Una boiata pazzesca

No all’apertura invernale del passo del San Gottardo, più merci sulla ferrovia e più treni navetta. 

Mancano poche settimane alla Pasqua. Benjamin Giezendanner, consigliere nazionale, sta pensando di venire in Ticino per far visita al padre Ulrich, già consigliere nazionale a sua volta, nella villa del Gambarogno. Un bicchiere di rosso sotto la pergola e un tuffo in piscina sono una bella prospettiva. “Giezi junior”, come viene soprannominato in Argovia, ne parla con la moglie Jasmine. Andiamo in Ticino, ma ci saranno le solite code al Gottardo, che noia. Genau, risponde Frau Giezendanner. È così che al giovane UDC, ammiratore di Blocher, più a destra del papà, erede della ditta di trasporti (213 camion e 280 collaboratori) e del seggio in Parlamento, viene l’idea di presentare una mozione che invita il Consiglio federale a garantire l’apertura invernale della strada del passo del San Gottardo. Così a Pasqua il traffico si snellisce. 

“Giezi junior” è avvezzo alla linea dura: ha votato contro il congedo paternità, perché lo ritiene un lusso. Pensa che gli asili nido debbano essere solo privati, gestiti secondo il criterio della domanda e dell’offerta. Propone di far pagare ai ciclisti, con una vignetta, le piste ciclabili. 

La mozione per l’apertura invernale del passo ha successo: viene firmata da 60 deputati, fra cui molti ticinesi. Simone Gianini, che non brilla per ottimismo, prevede che ci sia il rischio concreto di veder chiuse le due gallerie ferroviarie e quella stradale: così saremmo isolati, sostiene. Non firma invece Piero Marchesi, collega di partito di Giezendanner: forse era irraggiungibile oppure ha avuto un attimo di lucidità. In compenso sostiene il falco UDC il socialista Bruno Storni, nientepopodimeno che presidente dell’Associazione Traffico Ambiente (ATA), la quale da decenni promuove il trasporto pubblico invece di quello privato motorizzato. Diamine, cosa è successo al compagno Bruno, che lascia basiti tutti gli ambientalisti? Mistero! Anche perché, dopo aver firmato la mozione, ha incoraggiato i turisti a utilizzare il treno per venire a sud. 

La proposta di Giezendanner è una boiata pazzesca! Sotto la cupola di palazzo capita di sentire proposte strampalate, ma questa è nella top ten. Intanto, d’inverno, di regola, non ci sono colonne al San Gottardo; quindi che senso ha tenere aperto il passo? Solo a Pasqua potrebbe esserci qualche interesse. Il Consiglio federale aveva già definito impraticabile il progetto nel 2022. L’Ufficio delle strade nazionali ipotizza che i costi potrebbero ammontare a circa 300 milioni di franchi per la costruzione di gallerie e di ripari. Giezendanner propone di realizzare una nuova strada verso il passo partendo dall’uscita di Wassen: le spese quindi si moltiplicherebbero! Poi ci sarebbero i costi di esercizio, tenuto conto che sul passo possono ammassarsi anche dieci o dodici metri di neve. Infine c’è il maltempo: nebbia e tormenta sul passo possono essere terribilmente minacciose. Questi sono solo alcuni aspetti tecnici che renderebbbero improponibile l’operazione.

Più importanti sono gli aspetti politici. Pro Alps, ex Iniziativa delle Alpi, ha definito la proposta “semplicemente assurda, estremamente problematica in termini di politica dei trasporti, climatica e costituzionale”. Il traffico attraverso le Alpi deve rispettare l’articolo 84 della Costituzione federale che afferma: “La capacità delle strade di transito nella regione alpina non può essere aumentata”. È evidente che l’apertura di una nuova strada equivale ad aumentare il transito, come è dimostrato scientificamente.

Inoltre ci sono l’aspetto ambientale e la protezione delle Alpi. Il traffico crescente mette sotto pressione la natura e condiziona la biodiversità, sempre più in pericolo. “Tonnellate di microplastiche – scrive Pro Alps – prodotte dall’abrasione degli penumatici vengono trasportate anche nelle valli montane più remote. Le strade frammentano aree preziose. Gli habitat di persone, animali e piante sono qindi gravemente compromessi. Il traffico, inoltre, riscalda il clima e mette a rischio le Alpi come riserva d’acqua”.

Il dettato dell’Iniziativa delle Alpi, accettata dal popolo nel 1994, non è ancora rispettato. Passano troppi camion attraverso le Alpi. I dati dell’Ufficio federale dei trasporti (UFT) confermano la tendenza negativa: la quota di mercato della ferrovia è scesa da oltre il 72% nel 2023 a poco meno del 70% l’anno scorso. È necessaria e urgente un’inversione di rotta. Pro Alps invita le autorità svizzere ad avere più coraggio. “Quest’anno è prevista la revisione della tassa sul traffico pesante commisurata alle prestazioni (TTPCP), uno strumento chiave della politica di trasferimento. Questa deve essere applicata appieno nell’ambito dell’accordo sul trasporto terrestre.” 

Se si vuole alleggerire il traffico attraverso il San Gottardo bisogna intensificare il trasbordo delle merci sulla ferrovia e aumentare i treni navetta. Altro che l’apertura di una nuova inutile e dannosa via di transito stradale sulle Alpi!

Nell’immagine: il passo del Gottardo sotto alcuni metri di neve


Riarmare l’Europa è pace?

No all’apertura invernale del passo del San Gottardo, più merci sulla ferrovia e più treni navetta. 

ReArm Europe” proposto  da Ursula Von der Leyen sebbene abbia “colonizzato le menti di molti politici e opinionisti europei, ha subito un colpo d’arresto a causa della non adesione dell’Ungheria, necessaria per raggiungere il quorum dei 27. Pure congelata la decisione sul fondo di 40 MRD di EU che Kallas, “capa” della diplomazia UE, desiderava destinare all’Ucraina-quale aiuto urgente per acquisto di armamenti. Occorrerà attendere giugno. In sostanza l’UE  ha deciso di appoggiare i colloqui tra Ucraina e Stati Uniti, insistendo, tuttavia, sul  mantenimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina.

C’è da auspicare che l’iniziativa bilaterale concordata  tra Trump e Putin possa portare in primis alla fine delle azioni militari che hanno già causato ingentissime perdite umane oltre che distruzione di città, infrastrutture, risorse naturali ed economiche.

