Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili
Di Paolo Brera e Carlo Bonini, La Repubblica
KIEV. Mentre le diplomazie discutono confini e regole su cui costruire una pace più o meno “giusta”, nel salottino di un bar di Kiev un grande economista ucraino analizza la salute della vittima a tre anni dall’invasione russa: “L’economia ucraina uscirà distrutta dalla guerra”, dice Oleksij Kusch. “La maggior parte della popolazione – spiega – sarà in condizioni di povertà mentre ci saranno un milione di fucili e altre armi in mano a gente che li sa usare. Crescerà la criminalità. I forti traumi di questi anni diventeranno risentimento post bellico, e il rischio di grave destabilizzazione politica sarà alto. Ci vorranno decine di anni per recuperare, e in queste condizioni sarà molto difficile che l’Ucraina entri realmente nella Ue. All’odio verso la Russia si aggiungerà il rancore nei confronti dell’Occidente per il tradimento”.
La svolta radicale e improvvisa imposta dalla nuova amministrazione americana ha scioccato gli ucraini. Nei bar, nei social e nelle chiacchiere riservate la violenza delle critiche di Trump a Zelensky spinge le persone a sostenere il presidente come accadeva tre anni fa di fronte alla violenza dell’invasione russa: “Avete rilanciato la vostra economia a spese della guerra in Ucraina. A spese dei nostri caduti al fronte e dei civili. Fate affari nel sangue”. “Se non fosse stato per l’America non avremmo firmato il memorandum di Budapest e non avremmo rinunciato alle armi nucleari. Grazie, America, per i nostri ucraini assassinati e torturati, per le città e i villaggi distrutti”, scrive Luda Kovtun su telegram. L’invito più frequente rivolto a Trump e agli Stati Uniti è di seguire la rotta della “nave russa”, quella che mandarono a quel paese davanti all’Isola dei Serpenti.
Ma lo shock è più radicale, più profondo. Minaccia di sgretolare quel mondo antico che neppure tre anni di guerra erano riusciti a scalfire. Quel mondo che incroci appena attraversi il confine dalla Polonia, a Przemysl o a Leopoli. Il treno, tutti i treni, sono in perfetto orario. Sempre. Un ferroviere, più spesso una donna, con un lungo cappotto blu e il cappellino, ti attende sulla pensilina davanti alle scalette di ogni vagone. Controlla il biglietto di chi sale, e se viaggi di notte ti sveglierà con una tazza di tè mezzora prima della tua stazione di arrivo. Altrimenti passerà più volte qualcuno con il carrellino del ristoro, qualcun altro a raccogliere l’immondizia.
Dopo otto ore di viaggio, prudentemente lento per le condizioni incerte dei binari, arrivi a Kiev e non serve guardare l’orario: è sempre quello indicato sul biglietto. A marzo di tre anni fa, quando lasciammo Kiev due settimane dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022 facendo il percorso inverso, decine di chilometri di carri armati e blindati russi in marcia verso la capitale erano bloccati da una resistenza eroica e inattesa. La stazione era invasa di anime in fuga: migliaia di donne, bambini e anziani accalcati per acciuffare un posto su un qualunque treno verso l’Ovest. La città era deserta. I cavalli di frisia ai crocicchi e l’eco dei bombardamenti, i soldati con i fucili spianati, le sparatorie per uccidere i “sabotatori” russi. Non c’era benzina, non c’erano taxi. Nei supermercati aperti c’era rimasta solo qualche scatoletta. Il traffico caotico della metropoli era scomparso, nei grandi boulevard sovietici a cinque o sei corsie potevi leggere un romanzo in mezzo alla strada. Le sirene d’allarme suonavano continuamente, le stazioni della metropolitana erano diventate rifugi. I missili abbatterono il ripetitore della tv, centravano caserme ma anche condomini. C’erano civili, tra i morti.
Prendere quel treno voleva dire sopravvivere. La calca, impressionante. E l’ira, la disperazione. I bambini piangevano, le madri urlavano e spingevano per conquistarsi il posto. Gli uomini, a cui era impedito lasciare il paese, facevano il possibile per proteggere le anziane schiacciate dalla ressa. Laggiù, oltre Leopoli, c’è la Polonia. La salvezza.
