminazione democratica non dipenderanno né i destini dell’Occidente, né quelli dell’Europa, ma il benessere degli ucraini e il ripristino di un principio di giustizia internazionale. Che sarebbe già, viste le premesse e la sequela di errori compiuti, un risultato più che sufficiente.


L’Europa e il male necessario

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Nell’ora più buia, dunque, l’Europa vede una luce. Ma non è il fuoco del logos, che accende i principi della civiltà: la parola, il verbo, la ragione. È la spada di Marte, che riflette i bagliori della guerra: gli eserciti, le armi, le rovine. E allora diciamolo subito, con tutta l’angoscia e l’inquietudine del caso: a voler essere ottimisti, questo Next Generation Eu di stampo militare è un “male necessario”.

L’Unione lo lancia nel bel mezzo della notte trumputiniana che ha sconvolto la Terra. Con brutale schiettezza — ma con totale sconsideratezza di sé, della sua Storia e della sua memoria — lo chiama Rearm Europe. Come se i Paesi di questa gloriosa parte di mondo — politicamente esausta e moralmente sfibrata — non avessero nient’altro da offrire alla fase se non altre bombe, altri missili, altri soldati.

Il “necessario” sta qui: di fronte alla legge del saloon che lo sceriffo di Washington impone a Occidente, e alla dottrina neo-imperiale che lo zar di Mosca minaccia a Oriente, il Vecchio continente aveva il dovere di fare qualcosa.

«Do something», come aveva detto Mario Draghi  all’Europarlamento di Strasburgo. L’hanno fatto. Ma siamo lontani anni luce dall’auspicio di Macron, che chiede ai colleghi capi di Stato e di governo di «essere all’altezza di questo tempo».

Sul piano pratico, il pacchetto da 800 miliardi varato dai Ventisette non risponde alle incognite che restano. Come sostituiremo gli Atacms, gli Himars e i Patriot che l’America non manda più a Zelensky e che noi non produciamo? Come copriremo le maggiori spese in armamenti fino all’1,5% del Pil, senza gravare sui debiti futuri degli Stati membri?

Cosa c’entra questo aumento esponenziale degli investimenti militari dei singoli Paesi con la “difesa comune”, che invece di quantità di risorse aggiuntive esige uniformità dei sistemi d’arma? Il nucleare francese e quello britannico saranno parte integrante di una nuova force de frappe comunitaria? C’è davvero in campo l’ipotesi di un contingente di peace-enforcing da mandare sul terreno ucraino, dopo l’eventuale “cessate il fuoco”?

I nodi da sciogliere restano tanti. Sia sull’emergenza immediata (come garantire ancora il sostegno alla resistenza ucraina). Sia sulla deterrenza futura (come dotare la Ue di un arsenale sufficiente a scoraggiare l’espansionismo russo).

Anche in questo l’Unione ha tanto da farsi perdonare. Il mitologico “esercito comune” andava costruito anni fa, con pazienza e lungimiranza, “per” l’Europa e non “contro” un nemico, in epoche di stabilità e non nel fuoco della battaglia combattuta dagli imperi risorti.

Adesso è tutto più difficile e drammatico. Nessuno sa se la sporca guerra di Putin è davvero «una sfida esistenziale per l’Europa», come sostiene von der Leyen.

Le parole dell’uomo del Cremlino non rassicurano: quei «non restituiremo ciò che è nostro» e «c’è ancora chi vorrebbe tornare ai tempi di Napoleone, dimenticando come finì», racchiudono tutto il titanismo neocoloniale della “Russia come Eurasia e anti-Occidente” di cui parlavano Milan Kundera e Czeslaw Milosz.

Sul piano politico, il documento dei Ventisei fissa almeno quei requisiti minimi di realtà e dignità vergognosamente negati a Zelensky nell’imboscata che i due cowboy Trump e Vance gli avevano teso nello studio ovale. Rispetto per la sovranità territoriale ucraina, obbligo di coinvolgere Kiev nei negoziati, solide e credibili garanzie di sicurezza dopo gli eventuali accordi di pace.

Non basterà a sventare la pace terrificante alla quale i due architetti del caos vogliono impiccare l’Ucraina. Ma è meglio di niente. E va dato atto a Giorgia Meloni di non aver tradito il poco che resta del patto comunitario: l’Italia rimane una zattera alla deriva in mezzo all’Atlantico, ancora incerta su quale sia la costa giusta su cui fare naufragio. Ma ancora per un po’ resta valida la stretta di mano con l’alleato Zelensky, ed è rimandato l’abbraccio mortale con l’amico Donald.

