Samir – Erano la classe operaia, ne abbiamo fatto stranieri. Ora rendiamoli cittadini

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

La prodigiosa trasformazione della classe operaia in stranieri è uno degli ultimi successi della cinematografia elvetica. Quattro proiezioni esaurite al Festival di Locarno [di cui Naufraghi/e ha parlato a suo tempo, ndr], molti spettatori nelle sale, riscontri e discussioni nei media. In attesa di un’ulteriore programmazione in Ticino (il 14 maggio al cinema Leventina di Airolo) ne abbiamo parlato con il suo regista, Samir, lui stesso immigrato da giovane dall’Iraq e attento osservatore anche delle dinamiche sociali elvetiche.

Samir, il tuo film ripercorre la storia dell’immigrazione soprattutto italiana della fine del secolo scorso, avvenuta in condizioni difficili e in un clima di razzismo che molti lavoratori e lavoratrici hanno subito, e che neppure i sindacati dell’epoca avevano capito e stigmatizzato. Tu partecipi spesso alle proiezioni. Come reagiscono gli spettatori, che in molti casi ne hanno avuto esperienza diretta?

Le reazioni del pubblico sono sempre molto interessanti. Direi che sono di tre o quattro tipi diversi. Le persone colte, di solito della classe media, svizzere fino al midollo, di solito rimangono scioccate. Sanno chi era Schwarzenbach, ma si rendono conto di non aver capito che si trattava di vero e proprio razzismo, che molte persone avevano sofferto, e si sentono in colpa. Poi c’è chi dice che però suo nonno a Natale invitava a cena gli stagionali che vivevano in una baracca lì vicino, e magari si rende conto che un’intera categoria di persone non è mai esistita nel proprio panorama mentale. Un altro gruppo di spettatori è costituito dai migranti stessi che non sono tornati al paese d’origine. Qui le reazioni sono molto emotive. Cominciano magari a parlare della loro esperienza e a un certo punto non ce la fanno più a continuare per la commozione. Sono momenti importanti. Un incontro fra due parti che finora non avevano mai dialogato, se ci pensiamo bene. E poi ci sono i giovani. Non molti, ma ci sono. Sono sempre molto determinati, sentono il bisogno di fare qualcosa di concreto, e questo mi dà qualche speranza. Infine ci sono quelli che oltralpe chiamiamo “secundos”, la seconda o terza generazione, che di solito mi ringraziano per aver capito in che condizioni hanno vissuto e quanto hanno dovuto lavorare i loro genitori o i loro nonni. Di solito non ne sono consapevoli, perché in famiglia non se ne parlava volentieri, non si volevano rivangare questi ricordi. Qualcuno lo dice anche nel film, “non voglio che i miei figli sappiano quanti sacrifici ho dovuto fare”. E oggi meno che mai: tutti vogliono sembrare persone di successo, e i tempi duri è meglio dimenticarli.

Dal titolo che hai scelto sembra quasi che ci sia qualcosa di incomprensibile in quanto è avvenuto.

Parlare di “classe operaia” magari oggi spaventa un po’, ma un tempo era una realtà ben concreta. Dübendorf, dove sono cresciuto, era una vera comunità di lavoratori. C’era la società di ginnastica, un centro culturale e un cinema gestiti dai sindacati, attività per i bambini, alloggi gestiti dalle cooperative, tutto un progetto alternativo contro quello della borghesia. Io tutto questo l’ho visto e vissuto di persona, ma con l’esclusione dei lavoratori migranti c’è stato il declino di tutte queste attività. Una parte importante della classe operaia di allora è stata esclusa, è stata una specie di suicidio sociale. Questa esclusione però non è cominciata con l’iniziativa Schwarzenbach. La si può far risalire alla prima guerra mondiale, con una parte dei partiti di sinistra che hanno abbracciato l’ideologia nazionalista, patriottica, mentre l’altra è rimasta nell’internazionalismo. Credo che questa sia la base del problema. Come è possibile che una formazione politica basata sull’internazionalismo abbia potuto cominciare ad essere razzista o nazionalista? È una domanda d’attualità ancora oggi.

Il film però guarda anche alle fasi successive dell’immigrazione, che hanno avuto caratteristiche diverse e per alcuni aspetti più positive.

Beh, certo, l’economia è cambiata, e così anche i migranti. Non sono più quelli di un tempo, che arrivavano a volte già con un inquadramento politico-sindacale e con l’idea che il loro mondo fosse la fabbrica. I migranti che sono arrivati dai Balcani, ad esempio, hanno preferito l’iniziativa privata, aprendo negozietti di kebab o di prodotti alimentari, e sfuggendo ad ogni forma di organizzazione che non fosse su basi etniche, per mantenere viva la loro cultura di origine, senza un’idea politica come avevano gli italiani, i portoghesi e gli spagnoli. Sono anche migranti più giovani, che riescono a integrarsi più facilmente. Non si concentrano più su attività specifiche, come ad esempio era l’edilizia. Provano cose diverse. Se un’attività non va bene ne cercano un’altra. Più tardi, con i rifugiati, le cose sono cambiate ancora. Qui in un certo senso si è tornati indietro, perché arrivavano persone accomunate da una causa politica, come i Tamil, che appartenevano al partito delle Tigri. Però l’integrazione ha funzionato meglio, e oggi molti immigrati sono presenti nelle formazioni politiche, e anche in parlamento. Oggi arrivano siriani, iracheni, afgani, curdi, eritrei, somali, e sono tutti molto giovani, sui 20-25 anni. Riescono ad esprimersi bene anche in tedesco, francese o italiano. Trovano appoggio in una parte della popolazione, che li aiuta con scuole, corsi di lingue e altre iniziative. Io ne conosco molti, e devo dire che sono di idee molto aperte, e si interessano della realtà locale. Ma questo potrebbe essere il soggetto per un nuovo film. Ci sto già pensando. Potrebbe chiamarsi “I nuovi svizzeri”, o qualcosa del genere.

Auguri per il tuo progetto, allora, anche perché potrebbe essere utile in vista del voto sull’iniziativa “Per un diritto di cittadinanza moderno (Iniziativa per la democrazia)”, che vuole rendere meno impervio di oggi il cammino verso la naturalizzazione.

Samir con una giovane immigrata

Mi sembra impensabile che in una democrazia, come accade in Svizzera, il 25% della popolazione non abbia la possibilità di votare o di partecipare con pieno diritto alla vita politica. È un po’ la stessa cosa che è successa con il voto alle donne. Per me è la stessa cosa. Magari prima o poi sarà necessario uno sciopero dei migranti, per far capire la loro situazione e ottenere il giusto rispetto. È una questione di dignità umana. Non capisco come una parte della socialdemocrazia o anche dei verdi possa essere reticente su questo punto. Lo strumento che abbiamo a disposizione per andare verso una società di tutti è appunto questa iniziativa. Certo, i razzisti non saranno d’accordo, ma c’è una parte della popolazione che oggi potrebbe sostenere questa iniziativa. Ma molti, anche fra i compagni della sinistra, vanno aiutati a capire. Anche in questi ambienti, e anche fra i sindacati, c’è molta prudenza. L’argomento è sempre il solito: “questo non è il momento giusto”. Ma non è mai il momento giusto. Comunque per finire abbiamo 25 o 27 comitati in tutta la Svizzera, e sono i giovani migranti stessi ad essere molto attivi. Lo si è visto bene al momento della consegna dell’iniziativa. C’erano un arabo, una kosovara, un’italiana, uno svizzero, una albanese, un iracheno, una tamil… Erano loro il motore della raccolta delle firme. E alla fine sono arrivati Vania Alleva [presidente nazionale Unia, ndr] e Cédric Wermuth [vicepresidente PS svizzero, ndr], che però si sono messi in un angolino, come a dire “ci siamo, ma fino a un certo punto”.