Comunque  è soprattuto  auspicabile che la politica torni a svolgere una della sue funzioni principali: affrontare i conflitti che sono parte integrante di qualsiasi relazione: da quella tra due persone, all’interno di un gruppo di persone, all’interno del singolo Paese e tra Paesi. Stupisce francamente che nel caso in questione paladina del riarmo e del deterrente armato sia una donna, addirittura madre di 7 figli. Presumo che in cuor loro e magari privatamente, come del resto in altre famiglie, qualcuno dei 7 non sia convinto. Comunque sia il punto rilevante è che se dovesse scoppiare un conflitto armato, diversamente da altri giovani, avranno sempre l’opportunità di uscire dalla “porta di sicurezza”, evitando la tragedia della guerra descritta da Remarque nel libro testamento  “La via del ritorno “. 

Insomma  nella “società umana che si considera la più evoluta, le condizioni di vita e di esistenza dell’individuo dipendono pur sempre dallo statuto sociale nonché dall’integrazione nella relativa rete relazionale.

Un ritorno preoccupante  a concezioni e forme d’organizzazione autoritarie in paesi che si considerano tutt’ora faro di progresso e democrazia, ma che di fatto li rende tanto simili a pratiche di paesi da loro criticati! Ovvero: quel mix di mini potere che assomiglia per struttura a quelli piramidali feudali a livello di priorità e decisioni, dove però la casta dei nobili è oggidì sostituita dai miliardari. Alcuni dei quali (Trump, Musk ) si lanciano in politica, altri (Peter Thiel di Palantir, Anduril e Founders Fund e Marc Andreessen, leader del venture capital della Silicon Valley) tirano le redini, muovendosi dietro le quinte.

La teoria del deterrente richiamata da Von der Leyen e ripetuta da sapienti opinionisti, coccia contro una realtà che uno studente universitario al primo semestre di economia conosce. Succintamente: qualsiasi sistema economico odierno ha un “motore tricilindrico PRU”. Dove: P sta per “produzione di beni e servizi” destinati al mercato. Di regola la produzione avviene solo quando esiste una potenziale domanda solvibile (in grado di remunerare l’acquisto); R sta per ridistribuzione dei ricavi: il cosiddetto valore aggiunto (VA) calcolato facendo la differenza tra prezzo di vendita di una merce e la somma di tutti costi necessari per produrla (ovvero il valore monetario di materie prime, locazione, energia, ma anche la remunerazione di azionisti, creditori oltre che i lavoratori). Infine U sta per uso di quanto possono monetariamente disporre i vari attori per l’acquisto di beni e servizi onde soddisfare i bisogni (ma anche pagare le tasse, risparmiare, ed investire). Riassumendo: U rilancia la domanda che attiva il ciclo di produzione P e al contempo fornisce finanziamento allo stato tramite le tasse, le risorse per svolgere la sua azione.

Orbene la decisione di assegnare priorità alla produzione di armi (P), genera una ridistribuzione (R) sotto forma di salari che consentirebbe di soddisfare i bisogni di base (U); quindi teoricamente far girare la complessa macchina economica esistente. Tuttavia, ed è qui che casca l’asino, tale macchina può solo funzionare mantenendo la produzione delle armi, senza il quale il motore PRU s’imballa e cadrebbe la capacita di rimborsare i crediti ottenuti in prestito (già problema della Ucraina di cui Trump ha parlato). Il capitalismo è ambiguo: efficiente ma anche crudele. Diversamente dagli antichi monarchi che estinguevano il debito, imprigionando o sopprimendo il commerciante che prestava loro denaro  e che ne reclamava la restituzione. Oggidì (a meno che appaia uno  Stalin occidentale): il debito rimane debito e va restituito con gli interessi.

Insomma  produrre armi è lucrativo ma implica venderle o utilizzarle: lo fece  la Germania di Hitler con l’appoggio entusiasta del padronato e relativi settori industriali, scatenando poi la 2 guerra mondiale; lo hanno fatto sistematicamente gli Usa a partire dalla seconda guerra mondiale, poi di seguito con le guerre d’Indocina, del Vietnam ( oltre 500’000 soldati simultaneamente). E da allora, più perfidamente, nel generare o sostenere conflitti evitando l’invio di propri soldati sul campo: vedi sostegno dell’Irak negli 8 anni di guerra contro Iran, poi via via l’aggressione della Libia di Kadafi. L’occupazione dell’Afganistan durante 20 anni, ha comportato la presenza di 100’000 soldati stelle strisce. Da 3 anni fino all’arrivo di Trump il sostegno massiccio all’Ucraina. Rimane invece  il sostegno totale ad Israele con la fornitura di armi e munizioni, senza le quali l’azione dello Stato ebraico cesserebbe nel giro di pochi giorni. Produrre armi fa rima con creare conflitti, non a caso gli Usa appaiono leader indiscussi, detenendo circa il 60% del mercato mondiale a cui attingono i paesi occidentali fra cui la nostra Svizzera neutrale. Orbene  ReArm Europe checché si dica è remunerativo solo e solamente se si consumano armi! Ovvero guerre altro che pace!

Ferruccio D’Ambrogio   Dipl. IHEID/IUED – Genève    Specialista in problematiche di sviluppo

 


Groenlandia: gli Usa, indesiderati, insistono

No all’apertura invernale del passo del San Gottardo, più merci sulla ferrovia e più treni navetta. 

Di Roberto Pietrobon, il manifesto

«Abbiamo bisogno della Groenlandia; mi dispiace dirlo così, ma dobbiamo averla!». Con queste parole Donald Trump ha anticipato l’arrivo oggi sull’isola artica della sua delegazione che inizialmente prevedeva Usha Vance, la moglie del vice presidente Usa, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario all’energia Chris Wright. Quella della delegazione americana, cui il vice presidente Vance si è aggiunto all’ultimo, era stata annunciata come una visita per «scoprire di più sulla Groenlandia, sulla cultura, sulla storia e sulla gente del paese, nonché per assistere a una gara di slitte trainate da cani»; prevista anche una capatina alla Pituffik, l’unica base militare dell’isola dove sono di stanza circa 200 soldati statunitensi.

All’annuncio dell’arrivo anche del vice presidente Usa sia nella capitale Nuuk che nella seconda città dell’isola, Sisimiut, ci sono state manifestazioni spontanee contro quella che, con tutta evidenza, si prefigura come un’azione di soft power. Cartelli espliciti come «yankee go home» e «we are not for sale» hanno accompagnato le decine di persone scese per le strade ghiacciate delle due comunità.

