Democrazia in coma davanti al cambio di regime

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

I primi due mesi di Trump finiscono con la Borsa in calo, i timori di recessione, decine e decine di azioni giudiziarie in corso, molte migliaia di migranti deportati e di impiegati federali licenziati. «Caos» è la parola più usata per descrivere la situazione interna. Quella esterna è più chiara: ribaltamento delle alleanze in Ucraina e aumento del sostegno a Israele nella sua azione genocida in Palestina.

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: anche nell’ipotesi che i democratici si risveglino dal coma profondo in cui sono precipitati dopo le elezioni sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé.

PARTIAMO dall’inizio: già 48 ore dopo il giuramento, il 20 gennaio, giovani hacker inviati da Elon Musk penetravano in vari dipartimenti federali, prendendo il controllo dei sistemi informatici, cancellando siti web, inviando mail di minaccia o di licenziamento ai funzionari a nome del cosiddetto Department of Government Efficiency, il Doge che è diventata la sigla più temuta nella capitale.

La guerra lampo contro il governo federale, giustificata con la necessità di combattere sprechi e abusi, era in realtà stata preparata da tempo da personaggi come Russell Vought, direttore dell’importante Office of Management and Budget durante il primo mandato di Trump. Dopo aver vinto le elezioni la priorità, secondo Vought, era tagliare i fondi alle agenzie federali indipendenti e demonizzare i funzionari pubblici di carriera, tra cui scienziati ed esperti. Il tentativo è rendere più facile il licenziamento di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici che finora godevano delle tutele del pubblico impiego e sostituirli con fedelissimi o semplicemente chiudere i dipartimenti e le agenzie che intralciano il buon andamento degli affari.

Un articolo di ProPublica di qualche mese fa aveva rivelato ciò che Vought intendeva fare: «Vogliamo che i burocrati siano traumatizzati. Quando si svegliano la mattina, vogliamo che non abbiano voglia di andare al lavoro perché sono visti come cattivi soggetti. Vogliamo che i loro finanziamenti vengano tagliati in modo che l’Environmental Protection Agency (l’agenzia per la protezione dell’ambiente) non possa emanare tutte le regolamentazioni contro la nostra industria energetica perché non hanno i fondi per farlo. Vogliamo provocargli un trauma».

Da un certo punto di vista il piano ha funzionato a meraviglia: migliaia di impiegati federali hanno accettato l’offerta di un bonus di sette mesi di stipendio e si sono dimessi. Altri sono stati licenziati, in particolare i neoassunti o quelli dei dipartimenti che Trump vuole chiudere, come quello dell’istruzione. Molti però hanno reagito e pochi giorni fa un giudice federale ha ordinato all’amministrazione di riassumere tutti i dipendenti licenziati senza motivo: solo uno dei molti test della volontà di Trump di rispettare o meno le decisioni della magistratura.

Fin dalla sua prima campagna elettorale, il palazzinaro di New York aveva inveito contro il Deep State, l’apparato statale che, a suo dire, esercitava il vero potere a Washington. Vought, ideologo del cristianesimo nazionalista particolarmente paranoico, ripeteva l’anno scorso: «La dura realtà in America è che siamo nelle ultime fasi di una completa conquista marxista del paese, una situazione in cui i nostri avversari detengono le armi dell’apparato governativo e le hanno puntate contro di noi». Per questo l’arrivo di Trump era chiaramente un «segno della volontà divina».

CON L’AIUTO di Elon Musk l’offensiva a tutto campo continua, frenata fin qui solo dai giudici federali ma naturalmente sulle questioni di fondo Trump può contare sui suoi alleati alla Corte suprema. Questa settimana è arrivato un messaggio del presidente della Corte John Roberts che rimbrottava il presidente per aver chiesto l’impeachment di un giudice a lui ostile ma, in assenza di una mobilitazione della società e di un risveglio dell’opposizione in Congresso, la magistratura è una ben fragile diga contro il progetto autoritario.

Sul piano internazionale le cose sono più chiare: Trump intende riallacciare un rapporto privilegiato con Putin, sia per mettere fine vantaggiosamente alla guerra in Ucraina sia per staccare la Russia dalla Cina, che rimane l’avversario principale.

Questo rovesciamento di alleanze è stato uno choc per molti governi europei ma era in realtà prevedibile: già nel 2018 Trump definì l’Unione europea «un nemico» e in questi due mesi ha ribadito che è nata «per truffarci». Invettive che probabilmente si tradurranno in un inutile riarmo dei singoli paesi europei che ingrasserà i profitti dell’industria Usa degli armamenti.

