In California settecento marines, Newsom: “È una deriva autoritaria”

Polemiche per l’arrivo del corpo dell’esercito, mandato a reprimere le proteste pro-migranti. Il governatore democratico si erge a leader nazionale: “La nostra democrazia è sotto attacco” 

Di Massimo Basile, La Stampa

I marines potranno fermare ma non arrestare, e useranno pallottole non letali. Ma intanto l’annunciato arrivo a Los Angeles di settecento soldati del corpo più famoso dell’esercito americano ha alzato il livello di tensione e spinto il governatore della California Gavin Newsom a parlare di svolta autoritaria. E la Casa Bianca ha risposto così: «Il presidente non lascerà che la legge della strada prevalga».

Dall’inizio delle proteste contro i raid anti-immigrati, il 6 giugno, sono stati arrestati a Los Angeles più di trecento migranti illegali. Lo scontro si è allargato al resto del Paese: 86 arresti a New York e 17 a Chicago, manifestazioni in almeno venticinque città tra cui Las Vegas, Santa Ana, Milwaukee, Washington e Seattle. Il sindaco di Chicago, Brandon Johnson, ha chiamato Trump «autoritario» e «tiranno che mostra totale disprezzo per la Costituzione». Il capo del Pentagono, Pete Hegseth ha minacciato a sua volta l’invio della Guardia nazionale in altre città, mentre il governatore del Texas, il repubblicano Greg Abbott, l’ha fatto, mandando i riservisti ad Austin, teatro di scontri, senza avvertire il sindaco.

Tuttavia l’arrivo a Los Angeles dei marines è stato, per ora, meno epico di quanto il capo del Pentagono avrebbe voluto: sui social sono diventate virali le immagini dei soldati che dormono sul pavimento di una stanza, perché la Difesa non aveva predisposto un piano logistico. Hegseth ha parlato per giorni di Camp Pendleton, a sud di Los Angeles, come base di partenza, mentre il Secondo battaglione è partito da Twentynine Palms, nel deserto a est.

Nel frattempo Donald Trump ha evocato teorie complottiste, sostenendo che i manifestanti «sono criminali pagati», stessa accusa lanciata nel 2020 in mezzo alle proteste di Black Lives Matter, e ha definito il governatore della California «incompetente». Lo scontro sta giovando alla popolarità di Newsom, che sui social viene presentato come il nuovo Superman, paladino dei governatori democratici che in questi giorni lo hanno chiamato per chiedere come comportarsi in caso di arrivo della Guardia nazionale. Newson, che punta alle presidenziali del 2028, ha accettato la nuova vetrina nazionale e, in un discorso agli americani durato otto minuti, ha accusato il presidente di «distruggere lo Stato di diritto» e di voler guidare il Paese verso un regime autoritario. Newsom ha condannato l’impiego della Guardia nazionale e dei marines e avvertito: «Questo succederà presto anche in altri Stati. La democrazia è sotto attacco davanti ai nostri occhi. Ecco cosa è l’autoritarismo, mascherato dal linguaggio della legge e dell’ordine». «Stanno usando – ha aggiunto – il nostro stesso esercito contro il nostro stesso popolo».

Il Congresso, ha attaccato, «è sparito», mentre lo Speaker della Camera Mike Johnson ha «abdicato completamente alle sue responsabilità». «Se alcuni di noi – ha ricordato – possono venire portati via dalla strada senza mandato, solo in base a sospetti, o al colore della pelle, allora nessuno di noi è al sicuro». «So che molti di voi – ha concluso – stanno vivendo questo momento con paura, ma siete voi l’antidoto. Quello che Donald Trump vuole di più è il vostro silenzio. Non cedete».


Il cimitero dello Zar, mille morti al giorno

Polemiche per l’arrivo del corpo dell’esercito, mandato a reprimere le proteste pro-migranti. Il governatore democratico si erge a leader nazionale: “La nostra democrazia è sotto attacco” 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Il popolo russo è «immortale», e la sua immortalità viene conquistata «nelle vittorie di chi oggi è in prima linea al fronte». Nel giorno della festa nazionale, Vladimir Putin ha invitato al Cremlino i suoi concittadini preferiti, i militari del programma «L’epoca degli eroi», i reduci dalla guerra in Ucraina che vuole promuovere e trasformare nella nuova classe dirigente russa. Uomini e donne in uniformi decorate, la voce metallica del presidente che inneggia alle vittorie militari della Russia, citando le teorie sulla “immortalità russa” dello scrittore ultranazionalista Aleksandr Prokhanov, il triplo “hurra” che risuona nelle sale dipinte d’oro: un mese dopo le celebrazioni per l’80° anniversario della vittoria sul nazismo, Putin conferma di vedersi ormai definitivamente come un presidente di guerra, e di richiedere ai suoi sudditi nuovi sacrifici.

Morire per uccidere: secondo i dati delle Nazioni Unite, nei primi cinque mesi del 2025 il numero delle vittime civili dei bombardamenti russi è aumentato del 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il record appartiene al mese di aprile, con 1.389 vittime – 221 morti e 1168 feriti – seguito da maggio con 1.019 civili colpiti, di cui 183 morti. Una strategia «devastante», come la definisce Danielle Bell, a capo della missione di monitoraggio dell’Onu: «L’intensificazione di attacchi con missili a lungo raggio con quelli dei droni a gittata corta sono stati una combinazione mortale per i civili». Il pericolo non riguarda solo chi abita vicino alla linea del fronte: il 97% degli attacchi ha colpito civili che abitano anche molto lontano, con vittime in 17 delle 24 regioni ucraine.