Ciò detto, in questa scossa dell’Unione resta “il male”. È quello che descrive Gustavo Zagrebelsky quando spiega le sacrosante ragioni della manifestazione del 15 marzo: un’Europa rassegnata a dimostrare a se stessa e al mondo la sua esistenza in vita solo grazie alle armi non è più la culla della civiltà che avevano sognato i padri fondatori.

L’Europa era un progetto di cooperazione e di sviluppo, di mediazione e di progresso, di multilateralismo e di superamento dei blocchi: era nata sulle rovine del Novecento per scongiurare altre guerre, non per farne di nuove. Nel 1957, a Roma, un “esercito comune” non fu mai pensato perché avrebbe contraddetto lo spirito di quel Trattato, costruito sulla pace e per la pace nell’era della Guerra fredda e dell’equilibrio del terrore.

È chiaro, lo scenario oggi è radicalmente cambiato: insieme alla storia è riesplosa la geografia, le crisi economiche hanno riacceso razzismi e sovranismi, sono tornati il sangue e il suolo, i conflitti bellici e le invasioni barbariche. È quindi legittimo il realismo di chi, per fare la pace, prepara la guerra.

Ma lo è ancora di più l’idealismo di chi oggi è pronto a scendere nella piazza evocata da Michele Serra. Rivendicando i valori che vogliamo difendere, difendendoci — cioè democrazia e libertà, uguaglianza e diritti. Chiedendo all’Unione di scommettere sulla forza della pace. Pretendendo che — insieme all’Europa militare, per la quale oggi siamo pronti persino a violare i sacri vincoli del Patto di stabilità — si rilanci anche l’Europa sociale, quella della coesione e del welfare, quella dell’inclusione e della solidarietà, cioè quella comunità di destino fatta di donne e di uomini in carne e ossa per la quale invece di risorse straordinarie non ne sono mai state concesse.

E qui — al di là degli incomprensibili “salti quantici” e degli insopportabili neutralismi ispirati al “né-né” — va dato atto a Elly Schlein di aver raddrizzato il tiro, sia su Trump sia sul piano von der Leyen.

Non so dire se a gettare la prima pietra della costruzione europea sia stato il “momento Churchill” del 1940 — quando Sir Winston entrò a Downing Street, rovesciò l’appeasement della Conferenza di Monaco e lanciò la controffensiva di terra, di cielo e di mare contro Hitler — oppure il “momento Ventotene” del 1941 — quando Altiero Spinelli, insieme a Colorni e Rossi, scrissero il Manifesto dell’Europa federale e antifascista, libera e unita. Ma per quello che abbiamo visto e vissuto negli ottant’anni successivi so che il primo non può esistere senza il secondo.

Nell’ultimo numero di Italianieuropei, D’Alema racconta che in un dibattito a Parigi difese il ruolo dell’Europa come «principale argine all’imbarbarimento del mondo». Gli rispose George Steiner: «Monsieur, la barbarie c’est nous!». In morte di un Occidente assassinato dall’autocrate della Casa Bianca, l’Unione deve uscire da questo incubo. Un vero “popolo europeo” è l’esercito senza armi di cui ora abbiamo più bisogno. Contro il regime dell’angoscia. Per una politica della speranza.


Se l’Ue deve guardarsi da Russia e America

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Di Bill Emmott, La Stampa

Sembra quasi che rendere l’America più debole e l’Europa più forte sarà uno dei risultati più importanti che la seconda presidenza di Donald Trump conseguirà. “Tariff Man”, l’uomo dei dazi, come si fa chiamare altezzosamente, pare determinato a provocare una recessione economica in America, grazie alle sue imprevedibili decisioni di aumentare le tasse sulle importazioni, mentre nel frattempo induce la Germania a mettersi alla guida di una rinascita dell’industria europea da attuarsi con un incremento consistente delle spese per la Difesa, per l’abbandono dell’Ucraina da parte dell’America.

Il presidente Trump ha ereditato da Joe Biden un’economia solida, caratterizzata da una disoccupazione inferiore e una crescita superiore a quelle di qualsiasi altro grande Paese industrializzato, circostanza positiva, insomma, sciupata soltanto dai ricordi di un’inflazione alquanto rapida nel 2023. Parte di questa vitalità economica è ascrivibile ad alti livelli di debito pubblico, ma anche gli investimenti delle imprese sono stati elevati, in parte grazie all’entusiasmo per le nuove tecnologie e ai sussidi per la transizione energetica. Le promesse elettorali di Trump – tagliare le tasse e fare piazza pulita delle direttive aziendali – hanno fatto impennare i prezzi delle azioni americane. Dalle elezioni del 5 novembre, però, gli utili azionari sono andati persi e la fiducia delle imprese è in calo.