Nell’immagine: immigrati italiani alla stazione di Zurigo


Una fiamma in mezzo alle rovine: la vita che resiste sotto le bombe

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Un giornalista di Gaza, Sufyan Al Shorbaji, raccontava qualche giorno fa la notte a Gaza: «L’angoscia del buio rotto dai bagliori delle esplosioni» delle bombe sganciate da jet e droni. I resti delle case che tremano e «la polvere che percorre chilometri» ed entra nelle tende degli sfollati, in ciò che rimane degli edifici già abbattuti in precedenza e in quei pochi che sono ancora in piedi. Poi sopraggiunge «un sollievo misto a paura per essere scampati alla morte, per ora, chissà per quanto». Infine «torna il silenzio, segnato dal ronzio dei droni di sorveglianza che sono lì a ricordare a tutti che l’orrore non è finito». La notte di Gaza sotto assedio israeliano è spaventosa.

La luce del giorno porta un beneficio minimo, perché per gli oltre due milioni di abitanti della Striscia non si vive giorno per giorno, ma ora per ora. I generi di prima necessità non entrano a Gaza dal 2 marzo per decisione di Israele. E in attesa dell’inizio dell’operazione militare «Carri di Gedeone», annunciata una settimana fa, e del «piano» israelo-americano per la distribuzione degli aiuti umanitari – una mostruosità volta a escludere le organizzazioni umanitarie internazionali – ogni palestinese di Gaza, quando sorge il sole, deve pensare a come procurarsi il minimo per la sopravvivenza. E non basta trovare il cibo: occorre anche cucinarlo. Illuminare, riscaldarsi, cucinare è diventato un atto di resistenza. Però è un’impresa ardua senza le bombole del gas, sparite totalmente da quando gli israeliani hanno bloccato i rifornimenti e ripreso l’offensiva. «Negli accampamenti, tra i ruderi, si accende da qualche settimana una fiamma dal sapore antico: è quella del cherosene che arde nei vecchi babour, come cento anni fa. Anche in questo modo si cucina oggi a Gaza», dice Mervat Awaf, reporter indipendente che da mesi racconta la resilienza della sua gente.

Gaza è sprofondata in un medioevo tecnologico a causa dell’offensiva israeliana. Invece del frigorifero ci sono pozzi scavati a mano. Al posto della luce elettrica, lanterne a olio. La legna, quando si trova, ha sostituito i fornelli. Ora ci sono anche i babour, antichi fornelli – ma anche stufette – della tradizione araba, prototipi di quelli da campeggio contemporanei. Prima del 7 ottobre, nelle case più povere erano solo ricordi, spesso dimenticati, di un nonno morto da tempo o il regalo di un parente. In quelle dei pochi facoltosi, erano semplici oggetti ornamentali, ben lucidati per abbellire una stanza. Ora i babour tornano protagonisti e risolvono non pochi problemi.

Hanno un vantaggio: sono alimentati a cherosene, non a gas, e consumano poco. Il puzzo che emanano è pungente, ma Suad Al Shubaki, madre e nonna di 55 anni, non ha dubbi. «Meglio del fumo della legna, che brucia gli occhi», spiega. «Il gas da cucina? È introvabile da mesi, e prepararsi un piatto caldo era impossibile. Poi mio marito ha trovato un babour, l’ha rimesso in funzione, e da allora riusciamo a cucinare un po’ di riso e verdure, quando riusciamo a trovarli». Um Ahmed, 66 anni, racconta che il figlio «ha ritrovato il babour che usava mia mamma. Pensate, dopo tanti anni c’era ancora un po’ di cherosene dentro».

Gli artigiani rimasti senza bottega, per via dei bombardamenti e degli sfollamenti, ora riparano vecchie stufe, fornelli e anche le lanterne che permettono agli sfollati di illuminare le tende. Il problema serio è procurarsi il combustibile, sempre più raro per il blocco attuato da Israele. «L’inventiva dei gazawi non ha confini – afferma Mervat Awaf –. Il combustibile per i babour e le lanterne, in mancanza di cherosene, si ottiene dalla plastica fatta bruciare e resa liquida». Il costo è elevato. «Trenta shekel (circa 7 euro, ndr) al litro. E anche i pezzi di ricambio, ormai rari, costano tanto, talvolta più della stufa», aggiunge.

Non perdersi d’animo e resistere sono le motivazioni che ogni giorno spingono due milioni di civili a mettercela tutta per andare avanti. E i bombardamenti non dissuadono chi ha la forza per ricostruire. Mohammed Abu Al-Aoun, 44 anni, ha assemblato una piccola casa con tavole di legno. Le pareti sono coperte da teloni di nylon, le finestre ritagliate nella plastica trasparente. Il tetto è puntellato con sostegni che lui stesso ha progettato. «Non è una casa, è una sorta di casa. Ma è nostra», ha detto a un’agenzia di stampa. Abu Al-Aoun, dopo aver perso un fratello e metà dell’abitazione in un bombardamento, si è ritrovato, come quasi tutti a Gaza, senza lavoro e non poteva permettersi l’affitto. Ha scelto di tornare dove c’erano le rovine di casa. «Vivere qui è meglio che vagare con una tenda», afferma. In casa, sua moglie ha ricavato un piccolo spazio per il babour. «Una scintilla può incendiare tutto», avverte Abu Al-Aoun, «intanto cuciniamo, viviamo».

Il pensiero di nuovi sfollamenti non abbandona gli abitanti, così come quello dei raid aerei. Tutti a Gaza sanno sempre tutto, nonostante le difficoltà ad accedere a Internet con i cellulari. Rigettano la prospettiva di essere spinti verso ciò che Israele chiama «spazi di accoglienza», nei pressi della costa, e di restare ammassati lì in attesa di cibo e acqua distribuiti da contractor americani per conto di una – pare – fondazione in Svizzera. Per anziani, ammalati e bambini, rischia di trasformarsi in una trappola letale.

Eppure, a Gaza, la vita si insinua tra le macerie assieme alla determinazione di non lasciarsi annientare. Negli appartamenti sventrati dalle esplosioni, sui rari balconi sopravvissuti, accanto alle tende e alle stanze ricavate tra le rovine, spuntano delle piantine: alcune per la generosità della primavera che non abbandona Gaza, altre sono state piantate dagli sfollati in ciotole di plastica e vasetti colmi di terra. Un giornale palestinese scrive che Naji Al Jabri, un 35enne, ha aperto un caffè – Al Hara – costruito con lamiere, pali bruciati e pneumatici: «Anche se mi resta una settimana di vita, voglio viverla con dignità», afferma sorridendo.