Nell’immagine: un poster di Donald Trump sul Patriot bus alla Cpac


La Russia è ormai un’economia di guerra, ecco perché Putin non firmerà mai la pace

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé 

Di Bill Emmott, La Stampa

Ci sono pochi dubbi sul fatto che nel 2014 Vladimir Putin si è sentito insultato quando l’allora presidente americano Barack Obama descrisse la Russia semplicemente come «una potenza regionale che sta minacciando alcuni Stati contigui, a causa non della sua forza ma della sua debolezza».

Eppure, a undici anni di distanza, e a tre dalla tentata invasione a tutto campo dell’Ucraina da parte di Putin, oggi il commento di Obama è quanto mai vero. Il problema è che sia Putin sia il presidente Donald Trump stanno agendo come se la Russia fosse forte, invece che debole.

Nondimeno, tutte queste perdite e tutto quel denaro hanno lasciato alla Russia il controllo di appena il 20 per cento del territorio ucraino, e negli ultimi tre mesi non si sono registrati progressi dentro l’Ucraina.

L’unico successo russo recente è stato quello di respingere i soldati ucraini dalla regione di Kursk nei pressi del confine, invasa dall’Ucraina lo scorso agosto, e in gran parte ciò è accaduto soltanto quando Trump ha privato l’Ucraina del supporto dell’intelligence statunitense. I soldati ucraini non sono stati ancora cacciati del tutto da Kursk.

L’economia russa si è dimostrata in grado di sostenere il prolungato fallimento della guerra di Putin, ma questo non significa che il Paese sia forte. Le vendite di petrolio, gas e altri beni a Cina, India e altri clienti hanno mantenuto l’economia a galla, ma le banche russe sono state costrette a concedere prestiti sovvenzionati per la Difesa, l’edilizia e l’agricoltura.

Questa situazione, però, non fa altro che preparare il terreno per altri guai in futuro. Per tenere sotto controllo l’inflazione, la Banca centrale russa ha alzato i tassi di interesse al 21 per cento, evidenziando che senza i prestiti sovvenzionati l’intera economia arriverebbe a paralizzarsi e molti beneficiari dei prestiti andrebbero in bancarotta.

La verità è che la guerra è stata voluta da un leader autoritario che ha usato le uniche armi a sua disposizione: il potere militare e la retorica nazionalista. Adesso, nel 2025, la verità sta emergendo: malgrado il suo fallimento, Putin potrebbe non voler porre fine ai combattimenti perché, se la spesa per lo sforzo bellico si fermasse, o anche solo rallentasse, l’economia russa sarebbe in guai seri.

Undici anni fa, Obama ha avuto ragione nel suo giudizio, ma torto nella sua reazione: se insieme agli alleati europei avesse risposto con fermezza e forza all’aggressione di Putin, la Russia avrebbe potuto essere respinta. Si preferì optare, invece, per sanzioni insignificanti e clementi, si continuò ad acquistare gas russo e a investire in nuovi oleodotti, e tutto questo ha finito con l’incoraggiare Putin a proseguire la sua strada fatta di intimidazioni culminate poi nella sua catastrofica invasione.

Questo singolare equilibrio tra la forza personale di Putin e la debolezza nazionale della Russia è proprio quello che sia Trump sia i leader europei farebbero bene a tenere a mente. Finora Trump sembra ripetere gli errori di Obama e della cancelliera Angela Merkel nel 2014: nei suoi colloqui del 18 marzo faccia a faccia con Putin e negli incontri tra i suoi uomini che si occupano di politica estera e i funzionari russi in Arabia Saudita e a Mosca, Trump ha cercato di spronare Putin ad accettare un cessate-il-fuoco, invece di costringerlo a farlo.

Ecco a cosa si riducono tutte le chiacchiere di Trump sugli «smisurati affari economici»: sta suggerendo – su probabile incoraggiamento dello stesso Putin – che, qualora si raggiungesse la pace, ne deriverebbero vantaggi economici di ogni tipo sia per l’America sia per la Russia.

Si ripete da capo la storia dei gasdotti Nord Stream sotto il Mar Baltico, insomma: l’illusione che l’orso russo possa essere addomesticato soltanto se gli si offre cibo in abbondanza.

Eppure, né Putin in persona né i funzionari dell’ex-Kgb a lui vicini hanno bisogno di altro cibo: sono già straricchi al di là di ogni più sfrenato desiderio. Finché la presa sul potere di Putin resterà forte, hanno ben poco di cui preoccuparsi per l’economia russa. Nella misura in cui se ne preoccupano, hanno un unico interesse: far andare avanti la guerra, perché è in quella direzione che in buona parte si sono già orientate economia e occupazione.

