Franco Cavalli – “Tante vite in una”

Medicina e politica, successi e delusioni di un uomo che continua a difendere le proprie convinzioni ideologiche 

Franco Cavalli
Tante vite in una
Autobiografia di un militante tra medicina e politica


E ancora non basta

Medicina e politica, successi e delusioni di un uomo che continua a difendere le proprie convinzioni ideologiche 

Uno tace dopo aver seriamente vagheggiato di trasformare il “cimitero a cielo aperto” che è Gaza in una Palm Beach del Medio Oriente; l’altro, preso atto che l’esercito più forte del Medio Oriente non è riuscito a sradicare i terroristi di Hamas dopo mesi di bombardamenti distruzione e morte, ha deciso un cambiamento di tattica e preannuncia una nuova occupazione militare.

Ecco a chi è in mano la tragica sorte di Gaza: Trump e Netanyahu, il pregiudicato democraticamente tornato alla Casa Bianca e impegnato a dimostrare tutte le sue incapacità e spirito di vendetta, e un primo ministro da un ventennio dominatore della politica israeliana che intende soprattutto sfuggire alla giustizia del suo paese, che lo vuole processare per corruzione e abuso di potere. Lo spaccone e il “combattente”, due alleati, due complici.

In mezzo, una popolazione straziata: oltre 60 mila civili ammazzati, in gran parte donne e bambini, addirittura 80 mila circa secondo la serissima rivista Science. E speriamo, dopo aver scritto queste prime righe, di non essere di nuovo accusati di anti-semitismo, come pretendono i “difensori a prescindere” dello Stato ebraico.

Inascoltate, come sempre, le flebili voci di protesta (se non il silenzio assoluto) della comunità politica internazionale, già colpevole di un’indifferenza durata decenni e utile solo ai governi di Gerusalemme per i suoi piani repressivi: nel caso di Netanyahu, persino il folle incoraggiamento, prima del 7 ottobre, degli islamisti di Hamas, per metterlo in contrapposizione ai laici di Fatah e dimostrare così al mondo l’impossibilità di realizzare l’ormai agonizzante soluzione dei “due Stati”.

Ora, a vent’anni dalla decisione del generale e premier Sharon di ritirare coloni ed esercito israeliani dalla Striscia, lasciandola comunque isolata dal resto del mondo, ecco tornare il progetto dell’occupazione militare di Gaza. La forza, sempre quella, soltanto quella, ora con il pretesto degli ostaggi, che evidentemente non sono più, se mai sono stati, la principale preoccupazione del governo iper-nazionalista e iper-religioso che governa lo Stato ebraico (anzi, lo “Stato degli ebrei”, come recita per legge la nuova definizione).

Governo che per piegare la resistenza degli islamisti non esita da due mesi a sigillare le frontiere, impedendo così il flusso degli aiuti umanitari, anche del cibo necessario a sfamare oltre due milioni di persone, e naturalmente del materiale sanitario per una popolazione che continua a subire gli attacchi devastanti di Tsahal.

Realizzando così, almeno in parte, il cosiddetto “Piano dei generali”, ideato da ex alti ufficiali israeliani per spingere il numero più alto di gazawi ad andarsene, ad espatriare, ad accettare l’espulsione di fatto, anche se nessuno sa dire in concreto quale sarebbe la loro destinazione di esuli, colpiti da una nuova “Nakba” (dopo quella del 1948, con 700 mila palestinesi espulsi dai loro villaggi).

Perché dovremmo nutrirli, che diritto hanno?, ha persino detto il ministro Zvir dei civili palestinesi allo stremo, in sostanza mettendo sullo stesso piano di colpevolezza Hamas e i profughi che secondo il nuovo piano di occupazione militare dovranno raggiungere campi controllati dall’esercito israeliano, e alla mercé di quella che è stata definita la “privatizzazione dell’aiuto umanitario”: non più gli aiuti affidati alle organizzazioni umanitarie – sospettate di intendersela con Hamas – bensì a delle società private, per lo più americane, che opereranno agli ordini degli occupanti.