Tutto questo è farina del suo sacco. Di solito, le prospettive economiche cambiano a causa della convergenza di tutta una serie di fattori. Le influenze normali, però, come i prezzi delle materie prime energetiche, il valore del dollaro, i tassi di interesse o le trasformazioni tecnologiche, sono rimaste stabili, o addirittura abbastanza favorevoli. L’unica cosa a essere cambiata è che Trump ha scelto di dimostrare quanto è potente imponendo dazi più alti su tutte le merci di importazione dalla Cina, annunciando dazi del 25 per cento su tutte le importazioni di acciaio e alluminio a partire dal 12 marzo, e minacciando, e poi rinviando, e poi tornando ad annunciare, e poi modificando, dazi del 25 per cento sui prodotti di importazione provenienti dai due partner commerciali più stretti dell’America, Canada e Messico.

Il motivo principale per il quale questo comportamento rischia di nuocere all’economia americana è che le decisioni di Trump continuano a cambiare. In un clima così imprevedibile e instabile, le aziende non possono fare piani di investimento a lungo termine per nuove fabbriche e nuovi prodotti. Un altro motivo è che ogni azienda che dipende da materiali, componenti o prodotti finiti di importazione subirà un aumento dei costi ogni volta che saranno imposte queste nuove alte tasse sulle importazioni. Le aziende pertanto dovranno rifilare i costi ai consumatori alzando i prezzi dei loro prodotti, oppure dovranno accettare ridotti margini di profitto. Nessuna delle due ipotesi è positiva per gli investimenti.

Questa settimana, quando Trump ha annunciato i dazi sulle importazioni dal Canada e dal Messico, le proteste delle aziende interessate si sono levate immediatamente e lui ha ritrattato in meno di 24 ore. Ufficialmente ha soltanto sospeso per un mese i nuovi dazi su tutti i prodotti che rientrano in quanto previsto dagli accordi commerciali negoziati dalla sua prima Amministrazione con quei due Paesi nel 2018, il che significa beni prodotti in buona parte in uno di quei Paesi, più che importati da fuori. In pratica, la modifica mirante ad alleggerire l’impatto dei dazi sembra destinata a durare. Questo lascia intendere che le pressioni esercitate dall’insieme delle imprese, sempre forti negli Stati Uniti, possono indurlo a capire.

Forse, andrà così. Forse, una maggiore stabilità potrebbe subentrare alle imprevedibili politiche economiche varate nelle prime settimane del suo mandato. In ogni caso, commetteremmo un errore pensando di poter fare affidamento su questa speranza. Nel caso di Trump, la cosa più vicina a un’ideologia è la sua aspettativa che i dazi non soltanto renderanno ricco il Paese, nel momento in cui aumenteranno le sue entrate fiscali, ma anche che forniranno un potere di leva con il quale perseguire altri obbiettivi.

Usando i dazi su merci provenienti da Canada e Messico, Trump potrebbe aver pensato di prendere di mira avversari deboli dai quali estorcere facilmente determinate concessioni, quando in verità quelle due economie sono così strettamente interconnesse ai mercati e alle catene di rifornimento americane che le reazioni interne sono state immediate e rumorose. Adesso, in ogni caso, è probabile che Trump passerà a prendere di mira avversari dalle economie meno interconnesse con quella americana, così che le ripercussioni siano minori e i potenziali guadagni derivanti dalla leva finanziaria siano maggiori. Questo significa di sicuro Europa.

La settimana scorsa, Trump ha fatto una dichiarazione sconcertante quando ha detto che l’Ue è nata con il proposito di danneggiare l’America e che l’Europa si comporta molto “ingiustamente” nei confronti delle aziende americane. Questo lascia intendere che il presidente annuncerà presto dazi del 25 per cento su tutte le importazioni dall’Ue, oltre ad alcune sanzioni speciali da applicare ai Paesi che impongono una tassa sulle vendite digitali di società tecnologiche quali Meta, Alphabet, Apple e Microsoft.

Il vero intento, però, non è aumentare gli introiti fiscali e nemmeno migliorare la bilancia commerciale tra Ue e Stati Uniti. Preferibilmente il suo intento è quello di cercare di usare i dazi come leva finanziaria e persuadere la Commissione europea e i governi dei Paesi membri ad alleggerire le normative imposte alle piattaforme tecnologiche dal Digital Services Act dell’Ue. Tali regolamentazioni sono state messe a punto per combattere la disinformazione e l’incitamento all’odio, ma a Trump e ai miliardari hi-tech della sua cerchia piace aggirare le normative descrivendole come “censura”.

