Imamoglu va in carcere ma 15 milioni di turchi si ribellano a Erdogan

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Davanti al seggio di Uskudar, il quartiere di Istanbul dove vive Erdogan, la folla si apre per far passare un’anziana con il deambulatore: «Oggi Istanbul, domani la Turchia», urla un signore in piedi su un parapetto. Applausi. A Kadikoy, roccaforte dell’opposizione sulla sponda asiatica, la ressa per votare alle primarie del Chp blocca un’intera area del quartiere. Pure a Kasimpasa, distretto operaio e conservatore, c’è la fila al seggio dal primo mattino, e solo un candidato: Ekrem Imamoglu.

Dal tribunale è appena arrivata la notizia che molti temevano: il giudice ha convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul e leader carismatico dell’opposizione con accuse di corruzione. Avrebbero voluto incriminarlo anche per “favoreggiamento di un’organizzazione terroristica armata”, per via dell’alleanza elettorale che fece l’anno scorso alle comunali con il partito curdo Dem, ma il tribunale non lo ha «ritenuto necessario in questa fase». Poco dopo, il ministero dell’interno lo dichiara decaduto dall’incarico di sindaco. Mentre lo trasferiscono nel carcere di massima sicurezza di Marmara, distretto di Silivri, dove sono detenuti altri oppositori politici come Osman Kavala, Imamoglu chiama alla resistenza in piazza e nelle urne: «Questa è un’esecuzione senza processo. Non mi piegherò mai. Non siate tristi, scoraggiati, non perdete la speranza. Assicuratevi di esprimere il vostro voto oggi. Poi unitevi a noi a Saraçhane di Istanbul e nelle piazze della democrazia».

Ed è quello che succede, in un’altra giornata storica per la Turchia. Le immagini di folle ai seggi si moltiplicano, ad Ankara, la capitale, a Diyabarkir, la città più grande a maggioranza curda, a Izmir e ad Adana, nel sud est, elettori di tutte le età, fischietti e cartelloni. Davanti al comune, diventato il sacrario della rivolta, hanno piantato una tenda per votare. Decine di giovani sono accampati nel pratone, centinaia di altri continuano ad arrivare. «Viviamo in una repubblica solo di nome, appena c’è qualcuno che può sconfiggere Erdogan lo eliminano dalla scena politica», dice Ferhat, 29 anni. «Ci opporremo fino alla fine». La chiusura dei seggi viene rimandata di due ore, per dare a tutti la possibilità di votare.

L’opposizione denuncia «un colpo di stato civile, giudiziario, elettorale». Sei dei 27 sindaci municipali del Chp che sono stati eletti l’anno scorso, quando i repubblicani vinsero a valanga le comunali contro i conservatori dell’Akp, sono ora agli arresti. In due casi sono stati sostituti con fiduciari nominati dal ministero dell’Interno, cioè dal governo: succede da anni, lontano dai riflettori, con i sindaci curdi nell’est del Paese. Ora il timore è che le autorità vogliano impossessarsi della municipalità di Istanbul. Il consiglio comunale a maggioranza Chp dovrà votare un reggente il 26, ma se le accuse a Imamoglu di “sostegno al terrorismo” dovessero essere convalidate, il governo potrebbe commissariare l’intera giunta.

A sera, il Chp annuncia numeri epocali: 15 milioni di elettori. Considerato che il partito ha 1,7 milioni di iscritti vuole dire che 13 milioni di turchi, anche di altri fedi politiche, hanno voluto esprimere il loro voto di solidarietà. «Le primarie sono diventate un referendum per la democrazia. I turchi hanno indicato chiaramente che vogliono la Repubblica, non la monarchia», dice il professore Murat Somer. Intorno a Sarachane si raduna una folla oceanica, superiore a quella delle notti precedenti. Il sindaco di Ankara apre la breccia: «È giunto il momento di elezioni anticipate».

In carcere oltre a Imamoglu restano almeno 300 persone, molti giovani studenti, arrestati durante le manifestazioni di questi giorni. La repressione comincia a essere così pressante che anche X di Elon Musk si ribella, pur avendo finora assecondato il governo turco. «Ci opponiamo alle molteplici richieste dell’Autorità turca delle tecnologie e dell’informazione di bloccare oltre 700 account di organizzazioni giornalistiche, personaggi politici, studenti e altri individui in Turchia».

Nell’immagine: le manifestazioni contro il regime non si arrestano


La tregua impossibile fondata sul business

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Ho guardato con attenzione i 90 minuti dell’intervista di Tucker Carlson, ex giornalista di Fox News vicinissimo al presidente Usa Donald Trump (così come al suo omologo russo Vladimir Putin), a Steve Witkoff, ex immobiliarista trasformato in inviato speciale di Trump in Medio Oriente e in Russia.

Al netto delle ripetizioni e delle frequenti contraddizioni, traspare una visione chiara e apparentemente sincera. Ma emerge anche un’amministrazione mediocre, ignorante, servile nei confronti del capo narcisista, e incredibilmente facile da manipolare.

Quattro punti salienti confermano questa valutazione. Primo, Witkoff apparegenuinamente interessato a perseguire quella che considera, o meglio che il suo capo considera, la “pace” – in Ucraina e a Gaza. Ma è una pace vista con gli occhi di un immobiliarista, fatta quindi di territori e risorse da spartire, palazzi da ricostruire, e soprattutto tanti soldi da fare.

È una “pace” che non conosce la storia, che ignora i dettagli, che non tiene conto delle ideologie; una pace in cui l’unico valore da perseguire è quello della ricchezza materiale. Tutto questo viene espresso e ripetuto con disarmante semplicità. Witkoff riconosce che le cose sono un po’ più complicate rispetto a come le immaginava prima di ricevere l’incarico dal presidente. Ma la fede religiosa nel suo capo lo convince che ce la farà.

Secondo, l’intervista rende plasticamente evidente perché questa “pace” sia così lontana nella realtà della guerra in Ucraina o di quanto sta accadendo in Medio Oriente.

Witkoff, e quindi il suo capo, è incondizionatamente schierato a favore delle parti che hanno un interesse manifesto a proseguire la guerra, ossia Benjamin Netanyahu a Gaza (ma anche in Cisgiordania) e Vladimir Putin in Ucraina.

Witkoff e Carlson sorvolano sul fatto che l’offensiva israeliana su Gaza abbia raggiunto nuovi picchi di distruzione. Dopo essersi rifiutato di attuare la seconda fase del cessate il fuoco concluso a gennaio, Netanyahu, con il disco verde di Trump, ha dato il via a una nuova operazione che in pochi giorni ha ucciso circa 500 palestinesi (oltre cento di loro bambini). Israele è tornata all’offensiva anche in Libano e in Siria, alcune zone dei quali continua a occupare.

