Le merci messe nel famoso "paniere" per calcolare il costo della vita che è fuori dalla realtà
Con queste righe prendo posizione sull’opinione di un lettore “ Una bugia viaggia per mezzo mondo” pubblicata da laRegione il 9 maggio, in cui vengo descritto come seminatore di odio e menzogne per il mio contributo “I fatti cancellati”, pubblicato il 29 aprile su laRegione e su naufraghi.ch il 30 aprile 2025.
Una volta sostenevo anch’io a spada tratta Israele, il frutto di un movimento che, seppur con fatale ritardo, riuscì a dare una patria agli ebrei, sottraendoli alle indiscriminate persecuzioni in tutta Europa. Poi un giorno, studiando vita e miracoli di Albert Einstein, mi trovai davanti ad un passaggio di una lettera che egli, dopo aver avuto notizia delle violenze in corso in Terra Santa, scrisse a Chaim Weizmann (il successore del fondatore Herzl alla testa del movimento sionista), in cui si legge: «Se non siamo in grado [noi ebrei] di trovare una via di onesta cooperazione e di patti onesti con gli arabi, non abbiamo imparato nulla nei nostri duemila anni di sofferenza e meritiamo il destino che ci toccherà.» Fui profondamente turbato da quella frase, così iniziai ad approfondire l’argomento. Se molti anni fa, da studente, la verifica delle teorie di Albert Einstein mi costò molto tempo e fatica, la verifica della sua teoria sul rapporto tra i coloni sionisti e la popolazione palestinese ebbe subito successo: con pochi click ebbi l’impressione che di onesto nell’agire del movimento sionista sul posto c’era stato ben poco. Poi lessi una buona parte dell’abbondante letteratura sul tema e spulciai l’immenso archivio delle Nazioni Unite, e le mie prime impressioni furono confermate, così come la fondatezza dei dubbi sull’onestà d’intenti espressi dal mio idolo Albert Einstein.
Sfrattare da case e terre 711’000 persone (come risulta da un documento ONU sottoposto alla Commissione di Conciliazione a Losanna il 7 settembre 1949), distruggere centinaia di villaggi degli sfrattati e avvelenare il loro pozzi con i batteri del tifo per garantirsi il non ritorno (come descritto nell’articolo ‘Cast thy bread’: Israeli biological warfare during the 1948 War, di Morris e Kedar), non sono le gesta di qualcuno che vuole pacificamente insediarsi in un posto cercando onesta cooperazione, bensì quelle di chi vuole sostituirsi con la forza a chi vi abitava legalmente. Nella narrazione israeliana gli arabi avrebbero abbandonato volontariamente case e terreni, ma ciò è in netta contrapposizione con quanto riferito dal mediatore delle Nazioni Unite in Palestina, che nel suo rapporto del 18 settembre 1948 richiese aiuti urgenti per sfamare 500’000 rifugiati e affermò: «la scelta è tra salvare la vita di migliaia di persone ora o permettere loro di morire», ed è difficile credere che 500’000 persone lascino volontariamente i propri beni per andare a morire di fame altrove.
Anche il piano di partizione della Palestina mandataria, fortemente voluto dai sionisti, non è certo quello che Einstein intendeva come “via di onesta cooperazione”, bensì l’ennesimo sopruso architettato con l’aiuto dei britannici. La votazione del piano da parte dell’Assemblea generale ONU (risoluzione 181) è stata una cinica farsa. Basti pensare alle note del presidente USA Truman nelle sue memorie: «È un fatto che non solo ci sono stati movimenti di pressione intorno alle Nazioni Unite come mai si era visto prima, ma che anche la Casa Bianca è stata sottoposta a un costante bombardamento. Non credo di aver mai subito tante pressioni alla Casa Bianca come in questo caso. La persistenza di alcuni leader sionisti estremi – mossi da motivazioni politiche e impegnati in minacce politiche – mi ha disturbato e infastidito.»9 E gli USA cedettero alle pressioni, come confermato a pagina 122 del libro “Personal Witness” scritto dal diplomatico israeliano Abba Eban, dove si legge: «Speravamo, ma non potevamo credere fino in fondo, che l’intensa attività di lobbying nostra e della Casa Bianca ci avesse portato la prospettiva di una maggioranza.» Interessante anche l’apporto del Primo Ministro indiano, nella cui biografia si legge che i sionisti avevano cercato di corrompere l’India con milioni di dollari, e allo stesso tempo sua sorella, ambasciatrice indiana all’ONU, aveva ricevuto avvertimenti quotidiani che la sua vita era in pericolo se non avesse “votato bene”. Albert Einstein aveva dunque ragione! Ma veniamo all’articolo in questione: la prova che il disimpegno da Gaza del 2005 fosse un’astuzia di Sharon, come da me sostenuto, viene da un “CRS Report for Congress”, cioè da un rapporto del servizio di ricerca del Congresso USA in cui si legge: «Il 6 ottobre 2004, Dov Weisglass, consigliere del Primo Ministro Sharon, ha lasciato intendere che il disimpegno era destinato a porre fine al processo di pace. La stampa ha riferito che Weisglass ha affermato: “Il senso del piano di disimpegno è quello di congelare il processo di pace. E quando si blocca tale processo, si impedisce la creazione di uno Stato palestinese e si impedisce di discutere dei rifugiati, dei confini e di Gerusalemme”.»