Contemporanee privatizzazione e militarizzazione del soccorso umanitario, dunque. E ritorno probabile dei coloni che i partiti di governo di orientamento biblico stanno da tempo riorganizzando. Ai quali, c’è da scommettere, verranno in questo caso riassegnate le poche terre coltivabili di Gaza, ora quasi inesistenti in seguito alle devastazioni israeliane. Ma incaricate soprattutto, secondo i fanatici al governo, di dimostrare che Gaza potrà fare a meno della popolazione palestinese: che potrà scegliere unicamente tra l’esilio e una nuova sottomissione.

Nell’immagine: carri armati israeliani a Gaza


Sarah Parenzo – Le guerre di “Bibi”

Medicina e politica, successi e delusioni di un uomo che continua a difendere le proprie convinzioni ideologiche 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

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Guerra permanente, il Medio Oriente secondo Netanyahu

Medicina e politica, successi e delusioni di un uomo che continua a difendere le proprie convinzioni ideologiche 

Di Alberto Negri, il manifesto

Quando un giorno vedremo la Papamobile, donata ai palestinesi da Bergoglio, entrare a Gaza forse la Striscia non esisterà più e il Medio Oriente sarà ancora un volta dilaniato dalla guerra e dal caos. I piani dell’escalation israeliana si delineano su cinque fronti: Gaza, Siria, Libano, Yemen e Iran, accusati questi ultimi due di avere coordinato il lancio del razzo non intercettato sull’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Qualcuno pensa che la “diplomazia” di Trump possa fermare il governo Netanyahu? C’è da dubitarne visti i precedenti del presidente Usa e dei governi americani che lo hanno preceduto.

Il piano israeliano per Gaza approvato nella notte tra domenica e lunedì – che prevede il richiamo di migliaia di riservisti – comprende la conquista della Striscia e l’intensificazione degli attacchi contro Hamas. Durante la riunione del gabinetto di sicurezza il primo ministro israeliano ha affermato che continuerà a «promuovere il piano di Trump» per «la partenza volontaria degli abitanti di Gaza».

IN SINTESI: conquista e pulizia etnica. I palestinesi verranno cacciati dal nord e dal centro per essere concentrati nel sud della Striscia, il che significa moltiplicare il disastro umanitario già in atto in una sorta di inferno dove da oltre due mesi non entrano aiuti per il blocco israeliano.

Gaza è sull’orlo della carestia: «Lì non entrerà neppure un chicco di grano», aveva dichiarato il 7 aprile il ministro delle finanze Smotrich. A lui e a questo governo non importa nulla che usare come un’arma gli aiuti umanitari è una violazione del diritto internazionale. Tutto questo non accade per caso è ma un piano fortemente voluto dalla leadership israeliana che intende cacciare i palestinesi dalla Striscia, vivi o morti.

La catastrofe umanitaria sulle sponde del Mediterraneo è creata apposta per mettere con le spalle al muro la comunità internazionale e il mondo arabo, costretti, un giorno, a fare qualche cosa davanti alle immagini dei palestinesi che muoiono di fame. Ma questa è un fase già avanzata della crisi: prima gli israeliani concentreranno la popolazione in campi profughi, chiamati «isole», dove sopravvivere a stento o morire lentamente e senza alcuna prospettiva per il futuro. Noi staremo a guardare e dei gazawi resteranno gli scheletri: ecco come va a finire il piano Trump di «Gaza Riviera», per coloro che ancora credono alle sue pericolose carnevalate.

Certo, non tutto per Netanyahu va bene. La guerra, cominciata con l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023, in atto su diversi fronti, è ormai la più lunga negli 80 anni di storia dello stato ebraico e all’interno della società cresce un movimento di opposizione con una consistente partecipazione popolare. Per contrastarlo il premier continua a ordinare le mobilitazione dei riservisti: Israele, nella sua testa e in quelle dell’estrema destra al potere, deve diventare un paese in stato di mobilitazione permanente ed effettiva. Siamo allo stadio finale del sionismo? Una nazione colonizzatrice sempre in armi ma mai sicura, con un leadership che non si cura più neppure della sorte dei suoi ostaggi. Un messaggio di morte, non di vita.