Giugno promette già di diventare un mese ancora più tragico: soltanto in 5 giorni dal 6 all’11 giugno le autorità ucraine hanno contato più di 1.500 missili e droni a lunga gittata russi che hanno ucciso 19 civili e ferito almeno 205 persone, in una escalation con pochi precedenti. Un martellamento che ha l’obiettivo di piegare il morale degli ucraini, e a convincere i loro alleati occidentali – soprattutto gli europei – a rinunciare a sostenerli. Gli attacchi lanciati da Mosca dopo il fallimento di fatto del negoziato a Istanbul voluto da Donald Trump puntano esplicitamente ai civili: quartieri residenziali, infrastrutture, mezzi di trasporto, e perfino monumenti storici come la cattedrale di Santa Sofia a Kyiv. Intanto, le truppe di terra di Putin hanno ricominciato ad avanzare nel Donbas, dopo che i tempi dell’offensiva sembravano essersi rallentati anche a causa delle ingenti perdite subite dai russi.

Ieri, infatti, lo Stato maggiore delle forze armate ucraine ha annunciato il superamento della soglia di un milione di vittime russe macinate in tre anni e mezzo di guerra su larga scala. Il milionesimo caduto, secondo lo spionaggio militare di Kyiv, si chiamava Mashhanenkov Sergey Nikolaevich, è nato nel 1978 in Kamchatka e si era arruolato come marine della flotta del Pacifico. Negli ultimi giorni dopo l’offensiva ripresa nel Sud-est dell’Ucraina la Russia perde intorno ai mille uomini al giorno, cinquemila a settimana, secondo le stime di Trump, che dopo il rifiuto delle sue proposte di tregua ha cominciato infine a sospettare che «Putin è indifferente al numero delle vittime». Del resto, se il premio è l’immortalità, e il paradiso promesso ai caduti per la patria dal patriarca di Mosca Kirill, non c’è bisogno di risparmiare le vite negli “assalti di carne”, come vengono chiamate nel gergo delle trincee le avanzate in cui i comandanti cercano di travolgere l’avversario con una massa umana.

Ovviamente, il numero di un milione include i cosiddetti “incapacitati”, quindi soldati morti, gravemente feriti o mutilati, scomparsi o catturati prigionieri, in altre parole, i militari che non torneranno più a combattere. Per quando riguarda i caduti, la verifica della Bbc e di Mediazzona ha permesso di identificare 113.436 russi uccisi in Ucraina, un numero che secondo gli esperti militari corrisponde a circa la metà di quello reale. Molti corpi rimangono sul campo di battaglia, oppure non sono stati identificati: secondo l’intelligence britannica e il Csis americano, Putin potrebbe aver già mandato a morire in Ucraina fino a 250 mila soldati e ufficiali.

Nell’immagine: soldati russi prigionieri degli ucraini


Sergio Rossi – Ridurre i rischi per le banche sistemiche, il Consiglio federale decide la stretta

Polemiche per l’arrivo del corpo dell’esercito, mandato a reprimere le proteste pro-migranti. Il governatore democratico si erge a leader nazionale: “La nostra democrazia è sotto attacco” 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Di PSE, piscine e altre… “sciocchezzuole”

Polemiche per l’arrivo del corpo dell’esercito, mandato a reprimere le proteste pro-migranti. Il governatore democratico si erge a leader nazionale: “La nostra democrazia è sotto attacco” 

La storia degli investimenti pubblici e delle grandi opere a Lugano è interessante: tolto forse il vecchio stadio di Cornaredo, è una cronaca ininterrotta di problemi, lungaggini, sorpassi di spesa,spese faraoniche per partorire topolini, malfunzionamenti di vario tipo e soprattutto scelte miopi e poco lungimiranti.

Basti pensare al vecchio campo Marzio, che è dal 1954 che attende una degna sistemazione (ultima notizia: malgrado la situazione finanziaria precaria, si investiranno oltre 3 milioni per la manutenzione di capannoni obsoleti che ospitano manifestazioni deficitarie), allo smantellamento di tutta la rete dei tram che collegava il centro alla periferia negli anni ’60, rete che oggi dobbiamo ricostruire a costi talmente alti che probabilmente non la faremo mai, alla progettata ciclopista da 12,2 milioni per 360 metri di lunghezza (circa 34.000 franchi al metro!) che dovrebbe collegare la stazione FFS a Massagno, alla vicissitudini per fortuna finite che hanno portato alla costruzione del LAC, con tutti i pregi e le altrettante falle che ha, o alla piscina di Carona, abbandonata e lasciata marcire per ripicca malgrado necessitasse di neppure 500.000 franchi per essere riparata e mantenuta a disposizione dei cittadini (il Municipio tra popolazione ecapannoni ha fatto la sua scelta: ricordatevelo).

Le ultime polemichette sul PSE non fanno che confermare quanto sopra: circa 40 anni di studi e pianificazioni per arrivare a un progetto che non solo non risolverà i problemi dello sport aLugano, in particolare di quello di base, né tantomeno di fantomatici “eventi”, ma che pure va a ledere in modo importante le già non particolarmente in salute finanze luganesi. Aveva ragione il Nano quando sul Mattino pubblicò una caricatura di lui con in mano una motosega intento a tagliare le torri, e pure l’attuale sindaco, quando da responsabile delle finanze sentenziò che il progetto era “iniziato male” e sarebbe “finito anche peggio” – ricordatevi, viste le sue qualità di profeta, di farvi dare i numeri del lotto la prossima volta che lo incontrate.