Nell’immagine: Il forno improvvisato da Ali e Aisha Marouf sul tetto della loro casa a Jabaliya


Prevost-Trump, gli Usa divisi da religione e algoritmi

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

Di Andrea Malaguti, La Stampa

I portentosi progressi dell’industria, l’essersi in poche mani accumulata la ricchezza e largamente estesa la povertà, oltre ai peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto”

Leone XIII, Rerum Novarum (15 maggio 1891)

Due cose che accadono a poche ore di distanza una dall’altra, ieri pomeriggio. La prima. Alessandria, piazza Marconi. Qualche centinaio di persone ad ascoltare il segretario della Cgil, Maurizio Landini, salito sul palco per spingere i referendum sul lavoro dell’8 e 9 giugno in dialogo con La Stampa. Rivendica la centralità del suo sindacato, il segretario, scommette contro ogni sondaggio, e forse anche contro la logica, che raggiungerà il quorum. Anche se non è questa la cosa più importante per lui. Gli interessa dare un segnale, raggranellare un numero di sì che superi le preferenze ottenute dal centrodestra alle ultime elezioni, scavallare i 12,5 milioni di voti che hanno permesso al centrodestra di governare, per dire a tutti: “Rimettete il lavoro al centro, discutetene con noi”. Nega di voler prendere la guida della sinistra e insiste sulla parola “giovani”. È anche per loro che si trova lì e che ha girato il Piemonte dalle Langhe al Monferrato. Così viene istintivo cercarli in mezzo alla piccola folla, questi ragazzi. Sono una manciata. Meno di una ventina. L’età media è alta. Forse è inevitabile in un Paese in cui gli over 65 sono più degli under 18. Eppure, la chiave della consultazione è la lotta al precariato. Tema sul quale l’interesse dovrebbe essere condiviso e intergenerazionale. Pia illusione, se anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, invita a disertare le urne. Bizzarra idea di democrazia.

«Il contrario di quanto chiede Mattarella. Mi domando che cosa gli faccia paura. Che i lavoratori abbiano più diritti?». Pioggia di applausi. Grida. Bravo segretario. Chi lo segue è pieno di passione. Questo pubblico a votare ci va di sicuro. Ma gli altri, quelli che non ci credono più, come li convinci? Come riesci a farti ascoltare dalle nuove generazioni? «Con il passaparola, ognuno convinca cinque persone». L’ottimismo della volontà. Vedremo.

Seconda scena. Città del Vaticano. Papa Leone XIV, eletto con voto quasi plebiscitario – come rivela un porporato del Madagascar – incontra i cardinali. Chiede aiuto per il compito immane che lo attende e introduce il tema centrale di un’agenda già al centro di mille speculazioni: il lavoro. Anche per lui. «Ho scelto il mio nome perché Leone XIII affrontò la rivoluzione industriale, oggi bisogna rispondere alla sfida dell’intelligenza artificiale». Centotrentaquattro anni dopo, vale la pena andare a riprendersi la “Rerum Novarum”. Comincia così: «I portentosi progressi dell’industria, l’essersi in poche mani accumulata la ricchezza e largamente estesa la povertà, oltre ai peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto». Sostituendo la parola “industria” con il concetto di IA si capisce che l’uomo non è cambiato. Semplicemente i mezzi si sono adeguati ai tempi. Ed è interessante notare che se il Pontefice americano, rivolgendosi al mondo intero, usa un linguaggio che guarda al futuro, il segretario della Cgil, ad Alessandria, chiamando a raccolta un Paese anagraficamente in declino, usa una retorica più simile a quella di un Papa del diciannovesimo secolo.

Un punto rimane intatto: la dottrina sociale. Della Chiesa e, in qualche modo, persino dei sindacati, in un mondo che, con la grandiosa accelerazione tecnologica, rischia di trasformare i lavoratori dipendenti da esercito di sfruttati a massa ininfluente. Spostati, non mi servi più, qualunque software è più bravo di te.

Così il buongiorno del primo erede di Pietro nato dopo la seconda guerra mondiale – un moderato, ancora indecifrabile, cresciuto a Chicago e con passaporto peruviano, teologo e missionario, cerniera evidente tra il Sud Globale e l’Occidente declinante – è nella direzione di un Nuovo Umanesimo Digitale. La tecnologia si metta al servizio dell’uomo e del bene comune. Non il contrario. È diverso, largamente, da Jorge Mario Bergoglio che lo ha preceduto, ma non è distante da lui, se è vero che il capostipite Frate Leone, prete a Viterbo nel Milleduecento, fu poi, nella seconda ora, tra i più stretti collaboratori di Francesco d’Assisi.

Improvvisamente, ricostruendo il progetto uscito dal Conclave, ci si trova di fronte ad un quadro per molti versi spettacolare. Che sembra rispondere a due fotografie – uguali ed opposte – scattate a Washington dopo l’elezione di Donald Trump. È sbagliato schiacciare la logica metastorica della Chiesa nell’angolo angusto della politichetta transeunte, ma è impossibile non pensare alla parata di Feudatari Tech schierati al fianco dell’Imperatore di Mar a Lago nel giorno del suo insediamento e al cerchio evangelico stretto intorno a lui nel cuore dello studio Ovale a capo chino e mani giunte. Gli Stati Uniti hanno ufficialmente due anime. E Donald Trump è solo il secondo americano più famoso del pianeta. Non sarà facile accettarlo per il suo ego mongolfierico. Qualunque cosa dirà, peserà un po’ meno. Correrà il rischio di essere contraddetta da un concittadino senza esercito e Wall Street, capace di influenzare la sensibilità di un miliardo e trecentocinquanta milioni di esseri umani. Un miliardo più di lui. Il Buono e il Cattivo. Un perfetto film hollywoodiano trasformato nel reality di tutti noi. Se Prevost mette in guardia dalla voracità degli Unicorni Digitali, incarnando la pastorale ecumenica che conserva al centro gli ultimi e invoca la protezione di un Signore di ciascuno, Donald Trump promuove all’opposto il totalitarismo digitale e l’oltranzismo religioso di chi professa un Dio che seleziona i suoi eletti e li benedice con la ricchezza, il privilegio e il potere, trasformando il mondo nel supermercato dell’avidità.

Tutto quello che rappresenta Prevost – a cominciare dal rispetto dei migranti, dei fragili, delle periferie, del Nuovo Umanesimo Digitale – fa inorridire Trump, profeta del “Customer Lifetime Value”, il valore rappresentato da un essere umano per una azienda nel corso della sua intera vita, unico comandamento di un ipercapitalismo che disgrega l’intera esistenza in una rete di rapporti commerciali.

«La crescente digitalizzazione della società, facilita, amplia e accelera lo sfruttamento commerciale della nostra vita», scrive il filosofo sudcoreano Byung Chul Han. Ed è facile immaginare che Papa Leone XIV la veda come lui, temendo la massificazione a livello industriale della disinformazione e l’ipervelocità di tecnologie che ci rendono automi inconsapevoli di una ginnastica finalizzata a produrre corpi docili. L’arte del controllo dei cervelli sta diventando una scienza e di questo dovremmo avere paura tutti noi e certamente ha paura una Chiesa che richiama la necessità del fondamento etico e delle regole condivise. Non fosse altro perché il movimento e l’iperattività distruggono la riflessione e dunque – secondo un ricco dibattito filosofico che attraversa il pianeta – allontanano gli uomini dalla fede, che è metastorica, non conosce il tempo e pretende contemplazione. O anche, per riportare tutto su un piano più terra-terra, il pericolo è che l’intelligenza artificiale non gestita, anziché produrre incomparabile benessere diffuso, distrugga miliardi di posti di lavoro.

Non sappiamo ancora che cosa pensi Leone XIV della guerra in Ucraina e a Gaza (mai nominate nei suoi discorsi), né è chiaro come speri di raggiungere la sua pace-disarmata. Ma sul lavoro il suo primo richiamo è forte è chiaro. E sarebbe curioso se questa impostazione “sociale” non risuonasse nelle orecchie dei progressisti di ogni latitudine.

Sul palco di Alessandria anche Maurizio Landini ne prende atto. «Tutti i nuovi contratti dovrebbero prevedere una formazione permanente per adeguarsi alle nuove sfide». Un esercizio di modernità che dovrebbe fare anche una classe dirigente abituata a guardarsi alle spalle e scavalcata a cavallo da un missionario venuto dal Perù per diventare Papa.

