La proposta dei Nobel: “Per la nuova Ucraina usiamo i fondi congelati”

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Di Oleksandra Matviichuk e altri 139 Premi Nobel, La Stampa

Pubblichiamo qui l’appello congiunto di 140 Premi Nobel per la Pace, Letteratura, Economia, Chimica, Medicina, Fisica, a favore del trasferimento degli asset statali russi congelati dalle sanzioni a favore della ripresa dell’Ucraina e dei risarcimenti.

Con decorrenza 24 febbraio 2025, l’illegittima guerra di aggressione combattuta dalla Federazione russa contro l’Ucraina ha segnato del suo triste terzo anniversario ed è entrata nel quarto anno. I combattimenti sono costati la vita a decine di migliaia di soldati e il grave ferimento di molti altri su entrambi i versanti. I combattimenti, però, hanno preso di mira in modo diretto anche la popolazione civile ucraina – famiglie e bambini – che ha dovuto affrontare sofferenze inenarrabili.

Migliaia di civili, bambini compresi, sono stati uccisi, vivono sotto occupazione, sono stati fatti prigionieri o deportati a forza in Russia. La distruzione di interi quartieri e intere città, oltre ai deprecabili attacchi a infrastrutture di importanza cruciale come ospedali, scuole e asili, ha costretto un numero incalcolabile di persone a scappare, li ha violentemente privati delle loro case e dei loro mezzi di sostentamento.

La guerra russa all’Ucraina ha provocato la più grande crisi di rifugiati in Europa dalla Seconda guerra mondiale, con milioni di civili sfollati all’interno dell’Ucraina e all’estero. Tutti, singoli e famiglie, hanno vissuto sofferenze inimmaginabili, perdite e privazioni.

In seguito al cambiamento di potere dopo le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, si vanno facendo sentire più forti le promesse e le esortazioni a negoziare e arrivare ad accordi di pace. Sembra crescere la speranza di poter far finire questa guerra con giusti colloqui di pace. Anche nel caso in cui ciò accadesse, però, l’Ucraina resta un Paese distrutto sotto molti punti di vista. I morti non potranno tornare in vita, e le sofferenze patite in passato non potranno essere cancellate. Il futuro, però, può e deve essere migliore. La ricostruzione dell’Ucraina e i risarcimenti alle vittime di guerra richiederanno cospicue risorse economiche. E chi dovrebbe essere ritenuto responsabile dei risarcimenti, se non i colpevoli di questa guerra disdicevole?

Nel complesso, si calcola che il capitale universale della Banca centrale russa sia attualmente di 300 miliardi di euro circa, congelati a seguito delle sanzioni. Tale cifra è custodita in vari conti in giro per il mondo, ma soprattutto nell’Ue e nei Paesi del G7, in particolare in Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Stati Uniti e Regno Unito.

Tale denaro continua a generare altri miliardi di interesse. In ogni caso, i soli interessi non copriranno la cifra stimata in circa 486 miliardi di dollari in spese per la ripresa, né i risarcimenti dovuti alle vittime della guerra russa. Si potrà porvi rimedio soltanto usando il capitale di 300 miliardi di euro.

Noi, Premi Nobel firmatari del presente appello, chiediamo a questi governi di sbloccare queste risorse dalla Banca centrale russa per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina e risarcire le vittime di guerra, così che il Paese possa essere ricostruito rapidamente, una volta firmato l’accordo di pace. Potrebbero rendersi necessarie a tal fine nuove leggi e regolamentazioni che, tenuto conto dell’innegabile stato di emergenza e delle gravi violazioni del diritto internazionale, sono adeguate e devono essere corrette. L’obbiettivo è porre fine alla guerra, instaurare una pace giusta, fornire all’Ucraina una prospettiva futura per le prossime generazioni. Facciamo nostra questa causa e la sosteniamo con il presente appello.


A tre anni dalla guerra in Ucraina

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Di Paolo Brera e Carlo Bonini, La Repubblica

KIEV. Mentre le diplomazie discutono confini e regole su cui costruire una pace più o meno “giusta”, nel salottino di un bar di Kiev un grande economista ucraino analizza la salute della vittima a tre anni dall’invasione russa: “L’economia ucraina uscirà distrutta dalla guerra”, dice Oleksij Kusch. “La maggior parte della popolazione – spiega – sarà in condizioni di povertà mentre ci saranno un milione di fucili e altre armi in mano a gente che li sa usare. Crescerà la criminalità. I forti traumi di questi anni diventeranno risentimento post bellico, e il rischio di grave destabilizzazione politica sarà alto. Ci vorranno decine di anni per recuperare, e in queste condizioni sarà molto difficile che l’Ucraina entri realmente nella Ue. All’odio verso la Russia si aggiungerà il rancore nei confronti dell’Occidente per il tradimento”.

La svolta radicale e improvvisa imposta dalla nuova amministrazione americana ha scioccato gli ucraini. Nei bar, nei social e nelle chiacchiere riservate la violenza delle critiche di Trump a Zelensky spinge le persone a sostenere il presidente come accadeva tre anni fa di fronte alla violenza dell’invasione russa: “Avete rilanciato la vostra economia a spese della guerra in Ucraina. A spese dei nostri caduti al fronte e dei civili. Fate affari nel sangue”. “Se non fosse stato per l’America non avremmo firmato il memorandum di Budapest e non avremmo rinunciato alle armi nucleari. Grazie, America, per i nostri ucraini assassinati e torturati, per le città e i villaggi distrutti”, scrive Luda Kovtun su telegram. L’invito più frequente rivolto a Trump e agli Stati Uniti è di seguire la rotta della “nave russa”, quella che mandarono a quel paese davanti all’Isola dei Serpenti.

Ma lo shock è più radicale, più profondo. Minaccia di sgretolare quel mondo antico che neppure tre anni di guerra erano riusciti a scalfire. Quel mondo che incroci appena attraversi il confine dalla Polonia, a Przemysl o a Leopoli. Il treno, tutti i treni, sono in perfetto orario. Sempre. Un ferroviere, più spesso una donna, con un lungo cappotto blu e il cappellino, ti attende sulla pensilina davanti alle scalette di ogni vagone. Controlla il biglietto di chi sale, e se viaggi di notte ti sveglierà con una tazza di tè mezzora prima della tua stazione di arrivo. Altrimenti passerà più volte qualcuno con il carrellino del ristoro, qualcun altro a raccogliere l’immondizia.

Dopo otto ore di viaggio, prudentemente lento per le condizioni incerte dei binari, arrivi a Kiev e non serve guardare l’orario: è sempre quello indicato sul biglietto. A marzo di tre anni fa, quando lasciammo Kiev due settimane dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022 facendo il percorso inverso, decine di chilometri di carri armati e blindati russi in marcia verso la capitale erano bloccati da una resistenza eroica e inattesa. La stazione era invasa di anime in fuga: migliaia di donne, bambini e anziani accalcati per acciuffare un posto su un qualunque treno verso l’Ovest. La città era deserta. I cavalli di frisia ai crocicchi e l’eco dei bombardamenti, i soldati con i fucili spianati, le sparatorie per uccidere i “sabotatori” russi. Non c’era benzina, non c’erano taxi. Nei supermercati aperti c’era rimasta solo qualche scatoletta. Il traffico caotico della metropoli era scomparso, nei grandi boulevard sovietici a cinque o sei corsie potevi leggere un romanzo in mezzo alla strada. Le sirene d’allarme suonavano continuamente, le stazioni della metropolitana erano diventate rifugi. I missili abbatterono il ripetitore della tv, centravano caserme ma anche condomini. C’erano civili, tra i morti.

Prendere quel treno voleva dire sopravvivere. La calca, impressionante. E l’ira, la disperazione. I bambini piangevano, le madri urlavano e spingevano per conquistarsi il posto. Gli uomini, a cui era impedito lasciare il paese, facevano il possibile per proteggere le anziane schiacciate dalla ressa. Laggiù, oltre Leopoli, c’è la Polonia. La salvezza.