Ieri mattina la retromarcia Usa: Waltz e Wright non atterreranno in Groenlandia e Vance e la moglie si limiteranno a visitare domani la base militare statunitense. Nessuna gara di slitta, nessun incontro con gli abitanti di Nuuk e Sisimiut: troppo alto il rischio di contestazioni. Precedentemente a rifiutare qualsiasi incontro con la delegazione trumpiana era stato il governo uscente guidato da Múte Bourup Egede. Alle parole del leader della sinistra ecologista (uscita pesantemente ridimensionata alle ultime elezioni di inizio mese), che aveva bollato come un «comportamento inaccettabile» la visita della delegazione statunitense, si sono poi aggiunte le parole del leader dei “democratici”, Jens-Frederik Nielsen, impegnato in questi giorni a formare un nuovo governo di coalizione. Il vincitore delle elezioni di marzo si è unito a Egede nel parlare di «mancanza di rispetto verso il nostro popolo». Anche la Danimarca, al cui regno appartiene l’isola artica, ha attaccato l’ingerenza statunitense. La premier socialdemocratica danese, Mette Frederiksen, in un’intervista alla tv di stato, ha definito «inaccettabile questa pressione sulla Groenlandia e sulla Danimarca» dichiarando che «questa è una pressione a cui dovremo resistere» e avvisando che «il presidente Trump fa sul serio».

Proprio da Copenaghen sono arrivate, ieri, le parole del ministro degli esteri Lars Løkke Rasmussen secondo il quale il cambio di programma con la sola visita alla base militare di Pituffik è «una manovra per esercitare una pressione maggiore sulla Danimarca» per poi aggiunge: «Sono il ministro degli esteri, quindi devo parlare in maniera diplomatica, ma per molti versi è un chiaro modo per far sembrare che stiano intensificando la tensione, quando in realtà la stanno rallentando».

L’isola artica, con i suoi 2 milioni di metri quadrati di superficie e una terra ricchissima di materie prime, è oramai entrata nelle mire imperiali statunitensi, i 57 mila groenlandesi lo sanno e rispondono: «Il nostro futuro lo decidiamo solo noi».

Nell’immagine: Protesta davanti al consolato Usa in Groenlandia


L’America di Trump è ormai nel pieno di una crisi costituzionale e democratica

No all’apertura invernale del passo del San Gottardo, più merci sulla ferrovia e più treni navetta. 

Di Marco Arvati, Valigia Blu

“Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.

Questo è il testo completo del Primo emendamento alla Costituzione statunitense, sempre più ignorato dall’amministrazione in carica. Gli attacchi alla stampa, agli immigrati, compresi quelli con regolare visto, alla precedente amministrazione, al potere giudiziario, assumono nuove forme, violano sempre più dettami e si giustificano con le leggi più controverse mai approvate dal Congresso, quasi tutte varate in tempo di guerra e non pensate per essere applicate in situazioni pacifiche. Nel suo discorso di insediamento, il Presidenteha affermato di voler restaurare la libertà di parola in America, a suo dire distrutta dalle battaglie cosiddette “woke”. La realtà è che i diritti fondamentali sono in crisi e in molti casi, soprattutto nelle categorie svantaggiate, la libertà di parola è garantita soltanto se si è favorevoli alle politiche dell’amministrazione.

La battaglia contro la stampa, di cui abbiamo approfonditamente tenuto conto nei mesi precedenti, è proseguita con lo svuotamento di una nuova agenzia federale: la US Agency for Global Media, che controlla l’emittente radiofonica Voice of America (VoA), nata durante la Seconda guerra mondiale per controbilanciare la propaganda nazista. In virtù di questo riuscito esperimento, a VoA sono state incorporate nel tempo altre radio che hanno portato il pensiero americano in paesi piegati dalle dittature: tra queste, Radio Free Europe, fondata durante la Guerra Fredda e rivolta ai paesi del blocco sovietico, e Radio Free Asia, nata nel 1996 per fornire reportage accurati dove fino a quel momento arrivava principalmente la propaganda del regime comunista cinese. Un’operazione di soft power, che garantiva a cittadini di regimi dittatoriali la qualità editoriale del giornalismo americano e generava in chi riusciva a riceverne le trasmissioni un sentimento positivo nei confronti degli Stati Uniti. Non è un caso che la chiusura di queste emittenti, dovuta alla negazione di fondi da parte dell’amministrazione, abbia generato il plauso del governo cinese: il Global Times, giornale in inglese espressione delle posizioni della leadership di Pechino, ha parlato di Radio Free Asia come di una “fabbrica di bugie”.

Il motivo per cui Trump ha cancellato qualsiasi tipo di sovvenzione a questa agenzia federale, definita “la più corrotta degli Stati Uniti”, è il fatto che ritiene faccia propaganda di sinistra radicale: nei fatti, pur essendo pubblica, non è un’emittente allineata al pensiero della Casa Bianca. I giornalisti assunti sono stati tutti mandati in aspettativa fino a nuovo ordine e i collaboratori prontamente licenziati. Come per altri enti statali, Trump non ha il potere di chiuderli, che rimane in capo al Congresso, ma può cancellare tutti i fondi, costringendoli di fatto al silenzio.

Nel frattempo, è proseguito l’attacco diretto ai media indipendenti. Durante un discorso effettuato al Dipartimento di Giustizia, che ha fatto discutere anche perché nuovamente Trump si è scagliato contro i procuratori che lo avevano indagato nei vari procedimenti a suo carico, il presidente USA ha affermato che prodotti informativi come Washington Post, Wall Street Journal o MSNBC (da lui sprezzantemente chiamata MSDNC, per evidenziare una vicinanza tra la rete e le figure apicali del Partito democratico) sarebbero corrotti e pubblicherebbero notizie false per il 97,6 per cento; ha addirittura paventato che dovrebbero essere resi illegali. Sull’Atlantic Andras Petho, giornalista indipendente ungherese, ha apertamente parlato di come queste pressioni gli ricordino quelle di Orban sulla stampa libera, mentre nel frattempo creava una sua rete informativa di stretta aderenza governativa. Trump, quindi, non si affida al mondo del giornalismo per far risuonare il suo messaggio, ma sta creando una vera e propria informazione parallela che si alimenta sui feed dei social media. I giornalisti tradizionali non godono più di rilevanza nell’amministrazione e ricevono marginalmente notizie dirette: Steve Bannon, uno dei principali esponenti dell’alt-right, ha asserito che è la Casa Bianca stessa a dover diventare un produttore di contenuti, distribuendoli direttamente e contrastando quindi il presunto strapotere dell’apparato mediatico.

