Il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno chiede a tutte le persone, in occasione dell’8 marzo 2025, di firmare la petizione per ottenere immediatamente un contributo di 350 milioni di franchi a sostegno della prevenzione e della protezione contro la violenza sulle donne
Iran, il velo «sconfitto»
Pezeshkian rifiuta la richiesta dei parlamentari: «Non farò rispettare la legge su hijab e castità: non mi metto contro il popolo». Già è cominciata l’offensiva delle forze conservatrici anche contro lo stesso presidente
Di Francesca Luci, il manifesto
209 deputati (su 290) del Parlamento della Repubblica Islamica hanno inviato una lettera al presidente della Camera, chiedendo l’applicazione della legge sulla castità e sull’hijab, sospesa lo scorso dicembre dal Consiglio supremo per la sicurezza. La normativa prevede pene severe per le donne e le ragazze che violano l’obbligo del velo, tra cui multe, pene detentive e fustigazioni.
MERCOLEDÌ 5 febbraio, il presidente iraniano Pezeshkian, in una sorprendente presa di posizione contraria, ha dichiarato: «Non posso far rispettare la legge perché crea problemi alla popolazione e io non mi metterò contro il popolo».
Le parole semplici di Pezeshkian contengono un enorme significato politico e sociale. È stato implicitamente riconosciuto che la legge contraddice l’articolo 9 della politica generale del sistema, che stabilisce che le leggi devono essere applicabili, orientate ai bisogni reali e garantire la massima partecipazione.
CIÒ DI FATTO significa che la legge si è scontrata con il volere del popolo, che ne ha avuto abbastanza della pretesa del sistema di controllare la sfera privata delle famiglie, delle donne e dell’istigazione degli uomini contro madri, sorelle, mogli e figlie. Certo, non c’era forse bisogno di sentire queste parole dopo decenni di proteste e repressioni, ma l’affermazione di Pezeshkian suona come una certificazione ufficiale della vittoria del movimento femminile contro le imposizioni del regime.
IL MOVIMENTO femminile iraniano è in prima linea nella battaglia per i diritti civili da diversi decenni. È riuscito a creare una catena di equivalenze tra le sue attiviste, concentrandosi sulla lotta contro le leggi discriminatorie. Le differenze tra donne religiose e secolari, tra socialiste e liberali, tra nazionaliste e attiviste per i diritti delle minoranze etniche sisono ridotte in favore di un’identità collettiva basata sulla lotta contro la discriminazione legale.
Negli anni, il movimento, colpito dall’esilio forzato di molte, ha visto una nuova generazione di donne più giovani e radicali portare la battaglia su un nuovo fronte, concentrandosi sulla liberazione del corpo femminile dal controllo statale. La lotta contro il velo obbligatorio è divenuta il centro del discorso femminile e il punto di incontro per donne di tutte le classi sociali, dalle lavoratrici urbane alle donne della borghesia religiosa, ed è diventata il simbolo dell’opposizione al regime.
QUESTA NUOVA fase ha rafforzato l’identità femminile come opposizione diretta all’identità teocratica dominante, favorendo l’alleanza con altri movimenti sociali. Le donne sono diventate protagoniste della protesta studentesca, hanno organizzato movimenti sindacali e si sono alleate con i lavoratori, portando il movimento femminile al centro della lotta per la democrazia in Iran.
LE GIOVANISSIME ragazze hanno ballato per le piazze del paese, bruciando i loro copricapo nella straordinaria mobilitazione di protesta “Donna, Vita, Libertà”, che ha attraversato l’intera società iraniana. Le onde di protesta si sono ritirate solo apparentemente dopo una lunga e sistematica repressione. Tuttavia, hanno lasciato una scia di disobbedienza civile che di fatto ha spazzato via l’obbligo del velo. La resistenza femminile, nonostante anni di repressione, ha radicalizzato profondamente il discorso democratico, rendendolo più inclusivo e universale. La società iraniana ha accumulato un tale livello di azione collettiva e resistenza che è pronta per la transizione democratica.