Nel mondo fantastico di Witkoff tutto questo o non esiste o è solo un dettaglio nella marcia inesorabile verso la “pace” che egli crede Netanyahu voglia. Ancora più lusinghiere le parole di Witkoff nei confronti di Putin, tra gli assensi e incoraggiamenti di Carlson, che l’anno scorso aveva ossequiosamente intervistato il presidente russo a Mosca, il primo occidentale a farlo dal 2022. Secondo Witkoff (ovvero Trump), Putin è un grande leader che vuole la pace.

Anche qui, irrilevanti sembrano gli attacchi incessanti russi alle infrastrutture energetiche e civili ucraine, in barba al cessate il fuoco di trenta giorni voluto da Trump e teoricamente accettato da Putin. Tutto questo non esiste, la “pace” è a quanto pare alle porte.

Il terzo punto rigarda il servilismo imbarazzante di Witkoff nei confronti del suo capo; “l’uomo più forte” che lui abbia mai conosciuto e al quale vorrebbe tanto somigliare. Una lealtà talmente assoluta che non stupisce che Trump, così sensibile alle lusinghe, abbia assegnato a Witkoff prima la mediazione su Gaza e poi anche Russia-Ucraina e, probabilmente, a breve anche sull’Iran.

Witkoff, così come Carlson, si sperticano nelle lodi del capo perché sanno quanto siano efficaci. Ma lo sa anche Putin. Witkoff appare quasi commosso quando racconta che durante il suo incontro al Cremlino, il presidente russo gli ha consegnato un ritratto di Trump dipinto da un celebre artista, e gli ha confessato di aver pregato per Trump quando attentarono alla sua vita. Che tenero. L’uomo del KGB al Cremlino platealmente si diverte a prendere in giro Trump mentre ne massaggia l’ego, consapevole che questo lo renderà ancor più manipolabile.

L’ultimo aspetto che mi ha colpito dell’intervista è la grande assenza dell’Europa, a cui non sono stati dedicati che isolati accenni. Agli occhi di Witkoff (ossia quelli di Trump), così come quelli di Putin, l’Europa è morente e irrilevante.

Gli sforzi dei Paesi “volenterosi” che puntano a formare una coalizione a sostegno dell’Ucraina sono derisi, e le minacce della Russia al continente liquidate come ridicole. Alla luce di quanto sopra, questo basta per capire che per chi ha a cuore la democrazia e la pace, quella vera, gli sforzi di quell’Europa dei “volenterosi” vanno invece nel senso giusto.

Nell’immagine: Steve Witkoff


Sergio Rossi – Il braccio di ferro Ermotti-Finma

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


El Salvador, i vescovi si ribellano a Bukele

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

In un gesto clamoroso, vescovi, sacerdoti e il cardinale di El Salvador si sono presentati l’altro giorno all’ingresso dell’Assemblea Legislativa per consegnare una petizione con ben 150mila firme raccolte in poco più di un mese nelle parrocchie di tutto il paese in cui si richiede la deroga della legge che nel dicembre scorso ha cancellato la proibizione dello sfruttamento minerario disposta (per ragioni ambientali e di salute dei suoi abitanti) dal precedente governo dell’ex guerriglia del Farabundo Martì.

“Non abbiamo alcun fine ideologico, politico o di potere” ha affermato l’arcivescovo di San Salvador José Luis Escobar. “Siamo qui solo per il bene comune di questo popolo e soprattutto per i più vulnerabili”, sottolineando come le adesioni siano state raccolte “sia fra cattolici che uomini di buona volontà”, come li aveva definiti Giovanni XXIII nella Pacem in terris del 1963. Mentre anche le chiese evangeliche hanno annunciato altre 200mila adesioni.

Non che l’episcopato salvadoregno sia mai stato particolarmente progressista nella storia del Salvador; caso mai schierato con oligarchia e militari come durante la passata sanguinosa guerra civile. Salvo l’arcivescovo mons. Oscar Romero, del quale questo 24 marzo si celebra il 45° dell’assassinio (mentre diceva messa) per mano del regime che gli rimproverava di essere troppo dalla parte dei poveri. E che papa Francesco ha voluto fosse fatto finalmente “santo” dopo che per trent’anni i suoi predecessori ne avevano cassato la canonizzazione. Con lo stesso pontefice argentino che ebbe ad affermare che “il martirio di mons. Romero non fu solo il giorno della sua morte ma continuò a posteriori per essere stato diffamato, calunniato e infangato anche da fratelli suoi nel sacerdozio e nell’episcopato”. Riferendosi al suo intorno ecclesiastico di allora e successivo.

È che evidentemente Nayib Bukele sta esagerando nella sua sempre più autocratica presidenza. Per la quale ha sollecitato investimenti minerari stranieri “nel paese -secondo lui- a più alta concentrazione d’oro per chilometro quadrato al mondo”. Dimenticandosi che il “pollicino d’America” (come lo aveva battezzato il grande poeta locale Roque Dalton) è al contempo la nazione con più alta densità di abitanti dell’America Latina.

Come se non bastasse, sulle deportazioni dagli Usa il governante millennial si è mostrato altrettanto eccessivo col Segretario di stato Marco Rubio nella sua recente missione in Centroamerica. Bukele si è offerto di “affittare” il megacarcere da poco costruito a Tecoluca non solo per riportare in patria rei salvadoregni (come da sempre avvenuto) ma anche detenuti di altre nazionalità, quali i recenti 238 venezuelani presunti membri della banda giovanile Tren de Aragua; fino ad arrivare ad eventuali stessi reclusi statunitensi (suscitando l’entusiastico plauso di Elon Musk), “la cui tariffa di prigionia sarebbe molto inferiore rispetto agli Usa mentre costituirebbe per noi una significativa entrata”, ha dichiarato Nayib. Il tutto si convertirebbe in campo concentramento sullo stile di Guantanamo nel quale Donald Trump ha già minacciato di spedire anche i “terroristi” autori dei danneggiamenti alle automobili Tesla.