Non solo la stampa, anche entità private sono state attaccate. Trump ha decisoper l’eliminazione di tutti  i contratti in essere con lo studio legale Perkins Coie, accusato di aver cercato di modificare i risultati elettorali e di aver promosso politiche di diversità e inclusione. La colpa dello studio è aver rappresentatoHillary Clinton nel 2016 e aver prodotto il dossier che stabiliva un legame diretto tra la campagna Trump e la Russia. Una dinamica di vendetta che non può aver posto nello Stato di diritto: Vox ha infatti ricordato che durante la presidenza Bush un ufficiale del Pentagono aveva proposto punizioni simili per le entità legali che sceglievano di difendere i prigionieri di Guantanamo. Dopo un mese da questa esternazione, l’ufficiale venne licenziato.

La crisi delle libertà costituzionalmente garantite ha toccato, quindi, anche la libertà di pensiero in senso più ampio. Negli scorsi giorni si è dibattuto molto sul caso di Mahmoud Khalil, nato in Siria ma di origini palestinesi, che è stato uno dei volti delle proteste all’Università Columbia contro le politiche del primo ministro israeliano Netanyahu nella Striscia di Gaza. Khalil, durante la protesta delle tende, quando molti studenti occuparono l’università chiedendo di disinvestire dai progetti di ricerca congiunti con le università israeliane, è diventato uno dei volti dell’occupazione per i media; non tanto perché avesse un ruolo apicale nell’organizzazione, quanto perché non si copriva il volto. L’otto marzo il ragazzo è stato prelevato dalle autorità e portato in un centro di detenzione in Louisiana, da cui l’amministrazione vorrebbe procedere al rimpatrio immediato; un giudiceha però deciso che servirà un’udienza in New Jersey, come richiesto dalla difesa. Khalil è accusato – senza prove valide – di avere idee politiche vicine a quelle di Hamas, organizzazione terroristica che governa la Striscia di Gaza, e di aver svolto attività a essa allineate: nonostante questo, non gli è stato fornito alcun capo d’accusa formale. Per di più, non si trova negli Stati Uniti con un semplice visto studentesco, ma con una green card, il certificato che permette a uno straniero di risiedere e lavorare nel paese per un periodo illimitato.

Per poterlo deportare annullando il suo permesso di residenza, la Casa Bianca ha deciso di utilizzare una legge che risale al periodo maccartista, il McCarran-Walter Act, che dà potere al Segretario di Stato di espellere rapidamente cittadini stranieri definiti minaccia per gli interessi americani; l’obiettivo con cui il provvedimento era nato consisteva nella deportazione immediata di chiunque si presumesse essere comunista e si inseriva in un nucleo di politiche lesive delle libertà personali. Attraverso questa legge, a cui il presidente Truman era contrario ma non potè nulla contro un Congresso compatto, vennero negati passaporti per l’estero a persone di alto valore sociale, come il leader afroamericano W.E.B Du Bois e il drammaturgo premio Pulitzer Arthur Miller. Una legge che non si usava da decenni, utilizzata per cercare di deportare un regolare residente per via di idee politiche opposte, senza nemmeno passare da un’udienza formale di fronte a un giudice: dovesse riuscire nell’intento, cosa che a oggi sembra difficile per come si è messo il caso, sarebbe un precedente importante nel modo di reprimere il dissenso.

Un caso analogo è quello di Rasha Alawieh, in possesso di un regolare visto di lavoro come professoressa alla Brown University, che è stata deportata in Libano perché ha partecipato al funerale del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e possedeva sue foto sul cellulare. Il punto focale in questo caso è il fatto che la donna è stata rimandata indietro, e il suo visto annullato, nonostante l’ordine di un giudice, che aveva fissato un’udienza per decidere se fosse o meno passibile di subire la deportazione. Una storia che denota un ampio solco tra le scelte dei giudici e la volontà dell’amministrazione di muoversi in aperta opposizione alle decisioni dei magistrati.

Dove questa spaccatura si è evidenziata di più è in un altro caso riguardante cittadini immigrati, probabilmente il più eclatante. Settimana scorsa Trump ha deportato 238 persone nel carcere di massima sicurezza di El Salvador, luogo in cui molteplici associazioni hanno evidenziato continue violazioni dei diritti umani. Lo ha fatto grazie a un accordo con il presidente autoritario salvadoregno Bukele, che se ne è preso carico in cambio di sei milioni di dollari. Il presidente ha asserito che i deportati appartenevano a Tren de Aragua, un’organizzazione criminale venezuelana, definita terroristica dagli Stati Uniti subito dopo l’inizio della presidenza Trump, nata dieci anni fa nella prigione di Aragua, da cui porta il nome. Già il fatto che tutti appartengano a Tren de Aragua è un’affermazione contestata dagli avvocati: molte di queste persone non hanno casi criminali pendenti nelle corti americane, e sarebbero stati identificati come membri del clan solo per via di alcuni tatuaggi. Per di più, Trump ha potuto mandare a El Salvador i detenuti in virtù di una delle leggi più controverse della storia statunitense, l’Alien Enemies Act. Scritto nel 1798, permette di deportare immediatamente i cittadini di un Paese con cui gli Stati Uniti si trovano in guerra per motivi di sicurezza nazionale. È stato usato solo tre volte, l’ultima delle quali per giustificare la detenzione dei cittadini nippo-americani durante la Seconda guerra mondiale, e nessuno aveva mai provato a farne uso in tempo di pace. Per attivarlo, Trump ha dichiarato di “essere in guerra con i criminali stranieri, e con i paesi che svuotano negli Stati Uniti le loro galere”. Una guerra non contro un nemico identificabile e votata dal Congresso, ma contro i migranti, che giustificherebbe misure di questo calibro.