Nei prossimi anni, l’Europa può aspettarsi di finire a combattere due guerre: una prima guerra contro la Russia – che sta già tagliando i cavi sottomarini di comunicazione nel Mar Baltico e sabotando le fabbriche in Romania – con forze aeree e uomini sul terreno impegnati a cercare di far rispettare qualsiasi cessate-il-fuoco si riuscirà a concordare con l’Ucraina; e una guerra commerciale e normativa con gli Stati Uniti, in cui saranno in ballo dazi e il Digital Services Act.

A fronte di queste minacce, l’Europa è stata indotta a mettersi in moto. Il cancelliere eletto tedesco, Friedrich Merz, ha impressionato molte persone con la sua determinazione a infrangere vecchie restrizioni sugli investimenti pubblici e le spese per la Difesa, mentre la Commissione europea sta dando prova di grande spirito di iniziativa cercando nuovi modi per finanziare gli investimenti nella Difesa. Le divisioni, specialmente tra leader filoputiniani come l’ungherese Viktor Orbán e lo slovacco Robert Fico da una parte e Merz, Emmanuel Macron e il polacco Donald Tusk dall’altra, sono destinate a esplodere.

Offrendoci un secondo nemico comune, tuttavia, Trump potrebbe benissimo contribuire a ricomporre tali divisioni. È riuscito a compattare i canadesi contro l’America. Presto unirà gli europei contro di lui e li indurrà a diffidare del vecchio alleato americano. Sarà un risultato degno di nota.


Ecco perché Sintetica sta toccando il fondo

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Una vecchia regola investigativa dice che per ricostruire una vicenda finanziaria occorra seguire il denaro. In questo caso la strada dei soldi ci porta in Lussemburgo. Nel Granducato ha infatti sede la InjectCo SARL, la prima di una serie di società attraverso le quali, nel 2019, il fondo francese Ardian ha strutturato l’acquisizione di Sintetica, storica azienda farmaceutica di Mendrisio oggi confrontata con licenziamenti e ristrutturazioni.

E proprio dai bilanci di InjectCo emerge un nuovo dato che conferma la grave situazione della società ticinese: in soli due anni, dal 2021 al 2023, il valore dell’investimento di Ardian in Sintetica è sceso da 176 milioni di franchi a poco più di 38 milioni. Una svalutazione di oltre il 75% che la dice lunga sullo stato di salute di quella che, solo fino a qualche anno fa, con quasi 400 dipendenti, era considerata un’azienda in espansione.

 Licenziamenti e dismissioni

Per capire come si è arrivati fin qui occorre fare un passo indietro. Bisogna tornare a maggio 2019, quando la maggioranza delle azioni – allora detenute dall’italiano Mario Bonomi (70%) e dal ticinese Luca Bolzani (30%) – sono state vendute ad Ardian, gruppo francese che gestisce i più grandi fondi europei specializzati nelle acquisizioni di società non quotate in Borsa. Sintetica era all’epoca un’azienda dall’eccellente reputazione, guidata da un CEO, Augusto Mitidieri, promotore di buone pratiche aziendali e di quello che lui stesso ha definito “capitalismo uomo-centrico”. A convincere Ardian, però, sono stati i numeri di un’azienda in espansione e che vantava tassi di crescita superiori alla media. L’ideale per un fondo che, in quanto tale, ha come obiettivo teorico quello di fare crescere le società acquisite per poi rivenderle generando profitti.

Dall’arrivo di Ardian, Sintetica più che in crescita è semmai in continua dismissione. Soprattutto da quando, a inizio 2024, da Parigi è stato inviato in Ticino Hubert Puech d’Alissac, il quarto CEO in cinque anni. Il manager francese, ex dirigente di primo piano di aziende che sotto la sua gestione hanno ricevuto grosse multe dalla Commissione europea, è venuto in Ticino per fare il lavoro sporco: ridimensionare i costi per tentare di aumentare il margine operativo lordo e salvare il salvabile di quella che, per la stessa Ardian, parrebbe essere stata una pessima operazione. Così, dopo aver chiuso la filiale americana e licenziato alcune figure del management nel 2024, a inizio 2025 Sintetica ha annunciato una nuova ristrutturazione: via 55 posti di lavoro, 15 in Ticino e 40 a Neuchâtel dove l’azienda possiede un sito produttivo sempre più ridimensionato. Uno smantellamento giustificato con il deterioramento delle condizioni quadro e con i ritardi nell’approvazione di alcuni prodotti negli Stati Uniti.

