La scossa di Draghi: “Sui dazi punto di rottura, ordine mondiale in crisi”

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Di Concetto Vecchio, La Repubblica

L’altro giorno, davanti all’albergo a Coimbra, i cronisti gli avevano chiesto: «Presidente, farà un discorso potente?». Mario Draghi aveva sorriso. Ora come definirla la scossa data all’Europa al simposio Cotec nell’auditorium del convento di San Francesco, qui nell’estremo sud del Vecchio Continente? Un monito politico, certo. Un appello morale, anche. Soprattutto uno sprone all’ambizione. Ma rimanendo se stessi, uniti, attaccati all’identità europea, che come ha ricordato Sergio Mattarella, parlando dopo di lui, è sinonimo di democrazia.

Con i dazi «siamo a un punto di rottura». Dopo Trump nulla sarà più come prima. Le vecchie regole sono in bilico. Lo sono da qualche anno, già prima del «recente innalzamento delle tariffe». Solo che le «frammentazioni politiche interne e la crescita debole hanno reso più difficile una effettiva risposta europea». L’ordine multilaterale è stato minato «in modo difficilmente reversibile» con l’uso massiccio «di azioni unilaterali per risolvere le controversie commerciali e il definitivo esautoramento del Wto».

Che fare? Occorre raggiungere un accordo con gli Usa, ma nella consapevolezza che «i nostri scambi non torneranno alla normalità». E quindi «se l’Europa vuole davvero ridurre la sua dipendenza dalla crescita americana», che col venti per cento resta il nostro principale mercato, «dovrà produrla da sé». Ben 30 milioni di posti di lavoro sono sostenuti dalle esportazioni. Il 15 per cento dell’occupazione. «Com’è che siamo finiti nelle mani dei consumatori statunitensi?», si domanda.

Il simposio Cotec vede protagonisti i capi di Stato di Italia, Portogallo, Spagna. Draghi è accolto con una pioggia di applausi. Parla in inglese. Mezz’ora di una lingua trapuntata di dati. Puntare sulla competitività interna, quindi, facendo affidamento su tre direttrici strategiche su cui si è perso terreno: l’energia, la difesa comune, la tecnologia. Per questi tre campi Draghi offre delle soluzioni. Ma servono «meno privilegi e più innovazione». Più crescita.

Che rischi corriamo sul piano economico a medio termine?

«Dobbiamo aprire nuove rotte commerciali, ma realisticamente non possiamo diversificare dagli Usa nel breve periodo. Le speranze che l’apertura al mondo possa sostituire gli Usa saranno probabilmente deluse». Non si può prescindere dal commercio con gli Stati Uniti, ma «è un azzardo credere che il commercio con gli Stati Uniti tornerà alla normalità dopo una rottura unilaterale così importante di questa relazione, o che nuovi mercati cresceranno abbastanza velocemente da colmare il vuoto lasciato vuoto dagli Usa».

Poi l’ex presidente della Bce fa una disanima sulle ragioni della nostra debolezza. Politiche di bilancio restrittive. Calo degli investimenti pubblici. Attenzione alla competitività esterna rispetto alla produttività interna. I nostri stipendi sono calati inesorabilmente, fa notare. Ricorda che mentre «i salari reali Usa sono aumentati del nove per cento dal 2000 rispetto a quelli dell’area dell’euro». E «nello stesso periodo la crescita annua della produttività del lavoro in Europa è stata pari solo alla metà di quella registrata negli Stati Uniti, determinando un divario di produttività cumulativo di 27 punti percentuali nell’intero periodo. Tuttavia, invece di cercare di invertire la tendenza della produttività, abbiamo adattato le nostre politiche del lavoro a tale tendenza. Soprattutto dopo le crisi, abbiamo compiuto uno sforzo deliberato per sopprimere la crescita dei salari al fine di aumentare la competitività esterna. I nostri salari reali non sono riusciti a tenere il passo nemmeno con la nostra lenta produttività».

Lancia allarmi concreti: «I prezzi elevati dell’energia e le carenze della rete sono, in primo luogo, una minaccia per la sopravvivenza della nostra industria, un ostacolo importante alla nostra competitività e un onere insostenibile per le nostre famiglie e, se non affrontati, rappresentano la principale minaccia alla nostra strategia di decarbonizzazione».

È il debito comune la chiave per investire nella difesa comune. Ma sulla pace in Ucraina rischiamo di essere stare ai margini. Abbiamo fatto troppo poco per rafforzarci mentre la minaccia cresceva. «Oggi l’Europa conta 1,4 milioni di militari, il che la rende una delle forze armate più grandi al mondo. Tuttavia, è divisa in 27 eserciti, senza una catena di comando comune, con una frammentazione tecnologica e una mancanza di strategie comuni, il che ci rende irrilevanti dal punto di vista militare. Con il ritiro dell’ombrello di sicurezza statunitense, ci stiamo rendendo conto della nostra debolezza. Anche se abbiamo fornito circa la metà degli aiuti militari all’Ucraina, probabilmente saremo spettatori passivi in un negoziato di pace che riguarda il nostro futuro e i nostri valori». Morale: cambiare il modello di crescita. Ma mantenendo saldi i nostri valori, «per proteggere, con coraggio, la nostra libertà».


Uno studio dimostra che l’intelligenza artificiale propaga gli stereotipi culturali

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Di Andrea Tundo, il Fatto Quotidiano

L’intelligenza artificiale interiorizza gli stereotipi e tende a propagare i pregiudizi in molteplici lingue e culture. E i modelli linguistici, come DeepSeek e ChatGPT, sono capaci non solo di reiterarli ma perfino legittimarli, a volte avvalendosi di fonti di “pseudoscienza” presentate però come convincenti e coerenti anche sotto il profilo stilistico. Un riverbero il cui impatto potrebbe essere devastante, ingigantendo il rischio di consolidare la discriminazione. A indagare il problema nella maniera più profonda e larga mai fatta finora è stato un team composto da 43 studiosi e studiose, compresi linguisti, guidati da Margaret Mitchell, fondatrice del team di etica dell’intelligenza artificiale di Google prima di essere licenziata dall’azienda. Ora occupa il ruolo di Chief Ethics Scientist nella startup di software Hugging Face.

Mitchell e il suo team, di cui fa parte l’italiano Giuseppe Attanasio, postdoc presso l’Instituto de Telecomunicações di Lisbona, hanno misurato e analizzato stereotipi e pregiudizi di 13 modelli di intelligenza artificiale attraverso un dataset innovativo chiamato SHADES, comprensivo di oltre 300 stereotipi in 16 lingue che si parlano in 37 regioni del mondo, e hanno recentemente rilasciato un articolo peer-reviewed che sarà presentato alla conferenza NAACL. La copertura linguistica di SHADES non è l’unica novità del dataset che si distingue anche perché si basa sulla traduzione reale di persone che parlano la lingua, e ne conoscono quindi perfettamente le sfumature, invece che su traduzioni automatiche. In questo modo, SHADES riesce a catturare meglio i concetti semantici trasferiti tra le lingue.

