Ti puoi sempre scusare

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

Ho letto – non senza divertimento e con un po’ di preoccupazione – che la Lega dei Ticinesi ha presentato una interpellanza al Municipio di Lugano chiedendo chiarimenti sulla dinamica decisionale interna all’Esecutivo. In buona sostanza, i consiglieri comunali leghisti sollevano alcuni «interrogativi sul rispetto del principio di collegialità all’interno del Municipio, facendo riferimento a quella che viene definita una “gestione solitaria da parte del municipale socialista» Raoul Ghisletta (“Ticinonews”, 6 giugno). Il quale – davvero un “solitario” nell’esecutivo luganese, che ha il pensiero tutto rivolto a destra – è accusato dai discepoli del Norman e del Pica di aver detto pubblicamente che «mentre a Lugano dilaga la speculazione immobiliare (che colpisce famiglie e anziani residenti da decenni in città) ad oggi il Municipio non prevede nulla nel piano degli investimenti per la politica dell’alloggio» (Nota stampa di R. G. inviata ai media ticinesi il 5 giugno).

Il reo ha poi aggiunto (questa la sua grave colpa) che il Municipio dovrebbe avviare una discussione col patron del FC Lugano (che ha appena presentato pubblicamente il progetto per la sua squadra dei Chicago Fire con un finanziamento diretto di 650 milioni di dollari) al fine di vendergli lo stadio per il quale «la Città deve contrarre un debito di 114 milioni di franchi per entrane in possesso ad inizio novembre 2025». Invece si preferisce far pagare alla proprietà americana del FC Lugano «un canone miserevole di 400’000 CHF annui (più oneri di gestione) per l’uso esclusivo dell’Arena sportiva, che è stata realizzata con i soldi dei contribuenti». Un’uscita, quella di Ghisletta, che ha dato fastidio a tutti i suoi colleghi: al sindaco leghista in primis. «Poteva avvisarci e potevamo parlarne internamente e arrivare a una conclusione», ha dichiarato lo sconsolato vicesindaco Roberto Badaracco ai microfoni di “Ticinonews (6 giugno). E come no.

In un Paese normale, governato da politici col senso dello stato, spronati da un interesse superiore, quello di tutti, quello della res publica, queste “fughe in avanti” non si dovrebbero fare, non stanno bene. Ma dopo aver visto qualche immagine televisiva della piazzata andata in scena lunedì scorso all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025-2026, comincio a pensare che il nostro Ticino non sia completamente normale, come non lo è il mondo; e che sia la Lega a sollevare con un atto parlamentare interrogativi sul rispetto del principio della collegialità del municipale Ghisletta (“Uh che pagüra! “, direbbe Zio Bill) non fa solo ridere, ma rafforza il mio dubbio, a meno di credere di essere protagonisti dello storico show di Canale 5 Scherzi a parte. Ricorderemo questi giorni, questa settimana, come la “Settimana degli arrocchi”. E degli allocchi.

Rammento sommessamente che il municipale-consigliere nazionale-scribacchino leghista Quadri ogni santa domenica se ne fa un baffo della collegialità insultando i colleghi (vedi gli sberleffi rivolti a Lombardi, Valenzano e Ghisletta), criticando il Municipio (vedi l’ampliamento voluto dal Municipio delle zone a velocità limitata a 30 km/h nei quartieri residenziali) e ingiuriando gli stranieri: proprio lui, che è il Capo Dicastero Formazione e socialità, un dicastero che comprende le scuole cittadine e il settore Prevenzione e integrazione: insomma una sorta di diabolico contrappasso dantesco.

Sono curioso di leggere la risposta che darà il Municipio all’interpellanza leghista, dopo che nella legislatura passata lo stesso esecutivo ha dato “il mena via” alle mie interpellanze sul municipale Lorenzo Quadri, che ne ha fatte e continua impunemente a farne più del socialista Raoul Ghisletta. Il quale, come altri insegnano, potrebbe sempre scusarsi.

Nell’immagine: trii urocc


Israele e noi

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

La guerra, le guerre ci interrogano. Ci inseguono, accompagnano le nostre giornate, occupano la nostra mente come un tarlo: Ucraina, Palestina e poi altri conflitti sparsi nel mondo. Gli esperti di geopolitica ne hanno censito una cinquantina. Focolai privi di telecamere e giornalisti, drammi di cui non si ha notizia. Tutti noi reagiamo al traino di emozioni contrastanti. Di fronte all’orrore c’è chi spegne la televisione o cambia canale; e c’è chi preferisce chiudersi nel mutismo. Parlarne con i familiari e con gli amici? Sì, l’abbiamo fatto, abbiamo anche dato una mano agli ucraini fornendo medicinali nei giorni dell’invasione russa. Un popolo che si vorrebbe cancellare, umiliare, svuotare della sua cultura va difeso, non c’è storia.

Quando nell’agosto del 1914 le armate tedesche invasero il Belgio, paese neutrale, ticinesi e romandi temettero il peggio. La domanda era: la neutralità ci avrebbe salvato? Oppure no, avrebbe prevalso la violenza, la legge del più forte, del più prepotente? Oggi il Belgio, domani la Svizzera: questo il timore che molti nutrirono in quelle fatidiche giornate, con in prima fila giornali come la Gazzetta Ticinese diretta da Emilio Bossi. I cittadini sono liberi di schierarsi, di parteggiare per l’una o l’altra parte belligerante, si disse allora. Ma questo non valeva per la Confederazione, che invece doveva attenersi alla neutralità come ad un’àncora irremovibile. Una neutralità occasionale o intermittente non sarebbe stata credibile.

Tutte queste vicende sono tuttora materia di ricerca e di dibattito. Ma oggi la questione si ripropone. C’è un aspetto che, forse più di altri, investe le relazioni tra il cittadino e lo Stato: fino a che punto le autorità (il governo con i suoi dipartimenti, parlamento, corpo diplomatico) possono ignorare la voce che sale dal basso, dalle piazze, dalle associazioni, da alcune città e da alcuni cantoni e comuni? Possono permettersi di voltare le spalle ad un’opinione pubblica sempre più frastornata, confusa e angosciata, prigioniera di un crescente senso di impotenza? 

Il Consiglio federale ha giustamente condannato l’aggressione russa all’Ucraina e adottato le relative sanzioni decise dall’Unione europea. Sulla distruzione di Gaza è stato invece molto più reticente; ha preferito assumere una posizione attendista, probabilmente per non esporsi all’accusa di antisemitismo. Meglio aspettare le mosse delle maggiori potenze, meglio la prudenza.