Il giudice James Boasberg ha subito bloccato, in attesa di un’udienza, le deportazioni, che però sono avvenute lo stesso. La Casa Bianca ha ignorato la richiesta formulata oralmente dal giudice, e quando è arrivata quella scritta due dei tre aerei partiti per El Salvador avevano già oltrepassato lo spazio aereo americano; in una vera e propria prova di forza tutti e tre i velivoli hanno raggiunto lo Stato centroamericano, e Bukele se ne è bullato scrivendo su X“Oops… troppo tardi”. Per di più, oltre a non aver rispettato un ordine giudiziario, Trump ha scritto sul suo social network, Truth, che Boasberg avrebbe dovuto subire un impeachment. Per via di questo post, il giudice capo della Corte Suprema, John Roberts, ha difeso il suo collega, evidenziando come “non si può usare lo strumento dell’impeachment per controbattere a una discordia riguardo una decisione giudiziaria”.La mossa di Roberts arriva al termine di giorni complessi, in cui Trump ha attaccato il potere giudiziario su vari fronti: in un discorso tenuto nella sede del Dipartimento di Giustizia, ha parlato di un sistema corrotto e ha citato nomi e cognomi dei procuratori che hanno lavorato ad accuse contro di lui negli anni precedenti e ha parlato di rendere illegali le grazie firmate dall’ex-presidente Biden a favore dei suoi avversari politici, semplicemente perché firmate con un dispositivo automatico. Nonostante questo, durante un’intervista a Fox News ha cercato di abbassare i toni, asserendo di voler rispettare gli ordini dei giudici, nonostante quest’affermazione vada contro ogni mossa fatta negli ultimi dieci giorni. Va notato, però, che i media del conservatorismo classico, quelli di proprietà del magnate australiano Rupert Murdoch, hanno attaccato le mosse di Trump e hanno richiesto di rispettare gli ordini giudiziari e di attendere le udienze prima di dare il via alle deportazioni. Se questa tardiva presa di coscienza del mondo conservatore basterà a riportare sui binari della costituzionalità le mosse del presidente è presto per dirlo: la realtà, però, è che la crisi costituzionale paventata da quasi due mesi è ormai davanti agli occhi di tutti. Nel frattempo, Trump ha completamente abbandonato qualsiasi pretesa di appartenere a una visione conservatrice tradizionale: le mosse di questi mesi lo pongono sempre più apertamente a capo di un movimento di destra radicale, che vuole riconsiderare le libertà costituzionali ed espandere il proprio credo negli altri paesi.

Nell’immagine: Truth, il social di Donald Trump


Gaza stremata accusa tutti, anche Hamas

No all’apertura invernale del passo del San Gottardo, più merci sulla ferrovia e più treni navetta. 

Di Michele Giorgio, il manifesto

I media palestinesi online spesso pubblicano foto dei centri abitati di Gaza per mostrare il contrasto tra il passato, prima del 7 ottobre 2023, e il presente, dopo i bombardamenti a tappeto israeliani. Cumuli di macerie e detriti si estendono là dove un tempo sorgevano case, strade, quartieri interi, e gli abitanti faticano a riconoscere i luoghi in cui hanno vissuto. Le immagini più recenti riguardano Al-Zahraa, una cittadina di recente costruzione, situata non lontano dal confine con Israele. Si distingueva per modernità e vivibilità, offrendo ai residenti una qualità della vita superiore alla media della Striscia di Gaza. Con l’inizio dell’offensiva israeliana, Al-Zahraa è stata subito spazzata via, ridotta a un deserto, come gran parte del territorio circostante. Il cosiddetto Corridoio Netzarim è stato in parte costruito dall’esercito israeliano sulle sue rovine, mentre gli abitanti, costretti alla fuga il 23 ottobre 2023, condividono il destino di centinaia di migliaia di palestinesi che ogni giorno lottano per la sopravvivenza tra carenza di cibo, acqua e rifugi di fortuna.

La situazione umanitaria nella Striscia è prossima al punto di non ritorno. «Niente cibo, niente acqua, niente medicine, nessuna fornitura dall’inizio di marzo», ha denunciato Juliette Touma, portavoce dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa). «La gente è esausta», ha sottolineato Touma, ricordando che prima della ripresa dei combattimenti, il 18 marzo, nella Striscia entravano centinaia di camion di aiuti ogni giorno. «Chiediamo il rinnovo del cessate il fuoco, il rilascio immediato di tutti gli ostaggi e un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari», ha aggiunto, denunciando la drammatica escalation delle vittime civili palestinesi: almeno 830 negli ultimi giorni, secondo il ministero della Sanità, per un totale che ha superato i 50mila morti dal 7 ottobre 2023. Ieri a Gaza si parlava ancora degli ultimi due giornalisti uccisi dai raid aerei israeliani: Mohammed Mansour, corrispondente del quotidiano giapponese Asahi Shimbun, e Hossam Shabat, dello staff locale di Al Jazeera. «Il mondo è distratto, segue altre crisi internazionali, ma qui a Gaza stiamo vivendo il momento più duro di questi 18 mesi di bombardamenti e stragi», dice al manifesto Amjad Shawwa, direttore di Pingo, il coordinamento delle Ong di Gaza. «Manca tutto», aggiunge. «Il blocco israeliano totale, iniziato il 2 marzo, sta portando alla disperazione un’intera popolazione».

Le manifestazioni in corso da inizio settimana a Gaza, con migliaia di civili in strada, secondo Shawwa «non sono solo contro Hamas, come riferiscono i giornali israeliani e stranieri. Si tratta di una protesta contro la guerra, contro Usa, Israele e Hamas, contro i governi occidentali e arabi e contro chiunque non muova un dito per fermare la distruzione di Gaza e del suo popolo». I palestinesi, prosegue, «chiedono la fine della guerra e dei massacri, e la chiedono a tutti. Perché vivere sotto le bombe di Israele, senza cibo, acqua, elettricità, né ospedali funzionanti, è impossibile».

Le proteste prendono di mira soprattutto Hamas, che controlla la Striscia. Iniziate all’inizio della settimana a Beit Lahiya, nel nord, dove Israele ha nuovamente intimato alla popolazione di evacuare e dirigersi a sud, si sono poi estese ad altre località, tra cui Shujayeh e Nuseirat. Per ora coinvolgono alcune migliaia di persone, ma potrebbero intensificarsi. Al movimento islamico viene rimproverata l’incapacità di garantire sicurezza e sostentamento. «Fuori, fuori, fuori! Hamas vattene!», hanno scandito i dimostranti a Beit Lahiya, in una delle proteste più significative. Un partecipante ha spiegato: «Sono manifestazioni spontanee contro la guerra, perché la gente è stanca e non ha un posto dove andare». Sui social media circolano video di cortei in varie località. L’analista Akram Attallah avverte che Hamas dovrebbe evitare di reprimere il dissenso, se non vuole che la protesta si allarghi. «La gente è esausta, ha perso tutto e ora chiede risposte», afferma.