Tre anni dopo, un gruppo di cinesi arrivati da chissà dove e chissà perché fotografa ammirato gli enormi lampadari della stazione di Kiev. I metal detector filtrano gli accessi, il cartellone elettronico mostra decine di arrivi e partenze imminenti. Nel piazzale hanno appena installato centinaia di paletti divisori per ordinare il traffico dei taxi. A sera inoltrata, mentre affretti il passo sotto la luna e sul nevischio prima che scatti il coprifuoco, due operai comunali riparano le buche riallineando cubetti di porfido. Le aiuole sono perfettamente curate, le facciate delle chiese illuminate anche durante i back out. Non c’è spazzatura per terra né scritte sui muri. La città è spazzata, lavata, ripulita. I bar e i servizi sono tutti attivi, gli ucraini passeggiano tra negozi e centri commerciali come in qualsiasi altra capitale lontana dalla guerra. Ma la guerra non è lontana. Ogni notte i droni russi attraversano la città a bassa quota, la contraerea li insegue sparando raffiche. L’eco delle esplosioni fa sobbalzare. Gli ucraini sono abituati a non dormire. La routine stravolta il 24 febbraio del 2022 è cambiata per sempre.

“È tutto molto diverso, oggi. Io lavoro in un corridoio lungo e stretto – racconta lo scrittore Andriy Kurkov, tradotto in tutto il mondo – così resto lontano dalle finestre. Le sirene d’allarme suonano di continuo. Vado molto spesso nella casa di campagna, è più grande e di notte non ci sono sirene quindi riesco a dormire. A Kiev, invece, quando suonano ti svegli e controlli sul telefonino se sono in arrivo droni o missili balistici per decidere cosa fare. Per due o tre ore non dormi più, e sono già le 6 del mattino. Poco dopo arriva un nuovo allarme… Psicologicamente è molto stancante”. Alla mattina si contano i danni. Edifici in fiamme, a volte vittime. Più ti avvicini ai confini russi, peggiore è la routine. A Sumy e Kharkiv, a Dnipro e Zaporizhzhya, onde alterne di bombardamenti hanno provocato decine di stragi. Non parliamo dei paesini vicini al fronte.

Per tre anni gli ucraini hanno sopportato tutto per due ragioni: la prima è che non potevano fare altrimenti; e la seconda è che a promettere di difenderli “fino a quando sarà necessario” c’erano la superpotenza più forte e più ricca del mondo e i suoi alleati europei. Nel primo anno hanno cacciato i russi dalla regione di Kiev. Mentre emergevano gli orrori di Bucha e di Mariupol, li hanno cacciati anche dalla regione di Karkhiv. Poi si sono ripresi Kherson. Il secondo anno doveva essere quello decisivo della controffensiva che avrebbe messo in ginocchio Putin facendo saltare il suo governo. Ma la controffensiva è fallita, e la marcia su Mosca di Prigozyn e della Wagner si è fermata a metà strada. Da allora, un lento insostenibile logorio: la caduta di Bakhmut e di Avdiivka, quella meno nota ma più grave di Ughledar, la morsa che si stringe su Pokrovsk. Ora che l’America si allontana svanisce anche la speranza, e affiora una realtà cupa e dura.

La guerra in corso ancora non mostra appieno il volto dell’Ucraina che sta nascendo. Dovrà navigare a vista “con un Pil disastrato, precipitato dai 200 miliardi di dollari del 2021 ai 180 miliardi di oggi. L’inflazione è alta – spiega Kusch – anche se è diminuita rispetto al primo anno di guerra scendendo dal 30% al 10%”. La grivna, la moneta nazionale, è crollata: “Ce ne volevano 25 per un dollaro, ora ne servono 42”. Il numero dei morti è un segreto militare, le cifre ufficiali non sono credibili ma potrebbe trattarsi di centinaia di migliaia di caduti, secondo gli analisti.

Le tasse dirette ed indirette sono in aumento esponenziale. Lo stipendio medio è aumentato in grivne ma è addirittura diminuito se calcolato in valuta: da 438 euro è sceso a 420 euro al mese, secondo i dati del Fondo pensione ucraino. Contemporaneamente i prezzi sono schizzati del 50% in tre anni, e un chilo di pomodori rossi da insalata è più che decuplicato: da 15 a 124 grivne al chilo. Ma il dato più preoccupante è un altro: “C’erano 40 milioni di ucraini prima della guerra – continua Kusch – e ne sono rimasti 27 o 28 milioni. Gli altri sono all’estero, e molti di loro non torneranno. Milioni di ucraini si sono rifatti una vita in Europa e in America, altri sono in Russia o nelle regioni occupate”.

Con 880mila uomini al fronte, la fame di lavoratori per le fabbriche e le attività ucraine è tale che l’amministrazione locale di Tyachiv, in Transcarpazia, ha cercato in tutti i modi di sostenere il progetto di un mobilificio che si era accordato per assumere lavoratori dal Bangladesh. Erano disposti ad attraversare la frontiera in piena guerra. Il mobilificio, in cui lavorano 430 persone, “ha un disperato bisogno di manodopera e voleva assumere 160 bengalesi con regolare contratto di lavoro”, spiegano gli uffici del governatore. Lo stipendio offerto era di 25mila grivne, circa 580 euro. L’azienda si era già procurata un residence per alloggiarli, ma nessun bengalese è riuscito ad arrivare in Ucraina: le autorità hanno negato i visti adducendo “ragioni di sicurezza nazionale in regime di legge marziale”, consigliando di puntare sugli sfollati interni. Altre aziende li avevano contattati per consigli. “Cercavano decine di saldatori, lavori pesanti in cui servono uomini forti”. Ma già prima della guerra i residenti si trasferivano all’estero, dove gli stipendi sono più alti.

In centro a Kiev incontriamo uno straniero che nell’Ucraina in guerra ha trascorso molto tempo al fronte ma con lo stetoscopio, non con il fucile. Si chiama Ruben Mawick, è un volontario tedesco della ong Road to Relief: “Sono qui perché noi tedeschi abbiamo detto ‘mai più’, e il mio mai più è proprio questo. Da medico – dice – sostengo e difendo la democrazia e la libertà degli ucraini”. A settembre del 2023 era a bordo di un furgone bianco carico d’acqua e medicine, di garze e pane. I russi lo fecero saltare in aria a Ivanivtske, il primo gruppo di case appena fuori Bakhmut assediata, uno dei luoghi più dannati e pericolosi di tutta la guerra. Morirono la capomissione, la spagnola Emma Igual, e il canadese “Tonko” Ihnat. Ruben e un altro volontario se la cavarono con parecchie ferite. E’ appena tornato dal fronte: “La situazione – dice – è ulteriormente peggiorata. Gli attacchi con i droni sono infinitamente più martellanti”.

“Re Artù”, il nome in codice di un soldato 31enne il cui bimbo di un anno e mezzo vive in Germania con la mamma, è un incursore. Un caposquadra, ferito due volte e vivo per miracolo e prontezza: il dronista russo maldestro non lo ha centrato bene, dice. “Vuoi sapere qual è il motto della nostra brigata? ‘Non ce la faccio più’. Vale per tutti, esperti e nuovi arrivati. Vale per i ragazzi che ci mandano oggi, e nove su dieci entrano in panico appena si avvicinano alla prima linea. Ma tutti noi combattiamo con la disperazione e la paura. Ci muoviamo con 80 chili di zaini, ci danno ordini stupidi che non dobbiamo seguire se vogliamo sopravvivere. ‘Ci stanno attaccando con i droni, dove andiamo?’. ‘Dritti, avanzate’, rispondono. Se avessi ordinato ai miei di farlo, anziché arretrare e attendere l’imbrunire quando i dronisti richiamano i droni per cambiare le lenti, oggi saremmo tutti morti”.