Il dataset contiene stereotipi su genere, nazionalità, età, colore dei capelli, bodyshaming, etnia, disabilità, idee politiche e così via. “Se ad alcuni modelli viene detto che ai ragazzi piace il blu – spiega Attanasio a Ilfattoquotidiano.it – suggeriscono che agli uomini piacciono anche automobili, sport e così via; mentre le donne preferiscono il rosa e la moda”. Allo stesso modo, suggerire ad alcuni modelli che “le minoranze amano l’alcol” ha portato l’intelligenza artificiale a sostenere che “abbiano più possibilità di bere rispetto ai bianchi e maggiori probabilità di sviluppare l’alcolismo e malattie correlate”.

Il progetto – basato su tecnologia open source – è in divenire e presto sarà possibile ampliare il contenuto del dataset: “Lanceremo una piattaforma all’interno della quale potrà accedere chiunque, arricchendo il numero di stereotipi testabili da SHADES. Sarà poi nostro compito verificarli”, aggiunge ancora il ricercatore italiano. Lo scopo principale del dataset, specifica, è quello di “costruire una risorsa in grado di analizzare in maniera automatica e veloce quanto sono pregiudizievoli i nuovi modelli di intelligenza artificiale”. Ma non solo: “SHADES – rimarca Attanasio – può diventare un supporto per chi costruisce i modelli”. Evitando così che il diramarsi degli stereotipi, ad esempio tra una cultura e un’altra, diventi un effetto intrinseco dell’addestramento delle intelligenze artificiali.


L’alternativa sociale alla concentrazione di ricchezza

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Quanto vale essere olandese (o svizzero) rispetto all’ essere americano? Nel caso di un olandese, 9 milioni (M), dal momento che gli olandesi si considerano ricchi con 1M, mentre agli americani ne servono 10.  È solo una delle riflessioni che scaturiscono dalla lettura del saggio di Ingrid Robeyns, Professoressa di etica delle istituzioni all’Università di Utrecht, con una doppia formazione di economia e di filosofia politica. Per un decennio la Robeyns ha studiato il problema della ricchezza, alla quale – è la tesi principale del libro – dovrebbe essere applicato un limite massimo. L’autrice sostiene che se questo limite fosse fissato a 10M, le energie finanziarie liberate permetterebbero di abolire dal pianeta la povertà e la fame, di lottare efficacemente contro il riscaldamento climatico, e di offrire alle giovani generazioni di che costruirsi un futuro prospero. Ma non sono questi i soli argomenti contro la concentrazione di ricchezza che è avvenuta negli ultimi 5 decenni.

Nei primi capitoli I. Robeyns descrive la situazione attuale, con cifre ed esempi che aiutano a capire come ci siamo arrivati. Essenzialmente, negli anni ’70 e ’80, in concomitanza con lo sgretolamento del blocco dell’Europa dell’est, il capitale, sostenuto dall’ideologia neoliberista, ha dominato senza contrasti ed è riuscito a modificare le regole del mercato, dello stato sociale e della tassazione, fortemente a suo favore. La ricchezza ha così potuto concentrarsi verso l’alto, in una dimensione nuova e accelerata. Se ai più, i 12’700 miliardi detenuti dai 2’668 miliardari non dicono molto (in media 4.7 miliardi ciascuno), basti pensare che per ogni 100$ di valore prodotti tra il 2012 e il 2021, 54.40 $ sono andati all’1% più ricco, e 0.70$ al 50% più povero.

Per Ingrid Robeyns questa concentrazione di potere economico è problematica per i seguenti motivi:

  • Perché perversa: infatti mantiene poveri i poveri, impoverisce le classi medie, e arricchisce soltanto l’1% più ricco. Ciò vale sia nelle nostre società, sia nei rapporti tra Nord e Sud globale [basti pensare all’accrescimento dei grandi patrimoni durante la scorsa pandemia, o a quanto succede quotidianamente per l’estrazione di materie prime, Glencore – più grande contribuente della Confederazione – in testa, ndr].
  • Perchè inquina: perché generalmente costruita sulle spalle di inquinamento, di sfruttamento, di abuso di posizione dominante, quando non di evidente e svergognata oligarco-clepto-crazia.
  • È nociva: 
    • perché permette di acquistare peso politico e minaccia la democrazia, come per l’attuale situazione statunitense.
    • perché essenzialmente investita in attività non sostenibili per l’ambiente, se non direttamente dannose per gli esseri umani: energie fossili, agroalimentare industriale, lavoro malsano, tabacco, armi.
    • perché mantiene e fa crescere gli stessi super-ricchi in un ambiente psicologicamente tossico: in un capitolo di notevole empatia riassume delle interviste di miliardari e i loro commenti sulla vita squilibrata che conducono.
  • È immeritata: perché la maggioranza dei grandi patrimoni non è stata costruita con lavoro o scoperte utili per tutti, ma si è tramandata attraverso le generazioni (dagli anni ‘80 quasi senza imposte), per definizione senza elementi di merito. Nei rari casi nei quali sia dovuta a del talento, anche questo, secondo Robeyns, è generalmente associato a fortuna, privilegio, o ad altri meccanismi moltiplicatori (del tipo il vincente prende tutto, come per i compensi agli atleti). Inoltre, ammettendo pure una componente di merito, la protezione e l’accrescimento del Capitale avvengono grazie a uno Stato che regola i rapporti e gli scambi tra i cittadini, che finanzia l’istruzione e la ricerca, e che accetta l’operare di una vera industria finanziaria al servizio del patrimonio. Quello stesso Stato la cui importanza è negata nella narrativa liberista, ma che poi si trova a riparare i cocci delle diverse crisi finanziarie, sanitarie o ambientali.
  • È inutile: questo è uno degli aspetti più incontrovertibili del saggio. Secondo il principio del decrescente beneficio marginale della ricchezza (per una famiglia con 5’000.- franchi al mese, 1’000.- di aumento significano molto, mentre significano meno per una con 15’000 e ancora meno per una con 50’000 franchi) i super-ricchi, oltre a un dato limite, non hanno bisogno dell’eccedente, mentre ne hanno grave e urgente bisogno i cantieri principali ai quali l’Umanità deve far fronte.  Parafrasando la sua metafora: in un mondo in fiamme, non sono le classi inferiori e medie che devono finanziare i pompieri, ma è l’1% superiore che deve e può farlo.

Dove dovrebbe essere fissato il limite alla ricchezza? Anche qui il discorso della Robeyns è articolato e preciso: se il limite è diverso tra i diversi paesi, all’interno della stessa nazione le ricerche mostrano un largo consenso (anche tra chi vota a destra o a sinistra): in Olanda, paese dove non è difficile abitare in un luogo gradevole e sicuro, dove lo Stato provvede ai bisogni fondamentali (istruzione, sanità, invalidità e vecchiaia) e dove le leggi sul lavoro proteggono il tempo libero, si viene considerati ricchi con un patrimonio di 1 milione; negli USA di 10 milioni. Secondo Robeyns, 1 milione dovrebbe essere il limite morale da non superare: trova legittimo che questa sia la somma che si vorrebbe poter lasciare a un coniuge e a un figlio, come salvagente per degli imprevisti della vita (e considera eccezioni tra le quali il valore della propria residenza, che potrebbe essere inflazionato da meccanismi speculativi). Riconosce però che un tale limite sia difficilmente accettabile in termini di consenso, e identifica un limite politico di 10 milioni: quello disopra del quale si comincia a poter acquistare del peso politico – quando la ricchezza diviene nociva per la democrazia – e dove la marginalità di cui sopra è chiaramente operante.