PER GIUSTIFICARE la mobilitazione permanente si aprono nuovi fronti. Tra questi la Siria sta assumendo un ruolo sempre più importante, con l’invio di truppe sul campo che, secondo lo stato ebraico, avrebbero il compito di proteggere i drusi dopo una serie di episodi violenti nel paese. Alcuni di loro, infatti, si sono rivolti a Israele dopo aver subìto attacchi da parte di gruppi radicali sunniti, ma altri temono che il coinvolgimento di Tel Aviv possa trascinare la Siria, ma anche in Libano, verso la tanto temuta divisione del suo territorio. Non è un caso che il leader druso libanese Walid Jumblatt abbia appena compiuto una visita inaspettata a Damasco al siriano Al Jolani.

Qual è la strategia dello stato ebraico? Fare leva sulle questioni etnico-settarie per ridurre il Medio Oriente a micro entità facilmente manovrabili. Certo, in Siria le cose non vanno esattamente come vorrebbe Netanyahu, basti pensare all’accordo tra Erdogan e i curdi e alla stessa presenza militare della Turchia. Ma la cosa essenziale per Israele – e per gli Usa – è la destabilizzazione continua per imporsi come potenza egemonica in Medio Oriente, evitando qualsiasi trattativa che possa implicare concessioni.

Anche nel complesso militar-industriale israelo-americano non sempre le cose vanno come vuole Netanyahu. Almeno in apparenza. Per ora Trump sembra voler frenare un eventuale attacco di Israele all’Iran che comunque può contare su alleati come Mosca e Pechino, capitali con cui gli Usa devono trattare sull’Ucraina e sui dazi. Ma Netanyahu morde il freno: nel suo progetto di escalation vede rovine fumanti in tutto il Medio Oriente, la scomparsa definitiva di intere nazioni e dei loro popoli. Una guerra senza fine.


Scontro sul nome del Papa, il Conclave parte al buio

Medicina e politica, successi e delusioni di un uomo che continua a difendere le proprie convinzioni ideologiche 

Di Giacomo Galeazzi, La Stampa

Città del Vaticano – Ogni ora che passa l’accordo si allontana, l’offerta è più diretta e l’emissario lascia felpatamente intendere che non ce ne sarà un’altra. Sul piatto delle trattative in corso a poter mettere qualcosa di appetibile sono i candidati che hanno un cospicuo tesoretto di voti come Pietro Parolin e Matteo Zuppi.

Incarichi e diocesi, cosa c’è sul tavolo dei negoziati

Sono i detentori di pacchetti da 30 consensi in su: in assoluto non sono pochi come punto di partenza ma non sono sufficienti a far prendere il largo alla loro candidatura e a suscitare un effetto-valanga fino a centrare il traguardo dei necessari due terzi degli elettori entro 4-5 scrutini. Perciò tra gli strumenti di persuasione affiora progressivamente il post-conclave, ossia cosa si può promettere ai candidati minori in caso di propria vittoria in termini di provvedimenti successivi alla fumata bianca. E cioè la designazione a Segretario di Stato, la promozione in un prestigioso incarico di Curia, la conferma di una carica visto che quando muore un pontefice decadono tutti in Vaticano tranne il penitenziere maggiore, il vicario per la diocesi di Roma e l’elemosiniere. Sul banco dei negoziati, anche l’assegnazione della diocesi più grande d’Europa (Milano) il cui attuale arcivescovo Delpini non è cardinale ed è prossimo alla scadenza del mandato, quindi potrebbe ricevere la porpora al primo concistoro ed essere spostato in uno scranno in Curia, in una basilica papale o in un ordine.

La via tracciata da Francesco e i bilanci in difficoltà

Intanto la Sistina è stata messa in sicurezza dalla Gendarmeria vaticana. Tutti gli impianti di trasmissione del segnale per cellulare radiomobile, presenti nel territorio vaticano, esclusa l’area di Castel Gandolfo, saranno disattivati. Gli officiali e addetti al Conclave hanno giurato «segreto assoluto», pena la scomunica. Le congregazioni, però, girano a vuoto malgrado la doppia sessione di ieri. E i porporati non ne fanno mistero. «Tanti interventi ma non c’è alcun passo avanti sul nome – spiega il cardinale indonesiano Ignatius Suharyo Hardjoatmodjo -. L’unica cosa chiara è che si vuole andare avanti sulla linea di Francesco». Il cardinale Mario Zenari, nunzio in Siria, allarga le braccia: «Aspettiamo e vediamo». E sulla durata del Conclave sorride: «Ho il volo di ritorno prenotato per il 19 maggio e ho pagato una penale per aver già spostato la data una volta». Il cardinale giapponese Tarcisio Isao Kikuchi, presidente di Caritas Internationalis, ritiene che la politica non sia coinvolta nell’elezione pontificia, ma «i soldi probabilmente sì». Le finanze vaticane in rosso tengono banco, infatti, nei conciliaboli.