Bukele si è del resto convertito in un “modello di sicurezza” nelle Americhe dopo che nel marzo 2022 proclamò lo stato di emergenza nazionale, tuttora in vigore, incarcerando (ad oggi) oltre 80mila giovani delle locali gang. Certo facendo precipitare il tasso di omicidi, ma al contempo guadagnandosi le accuse delle organizzazioni per i diritti umani per arresti arbitrari in almeno un terzo dei casi, minorenni compresi; oltre a qualche centinaio di deceduti dietro le sbarre.
Paradosso vuole che Bukele provenga dalle fila del partito dell’ex guerriglia, per il quale fu eletto sindaco della capitale. Organizzazione oggi scarsamente rilevante, come allo stesso modo la destra di Arena. Travolte entrambe dal suo Nuevas Ideas che controlla i quattro/quinti del parlamento e che gli ha permesso lo scorso anno di farsi rieleggere nonostante non lo consentisse la costituzione. Non senza aver prima subordinato a sé (di fatto) il potere giudiziario ed essersi guadagnato i favori di esercito e polizia con le feroci disposizioni repressive; di cui è vittima pure la libera stampa e la società civile organizzata.

Un consenso che ha abilmente ottenuto giocando sulla persistente povertà e disperazione dei salvadoregni, un terzo dei quali sopravvive grazie alle rimesse dei familiari emigrati negli states, e che ha manipolato con i suoi disinvolti voltafaccia. Come quando nel settembre 2021 ha legalizzato (primo paese al mondo) la folle quanto fallimentare circolazione del bitcoin, con soldi pubblici investiti compresi; per poi rimangiarsela tre mesi fa in cambio dell’ottenimento di un prestito di 1,3 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. O aver puntato in primis alla Cina come partner internazionale (con tanto di visita a Pechino nel 2019) la quale gli elargì i fondi destinati alla costruzione dell’imponente Biblioteca Nacional; per convertirsi in men che non si dica nel presidente della regione più devoto a Trump. Il quale, ciò nonostante, nemmeno l’avrebbe invitato al suo reinsediamento alla Casa Bianca (salvo fargli una breve telefonata subito dopo). Forse perché resta ancora formalmente operativo l’accordo sottoscritto da Bukele (nel solco della “nuova via della seta”) per l’ammodernamento dei porti di Acajutla e La Libertad sul Pacifico.

Sul taglio poi di Washington dei 230 milioni di dollari che l’Usaid destinava a El Salvador Bukele si è persino compiaciuto visto che per la gran parte erano diretti a ong e mezzi d’informazione malvisti dal suo governo. E dire che fra gli anni ’70 e ’90 l’Usaid era catalogata da quelle parti non come un’agenzia di cooperazione bensì la lunga mano della Cia che tentava di arginare i fermenti della sinistra latinoamericana.

Ciò che però ancor più impressiona e che il tycoon Nayib, di famiglia imprenditoriale dalle origini palestinesi (di Betlemme) e il cui padre simpatizzava con la guerriglia salvadoregna, sia oggi subdolamente schierato con Israele sul massacro a Gaza. È che per lui contano solo il business e il potere, riverberati sui social. È il trend dei destri della modernità. Che talvolta, come Bukele stesso, non mancano di ispirarsi pure a “dio” nei loro discorsi. Ma non è certo un buon segnale per lui che ai gesuiti dell’Università Centroamericana, che durante la guerra civile pagarono col sangue (come San Romero de America) l’essersi schierati “contro”, si sia affiancata in maniera così plateale la conservatrice Conferenza Episcopale.

Scritto per il manifesto

Nell’immagine: Presunti criminali venezuelani deportati dagli Usa all’arrivo nel carcere di Tecoluca in El Salvador


Trump, il mediatore sovrano

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La crisi suscita fantasmi, e la guerra genera mostri. Ma la pace, con la sua promessa messianica, la speranza di redenzione dagli orrori del conflitto, l’urgenza politica e morale di uscire dallo scontro bellico, crea le figure di cui ha bisogno e le propone al mondo anche per la fase successiva alla fine delle ostilità, nel nuovo quadro internazionale configurato dalle armi. Stiamo assistendo esattamente a questo fenomeno, con la nascita di un soggetto inedito con cui dovremo fare i conti nel nuovo mondo prossimo venturo: il mediatore sovrano.

Poiché la guerra è l’abolizione di ogni spazio diplomatico e di qualsiasi interlocuzione politica tra le parti in causa, spesso nella storia antica e nella modernità il bandolo della pace è stato governato da un attore terzo, che entra in scena nel momento topico, quando la guerra non è ancora finita ma è estenuata, e la pace da miraggio sta diventando un orizzonte possibile. È il mediatore, l’arbitro conciliatore, il negoziatore finale. Per ricoprire questo ruolo sono naturalmente necessarie alcune caratteristiche precise: un’autorità riconosciuta dai contendenti, che non necessariamente si manifesta nella forza, perché può derivare anche da un prestigio disarmato, di natura politica, morale o addirittura spirituale; una neutralità conclamata e sperimentata, capace di suscitare la fiducia e l’affidamento dei belligeranti; una flessibilità ragionevole, frutto della capacità di ascolto e di comprensione, per convincere gli antagonisti: come suggeriva Bismarck, se la politica è l’arte del possibile, la mediazione diplomatica è l’arte di creare il possibile.

Nell’antichità la mediazione si realizzava anche attraverso accordi commerciali e matrimoni dinastici, per impiantare la pace in una realtà consolidata che le garantisse tenuta e durata. Ottocento anni fa Francesco d’Assisi tentò invece una mediazione spoglia durante la Quinta Crociata, andando in Egitto dal sultano per negoziare la fine del conflitto tra cristiani e mussulmani. All’inizio del Novecento Theodore Roosevelt mediò a Portsmouth l’intesa che concluse la guerra tra Russia e Giappone e che gli valse il premio Nobel per la pace. L’ astuzia manovriera di Stalin nel 1945 a Yalta propose a un altro Roosevelt, Franklin Delano, di presiedere la conferenza dei tre Grandi nel tentativo di portare l’America su posizioni neutre, di mediazione, per evitare che la storica intesa tra Stati Uniti e Gran Bretagna stringesse l’Urss nella tenaglia occidentale. Bisogna poi ricordare, in epoca più recente, l’intesa di Camp David nel 1978, con Jimmy Carter che pilota il negoziato di pace tra Egitto e Israele, e gli accordi di Dayton del 1995, con Bill Clinton mediatore nel conflitto dell’ex Jugoslavia.

In nessuno di questi esempi di trattativa abbiamo assistito a un’anteprima realizzata alla Casa Bianca in cui si sceneggia l’umiliazione di una delle due parti in causa, isolandola davanti al mondo, schiacciandola con le spalle al muro, degradandola preventivamente e denudandola politicamente per azzerare di fatto la sua potestà negoziale. In compenso abbiamo visto spesso un presidente degli Stati Uniti proporsi e venire accettato come mediatore e risolutore di conflitti: ma sempre in nome di valori universali, di cui l’America per il suo ruolo e la sua storia si faceva interprete, rappresentante e garante. Infine non abbiamo mai vissuto la fase preliminare di un negoziato con il mediatore che invece di cercare un equilibrio di base tra le situazioni di partenza dei due avversari nella trattativa, propone lo squilibrio di proposito, incaricandosi di emendare le responsabilità dell’aggressore, assolvendolo sul piano politico ed etico e portandolo al tavolo del confronto in una posizione artificiale di vantaggio.