Putin non si lascerà sedurre a fare la pace. Non ha bisogno di soccombere alla seduzione degli «affari», né ha bisogno di interessarsi ai discorsi che già si sentono ripetere tra le imprese tedesche, italiane e di altri Paesi europei circa la ripresa degli acquisti di gas russo una volta che si sarà raggiunta la pace. Il tentativo di seduzione di Trump e i discorsi degli europei sugli acquisti di gas lo convinceranno soltanto che i suoi avversari occidentali sono deboli e corrotti, come ha sempre detto.

Purtroppo, una pace sostenibile potrà essere raggiunta verosimilmente soltanto con le pressioni, invece che con la seduzione. Aspettiamo di vedere che Trump e i suoi consiglieri lo capiscano e di capire se saranno disposti a esercitare davvero pressioni su Putin riprendendo l’invio di aiuti militari all’Ucraina e dando corso alle «massicce sanzioni» alla Russia che Trump ha minacciato senza però dare segno alcuno di volerle definire con precisione e tantomeno concretizzare.

Nel frattempo, tutto questo conferma il tema di fondo della nostra epoca: l’onere vero ricade sull’Europa. Per esercitare pressioni su un Putin forte e una Russia debole, dobbiamo adattare il vecchio modo di dire e «mettere i nostri soldi e l’esercito dove diciamo», facendo quindi qualcosa di più che limitarci a parlare del problema.

Giustamente, Gran Bretagna, Francia, Polonia e altri Paesi stanno facendo programmi a lungo termine, per proteggere l’Europa senza l’aiuto degli americani nei prossimi decenni. Anche la Commissione europea sta facendo programmi a lungo termine, per consentire ai Paesi membri di prendere in prestito più capitali da investire nella Difesa.

La resistenza alla seduzione di Putin, però, indica che le sfide più grandi sono quelle sul breve periodo: rafforzare oggi la resistenza dell’Ucraina e dimostrare domani la capacità dell’Europa di mettere a disposizione uomini e mezzi per garantire la sicurezza.

Quando il Cancelliere Friedrich Merz sarà in carica a tutti gli effetti, potrebbe dare un primo importante contributo autorizzando il trasferimento all’Ucraina di missili tedeschi Taurus a lunga gittata, rifiutato dal suo predecessore. In seguito, il triumvirato composto da Germania, Francia e Gran Bretagna dovrebbe svelare piani concreti e plausibili per inviare truppe e forze aeree in Ucraina, dimostrando di poter essere sul terreno subito dopo la firma di un cessate-il-fuoco. Soltanto dando una dimostrazione di forza immediata si potrà addomesticare sul serio l’orso russo.


Israele, il giudice Barak: “Ormai siamo sull’orlo della guerra civile”

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Israele è in crisi. Siamo già impegnati in sette fronti di guerra, Gaza, Libano, Iran, eccetera. Ora rischiamo l’ottava guerra, la più cruciale. La guerra civile». A parlare è Aharon Barak, 88 anni, il decano dei giuristi israeliani, che nella sua lunga carriera è stato sia procuratore generale sia presidente della Corte suprema (1995-2006). Conosce personalmente Netanyahu, di cui, si intuisce, non è un grande estimatore.

Addirittura una guerra civile?

«Il Paese è spaccato su molti temi, pro o contro Netanyahu, pro o contro la ripresa dei combattimenti a Gaza, pro o contro il licenziamento del capo dello Shin Bet… a migliaia protestano in strada e la polizia è violenta, anche quando i manifestanti sono passivi vediamo aggressioni. Una volante l’altro giorno ha ferito una persona, un parlamentare è stato ferito. Prima o poi qualcuno sparerà».

Cosa glielo fa pensare?

«Le proteste continueranno e diventeranno più dure. Più avanti cominceranno anche le contro-manifestazioni dei sostenitori di Netanyahu, e non avranno pietà. Circolano tante armi, ogni soldato ha il suo fucile a casa. Ci saranno sparatorie e questa si chiama guerra civile».

La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ritiene che il licenziamento di Ronen Bar sia illegittimo.

«Ha ragione. In base alla nostra legge amministrativa è illegale. Certamente il premier ha il potere di rimuovere il capo dei servizi segreti, ma entro una cornice di motivazioni definite per statuto. Non può licenziarlo solo perché non gli piace. La direzione di un’agenzia di intelligence non è incarico fiduciario. Detta altrimenti, il direttore dello Shin Bet deve essere fedele allo Stato di Israele, non a Netanyahu».