Al di là di ciò, tuttavia, la spiegazione di questa crisi potrebbe trovarsi nell’origine dell’operazione che ha portato Sintetica nelle mani di Ardian.

 Meccanica di un’acquisizione

È il 7 maggio del 2019 quando, a Lugano, vengono costituite due nuove società: la BidCo Sail SA e la TopCo Sail SA. Le aziende prendono sede presso gli uffici della Fiduciaria Mega, ma, di fatto, fanno riferimento a una terza azienda: la già citata lussemburghese InjectCo, a sua volta controllata da Ardian LBO Fund VI, un fondo che dispone di un portafoglio totale di circa 5 miliardi di dollari.

In quel momento, anche grazie agli specialisti zurighesi dello studio legale Walder & Wyss, la struttura per procedere all’acquisto di Sintetica è pronta. Si tratta di una transazione complessa, che seguendo la strada del denaro in Lussemburgo possiamo riassumere così: Ardian inietta circa 150 milioni di franchi tramite la InjectCo, la quale controlla il 70% di TopCo Sail; quest’ultima a sua volta controlla la BidCo Sail che, infine, detiene Sintetica.

Il restante 30% di TopCo Sail (e quindi di Sintetica) va nelle mani di Mario Bonomi (21%) e di Luca Bolzani (9%) che – oltre a guadagnare diversi milioni dalla vendita delle loro azioni – restano azionisti di minoranza dell’azienda farmaceutica.

La leva del debito

L’acquisizione ha un’altra caratteristica. Come indica il nome del fondo è stata realizzata attraverso un cosiddetto leveraged buy-out (LBO): si tratta di una modalità particolare di acquisizione aziendale eseguita tramite una leva (leverage) finanziaria, cioè con un prestito che, però, non va a carico del compratore (Ardian), bensì dell’azienda acquisita (Sintetica). A guadagnarci sono in due: i vecchi proprietari, che incassano i soldi della vendita, e i nuovi, che non corrono alcun rischio e possono guadagnare, ristrutturando l’azienda per poi cercare di rivenderla.

Contattate, né Sintetica né Ardian hanno fornito dati al riguardo. Certo è che, in generale, le LBO avvengono tramite una catena di società veicolo costituite ad hoc, che portano spesso le stesse denominazioni: la TopCo è la società in cui vengono immessi i capitali, mentre la BidCo è quella su cui grava il debito a cui garanzia vi sono i beni dell’azienda acquisita. Ecco quindi che, anche solo dai nomi, lo schema dell’operazione Sintetica rispetta la struttura tipica dell’LBO.

Una struttura che non lascia presagire nulla di buono: a livello mondiale esistono infatti decine di esempi di fondi che si sono impossessati tramite una LBO di aziende virtuose le quali sono state svuotate e distrutte, generando però profitti per manager e investitori.

100 milioni sul groppone

In un’intervista rilasciata a laRegione, il professor Sergio Rossi ha stimato – senza essere smentito – un debito di circa 100 milioni di franchi: ecco quindi che con un tasso d’interesse annuo del 10%, Sintetica dovrebbe pagare interessi bancari per circa 10 milioni di franchi all’anno. «Un onere insostenibile per un’azienda di questa dimensione» ci spiega lo stesso Sergio Rossi, secondo cui «finanziare le acquisizioni con enormi quantità di debito è eticamente molto discutibile in quanto ciò compromette la capacità dell’azienda di resistere ai periodi di difficoltà e la costringe a ripagare i creditori invece che investire nello sviluppo a lungo termine».

L’Ardian LBO Fund VI oggi è in difficoltà a causa di alcuni pessimi investimenti. Yann Chareton, responsabile della sede di Milano del fondo, la quale ha guidato anche l’operazione Sintetica, è in partenza. Cosa succederà adesso all’azienda ticinese? La gran parte degli investimenti del fondo durano dai 3 ai 6 anni. Presto  Sintetica, tra le società del portafoglio buyout di Ardian con la più bassa cifra d’affari, potrebbe essere abbandonata. Certo è che non sarà facile trovare un nuovo acquirente. I dati in arrivo dal Lussemburgo parlano chiaro. Nel 2023, InjectCo SARL – la cui unica attività è l’investimento al 70% in Sintetica – ha realizzato 113 milioni di franchi di perdita. Ciò che ha spinto Ardian a ridimensionare del 75% il valore del proprio investimento in Ticino. Sintetica, insomma, non varrebbe quasi più niente.