Questo è quanto avviene oggi, e ci porta a dire che la figura radicalmente cambiata è proprio quella del garante conciliatore, il pacificatore universale: per la prima volta questo intermediario moderatore avvia il confronto tra le parti rigettando la tavola dei valori che dovrebbero regolare il negoziato e guidare l’ arbitrato. Tutta la fase di preparazione della trattativa, ogni gesto, qualsiasi dichiarazione ci dicono che non ci sono ormai valori di riferimento, l’universale è finito, la democrazia non è più la pietra angolare su cui poggia la nostra libertà: si procede creando la storia di volta in volta, senza debiti con il passato, senza lezioni dall’esperienza, senza vincoli pregressi. In questo senso il mediatore è libero, ma non perché si muove all’interno di un sistema di regole comunemente riconosciuto e accettato, che garantisce tutti, ma in quanto è pura espressione politica della forza trasformata in potere: la politica seguirà, adeguandosi.

Questa leadership concepita ed esercitata come rappresentazione della forza crea una nuova sovranità conseguente che non conosce limiti, non vuole controlli, non accetta bilanciamenti. È fuori dall’equilibrio costituzionale delle democrazie nel dopoguerra, perché fonda una nuova fase di supremazia autoritaria. È proprio questo squilibrio che si siede a capotavola nel negoziato: la figura fino a ieri sconosciuta del mediatore sovrano, dove la seconda parola divora la prima, perché non conosce imparzialità, proporzione, misura. Per giungere fin qui, naturalmente, è necessario deformare la storia, annullare quanto la politica ha costruito negli anni dell’ordine liberal-democratico, disconoscere gli impegni che faticosamente la regola democratica aveva dettato, e che le parti in causa si erano assunti. Fatto.

Tutto cancellato, e siamo all’elemento decisivo: il mediatore è in realtà il fondatore del nuovo ordine mondiale de-costituzionalizzato. Ha già deciso come si scriverà la pace, riconoscendo le pretese del più forte, costringendo il più debole ad accettarle, eliminando i terzi incomodi. Sta ancora mediando, ma su un altro tavolo, decisivo: tra il vecchio e il nuovo mondo, tra il nostro sistema di vita e la post-democrazia, tra l’Europa e gli Imperi, tra l’Occidente e l’autocrazia. Tra la sua libertà sovrana e la nostra, di cittadini.

Nell’immagine: Ucraina, infrastrutture distrutte


Riarmo europeo, a chi serve invocare l’emergenza che non c’è

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

Di Francesco Strazzari, il manifesto

Keep Russia out, America in and Germany down: ecco, nella sintesi del suo primo segretario, il britannico Ismay, la missione storica della Nato. Ora che Berlino ha impegnato sul prossimo decennio mille miliardi in difesa, infrastrutture ed energia sostenibile, siamo in una fase diversa.

Si può discutere del revisionismo di Mosca sui confini, delle provocazioni «ibride», di costi e implicazioni della dissuasione, ma è un fatto che i come e i quanto dell’offensiva di Trump & co. sollevano per l’Europa il serio problema del cosa fare. Qualcuno si ostina a sostenere che si tratti solo di tattica e che la sostanza non cambierà.

Ma sia chi ritiene che basti il libretto degli assegni, sia chi si oppone a più spesa sulla difesa in realtà fa i conti con il fattore tempo: quanto ci vorrà per essere autonomi? Se la posizione Usa non può più essere data per scontata, sono in ballo le capacità proprie. Lo stesso Trump afferma che le armi fornite agli alleati saranno versioni depotenziate, giacché non si sa mai che un domani gli siano girate contro.

DALL’OPPOSIZIONE, Merz aveva negato a Scholz il balzo sulla spesa che poi ha voluto fare egli stesso. Circolano insomma nuove formule di legittimazione politica che ci parlano di un’epoca nuova nella quale, per dirla con l’ambasciatore sudafricano negli Usa (subito espulso) gli slanci di Musk verso l’estrema destra globale e i dittatori di turno non sono che «il fischio per i cani». Un’epoca che aspira a sotterrare il modello politico, sociale ed economico dell’Europa che conosciamo.

I leader europei sono alla ricerca di compromessi per rinegoziare il proprio posto nell’ordine mondiale. Per decenni gli Stati uniti hanno soppresso qualsiasi idea di autonomia strategica europea. Attraverso la guida della Nato, hanno sempre agito come il principale fornitore di sicurezza in Europa. Per conseguenza, i progressi nello sviluppo di una capacità di difesa europea sono stati molto limitati. Non potrà più essere così: la scelta tedesca avrà ampie implicazioni per la disciplina di bilancio, mentre sulla difesa prevale l’opzione buy European, con disappunto dei partner extra-Ue, Regno unito in testa.

In realtà, per quanto il ministro Crosetto li abbia sminuiti, sviluppi più o meno recenti hanno posto sul tavolo la prospettiva di una difesa comune non certo da oggi. Il processo di integrazione prese le mosse proprio dal mercato comune dell’acciaio e del carbone (Ceca), nerbo dell’industria degli armamenti, proprio per sbarrare la strada a quei riarmi nazionali che, dirottati da forze politiche nazionaliste, hanno funestato la storia europea e mondiale.

A voler essere precisi, mentre l’articolo 5 della Nato lascia aperta la possibilità di valutare la necessità del ricorso alla forza in caso di attacco, l’articolo 42.7 del trattato Ue obbliga a essere solidali con tutti i mezzi a disposizione in caso di aggressione armata.

Il piano di «riarmo europeo» si snoda fra contraddizioni che dovrebbero indurre a una riflessione aperta. Il dibattito italiano, al contrario, è animato da posizioni apodittiche e strumentali. Si è discusso, magnificandone la portata, del voto dei partiti italiani a Strasburgo la scorsa settimana: un ballon d’essai privo di valore legislativo con cui la baronessa Von der Leyen ha fatto stancare i cavalli.

LA QUESTIONE difesa europea è senz’altro un tema emergente ma è difficile, a meno di cedere a narrazioni militariste, sostenere che oggi esista un’emergenza militare, l’impellenza di una specifica minaccia in atto. L’invocazione dell’emergenza consente il ricorso alla maggioranza qualificata, che neutralizza il veto ungherese, ma a scapito del controllo del Parlamento europeo.