C’è un virus, dice Re Artù, diffuso lungo tutto il fronte. E’ la disperazione: “Nessuno di noi ha una data certa per la smobilitazione, e questo ci ha tolto la speranza. Ma senza speranza non si va avanti. Se fossi il capo di stato maggiore o il ministro della Difesa partirei da qui: abbiamo bisogno di un cessate il fuoco per tirare il fiato e formare davvero le reclute, e abbiamo bisogno di creare migliaia di dronisti. Ma soprattutto i tempi di mobilitazione e smobilitazione devono essere certi e definiti. Solo così puoi dare il massimo, perché sai che presto tornerai a casa”. Non tutti, purtroppo, torneranno. E molti lo fanno con gravi amputazioni. Non serve andare in un ospedale per vedere il risultato della carneficina: ovunque, in Ucraina, incroci facilmente persone che hanno perso le braccia o le gambe. Nella sua casa atelier a Podyl, uno dei quartieri più frizzanti della capitale, lo stilista 33enne Makar Tsypan ha deciso di occuparsi stabilmente di questi clienti sempre più numerosi. Alla settimana della moda di Kiev, Makar ha portato il suo progetto e le sue creazioni: abiti tecnici specifici per chi ha perso più arti contemporaneamente. “Non ci sarà un ufficio con dieci dipendenti, in Ucraina, in cui non lavoreranno uno o due polimutilati. Hanno bisogno di vestiti belli ma anche funzionali – dice – adatti all’ufficio e al tempo libero.

Uomini e donne che sono stati macchine da guerra non devono sentirsi umiliati implorando aiuto per vestirsi. E devono poterlo fare con rapidità: immagina lo stress se ogni giorno dovessi impiegare un quarto d’ora per una maglia o per un pantalone”. Il ragionamento di Makar è semplice e potente. “Dovremo imparare a relazionarci perché saranno una presenza consistente nella società”. Centinaia di migliaia di persone, si stima. “Questo progetto è nato parlando con un ragazzo che al fronte ha perso entrambe le gambe e una mano. Esistono soluzioni con strisce adesive, ma se non le allinei perfettamente passa l’aria. Qui in Ucraina, poi, ci sono molti casi gravi in cui servono tecniche innovative”.

Nei suoi atelier a Kiev e Rivne dieci focus group studiano le esigenze più estreme e testano i modelli. Vestiti ampi e leggeri, cerniere che attraverso i lacci si regolano con il polso. I tessuti e le forme “studiati per chi ha ferite e sensibilità acute sulla pelle”. Rune in rilievo per indicare i colori ai non vedenti. “Oleksiy, un soldato cinquantenne a cui un drone ha tolto entrambe le gambe e le mani, voleva dei jeans per uscire a cena con la moglie. Con quelli che abbiamo studiato per lui – dice Makar – impiega un minuto e mezzo a indossarli da solo. Anche Maxim ha perso le mani. In una gli sono rimaste due dita, ma il drone che lo ha bruciato vivo gli ha tolto anche la vista e gli ha lasciato gravi ustioni alle gambe. Sfiorando la runa, con quelle due dita può scegliere quale colore indossare”.

Così è l’orrore della guerra. Mentre il dibattito è concentrato sulle garanzie di sicurezza che permettano di provare a fermare la strage, già si guarda avanti. A luglio, alla Conferenza per la ricostruzione che si terrà a Roma, l’Ucraina arriverà comunque amputata nel suo territorio. L’avanzata nel Donbass è costante, mentre la quota di Russia occupata nella regione di Kursk si è ridotta a meno di un terzo, circa 400 chilometri quadrati. Si calcola che occorreranno almeno 450 miliardi di dollari per ripristinare le sue città sventrate, ma molto dipenderà dai confini delineati nella trattativa. Ora si parla di terre rare, di concessioni sullo sfruttamento delle risorse. La preda è ferita e si odono ululare i lupi. Allibiti dai continui colpi di scena, gli ucraini sentono parlare con insistenza di cessate il fuoco ed elezioni. Potrebbero tenersi a fine ottobre, si dice, e il fermento politico a Kiev è già evidente anche se il Paese si è stretto intorno alla linea del presidente, secondo cui si potrà votare solo alla fine della guerra.

Dalla nascita dell’Ucraina, nel 1991, ci sono state otto elezioni e sette presidenti diversi. L’unico rieletto è stato Leonid Kucma, nel 1994 e nel 1999. Sebbene il 4% di consensi di cui lo accredita Trump sia inverosimile, Zelensky sa che difficilmente verrebbe rieletto. Tre anni fa, rifiutandosi di fuggire prese per mano il suo popolo disperato e lo convinse che non solo avrebbero resistito ma addirittura punito Putin. Avrebbero riconquistato anche la Crimea e tutto il Donbass. Aveva dato speranza, esaltato l’orgoglio. Si combatteva e si moriva per un futuro nella Nato e nell’Europa, per il benessere e la libertà che il sacrificio avrebbe conquistato. Che sia o meno responsabilità sua, Zelensky sa che gliene chiederanno conto. E anche se i veri rivali forse non si vedono ancora, conosce la propensione degli ucraini al cambiamento: nel 2019 nessuno avrebbe scommesso una grivna su di lui.

Nell’immagine: Valentyn Vasylenko, l’ultimo abitante del villaggio di Teteriv, vicino a Kiev


Un discorso mai visto nella storia: perché Trump ha parlato solo di sé

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Panama, Groenlandia e dazi a 360 gradi: Donald Trump ha detto cosa aspettarci dai prossimi 46 mesi e mezzo di presidenza.

Non è stato un discorso sullo stato dell’Unione. È stato un discorso su Donald Trump. Una frase riassume quello che il 47mo Presidente americano pensa di sé stesso: abbiamo fatto più di quanto abbia mai fatto nessun altro dei miei predecessori nel primo mese di presidenza, con il primo mese di George Washington al secondo posto. Ed è solo l’inizio. L’intero discorso, tanto abile nei tasti toccati con spunti incontestabili e non obiettabili, come le “assunzioni basate sul merito”, con copiosa aneddotica probabilmente artefatta, se non falsa, quanto denigratoriamente divisivo – ha gelato la metà democratica dell’emiciclo – è stato un trionfale giro d’onore. Un’apologia personale che nessun Presidente americano, credo, ha mai pronunciato. I paralleli con altri leader occidentale si perdono in tempi oscuri e autocratici del secolo scorso. Ma questo è un problema per la democrazia, le istituzioni e gli equilibri interni degli Stati Uniti. Se lo vedranno gli americani. Trump parlava anche al mondo. Occupiamoci della parte del discorso che ci riguarda.

Cominciamo dalle cose che Trump non ha detto. Sono altrettanto importanti quanto i punti toccati in un’ora e mezzo abbondante, di fronte a un Congresso per metà ossequiosamente plaudente per metà silente. Non ha praticamente menzionato le Forze Armate, se non indirettamente per il controllo delle frontiere terrestri dall’immigrazione, profondendosi invece in elogi alla polizia e alla tutela dell’ordine pubblico. Non parlare dei militari è un’omissione incredibile per un Presidente americano. Ma Trump non si fida dei generali che hanno il difetto di aver giurato sulla Costituzione. Ha appena licenziato I vertici del Pentagono, messo alla guida un giornalista televisivo di dubbie competenze militari. La polizia gli serve – e lodarla porta voti.

Fra i Paesi che hanno derubato (“ripped off”) gli Stati Uniti di” trilioni e trilioni” di dollari – corrispondenti a quasi due terzi dell’umanità – non figura la Russia, menzionata solo in relazione alla guerra in Ucraina: per le enormi perdite di vite umane al pari di quelle ucraine in totale equivalenza fra aggressore e aggredito, ma “pronta per la pace”. Lo sarebbe anche Kiev: Trump ha detto di aver ricevuto da Zelensky una lettera con la quale il Presidente ucraino accetterebbe la pace, presumibilmente alle condizioni negoziate da Washington con Mosca. Non corrisponde esattamente a quanto era stato annunciato ieri da Kiev sulla disponibilità ad un cessate il fuoco immediato, ma senza aver visto la lettera è impossibile giudicare.