Hamas sembra reagire con irritazione. Considera il dissenso un attacco alla legittimità delle sue scelte e delle sue azioni. Uno dei suoi dirigenti, Sami Abu Zuhri, ha accusato i manifestanti di essere «megafoni di Israele», insinuando che le proteste siano orchestrate dall’esterno. Un altro esponente di spicco, Osama Hamdan, ha attribuito direttamente a Israele l’origine delle manifestazioni, minimizzandole. Ma la sua posizione ha suscitato rabbia tra i manifestanti, poiché Hamdan non si trova a Gaza sotto le bombe, bensì in Libano. Dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 19 gennaio, Hamas aveva schierato migliaia di poliziotti e forze di sicurezza in tutta Gaza, ma la loro presenza armata si è notevolmente ridotta con la ripresa degli attacchi israeliani. Una scelta che, dopo oltre un anno e mezzo di massacri di civili, non trova più comprensione. «I nostri figli sono stati uccisi. Le nostre case distrutte», dice Abed Radwan all’agenzia Ap, precisando di essersi unito alla protesta a Beit Lahiya «contro Israele, la guerra, contro Hamas e le fazioni politiche palestinesi e contro il silenzio del mondo». Un altro manifestante, Ammar Hassan, chiarisce che gli slogan sono indirizzati contro Hamas perché «è l’unica parte che possiamo influenzare. Le proteste non fermeranno l’occupazione israeliana, ma possono influenzare Hamas».

Le tensioni interne si intrecciano con le divisioni politiche più ampie tra Hamas e il movimento rivale Fatah, che controlla in Cisgiordania l’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Abu Mazen. Fatah cerca di sfruttare le proteste per rafforzare la sua posizione a Gaza. È opinione diffusa che, accanto alle manifestazioni spontanee, altre siano state pilotate da attivisti e simpatizzanti di Fatah. Ieri, mentre a Gaza continuavano le proteste, un portavoce di Fatah ha invitato Hamas a «rispondere alla chiamata del popolo palestinese» e a considerare una transizione politica. Ma tra i gazawi non vi è fiducia nemmeno in Fatah, nell’Anp e in Abu Mazen.

Nell’immagine: Gaza. Palestinesi protestano a Beit Lahiya contro la guerra e Hamas


Sergio Rossi – La rivoluzione tedesca: la Germania volta le spalle al freno sul debito pubblico

No all’apertura invernale del passo del San Gottardo, più merci sulla ferrovia e più treni navetta. 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

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La limitazione del diritto d’asilo è anche in contrasto con la Costituzione

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È diventato un rituale: grazie al suo gran numero di parlamentari, l’UDC può richiedere una sessione speciale sul diritto d’asilo. Così vengono ripetute le stesse richieste. Ad esempio, che le persone che entrano in Svizzera attraverso un paese terzo sicuro, cioè attraverso l’Italia o l’Austria, non possano presentare alcuna domanda di asilo. Una mozione simile dell’UDC è già stata respinta a settembre, ma questo partito ha presentato la stessa richiesta di nuovo nella sessione primaverile in corso, senza successo. Questo non è serio, ma puro populismo. È imbarazzante per il Consiglio degli Stati, che si considera una “camera di riflessione”.

Il consigliere agli Stati verde Mathias Zopfi di Glarona ha espresso delle critiche: tutti si dicono d’accordo sul fatto che non si dovrebbe fare politica di partito nel Consiglio degli Stati, ma alcuni non si attengono più a questo principio. Ci sono interventi che a prima vista sembrano ragionevoli, ha detto il glaronese, ma a un esame più attento si scopre che le autorità sono già al lavoro, si sfondano porte aperte e non si ottiene quasi nulla. Queste parole hanno suscitato il malcontento di diversi partecipanti.

Il disagio è alimentato dai politici

Dopo il Consiglio nazionale, il 13 marzo il Consiglio degli Stati ha discusso e votato 15 mozioni in oltre tre ore. Pochi giorni prima l’UDC aveva criticato aspramente il consigliere federale Jans in Consiglio nazionale. Alcuni consiglieri agli Stati hanno sottolineato che la popolazione è molto insoddisfatta della politica in materia di asilo. Per una parte della popolazione questo è senza dubbio vero. Ma non c’è da stupirsi. Da oltre 20 anni l’UDC critica costantemente le autorità federali, parlando di caos nell’asilo e di consiglieri federali inattivi. Continuano a battere sempre lo stesso chiodo, sostenuti da una parte della stampa. Da qualche tempo anche il PLR si è unito al coro dei critici. La campagna sta dando i suoi frutti. Ma sono i piromani che chiedono di intervenire con forza nella politica d’asilo “per calmare la popolazione”.

Alla fine della discussione, il consigliere federale Beat Jans ha preso posizione su ogni mozione. Il Consiglio federale è pronto a esaminare e attuare miglioramenti nel sistema d’asilo. Jans ha detto di essere il primo interessato a migliorarlo. «Ma non sosterrò alcuna richiesta – ha aggiunto – solo per dare un segnale. Non sosterrò soluzioni che violano la nostra Costituzione».

Il ricongiungimento familiare rimane possibile

In linea con il Consiglio federale sono stati accolti due postulati che richiedevano, tra l’altro, una migliore cooperazione tra le autorità in relazione ai richiedenti asilo criminali. Il Consiglio federale ha anche approvato due mozioni che chiedevano un’accelerazione delle procedure di asilo e maggiori controlli alle frontiere. Il Consiglio federale e il Consiglio degli Stati hanno invece respinto la richiesta del consigliere agli Stati Chiesa di effettuare controlli sistematici alle frontiere nazionali, perché tali controlli sono irrealistici. Il Consiglio ha anche votato contro una task force, poiché esiste già una cooperazione tra Confederazione, Cantoni, Comuni e altre istituzioni. Il divieto di ricongiungimento familiare per i richiedenti asilo ammessi provvisoriamente, cavallo di battaglia dell’UDC, è stato respinto di misura dal Consiglio degli Stati. Il gruppo parlamentare del PLR ha infatti sostenuto la proposta dell’UDC.

Contro i sans-papiers

La Camera bassa ha approvato a larga maggioranza altre richieste dell’UDC, sebbene il Consiglio federale le avesse respinte. Ad esempio, la mozione di Esther Friedli, che vuole espellere sistematicamente tutti i richiedenti asilo criminali, il che non consente un esame caso per caso. Il consigliere federale Jans ha spiegato che la Costituzione federale richiede un esame individuale in base al principio di proporzionalità. Per lo stesso motivo, non può accogliere le richieste di Pirmin Schwander e Daniel Fässler. Da un lato, chiedono che tutti i criminali siano incarcerati. Dall’altro, che tutte le persone espulse siano immediatamente rimpatriate dalla polizia, anche se circa la metà lascerebbe volontariamente la Svizzera entro il termine stabilito. Secondo il Consiglio federale, lo scambio di dati sulle persone senza permesso di soggiorno richiesto dall’UDC non è efficace. I sans-papiers che lavorano nell’agricoltura e nell’edilizia non si iscriverebbero più alle assicurazioni sociali e alla cassa malati per paura di essere scoperti. Tuttavia, anche questa richiesta è stata accettata.
L’avvertimento dei parlamentari di non sostenere richieste che non potrebbero essere attuate o che potrebbero esserlo solo in minima parte non è stato preso in considerazione.