Tre anni dopo, un gruppo di cinesi arrivati da chissà dove e chissà perché fotografa ammirato gli enormi lampadari della stazione di Kiev. I metal detector filtrano gli accessi, il cartellone elettronico mostra decine di arrivi e partenze imminenti. Nel piazzale hanno appena installato centinaia di paletti divisori per ordinare il traffico dei taxi. A sera inoltrata, mentre affretti il passo sotto la luna e sul nevischio prima che scatti il coprifuoco, due operai comunali riparano le buche riallineando cubetti di porfido. Le aiuole sono perfettamente curate, le facciate delle chiese illuminate anche durante i back out. Non c’è spazzatura per terra né scritte sui muri. La città è spazzata, lavata, ripulita. I bar e i servizi sono tutti attivi, gli ucraini passeggiano tra negozi e centri commerciali come in qualsiasi altra capitale lontana dalla guerra. Ma la guerra non è lontana. Ogni notte i droni russi attraversano la città a bassa quota, la contraerea li insegue sparando raffiche. L’eco delle esplosioni fa sobbalzare. Gli ucraini sono abituati a non dormire. La routine stravolta il 24 febbraio del 2022 è cambiata per sempre.
“È tutto molto diverso, oggi. Io lavoro in un corridoio lungo e stretto – racconta lo scrittore Andriy Kurkov, tradotto in tutto il mondo – così resto lontano dalle finestre. Le sirene d’allarme suonano di continuo. Vado molto spesso nella casa di campagna, è più grande e di notte non ci sono sirene quindi riesco a dormire. A Kiev, invece, quando suonano ti svegli e controlli sul telefonino se sono in arrivo droni o missili balistici per decidere cosa fare. Per due o tre ore non dormi più, e sono già le 6 del mattino. Poco dopo arriva un nuovo allarme… Psicologicamente è molto stancante”. Alla mattina si contano i danni. Edifici in fiamme, a volte vittime. Più ti avvicini ai confini russi, peggiore è la routine. A Sumy e Kharkiv, a Dnipro e Zaporizhzhya, onde alterne di bombardamenti hanno provocato decine di stragi. Non parliamo dei paesini vicini al fronte.
Per tre anni gli ucraini hanno sopportato tutto per due ragioni: la prima è che non potevano fare altrimenti; e la seconda è che a promettere di difenderli “fino a quando sarà necessario” c’erano la superpotenza più forte e più ricca del mondo e i suoi alleati europei. Nel primo anno hanno cacciato i russi dalla regione di Kiev. Mentre emergevano gli orrori di Bucha e di Mariupol, li hanno cacciati anche dalla regione di Karkhiv. Poi si sono ripresi Kherson. Il secondo anno doveva essere quello decisivo della controffensiva che avrebbe messo in ginocchio Putin facendo saltare il suo governo. Ma la controffensiva è fallita, e la marcia su Mosca di Prigozyn e della Wagner si è fermata a metà strada. Da allora, un lento insostenibile logorio: la caduta di Bakhmut e di Avdiivka, quella meno nota ma più grave di Ughledar, la morsa che si stringe su Pokrovsk. Ora che l’America si allontana svanisce anche la speranza, e affiora una realtà cupa e dura.
La guerra in corso ancora non mostra appieno il volto dell’Ucraina che sta nascendo. Dovrà navigare a vista “con un Pil disastrato, precipitato dai 200 miliardi di dollari del 2021 ai 180 miliardi di oggi. L’inflazione è alta – spiega Kusch – anche se è diminuita rispetto al primo anno di guerra scendendo dal 30% al 10%”. La grivna, la moneta nazionale, è crollata: “Ce ne volevano 25 per un dollaro, ora ne servono 42”. Il numero dei morti è un segreto militare, le cifre ufficiali non sono credibili ma potrebbe trattarsi di centinaia di migliaia di caduti, secondo gli analisti.
Le tasse dirette ed indirette sono in aumento esponenziale. Lo stipendio medio è aumentato in grivne ma è addirittura diminuito se calcolato in valuta: da 438 euro è sceso a 420 euro al mese, secondo i dati del Fondo pensione ucraino. Contemporaneamente i prezzi sono schizzati del 50% in tre anni, e un chilo di pomodori rossi da insalata è più che decuplicato: da 15 a 124 grivne al chilo. Ma il dato più preoccupante è un altro: “C’erano 40 milioni di ucraini prima della guerra – continua Kusch – e ne sono rimasti 27 o 28 milioni. Gli altri sono all’estero, e molti di loro non torneranno. Milioni di ucraini si sono rifatti una vita in Europa e in America, altri sono in Russia o nelle regioni occupate”.