Nessun accenno invece alle proposte che vengono dall’Europa, di tregua immediata da parte di Starmer e Macron, di una concertazione fra europei e americani ventilata ripetutamente da Giorgia Meloni. Per Trump, sull’Ucraina, l’Europa continua a non esistere, colpevole anche di non aver fatto abbastanza. Ha accusato gli europei di aver continuato a comprare gas e petrolio dalla Russia, mentre gli Usa fornivano generosamente 350 miliardi di dollari a Kiev, sorvolando sui costi delle sanzioni a Mosca, molto più pesanti per gli europei che non per gli americani.

L’Europa tornerà invece ad esistere il 2 aprile – un giorno dopo il previsto, ha detto Trump, per evitare l’equivoco che possa trattarsi di un pesce d’aprile – con i dazi “reciproci” erga omnes, Ue menzionata per prima, che il Presidente americano ha confermato saranno basati sul calcolo di qualsiasi onere fiscale o tariffario di ogni singolo Paese che ricada sulle importazioni Usa – in teoria, ad esempio, vi potrebbe far rientrare l’Iva. Vedremo. Intanto allacciamo le cinture.

E se i dazi causeranno “qualche piccolo disturbo” – prima del discorso i mercati avevano già perso tutti guadagni fatti dopo l’elezione del 5 novembre – pazienza, ci vorrà un “periodo di aggiustamento”. Intanto, il Canale di Panama tornerà ad essere americano e “in un modo o nell’altro ci prenderemo la Groenlandia”. Come, premesso all’inizio del discorso, dopo questo mese e mezzo iniziale, il bello deve ancora venire. Siamo avvertiti.

Nell’immagine: il presidente Trump si rivolge al Congresso per il discorso sullo stato dell’unione


America sempre più muscolare con Nato e UE in fin di vita?

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Gli europei sono figli di Venere, gli americani di Marte. Sintesi teorizzata, una ventina di anni fa, dello storico statunitense Robert Kennan. Secondo il quale l’Europa (dopo due disastrose guerre mondiali di cui era stata la genitrice) entrava definitivamente in un’era di soft-power, di potere indotto tranquillamente, mentre gli Stati Uniti rimanevano un modello di hard-power, predisposti all’uso della forza, anche se in realtà le guerre statunitensi dopo il ‘45 s’erano risolte con sconfitte anche umilianti, vedi Vietnam Iraq Afghanistan. Muscolarità comunque sempre esibita, anche nel momento delle diverse ritirate.

C’è chi scommette che almeno in parte questa storia si ripeterà con il varo della guerra commerciale, attraverso dazi-boomerang. Con l’arrivo di Trump-2 doveva inaugurarsi, teoricamente, l’era di un nuovo isolazionismo americano. Finora non pervenuta. Prevale subito invece la postura imperiale Usa. A cominciare dalla guerra ucraina, praticamente da imporre sulla base degli interessi statunitensi: vittime trasformate in responsabili, leader ucraini presentati come aggressori e russi come aggrediti, sceneggiata con relativa umiliazione e cacciata di Zelensky dallo Studio Ovale, europei unanimemente indignati almeno per 24 ore. Più di un’impressione sul fatto che sia stato così formalizzato il de profundis dell’Alleanza Atlantica: con la definitiva pratica sconfessione del mitico articolo 5, soccorso immediato e collettivo al paese Nato eventualmente aggredito. Fine, anche formale, della coalizione inter-atlantica dopo 80 anni. Ma sempre “America first”. In pochi giorni, del resto, dignitosamente Zelensky si ravvede, capisce l’antifona della sospensione immediata delle armi americane, e dichiara di essere pronto ad andare verso la pace (ancora in parte misteriosa) “sotto la forte guida degli Stati Uniti”: ricevendo immediatamente le congratulazioni di Macron, leader europeo della…. fermezza.

Tutto apparentemente a conferma della Nato in fase di scioglimento. E parallelamente di un’Unione Europea a cui volentieri l’America trumpiana augura la stessa sorte. Non solo auspici. Washington si attiva affinché accada concretamente. Conferma: l’appoggio a tutti i partiti euro-distruttivi del vecchio continente; gli unici, secondo la previsione di Elon Musk, a poter salvare i propri paesi. Quindi, secondo la leadership americana, un’UE che nel migliore dei casi sarebbe da riportare alla sua configurazione originale, quella cioè di un gruppo di Stati ‘autorizzati’ ad essere area di liberi scambi commerciali ma non di progetto politico unitario. Quindi Europa delle nazioni, o ancor meglio Europa ‘degli staterelli’ con cui la casa Bianca negozierebbe assai più comodamente, innanzitutto per assecondare lo snodo dell’intreccio di regole che l’UE si è data per normare gli aspetti più rischiosi della rapidissima avanzata tecnologica, dalla rete informatica a quella dell’intelligenza artificiale: liberalizzazione assoluta, a livello individuale e aziendale, tanto cara ai tecno-gerarchi raggruppati (meglio dire prostrati) attorno al monarca di Mar-a-Lago. Forte sapore di democrazia illiberale. Quasi pre-teocratica, visto che continua la narrazione Maga di un Trump salvato da Dio (nell’attentato in piena campagna elettorale) per salvare l’America.

Così, bersaglio degli attacchi americani, l’Unione europea, che ora lancia un piano da 800 miliardi di dollari per la propria difesa, deve ancora capire (e non è l’unica) quale siano i contenuti dell’accordo che gli USA impongono alla reticente Ucraina per snodare un piano di pace. Quest’ultimo per nulla misterioso. Una serie di premesse e dichiarazioni, dalla Casa Bianca e dai suoi inviati, confermano che saranno un sorta di “copia e incolla delle principali richieste” di Vladimir Putin: smembramento dell’Ucraina, annessione definitiva del Donbass conquistato militarmente (dunque della parte più ricca di materiale strategico e di grandi impianti industriali); definitiva cancellazione formale della colpa originaria della Russia, non più indicata, come già capitato in sede ONU, come responsabile del conflitto attraverso l’invasione del febbraio 2022. Anticipata brutalmente con la cinica e umiliante sceneggiata dello Studio Ovale.

Su questa base, di palese ingiustizia, contrastata con scarse possibilità di riuscita dai “volonterosi” di Nato e UE, la nuova amministrazione “rivoluzionaria” USA intenderebbe (confusamente) costruire un’esclusiva alleanza con lo “zar”, un nuovo ordine centro-europeo, in sostituzione di quello lasciato in eredità dalla fine della guerra fredda e dal crollo del muro, che hanno determinato lo sfascio dell’URSS (la “tragedia del secolo”, secondo Putin) e la nascita di nuove nazioni a sud della Russia, fino all’area asiatica, poco desiderose di rientrare nell’ “ordine moscovita”. Successivamente, sempre secondo questo disegno o semplice proposito imperiale, un secondo “step” per estendere il progetto della “nuova Yalta” anche alla Cina. Così estendendo il progetto a quel “Sud globale” che, guidato da Mosca e Pechino, è oggi impegnato a tessere un sistema, anche monetario, alternativo a quello occidentale, prospettiva da incubo per Washington, visto che il suo scopo immediato e principale è quello di cancellare il dominio del dollaro. Prospettiva contro cui il trumpismo è impegnato, anche attraverso la politica dello scontro commerciale e della guerra dei dazi.