Intanto però la gente muore. Bambini, anziani, donne, personale medico e paramedico, giornalisti, con sullo sfondo un numero imprecisato di feriti e mutilati. Si muore anche di fame e di sete, e di infezioni e contaminazioni. Una distesa di macerie e un deposito di odio che rimarrà conficcato nella memoria per generazioni.

Nel novembre del 1915, Leonhard Ragaz, teologo protestante impegnato a riformulare in senso umanitario la neutralità elvetica, tenne un discorso in cui con profondo rammarico prendeva atto di come la Germania guglielmina avesse mutato pelle, indossando panni militari e l’elmetto a punta: «da qualche decennio, la Germania che abbiamo di fronte non è più quella di una volta, ma una Germania nuova e del tutto differente». Lo stesso si potrebbe dire oggi di Israele, piccola nazione che a lungo ha saputo affermarsi nel vicino Oriente come unico regime democratico senza farsi sopraffare da un’«ira furente» incontrollata, affidata soltanto al linguaggio delle armi. Questa Israele è diventata irriconoscibile, come la Germania imperiale descritta da Ragaz durante la Grande Guerra. 

C’è la possibilità che ritrovi la retta via, senza farsi trascinare nel baratro, senza perdere l’anima? Questo è l’auspicio di tutti coloro che sostengono il diritto di Israele ad esistere e a difendersi, ma a condizione che si tenga lontano dall’ira achillea, generatrice di lutti e barbarie. Aiutare il governo di Israele ad uscire dalla trappola mortale tesagli da Hamas dovrebbe anche figurare tra i compiti precipui del Dipartimento degli affari esteri e della nostra diplomazia. Perché una neutralità silente o balbettante non è degna del nostro paese.

Nell’immagine: striscione alla marcia silenziosa in favore di Gaza di Bellinzona


Le parole di Cassis cosa e chi rappresentano?

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

Sperando fare cosa utile alla presa di coscienza e di posizione della comunità che siamo, riporto qui sotto con i miei commenti a seguire, la trascrizione della dichiarazione del Consigliere federale Ignazio Cassis, capo del dipartimento degli affari esteri, al corrispondente della RSI a Ginevra, Riccardo Bagnato Bulgarelli, trasmessa il 3 giugno 2025 al Telegiornale.

On. Cassis: “… Guardi quello che noi stiamo vedendo adesso è intollerabile, ci fa male, facciamo fatica ad accettarlo, è la dura realtà di una guerra che affonda le sue radici nei secoli e che è scoppiata adesso tra Israele e Hamas. Come ogni guerra è anche una guerra dell’informazione. Gli spari di cui ha parlato non sappiamo da chi… provenivano e su chi sono andati. Come ogni guerra ogni fonte di informazione naturalmente vuole portare una sua storia…

Giornalista: “Però l’ha confermato Guterres l’ha confermato l’Alto Commissario dei diritti umani, l’AFP parla di testimonianze dirette dei soldati israeliani che lo hanno detto, insomma…”

 On. Cassis: “Sì ma non hanno sparato sulla… sulla folla. Hanno sparato in aria, quindi in aria, quindi in aria non…”

Giornalista: “Si ma 27 morti…

On. Cassis: “D’accordo ma se loro affermano che hanno sparato in aria e non sulla folla, non possono essere stati quegli spari che hanno… che sono arrivati sulla folla. Io voglio solo dirle che non dobbiamo cadere troppo facilmente nel tentativo di credere a ciò che più ci sembra plausibile perché la guerra è sempre una guerra di informazione. Detto questo, naturalmente la situazione è catastrofica e la prima…, e il Consiglio federale l’ha detto chiaramente mercoledì scorso, la prima cosa da fare è aprire l’accesso umanitario. Non mancano né cibo né tende né nei mezzi di primo soccorso sul posto. Ci sono migliaia di camion che aspettano di entrare ma non riescono a entrare in questo momento, e qui a Israele che rivolgiamo l’appello più forte e più e più imperativo è quello di aprire adesso le porte, ma non dimentichiamo che Israele dice “io apro le porte se Hamas mi dà gli ostaggi…” io vorrei appellare alla popolazione Palestina a fare in modo che Hamas faccia anche un passo, perché se tutte e due non possono fare un passo, noi continueremo impotenti ad assistere a queste stragi. ”

Giornalista: “Le chiedo: c’è sul tavolo l’opzione di mettere in discussione i rapporti con Israele che è uno Stato, c’è una linea oltre la quale il Consiglio federale potrebbe prendere in considerazione di mettere in discussione le relazioni con Israele? ”

On. Cassis: “Guardi è una questione di principio. Noi oggi continuiamo avere relazioni con la Russia e siamo contenti di avere relazioni con la Russia perché possiamo in questo modo contribuire a trovare una soluzione, naturalmente abbiamo duramente condannato la Russia, ma non è smettendo di parlare con un paese che cambiamo le cose è soltanto continuare con tantissima pazienza, con forza di persuasione, intensificando il nostro lavoro e lo stiamo facendo anche con Israele e anche con il mondo arabo e nelle ultime settimane che si può sperare di trovare una soluzione. La questione non è per nulla facile sennò sarebbe già stata da tempo risolta.”

Vi sono varie criticità nel discorso del Consigliere Federale. Le quattro che seguono hanno colpito la mia sensibilità, altri potranno aggiungersi.