Negli ultimi capitoli sui passi da intraprendere per arrivare a una “società limitariana”, nella quale l’economia “mantiene le disuguaglianze entro certi limiti, e utilizza le eccedenze dei ricchi per far fronte a bisogni urgenti e le azioni collettive necessarie”, Robeyns è conscia di non avere in mano una formula magica, e definisce il limitarianismo “un ideale regolatorio” (come l’eliminazione della povertà): anche se non immediatamente raggiungibile, dovremmo almeno essere tutti d’accordo sul principio, e fare passi concreti per pervenirci. Identifica tre aree nelle quali agire: l’area strutturale (con politiche di alloggio, sanità, salari minimi a sostegno delle fasce meno favorite, ecc.), l’area fiscale (più redistributiva); e l’area etica, nella quale ciascuno dovrebbe trovare problematico l’eccesso di ricchezza, e agire di conseguenza a titolo individuale. La Robeyns elenca cinque punti principali (e una serie di corollari), ciascuno con ragioni convincenti e basate su fatti.

Secondo la studiosa dobbiamo, in particolare:

  1. Decolonizzare il nostro immaginario sia dall’ideologia neoliberale sia dalla dicotomia che non vi siano alternative tra il capitalismo nel quale viviamo o l’economia sovietica dei piani quinquennali. Cita modelli di società che riuscirebbero a fare a meno del capitalismo predatorio e della dipendenza da una crescita economica ecologicamente insostenibile, e che non sono certo un ritorno allo stalinismo. Anche su queste alternative il libro è arricchente, con proposte e referenze tratte dalla filosofia politica (come gli studi sul reddito di base incondizionato) e da scuole economiche innovatrici. Una lista di fonti aggiornata conforta il lettore nella constatazione che sono stati elaborati dei progetti di società ben più auspicabili dell’attuale.
  2. Creare luoghi e tempi di incontro tra le diverse classi sociali, oggi virtualmente scomparsi, come un Servizio civile obbligatorio per tutti.
  3. Ristabilire un equilibrio tra i diversi poteri economici (come tra i tre poteri politici): Capitale, Lavoro, Servizio pubblico, Beni comuni, ecc., rinforzando i Sindacati e la partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali o dell’azionariato, e con regole più eque negli scambi commerciali con i consumatori, ma anche tra nazioni.
  4. Rimodellare la fiscalità nei suoi vari aspetti: ristabilendo il peso che questa ha perso negli anni del neoliberismo. È evidente che i paradisi fiscali e la concorrenza fiscale vadano smantellati e le scappatoie chiuse, con un organismo internazionale che possa risolvere i contenziosi.
  5. Confiscare il denaro sporco e riparare i danni del passato, elementi sui quali il consenso, Robeyns afferma, sarebbe più difficile, ma cammino che alcune istituzioni hanno cominciato a perseguire.

L’autrice si interroga anche sul perché abbiamo lasciato che le cose andassero in questo senso, e perché le voci in favore di una società più ridistributiva siano ancora deboli.  Descrive con precisione la deriva cognitiva nella quale la narrativa del neoliberismo ci ha condotto: ignoriamo il grado delle disuguaglianze e i vantaggi di una loro diminuzione. Il cittadino comune sottostima fortemente la proporzione di ricchezza appartenente all’1% più abbiente e la proporzione di chi non possiede nulla o quasi (>50%). Sopravvaluta le opportunità di mobilità sociale – in realtà diminuita negli ultimi anni – e il danno che potrebbe apportargli il cambiamento di regole (come il dover pagare imposte di successione più alte per una modesta eredità) rispetto al vantaggio che la sua stessa famiglia potrebbe averne come membro di una comunità meno disuguale. Sottovaluta a che punto le proprietà e le attività detenute dagli Stati, e i profitti ad essa legate, siano diminuite nel tempo a favore del Privato. Inoltre, oggi la maggioranza dei cittadini non ha conosciuto lo stato sociale (la vera età dell’oro, secondo Piketty, di un dopoguerra decisamente più redistributivo che voleva contrapporsi alla seduzione comunista), e non sa immaginare modelli al difuori del capitalismo liberista.

Il libro è scritto con rigore (un quinto delle pagine sono note e referenze) e in modo fluido e chiaro. Ogni tesi è sostenuta da fatti, e argomentata in dettaglio riguardo alle critiche possibili (interessante il capitolo: “La filantropia non è la soluzione”), affrontate con semplicità, ma anche con finezza e un bagaglio di conoscenze impressionante. Robeyns riassume nel corso del saggio, con pertinenza e senza pedanteria, i principi fondamentali della filosofia politica, in particolare il contratto sociale tra cittadini e Stato, illustrando sia concetti classici come la teoria della giustizia di John Rawls, sia contributi più recenti. 

Capita raramente di leggere un libro che susciti un tale sentimento di ammirazione, per l’acume e la profondità dei ragionamenti, per la qualità del lavoro documentario, ma soprattutto per il potenziale di utilità e prosperità che si trova nelle sue pagine.

Un grazie particolare a Samia Hurst-Majno per il consiglio di lettura e la revisione esaustiva del testo.
Nell’immagine: Steve Jobs in un’opera murale di Banksy (2015)


Molte persone emigrano in Svizzera, ma sono molte anche quelle che se ne vanno

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

La Svizzera è indiscutibilmente una terra d’immigrazione. Nel decennio 2013-2022, l’immigrazione netta (la differenza tra immigrazione ed emigrazione) è stata in media di 66’000 persone all’anno. Questo saldo migratorio ha contribuito nella misura dell’85% all’aumento della popolazione residente nella Confederazione.

Nel 2023, l’inclusione in queste statistiche di oltre 50’000 rifugiate e rifugiati ucraini arrivati in Svizzera ha contribuito a portare il saldo migratorio a livelli storici: oltre 148’000 persone di nazionalità straniera in più, pari a una crescita demografica recordCollegamento esterno. Secondo dati ancora provvisoriCollegamento esterno, nel 2024 il saldo è sceso a circa 95’000 persone.

Questo importante fenomeno immigratorio si riflette nella diversità della popolazione del Paese, composta per oltre il 30% da persone immigrate di prima generazione. La Svizzera è tra le nazioni in cui questa percentuale è più alta. Complessivamente oltre il 40% della popolazione ha un passato migratorioCollegamento esterno.

Questa situazione solleva molte questioni sociali. Se l’Unione democratica di centro (UDC), il principale partito politico del Paese, si distingue per la sua lotta contro quella che definisce un’immigrazione incontrollata, il tema, come in altri Stati, suscita tensione e va oltre le file del partito di destra sovranista.