Dunque nei piani del tycoon ancora e sempre “America first”, e non “Occidente innanzitutto”. Anche a costo di mettere in discussione esistenza, essenza e ruolo di quell’alleanza inter-atlantica di cui ancor meno si vede oggi la necessità, a meno di un prelievo da parte europea (più Canada e Turchia). Nato che potrebbe dunque fare la stessa fine del Patto di Varsavia nell’89 del secolo scorso. Per Putin (e per il fronte pacifista ideologico occidentale) la realizzazione di un sogno. Che potrebbe acquietare gli istinti aggressivi del presidente russo, oppure rappresentare il ‘via libera’ per altre scorribande lungo i “suoi” confini, a partire da una Bielorussia che è già una non-nazione a disposizione del Cremlino a cui Mosca, per stessa ammissione delle visioni storiche del suo capo, vorrebbe ridurre in futuro anche l’Ucraina, “Stato inesistente e destinato a confluire nella madre Russia”, secondo intenzione e previsione più volte dichiarate del novello zar. Proiezione condivisa, se non assecondata, dalla stessa Casa Bianca: “Facciamo questo accordo sulle terre rare…. anche perché in futuro l’Ucraina potrebbe non esistere più”, ha detto Trump in un fuori onda.

Ecco perché secondo diversi analisti, perduta la tutela americana e dovendo fronteggiare la saldatura strategica russo-americana, l’Occidente, come l’abbiamo sempre inteso, spiegato e percepito, già non esisterebbe più. Al massimo resisterebbe un “Occidente estremo”: formato soprattutto dalla debole trincea europea. Sempre che sia in grado di reggere a tale competizione. Un Occidente estraneo, o lontano, o “Far West” in lingua yankee. Che paradossalmente richiama il terreno della legge del più forte su cui si basa l’attuale politica statunitense. Comunque, ecco “il peggior incubo dell’Europa”, secondo il titolo dell’ultimo “Economist”. Nulla ancora di sicuro e definitivo, certo. Un mandato presidenziale americano dura soltanto quattro anni, questo è già il secondo del “tycoon”, un terzo è costituzionalmente impossibile. Ma “il Donald” e la sua cerchia hanno già in programma un tentativo di correzione costituzionale per consentirgli un mandato supplementare, lasciandolo alla Casa Bianca per i prossimi otto anni. Intanto si addestra, per la successione, JD Vance, l’ottimo autore di un’autobiografia, “Elegia americana”, assai utile per capire quella che si definisce “America profonda”. Lo abbiamo ascoltato, Vance, alla conferenza sulla sicurezza a Monaco, dare lezioni di libertà a una platea europea in gran parte sconcertata. E lo abbiamo visto spalleggiare il suo presidente nell’attacco impietoso a Zelensky. Perfetto prodotto della dottrina “Maga”. E puro esponente della tecno-dittatura messasi al servizio della disciplina trumpiana. Chi salverà l’America? E non solo l’America?

Nell’immagine: illustrazione dalla citata copertina dell’Economist


Così Trump affila le armi di Putin

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Di Masha Gessen, La Repubblica

Washington e Mosca stanno sanando i loro rapporti a una velocità forsennata, paragonabile solo a quella con cui, sul fronte domestico, l’amministrazione Trump sta mandando le cose all’aria. Dopo aver incontrato il segretario di Stato Rubio in Arabia Saudita, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha affermato che le parti hanno deciso di «eliminare gli ostacoli» che impediscono di migliorare i rapporti bilaterali tra i due Paesi. Parole che hanno scosso quegli esuli russi (me compreso) che pensavano di aver trovato negli Stati Uniti un rifugio sicuro.

Naturalmente, nelle mire di Putin vi è ben altro che un gruppo di esiliati politici. E le sue trattative con Trump sull’Ucraina non riguardano solo l’Ucraina. Putin non intende niente di meno che riorganizzare il mondo, così come Stalin fece con gli accordi stretti con Roosevelt e Churchill a Yalta. È da tempo che Putin vuole ridisegnare il mondo, e Trump gli sta porgendo il coltello per farlo.

Sono più di dieci anni che Putin, Lavrov e una squadra di propagandisti del Cremlino e di storici revisionisti non fanno che parlare di Yalta. Nel 2014, dopo aver illegalmente annesso la Crimea, il presidente russo prese parte a un evento che celebrava il settantesimo anniversario di quegli accordi, culminato con l’inaugurazione di un monumento dedicato proprio ai tre leader alleati.

La sua ammirazione per gli accordi di Yalta va oltre la glorificazione dell’Unione Sovietica e di Stalin, all’epoca potenti; egli crede infatti che l’accordo raggiunto da quei tre leader (che lasciava all’Urss i tre stati Baltici che aveva annesso, più alcune regioni di Polonia e Romania, e che in seguito gli avrebbe assicurato il controllo su sei Paesi dell’Europa orientale e centrale e parte della Germania) continui a essere l’unico assetto legittimo per i confini e la sicurezza europea. Alexander Dugin, un sedicente filosofo che ha spesso fornito a Putin il linguaggio ideologico con cui legittima le proprie iniziative politiche, ha concesso una lunga intervista a Glenn Greenwald, giornalista americano che un tempo propendeva per la sinistra. In quell’occasione, Dugin ha spiegato affabilmente il motivo per cui la Russia ha invaso l’Ucraina: perché, pur volendo e avendo bisogno di rivendicare i suoi antichi possedimenti europei, poteva realisticamente ambire ad occupare solo l’Ucraina. Ha poi indicato diverse vie per porre fine alla guerra. Come minimo, ha detto, la Russia esigerebbe la suddivisione, la demilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina. E, nel dirlo, ha volutamente impiegato lo stesso linguaggio che gli Alleati usarono a Yalta a proposito della Germania.

Su X, dove nelle ultime settimane è stato iperattivo, Dugin è addirittura più esplicito. Alla vigilia delle elezioni tedesche della scorsa settimana, ha infatti postato: “Votate AfD o occuperemo nuovamente la Germania e la spartiremo tra Russia e Usa”.

Zelensky si rende conto dell’enormità della minaccia rivolta non solo al suo Paese ma a tutta l’Europa — rispetto alla quale l’Ucraina ha svolto il ruolo fatale di cuscinetto. Quando però venerdì ha tentato di parlare di questa minaccia durante l’incontro nello Studio ovale, Trump e Vance sono andati su tutte le furie e gli hanno urlato contro, esigendo che riconoscesse la sua impotenza e strisciasse per la gratitudine. I colloqui sono falliti.

Cosa ne sarà ora dell’Ucraina? Prima della visita di Zelensky a Washington, la migliore delle ipotesi era che la Russia acconsentisse a un cessate-il-fuoco in cambio di circa il 20% del territorio ucraino oggi occupato. Tale soluzione avrebbe lasciato milioni di cittadini ucraini — quelli che vivono nei territori occupati e altri che sono stati dislocati più a Est — sotto il controllo del totalitarismo russo. Una possibilità che non è mai stata probabile e che ora appare del tutto impraticabile. Ci troviamo ormai di fronte allo scenario peggiore, che Putin lanci una nuova offensiva contro l’Ucraina puntando alla sua totale sottomissione, stavolta con il sostegno degli Usa.

Putin non ambisce semplicemente a un ritorno al ventesimo secolo. Lui lì già ci vive, ed è lì che bisogna guardare per capire. E in particolare al 1938, anno in cui il premier britannico Chamberlain, che si considerava un brillante negoziatore, mise a punto un accordo che consegnò a Hitler il territorio dei Sudeti, appartenente alla Cecoslovacchia. In cambio, il resto d’Europa sarebbe stato al sicuro dall’aggressione tedesca. A solo un anno dalla firma del Trattato di Monaco, però, la Germania invase la Polonia, dando ufficialmente inizio alla Seconda guerra mondiale.

Nel minacciare Zelensky con toni furibondi e invocando lo spettro della Terza guerra mondiale, Trump ha forse ripercorso il passato più di quanto non si sia reso conto. Cosa succederà se la Russia aggredisse l’Europa senza l’argine degli Stati Uniti ma, anzi, con il loro sostegno? I contorni della possibile catastrofe non sono prevedibili. Non ci troveremo nel mondo bipolare della seconda metà del XX secolo, ma di certo nemmeno nel mondo in cui viviamo e dove nella maggior parte dei paesi ricchi ci si sente al sicuro.