Per carità, cambiare idea non è un delitto – proverbialmente solo gli stupidi non lo fanno mai. Lo han fatto i due leghisti di cui sopra per ragioni che sanno solo loro (si vocifera che il defunto presidente a vita, di conseguenza il suo delfino, fu folgorato sulla via di futuribili appalti, ma nessuno lo saprà mai con certezza), lo ha fatto pure il socialista Raoul Ghisletta, prima da consigliere comunale favorevole quasi senza se e senza ma e oggi da municipale “scandalizzato dall’inganno sul finanziamento del PSE e dai suoi effetti sulla Città”, l’ho fatto anch’io, dapprima favorevole a un nuovo stadio e al palazzetto sportivo poi contrario una volta constatata la catastrofe sportiva che, palazzetto escluso, sarebbe risultata e che sono tuttora convinto risulterà.

Non serve consolarsi affermando che tutto questo era stato detto e predetto in sede di campagna di votazione né gongolare per l’annunciato disastro cui il Municipio dovrà far fronte (e speriamo che il licenziamento immediato degli architetti, i cambiamenti in corso d’opera del progetto e soprattutto i continui allontanamenti di personale qualificato dai cantieri non siano, come spesso purtroppo accade, sintomi di ancora nascosti mali strutturali): è la città tutta e l’agglomerato che ne soffrirà.

Il vero male di Lugano è più complesso e profondo, è quello di una città e di una classe politica senza motore per dirla alla Fulvio Pelli, ossia senza idee e senza visioni (il discorso dovrebbe essere allargato al Ticino tutto, ma qui non è questione di mal comune mezzo gaudio), un malato che sa di stare male, non sa come guarire e che malgrado ciò è ancora così superbo e arrogante da non avere l’umiltà di chiedere consiglio, di ascoltare la parte viva della sua popolazione, che ancora esiste ma che fin dai tempi di re Giorgio è stata progressivamente accantonata per fare spazio a un coacervo di yes man, furbetti del quartierino, lacché, servi sciocchi, speculatori e affaristi di vario genere.

Paradigmatico di questo è l’iter del nuovo Piano direttorecomunale (PDCom), che doveva essere fatto dopo le fusioni del 2013 ma di cui finora si è visto poco o nulla, a parte lo studio cui hanno lavorato una trentina di esperti e i grandi proclami da parte della politica al momento della sua pubblicazione, circa un lustro fa. Il risultato? La Commissione della pianificazione lo ha definito “astratto” e “poco chiaro”, per cui la pianificazione della città è tuttora regolata dai ben 19 piani regolatori dei vecchi comuni e da 4 piani regolatori intercomunali. E lo sarà per lunghi anni ancora.

In sintesi: come sarà e cosa diverrà la Lugano del futuro, non lo sa nessuno. Unica certezza, l’improvvisazione e la navigazione di piccolo cabotaggio, meglio se questa favorisce gli amici degli amici e magari anche l’ingresso in qualche ben remunerato Consiglio di amministrazione. Benvenuti nella Regina del Ceresio.


Dal migrante «nemico», allo stato autoritario

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Di Marco Bascetta, il manifesto

«No justice no peace» fu il grido che attraversò la rivolta di Los Angeles del 1992. Di estensione e violenza inaudite quell’insorgenza espresse l’accumulo di tensione estrema, ormai incontrollabile, prodotto dalla discriminazione razziale negli Stati uniti e l’enorme risentimento per le continue ingiustizie subite dalla popolazione nera e in particolare dalle sue fasce più povere. Non a caso fu una sentenza di assoluzione della violenza arbitraria esercitata dalla polizia contro un nero a fare da detonatore. Una storia che si sarebbe in seguito ripetuta numerose volte in termini analoghi sebbene su scala minore. Quella delle ribellioni contro la persecuzione discriminatoria della comunità nera, e cioè di una componente riconosciuta ma storicamente subalterna della società americana. Una storia che combinava questione razziale e conflitto di classe.

Quel che accade oggi è di ben diversa natura e forse assai più grave. La giustizia non c’entra più nulla: la guerra di Trump non riconosce come parte della società americana la popolazione immigrata contro cui muove. Non si tratta di tenerla al suo posto, come nel caso degli afroamericani, ma di espellerla e deportarla, sbaragliando al tempo stesso la cultura politica che non solo riconosce il contributo delle migrazioni antiche e recenti alla specifica natura del paese e alla sua ricchezza, ma che anche intende valorizzarlo. E non c’è teatro migliore della California, e di Los Angeles in particolare, per mettere in scena questo spettacolo di guerra contro famiglie e lavoratori precipitati nel ruolo di nemici interni.

Il cosiddetto “isolazionismo” dell’attuale amministrazione americana, se da un lato implica l’esibizione del disimpegno militare dai più lontani fronti del pianeta, dall’altro procede alla dichiarazione di un conflitto interno contro i migranti e tutti quelli che vengono ritenuti un ostacolo al ripristino della grandezza americana. È una sorta di nazionalizzazione della guerra che aspira a correggere o trasformare il sistema con la pretesa di ricondurlo “iuxta propria principia”, di restaurare la sua perduta “autenticità”, che corrisponde poi alla supremazia bianca e anglosassone.