Per un gruppo che ha nel suo portafoglio 250 società e gestisce o consiglia 177 miliardi di dollari di attivi, un investimento negativo non è un grosso problema. Per il personale locale e un territorio economicamente fragile come il Ticino il discorso è diverso. Alla faccia di chi, mettendo l’uomo al centro, ha scaricato un’azienda virtuosa nelle mani di un colosso della finanza senza scrupoli. Oggi, nonostante le rassicurazioni ufficiali che arrivano da Mendrisio, la proprietà sta cercando di salvare il salvabile, licenziando e smantellando. In questo contesto ecco che l’avvistamento nella sede di Mendrisio di alcuni agenti immobiliari fa temere il peggio per il futuro della più antica farmaceutica ticinese, ex pesciolino virtuoso finito nelle fauci di uno squalo pigliatutto.

Pubblicato da Areaonline
Nell’immagine: lo stabilimento di Mendrisio


Il Papa è gravemente malato. I troll cattolici di estrema destra sono in azione

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Di Kiera Butler, Mother Jones 

In tutto il mondo i principali leader cattolici hanno risposto alle notizie sulla salute di Papa Bergoglio con preghiere per la sua guarigione. Ma per alcuni membri statunitensi del movimento tradizionalista cattolico in ascesa, il declino di Francesco ha rappresentato un’opportunità per criticarlo e chiedere al Vaticano di invertire la rotta su quella che considerano una pericolosa virata a sinistra. Alcuni leader in quei circoli si sono rivolti ai social media per diffondere i loro messaggi, insieme a teorie cospirative che accusavano il papa malato di far parte di un’alleanza criminale e di essere segretamente padre di un bambino.

I cattolici tradizionalisti, a volte chiamati “trad Caths” sui social media, sostengono che la chiesa cattolica, che è la più grande denominazione all’interno del cristianesimo con circa 1,3 miliardi di fedeli in tutto il mondo, debba tornare al periodo precedente alle influenze moderniste del  Concilio Vaticano II. Nei primi anni ’60 Papa Giovanni XXIII guidò una serie di riforme, tra cui l’istruzione ai sacerdoti di celebrare la messa nella lingua della loro comunità anziché in latino, e di rivolgersi verso i fedeli anziché voltare loro le spalle. Fondamentalmente, il Vaticano II dichiarò anche la diversità razziale ed etnica come benefica per la Chiesa, denunciò l’antisemitismo e incoraggiò relazioni armoniose con altre fedi.

I critici di questi radicali cambiamenti si lamentano da decenni, ma il papato di Francesco, il primo papa gesuita e il più socialmente liberale dai tempi del Vaticano II, sembra averli rivitalizzati. I tradizionalisti si sono scagliati contro le idee progressiste di Francesco, che includono il sostegno alla lotta contro il cambiamento climatico e una forte opposizione al consumismo dilagante. Francesco ha anche permesso ai preti di benedire i cattolici LGBTQ (sebbene non abbia approvato il matrimonio gay e una volta abbia usato un insulto per riferirsi ai preti gay).

Quando Francesco si è espresso contro la ripresa della messa latina nel 2021, perché riteneva che rappresentasse “un pericolo di divisione” nella chiesa, si sono aperte le cateratte tradizionaliste. Nella rivista cattolica One Peter Five , lo scrittore tradizionalista Mark Nowakowski ha definito il papa “un padre che oscilla tra abusi, tirannia, assenza e poi alcuni momenti di tenerezza o apparente determinazione, seguiti da manipolazioni psicologiche mascherate da misericordia”. In un editoriale del New York Times lo scrittore della National Review Brendan Michael Dougherty ha accusato Francesco di “fare a pezzi la Chiesa cattolica”. L’anno scorso, lo storico Massimo Faggioli, autore di una biografia di Francesco, ha definito le tensioni del papa con i suoi critici tradizionalisti americani “senza precedenti”. Ha detto a Newsweek : “Sono iniziate subito dopo la sua elezione, e c’era una chiara sensazione che questo papa fosse davvero diverso dai precedenti”.

Negli ultimi anni i tradizionalisti sono diventati non solo sempre più espliciti, ma anche politicamente in ascesa. Oggi, tra i tradizionalisti americani di spicco figurano l’opinionista conservatrice Candace Owens, il provocatore di destra Milo Yiannapoulos e l’ex stratega di Trump Steve Bannon.