Da più di un anno scriviamo qui di come diverse intelligence disegnino scenari in cui la Russia mette alla prova gli eserciti europei nei prossimi 4-5 anni. Al piano ReArm Europe è stato affiancato il titolo Readiness 2030: l’emergenza giustifica flessibilità al fine di «recuperare il ritardo». Iniziando con i sistemi di difesa aerea, il livello di preparazione militare europeo è ritenuto troppo basso per un’efficiente deterrenza.

Paesi come Francia, Regno unito, Germania e Italia stenterebbero a dispiegare una singola divisione da combattimento in meno di due o tre mesi. Insomma, l’Ue pare non riesca a trovare la strada se non nel governo dell’emergenza. Von der Leyen avrebbe potuto poggiarsi sui «poteri impliciti», previsti dal trattato Ue (art. 352): con l’approvazione del Parlamento e l’unanimità del Consiglio, la Ue può dotarsi di nuovi strumenti. Ma ecco la natura politica del problema: l’Ungheria di Orbán si scontra con la Ue da anni eppure ancor oggi, mentre proibisce i gay pride, non inciampa mai in sanzioni politicamente significative.

LA REGIA ora fa capo ai Popolari europei, soprattutto il triangolo Von der Leyen-Weber-Merz, che ormai gioca a tutto campo, mentre i «campioni nazionali» dell’industria della difesa (Leonardo, Dassault, Rheinmetall) puntano al salto di qualità. Oltre alla Germania, Polonia, baltici e scandinavi hanno da tempo avviato il riarmo e propugnano dottrine di difesa totale. Anche i Paesi bassi premono, sebbene la destra al governo stia alla larga dalla difesa europea.

Idem l’Italia, distante dall’Europa federale e in sintonia con Trump e Musk, magari in vista di sconti sui dazi. L’aiuto militare di Roma agli ucraini è andato eclissandosi, accompagnando l’affondamento del piano della Commissaria Ue Kallas, costretta a ripiegare sull’idea di aiuti volontari.

È possibile per gli europei muoversi a tutto tondo e ingaggiare Cina e Onu? Le difficoltà che stiamo vivendo, invece che spronare un serio confronto su quale modello di difesa ci serve in un nuovo ordine mondiale, sono invocate da chi irride, compiaciuto, l’irrilevanza europea. Le strategie di appeasement di Washington non toccano i problemi strutturali nazionali ed europei, e sono destinare a fallire miseramente.

Nell’immagine: la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen con il vice presidente Usa JD Vance


Turchia in rivolta, chi sono i ventenni che sfidano Erdogan: “In gioco c’è la libertà”

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Il ragazzo che legge Rousseau è seduto con le gambe incrociate davanti a una colonna di veicoli blindati dell’antiterrorismo, ricorda l’uomo solo di piazza Tienanmen. Ha un cappello di lana e la sciarpa che copre il viso ma non gli occhi, il Contratto sociale tra le mani, simbolo di una generazione che rivendica sovranità al popolo contro l’assolutismo del Re. È la notte del 21 marzo davanti alla Middle East Technical University (ODTÜ) di Ankara, la capitale turca, un campus prestigioso che forma élite e sforna ribelli. Da cinque giorni gli studenti sono in tumulto. Scene che in Turchia non si vedevano da anni: cortei fiume che avanzano in pace. Due mattine fa si sono lanciati compatti, a mani nude e corpo teso, contro il cordone di polizia: volevano aprire un varco per potersi unire agli altri studenti già in strada.

La foto del ragazzo di Ankara è già diventata icona, testimonianza di una generazione che ha conosciuto solo il potere di Erdogan, e ora guida le piazze. Sono ventenni pronti a sfidare i divieti e le cariche della polizia, gli arresti — più di 300 finora — e la censura online a cui dà una mano anche l’auto-proclamato profeta della libertà di espressione, Elon Musk: X ha assecondato le richieste del governo turco di sospendere decine di account di universitari che usano la piattaforma per invitare a manifestare. La legge del resto lo consente, e X non vuole rischiare di essere totalmente spento in Turchia.

Janset, 25 anni, non se ne preoccupa molto. «Preferiamo organizzarci incontrandoci di persona o con le chat», racconta, lei che alla piazza non è nuova. «Ho partecipato alle proteste del 2021 contro le nomine dei rettori decise dal governo. Amo il mio Paese e sono preoccupata per la mia libertà, la democrazia, non voglio un sistema giudiziario in cui tutti possano essere accusati di qualsiasi cosa e trascorrere anni della loro vita in carcere». Pochi nei cortei credono all’indagine che ha travolto il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, promesso candidato dell’opposizione alle prossime presidenziali. Non credono alle accuse, all’indipendenza dei procuratori, non leggono i giornali che considerano controllati dal governo. L’arresto per tutti è stato il segnale d’allarme rosso. «Per la prima volta da decenni l’opposizione viene perseguitata apertamente al punto che il sistema elettorale è compromesso. È nostro dovere opporci a ciò che sta accadendo ed è nostro diritto costituzionale protestare».

In un caffè affollato davanti all’università di Istanbul, Zeynep sembra molto indaffarata, parla fitto con altri studenti di come raggiungere il palazzo del Comune. Ha 25 anni, studia teatro. «Ho trascorso tutta la mia vita sotto il regime di Erdogan, un uomo solo al comando, voglio un cambiamento, voglio la libertà e la democrazia». Sono i fratelli minori dei manifestanti di Gezi Park, la grande rivolta del 2013 che fu soffocata con la repressione. «Gezi è stato il momento più prezioso della mia infanzia, un’eredità di resistenza e rivoluzione. Ora stiamo marciando sulle spalle di coloro che l’hanno costruita».

Ma questa volta c’è qualcosa di più, di diverso. Un’economia che naviga in acque tempestose, con il 16% di disoccupazione giovanile e un senso di sfiducia tra i più giovani, convinti di avere poche prospettive per il futuro. E la convinzione che in gioco ci sia l’esistenza stessa del più antico partito della storia repubblicana, il Chp. «Anche gli altri partiti di opposizione si sono uniti alle manifestazioni perché hanno capito che la posta in gioco è alta e coinvolge anche loro». Ecco perché nelle piazze i giovani intonano cori che tornano a Bertold Brecht: «Nessuno o tutti — o tutto o niente. Non ci si salva da soli». E non si retrocede, nonostante l’enorme dispiegamento di forze di sicurezza. «La situazione è rischiosa, la polizia fa paura certo — risponde Janset — ma mi sentirei in colpa se affidassi i miei diritti e il mio futuro al coraggio degli altri».