Mi tornano in mente le letture che descrivono la vita degli esiliati a Parigi negli anni Trenta. Ebrei tedeschi e comunisti costretti a fuggire per salvarsi, che assistevano a un mondo in trasformazione. Partiti politici antifascisti che dal giorno alla notte cambiavano radicalmente, assumendo posizioni che andavano dalla tolleranza all’accettazione. Leader francesi e britannici che volgevano altrove lo sguardo mentre Hitler spadroneggiava fuori della Germania. E mentre l’antifascismo veniva minimizzato, l’antisemitismo si affermava diffusamente. Le vittime di Hitler venivano considerate responsabili della sventura che le aveva colpite.

Sono in contatto quasi quotidiano con amici russi o bielorussi che vivono in esilio e stanno assistendo a una sorta di terrificante déjà-vu. Abbiamo già visto come va a finire. E non ci aspettavamo che potesse accadere negli Stati Uniti.

Nell’immagine: lo Zar vincitore?


Via alla guerra dei dazi. Crolla la borsa, il Canada si ribella

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Di Marina Catucci, il manifesto

Alla fine Donald Trump lo ha fatto, e ha lanciato una guerra commerciale contro i tre principali partner commerciali degli Stati uniti. Con questa mossa il tycoon ha provocato le ritorsioni immediate di Messico, Canada e Cina, mandato in tilt i mercati finanziari, esposto nuovamente gli Usa alla minaccia dell’inflazione, e paralizzato dall’incertezza le aziende.

I DAZI imposti sulle importazioni messicane e canadesi sono del 25%, con quelli sull’energia canadese sono “limitati” al 10%, mentre quelli sui prodotti cinesi sono stati raddoppiati, e salgono al 20%.

Se il Messico sembra voler prendere tempo, la risposta del primo ministro canadese Justin Trudeau non si è fatta attendere: il Canada imporrà a sua volta dazi del 25% su 155 miliardi di dollari canadesi in merci statunitensi. Dei dazi sulle importazioni per 30 miliardi di dollari canadesi sono già entrati in vigore martedì, il resto arriverà fra 21 giorni.

«I NOSTRI dazi rimarranno in vigore fino a quando l’azione commerciale degli Stati uniti non sarà ritirata – ha dichiarato Trudeau in un comunicato – e, nel caso in cui i dazi statunitensi non dovessero cessare, stiamo discutendo attivamente e costantemente con le province e i territori per perseguire diverse misure non tariffarie. I canadesi sono ragionevoli ed educati ma non si tireranno indietro da una battaglia, soprattutto quando in gioco c’è il Paese e il benessere di tutti coloro che vi abitano». Trudeau ha poi attaccato direttamente Trump: «Donald, sei un uomo intelligente ma questa è una cosa molto stupida».

Ciò che ha affermato il tycoon è che i dazi rimarranno in vigore finchè questi paesi non limiteranno il flusso di fentanyl negli Stati uniti. Il premier canadese ha rispedito al mittente le accuse che ha definito «fittizie», sostenendo che l’imposizione dei dazi serve solo a paralizzare l’economia e rendere più facile l’annessione del Canada.

DURANTE la conferenza stampa indetta per parlare dei dazi, Trudeau è apparso visibilmente irritato, e guardando direttamente la telecamera si è rivolto ripetutamente a Trump chiamandolo per nome, e lo ha accusato di aver tradito un alleato proprio mentre cerca relazioni più strette con il presidente russo Vladimir Putin. «Ma il Canada – ha specificato Trudeau – non sarà mai il 51° stato americano, non accadrà mai». Trump ha risposto su Truth Social, minacciando di aggiungere ulteriori dazi di un «importo simile» in risposta alla ritorsione del Canada, mostrandosi aperto a un’escalation di guerra commerciale alla “occhio per occhio”. «Per favore, spiegate al governatore del Canada Trudeau – ha scritto, usando la sua frecciatina preferita – che quando applicherà i dazi di ritorsione, i nostri aumenteranno immediatamente di un importo simile!».

ANCHE I MERCATI azionari globali non l’hanno presa bene, e dopo l’annuncio di Trump di lunedì sera sono crollati. In Usa il Dow Jones è sceso dell’1,8%, ovvero più di 770 punti, nelle contrattazioni di metà mattina. Anche il Nasdaq e S&P 500 sono scesi di oltre l’1,5%. Il prezzo del bitcoin è sceso sotto gli 83.000 dollari, perdendo tutti i guadagni ottenuti durante il rally del weekend, dopo che Trump aveva dichiarato che avrebbe creato una «riserva strategica» di criptovalute negli Usa. Con questa mossa gli Usa di Trump hanno cancellato tutti i guadagni arrivati dopo le elezioni.

Mentre scriviamo il Nasdaq è destinato a chiudere in ribasso di almeno il 10% rispetto al suo record, che risale al 16 dicembre. La paura di una guerra commerciale a tutto campo ha causato una svendita delle azioni, che ha portato il leggendario investitore statunitense Warren Buffett a paragonare i dazi a «un atto di guerra» il cui prezzo verrà pagato dagli americani, «e non dalla fatina dei dentini».


Zelensky ha capito la realpolitik

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Cosa è un metodo diplomatico serio, realistico, efficace, cosa lo distingue dalla volgare propaganda menzognera? È la capacità di conservare una certa forma di relazione con la realtà; e quando ci si impegna nel manipolarla per determinarne una nuova necessaria o migliore, continua tenacemente ad appoggiarsi su di essa. Quindi dal momento in cui si decide di raddrizzare e dipanare un certo numero di bugie ufficiali che non reggono più diventa possibile ristabilire un certo numero di fatti oggettivi.

La pedagogia dell’essere il soggetto debole di una guerra, ad esempio, richiede scioltezza e elasticità. Operazione complessa certamente che richiede un tatto appena meno sottile di quello che nei viaggi di Gulliver consentiva ai grandi accademici di Lagado di estrarre raggi di sole dai cetrioli. Trump ha utilizzato, brutalmente, la rapida planetarizzazione delle immagini per disgregare i monoliti caduchi di tre anni di guerra inutile e sciagurata.

Ieri Volodymyr Zelensky ha compiuto un atto diplomatico intelligente. Abbozzare non vuol dire abbassarsi. La civetta di Minerva vola di notte e scruta le tenebre. In fondo si è limitato a eliminare un aggettivo appiccicato alla parola pace, l’aggettivo «giusta». Da tre anni era un obbligo semantico e politico, era il viatico del fenomeno della “sindrome dei pellegrini”, i viaggiatori eccellenti nel Palazzo di Kiev e serviva a smascherare ed esecrare presunti pacifisti tremebondi e presunte lobbies putiniane.

Che cosa conteneva questo aggettivo che bloccava qualsiasi discussione, sfumatura, tentativo più o meno velleitario di passare a una fase di trattativa con un invasore purtroppo ineliminabile? Nulla di meno che la vittoria sulla Russia sul campo di battaglia ovvero la ritirata degli aggressori ai confini del 2014.

Pace e resa dei russi si sovrapponevano anche se nessuno lo diceva esplicitamente tra gli alleati molto ipocriti dell’Ucraina. Ieri il presidente ucraino ha sostituito «giusta» con un aggettivo realistico: sotto il patronato di Trump, ha detto, lo scopo è raggiungere una pace «duratura». Indicando anche un metodo, il meccanismo, rodato da secoli, di estensioni progressive e controllate di fasi di tregua sul campo di battaglia. Partendo come impone la logica dalla situazione sul terreno.

Ci sono voluti tre anni, a causa di antigeniali consiglieri di cui non si sa se deprecare la stupidità o la malafede, per comprendere che la guerra può concludersi solo con la fissazione di una regola di coesistenza, che non è finlandizzazione o crudo vassallaggio, tra Ucraina e Russia. A questo sono condannate dalla geografia e non dalle contingenze politiche o dal perdurare del putinismo e delle sue approssimative, ma ostinate, “revanche” sul Novecento.