Le dichiarazioni di Pezeshkian, per quanto significative, certo non segnano una vittoria definitiva: le forze conservatrici al potere continueranno il tentativo di controllo sociale. Già è cominciata l’offensiva anche contro lo stesso presidente. Tuttavia, il fatto di riconoscere apertamente l’impossibilità di applicare una legge repressiva rappresenta un punto di svolta, pur non essendo appagante rispetto all’immenso tributo che le donne iraniane hanno pagato in questi anni.
LA BATTAGLIA non è solo una questione di indumento per le donne, ma il simbolo di una più ampia lotta per i diritti, la libertà e la democrazia in Iran. La voce delle donne iraniane è ormai troppo forte per essere ignorata.
«La casa per noi è come una tomba». L’Afghanistan tre anni e mezzo dopo
«Ogni giorno ci impongono nuove leggi. Non possiamo uscire senza un parente maschio. Non possiamo lavorare. Se qualcuna protesta, viene arrestata o sparisce»
Di Sara Segantin – Lorenzo Tecleme, il manifesto
Sono passati tre anni e mezzo da quando l’esercito talebano è entrato a Kabul, ponendo fine al debole governo filo-occidentale di Ashraf Ghani e instaurando un regime di repressione e violenza che ha privato le donne dei diritti fondamentali alla libertà, all’istruzione e, spesso, anche alla vita e alla dignità.
«PRIMA DELL’ARRIVO dei Talebani non eravamo al sicuro, era pericoloso c’erano attentati, ma almeno potevamo rivendicare i nostri diritti. Io studiavo perché volevo diventare medica. Poi non c’è stato più niente». Asmira – nome di fantasia per motivi di sicurezza – parla da Kabul. «I Talebani dicono che ‘la casa è il posto per una donna’, ma la casa è una tomba. Sono viva, ma non vivo. Ogni giorno ci impongono nuove leggi. Non possiamo uscire senza un mahram – un parente maschio. Non possiamo lavorare. Anche andare al parco è vietato. Se qualcuna protesta, viene arrestata o sparisce. Una mia amica è stata frustata perché il suo velo si era leggermente spostato mentre camminava. Io sono fortunata, la mia famiglia è ancora qui. Le donne i cui uomini sono morti o sono dovuti fuggire, come fanno? Non possono neanche fare la spesa».
I talebani controllavano ampie zone dell’Afghanistan da ben prima della presa di Kabul. Ma con la ritirata definitiva delle truppe occidentali – decisa da Donald Trump e attuata da Joe Biden – nel 2021 le grandi città sono cadute e l’esercito regolare afghano si è arreso, a una velocità che nessun analista aveva previsto. L’ex presidente Ghani è fuggito e l’Emirato Islamico dell’Afghanistan è tornato in vita.
FRA I TANTI GIOVANI che si sono battuti per la libertà dell’Afghanistan c’è Shaheen Hussian Zada, poco più di vent’anni, uno dei pochi riusciti a fuggire. «Ho sempre odiato la guerra eppure sono stato costretto a crescere in guerra. Sono l’opposto di coloro che hanno portato via la gioia e i sogni di milioni di famiglie», ci racconta. «La mia scelta l’ho fatta quando ho sacrificato tutto per difendere la mia città: o libero o morto. Per la libertà di tutti e di tutte mi batterò sempre. Ero molto giovane quando ho scelto di combattere per resistere, avevo paura, ma non volevo che i Talebani portassero via tutto. Uccidono, torturano, stuprano. Io c’ero quando nel 2021 hanno preso Herat e poi una dopo l’altra le province sono cadute. Il 15 agosto sono entrati a Kabul. Io e la mia famiglia vivevamo lì. Mi ricordo il terrore. Ho lasciato la capitale alle 13.00, circa due ore prima che arrivassero. Sono andato nel Panshir, dove ancora si resisteva. Abbiamo tenuto duro un paio di settimane, ma il mondo se n’era andato e i Talebani disponevano di armi leggere e pesanti, mentre noi avevamo poche attrezzature e poca esperienza: non eravamo soldati, eravamo solo ragazzi che volevano difendere la libertà».