In questa chiave l’invio presidenziale dei marines a Los Angeles, in un frangente neanche lontanamente paragonabile all’insurrezione del 1992, si avvicina molto al colpo di partenza di una guerra civile condotta dall’alto contro realtà e soggettività profondamente radicate nella società americana e nella sua coscienza. Del resto è fin dall’irruzione dei seguaci di Trump a Capitol Hill che le ombre della guerra civile aleggiano nel cielo americano. Fino ad ora le opposizioni hanno faticato a riorganizzarsi e digerire il colpo subito: le reazioni sono rimaste circoscritte al terreno giudiziario. Tuttavia, quando la resistenza si farà più decisa, più estesa, più combattiva, non è affatto escluso che lo scenario della guerra civile si dispieghi più chiaramente e la relazione politica assuma la forma prevalente della violenza.
Ma Trump non è il primo né l’unico ad avere affidato la sua immagine e gran parte della sua identità politica alla crociata contro i migranti e le loro culture.

Sulla questione dei migranti passa il discrimine tra società democratiche aperte, in un senso più pieno e solidale di quello voluto dal liberalismo, e società in viaggio verso l’autocrazia o perlomeno verso una drastica riduzione degli spazi di agibilità democratica. Il nuovo governo tedesco, in rotta con la magistratura e con il diritto europeo, affida la sua popolarità ai respingimenti e alla progressiva demolizione del diritto di asilo. Se i migranti già residenti in Germania, pur minacciati dalle aggressioni neonaziste, non rischiano la deportazione è perché centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza contro il progetto di “remigrazione” messo a punto dall’estrema destra. Un movimento che ha reso impossibile, almeno per ora, la collaborazione tra l’Afd e il centro democristiano, ma non la politica sempre più ostile e persecutoria nei confronti dei migranti, adottata dal cancelliere Merz.

Questo stesso copione tende a riproporsi in diversi paesi europei, tanto quelli con una storia di immigrazione più recente e modesta come l’Italia e i paesi dell’Est (che però sulle politiche migratorie sono tra i più incarogniti) quanto quelli come Francia e Gran Bretagna ormai storicamente multietnici e spesso teatro di rivolte riconducibili a discriminazioni e abusi di polizia a sfondo razziale. Nella maggior parte dei casi respingimenti ed espulsioni poggiano su una relazione strumentalmente ingigantita tra immigrazione e criminalità, non senza una certa presa su paure e pregiudizi popolari.

Questo nesso determina però una estensione degli apparati di controllo e una progressiva contrazione dei diritti e delle libertà individuali. Alla fine una accentuazione dei caratteri autoritari dello stato. La criminalizzazione della diversità che ai migranti si applica su larga scala, transita rapidamente verso altre categorie “trasgressive”, emarginate, subalterne o ribelli. L’aggressione parte dall’alto e da destra, come mostra l’azione di Trump. Per fermarla servirà un’azione priva di remore. In fondo è con un nuovo fascismo che abbiamo a che fare.

Nell’immagine: agenti di polizia di Los Angeles armati di manganelli e equipaggiamento antisommossa tentano di respingere i manifestanti nel centro di Los Angeles


Trump senza freni: “Animale chi protesta, avanti con le retate”

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Di Francesco Semprini, La Stampa

Quattrocento immigrati illegali arrestati dall’inizio delle manifestazioni, la caccia ai “registi occulti” delle dimostrazioni e la promessa che le deportazioni di massa continueranno. Non indietreggia di un millimetro Donald Trump, neanche dinanzi all’effetto contagio con l’onda lunga della protesta che da Los Angeles ha raggiunto Chicago e la East Coast.

Il presidente anzi ricorre a toni ancora più infuocati e, dopo aver chiamato i manifestanti «invasori stranieri» e «criminali del terzo mondo» li definisce «animali». Il tutto mentre si consuma senza tregua lo scontro politico tra Washington e le autorità (democratiche) della California. La democrazia è «sotto attacco davanti ai nostri occhi», Trump sta «devastando il progetto storico dei nostri padri fondatori», afferma il governatore Gavin Newsom, secondo cui la California potrebbe essere solo la prima: «Chiaramente non finirà qui. Altri Stati saranno i prossimi».

Il punto è che la sindaca della Città degli Angeli, Karen Bass, anche lei una Dem, ha dovuto fare i conti con la realtà delle piazze istituendo il coprifuoco in alcune zone del centro dalle 20 alle 6, ora locale. Un ordine ignorato da un migliaio di manifestanti che, nella notte tra martedì e mercoledì, hanno proseguito la protesta contro le politiche migratorie del presidente Usa, spingendo la polizia ad effettuare «arresti di massa». Decine di persone – spiega il dipartimento di LA – sono finite in manette poiché non hanno lasciato il «luogo di un assembramento illegale».

Il numero degli arresti ha superato quota 300 solo negli ultimi due giorni, mentre dal 6 giugno sono stati arrestati «quasi 400 migranti illegali» nelle manifestazioni della città californiana, secondo la portavoce del presidente, Karoline Leavitt. La Casa Bianca ha chiesto agli agenti dell’immigrazione di aumentare drasticamente a tremila gli arresti di migranti che si trovano illegalmente negli Stati Uniti, un obiettivo ben al di sopra dei mille precedentemente fissati.

Newsom, da parte sua, ha presentato una richiesta di emergenza per impedire a Trump di utilizzare i militari (Marines e Guardia Nazionale) per accompagnare l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia di frontiera e delle dogane, nelle incursioni in tutta Los Angeles. «L’incompetente governatore non è stato in grado di fornire protezione in modo tempestivo quando i nostri agenti di polizia, grandi patrioti, sono stati attaccati da una folla fuori controllo di agitatori, facinorosi e insorti», replica il comandante in capo. E il governatore risponde alle provocazioni con un video TikTok montato sulle note di “You Need to Calm Down” (“Devi calmarti”) di Taylor Swift, definendo il tycoon «un leone da tastiera».