Il trasferimento a Santa Marta

Tra stasera e domattina i 133 elettori si stabiliranno a Santa Marta, ieri il camerlengo Kevin Farrell ha assegnato per sorteggio le stanze. Ma è lontano dagli sguardi che si traccia l’identikit del nuovo Pontefice, individuando candidati da appoggiare, alleanze da stringere e futuri incarichi da negoziare. C’è tempo fino all’ingresso in Sistina. Il cardinale iracheno Raphael Sako spera che la fumata bianca arrivi «in tre, quattro giorni» e si aspetta «un pastore che guardi all’unità, all’integrità della Chiesa». Prende tempo il cardinale francesce Jean-Paul Vesco: «Non c’è fretta, l’importante è avere un buon Papa, un pastore, una voce per il mondo, per la pace».

La scelta della “squadra di governo”

Domattina l’ultima congregazione dopo che ieri sera è stata esplicitata nella discussione la «forte preoccupazione per le divisioni all’interno della Chiesa». In serata dice a La Stampa un cardinale di Curia: «I due nomi in crescita sono Jean-Marc Aveline e Robert Prevost, ma Parolin ha sempre il maggior numero di carte da giocare. Non è divisivo, raccoglie preferenze un po’ ovunque, ha la fiducia degli americani e da moderato rassicura i conservatori sul rispetto per la tradizione e offre garanzie ai progressisti che non verranno sconfessate le aperture sociali ed etiche di Francesco. E soprattutto è un “primus inter pares”, non un uomo solo al comando. Lasciando intendere la composizione della sua squadra di governo può accontentare coloro che si chiameranno fuori dirottando i loro voti su un direttore d’orchestra che farà della collegialità la cifra del pontificato. Il carattere mite e non accentratore – aggiunge – sta convincendo nei contatti personali anche gli elettori che provengono dalle periferie e preferiscono un profilo istituzionale rispetto ad altri poco conosciuti».

L’ultima offerta, poi, arriverà dopo il primo scrutinio, quando i due più votati si guarderanno negli occhi come Ratzinger e Martini nel 2005. E lì in una saletta riservata di Santa Marta si capirà in che direzione soffia lo Spirito Santo.


Germania, ecco il nuovo governo: pronto il cordone contro l’Afd

Medicina e politica, successi e delusioni di un uomo che continua a difendere le proprie convinzioni ideologiche 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Un governo che «farà avanzare la Germania». I due leader della nascitura maggioranza nero-rossa, Friedrich Merz e Lars Klingbeil, sembrano aver introiettato la batosta elettorale. Il nuovo governo tedesco vanta molti volti nuovi, qualche tecnico, e sarà più giovane. E il cancelliere in pectore ha sottolineato ieri, alla firma del contratto di coalizione, che «prenderà sul serio le preoccupazioni dei cittadini». Tutti sono consapevoli della responsabilità che grava su questa legislatura, ha aggiunto, mentre si moltiplicano i sondaggi che attestano il sorpasso di Alice Weidel sul partito fondato da Adenauer: l’Afd è al 25-26%.

Ma Klingbeil, anche in polemica con i sovranismi dilaganti, ha promesso una Germania che tornerà al centro del continente dopo tre anni di latitanza, che «andrà avanti per rafforzare l’Europa come motore economico, partner commerciale affidabile nel mondo e luogo di libertà». Perché questo governo, ha riassunto Merz, «è condannato ad avere successo». Stamane sono previsti il voto e il giuramento al Bundestag.

