Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni
La prodigiosa trasformazione della classe operaia in stranieri è uno degli ultimi successi della cinematografia elvetica. Quattro proiezioni esaurite al Festival di Locarno [di cui Naufraghi/e ha parlato a suo tempo, ndr], molti spettatori nelle sale, riscontri e discussioni nei media. In attesa di un’ulteriore programmazione in Ticino (il 14 maggio al cinema Leventina di Airolo) ne abbiamo parlato con il suo regista, Samir, lui stesso immigrato da giovane dall’Iraq e attento osservatore anche delle dinamiche sociali elvetiche.
Samir, il tuo film ripercorre la storia dell’immigrazione soprattutto italiana della fine del secolo scorso, avvenuta in condizioni difficili e in un clima di razzismo che molti lavoratori e lavoratrici hanno subito, e che neppure i sindacati dell’epoca avevano capito e stigmatizzato. Tu partecipi spesso alle proiezioni. Come reagiscono gli spettatori, che in molti casi ne hanno avuto esperienza diretta?
Le reazioni del pubblico sono sempre molto interessanti. Direi che sono di tre o quattro tipi diversi. Le persone colte, di solito della classe media, svizzere fino al midollo, di solito rimangono scioccate. Sanno chi era Schwarzenbach, ma si rendono conto di non aver capito che si trattava di vero e proprio razzismo, che molte persone avevano sofferto, e si sentono in colpa. Poi c’è chi dice che però suo nonno a Natale invitava a cena gli stagionali che vivevano in una baracca lì vicino, e magari si rende conto che un’intera categoria di persone non è mai esistita nel proprio panorama mentale. Un altro gruppo di spettatori è costituito dai migranti stessi che non sono tornati al paese d’origine. Qui le reazioni sono molto emotive. Cominciano magari a parlare della loro esperienza e a un certo punto non ce la fanno più a continuare per la commozione. Sono momenti importanti. Un incontro fra due parti che finora non avevano mai dialogato, se ci pensiamo bene. E poi ci sono i giovani. Non molti, ma ci sono. Sono sempre molto determinati, sentono il bisogno di fare qualcosa di concreto, e questo mi dà qualche speranza. Infine ci sono quelli che oltralpe chiamiamo “secundos”, la seconda o terza generazione, che di solito mi ringraziano per aver capito in che condizioni hanno vissuto e quanto hanno dovuto lavorare i loro genitori o i loro nonni. Di solito non ne sono consapevoli, perché in famiglia non se ne parlava volentieri, non si volevano rivangare questi ricordi. Qualcuno lo dice anche nel film, “non voglio che i miei figli sappiano quanti sacrifici ho dovuto fare”. E oggi meno che mai: tutti vogliono sembrare persone di successo, e i tempi duri è meglio dimenticarli.
Dal titolo che hai scelto sembra quasi che ci sia qualcosa di incomprensibile in quanto è avvenuto.
Parlare di “classe operaia” magari oggi spaventa un po’, ma un tempo era una realtà ben concreta. Dübendorf, dove sono cresciuto, era una vera comunità di lavoratori. C’era la società di ginnastica, un centro culturale e un cinema gestiti dai sindacati, attività per i bambini, alloggi gestiti dalle cooperative, tutto un progetto alternativo contro quello della borghesia. Io tutto questo l’ho visto e vissuto di persona, ma con l’esclusione dei lavoratori migranti c’è stato il declino di tutte queste attività. Una parte importante della classe operaia di allora è stata esclusa, è stata una specie di suicidio sociale. Questa esclusione però non è cominciata con l’iniziativa Schwarzenbach. La si può far risalire alla prima guerra mondiale, con una parte dei partiti di sinistra che hanno abbracciato l’ideologia nazionalista, patriottica, mentre l’altra è rimasta nell’internazionalismo. Credo che questa sia la base del problema. Come è possibile che una formazione politica basata sull’internazionalismo abbia potuto cominciare ad essere razzista o nazionalista? È una domanda d’attualità ancora oggi.