  • Mancano delle parole attive importanti: “condanna”, “crimini di guerra”, “morti”; mentre si ritrovano parole e perifrasi passive: “accettare”, “non…credere” “impotenti”, “assistere”, fino a “dura realtà”, che il parlare comune associa a un’unica postura ragionevole e possibile.
  • Gli agenti sono delle cose, non delle persone. È “l’accesso umanitario” che deve essere aperto; sono “i camion che non riescono a entrare”; gli “spari che arrivano sulla folla”. Alle cose non si può attribuire una responsabilità, le cose non si possono giudicare e condannare. Fino a usare, per le cose, degli elementi immateriali: gli “spari” sono dei suoni, evanescenti per natura, piuttosto che “proiettili”. che almeno sono dei manufatti che portano un’intenzione.
  • La verità non si può conoscere: la “guerra dell’informazione”, “non sappiamo da chi provenivano e su chi sono andati” e “non dobbiamo cadere troppo facilmente nel tentativo di credere a ciò che più ci sembra plausibile”, quindi non si possono attribuire delle responsabilità. No: esiste una verità fattuale (ben messa in avanti dall’intervistatore): i 27 morti, quindi sappiamo benissimo, al contrario di quanto detto, su chi i proiettili sono andati (Hannah Arendt: ci può essere disaccordo sui valori, sull’interpretazione dei fatti, ma non può esserci disaccordo sui fatti). Per il fact-checking rimando all’articolo di Luis Lema su “LE TEMPS” dello 05. 06. 2025. Il mettere in dubbio la conoscibilità di una verità fattuale è un vero cancro per la democrazia. Ci si deve aspettare che un Consigliere federale, che dovrebbe avere a disposizione più di quanto si legge nella stampa, non si lasci andare a questa deriva.
  • La situazione è presentata come ineluttabile, e l’impotenza, il dubbio e l’equidistanza come le sole attitudini giustificate. No, è possibile anche la condanna dell’ingiustizia, soprattutto in chi è stato un tuo alleato e con il quale in precedenza hai condiviso i tuoi principi. Ha l’effetto, se non altro, di mostrare alle vittime che si è dalla loro parte proprio in quanto vittime di ingiustizia, con una parte che la commette e una parte che la subisce. Condanna che ha anche il valore di far sentire alla popolazione da che parte sono i suoi leader, creando così un sentimento di appartenenza (o all’opposto di scollamento) con le istituzioni. Inoltre, ogni Stato può prendere su di sé il rispetto del diritto internazionale (in questo caso di fermare la violenza sui civili) con i mezzi a sua disposizione, come le sanzioni (prontamente e giustamente adottate dalla Svizzera nel caso della Russia quando ha invaso l’Ucraina).

Non so se l’On. Cassis abbia scelto le sue parole consciamente o inconsciamente, ma nei due casi l’attitudine espressa nei punti qui sopra è inadeguata, perché non serve, e non rappresenta, due elementi importanti della funzione di Consigliere federale.

Nell’immagine: Ignazio Cassis durante l’intervista della RSI


Il disgelo dei dazi tra Cina e USA tra promesse e contraddizioni

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

Dalla nostra corrispondente dall’Asia

I novanta minuti di colloqui telefonici tra Xi Jinping e Donald Trump sono arrivati dopo che il Presidente statunitense aveva fatto trasparire una certa frustrazione sui social media, confessando che con la sua controparte cinese era “difficile fare un accordo”. Per questo, anche se la conversazione di giovedì 5 giugno potrebbe indicare reciproca ansia, più che un’intesa, ogni tentativo di dialogo è visto in modo positivo dai mercati finanziari e dagli alleati delle due superpotenze.

Dopo mesi di aumenti tariffari, restrizioni tecnologiche, crescenti attriti su Taiwan, il contatto è il primo diretto tentativo dei due leader di cambiare tono. Nessuna delle due parti vuole una guerra commerciale a tutto campo. Trump sta tenendo d’occhio l’accesso ai minerali delle terre rare, vitali per l’industria americana dei veicoli elettrici e della difesa; Xi, da parte sua, non intende piegarsi alle richieste di Washington, e chiede che l’amministrazione Trump proceda con cautela su Taiwan.

Da tempo si dibatte su chi sarà “il vincitore” dello scontro in corso e la realtà è complessa. Gli analisti sostengono che Pechino sia già emersa più forte da settimane di caos, sia economicamente che geopoliticamente. Dal cosiddetto giorno “della liberazione” proclamato da Donald Trump il 2 aprile scorso, la Cina ha mantenuto la calma, pur rispondendo con durezza, nella speranza di proiettare una forza credibile, stabile e matura, in contrasto con gli sfoghi che giungono dalla Casa Bianca.

Non va dimenticato, che la guerra commerciale è iniziata nel 2016, con la prima elezione di Trump; già allora il leader statunitense aumentò i dazi, e Biden fece altrettanto, a dimostrazione che forse non siamo mai veramente usciti dallo confronto commerciale, sebbene quanto Trump abbia fatto negli ultimi mesi sia senza precedenti.

Ci sono stati i dazi globali, imposti e poi revocati o sospesi per 90 giorni, e poi c’è stata la battaglia delle cifre assurde tra Cina e Stati Uniti con imposte doganali fino al 145%. Ma non solo Xi Jinping non si è mai scomposto, è anche andato nel sud-est asiatico a firmare decine di accordi ed accelerare la delocalizzazione della produzione nella regione. La Cina sembra molto più preparata a gestire gli attacchi di Washington e continua a mantenere la calma, perché sostiene di non aver iniziato lo scontro commerciale. Certo, gli Stati Uniti ritengono che l’abbia fatto, manipolando il sistema commerciale, sovvenzionando le sue industrie, promuovendo le esportazioni e quindi sgonfiando artificialmente i prezzi per decenni.

 Ora i negoziati sembrano quindi essere di nuovo sul tavolo, i due leader si sono scambiati inviti per visite di stato reciproche, ma la rivalità di fondo rimane.

Riaffermando la politica statunitense di una sola Cina, Trump ha optato per la moderazione su Taiwan, contraddicendo  però quanto Washington ha affermato pochi giorni fa a Singapore, al vertice sulla sicurezza per bocca del Segretario alla Difesa statunitense. Allo Shangri-la Dialogue, Pete Hegseth ha infatti usato parole dure, avvertendo che la Cina si sta “preparando in modo credibile” a un’azione militare entro il 2027, volta a modificare l’equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico, evidenziando in particolare la minaccia a Taiwan.
Dichiarazioni criticate non solo dal Ministero degli Affari Esteri cinese, che ha accusato Hegseth di promuovere una “mentalità da guerra fredda”, e di tentare di “seminare divisione” nella regione Asia-Pacifico, ma anche da altri numerosi interlocutori nella regione, secondo cui un tale approccio rischia di aggravare le tensioni, anziché promuovere la stabilità.

Da una parte quindi c’è un Presidente che cerca la de-escalation con la Cina e dall’altra il Pentagono, che mostra i muscoli senza mezzi termini. E allora chi detta il tono della politica statunitense? A livello commerciale è chiaro che la strada da percorrere è tutt’altro che stabile. In attesa della prossima mossa o della prossima dichiarazione, ci si gusta una potenziale tregua, più che la pace.


Il decreto sicurezza del Governo Meloni e la deriva autoritaria dell’Italia

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

Di , Valigia Blu

Il 29 maggio 2025 la Camera dei Deputati ha approvato con 163 sì, 91 no e un astenuto il cosiddetto “decreto sicurezza”, sul quale il governo Meloni aveva posto la questione di fiducia.