Il sottobosco (virtuale) della incel culture


Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

Il caso italiano di Andrea Prospero, a detta di chi lo conosceva, conteneva degli elementi sospetti sin dal primo giorno. Al netto delle dichiarazioni dei famigliari, che mai vorrebbero dovere credere al suicidio di un proprio caro, nella stanza Airbnb presa misteriosamente in affitto dal giovane Prospero (regolarmente iscritto alla facoltà di informatica dell’università di Perugia e residente in uno studentato) sono state rinvenute decine di carte SIM e alcune carte di credito. E dunque, se da una parte il suicidio constatato il 29 gennaio risulta confermato, dall’altra si sono aperti nuovi, inattesi (ma anche inquietanti) scenari.

La procura di Perugia, infatti, grazie a un lavoro certosino, ma soprattutto sottotraccia (e dunque al riparo dalla famelicità dei media) è riuscita pochi giorni fa a risalire a un giovane romano ora accusato di istigazione al suicidio, e a un altrettanto giovane napoletano (si parla in generale di diciottenni), finito ai domiciliari per avere rifornito Prospero dei medicamenti necessari al suicidio.

Le modalità del caso Prospero, per quanto purtroppo il suicidio giovanile rappresenti una preoccupazione sempre più radicata, offrono delle chiavi di lettura, o piuttosto degli squarci, in quello che è ormai diventato un mondo parallelo. Virtuale, senza dubbio, e perciò nascosto ai più (soprattutto genitori e parenti), ma con delle conseguenze che tutti possono vedere nel mondo reale. In questo caso specifico, il suicidio di Andrea, in altri, risse tra giovanissimi e vendette trasversali. 

A chiunque si trovi in odore di boomer (ossia i nati negli anni 60), ma anche a chi in qualche modo «sa di vecchio» si raccomanda in questi giorni da più fronti – anche molto autorevoli – la visione su Netflix di Adolescence, dichiarata serie dell’anno, definita dal Guardian «la cosa più vicina alla perfezione televisiva», incensata non solo per le straordinarie acrobazie tecniche (ognuno dei quattro episodi è un unico piano-sequenza), ma anche per il tema presentato. La miniserie britannica realizzata da Jack Thorne e Stephen Graham, infatti, prendendo spunto da un vero fatto di cronaca, racconta il caso di Jamie, finito in carcere a 13 anni per avere ucciso una coetanea.

Ciò che affiora in superficie – senza però purtroppo mai emergere davvero – è quella dimensione virtuale di cui sopra, in cui ormai la maggior parte di ragazzine e ragazzini passa gran parte del proprio tempo, e che risponde a dinamiche e leggi molto diverse rispetto a quelle del mondo reale, quello, appunto, popolato dai «boomers» e dagli adulti in generale. 

Il giovane Jamie, infatti, ha sì abbattuto la compagna di scuola con sette coltellate (fatto di cui non capisce la gravità, non riuscendo a metabolizzare come molti suoi coetanei l’inesorabilità della morte, in un mondo fatto di reel ripetibili all’infinito), ma ciò che emerge è che il suo gesto scriteriato è stato il risultato in fondo naturale di una campagna di mobbing al suo indirizzo, avvenuta soprattutto a livello virtuale, e quindi invisibile agli adulti. Come spiega il giovane Adam al proprio padre, l’ispettore Bascombe che si occupa del caso, nel mondo virtuale anche una semplice emoji a forma di cuore può significare il contrario di quello che sembra, in una codificazione di cui non esiste una forma scritta, ma che tutti i giovani conoscono perfettamente. 

Jamie, dalla compagna che uccide era stato accusato online di essere un incel (involuntary celibate), un fenomeno di cui ancora si parla poco alle nostre latitudini, ma che da alcuni anni fa già parte dei vocabolari della contemporaneità in molti luoghi del mondo, e che si riferisce a quella che viene definita una «subcultura online» costituita da uomini che si autodefiniscono «celibi involontari» e trovano una ragione del fatto di essere single nel loro non essere attraenti. O meglio, nel non essere giudicati attraenti da quell’80% di rappresentanti del sesso femminile che optano per il 20% degli uomini presenti sul mercato, lasciando – ingiustamente, a detta loro – a secco tutti gli altri.

Questa sottocultura in qualche modo ripercorre le orme del famigerato ex kickboxer Andrew Tate, reinventatosi influencer (oggi è bannato dalle maggiori piattaforme), fra i capostipiti della vittimizzazione secondaria e campione di misoginia, sessismo e razzismo. Andrew Tate, il cui stile di vita da molti viene osannato e ricalcato, è assurto agli onori della cronaca per le sue dichiarazioni misogine (a suo avviso in caso di stupro le donne porterebbero delle responsabilità) e per le pesanti denunce di stupro e tratta di esseri umani che l’hanno portato a rifugiarsi per anni in Romania, e forse ora ad avercela fatta a fuggire negli USA con il fratello Tristan, uomo guardaunpo’ della sua stessa pasta.

Nulla è dunque come sembra, sembrerebbe volerci dire Adolescence e confermare il caso di Prospero.
Peccato, però (a nostro avviso), che oltre alle prodezze tecniche, al realismo di questa miniserie, alla recitazione straordinaria di Stephen Graham, a quella osannata ma un po’ più legnosa del giovanissimo Owen Cooper, alla fine resti poco. In altre parole, tutti quei filoni che punteggiano la serie qua e là promettendo delle spiegazioni, lasciando intendere che la spettatrice e lo spettatore alla fine avranno gli strumenti per capire, da qualche parte si sfilacciano, seminando molti più dubbi di quelli che vorrebbero dissipare.

Un’occasione mancata per una comprensione assolutamente necessaria, in un mondo come quello virtuale, sempre più vorticoso e mai simile a sé stesso, un mare magnum che si carica vieppiù di possibilità, ma anche di ombre e di incognite. Quelle stesse ombre e incognite che caratterizzano la morte del giovane Andrea Prospero, non un incel, ma comunque una persona che nel mondo «di là» non ha saputo difendersi, e in quello «di qua» non ha saputo raccontarlo.  

 


Una ricetta per curarsi delle persone e di diritti. E non del profitto

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

 

Siamo nell’anno 2035. La Svizzera ha il miglior sistema di cure al mondo, nelle case anziani il lavoro del personale medico-sociale è organizzato a partire dai bisogni dei residenti, che hanno accesso a cure di qualità (indipendentemente dal loro luogo di residenza, dalla loro età e dalla loro situazione finanziaria), vivono in alloggi confortevoli e sono ben integrati nella società alla quale danno un contributo utile e riconosciuto. I curanti sono in numero sufficiente, svolgono con piacere il loro lavoro e sono supportati da specialisti nella gestione dei casi più complessi. Inoltre le condizioni d’impiego sono ottime: i salari sono attrattivi e la maggior parte del personale lavora a tempo pieno e con un contratto fisso; la durata massima della settimana lavorativa è di 32 ore, ma sono in corso trattative per portarla a 25. E poi tutto il personale del settore gode di riconoscimento e considerazione sociale, è in contatto permanente con il sindacato, interloquisce con le autorità e ha voce in capitolo nella definizione delle politiche in materia di cure. Politiche orientate alle persone e non al profitto.