Per i prossimi quattro anni il convitato di pietra dei moderati, ça va sans dire, sarà l’Afd. Anche se l’ultradestra è reduce da una classificazione che la marchierà per sempre e contro la quale ha fatto ieri ricorso. Per i servizi segreti è «accertato» che l’Afd è un partito di estrema destra. E ora tre governatori di land chiedono di tagliarle i finanziamenti, mentre alcuni esponenti della Cdu e della Spd continuano a ragionare ad alta voce su una messa al bando. E il capo di gabinetto di Merz, Thorsten Frei, ha già minacciato un’attenta verifica degli impiegati pubblici che hanno la tessera del partito di Weidel. In Germania i beamten, i dipendenti statali, sono vincolati alla fedeltà alla costituzione. Soprattutto, dal punto di vista politico è chiaro che per alcuni esponenti della Cdu – in primis il neocapogruppo Jens Spahn – tentati da alleanze con l’ultradestra sarà molto più difficile proporre convergenze.

Nel nuovo gabinetto a guida Merz, il leader della Spd Klingbeil si è ritagliato il ruolo di vicecancelliere e ministro delle Finanze. È ancora capo del partito, ma una poltrona l’ha dovuta cedere: il capogruppo al Bundestag sarà Matthias Miersch. Entrambi sono figliocci dell’ex cancelliere Gerhard Schroeder. E da lui Klingbeil ha imparato una lezione fondamentale. Come nota lo Spiegel, dai “Frogs”, dai “Friends of Gerhard Schroeder”, si è passati ai “Frols”, i “Friends of Lars Klingbeil”. La caratteristica principale della pattuglia di ministri della Spd è che sono fedelissimi al capo.

Ma c’è anche un’importante conferma: Boris Pistorius resta ministro della Difesa; il politico più popolare tra i tedeschi (che Klingbeil aveva scartato come candidato alternativo a Scholz per le scorse elezioni) resta al suo posto. Un’altra figura popolare, anche nel partito, l’ex presidente del Bundestag Baerbel Bas, diventa ministro del Lavoro. Ma sono gli unici volti noti riconfermati. Gli altri sono nuovi. Dal “cerchio magico” di Klingbeil arrivano il nuovo ministro dell’Ambiente, Carsten Schneider, la nuova ministra delle Infrastrutture ed ex imprenditrice di successo, Verena Hubertz, e Stefanie Hubig, che andrà della Giustizia. Un altra novità è la ministra degli Aiuti allo sviluppo, Reem Alabali-Radovan, nata a Mosca da una famiglia irachena e cresciuta in un land dell’Est, Meclemburgo-Pomerania.

Merz e il capo della Cdu Soeder avevano annunciato i loro ministri già la scorsa settimana: la politica estera sarà saldamente gestita dalla Cdu, divisa tra la Cancelleria e il nuovo ministro degli Esteri, Johann Wadephul. L’ex top manager Katherina Reiche è stata nominata a sorpresa ministro dell’Economia: una delle scelte “tecnocratiche” del leader Cdu, che vuole segnalare quanto conteranno le competenze. L’altra novità è che il neonato ministero del Digitale sarà affidato all’ex capo delle catene dell’elettronica Saturn e Mediamarkt, Karsten Wildberger. Mentre la Csu si è intestata uno dei dossier più spinosi: Alexander Dobrindt sarà ministro dell’Interno e si occuperà di immigrazione.

Nell’immagine:  Lars Klingbeil e  Friedrich Merz 


Yurii Colombo – “Quale pace giusta per il popolo ucraino?”

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Sergio Rossi – È ora di pensare a una moneta sovrannazionale

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

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La Svizzera soffre forse della «sindrome di Schwab»?

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Di Jacques Pilet, Bon Pour la Tête

Klaus Schwab non avrebbe mai immaginato una fine così clamorosa per la sua carriera. Non è questo il luogo per discutere del destino che gli è toccato, né della valanga di accuse che gli sono piovute addosso. È piuttosto opportuno interrogarsi sul profilo psicologico di quest’uomo che, alla guida del World Economic Forum (WEF), si è visto come un re del mondo.