Il provvedimento – che ora passerà all’esame del Senato – era stato adottato dal Consiglio dei ministri lo scorso 4 aprile, con quello che da più parti è stato definito un “colpo di mano”. Il decreto-legge ha infatti ripreso la maggior parte delle misure contenute nel disegno di legge 1660, che dopo un lungo iter parlamentare si era arenato al Senato.

Il ddl era già stato aspramente criticato dall’opposizione e dalla società civile: l’associazione Antigone, ad esempio, l’aveva descritto come “il più grande e pericoloso attacco alla libertà di protesta nella storia repubblicana”. Anche il Quirinale aveva espresso diversi dubbi sulla costituzionalità di alcune previsioni, che in parte sono stati accolti nel nuovo decreto.

Nel porre la questione di fiducia, il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha parlato di un “provvedimento strategico” che valorizza “il lavoro quotidiano delle forze dell’ordine” e contiene “misure decisive per la sicurezza” – ossia ben 14 nuovi reati e 9 aggravanti.

In questo senso, il “decreto sicurezza” è davvero l’emblema del populismo penale che anima il governo Meloni: ogni questione politica e sociale – specialmente quelle al centro dell’attenzione mediatica – va necessariamente risolta con la repressione, e dunque con il carcere. Come ha sintetizzato il deputato Roberto Giachetti di Italia Viva durante la discussione parlamentare, “volete solo prendere la gente e buttarla in galera”.

Ma vediamo in dettaglio cosa contiene il decreto e quali sono le sue principali criticità.

Lo scudo per le forze dell’ordine e le norme anti-rom

Il decreto si muove sostanzialmente su due binari: da un lato aumenta le tutele per le forze dell’ordine, mentre dall’altro imprime una stretta penale su varie fattispecie.

Per quanto riguarda le prime viene introdotto il reato di lesioni personali gravi o gravissime a un pubblico ufficiale, per cui potrà scattare l’arresto in flagranza. Viene inoltre previsto il riconoscimento di un beneficio economico (fino a 10mila euro) per le spese legali sostenute da agenti indagati o imputati per abusi commessi durante il servizio. Gli agenti di pubblica sicurezza saranno poi “autorizzati a portare senza licenza” le armi da fuoco anche al di fuori del servizio.

L’articolo 31 del decreto concede poi una sorta di “scudo penale” agli agenti dei servizi segreti impiegati in attività sotto copertura: non solo potranno partecipare ad associazioni terroristico-eversive, ma addirittura “dirigerle” e “organizzarle” senza risponderne penalmente.

I familiari delle vittime delle stragi hanno paragonato questo salvacondotto a una “licenza criminale”, ricordando il ruolo avuto dai servizi durante la strategia della tensione.

Passando invece al secondo binario, quello della stretta penale, il decreto prende di mira specifiche categorie e gruppi particolarmente invisi al governo e alla maggioranza di destra. Diversi articoli, ad esempio, sono palesemente indirizzati alle persone rom.

Si inaspriscono le pene per chi impiega minori nell’accattonaggio, che ora possono arrivare fino a cinque anni di reclusione. Diventa invece facoltativo – e non più obbligatorio – il rinvio della pena per le persone condannate che sono incinta o che hanno bambini più piccoli di un anno. In sostanza, anche loro potranno finire negli Istituti a custodia attenuata per le detenute madri (Icam, che sono soltanto quattro in Italia).

Si tratta di uno dei punti più problematici e contestati del decreto: la norma è infatti ritagliata su misura per le borseggiatrici rom, che stando a una lunga e ossessiva campagna politico-mediatica – cavalcata in primis dalla Lega – approfitterebbero della gravidanza per delinquere impunemente.

Il decreto introduce inoltre una nuova circostanza aggravante per i reati commessi all’interno o nelle vicinanze delle stazioni ferroviarie o delle metropolitane. Anche in questo caso l’obiettivo è chiaro: sfruttare il filone social-mediatico della “caccia al borseggiatore nella metro” – un vero e proprio format a cui ha recentemente partecipato l’eurodeputato leghista Roberto Vannacci.

La stretta su dissenso, rivolte in carcere e occupazioni

Una parte rilevante del provvedimento è dedicata alla repressione delle manifestazioni e, più in generale, del dissenso.

In generale vengono inasprite le pene (fino a cinque anni di carcere) per il reato di danneggiamento se avvenuto in manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. In questi casi è anche previsto l’arresto in flagranza differita.

Le sanzioni sono più dure per chi protesta contro le grandi opere, in particolare i No Tav. Il decreto introduce una circostanza aggravante nei casi in cui la violenza, la minaccia o la resistenza a pubblico ufficiale sia commessa per impedire la realizzazione di “infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici”.

Più di un articolo è rivolto agli attivisti climatici e alle loro tattiche di protesta. A partire dall’imbrattamento di un bene mobile o immobile pubblico: chi lo fa con la finalità di “ledere l’onore, il prestigio o il decoro” dell’istituzione è punito con una pena che arriva fino a 1 anno e sei e una multa fino a 3000 euro.

Il blocco stradale, che finora era un illecito amministrativo, diventa un reato punito con un mese di carcere e una multa fino a 300 euro. La pena può però arrivare fino a sei anni di reclusione se il blocco è commesso da più persone nel corso di una manifestazione. È stato inoltre mantenuto il contestatissimo principio della punibilità della resistenza passiva, che ha portato le opposizioni a parlare di “norma anti-Gandhi”.

Il decreto introduce poi il reato di rivolta carceraria: sarà punito sia chi commette atti violenti o minacce all’interno di un carcere, sia chi resiste passivamente e si limita non eseguire gli ordini impartiti “per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza”. La norma si applica anche nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).

C’è infine un altro nuovo reato: quello di occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui. Le sanzioni sono particolarmente alte e vanno da due a sette anni; come ha notato sul Corriere della Sera il giornalista Luigi Ferrarella, si tratta della stessa pena di “chi ha la colpa di far morire un operaio in un incidente sul lavoro”.

Già ai tempi del ddl 1660 la norma era stata ribattezza “anti-Salis”, dal nome dell’eurodeputata di Avs che ai tempi della sua militanza politica faceva parte del movimento per il diritto alla casa. A riprova dell’intento eminentemente politico (e polemico) di questo reato, da qualche giorno la Lega sta pubblicando contenuti contro Ilaria Salis fatti con l’intelligenza artificiale e sta esultando perché sarebbe stato “abolito lo ius Salis”.