Per il Consiglio federale è difficile, addirittura quasi impossibile, dar seguito a simili mandati del Parlamento.

Nell’immagine: rifugiati


I dazi, la guerra e Keynes. L’azzardo americano

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Di Pierluigi Ciocca, il manifesto

Si può dubitare che gli americani sarebbero amici dell’Europa se solo non vi fossero Trump e Vance. Per due lunghi anni gli Stati uniti non si impegnarono militarmente a favore dell’Inghilterra aggredita da Hitler. Keynes sperimentò la durezza americana nel 1944. Due anni dopo dovette ripetere l’esperienza. Morì anche per questo.
Nel 1944 Londra avevano delegato a Bretton Woods Keynes, Robbins e Robertson.

Ma i migliori cervelli non bastarono. Nello scorcio del conflitto Roosevelt, Morgenthau e White non escludevano di ricondurre la Germania, cuore dell’Europa, allo «stato di pastorizia». Keynes non riuscì a ottenere il Bancor e la Clearing Bank: né la moneta né la banca centrale che proponeva per ricostruire il mondo. White, coriaceo negoziatore, respinse senza appello la pretesa di Londra di conservare il commercio preferenziale con i Dominions.

Nel 1946 l’Inghilterra era altamente indebitata con gli Usa quando Keynes venne spedito a Washington per ottenere un ulteriore prestito all’Inghilterra stremata dalla guerra, ridotta a razionare il cibo. Le condizioni del prestito strappato da un Keynes fisicamente minato dalla trattativa furono meno favorevoli di quanto egli stesso aveva sperato e fatto sperare a Londra. Nemmeno allora bastò «il più intelligente di tutti», come lo definì Harrod, l’economista illustre, amico e allievo di una vita, insuperato biografo. A guerra finita, l’opinione pubblica e il Congresso degli Stati uniti volevano che gli inglesi ormai facessero da soli. Il pericolo rosso europeo era ancora poco avvertito. Solo nel 1948 Truman e Marshall finanziarono la ricostruzione dell’Europa, estesa alla Germania nazista che con l’Italia e gli altri alleati fascisti aveva sterminato 27 milioni di russi e sei milioni di ebrei. Non lo fecero per solidarietà, ma come barriera contro il comunismo.

E oggi? La differenza rispetto ad allora è che l’economia americana è debole. La sua crescita, sull’orlo dell’inflazione, è drogata dall’eccesso di spesa, dagli alti salari, dalla produttività che ristagna nonostante Ict, Ai, social, Musk. L’investimento eccede il risparmio nella misura di quattro punti di Pil. La manodopera scarseggia, eppure Trump deporta immigrati in catene. Il bilancio pubblico è passivo per il 7% del Pil, il debito supera il 120% del Pil. La Fed non può ridurre i tassi dell’interesse.

Gli americani consumano troppo, vivono a spese del resto del mondo. Che finanzia la loro bilancia dei pagamenti in rosso da mezzo secolo. Il deficit di parte corrente sfiora il trilione di dollari, tre punti di Pil. Riflette la carenza di risparmio ma anche la perdita di competitività di prezzo, rispetto alla stessa Europa. Quindi la posizione debitoria netta verso l’estero degli Stati uniti va ad avvicinare 25 trilioni. Un terzo del credito proviene da Cina, Giappone, Germania. Se questi paesi – o i Brics – lo vendessero, il dollaro crollerebbe con penose ripercussioni, inflazionistiche e recessive, per gli americani.

Trump ha intuito che la minaccia alla leadership del suo Paese è radicata nei conti con l’estero. Ma i dazi significano debolezza, e non risolvono. Aggiungono all’inflazione. Creano incertezza. Possono diffondere recessione. Proposti da Smoot e Hawley ben prima dell’ottobre 1929, in un parlamento di repubblicani filo-contadini i dazi superarono l’opposizione di Hoover – presidente fra i più colti – e quella di economisti, industriali, banchieri. La scelta «asinina» contribuì non poco a trasformare in mondiale la crisi di una Borsa.
Per evitare l’inflazione e riequilibrare la bilancia dei pagamenti, Trump dovrebbe piuttosto frenare la domanda interna con la politica fiscale e monetaria e attuare una svalutazione del dollaro controllata e accettata dai detentori, in un accordo «Plaza» nuovo e diverso.

Gli europei, dal canto loro, non devono rispondere con dazi a dazi che tolgono al commercio mondiale due punti già nel 2025. Se i dazi americani frenano le sue esportazioni, l’Europa sostenga la domanda interna con investimenti pubblici produttivi, tagliati da decenni. La Russia è fiaccata anche sul piano economico da tre anni di aggressione all’Ucraina. L’Europa, Londra inclusa, già spende molto per le armi, non meno di Mosca. La deterrenza è mero pretesto.

Obiettore di coscienza durante il primo conflitto, nel 1924 Keynes sottolineò come con le spese di guerra «le merci e i servizi ottenuti siano destinati a estinzione immediata e infruttifera».


Trump conferma che non c’è alcun malinteso, ce l’ha con noi

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Di Francesco Cundari, linkiesta.it

Ci sono molti motivi per tornare anche oggi sulla clamorosa fuga di notizie, chiamiamola così, relativa ai piani di attacco allo Yemen finiti in una chat cui era stato inavvertitamente aggiunto anche il direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg. Il primo motivo è ovviamente la dimensione del caso, con le sue possibili ripercussioni internazionali, perché quello che il Financial Times definisce l’incredibile «dilettantismo» della Casa Bianca non è un guaio solo per gli apparati militari e di intelligence americani, comprensibilmente preoccupati per la sicurezza del proprio personale, ma pure per gli alleati. E se ieri a colpirmi erano state in particolare la chiarezza e la violenza con cui i vertici dell’amministrazione americana esprimevano tutta la loro ostilità e il loro disprezzo per l’Europa, a cominciare dal vicepresidente J.D. Vance, tanto più oggi mi pare degno di nota che la prima reazione di Donald Trump allo scandalo sia dargli pubblicamente ragione, definendoci «parassiti». Reazione ancora più significativa considerando che le parole di Vance esprimevano un inusuale dissenso proprio dal presidente, accusato di non capire come l’operazione rischiasse di annacquare la chiarezza del suo messaggio indirizzato all’Europa. Motivo per cui mi sentirei di tranquillizzarlo: messaggio ricevuto. Almeno spero. Certo, di fronte a tanta chiarezza, gli equilibrismi di Giorgia Meloni e anche gli sforzi di tanti sofisticati analisti e accaniti minimizzatori appaiono veramente disperati.