Il lettore potrebbe dubitare della lucidità di chi scrive, visto che non siamo nel 2035 e che quella descritta è una realtà ben diversa da quella che conosciamo. Una realtà profondamente diversa, ma anche un obiettivo realistico e a cui la nostra società deve puntare. Ne sono convinti gli autori di un prezioso documento presentato ieri a Berna dal sindacato Unia: un manifesto (“Manifesto del Care”) “per delle cure e un’assistenza di qualità”, con cui il sindacato vuole contribuire al dibattito sul futuro delle cure di lunga durata in Svizzera, cioè sulla sorte di un numero sempre maggiore di persone anziane che necessitano di cure e di assistenza, in un istituto o a domicilio.

Un dibattito “urgente e che tocca il cuore della coesione e della giustizia sociale”, si legge nel documento, elaborato nel contesto di un processo partecipativo, coordinato da Nicolas Pons-Vignon (professore in trasformazioni del lavoro e innovazione sociale presso la SUPSI), che ha visto coinvolta una ventina di operatrici e operatori del settore delle cure di lunga durata provenienti da tutte le regioni del paese. Ciò con l’obiettivo di presentare la prospettiva di chi i problemi li vive al fronte, cioè il personale medico-sociale che si prende cura della salute e del benessere degli anziani. Lavoratrici e lavoratori che si occupano “del corpo ma anche della persona”, scrivono nello studio per sottolineare come la dimensione relazionale e quella medica siano “ugualmente fondamentali”. Un concetto centrale e che si ritrova disseminato in vari punti del Manifesto, che propone una radiografia della situazione, ma anche una visione e una strategia per delle cure di qualità.

Trasformare l’allungamento della vita in un progresso per la società

Prima di addentrarsi in una diagnosi, le autrici e gli autori spiegano le ragioni della loro “rabbia”: “Malgrado la presa di coscienza collettiva dei problemi strutturali nel settore delle cure durante la pandemia e nonostante l’accettazione popolare nel 2021 dell’Iniziativa per cure infermieristiche forti, siamo sempre confrontati con gli stessi problemi”; “Ogni giorno spendiamo le nostre competenze e le nostre energie per fornire un servizio essenziale alla società, ma per questi sforzi non ci viene testimoniata alcuna gratitudine”; “ci arrabbiamo per non poterci occupare correttamente delle persone di cui ci prendiamo cura”. Al tempo stesso il personale al fronte afferma la volontà di far sentire “forte e chiara” la propria voce e di voler partecipare attivamente alla risoluzione della crisi delle cure proponendo “soluzioni concrete per trasformare il bello dell’allungamento della durata della vita in un autentico progresso per la società nel suo insieme”.

La situazione è grave: “Ci si sta schiantando contro uno muro”, mettono in guardia. A causa della standardizzazione del lavoro, “inefficace e pericolosa”, delle logiche privatistiche e di profitto, di un sistema che “organizza e misura le cure soprattutto come un intervento medico e terapeutico, sottovalutando le loro complesse dimensioni sociali”. Ma anche per la penuria di personale dovuta all’assenteismo e agli abbandoni della professione e per la conseguente mancanza di tempo per prodigare le cure richieste: “Una crisi che ha origine nel modo in cui le cure sono organizzate e finanziate”, analizza il documento.

Più stato, più socialità, meno privato

Deve quindi cambiare l’organizzazione delle cure di lunga durata, “non solo per rispondere alla domanda crescente, ma anche perché sia riconosciuta la dimensione sociale delle cure, che è fondamentale per la qualità di vita e la dignità”. La crisi necessita in particolare di una “soluzione politica”, che porti lo Stato, “più che il settore privato a scopo lucrativo”, ad avere un “ruolo centrale nel fornire cure di lunga durata di qualità”. Prestazioni fondamentali che “discendono dal servizio pubblico” che Confederazione, Cantoni e Comuni devono garantire alla collettività, si spiega nel manifesto.

Per il personale curante che oggi si trova spesso solo a gestire i problemi delle persone che vivono l’ultima tappa della loro vita, le cure “devono essere considerate una responsabilità collettiva” e il “lavoro va ripartito equamente nella popolazione, anche in seno alle famiglie”, si legge nel capitolo in cui viene presentata la “Visione 2035” cui abbiamo accennato in entrata: 35 principi cardine in cui si indicano i valori fondamentali su cui devono poggiare le cure (la centralità del paziente, la solidarietà, il riconoscimento sociale del personale), i principi da osservare per un’organizzazione del lavoro efficiente (autonomia, pianificazione e dispensazione delle cure non standardizzata ma in funzione dei bisogni dei pazienti) e partecipativa, ma anche per la garanzia di condizioni di lavoro dignitose che rendano la professione nuovamente attrattiva.

Mobilitazione, alleanze, autonomia e condizioni di lavoro dignitose

“Questo manifesto riflette il nostro punto di vista, ma la nostra ambizione è quella di dialogare e creare alleanze con tutte le persone e le organizzazioni attive nei vari settori dell’assistenza”, scrivono gli autori dello studio indicando anche una strategia da seguire “per far sì che questa visione diventi realtà”. Una strategia da organizzare attorno a quattro assi. A partire da quello della mobilitazione: “Abbiamo bisogno dei sindacati, delle associazioni professionali, delle organizzazioni che rappresentano i vari ambiti della sanità, della società civile, degli anziani e dei giovani. … Si tratta di creare una voce collettiva attraverso degli spazi di discussione certi e inclusivi in cui tutte le voci, comprese quelle più silenziose, siano ascoltate”. C’è poi l’imperativo bisogno di tessere alleanze tra organizzazioni sindacali per accrescere il potere contrattuale ma anche nella società con organizzazioni che si interessano di cure. Obiettivo: ottenere posto attorno al tavolo dove si prendono decisioni. Terzo elemento: sperimentare dei modelli in cui è valorizzata l’autonomia delle salariate e dei salariati dal punto di vista organizzativo e in cui l’approccio finanziario è orientato ai bisogni e non ai “risultati” delle prestazioni, “misurate con indicatori quantitativi rigidi”. E di qui la necessità di “invertire la tendenza alla privatizzazione e alla mercificazione delle cure”. Il quarto asse su cui si dovrebbe lavorare è quello che deve portare a un miglioramento delle condizioni di lavoro, in particolare attraverso una riduzione del tempo di lavoro e la lotta alla precarietà.