Le critiche di Onu, organismi internazionali e costituzionalisti

Il decreto sicurezza ha sollevato numerose critiche (sia di merito che di metodo) da parte di ong, organismi internazionali e persone esperte di diritto costituzionale.

Lo scorso aprile cinque relatori speciali delle Nazioni Unite – Gina Romero, Ben Saul, Irene Khan, Mary Lawlor e Gehad Madi – hanno espresso “profonda preoccupazione” nei confronti del provvedimento, definendolo “allarmante” e non conforme agli obblighi internazionali “in materia di diritti umani, tra cui la tutela del diritto alla libertà di movimento, alla privacy, a un giusto processo e alla libertà, nonché la protezione contro la detenzione arbitraria”.

Per i relatori, i reati contro i blocchi stradali e la punibilità della resistenza passiva “limitano eccessivamente la libertà di riunione pacifica e potrebbero portare a sanzioni sproporzionate e ingiustificate”. Anche il reato di rivolta carceraria rappresenta una “restrizione inutile e sproporzionata del diritto alla protesta pacifica dei detenuti”, che tra l’altro rischia di vanificare “il raggiungimento degli obiettivi legittimi di garantire la sicurezza e i processi di reinserimento”.

Non si tratta del primo richiamo dell’Onu: nel dicembre del 2024, in una comunicazione all’Italia sei relatori speciali si dicevano preoccupati per la potenziale limitazione della libertà di riunione; a gennaio del 2025 altri due relatori speciali avevano criticato il reato di occupazione arbitraria, sostenendo che può andare a colpire le “occupazioni di necessità” dettate dalla povertà.

Critiche simili sono arrivate anche dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE, secondo il quale molte disposizioni “possono potenzialmente minare i principi fondamentali della giustizia penale e dello Stato di diritto”.

Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha evidenziato il rischio di un’applicazione “arbitraria e sproporzionata” di alcune previsioni contenute nel decreto, che restringerebbero troppo il diritto di protestare pacificamente.

In un appello sottoscritto da oltre 250 costituzionalisti compare la forte denuncia a “una serie di gravissimi profili di incostituzionalità”, a partire dalla scelta di adottare un decreto-legge senza che vi fossero i presupposti di necessità e urgenza richiesti dalla Costituzione.

Per i giuristi, il “decreto sicurezza” è caratterizzato dalla “torsione securitaria”, dalla “limitazione del dissenso” e dall’“accento posto prevalentemente sull’autorità e sulla repressione piuttosto che sulla libertà e sui diritti”.

L’impostazione del provvedimento, si legge nel testo, è esemplificativa di un “disegno complessivo che tradisce un’impostazione autoritaria, illiberale e antidemocratica, non episodica od occasionale ma mirante a farsi sistema, a governare con la paura invece di governare la paura”.

Dal canto suo, l’unione delle camere penali italiane ha scritto in un comunicato che l’entrata in vigore del decreto “non farà altro che aumentare la popolazione carceraria”, con il “definitivo collasso di strutture oramai allo stremo”.

A quest’ultimo proposito, l’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone fotografa una situazione davvero drammatica. Il tasso di sovraffollamento medio ha raggiunto il 133% per cento, con punte del 220% a Milano San Vittore e del 212% a Foggia. Nel 2024 si sono registrati 91 casi di suicidi negli istituti penitenziari, un record negativo. Nonostante ciò, prosegue Antigone, il governo è intenzionato a trasformare “il carcere in una trincea” e i detenuti “in nemici interni da sottomettere”.

Il “decreto sicurezza”, insomma, è l’ennesimo tassello dell’orbanizzazione dell’Italia – una deriva democratica ormai certificata da sempre più osservatori internazionali, e in cui stiamo precipitando sempre più velocemente.


Dalle auto ai satelliti, così Trump può far crollare l’impero di Elon Musk

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

Di Filippo Santelli, La Repubblica

A parole Elon Musk ha sempre snobbato sussidi e aiuti pubblici. Nei fatti le aziende del suo impero tecnologico e industriale sono cresciute anche grazie al decisivo supporto dei contribuenti americani. Negli ultimi venti anni, tra contratti, prestiti agevolati e incentivi, le varie Tesla, SpaceX & Co. avrebbero incassato dal governo Usa la bellezza di 38 miliardi di dollari, secondo una stima del Washington Post. Ed è lì che – se vorrà danneggiarlo o anche solo tenerlo sotto scacco – Donald Trump potrebbe colpire il suo ex amico e potenziale rivale, mandando in fumo miliardi di fatturato delle sue imprese, miliardi della sua ricchezza personale e rendendo molto più complessa la sua missione di salvare l’umanità dall’estinzione. Certo, di risorse Musk ne ha parecchie: all’ultimo conteggio 335 miliardi di dollari. E quando si parla di tecnologie strategiche la dipendenza tra lui e il governo americano è reciproca: colpendo il campione nazionale gli Stati Uniti danneggerebbero prima di tutto loro stessi. Ma Trump non è certo nuovo ad atti autolesionistici, vedere i dazi. E d’altra parte nel suo arsenale ha anche un’arma più sottile ma altrettanto potente, quella delle regole: i geniali slanci imprenditoriali di Musk, dall’Intelligenza artificiale alla guida autonoma, spostano le frontiere di tecnologia e business, e possono essere ostacolati anche solo negando un’autorizzazione. O magari concedendola ai concorrenti, laddove esistono.

Tesla, a rischio incentivi e crediti per le emissioni

Oggi Tesla è la prima azienda auto al mondo per valutazione. E le sue azioni sono la prima voce della ricchezza personale di Musk. Onore al merito di chi ha creduto nella mobilità elettrica, quando gli altri produttori la consideravano impossibile. Ma il merito è stato supportato delle regole americane sulle emissioni di CO2 e dai crediti ambientali che Tesla vende alle case tradizionali: tra il 2007 ed oggi le hanno fruttato 11,4 miliardi dollari. Se è vero che questi schemi sono gestiti dai singoli Stati, Trump potrebbe fare pressione per depotenziarli. Quel che invece può cancellare direttamente, lo sta facendo con la legge di spesa contro cui Musk si è ribellato, sono i bonus da 7.500 dollari per chi acquista veicoli con la spina. Tesla è già in difficoltà con le vendite, in parte per ragioni di mercato e in parte per il boicottaggio dei consumatori contro le posizioni politiche di Musk. La perdita di queste due voci di supporto, stima JpMorgan potrebbe costarle altri 3 miliardi di dollari l’anno.Non solo: un ulteriore grande bastone tra le ruote il presidente lo potrebbe anche mettere con le regole. Per il rilancio Musk punta sui taxi robot, servizio che dovrebbe debuttare a breve ma dipende dal via libera di vari regolatori, a cominciare da quelli che si occupano di sicurezza stradale. Giovedì, dopo la plateale rottura con Trump, le azioni di Tesla hanno perso il 14%, bruciando 150 miliardi e tornando sotto i mille miliardi di capitalizzazione. Ieri, dopo la tregua, il rimbalzo è stato solo parziale, del 4%.