L’intervento di Trump non è stato necessario in Texas dove il governatore repubblicano Greg Abbott ha annunciato l’invio della Guardia Nazionale in diverse località, promettendo che i soldati «utilizzeranno ogni strumento e strategia per aiutare la polizia a mantenere l’ordine». Altre manifestazioni sono andate in scena nelle città “santuario” di New York, dove in piazza sono comparse bandiere messicane accanto a quelle della Palestina, e Chicago, la città anti-Trump per antonomasia. Secondo Nbc agenti dell’unità d’elite dello “Special Response Team” saranno inviati dall’Ice in cinque città governate dai Dem dove, nei prossimi giorni, è prevista un’altra ondata di manifestazioni.


Oscure metamorfosi

Polemiche per l’arrivo del corpo dell’esercito, mandato a reprimere le proteste pro-migranti. Il governatore democratico si erge a leader nazionale: “La nostra democrazia è sotto attacco” 


La Nazionale allo sbando specchio dell’Italia

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Di Massimo Adinolfi, La Repubblica

Si vuol bene alla Nazionale come si vuol bene all’Italia, si hanno nel cuore le coppe alzate da Bearzot o da Lippi, le mani festanti di Pertini e il cielo azzurro sopra Berlino, e perciò si fa fatica a credere di essere giunti al punto in cui siamo, dopo la sonora sconfitta con la Norvegia e l’esonero di Luciano Spalletti: senza una bussola, senza un progetto, senza un nome per la panchina.

Una Nazionale che i diciottenni di oggi non hanno in pratica mai visto competere a un Mondiale: eliminazione al primo turno nel 2010 e nel 2014, mancata qualificazione alla fase finale sia nel 2018 che nel 2022. Una striscia di record negativi impressionante, che tiene una generazione intera lontana dai colori azzurri. Nel calcio e, come s’è visto domenica, nelle urne: se c’è una metafora del Paese, e un segno del suo declino, beh: è questo.

Poi, per carità, tutto può succedere: nello sport e nella vita. Ma quello che ci racconta la storia recente della Nazionale non dice qualcosa soltanto sul calcio, sull’insipienza dei dirigenti sportivi o sugli egoismi delle società calcistiche, ma forse anche sull’Italia intera.

Non ti disunire, dice Antonio Capuano sul finale del film di Paolo Sorrentino dedicato a Maradona, ed è così che si dice, a pallone: non ti disunire, tieni il ruolo, rispetta le consegne, non giocare da solo, non perderti in mezzo al campo. La Nazionale che a Oslo ha preso tre gol senza mai reagire era una squadra disunita, vuota, inconsistente. E non c’è stato nessuno — non Spalletti, non Gravina — che l’abbia saputa tenere su.

Il giorno dopo Spalletti è stato mandato a casa ed è cominciato lo psicodramma della scelta del nuovo ct, ancora in corso. Una scena che abbiamo già visto — non una, due volte — quando si è trattato di scegliere il nuovo presidente della Repubblica, e una volta Napolitano, la volta dopo Mattarella hanno dovuto prendere atto della paralisi del sistema politico e assumere un nuovo mandato.

Non è forse la stessa impasse in cui si trova adesso la Federazione? Non aveva pensato Gravina a Claudio Ranieri come alla soluzione d’emergenza per uscire dallo stallo? E non è paradossale che, nel Paese in cui tutti si sentono selezionatori tecnici, sono pronti a convocare giocatori e dettare formazioni, non si trovi un nome all’altezza della situazione?

Nulla contro il più probabile sostituto di Spalletti, che al momento è nientedimeno che Gennaro Gattuso, ma la vediamo tutti la differenza fra un Brasile che chiama Ancelotti e un’Italia che si affida, o si affiderebbe, a Gattuso.

Questo mostra il calcio come metafora: un Paese invecchiato, una classe dirigente usurata, sempre meno credibile, con pochissime idee, e senza serbatoi culturali, civili, sociali ai quali attingere, grazie a cui rigenerarsi. Poi, certo, c’è Sinner, c’è il tennis, e risultati di prestigio alle Olimpiadi.

Infatti: non è una questione che riguardi il movimento sportivo nel suo complesso. Si tratta invece del calcio, cioè dello sport nazionale, e dunque dell’idea che il Paese può farsi di sé specchiandosi nei suoi riti, nelle manifestazioni più popolari, nei gesti o nelle parole a cui attinge l’immaginario collettivo. Che conserva memoria viva della pipa di Bearzot o del sigaro di Lippi, ma che, da anni, non ha più di che nutrirsi.

Così finisce che la malinconica ricerca di un nuovo allenatore prenda sempre più l’aspetto di un teatrino, proprio come gli italiani pensano la politica, disertandola. All’improvviso tutti i protagonisti di questa vicenda desolante appaiono inadeguati, più piccoli dei posti che occupano, delle responsabilità che sono chiamati a portare e di nuovo: non è una faccenda che riguardi solo il rettangolo di gioco.

Dietro il no di Ranieri si scopre il vuoto: cosa c’è? Di sicuro non c’è un progetto, e nessuno sa dove si andrà a parare. Troveranno soluzioni di fortuna. E pure l’Italia si trova così, mi sembra: al di là di toni e voci da propaganda, nessuno ha chiaro dove si troverà l’Italia fra cinque anni, qual è il mondo al quale vuole appartenere e che vuol contribuire a formare, e chi è in grado di tenere il campo senza disunirsi, trovando parole nuove e schemi nuovi. Siederà in panchina Gattuso? Auguri a lui. Andremo ai Mondiali? Sarebbe il minimo, ma con quel che passa il convento. Ma poi?