Nell’immagine:  “La scelta peggiore per i cattolici Maga”, l’elezione di Leone XIV “é un voto anti-Trump da parte dei globalisti della Curia”: è la reazione di Steve Bannon, ex capo stratega di Donald Trump durante il suo primo mandato alla Casa Bianca.


Germania, dalla Nazionale “bianca” alle calunnie sui profughi: perché i servizi attaccano l’Afd

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

La definizione di partito “conclamato” di estrema destra è stata congelata: l’Afd ha fatto ricorso contro il rapporto dei servizi segreti interni che l’ha bollata come un pericolo per la democrazia. E finché non ci sarà il verdetto di un tribunale, quella definizione sarà congelata. Ma intanto il ricorso dell’Afd ha fatto in modo che il rapporto di oltre mille pagine cominciasse a circolare tra avvocati (era stato secretato dai servizi segreti per proteggere gli infiltrati che hanno contribuito a scriverlo). E lo Spiegel e la Bild sono riusciti ad averne una copia e ne pubblicano degli stralci.

Per l’intelligence tedesca l’Afd esprime idee che sono in netto contrasto con i principi della costituzione ed esprime idee razziste. E per dimostrarlo, il rapporto cita ad esempio un esponente di primo piano come Maximilian Krah, ex spitzenkandidat alle Europee e ora parlamentare del Bundestag. Che in passato ha sostenuto che “ovviamente la corruzione è correlata alla cultura e la cultura all’etnia”, che si è lamentato del fatto che anche gli stranieri possano ricevere un passaporto tedesco: “Stanno creando un nuovo popolo che è tedesco solo sulla carta…”.

Etnicità e antidemocraticità

Un suo sodale, l’esponente del movimento giovanile Fabian Kueble, lo ha detto in maniera ancora più netta: “Chi non è tedesco, non deve poter diventare tedesco”. Idem l’ex parlamentare Thomas Seitz, che ha dichiarato di essere “purtroppo” il rappresentante di un popolo che include anche i turchi. Queste e altre dichiarazioni dello stesso tenore sono la dimostrazione, per i servizi segreti interni, che il partito di Alice Weidel ha un concetto di popolo “etnico e basato sulla discendenza”, che coltiva “con piena consapevolezza e in modo convinto”.

Una Germania bianca

Un altro indizio dell’antidemocraticità e del razzismo strutturale dell’Afd è la continua correlazione tra stranieri e criminalità. Esempio: la parlamentare Christina Baum ha voluto far sapere su Facebook, nel 2022, che “tre quarti degli arrestati per crimini gravi” hanno “un passaporto tedesco ma radici straniere”. E da tempo l’Afd chiede di stracciare il passaporto tedesco ai migranti che si macchino di crimini. Sempre la Baum commentava, a proposito della Nazionale di calcio tedesca e dei numerosi campioni di origine straniera che ne fanno parte: “bisognerebbe parlare di una Nazionale ‘Passdeutsch’”, tedesca solo di passaporto.

Le lagne sul presunto imbastardimento della Germania “bianca” sono numerose, Bild ne cita alcune. Una è della parlamentare Carolin Bachmann che nel 2023 si indignava per una pubblicità di una nota marca tedesca di caffè che usava modelle africane per i suoi cataloghi: “SIAMO IN AFRICA!?”, gridava su Facebook, aggiungendo: “davvero noi tedeschi ci facciamo derubare del nostro onore e del nostro orgoglio senza ribellarci?”.

Spesso, scrive l’intelligence, l’Afd associa i profughi con gli attacchi con i coltelli e con gli stupri. Nel 2024 Ulrich Oehme, membro del Bundestag, osservava che “le statistiche dimostrano che sono gli invasori di culture straniere a macchiarsi di crimini disumani”. In modo analogo l’Afd diffonde da anni la calunnia del “turismo sociale” (l’espressione è stata usata ad esempio dal leader della Turingia Bjoern Hoecke), di un’immigrazione sanguisuga che mirerebbe solo a dissanguare il sistema sociale tedesco. Maximilian Krah sostiene che “i tedeschi vengano rapinati nel loro stesso Paese per finanziare un’immigrazione che li deruba del benessere e della patria”. Per il suo collega parlamentare Stephan Protschka, “i tizi che stanno nei bar a bere caffè a spese vostre sono i cosiddetti profughi”.

I servizi segreti citano anche numerosi esempi di dichiarazioni islamofobiche, ma è interessante anche la parte citata dai media tedeschi che punta il dito contro l’antisemitismo nell’Afd. Il leader della Turingia Hoecke disse ad esempio durante la pandemia che il Covid “serve solo all’establishment globalità che lotta per la propria sopravvivenza”. Maximilian Krah disse nel 2022 che “la più grande minaccia per la società libera è George Soros”. E via infamando.

Il rapporto di oltre mille pagine menziona anche parecchi esempi di dichiarazioni – comprese di pezzi grossi dell’Afd come il co-leader, Tino Chrupalla e Hoecke – che secondo l’intelligence “diffamano” il parlamentarismo e la democrazia e mirano a distruggere la fiducia nello Stato “nelle fondamenta”. Uwe Detert fu filmato nel 2024 mentre sosteneva che “il Reich tedesco esiste – non è mai tramontato – ed è nostro”. Hoecke continua a ripetere da anni che la Germania “non è sovrana”, che è “comandata da forze straniere”, che “non è più una democrazia”, perché governata da “servi” delle élite globaliste. Anche Chrupalla chiamava gli esponenti del governo Scholz “vassalli degli Stati Uniti”. Ma Hoecke, tra i più pericolosi esponenti dell’Afd, ha sempre sostenuto apertamente che la democrazia parlamentare cui la Germania sarebbe stata “costretta” dopo la Seconda guerra mondiale, è “meravigliosamente facile da controllare, per le potenze straniere”. E non è difficile immaginare la forma di governo che Hoecke preferirebbe in cuor suo alla democrazia parlamentare. Un uomo che secondo un tribunale può essere definito un fascista. E che in due occasioni gridò dal palco lo slogan delle SA “tutto per la Germania”.


Sergio Rossi – Lo “Stato predatore”

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Quando i soldati nazisti in ritirata minacciarono di forzare il confine svizzero a Chiasso

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

Di Jonas Marti, tvsvizzera.it

Chiasso si sveglia nella sua alba più buia il 28 aprile 1945. Quando la luce tocca i cancelli di filo spinato, dall’altra parte, scintillano gli elmi nazisti e il metallo delle mitragliatrici. Trecento soldati tedeschi, ammassati nella terra di nessuno, aspettano davanti alla frontiera: SS, Kriegsmarine, uomini e ragazzi disperati, pronti a tutto pur di non cadere nelle mani degli americani.

Sono in trappola. I carri armati alleati hanno già travolto Milano e Como. Mussolini è un fuggiasco e a pochi chilometri di distanza sta vivendo le ultime drammatiche ore della sua vita. La guerra è ormai agli sgoccioli. Ma i nazisti cercano ancora una via di scampo. Vogliono sfondare il confine svizzero, temendo il peggio: essere catturati, consegnati ai sovietici, e sparire nei campi di prigionia in Russia.

Cosa fare? I tedeschi non vogliono arrendersi, gli americani vogliono catturarli. E in mezzo i soldati svizzeri non possono fare entrare i tedeschi armati in terra neutrale.