SpaceX, commesse in bilico da Nasa e Pentagono

Se il destino delle auto, nonostante tutto, sono i consumatori a deciderlo, il business dello spazio dipende per natura dalle commesse pubbliche. Vale anche per SpaceX, che lo ha rivoluzionato con la forza della tecnologia, i suoi razzi riutilizzabili, e la ricerca spasmodica di efficienza. Dal 2003 ad oggi l’azienda di Musk ha incassato dalla Nasa circa 15 miliardi di dollari in contratti per lanci e trasporti spaziali. Più altri 5,8 miliardi di dollari dal Pentagono, a cui la controllata Starlink fornisce connessione satellitare e per cui sta costruendo decine di satelliti spia. Solo lo scorso anno l’azienda ha percepito dal governo 3,8 miliardi. Stracciare quegli accordi per Trump sarebbe una follia, considerato che sui lanciatori Musk ha pochi concorrenti – come testimoniato dal “soccorso” agli astronauti bloccati sulla Stazione spaziale – e sulle costellazioni di satelliti ancora meno. Senza Musk i progetti della Nasa per un nuovo allunaggio sarebbero irrealizzabili, mentre l’esercito perderebbe le più avanzate capacità di comunicazione (per sé o all’occorrenza per altri: vedere l’Ucraina). Le commesse però potrebbero essere suddivise per agevolare la rincorsa dei concorrenti, come l’altro magnate Jeff Bezos. E la rottura del sodalizio politico potrebbe rallentare l’espansione globale di Starlink, che ha bisogno di garantirsi dai vari governi le autorizzazioni ad operare. Era anche sull’onda di quel sodalizio che, alla fine dello scorso anno, la valutazione di SpaceX aveva raggiunto l’astronomica cifra di 350 miliardi di dollari.

L’IA, ora è più debole nella sfida con Altman

C’è poi l’ultimo grande capitolo del progetto industriale e ideologico di Musk: l’intelligenza artificiale. L’imprenditore si è lanciato nella corsa miliardaria ai super algoritmi con la sua xAI, sfidando l’odiata Google, l’odiatissimo Sam Altman di OpenAI e tutti gli altri. Lo scorso marzo poi le ha fatto assorbire X, la fu Twitter, mostrando che nel social – oltre a un megafono – vede prima di tutto una miniera di dati da gettare in pasto all’IA. Nelle more di questa ristrutturazione è anche riuscito a “riportare” X al valore originario di 44 miliardi, l’esoso prezzo che aveva pagato nel 2022 e che sembrava irrimediabilmente bruciato. I suoi modelli di IA avanzano, e Musk ora cerca nuovi finanziamenti alla valutazione monstre di 113 miliardi. Ma adesso che è passato all’opposizione i finanziatori lo guarderanno con gli stessi occhi? Domanda chiave, considerato quante risorse serviranno per costruire data center e sviluppare algoritmi sempre più potenti. Nella sfida tra i campioni di Big Tech finora Trump non si è schierato: ha assicurato loro regole amichevoli, in cambio si aspetta che si battano a suon di investimenti e tengano dietro la Cina. Ha voluto Musk al governo, ma anche accolto Altman alla Casa Bianca e benedetto il suo maxi progetto Stargate, con grande scorno del primo. Una presa di posizione a favore dell’uno, una indagine contro l’altro potrebbero essere decisivi nell’orientare gli investitori. A quel punto perfino l’uomo più ricco del mondo potrebbero scoprirsi a corto di risorse.


I mali dell’Amazzonia, così l’uomo minaccia il polmone del pianeta

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

Di Mario Tozzi, La Stampa

Tutto nasce dalle strade. Fino a che non ci sono strade e non c’è infrastrutturazione, la foresta pluviale amazzonica, il polmone del mondo, la madre di tutte le acque, si conserva in perfetta salute e garantisce tutte le sue prerogative che, in un’orgia di antropocentrismo, potremmo chiamare anche “servizi”. Se su questa Terra i viventi respirano, hanno disponibilità di acqua pulita, di aria fresca, di cibo e di medicine, lo devono a questa gigantesca pompa d’acqua che, non incidentalmente, conserva la più grande ricchezza di vita che si possa immaginare. Ecco, questi “servizi”, senza i quali non riusciremmo a vivere, sono sotto la pesantissima minaccia di noi stessi che ne traiamo vantaggio. E tutto ha inizio con una strada. Come la BR 174 o la Transamazzonica, lunghissime fettucce che tagliano il verde intenso della foresta e costituiscono, di fatto, l’inizio della fine.

Funziona così: aprendo una strada la foresta viene immediatamente divisa in un crescendo esponenziale che cresce con il moltiplicarsi delle strade, perché di strade, si sa, non ce ne è mai abbastanza. Alla frammentazione segue il degrado, che rende più facili gli incendi, che rendono più facile il taglio selettivo dei legnami pregiati, che sono il primo passo della deforestazione. Deforestazione che facilita gli incendi e la frammentazione, dunque il degrado dell’intero ecosistema.

Le cause della siccità
Sugli incendi bisogna specificare che una foresta in salute, intatta, non permette il propagarsi delle fiamme per via dell’alto tasso di umidità della massa verde anche nella stagione secca. E i criminali del fuoco lo sanno benissimo: per questo prima operano il taglio e poi lasciano sul posto a seccare i tronchi tagliati, per fornire combustibile alle fiamme. Inoltre, negli ultimi vent’anni, il Brasile amazzonico sta soffrendo di una siccità mai registrata prima: l’evapotraspirazione si è ridotta e le precipitazioni sono calate del 20%. Come se si fosse creata una bolla di aria calda e secca che riduce il contributo di umidità proveniente direttamente dall’oceano Atlantico. Quella bolla nasce proprio dai settori di territorio che sono stato deforestati, agevolando tutti i cicli criminali di cui sopra. Se il ciclo dell’acqua sulla foresta viene rallentato, come sta effettivamente accadendo oggi, la foresta tropicale semplicemente non si sostiene e cessa di esistere. Può trasformarsi in giungla o in verde degradato e diventare preda finale di agricoltori e allevatori che la vedono come un grande fastidio alle loro attività lucrative. Così nel 2023 il rio Negro è sceso sotto i 14 metri a Manaus per la prima volta dopo 121 anni, mentre il fumo degli incendi costringeva a restare in casa e tutti hanno toccato con mano cosa sta accadendo.