Come finirà?

«Che il governo proverà a licenziare anche la procuratrice. Ottima persona e ottima professionista, la conosco bene. È andata in conflitto con il premier perché il governo intende eseguire atti illegali. La decisione sulla sua rimozione è già in calendario».

La Corte suprema ha bloccato temporaneamente il licenziamento di Ronen Bar in attesa di emettere un giudizio. Se lei fosse ancora presidente, cosa farebbe?

«Rigetterei sia il licenziamento di Bar, sia quello della procuratrice generale. Entrambi atti illegittimi».

C’è mai stato uno scontro così tra il governo e il potere giudiziario?

«In Israele mai».

Come definirebbe lo stato della giustizia nel suo Paese?

«Per molti anni la Corte suprema ha goduto di un sostegno popolare ampio, secondo solo a quello dell’esercito. Poi sono cominciate le critiche e un ministro della Giustizia è arrivato a dire che è politicizzata».

Lo è?

«No. Il sistema di selezione dei giudici che la compongono è garanzia di imparzialità. Comunque, ancora oggi ha un consenso superiore a quello della classe politica».

E Netanyahu?

«Se si tenessero le elezioni ora, stando ai sondaggi le perderebbe. Vincerebbe la coalizione di opposizione».

Cosa pensa del mandato di arresto emesso dalla Corte dell’Aia?

«Mette Israele in una situazione pessima davanti all’opinione pubblica. Se Netanyahu nominasse la commissione di inchiesta sul 7 ottobre, la Corte penale internazionale, che è un sistema giuridico complementare a quello statale, potrebbe ritirare il mandato».

Ma?

«Ma Netanyahu non vuole nominare la commissione, fugge da essa. Perché teme che gli si ritorca contro».

Nell’immagine: il giudice Aharon Barak


Sergio Rossi – La BNS abbassa ancora il tasso di interesse

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Il Consiglio degli Stati vuole continuare a sostenere l’UNRWA

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Fino a martedì scorso non era chiaro se i fondi per il controverso programma di aiuti dell’ONU per i palestinesi sarebbero stati definitivamente cancellati, dopo che il Consiglio nazionale aveva deciso lo scorso autunno di interromperne immediatamente il finanziamento. La commissione del Consiglio degli Stati voleva infatti prendere la stessa decisione del Consiglio nazionale sulla base del voto decisivo del presidente della commissione Marco Chiesa (UDC).

La Svizzera deve dare l’esempio e seguire l’esempio degli Stati Uniti

Il consigliere agli Stati Germann (UDC, SH) ha sottolineato le carenze dell’agenzia umanitaria. Sarebbe infiltrata da terroristi di Hamas e utilizza anche libri di testo che negano il diritto di Israele all’esistenza. La popolazione di Gaza merita protezione e dovrebbe riceverla, ma non attraverso l’UNRWA. Gli Stati Uniti e la Svezia hanno dato segnali chiari e hanno tagliato i fondi; la Svizzera dovrebbe fare lo stesso. La politica di centro Isabelle Chassot (FR) ha dissentito e ha sottolineato che a Gaza l’approvvigionamento di generi alimentari è del tutto insufficiente; lo stesso vale per il sistema sanitario. Un’interruzione degli aiuti finanziari sarebbe catastrofica, perché al momento non ci sono alternative all’UNRWA; lo dice anche la presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Daniel Jositsch (PS, ZH) non ha concesso nulla all’Agenzia di soccorso palestinese. Il Consiglio degli Stati aveva precedentemente incaricato il Consiglio federale di trovare un’alternativa all’UNRWA. Se ora i fondi non vengono tagliati, ha detto Jositsch, non sarà possibile farlo. Benedikt Würth (Centro, SG) ha fatto notare a Jositsch che senza l’aiuto dell’UNRWA la popolazione palestinese potrebbe radicalizzarsi ancora di più. Carlo Sommaruga (PS, GE) si è espresso a favore del sostegno all’agenzia umanitaria. Pur sostenendo la sua riorganizzazione, ha affermato che questa è compito dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Non si deve trascurare il fatto che i circa 30.000 dipendenti stanno fornendo un servizio considerevole a favore delle persone bisognose.