L’aria del mattino è elettrica. I comandi svizzeri hanno fatto sgomberare in tutta fretta Corso San Gottardo. Le strade deserte risuonano solo dei passi cadenzati delle pattuglie e del rombo distante dei blindati americani che avanzano da Como. I tremila soldati svizzeri sono in stato di massima allerta, le mitragliatrici pesanti puntate, i cannoni del 23º gruppo motorizzato schierati in posizione strategica. Gli scontri a fuoco tra americani e tedeschi potrebbero riversarsi in territorio elvetico. Centinaia di soldati e civili potrebbero morire. Ma l’ordine di Berna è chiaro. I tedeschi non devono entrare.

Il colonnello svizzero che negoziò la resa

È allora che un uomo si muove. Il colonnello ticinese Mario Martinoni, comandante del reggimento, sale su un’automobile, supera il confine e corre a Como. Non ha una mappa, non ha contatti, gira per strade sconvolte, tra edifici crivellati di colpi, interroga soldati per strada. Finalmente qualcuno lo guida all’Hotel Suisse Metropole sulla piazza Cavour dove, tra sacchi di sabbia e uomini armati, trova il quartier generale del 13° Reggimento Corazzato e incontra il maggiore statunitense Joseph McDivitt.

In pochi minuti concitati ottiene ciò che cercava: la promessa che i soldati tedeschi non saranno consegnati ai sovietici, ma internati in campi americani. Martinoni riparte. La macchina sfreccia di nuovo verso il confine. A Chiasso, con McDivitt e il console svizzero a Milano, Franco Brenni, convince i tedeschi ad arrendersi. Uno ad uno, piangendo, i soldati depongono le armi. Alcuni baciano i fucili prima di consegnarli, altri procedono con la testa bassa, in silenzio. Una breve cerimonia, dignitosa, concessa per salvare il loro onore.

L’ingratitudine delle autorità elvetiche

“Bravo Martinoni! Bravo Colonnello!”. La gente si riversa per strada. Martinoni ha salvato Chiasso. Ha evitato una strage. Ma dall’altro capo del telefono, a Lucerna, i toni sono ben diversi. Il giorno dopo, 1500 soldati ticinesi vengono rimpiazzati da truppe svizzero-tedesche, ritenute più affidabili. Per i suoi superiori, Martinoni ha abbandonato il posto di comando senza autorizzazione. Invece di ricevere una medaglia, verrà esautorato e punito.

Sarà riabilitato solo dopo la sua morte, nel 2010. Oggi, una lapide di vetro davanti alla dogana di Ponte Chiasso lo ricorda con poche parole, più forti di qualsiasi mostrina. “Risparmiò a questa città gli orrori della guerra.”

Il documentario della RSI

Nell’immagine: attimi di tensione alla frontiera di Chiasso. Archivio federale svizzero


Quei bulli egemoni sulla Piazza Rossa

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

Di Bill Emmott, La Stampa

Durante la sua visita di tre giorni a Mosca, quando il presidente cinese Xi Jinping ha detto di essere contrario al “bullismo egemonico”, si è quasi fantasticato che avesse finalmente deciso di mettersi contro Vladimir Putin.Sarebbe difficile, infatti, trovare qualcosa che si adatta meglio alla definizione di “bullismo egemonico” di un Paese che annette con la forza parte del territorio di un confinante e, otto anni più tardi, ne tenta l’invasione su ampia scala minacciando di ricorrere all’arma nucleare se qualcun altro si schierasse nel conflitto dalla parte dell’Ucraina.

Naturalmente, Xi Jinping si riferiva agli Stati Uniti, indifferentemente governati da Donald Trump o dal suo predecessore Joe Biden. Malgrado la sua nazionalità americana, Papa Leone XIV potrebbe addirittura essere d’accordo con lui, sotto questo aspetto. Ahimè, il “partenariato strategico” della Cina con il criminale di guerra Putin resta indistruttibilmente forte e minaccioso. In ogni caso – per quanto gli europei non possano attendersi dalla Cina aiuto per porre fine alla guerra di Putin, difendere la sicurezza dell’Europa e difendere la legge umanitaria internazionale – un margine per una cooperazione nella tutela delle istituzioni economiche multilaterali mondiali dal bullismo di Trump c’è.

Assistendo al conclave, alla fede di massa, all’interesse dei popoli di tutto il mondo per il processo di nomina del nuovo pontefice, perfino un non cattolico come il sottoscritto prova ispirazione e consolazione. Tutto questo, infatti, ci rammenta che la realtà non è fatta soltanto di bulli egemonici come Trump, Xi e Putin e che i valori e gli interessi che plasmano il nostro mondo non sono soltanto quelli del potere nazionale e della coercizione militare, anche se senza dubbio si tratta di forze importanti.

La nostra ossessione naturale per le parole e le azioni delle tre superpotenze militari del mondo tende a oscurare un’altra realtà subordinata: al momento tutte e tre sono deboli, non forti. Le loro azioni prepotenti, infatti, ne riflettono la debolezza, ed è questo a rendere tali superpotenze pericolose: i Paesi in declino politico, economico o demografico hanno puntato spesso sul nazionalismo e sulla violenza internazionale nella speranza di contenere le pressioni e le lacerazioni interne. Le minacce di Trump contro Canada, Groenlandia e Panama non sono segni di sicurezza della nazione in sé stessa, ma il contrario. Altrettanto vale per la brutale invasione dell’Ucraina da parte di Putin e per le pressioni che Xi sta esercitando su Taiwan e sulle Filippine.

Tutto questo non vuol dire che, in confronto, Europa, Sud-Est asiatico o Giappone appaiono forti e sicuri di sé. Nella settimana in cui il nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ricevuto in parlamento un colpo basso dalla sua stessa coalizione e la Gran Bretagna ha firmato un accordo commerciale umiliante, per quanto marginale, con gli Stati Uniti,nessuno può fingere di sentirsi particolarmente bene con sé stesso. Il nocciolo della questione, invece, è che il bullismo delle superpotenze e le nostre debolezze rendono ancora più importanti le regole e le istituzioni multilaterali, non meno, proprio come mezzi grazie ai quali gli altri Paesi possono reagire, respingere la coercizione e collaborare.

Xi Jinping ha bisogno di qualcuno che collabori con lui e questo spiega perché vada a Mosca e faccia dichiarazioni che sicuramente sa essere non vere. L’economia del suo Paese traballa, indebolita com’è dalle ripercussioni di un crollo nel settore immobiliare e edilizio. Il suo governo deve far fronte all’aumento della spesa pubblica per la gestione delle conseguenze di quel crollo sulle banche e su altre istituzioni finanziarie, e all’aumento delle spese sanitarie e per le pensioni di una popolazione sempre più anziana e in calo. Alla Cina occorrono partner e, finché non è arrivato Trump ad alienarsi buona parte del mondo, le sue uniche opzioni disponibili come amici stretti erano Russia e Corea del Nord.

La popolazione cinese non è ancora vecchia, in media, quanto le popolazioni di Giappone e Italia, ma sta recuperando rapidamente, visto che il suo tasso di natalità è inferiore addirittura a quello dell’Italia. Stranamente, condivide le difficoltà che Italia e Francia oggi incontrano nel cercare di persuadere i lavoratori ad andare in pensione più tardi e pesare meno sul sistema pensionistico: al momento, in Cina gli uomini vanno in pensione a 60 anni, le donne a 55, anche se tutti hanno un’aspettativa di vita più lunga rispetto agli americani. La Cina non è più una superpotenza economica in ascesa, ma condivide con i Paesi più ricchi costi e problematicità.