In ogni caso il destino di quest’uomo è più che notevole. Con un obiettivo ben definito, una perseveranza fuori dal comune, poche risorse finanziarie all’inizio e un evidente talento nelle relazioni ad alto livello, è riuscito a costruire una macchina ricca e potente, con seicento posti di lavoro e numerose attività collaterali. Ci sono voluti anni per dare al suo appuntamento di Davos una dimensione prima europea e poi mondiale. Si può discutere all’infinito sulla sua presunta ideologia. Si trattava soprattutto di stringere contatti prestigiosi, di lusingare l’ego dei relatori e dei partecipanti. No, contrariamente a quanto denunciano senza sosta i suoi detrattori, il WEF non ha mai influenzato il corso del mondo. Ma ha acquisito un valore simbolico.

Klaus Schwab aveva un’alta opinione di sé stesso. Considerandosi il fondatore di un tale areopago, si sentiva onnipotente. Il capo assoluto di una fondazione ampiamente finanziata nel corso degli anni da una moltitudine di donatori. Quando sono scattati i primi allarmi, la rottura con la Russia, l’invito a prendere le distanze dalla Cina, l’emergere dei BRICS, poi il trambusto di Trump, questo patron-guru molto anziano (87 anni) ha tardato a prendere atto dei cambiamenti in atto. Così come ha sottovalutato, per molto tempo, le nuove esigenze etiche nella gestione dei collaboratori. È rimasto senza dubbio sbalordito dalle accuse che gli sono state mosse al riguardo, come quelle relative al coinvolgimento della moglie e del figlio in tutti gli affari di una fondazione che non ha nulla a che vedere con un’azienda familiare.

E se la Svizzera traesse qualche insegnamento dalla «sindrome Schwab»?

La Svizzera, come lui, è molto sicura di sé. Una qualità, ma quando si afferma al punto da escludere ogni dubbio, il pericolo è in agguato. Guardiamo alle turbolenze del momento con lucidità, certo, ma con la convinzione che ne usciremo meglio degli altri. I nostri meriti politici ed economici – ben reali! – ci metteranno al riparo dal peggio, pensiamo.

Non è così sicuro. Guardiamo freddamente il quadro. L’economia, ancora in buona salute, vede diverse ombre. La politica americana mira ad attirare investimenti miliardari, non solo nel settore farmaceutico. Da anni i risparmi svizzeri affluiscono in massa negli Stati Uniti, soprattutto attraverso i buoni del Tesoro. Da tempo le banche svizzere sono sotto l’occhio punitivo delle autorità americane. Chi può vedere un effetto positivo in questa servitù? La lezione? A forza di puntare sul dollaro, «la Banca nazionale deve la sua salvezza solo all’oro», titola l’agenzia Agefi. Peccato che nel 2000 abbia venduto metà di questo tesoro. Soprattutto su consiglio del professore losannese von Ungern-Sternberg. Vedendo il prezzo dell’oncia all’epoca e quello odierno, moltiplicato per dieci, si può stimare quanto è sfuggito al bilancio attuale della BNS: 130 miliardi di franchi!

Tecnologie, agricoltura, difesa: quale diagnosi trarne?

La Cina ci sta sommergendo – e lo farà sempre di più a causa delle tensioni con gli Stati Uniti – con prodotti a prezzi irrisori, venduti anche in perdita. I commercianti al dettaglio ne sanno qualcosa. Ancora più grave: la sua ascesa nei segmenti più sofisticati costituisce una concorrenza accresciuta per le nostre perle tecnologiche. Le nostre prestazioni in questo campo sono indubbie e invidiate da molti. Ma non in tutti i settori. L’orologeria svizzera ha mancato la svolta verso gli orologi connessi, così apprezzati dalle giovani generazioni. Rimane il settore del lusso. Ma il mito del bracciale che segna l’ora è eterno?

Fortunatamente, i contadini svizzeri sono sostenuti in modo massiccio da pagamenti diretti e dalla regolamentazione delle importazioni, variabili a seconda delle stagioni e delle esigenze, cosa molto rara altrove. Fino a quando sarà possibile? I negoziatori americani hanno già messo l’argomento all’ordine del giorno. L’UE, finora molto comprensiva al riguardo, potrebbe un giorno rendersene conto durante i negoziati bilaterali.