La tradizione umanitaria è un obbligo

Tutti coloro che non volevano tagliare i fondi all’UNRWA hanno ricordato la tradizione umanitaria della Svizzera e l’obbligo di fornire aiuti in caso di necessità. Il ginevrino Mario Poggia del mouvement citoyens genevois, membro del gruppo parlamentare dell’UDC, è stato il più insistente nel promuovere il finanziamento dell’UNRWA. I membri dell’agenzia umanitaria sono stati definiti terroristi da Israele, ma Israele non ha mai fornito prove a sostegno di tale accusa. La Svizzera neutrale, che è anche Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, è obbligata a proteggere la popolazione civile in caso di conflitto. Il nostro Paese non può schierarsi dalla parte degli Stati Uniti, perché ciò non sarebbe giustificabile dal punto di vista giuridico e morale. In conclusione, il deputato ginevrino ha affermato che questa decisione riguarda la nostra identità e la nostra credibilità nel mondo.

Anche il Consiglio federale è a favore dell’aiuto finanziario

Il consigliere federale Cassis si è espresso a favore del proseguimento dell’aiuto finanziario all’UNRWA. L’agenzia di soccorso è ostacolata da Israele, nonostante fornisca un importante contributo alla popolazione di Gaza e ai rifugiati nei paesi circostanti. L’UNRWA non è mai stata concepita come una soluzione permanente, ma come una soluzione temporanea fino a quando non sarà realizzata la soluzione dei due Stati. Ma questa sembra essere stata rimandata a molto lontano, anche se il ministro degli Esteri non lo ha detto.

Il risultato della votazione è stato chiaro: con 25 voti contro 19 per l’ulteriore finanziamento dell’UNRWA. A favore: PS (senza Jositsch), Verdi, Verdi liberali e la maggioranza del centro, contro: UDC e la maggioranza del PLR.


Sarah Parenzo – La democrazia azzoppata

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Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

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Il peccato originale

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé 

Alcune cicatrici mi ricordano che da bambino sono stato sovente implicato in scontri tra fratelli, tra bande rivali e persino in spedizioni punitive nel villaggio accanto. A volte i grandi ne venivano a conoscenza e allora partiva l’istruttoria, condotta dalla mamma, dalla maestra o, in certe situazioni, persino dal parroco. Per stabilire la punizione – ruolo generalmente affidato al papà – l’inchiesta doveva fare chiarezza e soprattutto rispondere alla domanda basilare: chi ha cominciato?

Una certa narrazione del conflitto israelo-palestinese tende a farci credere che esso sia nato dalle atrocità del 7 ottobre 2023 con i suoi 1200 morti e 250 rapiti. In realtà, il conflitto è iniziato prima dell’istituzione dello Stato d’Israele. Visti su scala temporale più estesa, i 1200 morti del 7 ottobre potrebbero essere considerati come la risposta palestinese ai 6407 morti subiti (contro i 308 israeliani) nel periodo che va dall’ operazione piombo fuso del 2008 al 6 ottobre 2023, mentre i 250 rapiti possono essere visti come l’equivalente dei 9’000 e più prigionieri palestinesi detenuti in condizioni disumane nelle carceri israeliane.

Ma facciamo un passo indietro: prima della colonizzazione, la popolazione ebrea della Palestina rappresentava il 3.3% di quella totale. Il crescente antisemitismo in Europa – culminato con gli orrori nazisti – moltiplicherà per dieci questa proporzione, creando tensioni anche perché i nuovi arrivati, provenienti essenzialmente dall’Europa dell’est, erano e sono culturalmente molto diversi dagli indigeni. Con pressioni politiche, minacce e bustarelle i sionisti riuscirono a far approvare dalle Nazioni Unite un piano di partizione della Palestina che dava loro (33% della popolazione) il 56% del territorio, comprendente la maggior parte delle zone più fertili per l’agricoltura e la parte essenziale delle terre costiere coltivabili. Già prima della costituzione dello Stato d’Israele del 14 maggio 1948 i sionisti avevano iniziato a spingere quanti più palestinesi possibili fuori dalla Palestina. Per la fine di quell’anno, la metà della popolazione araba della Palestina era stata espulsa, più di cinquecento villaggi erano stati distrutti e interi quartieri urbani erano stati demoliti causando molte vittime. Di queste operazioni, che i palestinesi chiamano “Nakba” (catastrofe), Israele ha cercato di cancellare ogni traccia. Con la declassificazione degli archivi israeliani e inglesi avvenuta negli anni ’80, i cosiddetti Nuovi Storici hanno potuto fare chiarezza su quanto è avvenuto. In risposta, nel 2009 il governo israeliano ha vietato l’uso del termine “Nakba” nei libri di testo scolastici e ha richiesto la rimozione dei libri di testo esistenti che lo menzionavano.