Nelle prossime settimane Unia inviterà al dialogo diverse organizzazioni allo scopo di arricchire ulteriormente le proposte del Manifesto del Care e sviluppare un processo collettivo che sia all’altezza delle sfide del settore. Il documento verrà inoltre distribuito nelle case di cura e sarà al centro di conferenze pubbliche e incontri, così da creare un movimento popolare e un ampio dibattito nella società.

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Una risposta non ideologica

Convalidato l’arresto del sindaco di Istanbul. Il Paese reagisce: nominato capo dell’opposizione con numeri senza precedenti 

Ma guarda che bel ritrattino mi ha fatto la deputata PLR Simona Genini in risposta a un mio articolo su Naufraghi/e. Apre con un avvertimento: il portale «naufraghi.ch», che ha ospitato il [mio] intervento, non è proprio – per usare un eufemismo – un’offerta editoriale di area liberale. Bene, ora è tutto chiaro. A parte qualche dettaglio.

Io il ’68 non l’ho vissuto, in quel marzo non ero nell’aula 20 della Magistrale. Ero troppo piccolo, frequentavo il ginnasio e avevo da poco compiuto 15 anni. Peccato. In quel 1968 locarnese non sapevo nulla di politica, e nemmeno mi interessava. Avevo compagni di classe che già si erano tuffati, entusiasti e seri, nel Vietnam e nel Mato Grosso. Io no. Non ricordo eventi che mi abbiano spinto a interessarmi di politica, fosse locale o addirittura internazionale. La mia, diciamo così, formazione politica arrivò più tardi, proprio alla Scuola magistrale, quando iniziai a incontrare, attraverso la storia delle idee pedagogiche, dapprima Aristotele, poi John Locke e Jean-Jacques Rousseau, John Stuart Mill, John Dewey, Jerome Bruner, Ralf Dahrendorf. Confesso, incontrai anche qualche comunista, come Célestin Freinet o Don Lorenzo Milani, per giungere a Piero Gobetti, quello di Energie Nove, Il Baretti e Rivoluzione liberale, morto esule a Parigi a soli 25 anni, dove si era rifugiato a causa della crescente repressione del regime fascista: «Parto per Parigi dove farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è interdetto. A Parigi non intendo fare del libellismo o della polemica spicciola; vorrei fare un’opera di cultura, nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna».

Cosa posso farci? Quella è stata la mia educazione politica, in seguito arricchita seguendo qualche stimolo e il caso, nata ben prima che inaugurassi la mia brevissima “carriera” politica. Negli anni ’70 ho militato nei giovani PLR e nell’ambito dell’associazione dei maestri liberali radicali La Scuola: sono stato nel comitato e, soprattutto, ho lavorato sodo per pubblicare, fino a che fu possibile, il suo mensile. Certamente, almeno in quegli ultimi anni di uscite regolari, la rivista non emigrò verso quel liberalismo ticinese che oggi conosciamo fin troppo bene, quello sempre più vicino all’UDC – e lo conoscono anche gli elettori, basta vedere le flessioni elettorali da quegli anni a oggi. Quella è stata per me una vera scuola di politica. Va da sé che dagli anni ’70 a oggi il mondo è cambiato, ma gli insegnamenti di allora sono stati un faro importante, anche quando decisi di allontanarmi da quel partito, sempre più cadreghista e galoppino: ideologico, come direbbe la mia garbatamente piccata interlocutrice.

La signora Genini si lamenta perché, dice, ogni volta che si tocca il tema della gestione responsabile delle finanze personali emergono letture ideologiche che poco hanno a che vedere con la sostanza della proposta. Poi il rimprovero: Non è indottrinamento, non è propaganda. Mi dispiace che il signor Tomasina (sic) veda in questa proposta un tentativo di “forgiare menti conformi alla logica del profitto”.

Spiace anche a me, soprattutto perché non ho scritto né pensato una sciocchezza del genere. Che i liberali (radicali) di questo cantone usino da un po’ di tempo il sostantivo ideologia come una specie di insulto, da rivolgere principalmente a tutto ciò che è alla loro sinistra, è ormai diventata un’abitudine. Eppure anche la scuola – quella pubblica, obbligatoria e gratuita – si fonda su un’idea, non una qualunque. Quando i liberali radicali si impegnarono, coi socialisti, per l’istituzione della scuola media e per innumerevoli altre leggi che rappresentarono un nuovo paradigma istituzionale – una scuola partecipativa invece che verticistica, promozionale invece che selettiva – abbracciarono una scelta ideologica.

Commentando un’interessante riflessione di Philippe Perrenoud, sociologo ginevrino (Quand l’école prétend préparer à la vie, 2011), che si chiedeva, provocatoriamente, se fosse utile alla vita futura imparare il teorema di Pitagora, avevo scritto che eliminarlo dai programmi della scuola dell’obbligo avrebbe comportato la cancellazione di molti altri contenuti, forse intere discipline: dalla letteratura alla poesia, dall’algebra alla musica, dalla biologia alla storia. È tutto un fiorire di conoscenze di cui, volendo, si può fare a meno. In realtà, il problema non risiede nel teorema di Pitagora, né negli eucarioti o nella Svizzera dei 13 cantoni, e men che meno in Petrarca, Manzoni, Bach o Michelangelo. Sul piano dell’arricchimento culturale, dello sviluppo della speculazione intellettuale e dello spirito critico servono ben altre conoscenze, che superano le competenze “pratiche” per preparare alla vita. Ma è palese che se tali conoscenze diventano le armi improprie della selezione scolastica, allora la scuola dell’obbligo viene meno al suo mandato.

Lo stesso Perrenoud sollevava poi un altro dilemma legato ad alcune discipline ugualmente “utili” e importanti per la formazione dei futuri cittadini, discipline che, tuttavia, non fanno parte, se non sporadicamente e di straforo, dei programmi della scuola dell’obbligo: psicologia e psicanalisi, sociologia, scienze politiche ed economiche, diritto, criminologia, architettura e urbanistica, tanto per citarne qualcuna. Ed è qui che arriviamo a proposte come quella della deputata PLR: educare la gioventù alla gestione responsabile delle finanze personali. Proposta legittima, salvo che ve ne sarebbero decine e decine d’altre. Ma la griglia oraria non può essere gonfiata oltre il troppo che già c’è. Quindi, che si fa?

Una proposta l’avrei: introdurre la filosofia sin dalla scuola dell’infanzia.

Nell’immagine: ci osservano severi