Un altro paradigma in cui, come Schwab, tardiamo a veder girare la ruota del tempo è quello degli armamenti. Le guerre attuali dimostrano che le nuove armi giocano un ruolo più determinante dei vecchi carri armati e degli aerei: i droni da combattimento. Noi non ne produciamo. Non abbiamo alcun sistema di difesa per proteggerci. I nostri militari guardano al passato e chiedono sempre più miliardi per rimanere nella tradizione. Inoltre, senza grandi ricadute positive per la nostra economia. Roba da poco, solo briciole per mettersi al passo. Spese inutili in un momento in cui il Consiglio federale taglia i budget per la formazione e la ricerca.

Il passato e l’eccessiva fiducia in sé stessi rassicurano sul momento, ma poco per il futuro. Non è vero, signor Schwab?

Pessimismo esagerato?

Forse. È vero che la nostra società ha mille risorse per affrontare i pericoli. La creatività, il gusto per il lavoro, istituzioni che consentono di rialzarsi – a differenza di alcuni vicini… –, una coesione sociale che resiste nonostante le carenze. Sì, c’è davvero un genio svizzero, ma la nostra bella sicurezza, alimentata dalla storia e dal presente, non ci esime dal riflettere sui nostri punti deboli, dal reagire con anticipo e immaginazione. Molti lo fanno, e li lodiamo caso per caso. Ma guardando con occhio critico a tutte le preoccupazioni, c’è motivo di aggrottare le sopracciglia. Ogni individuo può sentirsi in perfetta forma, correre senza fiatone e allo stesso tempo covare una brutta malattia che rimane a lungo silenziosa. Prevenzione! Stile di vita sano! Diagnosi precoce! gridano i medici. Grazie, abbiamo capito.

Allora almeno un esercizio può essere salutare: l’equilibrio. Tra ciò che allarma e ciò che fa sperare.


Sudafrica: l’unità nazionale messa alla prova dalle finanze

Medicina e politica, successi e delusioni di un uomo che continua a difendere le proprie convinzioni ideologiche 

Dalla nostra corrispondente dal Sudafrica

Presto o tardi doveva succedere all’interno di una coalizione fra partiti cosi diversi ideologicamente, in particolare nella gestione delle finanze. Pomo della discordia fra l’ANC (il partito di Mandela) e la DA (Democratic Alliance) capeggiata dall‘energico John Steenhuisen la decisione del ministro delle Finanze Enoch Godongwana di aumentare dello 0.5% l’IVA, una misura volta a rafforzare le finanze statali messe a dura prova dal governo ANC che ha finito per danneggiare l’economia del paese.

Ricordiamo che in febbraio il budget proposto dal ministro delle finanze Godongwana, che prevedeva un aumento del 2% dell‘IVA, era stato rifiutato ancora prima della pubblicazione, da tutti i partiti di minoranza nel Governo di Unità Nazionale. La scorsa settimana, anche il secondo progetto di budget è stato ritirato dal ministro, accompagnato da richieste di dimissioni formulate da alcuni partiti della coalizione. In realtà, un giorno prima del ritiro del secondo budget, un tribunale del Western Cape aveva stabilito che solo il Parlamento aveva la competenza di modificare il tasso dell’IVA. Siamo ora al terzo progetto di budget, annunciato per il 21 maggio. Il ministro è chiamato a trovare un modo per finanziare il debito corrente nazionale che comprende, fra le altre cose, il pagamento di interessi debitori per 1 miliardo di Rand al giorno (50 milioni di franchi svizzeri).

Il concetto stesso del Governo di Unità Nazionale situazione obbliga i membri della coalizione a consultarsi seriamente. Sono finiti i tempi quando si approvavano proposte di questa importanza senza una discussione interpartitica. Si può dire che quanto sta succedendo è un bell’esempio di come la coalizione dovrà lavorare in futuro, vale a dire consultando tutti i partiti coinvolti nella compagine governativa.

In questo caso c’è anche una certa urgenza in quanto, in mancanza di un consolidamento fiscale, il paese potrebbe trovarsi a fare capo al Fondo Monetario Internazionale per un salvataggio. Godongwana si dice ottimista, e certo di riuscire a sottoporre al Parlamento in tempo utile un progetto sostenibile.

Nell’immagine: il ministro delle finanze sudafricano Enoch Godongwana