Un’emigrazione che si conta anche in decine di migliaia

Tutto ciò contribuisce a occultare un’altra realtà parallela: quella delle decine di migliaia di stranieri e straniere che lasciano ogni anno il territorio della Confederazione, sia deliberatamente che in modo più o meno subito. La sociologa Liliana AzevedoCollegamento esterno, ricercatrice associata presso il Centro svizzero di ricerca sulla migrazione NCCR – on the moveCollegamento esterno e l’Osservatorio portoghese dell’emigrazioneCollegamento esterno a Lisbona, sottolinea che spesso si tende a dimenticare che le persone che emigrano non sempre si stabiliscono.

Tra il 2013 e il 2022, la Svizzera ha visto arrivare in media 155’000 persone straniere all’annoCollegamento esterno. Allo stesso tempo, hanno lasciato il Paese in media 90’000 persone, pari a circa il 60% dell’immigrazione.

Il loro numero è aumentato in modo più moderato, ma più costante, rispetto a quello delle immigrazioni dall’inizio degli anni Duemila. Nel 2024, oltre 95’000 persone sono emigrate dalla Svizzera, un numero leggermente superiore rispetto all’anno precedente.

Un tasso di migrazione di ritorno superiore alla media europea

Come in altri Paesi europei, anche in Svizzera si è constatato che dalla guerra in Ucraina il tasso di migrazione di ritorno è sceso. Questo si spiega soprattutto con la forte proporzione di persone rifugiate provenienti da questo Stato che non possono tornare a casa. Nel 2023, il tasso era di circa 40 emigrazioni ogni 100 immigrazioni. Poi è salito a 50 ogni 100 nel 2024.

Ma se si considerano i dati del 2021, 2022 o 2023 (l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati europei), la Confederazione è tra i Paesi che registrano il maggior numero di partenze rispetto agli arrivi. Il grafico sottostante mostra la media dei tre anni.

La maggior parte dell’emigrazione avviene entro cinque anni dall’arrivo

Il tasso di migrazione di ritorno da solo non consente analisi approfondite, poiché le persone che immigrano in Svizzera non sono necessariamente le stesse che la lasciano.

In Svizzera, l’Ufficio federale di statistica (UST) fornisce anche dati longitudinali, che permettono di saperne di più sui percorsi migratori. Queste statistiche seguono una coorte di individui arrivati nel Paese nello stesso anno e permettono di osservare le loro traiettorie migratorieCollegamento esterno e i loro cambiamenti di statutoCollegamento esterno.

Come si osserva in altri Paesi, i dati mostrano che il tasso di partenza delle persone immigrate è più elevato nei primi anni dopo il loro arrivo. Dei 200’000 stranieri e straniere arrivati in Svizzera nel 2011 (tutti gli statuti inclusi), la metà aveva già lasciato il Paese cinque anni dopo e quasi il 60% dopo undici anni. La maggior parte delle partenze è avvenuta nei primi due anni.

L’UST ha fornito a swissinfo.ch le statistiche relative a tutti gli stranieri e le straniere immigrati in Svizzera tra il 2014 e il 2023. Ciò rappresenta 1,85 milioni di persone accumulate nel corso del decennio, incluse quelle appena arrivate e compresi i rifugiati ucraini. Alla fine del 2023, 800’000 persone erano ripartite, ossia oltre il 40% del totale.

Quando si chiede alle persone immigrate nate all’estero quanto tempo pensano di trascorrere in Svizzera, la maggior parte di loro afferma di voler rimanere a lungo termine. Nel 2021, quasi due terzi Collegamento esternohanno dichiarato di voler restare per tutta la vita e il 9% per almeno cinque anni. Le persone che avevano intenzione di partire prima erano una piccola minoranza, mentre un quarto era indeciso.

Allora, cosa potrebbe essere alla base di questo divario? Ogni decisione di migrare è unica e dipende da molti fattori, ma è possibile avanzare alcune ipotesi.

I permessi di soggiorno permanenti sono una minoranza

Il tipo di permesso di residenza è un fattore determinante per la durata del soggiorno. La maggior parte delle persone immigrate in Svizzera ottiene un permesso BCollegamento esterno o LCollegamento esterno.

Quest’ultimo, previsto per un soggiorno massimo di un anno, è il più precario. Nel 2011 circa un terzo delle persone immigrate in Svizzera aveva questo permesso. Più del 70% di loro è effettivamente ripartito.

Il permesso di soggiorno B rinnovabile annualmente, il più comune, riguardava più di una persona immigrata su due. Quasi la metà di loro ha lasciato il territorio.

Tra tutte le persone giunte in Svizzera nel 2011, undici anni dopo solo una minoranza aveva consolidato il proprio diritto a rimanere nel Paese: il 30% aveva ottenuto un permesso di domicilio CCollegamento esterno – un’autorizzazione a tempo indeterminato generalmente rilasciata automaticamente dopo dieci o cinque anni di soggiorno ininterrotto; il 4% aveva ottenuto la cittadinanza svizzera.

“Il lavoro è ciò che lega le persone alla Svizzera”

L’ottenimento e il tipo di permesso di soggiorno sono spesso legati all’occupazione. “Il lavoro è ciò che lega le persone alla Svizzera”, osserva Liliana Azevedo.

Insieme alle ragioni familiari, il lavoro è spesso citato come uno dei principali motivi di migrazione, sia che si tratti di venire in Svizzera o di lasciarla. Sempre più persone affermano di voler lasciare il Paese una volta raggiunta la pensione, una scelta che può essere motivata da ragioni economiche.

Il successo o il fallimento dell’integrazione professionale svolge un ruolo cruciale nella traiettoria migratoria, e rappresenta una sfida ancora più grande per le popolazioni che non padroneggiano una delle principali lingue nazionali o le cui qualifiche non sono riconosciute.

“La disoccupazione, i lavori precari o poco qualificati sono tutti ostacoli che durano più di qualche anno”, spiega Liliana Azevedo.

Molte persone vengono in Svizzera anche per un’esperienza professionale o accademica, ma spesso non si affezionano al Paese e lo lasciano facilmente per proseguire la loro carriera altrove.

La libera circolazione delle persone in Europa, entrata in vigore nel 2002, non solo ha stimolato l’immigrazione in Svizzera, ma ha anche favorito un approccio più internazionale al lavoro e, oggi, “i percorsi sono sempre più segnati da molteplici mobilit”‘, sottolinea Liliana Azevedo.

La migrazione di ritorno più consistente è quella portoghese

Secondo le statistiche, la durata del soggiorno in Svizzera varia a seconda delle comunità. A lungo termine, uno studio Collegamento esternodel NCCR – On the move, condotto su persone immigrate nel 1998, mostra che dopo 23 anni, coloro che provenivano da Stati ad alto reddito extraeuropei (con il Giappone e gli Stati Uniti in testa) avevano lasciato il Paese in maggior numero, con tassi di partenza superiori all’80%. Le persone provenienti dalla ex Jugoslavia e dallo Sri Lanka, generalmente per motivi di ricongiungimento familiare, sono invece in gran parte rimaste.

Il ritmo delle partenze dei cittadini e delle cittadine dell’UE ha subito un’accelerazione dopo l’introduzione della libera circolazione. Come per l’immigrazione, le persone provenienti dall’UE (in primo luogo i cittadini di Germania, Portogallo, Italia e Francia) sono quelle che lasciano più spesso la Svizzera.