Questo risultato molto difficile, che è il massimo che le condizioni oggettive purtroppo offrono all’Ucraina, può passare solo attraverso un nuovo dialogo tra le due potenze atomiche, Russia e Stati Uniti, che fissino nuove forme di coesistenza reciproca di cui l’Ucraina sarà una parte. In attesa di nuovi scenari che prevedono un nuovo scontro tra giganti, con Pechino che le amministrazioni americane e non solo Trump considerano molto più pericoloso di Putin; e per cui l’Ucraina è un inciampo e una perdita di tempo.

L’intelligente ritorno alla realtà del presidente ucraino è la constatazione della impotenza della goffa parata euro-atlantica di Lancaster House. Zelensky, ammaestrato da tre anni di dura guerra, ha constatato che le promesse metafisiche di fare a meno dell’America, che i “volenterosi” erano pronti a sostenerlo fino a quando sarebbe stato necessario, avevano sul piano pratico lo stesso valore del colbacco dei granatieri di guardia e delle foto con il lillipuziano erede della regina Vittoria. Spirava nelle austere sale, e Zelensky deve averlo notato, perché è parte di un mondo abituato a sopravvivere tra feroci predatori, quell’aura che contraddistingue l’estinzione di specie animali condannati dall’evoluzione biologica come i dinosauri.

Ogni volta che si tratta di osservare un minuto di silenzio in una cerimonia non diamo tutti un’occhiata discreta all’orologio? Quanto tempo dovrebbe durare con esattezza un intervallo decente prima che si possano riprendere discorsi seri con il maleducato, il “gangster” di Washington? Ventiquattro ore ha pensato Zelensky che, guardandosi attorno e scrutando le facce dei suoi “alleati” londinesi prodighi di abbracci, ma poveri di munizioni, facce da amministratori di estreme unzioni, ha esattamente previsto che non sarebbero stati capaci di mantenere la loro indignazione unitaria molto a lungo.

E ha verificato che il presunto bluff del presidente aveva aspetti terribilmente concreti e rapidi, ovvero la sospensione degli aiuti militari. L’attesa che l’Europa impegnata nel suo volontaristico riarmo tra una decina di anni sia in grado di fornirgli le munizioni sufficienti per resistere eroicamente equivaleva a pochi mesi di sopravvivenza.

L’emergenza e l’urgenza estrema, le decisioni irrevocabili del «ci siamo anche noi perbacco», ha notato Zelensky, partoriva il più inattuale dei piani, ovvero una tregua di un mese che doveva essere garantita da soldati europei. Nessuno si è premurato di spiegare perché mai Putin dovrebbe accettare qualcosa che significherebbe riconoscere di aver perso la guerra. A Bruxelles e nelle capitali europee sono ancora fermi alla propensione a credere non alla realtà, ma a quello che essi desiderano.

Nell’immagine: il Muro della Rimembranza dei caduti per l’Ucraina a Kiev


Sergio Rossi – Ma è il modo di combattere il super-debito americano e garantire la forza del dollaro?

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Non è vero che nel 2022 Zelensky avrebbe potuto firmare un accordo di pace con la Russia

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Di Stephen Hall, da Valigia Blu (20 febbraio 2025)

Le ultime settimane sono state movimentate e allarmanti per l’Ucraina e i suoi alleati europei. Per prima cosa hanno saputo che il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha trascorso 90 minuti al telefono con il suo omologo russo, Vladimir Putin. In un colpo solo, Trump ha messo a soqquadro i tre anni in cui il suo predecessore, Joe Biden, aveva cercato di isolare la Russia dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina.

Lo stesso giorno, il 12 febbraio, in un incontro di alti funzionari a Bruxelles il neo-segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che l’Europa non sarebbe più stata l’obiettivo principale della politica di sicurezza degli Stati Uniti e che l’Ucraina non avrebbe potuto sperare di riconquistare il territorio occupato illegalmente dalla Russia dal 2014, né di entrare a far parte della NATO.

Hegseth ha aggiunto che non solo gli Stati Uniti non avrebbero contribuito a nessuna forza di pace in Ucraina, ma che qualsiasi operazione di pace europea non sarebbe avvenuta sotto la protezione dell’articolo 5 della NATO.

Poi è arrivata la dichiarazione del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, secondo cui era l’Europa, e non la Russia o la Cina, la principale minaccia alla sicurezza, il “nemico interno” che promuoveva pratiche antidemocratiche e cercava di limitare la libertà di parola.

A metà febbraio un team statunitense guidato dal segretario di Stato, Marco Rubio, si è riunito con i suoi omologhi russi, guidati dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov, per discutere dei negoziati di pace. L’Ucraina non era rappresentata, e nemmeno l’Europa. In seguito, forse prendendo spunto da Hegseth, Lavrov ha dichiarato che la Russia non accetterà alcuna forza di pace europea in Ucraina – accordo o meno.

Nel frattempo, Trump ha utilizzato la sua piattaforma mediatica TruthSocial per ripetere gli argomenti preferiti del Cremlino. L’Ucraina è responsabile della guerra, ha detto, definendo il Presidente Volodymyr Zelensky un “dittatore” che ha annullato le elezioni e la cui popolarità presso il suo stesso popolo è scesa al 4%. In realtà è del 57%, almeno 10 punti in più del tasso di approvazione di Trump negli Stati Uniti.

Trump ha anche deriso la preoccupazione di Zelensky per l’esclusione del suo paese dai colloqui di Riyad, dicendo ai giornalisti: “Oggi ho sentito dire: ‘Oh, non siamo stati invitati’. Ma siete stati lì per tre anni… Non avreste mai dovuto iniziare. Avreste potuto fare un accordo”.

Questo ci riporta al comunicato di Istanbul, redatto alla fine di marzo 2022 dopo i primi colloqui di pace tra Russia e Ucraina ad Adalia, in Turchia. Alcuni commentatori statunitensi hanno suggerito che l’Ucraina ora starebbe meglio, se allora avesse firmato un accordo.

Il comunicato di Istanbul

Quanto accaduto a Istanbul e quanto la Russia e l’Ucraina fossero vicine a un accordo è stato oggetto di un acceso dibattito. Alcuni sostengono che l’accordo fosse vicino, altri smentiscono questa versione dei fatti.

Secondo quanto riportato, l’Ucraina avrebbe accettato una serie di concessioni, tra cui la futura neutralità e la rinuncia alla candidatura per l’ingresso nella NATO. La Russia, a sua volta, avrebbe accettato l’adesione dell’Ucraina all’UE. Questa concessione, per inciso, è ancora sul tavolo.

Ma non sono mancati i punti critici, soprattutto per quanto riguarda le dimensioni delle forze armate ucraine dopo l’accordo – Kyiv avrebbe voluto 250 mila soldati, il Cremlino solo 85 mila – e i tipi di armi che l’Ucraina avrebbe mantenuto nel proprio arsenale.

C’erano anche questioni relative al territorio ucraino occupato dalla Russia, in particolare la Crimea, che si prevedeva di risolvere nell’arco di 15 anni, con la Russia che nel frattempo avrebbe occupato la penisola. Un’altra richiesta del Cremlino era che Zelensky si dimettesse da Presidente e che il suo posto fosse preso dal politico filorusso Viktor Medvedchuk.

I negoziati sono proseguiti fino all’aprile 2022, per poi interrompersi quando sono state denunciate atrocità russe a Bucha, una città che le truppe ucraine avevano riconquistato nell’ambito della controffensiva di primavera. Ma il fatto è che un accordo non è mai stato veramente vicino.

L’ex primo ministro britannico, Boris Johnson, si è preso molte critiche per le notizie secondo cui avrebbe esortato Zelensky a non accettare l’accordo. Ma non c’è mai stata una possibilità realistica che questo accordo fosse accettabile per l’Ucraina. Un’Ucraina neutrale con una capacità militare ridotta non avrebbe modo di difendersi da eventuali aggressioni future.