SHAHEEN rappresenta un pezzo di società afghana – urbana, istruita – che da sempre guarda con ostilità all’iper-conservatorismo islamico, ma che non è riuscita ad essere un contraltare sufficiente ai Talebani. «È chiaro che se uccidi tutti quelli che la pensano diversamente e chiudi in casa metà della società magari hai meno “instabilità” e le persone forse si sentono più sicure. Ma qual è il prezzo?». «Oltre a essere ingiusto non ha senso! – gli fa eco Asmira – come fa una società a stare in piedi senza metà del suo popolo? Se queste restrizioni continueranno, il Paese dovrà affrontare problemi economici, sociali e politici sempre più gravi».
LE CANCELLERIE europee non paiono particolarmente turbate. Tra il 2018 e il 2020 circa la metà delle richieste di asilo presentate da afghani sono state respinte, il governo di Ghani prima di cadere era stato finanziato dall’Ue perché trattenesse i migranti e a poco tempo dal ritorno dei Talebani diversi Paesi – Germania, Belgio – hanno dichiarato l’Afghanistan «posto sicuro» per il rimpatrio dei migranti. «Chi è rimasto, chi è riuscito a fuggire, non è un numero in un telegiornale. Siamo persone con speranze, sofferenze, sogni. Abbiamo un’identità e una storia: vogliamo imparare, ma anche raccontare e dirvi di non dimenticare», dice Shaheen. «L’Afghanistan quello lontano e quello poco oltre le vostre porte di casa, non vuole pietà né compassione, chiede rispetto e giustizia nella sua lotta per la libertà. Sono solo un ragazzo e non ho risposte, ma ho visto cose che non volevo vedere e non voglio più che esistano. Ho visto anche la forza e il coraggio. Nelle donne afgane, che resistono a una condizione che nessuno di noi qui può immaginare. In chi in Europa non si arrende all’odio. Possiamo essere forti e liberi solo insieme, donne e uomini da ogni paese, oltre gli stereotipi e i pregiudizi per costruire un mondo in cui l’umanità sia più forte delle frontiere».
«PERCHÉ questo silenzio?», si chiede Asmira. «Le ragazze afgane non interessano a nessuno? Noi stiamo resistendo. Ma siamo sole. Più c’è libertà più c’è responsabilità. Chiedo a voi, popoli d’Europa, di unirvi alla voce del popolo afgano e di lottare contro le ingiustizie».
Perché il futuro democratico dipende dalle donne
Di Fabrizia Giuliani, La Stampa
L’ottomarzo tutto attaccato. L’ottomarzo delle mimose; l’otto marzo delle iniziative dedicate, dei musei e dei cinema gratuiti, della giornata di riflessione, dell’attenzione ad hoc, del fascio di luce che si accende, ecco, di questo otto marzo non ne possiamo più. Da tempo, da mo’ come diceva Fantastichini in Ferie d’agosto. Ricordo come fosse ora la prima volta che ho visto manifestata questa insofferenza: primo anno del ginnasio, una ragazza che a me appariva grandissima gridava con veemenza alla preside, del tutto impreparata «non le vogliamo, le mimose». Ero investita dal tono, prima di capire il senso. Sentivo la rabbia, la condividevo, anche se gli argomenti erano lontani. Eravamo nel’900 la stagione dell’impegno era finita da più di un decennio, il femminismo era una cosa vecchia, superata. Ma le parole di quella ragazza, i ricci neri che si scuotevano mentre ripeteva «basta con i fiori! » dicevano altro e lo capivamo tutti: io, la preside attonita, i professori silenziosi, gli studenti ammirati.
Il messaggio passava chiarissimo: i conti non tornano. Non tornano qui a scuola, dove le insegnanti sono tutte donne ma di donne nei libri e nei programmi non ne incontriamo una nemmeno per sbaglio. Non tornano nel riconoscimento: i ragazzi sono bravi, noi siamo diligenti; se c’è un guizzo per loro è talento, per noi eccentricità da riportare nei ranghi. Non tornano a casa: nelle aspettative delle famiglie, nella trasmissione dei ruoli e non parliamo della violenza che le attraversa; nelle relazioni dove la libertà sessuale appena conquistata è intesa in modo decisamente asimmetrico. Era il secolo scorso, ma era già chiara l’idea che se i conti non tornano bisogna dirlo, non tacerlo mettendoci sopra un fiore. Ancora, è una battaglia che non riguarda – solo – la parità (uguaglianza) ma la libertà: due campionati molto diversi.