Fatta chiarezza su chi ha cominciato, la parola passa ai giudici. In particolare con la risoluzione 194 che sancisce il diritto al ritorno dei profughi, l’Onu ci ha provato. Israele ha ignorato la risoluzione (come molte altre) e un gruppo armato ha assassinato il suo fautore Folke Bernadotte. La colonizzazione è tuttora in atto e chi vi si oppone viene chiamato terrorista. Israele insulta gli altri 192 Stati membri dell’Onu chiamando la loro assemblea “una palude di bile antisemita”. Una storia permeata di quella supponenza che Albert Einstein, già nel 1929, mise in evidenza con la seguente frase su cui invito a riflettere: «Se non siamo in grado di trovare una via di onesta cooperazione e di patti onesti con gli arabi, non abbiamo imparato nulla nei nostri duemila anni di sofferenza e meritiamo il destino che ci toccherà».

Il ripristino della pace inizia con il dovuto riconoscimento del suo punto di rottura: le mamme lo sanno, Israele sembra volerlo ignorare e prosegue nell’insano tentativo di raggiungere la pace con le armi.


Primavera. Non ci sono più le stagioni

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé 


Il desiderio suprematista nella guerra di sterminio

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé 

Di Gadi Algazi, il manifesto

Questo testo, rivolto all’opinione pubblica israeliana, è stato pubblicato due settimane fa con un senso di urgenza: la guerra poteva riprendere in qualsiasi momento. È successo. Ma questa non è solo una continuazione della guerra: tutti i segnali indicano che i piani per l’espulsione di massa dei palestinesi fa Gaza non sono stati abbandonati.

I preparativi sono stati compiuti e i portavoce del governo israeliano hanno apertamente dato voce alla minaccia. È impossibile dire con certezza se l’esercito israeliano e i suoi alleati alla Casa bianca saranno davvero in grado di procedere con le espulsioni, se regimi arabi e altri paesi si arrischieranno a cooperare con un simile crimine, ma sarebbe irresponsabile ignorare un pericolo di tale proporzioni.

Per il movimento dei coloni – il più potente blocco della politica israeliana con ardenti sostenitori dentro l’esercito – ottenere anche un’espulsione parziale dei palestinesi rappresenterebbe un traguardo che cambierebbe radicalmente i termini della questione palestinese. Campagne per espellere i palestinesi, e in particolare i rifugiati e i loro discendenti, da Gaza si sono già verificate nel ’67-’68 e tra il 1971 e il ’73. Oggi, tuttavia, i palestinesi vivono una fondamentale congiuntura di condizioni locali e globali, una campagna spietata di sgombero e pieno sostegno imperiale, senza precedenti dal 1948. Sarebbe tragico se si permettesse, se la gente di tutto il mondo, sempre più stanca dei bombardamenti indiscriminati, non comprendesse l’importanza di quanto sta avvenendo.

Il nocciolo della questione è la reciprocità. C’è reciprocità positiva quando le persone si fanno favori a vicenda, e c’è reciprocità negativa quando si scambiano colpi. È un meccanismo sociale di base la cui antica regola è semplicemente: «Ciò che è odioso per te, non farlo al tuo prossimo». Non occorreva essere un grande pensatore per capire che maltrattare, affamare e torturare i prigionieri palestinesi mette a repentaglio la vita dei prigionieri israeliani. È ciò che accade anche nelle guerre “ordinarie”, quando il benessere dei prigionieri di guerra di una parte è collegato al benessere di quelli dell’altra parte. Questo è certamente il caso di una guerra che è iniziata con un crimine di guerra: la presa di ostaggi civili, dopo decenni di oppressione e abusi sui civili di Gaza.

Come è possibile che coloro che erano in grado di fare questo semplice calcolo, ovvero che il peggioramento degli abusi sui palestinesi metteva in pericolo gli ostaggi, non siano riusciti a farlo?

Forse è perché la mentalità che nega completamente il principio di reciprocità nelle relazioni sociali e politiche ha preso piede in Israele da decenni. In Israele puoi mangiare a sazietà mentre dall’altra parte della barriera i cittadini di Gaza devono arrangiarsi con le razioni di pasta assegnate loro e niente di più. In Israele c’è elettricità e acqua corrente; a Gaza, i genitori pregano di poter superare l’inverno senza elettricità e acqua potabile. In Israele viviamo in relativa sicurezza e dall’altra parte vivono nel terrore dei bombardamenti e delle incursioni notturne.

La negazione della reciprocità negativa ha dato origine alla grandiosa illusione che avremmo potuto colpire duramente l’altra parte senza pagare e che avremmo potuto infliggere immense sofferenze senza conseguenze. Occupazione di lusso, una politica di unilateralismo. Noi siamo immuni; loro sono vulnerabili.