Mi si accusa in seguito di «ripetere una narrazione distorta secondo cui Gaza sarebbe ancora occupata, una falsità facilmente smentita». In realtà, la mia convinzione proviene da una ricerca che mi ha portato a sposare questa tesi, e più precisamente in ciò che il Dr. Andrew Sanger, professore di legge internazionale all’università di Cambridge, scrive a pagina 429 e 430 del “Yearbook of International Humanitarian Law 2010, vol. 13 pubblicato dalla Springer Science & Business Media, di cui ho tradotto alcune frasi: «Israele afferma di non occupare più la Striscia di Gaza, sostenendo che “non è né uno Stato né un territorio occupato o controllato da Israele”, ma piuttosto ha uno status “sui generis”. In base al Piano di disimpegno, Israele ha smantellato tutte le istituzioni militari e gli insediamenti a Gaza e non vi è più una presenza militare o civile israeliana permanente nel territorio. Tuttavia, il Piano prevedeva anche che “Israele sorveglierà e monitorerà il perimetro terrestre esterno della Striscia di Gaza, continuerà a mantenere l’autorità esclusiva nello spazio aereo di Gaza e continuerà a esercitare attività di sicurezza nel mare al largo delle coste della Striscia di Gaza”, oltre a mantenere una presenza militare israeliana al confine tra Egitto e Gaza e a riservarsi il diritto di rientrare a Gaza a piacimento. Israele continua a controllare sei dei sette valichi terrestri di Gaza, le frontiere marittime e lo spazio aereo, nonché il movimento di merci e persone da e per Gaza. Le truppe della Forza di Difesa israeliana entrano regolarmente in alcune parti del territorio e/o dispiegano attacchi missilistici, droni e bombe soniche a Gaza. Israele ha dichiarato una “zona cuscinetto vietata” che si estende in profondità a Gaza: se i gazawi entrano in questa zona, vengono colpiti a vista. Gaza dipende da Israele anche per quanto riguarda, tra l’altro, l’elettricità, la valuta, le reti telefoniche, l’emissione di documenti d’identità e i permessi per entrare e uscire dal territorio. (…) È questo controllo esterno diretto su Gaza e indiretto sulla vita all’interno di Gaza che ha portato le Nazioni Unite, l’Assemblea generale dell’ONU, la Missione di accertamento delle Nazioni Unite a Gaza, organizzazioni internazionali per i diritti umani, i siti web del governo degli Stati Uniti, il Ministero degli Esteri e del Commonwealth del Regno Unito e un numero significativo di commentatori legali a respingere l’argomentazione secondo cui Gaza non è più occupata.» La posizione della Svizzera sulla questione è invece spiegata nel sito del DFAE, da cui proviene il testo seguente: «La Svizzera si impegna per una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi basata su una soluzione negoziata a due Stati. Riconosce lo Stato di Israele entro i confini del 1967 e si impegna per la creazione di uno Stato palestinese vitale, contiguo e sovrano, con Gerusalemme Est come capitale e basato sui confini del 1967. Secondo la Svizzera, i territori controllati o annessi da Israele e situati oltre i confini del 1967 sono occupati ai sensi del diritto internazionale umanitario. La Svizzera ritiene che gli insediamenti israeliani siano illegali ai sensi del diritto umanitario internazionale e che rappresentino un ostacolo importante alla pace e all’attuazione della soluzione dei due Stati.» Più avanti nel testo viene specificato che la Cisgiordania, Gerusalemme Est, la Striscia di Gaza e le alture del Golan sono territori occupati.
L’articolo continua affermando che «La verità che si omette sistematicamente è che Hamas, nel suo statuto fondativo, invoca apertamente la distruzione di Israele e l’uccisione degli ebrei, non la convivenza.» Lungi da me l’idea di sostenere il braccio armato di Hamas, ma diciamo onestamente le cose come stanno: il punto 16 dello statuto di Hamas recita: «Hamas afferma che il suo conflitto è con il progetto sionista e non con gli ebrei a causa della loro religione. Hamas non lotta contro gli ebrei perché sono ebrei, ma lotta contro i sionisti che occupano la Palestina.» In nessuno dei 42 punti del suo statuto Hamas invoca apertamente la distruzione di Israele e l’uccisione degli ebrei. Di certo chiede però giustizia, a cominciare dal ritiro dei 700’000 coloni che risiedono illegalmente in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, che invece continuano ad espandersi, inseguendo il sogno del Ministro delle finanze Smotrich che vorrebbe arrivare fino all’Eufrate, dopo aver raso al suolo la Striscia di Gaza e averla liberata dai suoi abitanti Nella sua conclusione, l’articolo chiede che Israele sia «giudicato sui fatti, non attraverso il prisma di narrazioni ideologiche che cancellano la realtà.» Appunto! Da un giudizio basato sui fatti reali non può che uscire una chiara condanna dell’operato di Israele. Solamente denunciando i fatti – quelli veri e documentati, assieme ai loro responsabili – si può evitare che i fattacci vadano a gonfiare l’antisemitismo, che è indiscriminato per definizione. Come già fatto con l’Associazione Svizzera-Israele e i suoi membri, invito dunque tutti a prendere le distanze dal governo Netanyahu e dalla spirale di odio che alimenta.
Nell’immagine: Dov Weisglass, uno dei fautori della non-pace