Il punto è qui ed è per questo che i conti, dall’inizio, non tornano. La sfida che la libertà delle donne ha lanciato alle democrazie, costruite su pilastri che non la prevedevano, è stata difficile da subito perché non ha chiesto inclusione, ma trasformazione. Le donne non hanno detto – solo – vogliamo essere ammesse dove prima non eravamo, vogliamo che cadano le discriminazioni ma: questo spazio pubblico, costruito in absentia, deve cambiare ora che lo abitiamo anche noi. Devono cambiare il tempo e lo spazio, gli orari di lavoro e le città, le abitudini, i ruoli. Dobbiamo cambiare tutti perché niente è come prima, come quando stavamo a casa ad accudire i figli, a curare i malati e a chiudere gli occhi ai morti. Niente è come quando le donne non erano libere.
Non serve essere grandi analisti per comprendere come questa sfida tocchi oggi la crisi di quel che chiamiamo occidente. Come la nostalgia del tempo che non prevedeva la nostra libertà sostenga il vento della destra, ovunque. Ma per difendere conquiste faticosamente ottenute e soprattutto per creare consenso intorno a queste battaglie, occorre aggiornare linguaggio e categorie o si finisce, com’è accaduto per pensare che le donne rientrino nel paradigma neutro delle minoranze oppresse. Si finisce per pensarsi, minoranza, con conseguenze culturali rilevanti che portano a perdere forza e senso di sé e soprattutto elettrici. Non basta nemmeno la grammatica dei diritti, la disputa astratta tra civili e sociali. La lotta per il contrasto alla violenza, la battaglia per la piena occupazione femminile, il superamento di un welfare obsoleto non sono rivendicazioni di nuovi diritti. Sono questioni politiche, che richiedono un cambiamento generale. Nostalgia, reazione, regresso, prevalgono dove la politica, l’altra politica, non è stata capace di riconoscere e accompagnare adeguatamente questo processo. Non è questione di estremismo o moderazione, ma di riconoscimento: saper vedere le donne, i loro bisogni, scegliere di sostenere l’esercizio della loro libertà, senza il quale non c’è nessun futuro democratico possibile.
Un 8 marzo triste: Donald cancella i diritti di genere
Il silenzio è preoccupante. Siamo lontani anni luce dall’aver debellato questa discriminazione
Di Tito Boeri, La Repubblica
Negli Stati Uniti anche quest’anno l’8 marzo non si celebrerà la giornata internazionale della donna. Per via del MAGA, mala tempora currunt anche per le celebrazioni del mese di marzo come il “Women History Month”. Le principali vittime dell’offensiva lanciata dalla nuova amministrazione federale contro i programmi DEI (Diversity, Equity, and Inclusion) sono infatti le donne, le maggiori beneficiarie delle azioni intraprese da molte imprese e amministrazioni pubbliche per contrastare la discriminazione di genere e promuovere l’inclusione delle minoranze. Ben tre ordini esecutivi di Trump (il 14151, 14168 e 14173) non si sono limitati a chiudere queste strutture nel pubblico impiego; hanno anche interrotto i finanziamenti federali alle istituzioni private che continuano a sostenere programmi inclusivi. Uno dopo l’altro gli oligarchi di Donald Trump hanno cancellato le strutture DEI all’interno delle loro mega-aziende. I termini “donne nella società”, “società inclusiva” e “società equa” sono stati cancellati dalla descrizione dei progetti che potrebbero beneficiare delle borse Fullbright, garantite ogni anno a circa 8000 studenti e docenti in giro per il mondo. Nel Paese per antonomasia della libertà di espressione, in cui il primo emendamento della Costituzione tutela il free speech, le università hanno chiesto ai loro docenti di non trattare di questi temi, temendo di perdere i finanziamenti federali. Hanno scelto di adottare la strategia comunicativa dell’opossum: meglio fingersi morto per un po’ che morire per davvero. D’altronde, Trump ha solo quattro anni davanti per agire. Forse due, se combina disastri prima delle elezioni di midterm.