L’illusione più pericolosa dei padroni è pensare di non dipendere dai loro servi e che i loro servi non siano esseri umani come loro. Sì, l’occupazione ci ha trasformati, proprio come ha detto Yeshayahu Leibowitz, in una nazione di padroni. La supremazia ha un prezzo. La guerra ha incrinato questo senso di immunità e predominio. Era realistico aspettarsi che, sulla scia del terribile choc, ci saremmo scrollati di dosso il suprematismo e avremmo riconosciuto la reciprocità come condizione di vita fondamentale, buona o cattiva? Non ne sono sicuro. I crimini di guerra del 7 ottobre hanno seminato la paura nei cuori delle persone e il trauma può far perdere la ragione alle persone. Ma non si tratta solo di trauma. Si tratta di un modello profondamente radicato: la reazione dominante nel pubblico israeliano è stata e rimane un immenso desiderio di rinnovare la loro vecchia padronanza e di ripristinare l’illusione di immunità.

È vero, non c’è simmetria: qualsiasi danno a una popolazione civile – bombardamenti e rapimenti, spostamenti, uccisioni e ferimenti, fame ed espulsioni – è fondamentalmente sbagliato. Ma la capacità di Israele di infliggere sofferenze – distruggere intere città, spostare centinaia di migliaia di persone, uccidere, far morire di fame ed espellere – è di gran lunga maggiore della capacità delle organizzazioni armate palestinesi e libanesi. La regola empirica in Israele è sempre stata che il prezzo che si esige deve essere incommensurabilmente più alto della sofferenza e del dolore causati dall’altra parte. Così, dopo il 7 ottobre, tra gli israeliani si è diffusa l’aspettativa di un ripristino del dominio e della supremazia attraverso una vendetta mascherata da espressione di reciprocità: «L’hanno fatto a noi, lo faremo a loro». I politici hanno fomentato il sentimento e i generali lo hanno cavalcato in battaglia e usato per giustificare raid indiscriminati. Ma il contrattacco, come è divenuto presto chiaro, non è stato solo un altro spargimento di sangue, ma qualcosa di completamente diverso: una guerra progettata per eliminare l’avversario, per rompere il cerchio della reciprocità, per quanto terribile, verso un nuovo orizzonte: espulsione e distruzione.

Questa guerra distruttiva è guidata da un terribile mix di logica di vendetta reciproca e di immaginazione di poter somministrare «il colpo finale» che porrà fine a ogni reciprocità. Questa è la visione: fumo che si alza da edifici distrutti e città in rovina e silenzio da un orizzonte all’altro. Il silenzio di un cimitero. In effetti, «un popolo che vive da solo». Ecco perché non c’è fine a questa guerra. Non c’è via di fuga dalla reciprocità, nemmeno tra parti diseguali. Chiunque cerchi di sfuggirvi rischia di lacerare il tessuto della vita umana. E come se non bastasse, una guerra alimentata da questa miscela esplosiva promuove a posizioni di leadership coloro che credono veramente che sia possibile spezzare i legami dell’umanità: i messianici e i pazzi, i seguaci dell’antico comandamento «distruggere, uccidere e annientare». Ma i palestinesi non scompariranno. Non qui, non a Gaza, non in Cisgiordania, non in esilio. E nemmeno il Medio Oriente scomparirà.

La negazione della reciprocità ci sta preparando al prossimo disastro, al prossimo atto di vendetta e a un altro passo attorno al cerchio della morte, perché tutte le nostre vite sono dipendenti e interconnesse. Chiunque dica «non ci sono innocenti a Gaza» deve capire che le sue parole giustificano chi dice «non ci sono innocenti in Israele». E io insisto che ci sono. Chiunque abbia detto che non ci sono civili non coinvolti a Gaza è invitato a riflettere sul fatto che adottare il principio che non ci sono innocenti possa avere conseguenze terribili per il benessere della gente comune.

E chiunque dica che i crimini dei palestinesi giustifichino qualsiasi misura dimentica (o forse non conosce) i crimini commessi da Israele su richiesta di governi eletti in elezioni relativamente libere.

Niente può eliminare la reciprocità. Se non stabiliamo una reciprocità positiva, ci troveremo intrappolati in un sanguinoso ciclo di reciprocità negativa. Gli occupati e gli espropriati potrebbero non essere in grado di resistere alla forza superiore di un esercito, che sta già aspettando le nuove bombe apocalittiche per sostituire quelle già testate su Gaza. Potremmo ricordare, tuttavia, cosa hanno detto gli esperti all’inizio di questa guerra: una parte significativa delle munizioni di Hamas era fatta da resti di munizioni israeliane, da bombe che erano state sganciate su Gaza e non erano riuscite a esplodere.