La popolazione portoghese è quella con il più alto tasso di migrazione di ritorno, con 83 emigrazioni ogni 100 immigrazioni nel 2023. Il saldo migratorio della popolazione portoghese è tornato leggermente positivo in quell’anno, dopo sei anni consecutivi in cui le emigrazioni hanno superato le immigrazioni.

Le statistiche fornite a swissinfo.ch dall’UST confermano che si tratta essenzialmente di migrazioni per rientrare nel proprio Paese d’origine. Circa i tre quarti dei cittadini tedeschi, francesi e italiani che hanno lasciato la Svizzera nel 2023 sono tornati nella loro patria.

Se guardiamo un po’ più da vicino i dati dell’immigrazione e dell’emigrazione degli italiani e delle italiane, si nota che nell’ultimo decennio le partenze rappresentano circa la metà degli arrivi. Una tendenza che si ritrova anche negli altri Stati limitrofi.

La percentuale dei rientri in patria è ancora più alta per la comunità portoghese: quasi l’87% delle emigrazioni di ritorno sono avvenute verso il Portogallo.

Ciò è anche legato all’età in cui si verificano le emigrazioni. Le persone che lasciano la Svizzera in età di pensionamento tendono a tornare più spesso nel loro Paese d’origine rispetto a chi è più giovane, più propenso a spostarsi tra diverse nazioni.

La popolazione portoghese tende a emigrare in età più avanzata rispetto ad altre. Quasi il 60% dei e delle portoghesi che hanno lasciato la Svizzera lo ha fatto dopo i 40 anni, e più di un quarto dopo i 60 anni. In confronto, la maggior parte delle emigrazioni per le altre nazionalità si è verificata tra i 20 e i 40 anni.

La nostalgia di casa

Secondo uno studioCollegamento esterno dell’Università di Neuchâtel (UniNE) pubblicato nel 2023, “l’ideologia del ritorno” è ancora fortemente radicata nella comunità portoghese. Rispetto agli altri gruppi stranieri studiati, i portoghesi sono i più legati al loro paese d’origine e si sentono meno parte della Svizzera, come si legge.

In generale, la nostalgia di casa è citata come un fattore decisivo nel 7% dei casiCollegamento esterno, indipendentemente dalla nazionalità.

L’immagine dei lavoratori poco qualificati della seconda metà del XX secolo, che emigravano in massa con l’obiettivo di lavorare e risparmiare per tornare nel Paese, senza intenzione di integrarsi, è stata a lungo attribuita dapprima principalmente agli italiani e in un secondo tempo ai portoghesi. Questa immagine corrisponde a una realtà, ma è anche dovuta al permesso di soggiorno stagionale, l’unico a cui potevano aspirare fino a un certo periodo, che doveva venire rinnovato di anno in anno e consentiva di restare in Svizzera solo per un certo numero di mesi.

Oggi, l’immigrazione portoghese non si limita più a questo, soprattutto dopo la grave crisi economica che il Portogallo ha attraversato all’inizio degli anni 2010. Il tasso di disoccupazione, allora molto elevato, ha spinto una nuova ondata di persone a partire. Nonostante fossero ben qualificate, alcune hanno avuto difficoltà a trovare un lavoro che fosse all’altezza dei loro diplomi.

Questo alimenta la sensazione di essere solo di passaggio e idealizza un ritorno alle radici. La specialista della migrazione portoghese Liliana Azevedo afferma che, dopo la crisi, la situazione socio-economica e l’immagine del Portogallo sono cambiate. Lo Stato portoghese ha persino trasformato il ritorno al Paese dei suoi cittadini e cittadine in un programma politico.

“Molte di queste persone, che avevano emigrato controvoglia, sono ripartite non appena hanno avuto l’opportunità di farlo”.


Trump in tour: accordi d’oro con gli arabi, è la dollaro-diplomazia

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Donald Trump ha alzato il pugno in aria mentre scendeva dall’Air Force One, atteso da Mohammed bin Salman (MbS), suo giovane partner di buoni affari. E aveva buoni motivi per essere raggiante. Giunto ieri a Riyadh come un lupo affamato, il presidente ha ottenuto da principe saudita un impegno da 600 miliardi di dollari per investimenti negli Usa.

UNA SOMMA enorme che include quello che gli americani descrivono come il più grande accordo di vendita di armi tra alleati, per un valore di quasi 142 miliardi di dollari. Il mese scorso gli Stati uniti si erano detti pronti a offrire a Riyadh un pacchetto di armi del valore di 100 miliardi. MbS è andato ben oltre, coprendo buona parte del desiderio della Casa bianca di ottenere investimenti per «mille miliardi di dollari» negli Usa durante la sua missione nel Golfo, la prima all’estero del suo secondo mandato. «Credo che ci piacciamo molto», ha detto Trump incontrando il fedele alleato e sovrano di fatto dell’Arabia saudita.

Oggi Trump sarà al vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo, primo presidente Usa a farlo. Tra i temi sul tavolo: la sicurezza regionale, il nucleare iraniano e lo Yemen.

La missione proseguirà domani nel piccolo ma potente Qatar, attore chiave della diplomazia e delle finanze mediorientali. Si parla di intese tra i 200 e i 300 miliardi di dollari. Con l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani – che insiste per donargli un lussuoso Boeing 747 – Trump discuterà della crisi di Gaza, dando il via alla parte più politica del suo viaggio nel Golfo. Poi andrà ad Abu Dhabi, dove sarà ricevuto da Mohammed bin Zayed.

Il governo Netanyahu ha seguito ogni passo del presidente Usa. Il premier israeliano, che fatica a tenere agganciato Trump alle sue prossime operazioni militari a Gaza – ieri Netanyahu ha confermato l’imminenza dell’offensiva «Carri di Gedeone» – e al rifiuto di una tregua permanente con Hamas, a svantaggio anche degli ostaggi israeliani, fatica a digerire la decisione della Casa bianca di non includere nel tour mediorientale lo Stato ebraico. Tel Aviv è preoccupata per ciò che Trump potrebbe proporre mentre re e principi arabi lo ricoprono di dollari.

SI PARLA da giorni di una dichiarazione «importante» del presidente Usa a proposito di Gaza e della Palestina. È assai improbabile che riconosca il diritto dei palestinesi all’indipendenza nella loro terra, alla luce anche della sua proposta di espellere i palestinesi da Gaza. Eppure, l’entourage di Netanyahu non ha nascosto il timore che «l’imprevedibilità» di Trump possa produrre proposte e soluzioni non in linea con quelle di Israele.

Il tycoon ieri ha cercato di tranquillizzare Netanyahu proclamando che il suo «sogno» è che l’Arabia saudita aderisca agli Accordi di Abramo e, quindi, normalizzi le relazioni con Israele. Allo stesso tempo ha riconosciuto che Riyadh non lo farà subito. «È mia fervente speranza, desiderio e persino sogno che l’Arabia saudita… aderisca presto agli Accordi di Abramo…Ma lo farete quando vorrete», ha detto, riconoscendo che il regno dei Saud non è pronto ad avviare relazioni con Israele mentre le forze agli ordini di Netanyahu distruggono Gaza e la popolazione palestinese soffre la fame. Senza dimenticare il rifiuto del governo israeliano di stabilire un percorso verso l’indipendenza palestinese. In realtà, la dichiarazione – se e quando ci sarà – di Trump su Gaza e i palestinesi non conterrà svolte clamorose. Più parti lo prevedono.