Ma come è possibile che siano consentite deforestazione, taglio a raso e infrastrutturazione nella foresta amazzonica? La foresta non è pubblica, non appartiene allo Stato? Qui sta il nocciolo del problema, quello che si chiama conversione illegale della foresta, il vero male dell’Amazzonia. Il primo passo è la deforestazione al di fuori della legge: avviene attraverso un iniziale taglio selettivo dei legnami più pregiati, che costituiscono reddito immediato nei Paesi dove non vigono divieti all’importazione di legno non certificato. A questo succede il “correntao”, il taglio a raso, spesso effettuato da trattori che trascinano catene di ferro e radono al suolo tutto ciò che è albero. Infine partono gli incendi che, per le ragioni viste prima, si propagano con estrema facilità.

A questa prima fase illegale distruttiva ne segue una decisamente criminale e truffaldina, l’appropriazione indebita di terre attraverso la produzione di titoli di proprietà totalmente falsi (qui si chiama “grilar”). Le terre così rubate alla proprietà collettiva o agli indigeni vengono “lavate” attraverso prestanome ultrapoveri che si vendono per un piatto di lenticchie e grazie alla complicità di funzionari statali corrotti, svenduti anch’essi per poco di più. Per questo la deforestazione è una questione di democrazia sana: se non ci fosse corruzione sarebbe di fatto impossibile.

In una terza fase si procede con una legalizzazione completamente fittizia che permette la registrazione di aree ormai degradate che possono a quel punto godere di cambi di destinazione d’uso: se non c’è più la foresta, perché non si dovrebbe coltivare o allevare? Così si invadono e si conquistano anche le aree protette e le riserve naturalistiche, teoricamente intoccabili, almeno fino a che sussiste la natura da proteggere; se, invece, è stata distrutta, a che pro tutelarle?

Il passo finale è la trasformazione in pascolo (75%) o in monocultura di territori rubati ai proprietari legittimi e alla foresta pluviale.Mangiare una bistecca brasiliana vuole dire mangiare un pezzetto di Amazzonia, nonostante qui ci siano molti pascoli liberi (45%) rispetto agli allevamenti intensivi e sia in vigore una legislazione molto restrittiva in termini di somministrazione di additivi agli animali. Con questo gioco si aggira la legge, peraltro debole, e si assaltano le terre indigene. Ma il primo passo è sempre la costruzione di una strada: dove c’è una strada la foresta perisce e noi tutti perdiamo la possibilità di vivere meglio. Mentre qualcuno si arricchisce concentrando ricchezza come in poche altre parti del mondo.

Le colpe dei conquistatori
Ma dobbiamo ancora porci a una domanda: a chi appartiene l’Amazzonia? A tutti noi, si potrebbe dire, come il Colosseo, che non è evidentemente solo dei romani, che non potrebbero farne un parcheggio multipiano, per dire, solo perché strangolati dal traffico. Questa sarebbe solo una risposta moderna, però, perché, in realtà, l’Amazzonia appartiene a chi in questo territorio abita da almeno undicimila anni e qui si è stabilito in uno straordinario connubio di vegetazione, fauna e sapiens che è durato da qualche migliaio di anni fino a oggi. Oltre 180.000 indigeni di almeno 60 etnie vivono sul 30% del territorio amazzonico in circa 170 “terre indigene”. Sono i residui di quando l’Amazzonia contava forse 7 o 8 milioni di indios, con una densità che solo attraverso le ultime scoperte archeologiche possiamo far salire fino a quasi 3 abitanti/kmq. Noi conquistatori ci siamo raccontati di aver scoperto il Sudamerica o il Brasile come se fossero stati deserti, ma la realtà è che abbiamo rubato quei territori a chi qui già risiedeva con la violenza estrema. Con le armi, l’acciaio, i cavalli e le malattie abbiamo ridotto a un millesimo la grande nazione indigena, l’abbiamo schiavizzata e meticciata e l’abbiamo usata come forza lavoro per il capitalismo commerciale prima e industriale dopo: una vergogna che abbiamo difficoltà a incorporare e a rimediare.

Nell’immagine: la devastazione della foresta amazzonica


Sergio Rossi – Un euro digitale, l’idea di Bruxelles per contrastare le strategie di Trump

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Mosè, perché non parli?

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

No, non è la storia di Michelangelo che di fronte al suo Mosè, tanto reale, ne colpì un ginocchio con il martello, chiedendogli: perché non parli? È la Bibbia che si interroga. Leggendo (o ascoltando le interviste) ciò che si scrive o si dice per ciò che capita a Gaza viene spontaneo ripensare o interrogare la Bibbia (Tanakh, direbbero gli ebrei).

La legge di Mosè (Torat Moshe) o legge mosaica, che comincia con i Dieci Comandamenti e continua nel libro dell’Esodo e poi nel Deuteronomio con un insieme di precetti più dettagliati, appare subito come “politica”. Indissociabile dall’esperienza della schiavitù degli Ebrei in Egitto e dalla violenza genocidaria, di matrice “nazionalista”, del Faraone (che significa anche “grande casa”, palazzo reale), sovrano e figura divina. Un esempio opposto o un controesempio rispetto alla legge divina trasmessa a Mosé nel deserto. Il popolo ebreo è liberato dalla schiavitù e dalla violenza, affinché possa accedere a una forma di vita politica veramente emancipatrice.

Non molesterai il foresterio né lo opprimerai

La legge di Mosè induce, invita, a un abbandono, a un’uscita, dal rapporto tra oppressi e oppressori e non alla ricerca, ostinata ed anche cruenta, di un’inversione dei rapporti di forza. ”Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, poiché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Esodo 22, 20), ordina Jahvè a Mosè.