Questo silenzio è preoccupante perché siamo lontani anni luce dall’aver debellato la discriminazione contro le donne. Lo provano gli studi che hanno saggiato le reazioni delle imprese che hanno posti vacanti all’invio di curriculum identici in tutto e per tutto, salvo per il fatto di essere di persone di sesso diverso. Anche in Italia c’è evidenza che le donne vengono chiamate per colloqui di lavoro molto meno degli uomini a fronte dell’invio dello stesso curriculum.
Ma forse è ancora più grave il fatto che, in nome della campagna contro la cosiddetta cultura “woke”, contro il linguaggio “politically correct” si stia minando la libertà di informazione, di insegnamento e si stia sottoponendo a condizionamenti politici senza precedenti l’attività di ricerca. Oltre ai programmi DEI, la nuova amministrazione Usa ha messo al bando ogni richiamo al riscaldamento globale. I corsi al National Disaster Preparedness Training Center dell’Università delle Hawaii hanno cancellato ogni riferimento al “cambiamento climatico”, come rivelato dal Guardian. Secondo quanto riportato dall’Economist, la National Science Foundation (NSF) e la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) stanno dimezzando i finanziamenti ai propri progetti di ricerca colpiti dalla scure dei ragazzotti messi da Musk al lavoro per abbattere le spese federali senza avere la minima idea di ciò che stanno trattando. Sorte simile è toccata al National Institute of Health (NIH) che si è visto ridurre il proprio bilancio di quasi 50 miliardi di dollari. Questi tagli sono tutt’altro che uniformi. Si usano grossolane tecniche di analisi dei testi per identificare progetti “imbevuti della cultura woke”. In realtà, ad una analisi più approfondita, la maggioranza dei progetti tagliati non ha nulla a che vedere con la DEI. Ci sono, ad esempio, molti progetti sulla prevenzione dei danni da terremoti e tsunami. Si va quindi ben oltre il negazionismo di uno Stato come la Florida che ha proibito l’utilizzo del termine “cambiamento climatico” nelle proprie leggi. Non ci si limita a negare ciò che è evidente, si impedisce il monitoraggio, la valutazione di rischi rilevanti per il benessere e la salute dell’umanità. È come spaccare deliberatamente il termometro al capezzale del malato.
Non c’è dubbio che soprattutto negli ultimi anni si siano compiuti errori nel portare avanti le battaglie per i diritti civili negli Stati Uniti come in Europa. Sono state percepite come battaglie elitarie, condotte ignorando gli orientamenti della maggioranza dell’opinione pubblica. Ci si è affidati troppo spesso a forme di cosiddetta “discriminazione positiva” in cui alle donne o alle minoranze vengono riservate quote nell’accesso alle università o in posizioni apicali nelle imprese. Il problema di questo approccio è che opera discriminazioni esplicite, definite per legge. Se spinte all’eccesso, queste discriminazioni, invece di divenire veicolo di cambiamento culturale, diventano un facile capro espiatorio verso cui rivolgere la rabbia per chi non è riuscito a trovare lavoro o a farsi ammettere all’università. Ci sono molti altri modi per ridurre le discriminazioni, che possono rivelarsi più efficaci ed essere attivati su più ampia scala. Ad esempio, si può intaccare il potere dei datori di lavoro nell’abbassare i salari dei loro dipendenti sotto ai livelli pagati da altre imprese. Questo può contribuire a ridurre la discriminazione di genere perché le donne fanno più fatica degli uomini a cambiare lavoro se pagate male. Stiamo assistendo a una restaurazione brutale che ci riporta indietro di decenni. Bene opporsi anche da questa parte dell’Atlantico prima che l’onda lunga della propaganda trumpiana ci travolga.
Femminicidio reato specifico: ergastolo e pene più severe. “Svolta in difesa delle vittime”
Alla vigilia dell’8 marzo il governo vara il ddl contro la violenza di genere. Meloni: “Un altro passo avanti”. Il Pd: “Serve un intervento strutturale, invece prevale l’approccio sicuritario”
Di Giovanna Vitale, La Repubblica
Roma- La data non è stata scelta a caso. Alla vigilia dell’8 marzo, il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che riconosce il femminicidio quale reato autonomo, punibile con l’ergastolo. D’ora in avanti chi uccide una donna per motivi di «discriminazione, di odio o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti e delle sua libertà» rischia il carcere a vita.