PUNTERÀ INVECE sulla richiesta di una tregua temporanea tra Israele e Hamas e sullo scambio di ostaggi israeliani con prigionieri politici palestinesi. Doha insiste per accettare la proposta di Hamas di liberare tutti gli ostaggi israeliani e porre fine alla guerra, ma – risponde l’Amministrazione statunitense – la posizione di Netanyahu e dei ministri più estremisti non andrà oltre un accordo temporaneo.

In cambio della liberazione di Edan Alexander, gli Stati uniti – riferisce il sito Axios – avrebbero promesso di fare pressione su Israele affinché accetti un cessate il fuoco di 70-90 giorni in cambio del rilascio di dieci ostaggi. Più di tutto, starebbero agendo per impedire che Israele lanci l’operazione «Carri di Gedeone».

TRUMP ha ribadito che la sua amministrazione «lavora per riportare indietro gli ostaggi e per porre fine alla guerra». Da parte sua, il governo israeliano ripete che i negoziati saranno condotti sotto tiro e che l’offensiva per occupare l’intera Striscia andrà avanti se Hamas non rilascerà gli ostaggi.

Nello scenario migliore, prevedono i media israeliani, Trump presenterà un piano sostenuto dagli arabi per porre fine alla guerra. «Nel peggiore dei casi – ha scritto Haaretz – Trump non presenterà nulla, oppure Israele o Hamas respingeranno il piano. Di conseguenza, il presidente Usa perderà interesse, la guerra a Gaza continuerà senza fine, gli ostaggi moriranno e il ministro delle Finanze (e leader dell’ultradestra, ndr) Bezalel Smotrich sarà contento».


La nuova Norimberga che aspetta Vladimir Putin

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Di Marco Bresolin, La Stampa

BRUXELLES. Sul banco degli imputati potrebbero finire Vladimir Putin, Sergei Lavrov, ma potenzialmente anche il presidente bielorusso Alexsandr Lukashenko e il leader nordcoreano Kim Jong-un. In presenza e, se non sarà possibile, persino in contumacia. Chiamati a rispondere del “crimine di aggressione” commesso nei confronti dell’Ucraina davanti a un tribunale internazionale istituito ad hoc, proprio come quello di Norimberga che dopo la Seconda guerra mondiale processò i responsabili dei crimini di guerra commessi dal regime nazista. Mentre in Turchia la macchina diplomatica lavora a un incontro tra Russia e Ucraina, a Lussemburgo oggi verrà approvata ufficialmente l’istituzione del Tribunale speciale che dovrà giudicare i leader politici e militari responsabili del crimine di aggressione perpetrato nei confronti dello Stato presieduto da Volodymyr Zelensky.

La cornice sarà quella dell’assemblea annuale dei ministri del Consiglio d’Europa, l’organizzazione (estranea all’Ue) che promuove la difesa dei diritti umani. Dopo l’adozione della Dichiarazione di Leopoli, sottoscritta venerdì da una trentina di Paesi, l’Ucraina consegnerà al segretario generale Alain Berset una lettera per chiedergli di istituire formalmente il tribunale speciale e la decisione, con ogni probabilità, sarà adottata già oggi dai ministri dei 46 Stati che compongono l’assemblea del Consiglio d’Europa. Dopodiché serviranno alcuni mesi per sbrigare le formalità giuridico-amministrative, i singoli Stati procederanno con le ratifiche a livello nazionale e la nuova corte potrebbe diventare operativa alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo. Il tutto, secondo le intenzioni dei promotori, a prescindere dall’esito degli eventuali colloqui per porre fine al conflitto. «Mentre i negoziati di pace si concentrano sulla cessazione delle ostilità – spiega il Consiglio d’Europa –, meccanismi di giustizia come questo garantiscono che i responsabili dell’aggressione non rimangano impuniti. È uno sforzo a lungo termine per difendere lo Stato di diritto». L’iniziativa viene considerata «un investimento nella pace globale, nella giustizia e nella credibilità del diritto internazionale».

Il tribunale sarà chiamato a giudicare le azioni dei singoli leader con responsabilità politiche e militari, non la Russia in quanto Stato. Ma la necessità di creare una nuova istituzione ad hoc nasce dal fatto che la Corte penale internazionale non ha competenza sul crimine di aggressione commesso in Ucraina. La Cpi – che nel 2023 ha spiccato un mandato d’arresto nei confronti di Putin – può infatti giudicare i crimini di guerra, quelli contro l’umanità e il genocidio, ma in questo caso specifico non il crimine di aggressione, che consiste nell’uso della forza armata da parte di uno Stato in violazione della Carta delle Nazioni Unite. Il Tribunale speciale – che dovrà perseguire gli individui che hanno pianificato e ordinato l’invasione – sarà quindi “complementare” alla Corte dell’Aia e, come auspica il governo dei Paesi Bassi, potrebbe avere sede sempre all’Aia (ma la scelta della località non è stata ancora formalizzata).

Come spiega il Consiglio d’Europa, anche i leader di Bielorussia e Corea del Nord sono potenzialmente perseguibili qualora dovesse emergere che hanno giocato un ruolo decisivo. Ma la possibilità di portare effettivamente Putin o Lukashenko davanti al collegio giudicante si scontrano con una serie di ostacoli «giuridici, politici e pratici». In quanto capo di Stato, il presidente della Federazione russa gode dell’immunità diplomatica e quindi, finché rimarrà in carica, non potrà essere processato. Nel frattempo, però, si potranno avviare le indagini, raccogliere le prove e predisporre le accuse. Nel caso in cui il suo mandato dovesse finire, sarebbe necessaria una collaborazione della Russia per eseguire il mandato d’arresto, cosa che potrebbe non avvenire. Ma si è deciso di aprire alla possibilità di processi in contumacia.

La nuova corte nasce nel contesto del Consiglio d’Europa, ma sarà sostenuta (e finanziata) da tutti gli Stati che vorranno farne parte, anche se non membri del Consiglio d’Europa, come ad esempio il Canada e l’Australia. Al momento sono circa una quarantina. Anche gli Stati Uniti, durante l’amministrazione Biden, hanno partecipato alle riunioni preparatorie che vanno avanti da più di due anni, ma l’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha portato a una netta frenata. Al momento la partecipazione di Washington non è prevista, «ma potranno sempre aggiungersi in un secondo momento» spiegano fonti Ue. Gli Stati che sosterranno il tribunale potranno proporre i loro candidati per il ruolo di giudice (un comitato indipendente ne selezionerà 15 che resteranno in carica per 9 anni) o per quello di procuratore (il quale resterà in carica per 7 anni).