La legge si fonda sull’autorevolezza di quella esperienza vissuta per intimare agli Ebrei, usciti e salvati dalla schiavitù egizia, il rispetto della dignità di ogni essere umano. Ad esempio, con l’imperativo dello Shabbat (il Sabato). Il quale permette ad ognuno, poco importa il suo statuto e la sua condizione, di godere di momenti di riposo periodici; nessun individuo può essere costretto al lavoro in modo continuo e definitivo, come nell’Egitto del Faraone, dove si separavano gli schiavi-lavoratori stranieri dagli uomini-liberi egizi, che potevano godersi il tempo libero.

Al capitolo 25 del Levitico si trova anche l’imperativo della remissione dei debiti, la proibizione dei prestiti con interesse, il riposo regolare delle terre coltivate (la rotazione delle colture, il maggese), ma anche il rifiuto dell’appropriazione esclusiva della terra, del territorio. Perché, ammonisce Dio, “la terra è mia e voi siete presso di me come inquilini e forestieri” (Levitico, 25, 23).

La “casa degli schiavi”…

I mali politici contro i quali si erge tutta la legge dell’Esodo e del Levitico percorrono e nutrono la storia sino ai nostri giorni. Prendono forme diverse, ma sempre innestate in strutture sociali come l’abuso, la colonizzazione, il capitalismo: conquiste e accaparramenti di terre e risorse naturali da parte di comunità, stati, nazioni invadenti e occupanti, speculazioni finanziarie; rapporti oppressivi che umiliano e sfruttano o tendono a cacciare ed eliminare dai loro territori popolazioni intere; nazionalismi che identificano gli emigranti o persino gli indigeni, gli autoctoni, come gli usurpatori da cacciare o la causa di ogni male.

Tutti i rapporti d’oppressione nei quali l’interesse, l’appropriazione, il godimento degli uni si cercano e si fanno con il disprezzo del rispetto della dignità degli altri. fanno la“casa degli schiavi” dove (assurdamente) si trovano e si portano alla rovina, congiuntamente, oppressi e oppressori.


Usa, tra Musk e Trump ora volano gli stracci: il divorzio è consumato

Il municipale Raoul Ghisletta accusato di mancata collegialità: da che pulpito (leghista)! 

Di Massimo Basile, La Repubblica

Meno di una settimana fa, nello Studio Ovale, Elon Musk aveva rivolto sguardi colmi di gratitudine verso il signore seduto alla scrivania del presidente. «Elon è veramente una persona fantastica», aveva ricambiato Donald Trump, congedandolo come consigliere speciale. Sei giorni dopo il clima di fratellanza è un vago ricordo.

La rottura è arrivata con un’escalation di insulti e minacce. Trump, parlando ai giornalisti, ha confessato di essere «molto deluso» dalla critiche di Musk alla legge di bilancio, e lo ha accusato di essere ipocrita, perché «conosceva il contenuto del testo». «Falso», gli ha risposto il miliardario su X, che poi ha lanciato un sondaggio tra i suoi 220 milioni di follower: «È arrivato davvero il momento di creare un nuovo partito politico che rappresenti l’80% delle persone al centro?». Due ore dopo Trump ha risposto sul social Truth, minacciando di togliere al proprietario di Tesla e SpaceX sovvenzioni federali e contratti per miliardi di dollari. Per effetto dello scontro, ieri il titolo Tesla ha perso a Wall Street il 13%, mentre Trump Media è sceso di oltre 7 punti.

L’ultimo clamoroso scontro era stato innescato da Musk, che, dopo l’uscita dal governo, aveva criticato su X la legge fiscale voluta da Trump, definita «un abominio disgustoso» perché avrebbe aggravato il deficit federale. «Uccidete la legge – aveva sentenziato – o la legge ucciderà noi». Ai suoi follower Musk aveva chiesto di chiamare il proprio rappresentante al Congresso per fare pressione. Il messaggio ha seminato il panico tra i Repubblicani, consapevoli della potenza mediatica del miliardario sudafricano, mentre Trump aveva risposto revocando la nomina di Jared Isaacman, uomo di Musk, a capo della Nasa.

Il nuovo affondo di Trump è arrivata ieri durante l’incontro alla Casa Bianca con il cancelliere tedesco Merz. «Sono molto deluso da Elon – ha detto, rispondendo alle domande dei giornalisti – avevo fatto tanto per lui. Non so se avremo più una grande relazione». Trump ha accusato Musk di essere arrabbiato perché sono stati tolti gli incentivi ai veicoli elettrici. «Musk – ha poi aggiunto – conosceva meglio di chiunque altro ogni aspetto della legge di bilancio, e non ha mai avuto problemi fino al momento in cui ha lasciato. Non mi ha criticato personalmente – ha ammesso – ma probabilmente sarà la prossima cosa che farà».

Aveva ragione. «Falso – gli ha risposto subito Musk su X – questa proposta di legge non è mai stata mostrata nemmeno una volta ed è stata approvata nel cuore della notte, così velocemente che quasi nessuno al Congresso è riuscita a leggerla». Poco prima, aveva ironizzato su Trump rilanciando sul social una dichiarazione del 2012 in cui il tycoon sosteneva che «nessun membro del Congresso dovrebbe essere rieleggibile se il bilancio del nostro Paese non è in pareggio: i deficit non sono ammessi». E aveva chiosato: «Non potrei essere più d’accordo».

Nel mezzo del fiume di messaggi sono arrivati gli ultimi due colpi bassi inferti (finora) al tycoon: «Senza di me – ha scritto Musk – Trump avrebbe perso le elezioni. Che ingrato». E poi, con un post su X: «Donald Trump è nei files di Epstein. Questa è la vera ragione per cui non sono stati resi pubblici. Segnatevi questo post per il futuro, perché la verità verrà fuori». Un’autentica bomba. Perché – pur senza fornire alcuna prova – Musk di fatto accusa Trump di essere stato non solo un frequentatore (cosa già nota), ma un cliente di Jeffrey Epstein, il finanziere morto suicida in carcere dove era detenuto per aver organizzato un giro di prostituzione minorile per il jet-set di New York e della Florida. Poi, a un utente che chiedeva se sia necessario mettere Trump sotto impeachment, Elon ha risposto secco: «Sì».

Trump dal canto suo non è rimasto con le mani in mano, e ha ribattuto lanciando un avvertimento su Truth: «Il modo più facile per risparmiare miliardi e miliardi dal nostro bilancio è mettere fine ai sussidi governativi e ai contratti con Elon».

Intanto, secondo Politico, lo staff della Casa Bianca starebbe programmando una telefonata tra il presidente Usa e Musk per riconciliare il rapporto tra i due.