C’è poi un aspetto che riguarda il lato più ridicolo della faccenda, che non è affatto il meno preoccupante. A riprova di quanto si diceva qui ieri circa la questione delle faccine e il non rassegnarsi all’infantilizzazione del mondo, infatti, il direttore dell’Atlantic ha spiegato di essersi reso conto dell’autenticità della chat, nonostante la sua iniziale e ben comprensibile incredulità, dagli «emoji» con cui i partecipanti esultavano dopo i raid: «La bandiera, i muscoli, il fuoco… se fosse stato un falso non avrebbero usato icone infantili in una conversazione di sicurezza nazionale». Ho dovuto rileggere il virgolettato tre o quattro volte, nonostante fosse, o meglio, proprio perché era, in sé e per sé, perfettamente logico. Fatelo anche voi: «Se fosse stato un falso non avrebbero usato icone infantili in una conversazione di sicurezza nazionale». Questa è la nuova realtà, e bisognerà trovare il modo di farci i conti, senza snobismi e moralismi inutili, ma senza neanche rassegnarsi a perdere completamente il cervello. E non so sinceramente se sia segno dell’uno o dell’altro esito il fatto che ormai io non riesca a pensare a Vance, Hegseth e ai vertici dell’apparato militare americano intenti a discutere piani di guerra con le faccine sul cellulare, dalla loro cameretta, a notte inoltrata, senza sentire in sottofondo la voce di Tom Jones che canta: «Text bomb, text bomb, you’re my text bomb».

 


Elon Musk Ma che ne è del conflitto di interessi?

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Ormai in fatto di conflitto di interessi, uno dei comandamenti del sistema liberale, persino il cavaliere Berlusconi Silvio ci appare  come un modesto dilettante. Certo, dopo essere sceso in politica, e soprattutto dopo aver fatto mettere al riparo il suo impero mediatico in Italia (ma chi ricorda ancora la “legge Gasparri”?), il Berlusca passò il timone dell’azienda ai due figli maggiori; e si raccontava che quando, con lui a Palazzo Chigi, il governo doveva trattare la materia, lui usciva dalla stanza per far quattro passi in corridoio, tanto era sicuro che la discussione sarebbe andata nel verso desiderato; un po’ più difficile poteva andare in fatto di giustizia, campo in cui non riuscì ad ottenere proprio tutto quanto desiderato, tanto da essere condannato in via definitiva, con sentenza che lo obbligò ai lavori sociali (ma quali, se non fare quattro chiacchiere e raccontar barzellette) in una casa per anziani.

“Robetta”, se oggi guardiamo oltre Atlantico. All’America che ci si ostina a chiamare “la più grande democrazia del mondo”. E dove un geniale iper-miliardario come Elon Musk, portato dal tycoon nelle stanze del potere, fa carta straccia di uno dei caposaldi dei principi democratici. Per lui – che si infila in tutti i ministeri dell’amministrazione trumpiana – il conflitto di interessi proprio non deve e non può esistere, è irrisorio, regola ormai soppiantata nella neo-autocrazia a stelle e strisce, dove giudici giornalisti avversari di vario genere vengono messi alla porta o sulla graticola. Così, ecco le ultime sul “Musk pigliatutto”, sfacciatamente al servizio delle proprie capienti tasche,  grazie all’acquisito potere politico: l’uomo più ricco del mondo (327,2 miliardi di patrimonio personale) si prepara ad incassare un’altra montagna di soldi grazie a una serie di contratti federali con la sua compagnia spaziale, fiore all’occhiello del suo dominio. 

Stando ad alcune anticipazioni giornalistiche non smentite, nei prossimi mesi il Dipartimento della  difesa acquisterà una serie di missili di “SpaceX” per spostare rapidamente in tutto il mondo materiale militare; il Dipartimento americano del Commercio è pronto a servirsi dei satelliti Starlinks, anch’essi di proprietà di Musk, per realizzare il suo progetto da 42 miliardi di dollari necessari all’impianto della banda larga nelle zone rurali della nazione; infine la NASA, l’ente spaziale statunitense, è stata  costretta a cambiare i suoi programmi e concentrare  sforzi e risorse per la conquista di Marte e così realizzare il grande sogno del miliardario, che ‘of course’ ne beneficerebbe anche economicamente. E non è tutto, perché la compagnia spaziale di Musk ha ben quattro richieste in sospeso con la Federal Aviation Administration per costruire nuove rampe da cui lanciare degli “spazioporti” federali in Florida, California e in altri Stati americani.

Dunque, una pioggia di miliardi assicurata, che potrà largamente consolare l’inventore della Tesla, auto elettrica che nelle prime settimane del Trump-2 ha subìto in Borsa perdite per 42 miliardi di dollari. Non un gran problema per il dominatore privato dello spazio, il quale, con la sua società spaziale, soltanto nel 2024 ha guadagnato 3,8 miliardi di dollari distribuiti su 344 contratti federali. 

Il tutto mentre con la simbolica motosega regalatagli dall’argentino Milei, l’uomo messo dall’amico Trump alla testa del “DOGE” (il Dipartimento dell’efficienza governativa) sta tagliando a destra e a manca. E ha già mandato a casa 100.000 lavoratori del pubblico. Sempre protetto dal capo dello Stato. A chi critica o denuncia Musk, il “Don” ha infatti augurato di venir trasferito in catene nello stesso “accogliente” carcere del Salvador in cui sono stati spediti dagli USA duecento criminali latino-americani. 

Conflitti di interessi mastodontici. Grandi più dello State Building. Che sembra turbare poco gli elettori statunitensi, e l’opposizione dei dem locali. Del resto persino l’inquilino della Casa Bianca e sua moglie, due giorni prima di rientrare alla Casa Bianca (quindi con Trump già rieletto) si sono inventati la loro personalissima cripto-moneta. E non si è sentito un cip.

E volete metterlo a confronto del “povero” cavalier Berlusconi?