Un mondo di superpotenze bulle ma in difficoltà non è un mondo nel quale gli altriPaesi debbano schierarsi. Questa non è una situazione in cui, per mero auto-interesse nazionale, sia auspicabile o indispensabile appendere le fortune personali e il proprio destino al carro del vincitore. I Paesi che in Asia, Africa e America Latina artificiosamente schematizziamo come “Sud globale” in generale si oppongono alle alleanze e agli impegni proprio per questo motivo. Accetteranno di buon grado gli investimenti cinesi o gli aiuti per lo sviluppo oltreoceano, se saranno offerti, soprattutto adesso che l’America di Trump ha deciso di cancellare il suo programma di aiuti e di imporre dazi ridicolmente alti agli scambi commerciali con loro. Molti di quei Paesi, però, adesso si sentono abbastanza fiduciosi ed economicamente stabili da evitare le alleanze e da operare in modo indipendente.

Nei notiziari e sui giornali continueranno a dominare i colloqui commerciali bilaterali e per la sicurezza con queste grandi potente bulle. Dopo l’accordo commerciale della Gran Bretagna con Trump, i prossimi negoziati a cui lo staff di quest’ultimo si dedicherà saranno quelli con la Cina. La guerra – che si tratti di quella in Ucraina, a Gaza o, adesso, tra India e Pakistan – deve rimanere al primo posto nell’elenco delle nostre preoccupazioni. La Russia non dà segno di volere la pace in Ucraina. La Cina molto presto metterà alla prova l’impegno di Trump per la sicurezza dell’Indo-Pacifico esercitando pressioni militari sull’alleato americano, le Filippine, nel tentativo di assumere un controllo maggiore sul Mar Cinese Meridionale.

Eppure, nonostante il protrarsi di questo bullismo, il resto del mondo ha parecchio da imparare dall’unione e dall’impegno comune evidenziato dalla folla radunata in Piazza San Pietro. Non possiamo combattere Cina, Russia e America una alla volta. Nelle regole e nelle istituzioni a cui abbiamo dato vita, però, soprattutto nell’Unione europea ma anche in altre regioni del pianeta, sono stati creati meccanismi funzionali alla collaborazione e abitudini che devono essere preservate.

Oggi la Gran Bretagna capisce meglio di prima della Brexit quanto valga consultare i propri vicini europei e collaborare con loro, anche se l’accordo commerciale di questa settimana ha intorbidito le acque. Il Cancelliere Merz è noto per le sue posizioni transatlantiste, ma sicuramente capisce che lui e la Germania hanno bisogno dell’Europa come mai prima d’ora. Le nostre partnership sono meno cortesi sul piano ufficiale di quella tra Russia e Cina, ma sono più schiette. Il nostro compito, adesso, è dimostrare che sono anche più durature.


Il Papa e l’America al contrario

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Se non suonasse blasfemo, verrebbe da dire che alla fine anche lo Spirito Santo si è conformato al dogma dell’America First che aleggia sul mondo. La bandiera a stelle e strisce che sventola sulla Casa Bianca ora svetta anche sulla Santa Sede. È davvero il secolo americano, se per la prima volta nella storia millenaria della Chiesa un papa statunitense diventa vicario di Cristo, proprio nel tempo in cui Donald Trump si autoproclama “Presidente in missione per conto di Dio”. Sarebbe troppo riduttivo far scivolare un evento di portata universale e spirituale — come l’elezione del pontefice della Cristianità — sul piano “umano, troppo umano” dell’antagonismo tra due autorità che non condividono nulla se non la nazionalità originaria. Ma oggi è soprattutto questo che colpisce, se non i credenti senz’altro i non credenti: la contrapposizione valoriale tra il tycoon di New York e il papa di Chicago. La coabitazione virtuale tra un ateo devoto che abusa del divino per imporre al suo Paese e al Pianeta la “Dottrina Maga” e il successore di Pietro che viene da quello stesso Paese ma che, come ha detto lui stesso nella prima omelia, userà il suo ministero per contrastare l’ateismo di chi svilisce “Gesù a superuomo”.

Dal punto di vista teologico, servirà tempo per capire chi è davvero Leone XIV, se e in che misura seguirà il solco tracciato da Francesco o invece pascolerà altrove il suo gregge. La lingua dei segni dice l’evidente discontinuità: dalla mozzetta al latino, tutto allude al recupero di un’ortodossia formale e istituzionale che il predecessore aveva liquidato in un amen. Le cose dette riflettono invece una persistente continuità: l’appello a una pace disarmata e disarmante, l’ancoraggio al Vangelo, il richiamo alla sinodalità. La sintesi più convincente sarebbe quella che lo stesso Prevost ha proposto, quando ha evocato l’urgenza di “costruire ponti”. Il ponte è lui stesso: tra modernità e tradizione, religioni e nazioni, Chiesa-istituzione e Chiesa-comunità, Chiesa delle gerarchie e Chiesa degli ultimi. Sicuramente non sentiremo più il Santo Padre che dice “sono solo un prete, un pastore che vuole sentire l’odore delle sue pecore” e che preferisce “una Chiesa povera, accidentata, ferita e sporca perché è uscita per strada”. Probabilmente non lo vedremo più in tonaca bianca uscire a piedi per comprare gli occhiali, girare su una 500, dormire a Santa Marta. E forse nemmeno piangere a Lampedusa di fronte ai corpi dei migranti annegati, o baciare i piedi dei carcerati nell’inferno di Regina Coeli. Prevost non sembra scelto per questo: ma per tenere unite le anime della Chiesa, ricucire gli strappi nella Curia, curare l’emorragia anglicana d’oltre Atlantico, fare le riforme di Francesco senza l’impeto dirompente di Francesco. Un papa curiale, più che un papa pastore.

Dal punto di vista geo-politico, viceversa, il quadro è molto diverso. E qui torniamo alle radici comuni dei due uomini che — in conflitto, loro malgrado — incarnano il massimo del potere spirituale e il massimo del potere temporale. Leone XIV è simbolo vivente di una Pastorale Americana inconciliabile con l’ideologia trumpiana. Modello per tutti i leader delle tecno-destre al comando, The Donald sfrutta la religione come instrumentum regni. Ha detto che nell’attentato di Butler prima delle elezioni “Dio ha deviato il proiettile”, per consentirgli di restare vivo e rifare grande l’America. Ha pregato nello studio ovale con i pastori anglicani riuniti davanti alla Bibbia. Ha posato in abiti papali nella foto ritoccata dall’intelligenza artificiale. Ha lanciato l’opa sul Vaticano presentandosi con Melania a Roma per i funerali di Bergoglio. E su Truth ha salutato Prevost rivendicando “l’onore” del primo papa americano della Storia. Il commander in chief adotta Dio come scudo etico-morale, per coprire la “politica della crudeltà” con la quale da 105 giorni fa strage sistematica dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali. Prevost, prima della consacrazione, aveva già censurato l’ipocrisia del trumpismo, quando un Jd Vance folgorato sulle vie dell’Ohio aveva giustificato le mostruose deportazioni dei clandestini con l’ordo amoris di Sant’Agostino, e l’ancora prefetto del Dicastero per i Vescovi gli aveva spiegato in un tweet che “Gesù non ci chiede di fare la classifica del nostro amore per gli altri”.