Con 880mila uomini al fronte, la fame di lavoratori per le fabbriche e le attività ucraine è tale che l’amministrazione locale di Tyachiv, in Transcarpazia, ha cercato in tutti i modi di sostenere il progetto di un mobilificio che si era accordato per assumere lavoratori dal Bangladesh. Erano disposti ad attraversare la frontiera in piena guerra. Il mobilificio, in cui lavorano 430 persone, “ha un disperato bisogno di manodopera e voleva assumere 160 bengalesi con regolare contratto di lavoro”, spiegano gli uffici del governatore. Lo stipendio offerto era di 25mila grivne, circa 580 euro. L’azienda si era già procurata un residence per alloggiarli, ma nessun bengalese è riuscito ad arrivare in Ucraina: le autorità hanno negato i visti adducendo “ragioni di sicurezza nazionale in regime di legge marziale”, consigliando di puntare sugli sfollati interni. Altre aziende li avevano contattati per consigli. “Cercavano decine di saldatori, lavori pesanti in cui servono uomini forti”. Ma già prima della guerra i residenti si trasferivano all’estero, dove gli stipendi sono più alti.
In centro a Kiev incontriamo uno straniero che nell’Ucraina in guerra ha trascorso molto tempo al fronte ma con lo stetoscopio, non con il fucile. Si chiama Ruben Mawick, è un volontario tedesco della ong Road to Relief: “Sono qui perché noi tedeschi abbiamo detto ‘mai più’, e il mio mai più è proprio questo. Da medico – dice – sostengo e difendo la democrazia e la libertà degli ucraini”. A settembre del 2023 era a bordo di un furgone bianco carico d’acqua e medicine, di garze e pane. I russi lo fecero saltare in aria a Ivanivtske, il primo gruppo di case appena fuori Bakhmut assediata, uno dei luoghi più dannati e pericolosi di tutta la guerra. Morirono la capomissione, la spagnola Emma Igual, e il canadese “Tonko” Ihnat. Ruben e un altro volontario se la cavarono con parecchie ferite. E’ appena tornato dal fronte: “La situazione – dice – è ulteriormente peggiorata. Gli attacchi con i droni sono infinitamente più martellanti”.
“Re Artù”, il nome in codice di un soldato 31enne il cui bimbo di un anno e mezzo vive in Germania con la mamma, è un incursore. Un caposquadra, ferito due volte e vivo per miracolo e prontezza: il dronista russo maldestro non lo ha centrato bene, dice. “Vuoi sapere qual è il motto della nostra brigata? ‘Non ce la faccio più’. Vale per tutti, esperti e nuovi arrivati. Vale per i ragazzi che ci mandano oggi, e nove su dieci entrano in panico appena si avvicinano alla prima linea. Ma tutti noi combattiamo con la disperazione e la paura. Ci muoviamo con 80 chili di zaini, ci danno ordini stupidi che non dobbiamo seguire se vogliamo sopravvivere. ‘Ci stanno attaccando con i droni, dove andiamo?’. ‘Dritti, avanzate’, rispondono. Se avessi ordinato ai miei di farlo, anziché arretrare e attendere l’imbrunire quando i dronisti richiamano i droni per cambiare le lenti, oggi saremmo tutti morti”.
C’è un virus, dice Re Artù, diffuso lungo tutto il fronte. E’ la disperazione: “Nessuno di noi ha una data certa per la smobilitazione, e questo ci ha tolto la speranza. Ma senza speranza non si va avanti. Se fossi il capo di stato maggiore o il ministro della Difesa partirei da qui: abbiamo bisogno di un cessate il fuoco per tirare il fiato e formare davvero le reclute, e abbiamo bisogno di creare migliaia di dronisti. Ma soprattutto i tempi di mobilitazione e smobilitazione devono essere certi e definiti. Solo così puoi dare il massimo, perché sai che presto tornerai a casa”. Non tutti, purtroppo, torneranno. E molti lo fanno con gravi amputazioni. Non serve andare in un ospedale per vedere il risultato della carneficina: ovunque, in Ucraina, incroci facilmente persone che hanno perso le braccia o le gambe. Nella sua casa atelier a Podyl, uno dei quartieri più frizzanti della capitale, lo stilista 33enne Makar Tsypan ha deciso di occuparsi stabilmente di questi clienti sempre più numerosi. Alla settimana della moda di Kiev, Makar ha portato il suo progetto e le sue creazioni: abiti tecnici specifici per chi ha perso più arti contemporaneamente. “Non ci sarà un ufficio con dieci dipendenti, in Ucraina, in cui non lavoreranno uno o due polimutilati. Hanno bisogno di vestiti belli ma anche funzionali – dice – adatti all’ufficio e al tempo libero.