Il film però guarda anche alle fasi successive dell’immigrazione, che hanno avuto caratteristiche diverse e per alcuni aspetti più positive.
Beh, certo, l’economia è cambiata, e così anche i migranti. Non sono più quelli di un tempo, che arrivavano a volte già con un inquadramento politico-sindacale e con l’idea che il loro mondo fosse la fabbrica. I migranti che sono arrivati dai Balcani, ad esempio, hanno preferito l’iniziativa privata, aprendo negozietti di kebab o di prodotti alimentari, e sfuggendo ad ogni forma di organizzazione che non fosse su basi etniche, per mantenere viva la loro cultura di origine, senza un’idea politica come avevano gli italiani, i portoghesi e gli spagnoli. Sono anche migranti più giovani, che riescono a integrarsi più facilmente. Non si concentrano più su attività specifiche, come ad esempio era l’edilizia. Provano cose diverse. Se un’attività non va bene ne cercano un’altra. Più tardi, con i rifugiati, le cose sono cambiate ancora. Qui in un certo senso si è tornati indietro, perché arrivavano persone accomunate da una causa politica, come i Tamil, che appartenevano al partito delle Tigri. Però l’integrazione ha funzionato meglio, e oggi molti immigrati sono presenti nelle formazioni politiche, e anche in parlamento. Oggi arrivano siriani, iracheni, afgani, curdi, eritrei, somali, e sono tutti molto giovani, sui 20-25 anni. Riescono ad esprimersi bene anche in tedesco, francese o italiano. Trovano appoggio in una parte della popolazione, che li aiuta con scuole, corsi di lingue e altre iniziative. Io ne conosco molti, e devo dire che sono di idee molto aperte, e si interessano della realtà locale. Ma questo potrebbe essere il soggetto per un nuovo film. Ci sto già pensando. Potrebbe chiamarsi “I nuovi svizzeri”, o qualcosa del genere.
Auguri per il tuo progetto, allora, anche perché potrebbe essere utile in vista del voto sull’iniziativa “Per un diritto di cittadinanza moderno (Iniziativa per la democrazia)”, che vuole rendere meno impervio di oggi il cammino verso la naturalizzazione.
Mi sembra impensabile che in una democrazia, come accade in Svizzera, il 25% della popolazione non abbia la possibilità di votare o di partecipare con pieno diritto alla vita politica. È un po’ la stessa cosa che è successa con il voto alle donne. Per me è la stessa cosa. Magari prima o poi sarà necessario uno sciopero dei migranti, per far capire la loro situazione e ottenere il giusto rispetto. È una questione di dignità umana. Non capisco come una parte della socialdemocrazia o anche dei verdi possa essere reticente su questo punto. Lo strumento che abbiamo a disposizione per andare verso una società di tutti è appunto questa iniziativa. Certo, i razzisti non saranno d’accordo, ma c’è una parte della popolazione che oggi potrebbe sostenere questa iniziativa. Ma molti, anche fra i compagni della sinistra, vanno aiutati a capire. Anche in questi ambienti, e anche fra i sindacati, c’è molta prudenza. L’argomento è sempre il solito: “questo non è il momento giusto”. Ma non è mai il momento giusto. Comunque per finire abbiamo 25 o 27 comitati in tutta la Svizzera, e sono i giovani migranti stessi ad essere molto attivi. Lo si è visto bene al momento della consegna dell’iniziativa. C’erano un arabo, una kosovara, un’italiana, uno svizzero, una albanese, un iracheno, una tamil… Erano loro il motore della raccolta delle firme. E alla fine sono arrivati Vania Alleva [presidente nazionale Unia, ndr] e Cédric Wermuth [vicepresidente PS svizzero, ndr], che però si sono messi in un angolino, come a dire “ci siamo, ma fino a un certo punto”.
- Il trailer de “La prodigiosa trasformazione della classe operaia in stranieri”
- L’interessante studio della Commissione federale della migrazione La naturalizzazione come privilegio
Nell’immagine: immigrati italiani alla stazione di Zurigo