Ora — persino al di là delle sue intenzioni — il Papa di Chicago può diventare l’icona di un’ “altra America” rispetto a quella forgiata nell’odio da Trump, pur essendoci nato e cresciuto a sua volta. E proprio per questo può risultare più credibile di Francesco, Pontefice venuto “dalla fine del Mondo”, cioè da un Sud Globale molto inter-confessionale e poco occidentale. Dalle guerre militari a quelle commerciali, dalla ferocia delle strategie migratorie al braccio violento della legge, dall’intolleranza xenofoba ai tagli indiscriminati dell’UsAid, cha affamano proprio i popoli ai quali Prevost si è dedicato da missionario in Perù. Le faglie tra le “due Americhe” sono infinite. Non ultima la volontà di potenza dei colossi digitali che oggi governano gli Usa insieme a The Donald: pensava a loro, il nuovo Papa, nella sua predica alla messa pro-Ecclesia, quando ha denunciato tutti coloro che, alla fede, preferiscono “altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”. Nella spudorata commistione tra sacro e profano operata dai falchi repubblicani, Leone XIV rimette la Chiesa al centro del villaggio. Si riprende Dio, disarmandolo e sottraendolo all’arsenale del Trumpismo. E che lo voglia o meno, argina il tentativo dei falsi “chierici” che puntano a sostituire il cristianesimo del Vangelo con il “cristianismo” della Casa Bianca.

Si può essere laici o cattolici, ma si fatica a non vedere un disegno nelle scelte di questa istituzione millenaria in crisi profonda, di senso e di consenso, che resiste all’usura del Tempo e reagisce all’abiura del Moderno. Sarà solo un caso, se i porporati in Conclave votarono nel 1978 un papa polacco che propiziò il crollo del Muro e dell’Unione Sovietica, nel 2005 un papa tedesco che si schierò contro il Jihadismo e il relativismo, nel 2013 un papa argentino che si è caricato sulle spalle la croce dei poveri della Terra schiantati dal capitalismo globale. Oggi tocca al papa americano, assiso sul trono pietrino di fronte un suo connazionale che si spartisce il mondo a tavolino insieme all’autocrate Putin, che vuole trasformare Gaza insanguinata nella Miami del Medioriente, che fa arrestare gli studenti in piazza e i giudici nelle aule delle corti federali, che discrimina tutte le minoranze e deporta i profughi in catene nelle nuove Guantanamo del Salvador. Qui c’è chi esulta, perché col passaggio da Bergoglio a Prevost finalmente finiscono “dodici anni di tiritere e filastrocche pauperiste e buongiorno e buonasera”. Ma a Mar-a-Lago, per gli stessi motivi, non si fa festa. Laura Loomer, attivista Maga, schiuma rabbia contro “un altro burattino marxista in Vaticano”. E Steve Bannon, principe delle Tenebre sovraniste, accusa “la Chiesa profonda, che ha scelto un papa anti-Trump”. Appunto. Make Jesus Great Again.

Nell’immagine: Santa Messa pro Ecclesia celebrata dal Romano Pontefice Leone XIV con i Cardinali


L’infanzia di Gaza uccisa con la fame

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni 

Di Ahmed Ahmed- Ruwaida- Amer, il manifesto

Pubblichiamo il reportage della rivista israeliano-palestinese +972mag

La dodicenne Rahaf Ayad è così malnutrita che riesce a malapena a parlare. I capelli le stanno cadendo. Le sue costole sporgono. Riesce a malapena a muovere gli arti. Sbatte gli occhi lentamente, con le palpebre pesanti. Originaria di Al-Shuja’iya, nella parte orientale della città di Gaza, Rahaf vive ora con i suoi sette familiari in un’unica stanza nella casa di un parente nel quartiere Al-Rimal della città.

Shurooq, la madre di Rahaf, spiega che la salute della figlia ha iniziato a deteriorarsi rapidamente a causa della mancanza di cibo. «Se qualcuno la tocca o prova a muovere le braccia o le gambe, grida di dolore – racconta a +972 – Dice che le sembra che il suo corpo stia bruciando dall’interno. Chiede pollo, carne o uova, ma nei mercati non c’è nulla».

SHUROOQ e suo marito Rani, 45 anni, sono andati da una clinica all’altra in cerca di cure, integratori o solo consigli, ma il sistema sanitario di Gaza, devastato, ha offerto poco aiuto. «I medici ci hanno detto che ci sono centinaia di bambini come Rahaf e che l’unica cosa che può salvarli è un’alimentazione adeguata. Le ho comprato delle vitamine in una farmacia, ma quando sono tornata a comprarne altre una settimana dopo, erano finite».

I fratelli di Rahaf aiutano a prendersi cura di lei: le danno da mangiare, le fanno il bagno, la portano in bagno e le cambiano i vestiti. Quando il cibo è disponibile, la famiglia mette al primo posto i suoi bisogni. «Mangiamo solo dopo che lei ha mangiato – dice Shurooq – Quando abbiamo soldi, compriamo tutto quello che chiede. Ma ora non c’è nulla e quando troviamo qualcosa, non possiamo permettercelo».

Anche quando Shurooq riesce a trovare e a preparare alcuni dei pochi prodotti di base ancora disponibili a Gaza, come riso, lenticchie o pasta, Rahaf chiede a gran voce pollo, carne o uova, qualsiasi cosa che contenga le proteine di cui il suo corpo ha disperatamente bisogno. Alla fine, la fame vince e lei mangia qualsiasi cosa sia disponibile. «Le dico che il confine si aprirà presto e le porterò tutto quello che vuole – dice Shurooq, trattenendo le lacrime – La salute di Rahaf crolla ogni giorno. Sta morendo davanti ai miei occhi e non possiamo fare nulla».

Rahaf ama la lingua inglese. Un tempo sognava di studiare inglese all’università e di diventare insegnante. Ma la sua vita, come quella di centinaia di migliaia di bambini di Gaza, è stata distrutta dalla guerra di Israele. «Vorrei che i miei capelli tornassero – sussurra Rahaf – Voglio camminare e giocare con i miei fratelli come facevo prima».

Da più di due mesi Israele impedisce l’ingresso nella Striscia di Gaza di cibo, beni e forniture mediche. Le conseguenze sono catastrofiche: secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza, oltre 70mila bambini sono ricoverati in ospedale per malnutrizione acuta e 1,1 milioni non hanno il fabbisogno nutrizionale minimo giornaliero per la sopravvivenza.

IL MINISTERO della salute palestinese a Gaza ha riferito che, al 5 maggio, almeno 57 bambini sono morti per complicazioni sanitarie legate alla malnutrizione dall’inizio della guerra e altri 3.500 sotto i cinque anni rischiano di morire di fame. «Nelle ultime due settimane, la carestia si è intensificata in modo significativo – dichiara a +972 il dottor Ahmed Al Faraa, direttore del dipartimento di maternità e pediatria dell’ospedale Nasser – In questo periodo, abbiamo curato circa 10 bambini affetti da malnutrizione molto grave».

La dottoressa Ahed Khalaf, specialista in pediatria al Nasser, ha detto recentemente ad Al Jazeera di non aver mai visto casi così gravi di malnutrizione nei bambini: «Soffrono di avvelenamento del sangue, insufficienza d’organo, danni al fegato e ai reni, infezioni batteriche e microbiche e indebolimento del sistema immunitario».

Poco dopo che il 16 aprile il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che «al momento non è previsto l’ingresso di alcun aiuto umanitario a Gaza», i distributori di cibo locali e internazionali, un tempo un’ancora di salvezza per centinaia di migliaia di persone, hanno iniziato a chiudere uno dopo l’altro. Il 25 aprile il Programma alimentare mondiale ha annunciato di aver esaurito le scorte di cibo rimaste. Il 7 maggio la World Central Kitchen ha annunciato di «non avere più le scorte per cucinare i pasti o cuocere il pane a Gaza».

«L’assedio su Gaza è un assassino silenzioso di bambini e anziani – ha dichiarato Juliette Touma, portavoce dell’Unrwa, in un incontro con la stampa, il 29 aprile – Abbiamo poco più di 5mila camion con forniture salvavita che sono pronti ad arrivare. Questa decisione (di non farli entrare) minaccia la vita e la sopravvivenza dei civili di Gaza, che sono anche sottoposti a pesanti bombardamenti giorno dopo giorno».