Uomini e donne che sono stati macchine da guerra non devono sentirsi umiliati implorando aiuto per vestirsi. E devono poterlo fare con rapidità: immagina lo stress se ogni giorno dovessi impiegare un quarto d’ora per una maglia o per un pantalone”. Il ragionamento di Makar è semplice e potente. “Dovremo imparare a relazionarci perché saranno una presenza consistente nella società”. Centinaia di migliaia di persone, si stima. “Questo progetto è nato parlando con un ragazzo che al fronte ha perso entrambe le gambe e una mano. Esistono soluzioni con strisce adesive, ma se non le allinei perfettamente passa l’aria. Qui in Ucraina, poi, ci sono molti casi gravi in cui servono tecniche innovative”.
Nei suoi atelier a Kiev e Rivne dieci focus group studiano le esigenze più estreme e testano i modelli. Vestiti ampi e leggeri, cerniere che attraverso i lacci si regolano con il polso. I tessuti e le forme “studiati per chi ha ferite e sensibilità acute sulla pelle”. Rune in rilievo per indicare i colori ai non vedenti. “Oleksiy, un soldato cinquantenne a cui un drone ha tolto entrambe le gambe e le mani, voleva dei jeans per uscire a cena con la moglie. Con quelli che abbiamo studiato per lui – dice Makar – impiega un minuto e mezzo a indossarli da solo. Anche Maxim ha perso le mani. In una gli sono rimaste due dita, ma il drone che lo ha bruciato vivo gli ha tolto anche la vista e gli ha lasciato gravi ustioni alle gambe. Sfiorando la runa, con quelle due dita può scegliere quale colore indossare”.
Così è l’orrore della guerra. Mentre il dibattito è concentrato sulle garanzie di sicurezza che permettano di provare a fermare la strage, già si guarda avanti. A luglio, alla Conferenza per la ricostruzione che si terrà a Roma, l’Ucraina arriverà comunque amputata nel suo territorio. L’avanzata nel Donbass è costante, mentre la quota di Russia occupata nella regione di Kursk si è ridotta a meno di un terzo, circa 400 chilometri quadrati. Si calcola che occorreranno almeno 450 miliardi di dollari per ripristinare le sue città sventrate, ma molto dipenderà dai confini delineati nella trattativa. Ora si parla di terre rare, di concessioni sullo sfruttamento delle risorse. La preda è ferita e si odono ululare i lupi. Allibiti dai continui colpi di scena, gli ucraini sentono parlare con insistenza di cessate il fuoco ed elezioni. Potrebbero tenersi a fine ottobre, si dice, e il fermento politico a Kiev è già evidente anche se il Paese si è stretto intorno alla linea del presidente, secondo cui si potrà votare solo alla fine della guerra.
Dalla nascita dell’Ucraina, nel 1991, ci sono state otto elezioni e sette presidenti diversi. L’unico rieletto è stato Leonid Kucma, nel 1994 e nel 1999. Sebbene il 4% di consensi di cui lo accredita Trump sia inverosimile, Zelensky sa che difficilmente verrebbe rieletto. Tre anni fa, rifiutandosi di fuggire prese per mano il suo popolo disperato e lo convinse che non solo avrebbero resistito ma addirittura punito Putin. Avrebbero riconquistato anche la Crimea e tutto il Donbass. Aveva dato speranza, esaltato l’orgoglio. Si combatteva e si moriva per un futuro nella Nato e nell’Europa, per il benessere e la libertà che il sacrificio avrebbe conquistato. Che sia o meno responsabilità sua, Zelensky sa che gliene chiederanno conto. E anche se i veri rivali forse non si vedono ancora, conosce la propensione degli ucraini al cambiamento: nel 2019 nessuno avrebbe scommesso una grivna su di lui.
Nell’immagine: Valentyn Vasylenko, l’ultimo abitante del villaggio di Teteriv, vicino a Kiev