Nell’immagine: la nazionale sconfitta dalla Norvegia


Franco Cavalli si racconta a cuore aperto

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Il genere dell’autobiografia sembra ultimamente godere di una certa fortuna (meritata nella fattispecie) presso gli editori della Svizzera italiana. Dopo quelle di Marco Solari, Dick Marty e del chirurgo di guerra Flavio Del Ponte, ecco che anche un illustre medico (e politico) come Franco Cavalli scende in campo e si racconta.

Personalità diverse tra loro per formazione, temperamento, percorso professionale, ma vicine – anche se aderenti a partiti diversi – in una serie di convinzioni e visioni ideali che li hanno resi non sempre graditissimi neppure tra le rispettive fila d’appartenenza. Proprio aderire fino in fondo diventa peraltro un esercizio sempre più difficile per chiunque consideri l’attività pubblica un esercizio di intelligenza e indipendenza, più che un fideistico seguire il gregge.

In particolare Marty e Cavalli si stimavano reciprocamente, e proprio Franco Cavalli ha seguito sino all’ultimo il doloroso percorso clinico dell’ex Consigliere di Stato e agli Stati radicale, spentosi il 28 dicembre 2023. Era stato lo stesso Dick Marty a spingere Cavalli a scrivere questa autobiografia, mentre l’oncologo un po’ tentennava, anche perché già nel 1989 e nel 2013 erano usciti, a cura di Giulia Fretta, altrettanti libri-intervista che ne tratteggiavano la figura. 

Tante vite in una (di cui Cavalli ha parlato in un’intervista di Naufraghi/e) sintetizza i diversi àmbiti in cui ha operato (e continua, a quasi 83 anni) a operare: da un lato la ricerca medica e oncologica e nell’insegnamento universitario, ai quali ha affiancato la battaglia per riuscire a realizzare, nel Canton Ticino, un Istituto di ricerca e di cura per i malati come lo IOSI; dall’altro la politica, nel campo largo della Sinistra (dal PS al PSA, poi di nuovo al PS e al Forum Alternativo), che lo ha portato, dal Consiglio comunale di Verscio, Locarno e Muralto, al seggio in Gran Consiglio; poi, tra il 1995 e il 2007, al Nazionale, dove è stato capogruppo del Partito Socialista. 

Con grande sincerità, Cavalli (al quale anch’io devo recente gratitudine) annota a un certo punto: “Essendo diventato ben presto il “dottore del cancro” in Ticino, era per me logico cercare di sfruttare questa popolarità anche in termini politici”.

Da giovane, sognava di diventare giornalista: il cammino è stato un altro, ma ha comunque scritto “migliaia di articoli e contributi di vario tipo” (Libera Stampa, Area, Quaderni del Forum Alternativo) e oltre 600 articoli scientifici sulle maggiori riviste medico-oncologiche del mondo. La sua attività pubblicistica riflette dunque pienamente i due campi principali in cui si è distinto. Da un lato, l’”animale politico” – come spesso si definisce nel libro – dall’altro il medico e il ricercatore. Anzi, non da un lato questo, dall’altro quello ma, insieme, questo e quello, legati da una serie di valori insindacabili. Nell’introduzione, Cavalli precisa di avere cercato “di applicare una metodologia scientifica alla mia attività politica e d’altra parte di fondare la mia attività medica e scientifica sulle mie convinzioni politiche – e direi anche morali”. 

Dedicato alla sua seconda moglie, Yvonne, “ispiratrice di tanti progetti”, l’autobiografia parte da lontano e ricostruisce la storia familiare dei Cavalli, originari della Toscana, il primo dei quali giunge nelle Terre di Pedemonte tra il Quattro- e il Cinquecento. Già nel secondo capitolo, ecco uno dei nodi che chi non apprezza talune scelte politiche del protagonista solleva ripetutamente. Cavalli, di origini modeste, non potrebbe frequentare il ginnasio e poi il liceo se non al Collegio Papio di Ascona, scuola privata (allora gestita dai Padri benedettini di Einsiedeln) che accoglieva gratuitamente i ragazzi domiciliati, come lui, ad Ascona. E allora perché, schierandosi sempre contro il finanziamento pubblico delle scuole private, Cavalli non avrebbe fatto che dimostrare ingratitudine o, per dirla in termini più coloriti, sputare nel piatto in cui ha mangiato? Perché, par di capire, un conto è riconoscere – come lui fa – che senza quella possibilità tutta la sua vita e il suo percorso professionale sarebbero stati ben altri; un altro accettare quello che lui ricorda come “un regime scolastico estremamente repressivo: chi si comportava male o non studiava poteva ricevere, almeno al ginnasio, punizioni fisiche dolorose. E oltre ai soffocanti esercizi spirituali, ci veniva inculcata una… diseducazione sessuale: tutto quanto aveva a che fare con il sesso era opera del diavolo”. Fu, insomma, quell’esperienza, durata 8 anni, tra le mura del Collegio asconese a indirizzare precocemente Cavalli dapprima verso l’agnosticismo e poi verso il marxismo. 