Si applicherà la giurisdizione ucraina e verranno adottati gli standard giuridici internazionali, in particolare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, «per assicurare processi equi, il diritto alla difesa e l’indipendenza giudiziaria». I dettagli tecnici sono stati messi a punto da un gruppo formato dai giuristi di una quarantina di Paesi che in questi anni hanno lavorato a fianco del Consiglio d’Europa, dell’Unione europea e dell’Ucraina per mettere a punto il Tribunale speciale.


Milshtein: “Una follia occupare la Striscia, sarà l’Iraq d’Israele”

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

GERUSALEMME – «L’occupazione di Gaza non sarà la fine della storia, ma l’inizio. È abbastanza chiaro che sul terreno ci saranno azioni di guerriglia come in Iraq dopo il 2003, quando gli americani sconfissero Saddam Hussein. Ci saranno morti, vittime e tante domande su come uscire da questa situazione. Ed è tutto folle perché il governo israeliano non spiega niente, l’unica cosa che fa è rifugiarsi negli slogan, come quello sulla vittoria totale».

Ancora una volta è Michael Milshtein, uno degli analisti israeliani più preparati, capo del Forum per gli studi palestinesi al Centro Moshe Dayan e riservista con un passato nell’intelligence, a dirla nella maniera più chiara. Ponendo in evidenza rischi e conseguenze dell’annunciata espansione dell’offensiva militare dell’esercito israeliano.

Da cosa nasce il piano di Netanyahu?

«Dalla considerazione che sconfiggere Hamas, o meglio combattere contro Hamas, è più importante della salvezza degli ostaggi. Qui in Israele la gente è convinta che il governo sia disposto a sacrificare i rapiti. E c’è molta rabbia tra i riservisti che non vogliono prendere parte a questa nuova operazione a Gaza».

La situazione umanitaria della Striscia di Gaza è disastrosa, dopo due mesi di blocco degli aiuti ormai si parla di carestia. Quella militare qual è?

«L’Idf controlla il 45 per cento di Gaza, se si considera meramente il territorio. Ma le forze armate per ora non sono nelle aree troppo popolate dove la presenza delle brigate Qassam è più forte. La decisione di occupare militarmente Gaza, dichiarata in modo esplicito dal ministro Smotrich, avrà un prezzo politico, sociale ed economico altissimo anche per il popolo israeliano. Questo il governo non lo dice».

Quale il prezzo diplomatico?

«Se ci sarà un’occupazione totale sono a rischio le relazioni diplomatiche con Egitto, Giordania e, naturalmente, Arabia Saudita».

Le ultime mosse di Trump hanno scavalcato Netanyahu su molti dei temi caldi, Iran, Houthi, Gaza… Come stanno le cose?

«Fino a tre giorni fa parlavo di distanza tra i due, ora siamo quasi alla spaccatura. E Netanyahu non può continuare a nasconderlo, anche se le sue dichiarazioni, e quelle del suo governo, sono tutte a senso unico nel cercare di dimostrare che il rapporto con la Casa Bianca è inossidabile e che niente è cambiato. Nel governo è forte l’idea che gli Stati Uniti ci sosterranno sempre, qualsiasi sia lo scenario in cui ci troveremo. Secondo me è un errore pensarlo, mi pare che Trump adesso, interessato a firmare contratti e fare business in Medio Oriente, veda Netanyahu più come un ostacolo ai suoi progetti».

La liberazione di Adam Alexander, maturata scavalcando le autorità israeliane con un colloquio diretto tra Hamas e gli inviati statunitensi, cosa cambia?

«Credo che gli Stati Uniti faranno pressione su Netanyahu per il negoziato di Doha e per non lanciare l’operazione Carri di Gedeone. Trump vuole che i cadaveri degli altri quattro americani ancora nelle mani di Hamas siano riconsegnati. Tutto questo minaccia la stabilità del governo israeliano perché Smotrich eBen-Gvir vogliono l’occupazione della Striscia, potrebbero ritirare il sostegno a Netanyahu se non la ottengono, dunque potremmo avvicinarci alle elezioni».

Quali conseguenze avrà per Israele il viaggio di Trump in Medio Oriente?

«Trump è a Riad, poi in Qatar e negli Emirati, forse incontrerà anche il presidente siriano Al Sharaa. L’impressione è che Israele in questo momento sia quasi isolato».


Sergio Rossi – Stati Uniti e Cina amici (quasi) come prima

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


“Porre fine alla guerra. È tempo di una soluzione politica”

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Dalla nostra corrispondente in Israele

Il 9 giugno oltre 5000 persone sono giunte a Gerusalemme per prendere parte al tanto atteso People’s Peace Summit, il più grande raduno civile contro la guerra tenutosi dopo il 7 ottobre 2023 e promosso della coalizione It’s Time, un’ampia alleanza civile che aveva debuttato a Tel Aviv nel luglio 2024 con un evento tenutosi presso l’Arena Menorah.

Già nella giornata di giovedì la città santa ha ospitato visite guidate, attività didattiche e culturali ispirate a uno spirito di riconciliazione e alla speranza di un futuro diverso, mentre venerdì sul palco dei Binyanei HaUma, il Centro Congressi Internazionale, si sono alternati discorsi di esperti, performance di artisti di spicco e dibattiti aperti su sicurezza, economia, diplomazia, istruzione e cultura, trasmessi in diretta streaming in decine di località in Israele e del mondo. Tra gli oratori c’erano molti membri di famiglie in lutto come Maoz Inon, che ha perso i genitori nel Moshav Netiv Ha’asarah, Sigalit Hilel, madre di Ori Tchernichovsky assassinato al festival Nova ed Elana Kaminka, il cui figlio Yannai è stato ucciso il 7 ottobre. Elana ha dichiarato: “Siamo la nazione delle start-up intrappolata in un ciclo di spargimenti di sangue lungo un secolo. È ora di applicare la nostra creatività alla diplomazia. Lo dobbiamo ai nostri figli”.

Accanto a loro, parenti degli ostaggi, soldati israeliani contrari alla guerra in corso, residenti delle zone di confine, diplomatici, politici, personaggi pubblici e artisti, tutti uniti dalla volontà di porre fine alla guerra e impegnarsi per una soluzione politica, nella convinzione che il cambiamento sia necessario e realizzabile. Messaggi di sostegno sono stati inviati anche dai leader internazionali come il presidente francese Emmanuel Macron che ha reso “omaggio al coraggio di coloro che lavorano oggi per la coesistenza e la pace”, mentre il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato da Ramallah: “La pace è possibile. Attraverso la giustizia, possiamo garantire sicurezza e un futuro a tutti i popoli della regione”.

L’iniziativa è stata naturalmente denigrata dalla destra, ma ha attirato anche le critiche di parte della sinistra radicale israeliana, che ne ha messo in discussione la struttura e i contenuti, sottolineando in particolare l’assenza di un confronto aperto con la spinosa questione del genocidio. Onestamente già l’anno scorso l’incontro aveva sortito un effetto principalmente “catartico” fungendo da terapia di gruppo per gli attivisti frustrati. Giunti alla seconda edizione ci si sarebbe aspettati qualcosa di più concreto di slogan e dichiarazioni di intenti, mentre anche il panel di punta con Ehud Olmert e Nasser Al-Kidwa sulla soluzione a 2 stati è stato abbastanza superficiale. Tuttavia, visto attraverso la lente della realtà violenta e disumanizzata nella quale ci si trova ad operare in Israele e Palestina, il People’s Peace Summit rappresenta pur sempre un prezioso traguardo che, come tale, va sostenuto senza ambivalenze.