Se l’Ucraina avesse fatto un accordo basato sul comunicato di Istanbul, avrebbe essenzialmente portato il paese a diventare una provincia virtuale della Russia – guidata da un governo filorusso e impossibilitata a cercare alleanze con i paesi occidentali. Per quanto riguarda l’adesione all’UE, è stata l’opposizione del Cremlino all’impegno di Kyiv con l’UE nel 2013 a provocare le proteste di Euromaidan e a portare all’annessione della Crimea da parte della Russia l’anno successivo.

Cosa aspettarsi

La firma del comunicato di Istanbul da parte di Kyiv avrebbe potuto fermare rapidamente la guerra e le uccisioni. Ma il Cremlino ha ripetutamente dimostrato di non essere affidabile sul rispetto degli accordi, basti pensare al modo in cui ha ripetutamente violato quelli di Minsk del 2015, che tentavano di porre fine alle ostilità nell’Ucraina orientale.

Inoltre, un accordo che premia l’aggressione russa acconsentendo alla presa del territorio e richiedendo la neutralità della vittima minerebbe la sicurezza globale e incoraggerebbe altri interventi illegali in politica estera.

Se l’amministrazione Trump porta avanti un progetto di un accordo di pace equo, allo stato attuale lo sta nascondendo bene. Invece, i leader europei sono stati di fronte al fatto di dover finanziare la difesa continua dell’Ucraina, affrontando al contempo un ritiro degli Stati Uniti dalle garanzie di sicurezza per l’Europa.

Oppure, come ha scritto il mio collega dell’Università di Bath Patrick Bury su X, l’Europa sarà costretta ad accettare alcune conseguenze piuttosto terribili.

L’Europa sta affrontando una crisi alla quale avrebbe potuto prepararsi dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022. Con il ritorno di Trump al potere, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa appare sempre più lacerato. Ma la stessa Europa è fortemente divisa su come affrontare la crisi.

La Gran Bretagna e la Francia hanno inizialmente parlato di fornire truppe di pace in Ucraina, ma la Germania si è rifiutata di aderire a questo piano. Sia Emmanuel Macron che Keir Starmer hanno poi ripensato all’idea, anche se il Primo Ministro britannico sembrerebbe orientato a un piano per una “forza di monitoraggio” di 30 mila uomini lontano dalla linea del cessate il fuoco.

Il Cremlino reagisce ai segnali. Mentre si stava chiaramente preparando per l’invasione alla fine del 2021, la dichiarazione di Joe Biden che non avrebbe inviato truppe per difendere l’Ucraina ha mostrato i limiti del coinvolgimento degli Stati Uniti. Il messaggio che l’Europa è pronta a inviare ora delle forze di pace in Ucraina rappresenterebbe un forte segnale a Putin – e all’amministrazione Trump – sull’intenzione di fare sul serio.

Questo articolo è una traduzione dell’originale pubblicato in inglese su The Conversation con licenza Creative Commons
Nell’immagine: quando Zelensky portava ancora abiti civili


Un nuovo ordine globale il vero scopo di Donald Trump

Matviichuk e altri 139 Laureati: pensiamo al futuro i 300 miliardi di asset congelati sono indispensabili 

Di Pietro Reichlin, La Stampa

Come interpretare le mosse di Trump in questi primi mesi dalla sua elezione? Fino ad ora, i politici e i commentatori si sono divisi in due campi: i «pompieri» e gli «allarmisti». I primi sostengono che Trump ha in mente una strategia negoziale aggressiva, con il solo scopo di ottenere qualche contropartita per accontentare gli elettori: un ribilanciamento pilotato degli squilibri commerciali, azioni concrete da parte dei Paesi confinanti per limitare il traffico di droga e l’immigrazione o, infine, qualche garanzia dei regolatori europei a favore delle imprese hi-tech. Secondo gli allarmisti, invece, Trump ha un’agenda politica ed economica che punta a destrutturare il sistema di alleanze che ha sorretto per settant’anni il sistema economico-politico mondiale. Le azioni di Trump di questi ultimi giorni sembrano confermare le aspettative degli allarmisti e smentire i pompieri. Questo significa che non si può più attendere e vedere. Occorre mettersi al lavoro per rinsaldare la solidarietà europea e accelerare i progetti di integrazione.

Domani scade la sospensione temporanea dei dazi del 25% sulle importazioni da Canada e Messico (un volume pari a circa 900 miliardi di dollari) e del 10% sulle importazioni dalla Cina (in aggiunta al 10% già varato un mese fa). I dazi del 25% sulle importazioni dall’Ue sono annunciati e ci colpiranno tra breve, a meno di improbabili ripensamenti. Sono colpiti soprattutto i settori dell’auto, l’acciaio, l’alluminio, l’alimentare e i prodotti farmaceutici. Gli esperti fanno fatica a capire quali vantaggi concreti potrebbe ricavare l’economia americana da queste misure. Gli aumenti annunciati porterebbero le tariffe doganali al livello medio raggiunto nel 1939, l’anno in cui è scoppiata la seconda guerra mondiale. Secondo la Tax Foundation (un organismo indipendente), questa politica ridurrà il reddito netto degli americani dell’1,7%, in assenza di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti. Se Canada, Messico Cina ed Europa risponderanno con altre tariffe, i danni economici saranno ben maggiori e ricadranno su tutti i Paesi coinvolti. Le tariffe commerciali pagate dalle imprese importatrici si trasformano in maggiori costi per i consumatori e per le imprese che utilizzano i prodotti importati (beni primari e prodotti semilavorati). Per questo motivo l’inflazione in Usa è destinata ad aumentare (così come è avvenuto in parte per gli aumenti tariffari già attuati dal 2018), mentre il disavanzo commerciale potrebbe rimanere invariato per effetto di una rivalutazione del dollaro.

Queste considerazioni fanno pensare che l’obiettivo di Trump non sia la riduzione del disavanzo commerciale e la rivitalizzazione dell’industria nazionale ma, piuttosto, la demolizione dei meccanismi di cooperazione multilaterale da cui dipende il progresso collettivo. Un obiettivo politico che prelude alla nascita di un nuovo ordine mondiale e che mette i Paesi europei di fronte a due alternative: rispondere in ordine sparso o accelerare il processo di integrazione sovranazionale. La prima opzione indebolisce la capacità di risposta e aumenta i rischi di una recessione. La seconda è certamente più complicata, ma potrebbe consentire di realizzare con più efficacia gli interessi europei. In un recente articolo sul Financial Times, Draghi ha ripreso uno studio del Fondo Monetario secondo cui le barriere esplicite o implicite alla realizzazione di un mercato unico (soprattutto per servizi e finanza) equivale ad avere tariffe interne all’Ue pari al 40%. Queste barriere hanno spinto i Paesi europei ad appoggiarsi agli Usa come grande mercato di sbocco dei nostri prodotti e dei risparmi. La dipendenza dagli Usa ci ha impedito di sfruttare le potenzialità del mercato continentale, ha impedito la realizzazione di un mercato dei capitali efficiente e ha limitato la crescita delle imprese tecnologiche e innovative.

La migliore risposta alle politiche di Trump è, dunque, il rafforzamento della cooperazione a livello europeo, un continente composto da 450 milioni di cittadini altamente istruiti e ricco di tecnologie e competenze. A dispetto di chi oggi non fa altro che lamentare la nostra irrilevanza, l’Unione europea ha fatto in questi anni significativi progressi da un punto di vista politico ed economico. L’allargamento verso Est ha determinato un enorme aumento del reddito medio senza incidere negativamente sulla solidarietà e sulle politiche sociali. Eppure, le difficoltà sono note. Ogni Paese europeo resiste alla cessione di sovranità nel campo della regolazione, delle imposte, della politica estera e militare. Molti Paesi hanno bilanci fiscali squilibrati e una pressione fiscale eccessiva. L’effetto non intenzionale delle politiche di Trump potrebbe essere quello di spingere i nostri governi a riparare questi difetti? Se questo avvenisse, è bene che l’Italia agisca da protagonista.

Nell’immagine: dall’invito alla manifestazione “Una piazza per l’Europa”