In 29 capitoli di agevole lettura, il prof. Cavalli ricostruisce la sua vita scientifica e la sua militanza politica ripercorrendo tappe, momenti di svolta, incontri con personalità politiche, pazienti comuni e pazienti VIP, viaggi in tutto il mondo che toccano realtà diversissime tra loro, progetti di aiuto allo sviluppo dapprima a Cuba, poi in Nicaragua, El Salvador e Venezuela. Senza tralasciare, soprattutto sul finale, considerazioni più private, quasi intime, legate alla sua famiglia, in cui l’autore si mette a nudo. Il penultimo capitolo è dedicato al figlio Nicola, perso a pochi giorni dal quattordicesimo compleanno, il 6 agosto 1990. Coincidenza tragica di date, tra pubblico e privato: quello stesso giorno, 45 anni prima, gli USA sganciarono l’atomica su Hiroshima. 

Oltre 200mila morti lasciò sul campo la bomba americana; una vittima quella causata dalla Maggia 45 anni dopo. Tragedia dell’umanità e tragedia privata: le due dimensioni – quella collettiva e quella individuale – apparentemente così sproporzionate tra loro. Entrambe però ci sfiorano, ci colpiscono (talvolta in pieno), ci interpellano, non smettono di interrogarci.

Nel libro, le esperienze personali vissute portano molto spesso Cavalli a considerazioni politiche: per esempio, parlando dei 4 figli da lui adottati, non senza difficoltà, accanto ai 4 biologici avuti dalla prima moglie, scrive testualmente: “Nel 2024 in Gran Consiglio si è dibattuto a proposito della richiesta, ostacolata soprattutto da destra, per motivi a me incomprensibili – di parificare il congedo maternità di madri biologiche e adottive. E trovo scandalosa la proposta di fine gennaio 2025 del Consiglio federale che, a seguito di abusi avvenuti in alcuni Paesi, vorrebbe impedire ogni adozione internazionale”.  

Il primo tenente pacifista che vuole abolire l’Esercito e sfila in divisa durante le manifestazioni pacifiste antiamericane durante la guerra del Vietnam e non lesina certificati medici durante i corsi di ripetizione, oggi ribadisce la secondo lui inutilità dell’Esercito. “Chi dovrebbe mai attaccarci? Forse la Russia, Paese in grave crisi demografica ed economica? Da un punto di vista puramente militare il nostro esercito potrebbe avere un senso solo se integrato nella NATO, cosa che la maggioranza degli Svizzeri, che rimane legata al principio della neutralità, giustamente non vuole (…). La NATO sta diventando sempre più una struttura guerrafondaia al servizio degli interessi imperialistici di Washington, ai quali si è accodata anche l’UE, ormai messa in riga dagli Stati Uniti a seguito della crisi Ucraina”.

E conclude, allargando il ragionamento: “I miliardi buttati al vento per il nostro esercito dovrebbero invece essere utilizzati in modo ben più utile: per investire nella produzione pubblica di farmaci essenziali, finanziare massicciamente la ricerca, migliorare il servizio pubblico e l’AVS, e sussidiare in modo quasi totale i premi di cassa malati (al tema Diritto alla salute e casse malati è interamente dedicato il cap. 16; all’industria farmaceutica e ai prezzi dei farmaci il cap. 10). Anche perché, per un paese senza materie prime come il nostro, solo la ricerca può garantire il benessere delle future generazioni”.

A rendere attualissima questa autobiografia sono – tra i molti – i capitoli dedicati all’Unione Sovietica (cap. 13, in cui Cavalli distingue nettamente la Rivoluzione del 1917 e i suoi ideali dalla successiva “involuzione staliniana, con tutte le sue componenti criminali”) agli Stati Uniti (cap. 22, intitolato Sono antiamericano? La risposta è “Sicuramente no. Ma altrettanto decisamente riconosco di essere fortemente antimperialista”), all’Ucraina (cap. 23), a Gaza (cap. 24). E il cap. 17, dedicato a Cuba, con cui tutti identificano l’impegno pubblico e sociale di Cavalli. Accanto a Ho Chi Minh, la figura in cui forse maggiormente si riconosceva la generazione che visse il ’68 era quella del Che (anch’egli medico di professione): in una trentina di viaggi, Cavalli ha visto l’isola caraibica mutar volto. C’era un prima (prima del 1991, con il crollo dell’URSS) in cui Cuba era una sorta di “Paese del bengodi”) e c’è stato un dopo, durante il quale l’Occidente speculava “su quando il socialismo vi sarebbe imploso. Invece ciò non avvenne: questo si deve, sul piano morale, al carisma di Fidel Castro, unito alla tenacia e all’orgoglio sviluppati da due generazioni di cubani lottando contro il blocco economico e i tanti attentati finanziati da Washington (…). Sul piano economico, invece, Cuba riprese fiato grazie alla decisione di aprirsi senza restrizioni al turismo, prima di allora parecchio limitato. Ma la società ne pagò le conseguenze, tra prostituzione, AIDS e una svolta negativa che ha fatto sì che oggi chi lavora nel turismo a Cuba guadagna molto più di un maestro o di un medico”. 

Tutte le citazioni che ho proposto confermano l’architettura del libro di Franco Cavalli: esperienze e incontri direttamente vissuti lo portano non solo a condividerle con il lettore, ma a fare, appena se ne presenta l’occasione, il passo in più; a trarne cioè delle indicazioni e degli insegnamenti che, nella sua visione del mondo, egli applicherebbe per trasformare il “sistema” attuale in qualcosa di più giusto, equilibrato, comunitario e realmente globale, in cui le regole del gioco vengano radicalmente rivedute. 