«Oggi il governo compie un altro passo nell’azione di sistema che sta portando avanti fin dal suo insediamento per contrastare la violenza nei confronti delle donne e per tutelare le vittime», si congratula la premier Giorgia Meloni. «Una novità davvero dirompente» per la ministra alla Famiglia Eugenia Roccella. «È il tentativo», spiega, «di produrre un mutamento culturale perché l’asimmetria numerica — sono molte di più le donne assassinate da uomini che gli uomini assassinanti da donne — rispecchia un’asimmetria più profonda e radicata che noi vogliamo combattere».
L’introduzione del delitto di femminicidio nel codice penale, finora configurato come semplice aggravante dell’omicidio volontario, non è l’unico intervento contemplato nei 7 articoli del testo varati ieri. Le pene vengono aumentate anche per altre fattispecie: fino al 50 per cento in più per i maltrattamenti in famiglia (ora punibili dai 3 ai 7 anni), l’uso di armi o sostanze corrosive (esempio tipico, l’acido) e l’interruzione di gravidanza non consensuale; fino a due terzi per stalking e revenge porn. «Norme che considero molto importanti», aggiunge Meloni, «e che abbiamo fortemente voluto per dare una sferzata nella lotta a questa intollerabile piaga».
A subire modifiche è pure la disciplina relativa alle misure cautelari per l’indagato: in presenza di gravi indizi di colpevolezza, chi è accusato di femminicidio, violenza domestica e stalking potrà essere messo agli arresti domiciliari o addirittura in prigione. Mentre alle vittime e ai loro familiari dovrà essere sempre data comunicazione «quando al condannato o all’internato sono applicate misure alternative alla detenzione o altri benefici analoghi che comportano l’uscita dall’istituto». E non è tutto: nei casi di codice rosso l’audizione della persona offesa non è più delegabile alla polizia giudiziaria, ma sarà «obbligatoria» per il pubblico ministero. Il quale, come tutti i giudici in servizio, dovrà partecipare ad almeno un corso specifico tra quelli organizzati dalla Scuola superiore della magistratura, indipendentemente dalle funzioni svolte e dall’appartenenza a gruppi o sezioni specializzate.
«Una svolta epocale», secondo il Guardasigilli Carlo Nordio. «Storica» per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che snocciola i numeri dell’emergenza: «Nell’anno trascorso sono stati fatti 2.746 ammonimenti per stalking o revenge porn, con un aumento del 44%; altri 5.858 sono stati adottati per violenze in abito domestico, con un incremento del 126%; 415 gli arresti in flagranza; 5.700 i braccialetti elettronici attivati in chiave antistalking». Di «bollettino di guerra» parla la collega alle Riforme Maria Alberta Casellati, ricordando le «99 vittime di femminicidio nel 2024, una mattanza», per poi e annunciare l’arrivo di «un testo unico» che conterrà tutte le norme sui diritti delle donne.
Dalla forzista Licia Ronzulli alla moderata Maristella Gelmini, la maggioranza esulta. Più critiche le opposizioni. «Il Ddl va nella giusta direzione ma non basta», avverte Roberta Mori, portavoce della Conferenza delle donne pd: «Di fronte ai dati allarmanti dell’Istat ci saremmo aspettate un intervento strutturale, strumenti concreti per consentire alle donne di sottrarsi ai contesti violenti e costruirsi un futuro libero dalla dipendenza economica e sociale. Invece prevale l’approccio securitario». Sulla stessa linea Laura Zanella di Avs: «Introdurre il reato di femminicidio era un atto dovuto. Ma la vita delle donne si salva prevenendo la violenza prima ancora che reprimendo. Senza l’educazione affettiva nelle scuole, la formazione di forze dell’ordine, magistrati, operatori e il finanziamento dei centri antiviolenza, questo sforzo sarà insufficiente».