Il vicepresidente JD Vance non è tecnicamente un tradizionalista; la sua scuola di pensiero cattolico è influenzata maggiormente da intellettuali come il teorico politico Patrick Deneen e il giornalista Sohrab Ahmari, che si caratterizzano come parte del movimento post-liberale. Come riporta il National Catholic Register, il pensiero post-liberale enfatizza “stabilità, nazionalismo e dovere comunitario” rispetto alle libertà personali. Tuttavia, Vance ha espresso sostegno ad alcuni valori tradizionalisti, come il ritorno alla messa in latino. Come ha scritto Kathryn Joyce nel suo articolo del 2022, i cattolici tradizionalisti stanno rapidamente diventando il “centro ideologico della destra cristiana” (i tradizionalisti non devono essere confusi con un’altra forza conservatrice nella chiesa cattolica: l’Opus Dei, un’istituzione controversa ma potente che enfatizza il sacrificio personale e sostiene che tutti dovrebbero impegnarsi per la santità).

Lunedì, in una dichiarazione piena di accuse infondate, l’ex arcivescovo italiano Carlo Maria Viganò, che ha prestato servizio come nunzio apostolico negli Stati Uniti durante il papato del notoriamente conservatore Papa Benedetto XVI, ha definito Francesco “un personaggio corrotto e manovrabile” e un “emissario del globalismo”. Viganò, che è stato scomunicato l’anno scorso dopo che il Vaticano lo ha accusato di aver cercato di creare uno scisma all’interno della chiesa, ha affermato che Francesco stava lavorando con “un’alleanza criminale internazionale”, tra cui membri della campagna presidenziale di Hillary Clinton, per spodestare Benedetto XVI, che si era dimesso nel 2013 a causa dell’età e della cattiva salute (nessun papa si era dimesso da più di 600 anni). Ha anche suggerito che Francesco in realtà “sia già deceduto”, e – senza prove – che avesse abusato sessualmente di bambini in Argentina e che fosse segretamente il padre di un ragazzo morto nel 2014. Viganò ha pubblicato un link alla dichiarazione su X, dove ha 91.000 follower, ed è stata poi ripubblicata su X da importanti account cattolici tradizionalisti, tra cui quello del podcaster e autore Taylor Marshall , che ha 198.000 follower.

“Se venisse eletto un candidato simile a Francesco, o uno con idee ancora più estreme, ciò potrebbe avere gravi conseguenze, potenzialmente fuorviando molte anime attraverso false dottrine”.

Recentemente Joseph Strickland, che nel 2023 è stato rimosso dal suo incarico di vescovo a Tyler, in Texas, dopo aver ripetutamente criticato Papa Francesco, ha esortato i suoi 231.000 follower su X a “leggere in preghiera” un articolo del sito tradizionalista Life Site News sul successore di Francesco. L’articolo avverte: “Se venisse eletto un candidato simile a Francesco, o uno con opinioni ancora più estreme, potrebbe avere gravi conseguenze, potenzialmente fuorviando molte anime attraverso una falsa dottrina”. Nel 2022 Strickland aveva promosso un video prodotto da Michael Matt, direttore della pubblicazione tradizionalista The Remnant , che si riferiva a Francesco come a un “clown diabolicamente disorientato”. Strickland si riferiva all’ex presidente Joe Biden come “malvagio” e ha parlato ad un raduno “Stop the Steal” [sostenitori della teoria dei brogli nell’elezione di Joe Biden, ndr] nel 2020.

Matt, l’editore di Remnant , ha condiviso i suoi pensieri sulla malattia di Francesco in un post ai suoi 51.000 follower su X. “Alcuni si sono chiesti: siamo obbligati a pregare per una rapida e completa guarigione di Papa Francesco?” ha scritto. “Risponderei a questa domanda con un’altra domanda: perché dovremmo pregare Dio affinché conceda a Francesco più tempo su questa terra per ripristinare la Chiesa a immagine e somiglianza del globalismo?”

Altri cattolici tradizionalisti si sono fermati prima di criticare effettivamente Papa Francesco, ma hanno invece lanciato inviti obliqui a pentirsi. In un tweet poi cancellato, Marshall ha chiesto ai suoi seguaci di “recitare un rosario affinché lui muoia tra le braccia di Gesù con la vera fede e carità nel cuore”. Ma il papa ha pubblicato un messaggio su X ai suoi 18,4 milioni di follower: “Vi esorto a continuare il vostro apostolato con gioia e a essere un segno di un amore che abbraccia tutti. Non abbiate paura di correre rischi per amore!”