Molti gli amici, i pazienti e i colleghi o ex colleghi politici che gli chiedono se, anche oggi, egli stia ancora cercando di mettere insieme una sinistra socialista. Lui, l’animale politico, risponde così: “Effettivamente il fil rouge che attraversa i miei più di sessant’anni di impegno politico è la volontà di partecipare, spesso in prima persona, al tentativo di costruire un movimento socialista combattivo che, rifuggendo da ogni simpatia stalinista o autoritaria, concentri la sua prassi politica attorno alla lotta di classe e all’anticapitalismo: quindi, un socialismo che, in senso marxiano, dovrebbe rappresentare la prossima tappa nell’evoluzione dell’umanità dopo la schiavitù, il feudalismo e il capitalismo”. 

Nell’immagine: Cavalli a Cuba


La Svizzera tollera la violazione della propria sovranità

Polemiche per l’arrivo del corpo dell’esercito, mandato a reprimere le proteste pro-migranti. Il governatore democratico si erge a leader nazionale: “La nostra democrazia è sotto attacco” 

La Cina rappresenta una minaccia significativa per la sovranità della Svizzera. I cinesi che collaborano con le loro autorità cercano molto probabilmente di convincere i tibetani e gli uiguri che vivono in Svizzera a spiare i loro connazionali. Inoltre, queste minoranze sono sorvegliate, in modo che non possano esprimersi liberamente e difendere i diritti delle loro minoranze nel loro paese d’origine. Se lo facessero, dovrebbero temere conseguenze da parte delle autorità cinesi. Anche i cittadini svizzeri che si impegnano a favore delle minoranze perseguitate sono oggetto di sorveglianza illegale.

Il Consiglio federale ignora le proprie raccomandazioni

«Questa repressione transnazionale interferisce in modo molto grave con l’ordinamento giuridico svizzero e l’ordine internazionale basato sulle regole», si legge tra l’altro nel rapporto del Consiglio federale sulla situazione dei tibetani e degli uiguri in Svizzera, pubblicato nel febbraio 2025. È necessario contrastare queste attività illegali dei cittadini cinesi. Come misura, il rapporto afferma che la Svizzera dovrebbe far capire alla Cina che non tollera tale repressione transnazionale. Affinché una tale dichiarazione abbia effetto, non è sufficiente una comunicazione discreta, ma sarebbe necessario convocare l’ambasciatore cinese e rendere pubblica la dichiarazione.

In occasione della recente visita del consigliere federale Ignazio Cassis in Cina, non risulta che il Consiglio federale abbia affrontato in modo chiaro e inequivocabile la violazione dell’ordinamento giuridico svizzero da parte della Cina. Cassis era evidentemente di ottimo umore durante la sua visita, come ha osservato il Tages-Anzeiger. Il Consiglio federale  evidentemente è stato molto discreto in merito alla chiara violazione della sovranità svizzera non per amicizia, ma per non irritare il potente partner commerciale. Dagli ambienti borghesi non si sente quasi nessuna critica al comportamento della Cina in Svizzera. Ciò sorprende, perché in alcuni casi proprio questi politici sono molto sensibili a qualsiasi minaccia reale o percepita alla nostra sovranità.

Anche la Russia e altri paesi continuano a spiare

Nel rapporto del Consiglio federale citato sopra si afferma che attività illegali simili sarebbero state compiute anche dalla Russia, dall’Iran e dalla Turchia. Non risultano particolari reazioni da parte della Svizzera nei confronti di questi Paesi. E sarebbero necessarie soprattutto nei confronti della Russia, che da oltre tre anni conduce una guerra di aggressione contro l’Ucraina in violazione del diritto internazionale. Secondo il libro «Die grossen Schweizer Spionagefälle» (I grandi casi di spionaggio svizzero) di Thomas Knellwolf, pubblicato nel 2024, la Russia ha inviato in Svizzera più personale diplomatico con funzioni di intelligence di quanti siano gli agenti a disposizione dei servizi segreti federali per il controspionaggio. Come può la Svizzera essere così indulgente nei confronti di un Paese che viola la nostra sovranità e disprezza la nostra democrazia?

Timidezza nei confronti del governo americano

Sotto la presidenza di Donald Trump, la potenza leader del mondo occidentale, gli Stati Uniti, sta distruggendo le strutture democratiche dello Stato, smantellando lo Stato di diritto e sostituendolo con la legge del più forte. Ciò è particolarmente pericoloso per la Svizzera, perché essendo un piccolo Paese dipendiamo dal rispetto dei trattati internazionali anche da parte delle grandi potenze. Il Consiglio federale spera di ottenere il meglio per il nostro Paese con un comportamento servile. Il Segretariato di Stato dell’economia ha sottolineato che la Svizzera ha regole meno restrittive rispetto all’Unione europea. Questo non è giusto, non solo nei confronti del nostro principale partner commerciale, ma anche nei confronti della comunità europea, che ormai è quasi l’unica a condividere i nostri valori dello Stato di diritto.

La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha giustificato il suo sconcertante elogio di una parte del discorso del vicepresidente Vance, nonostante questi avesse criticato aspramente gli Stati europei a Monaco. La sua argomentazione, citata dalla stampa: non è suo compito esprimere un giudizio sugli Stati Uniti. Ma non avrebbe almeno dovuto esprimere la sua preoccupazione per lo sviluppo autocratico del governo Trump e il suo disprezzo per la libertà di espressione? Già in aprile il Consiglio federale ha rinviato a data da destinarsi la regolamentazione delle piattaforme di comunicazione (Google, Facebook, X e YouTube), prevista da tempo. La Svizzera spera in questo modo di ingraziarsi il presidente Donald Trump? O la compiacenza del Consiglio federale non incoraggerà il presidente a mostrarsi più duro nei confronti del nostro Paese?

Nell’immagine: con il cappello in mano di fronte ai potenti