Del resto, oltre all’affluenza vi sono almeno due elementi positivi che rendono la speranza meno astratta di quanto sembri. Il primo è senza dubbio la partnership delle oltre 60 organizzazioni che hanno presieduto l’evento insieme al New Israel Fund, associazioni che si battono quotidianamente e concretamente per il rispetto dei diritti umani e la fine del conflitto. Una di queste è la nota Women Wage Peace, la cui esponente Soumaya Bashir ha dichiarato: “Come donne, scegliamo la vita anche in mezzo alla distruzione. Non rispondiamo con il silenzio o la ritirata, ma con l’azione”. In secondo luogo, alcuni dei politici che hanno preso la parola, tra cui Ayman Odeh e Ahmad Tibi, hanno dato al pubblico un esempio di come dovrebbero parlare i leader di quell’opposizione della quale Israele ha urgente bisogno per contrastare i crimini dell’attuale governo. In questo contesto sarebbe forse auspicabile che la sinistra radicale si assumesse la propria parte di responsabilità e scendesse dal piedistallo ideologico dal quale si erge a rigido censore, partecipando al dibattito con un linguaggio più morbido che consenta di instaurare un dialogo con altri gruppi.

Non si tratta di modificare la sostanza, né certamente la storia farà sconti ad Israele per quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania, bensì di scegliere una comunicazione che permetta agli altri gruppi di abbassare le corazze protettive che impediscono ogni cambiamento di coscienza e di orientamento. Ma soprattutto, come ha ricordato la parlamentare Naama Lazimi formatasi all’interno del partito laburista, “sono da preferire il dolori della pace ai tormenti della guerra”.

Nelle immagini: momenti del congresso fotografati da Tamar Musafi


La demolizione in atto

Al simposio del Cotec, lo sprone all’Europa: “Si renda più autonoma, un azzardo credere in rapporti normalizzati” 

Una nota teoria sociologica spiega come sia possibile trasformare un’idea inizialmente rifiutata e giudicata inaccettabile per la collettività in un’idea prima accettata e poi perfino legalizzata. In altre parole: comportamenti una volta ritenuti inammissibili oggi possono essere considerati normali e addirittura incoraggiati come una regola generale.

A questo penso quando cerco di valutare l’idea e la pratica della politica oggi. Mio padre, sindaco appassionato di lungo corso, mi diceva che fare politica significa occuparsi dei singoli per il bene di tutti. Esprimeva, inconsciamente, un principio etico per nulla scontato di questi tempi. Il filosofo Kant l’aveva così riassunto: “L’umanità, come ogni singolo uomo, va trattata come fine e mai come mezzo, tenendo bene a mente che il valore di ogni individuo è supremo dovere dell’agire umano “. Il concetto – lo ripeto – è disperatamente inconciliabile con gli orientamenti in corso d’opera.

Oggi siamo assediati da una risma di criminali seriali che ci comandano o mirano a farlo: il fine ultimo delle loro follie – lo abbiamo intuito – non sono le “sorti magnifiche e progressive” dell’umanità. Putin si impegna a “finire il lavoro” in Ucraina e massacra cinicamente i civili in nome della Grande Russia; Netanyahu, dopo l’orrendo eccidio di Hamas, decide, con il silenzio codardo e vergognoso dei governi europei, che lo sterminio del popolo palestinese è una necessità: evita situazioni giudiziarie poco gradite e prepara il confortevole resort americano. A dirci che le cose vanno storte è l’irrompere del trumpismo che sconquassa la democrazia americana. Le intenzioni del personaggio sono note: i berrettini rossi ci annunciano che intende perseverare anche dopo il 2028. Le aspirazioni di questi signori (e pure qualche signora fa parte della brigata), così diversi e pure così uguali, sono compendiati nella formula latina “Princeps legibus solutus est” (il principe è sciolto dalle leggi, le fa e non le subisce: e infatti Trump ha dichiarato di non sapere se rispetterà la costituzione!).

La fine della democrazia liberale è parte integrane del programma “Dio è morto” suggeriva Nietzsche e intendeva la morte del sacro, del rispetto della dignità delle persone. L’attualità gli dà ragione. Il vicepresidente degli Stati Uniti, uomo di intelligenza usata male, è addirittura riuscito a offrire ai cattolici americani la base ideologica che giustifica il sostegno a Trump: ha fatto di Sant’Agostino un promotore dell’esclusione, delle politiche migratorie restrittive e della discriminazione fra compatrioti e stranieri. Un obbrobrio, una schifezza, un’oscenità avallata pure da qualche Cardinale che alla predicazione evangelica preferisce il verbo trumpiano! (Urgente esortazione al novello esegeta dell’Ohio: una ripassatina della “Città di Dio”, Libro diciannovesimo, cap. 14, 19, 20: il ravvedimento è concesso).

La demolizione in atto delle democrazie liberali è lenta, subdola, graduale, quasi impercettibile per evitare pericolose inquietudini degli elettori. La strada pare sia stata suggerita da Benito Mussolini: spennare il pollo democratico una piuma alla volta per non farlo strillare troppo forte. Ossia: una volta eletto, l’aspirante autocrate provvede a restringere poco a poco le libertà e diritti dei cittadini. E, quando i polli (noi) si sveglieranno, la transizione autoritaria sarà fatta e sarà troppo tardi per rimediare. Il processo è in corso anche nelle democrazie occidentali: roboante negli Stati Uniti, più strisciante in Europa: il parlamento è gradualmente accantonato e si procede per decreti esecutivi, si punta al presidenzialismo, si discredita il potere giudiziario, si limita la libertà di stampa, si controlla la formazione.

L’antidoto? L’antidoto siamo noi cittadini se riuscissimo a vincere l’apatia e l’indifferenza.

L’imbecillismo sovranista e ultranazionalista, con vigorose pennellate di neofascismo, sta facendo il mondo a pezzi per riportarlo ai tempi bui quando i cittadini erano sudditi in balìa del delirio di pochi.

Dobbiamo reimparare ad indignarci e ribellarci con il voto e. se occorre, con le proteste ad alta voce, pacifiche ma inflessibili e vigorose. Purtroppo non siamo ancora lì: ci sono i crimini contro l’umanità che coprono il mondo di cadaveri e noi stiamo zitti! A Gaza c’è un genocidio in corso (ne dubitate?) e noi stiamo zitti! In Ucraina il diritto internazionale è stato calpestato da Putin e noi stiamo zitti! I migranti affogano in mare e sono trattati come oggetti senza umanità, e noi stiamo zitti! Perfino la neutralità, per noi svizzeri, è diventata la giustificazione per star zitti e coprire il nostro pusillanime opportunismo. Le porte del peggio sono socchiuse e noi sempre zitti e indifferenti.

Scritto per laRegione