Traduzione a cura della redazione


Bruckner: “L’Europa è a una svolta come nel 1940. Parigi e Londra si uniscano per salvarla”

Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne 

Di Danilo Ceccarelli, La Stampa

Il filosofo francese Pascal Bruckner parla di «coerenza» quando descrive la politica di Donald Trump. «Vuole abbandonare la Nato, imporre dazi e riconciliare l’America con la Russia: tutte cose che aveva annunciato», ricorda l’intellettuale, secondo il quale in un simile contesto «l’Europa deve imparare a sostituirsi a poco a poco agli Stati Uniti» sullo scacchiere internazionale.

Monsieur Bruckner, cosa vede in questa nuova congiuntura internazionale?
«Niente di buono, tranne che per Vladimir Putin e per Xi Jinping. Trump è il presidente dei loro sogni, una manna che arriva una volta ogni cento anni. Il capo della Casa Bianca vuole imporre la sua agenda, nella quale gli alleati diventano nemici e viceversa. Questo è il capovolgimento trumpista».

Ma Pechino resta un rivale commerciale per Washington.
«Sì, ci sono delle tensioni. Si dice sempre che Trump voglia allontanare la Cina dalla Russia, ma sta avvenendo esattamente il contrario. Al momento è Putin che sta separando l’Europa da Trump. È un gioco che il presidente russo sta vincendo. Non vedo come Cina e Russia potrebbero allontanarsi: sono vicini e hanno un nemico comune che è la democrazia occidentale. Putin ha conquistato la Casa Bianca e per l’Europa è una pessima notizia».

Pensa che il tycoon andrà fino in fondo?
«È una sorta di vecchio bambino narcisistico e permaloso. Non credo che cambierà. L’Europa può sperare in una grave crisi economica per gli Stati Uniti, che dovrebbe arrivare vista l’inflazione crescente in tutto il Paese».

Intanto, la Francia e il Regno Unito hanno preso l’iniziativa. Come vede questa intesa tra Emmanuel Macron e Keir Starmer?
«È una leadership di circostanza che arriva dopo gli attriti che Parigi e Londra hanno avuto negli ultimi anni, come ad esempio quelli emersi con la Brexit. Siamo in un momento cruciale, come nel 1940. I russi vogliono veramente attaccare l’Europa, sono mossi da un odio feroce. Del resto, Putin ha detto chiaramente di voler vendicare la caduta del muro dopo averla considerata come la più grande catastrofe geostrategica del ventesimo secolo e Trump lo lascerà fare. E se il presidente americano abbandonerà l’Onu e la Nato, il matrimonio di convenienza tra la Francia e il Regno Unito si trasformerà in un’unione di amore».

In che modo?
«Sono le due più importanti potenze europee dotate di armi nucleari. In passato hanno già firmato degli accordi militari, come ad esempio la dichiarazione di Saint-Malo nel 1998. C’è quindi una congiuntura favorevole, alla quale si unirà la Germania con il suo futuro cancelliere Friedrich Merz, un conservatore più consistente rispetto a Olaf Scholz che era alquanto molle, e la Polonia del premier Donald Tusk».

E l’Italia?
«Giorgia Meloni è molto intelligente. Se in Francia ci fosse lei alla guida del Rassemblement National vincerebbe subito le elezioni, ma sfortunatamente abbiamo Marine Le Pen. Keir Starmer e Emmanuel Macron, però, l’hanno messa spalle al muro. Adesso Meloni è tra due fuochi: da una parte il suo amore per Trump e Musk, dall’altra la sua posizione geografica. Ma non rimarrà isolata sulla scena europea come Viktor Orban».

In mezzo c’è Volodymyr Zelensky. Che idea si è fatto del litigio con l’inquilino della Casa Bianca?
«Il presidente ucraino È stato umiliato da tutta la corte di Re Trump. È allucinante vedere come a Washington si sia ricreata una sorta di monarchia, con i cortigiani che applaudono e insultano a comando. Zelensky avrebbe potuto reagire diversamente, in modo più duro, ma adesso è troppo debole. Ma la ruota gira e non sono sicuro che l’arroganza di Trump continuerà a lungo».

Perché?
«Quell’episodio ha scioccato i repubblicani moderati, che restano atlantisti. La relazione transatlantica ha una settantina di anni e non potrà essere spazzata via da un vegliardo narcisistico».

Come vede il progetto di riarmo europeo?
«Rappresenta un avanzamento verso il futuro dopo che negli ultimi settan’anni l’Europa ha abbandonato progressivamente il su arsenale militare».