Ibrahim Badawi, 38 anni, ha bisogno di almeno quattro chili di farina al giorno per sfamare la sua famiglia di nove persone. In questi giorni, fatica a trovarne anche un solo chilo: «Mi sento impotente quando i miei figli chiedono il pane e io non ho nulla da dare loro. A volte vorrei che io e i miei figli morissimo insieme in un attacco aereo, per non soffrire la fame e questa continua agonia».

BADAWI, sfollato da Beit Hanoun, nel nord di Gaza, vive in un rifugio di fortuna fatto di teloni e coperte sulla costa di Gaza City. Da quando Israele ha infranto il cessate il fuoco a marzo, Badawi non ha ricevuto un solo pacco di cibo. Lui e sua moglie, insieme al figlio maggiore Mustafa, 15 anni, si sono abituati ad andare a letto affamati per permettere ai bambini più piccoli di mangiare le piccole porzioni di riso o lenticchie che ricevono occasionalmente dalla cucina della comunità. «Il più piccolo, Abdullah, che ha quattro anni, piange per la fame, dicendo che gli fa male lo stomaco. Mento e gli dico che presto porterò della farina, così potrà dormire», si lamenta Badawi.

Ma anche se la farina fosse disponibile, Badawi non potrebbe permettersela. Fino alla fine di marzo, la maggior parte dei gazawi è sopravvissuta grazie a scorte di pane e prodotti in scatola, mentre i prezzi salivano. Ma poi la crisi si è aggravata: quando tutti i 26 panifici del Programma alimentare mondiale hanno chiuso per la carenza di farina e carburante, la farina bianca è diventata incredibilmente costosa. Un sacco da 25 chili, che prima della guerra costava 30 shekel (8,30 dollari), ora costa l’incredibile cifra di 1.500 (416 dollari).

«Ho preso in prestito denaro da vicini e amici molte volte per comprare la farina – dice Badawi – Ma ora tutti quelli che conosco sono al verde. I miei figli soffrono di coliche e indigestione. Se questa carestia continua, moriremo tutti di fame».

Hadia Radi, 42 anni, madre di sei figli, vive con la sua famiglia in una tenda di fortuna in Al-Wihda Street, a Gaza City. Come innumerevoli altre famiglie dell’enclave, da mesi affrontano fame e bombardamenti. Il 15 aprile un attacco aereo israeliano ha colpito a pochi metri dalla loro tenda, ferendo diversi membri della famiglia, tra cui Yamen, il figlio di 7 anni di Hadia, la cui gamba è stata rotta dalle schegge. Ora in cura nell’ospedale da campo Al-Saraya della Mezzaluna Rossa, il recupero di Yamen è complicato da una grave malnutrizione. «Ha perso 10 chili in due mesi – dice Radi a +972 – Dall’inizio del blocco non abbiamo mangiato altro che riso. Senza un’alimentazione adeguata, le nostre ferite non guariranno».

IL CIBO è ormai così scarso che anche i piccoli atti di gentilezza possono essere rischiosi. Di recente un vicino ha sentito Yamen piangere al telefono dalla tenda dell’ospedale, implorando la madre di avere del pane. La mattina dopo ha portato alla famiglia dieci pezzi di pane, nascosti in un sacchetto nero per non attirare occhi affamati. Radi ha nascosto il pane nella tenda come un tesoro: «Ogni giorno ne mandavo un pezzo a Yamen. Anche i suoi fratelli piangevano per averne un po’, ma io dicevo loro che i feriti dovevano venire prima».

Yamen continua a chiedere alla madre di fargli visita, ma Radi è bloccata dalle ferite riportate nell’esplosione: una gamba rotta che la lascia dipendente dalle stampelle. È altrettanto impotente nel raggiungere sua figlia Hannan, di 13 anni, curata nei reparti sovraffollati dell’ospedale Al-Shifa.

Hannan è stata colpita da schegge (ha perso un occhio) che l’hanno resa incapace di camminare. La mancanza di cibo ha reso estremamente difficile il recupero. «Ha bisogno di verdure, cibo sano e cure speciali per guarire – spiega Radi – Ma qui non c’è accesso a nulla di tutto ciò». Radi ritiene che Israele stia affamando Gaza per fare pressione su Hamas, ma dice che sono le famiglie normali a pagarne il prezzo: «Stiamo vedendo i nostri figli appassire e né Israele, né Hamas, né il mondo se ne preoccupano. Perché i miei figli dovrebbero morire di fame? Cosa abbiamo fatto per meritarci questo? Se non potete fermare la guerra, almeno aprite le frontiere. Non lasciateci morire di fame».

Anche Heba Malahi, 41 anni, vive in una tenda di fortuna in Al-Wihda Street a Gaza City da quando un attacco aereo israeliano ha distrutto la sua casa a Juhor ad-Dik nel 2023. Ora lei e suo marito Ribhi, 45 anni, saltano regolarmente i pasti per permettere ai loro sette figli di mangiare. Mahmoud, il figlio di sei anni della coppia, soffre di grave malnutrizione. «È sempre stanco. Non mangia, le ossa gli fanno male e i denti stanno iniziando a cadere – racconta Heba a +972 – La settimana scorsa ha chiesto l’elemosina per dei pomodori. Abbiamo venduto il nostro ultimo cibo in scatola solo per comprarne un chilo, lo abbiamo condiviso come unico pasto».

LA FIGLIA Ruba, 17 anni, desidera disperatamente cibi semplici come le patate, ma a 60 shekel al chilo sono praticamente irraggiungibili. «Netanyahu ci punisce solo per il fatto di esistere – dice Heba – Forse qualcuno come Trump potrebbe costringerlo ad aprire le frontiere prima che moriamo tutti di fame. Se la gente immaginasse i propri figli in questo stato, forse agirebbe.

Più a sud, a Khan Younis, Mona Al-Raqab è seduta con suo figlio Osama di cinque anni da oltre una settimana nel Nasser Medical Complex. Attualmente pesa solo nove chili. Sfollato più volte dall’inizio della guerra, con poco cibo e acqua pulita, il suo sistema digestivo ha quasi ceduto. «I medici cercano di nutrirlo – dice Al-Raqab – ma un bambino che cresce ha bisogno di cibo vero, di diversi tipi».

Qualche stanza più in là, Nagia Al-Najjar, 30 anni, veglia sul suo bambino Yousef, di cinque mesi, gravemente malnutrito, nella sua culla. Gli altri quattro figli sono rimasti con il padre nella loro tenda nel villaggio di Abasan, dopo che la loro casa nel quartiere Bani Suhaila di Khan Younis è stata distrutta. L’ospedale fatica a fornire latte artificiale in mezzo alla chiusura delle frontiere. «Non posso allattare perché mangio a malapena – dice Al-Najjar a +972 – Non riesco a trovare le parole per esprimere come mi sento come madre».

Il dottor Al Faraa ha spiegato che la mancanza di cibo ha causato aborti spontanei e neonati pericolosamente sottopeso con gravi deformazioni. Le famiglie ora macinano la pasta – o anche il riso e le lenticchie – per ottenere una farina di fortuna. «Non importa se io ho fame – dice Al-Najjar – Ma cosa hanno fatto i miei figli per meritarselo?».


Markus Krienke – Il papa delle Americhe e i ponti da ricostruire dentro e fuori la Chiesa

Incontro con il regista che con il suo ultimo film ha ripercorso la triste storia dell'immigrazione in Svizzera, impegnato nell'iniziativa per facilitare le naturalizzazioni