Ancora più importante, una guerra di sterminio semina un odio mortale. Noi, cittadini dello stato dei padroni, non ne siamo stati immuni e non lo saremo neanche in futuro. Restiamo fragili, umani. Ognuno di noi è tenuto a pagarne il prezzo, specialmente gli indifesi, i deboli e i poveri. «Perché hanno seminato vento raccoglieranno tempesta».

Nell’immagine: Una fotografia aerea di Jabaliya rasa al suolo


Il manifesto di Ventotene, lo spartiacque della democrazia

A Washington non ci sono carri armati nelle strade, il Congresso è ancora aperto e gli oppositori non sono stati arrestati ma si tratta ugualmente di un cambio di regime: sarà molto difficile disfare in futuro ciò che Trump sta facendo, tanto più che ha ancora 46 mesi di presidenza davanti a sé 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Ha detto la verità, Giorgia Meloni, sostenendo che l’Europa del manifesto di Ventotene “non è la sua”: perché certamente l’idea di Europa che le appartiene non è la nostra, quella degli italiani che si riconoscono nell’impegno a costruire l’Unione come reazione e difesa rispetto agli orrori della seconda guerra mondiale, e come rifiuto esplicito dei totalitarismi, dopo l’esperienza tragica del fascismo e del nazismo. È la scelta esplicita della democrazia, riconquistata con l’opposizione alla dittatura nella Resistenza, che segna la nascita e lo sviluppo dell’integrazione tra i Paesi del continente pronti a riconoscersi in quei valori.

Non dunque una costruzione astratta, concepita a tavolino per capitalizzare soltanto interessi economici e di mercato: ma un progetto politico e morale (con tutte le insufficienze di un’incompiuta) nato per proteggere e garantire la pace e per trasformare questa parte del mondo nella terra della democrazia del diritto, delle istituzioni e dei diritti.

È dunque dalla storia che ha preso vita il sogno europeo tradotto in realtà. Quella storia che la presidente del Consiglio rifiuta di assumere e di riconoscere, indicando agli italiani la riconquista della democrazia dopo vent’anni di dittatura come punto di riferimento comune, in quanto principio di legittimazione della Repubblica, della Costituzione, e delle istituzioni che ne sono derivate. È dentro quella storia, ovviamente, che va letto il manifesto di Ventotene contro cui Meloni ha scatenato tutta la sua furia polemica anti-sinistra, dirottando un dibattito parlamentare e presentando Spinelli, Rossi e Colorni come maestri d’inganno pronti a contrabbandare un’idea autoritaria dietro il manto solenne della federazione europea: senza mai sentire nemmeno per un attimo l’obbligo di ricordare che scrivevano nel 1941 con il nazismo in pieno assalto all’Europa, e si trovavano al confino, consegnati su un’isola dalla repressione fascista, che voleva impedire la libera circolazione delle loro idee.

In questo clima d’oppressione il manifesto ha il merito di indicare un’idea di Europa che superi i nazionalismi e gli egoismi degli Stati, in una prospettiva federale figlia di una visionarietà e di una speranza che lo rendevano allora inattuale e anacronistico: ma che lo hanno poi fatto riconoscere in tutto il continente come principio costitutivo del pensiero europeo. Un pensiero antidemocratico, suggerisce la premier, citando e ritagliando i passaggi sulla “rivoluzione socialista”, sui limiti da imporre alla proprietà privata, sulla “dittatura” come strumento per “formare il nuovo Stato”, formule che Spinelli correggerà nel tempo. Annullati come padri d’Europa, denunciati come socialisti rivoluzionari: accusando di sostenere le oligarchie anche Eugenio Scalfari, che sarebbe stato felice di essere imputato dalla destra insieme a Spinelli, Colorni e Rossi. Con il tempo che non viene considerato come elemento di giudizio, quel tempo che consentì invece al Msi di Almirante di passare dall’ostilità esplicita degli anni ‘50 per un’Europa vista come tradimento degli Stati nazionali al giudizio degli anni ‘60 su un’Europa baluardo contro Usa e Urss, alla scelta finale dell’Europa “che o è di destra o non è”.

Qual è oggi l’idea di Europa di questa destra estrema e di Giorgia Meloni? E l’idea di Occidente? Una risposta a queste domande potrebbe finalmente svelarci il giudizio della destra estrema che governa l’Italia sulla democrazia, un’altra incompiuta.