Sergio Rossi – Tasso guida a zero e inflazione a -1. Ma chi se ne accorge?

Le merci messe nel famoso "paniere" per calcolare il costo della vita che è fuori dalla realtà 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


La verità che infastidisce

Le merci messe nel famoso "paniere" per calcolare il costo della vita che è fuori dalla realtà 

Con queste righe prendo posizione sull’opinione di un lettore “ Una bugia viaggia per mezzo mondo” pubblicata da laRegione il 9 maggio, in cui vengo descritto come seminatore di odio e menzogne per il mio contributo “I fatti cancellati”, pubblicato il 29 aprile su laRegione e su naufraghi.ch il 30 aprile 2025.

Una volta sostenevo anch’io a spada tratta Israele, il frutto di un movimento che, seppur con fatale ritardo, riuscì a dare una patria agli ebrei, sottraendoli alle indiscriminate persecuzioni in tutta Europa. Poi un giorno, studiando vita e miracoli di Albert Einstein, mi trovai davanti ad un passaggio di una lettera che egli, dopo aver avuto notizia delle violenze in corso in Terra Santa, scrisse a Chaim Weizmann (il successore del fondatore Herzl alla testa del movimento sionista), in cui si legge: «Se non siamo in grado [noi ebrei] di trovare una via di onesta cooperazione e di patti onesti con gli arabi, non abbiamo imparato nulla nei nostri duemila anni di sofferenza e meritiamo il destino che ci toccherà.» Fui profondamente turbato da quella frase, così iniziai ad approfondire l’argomento. Se molti anni fa, da studente, la verifica delle teorie di Albert Einstein mi costò molto tempo e fatica, la verifica della sua teoria sul rapporto tra i coloni sionisti e la popolazione palestinese ebbe subito successo: con pochi click ebbi l’impressione che di onesto nell’agire del movimento sionista sul posto c’era stato ben poco. Poi lessi una buona parte dell’abbondante letteratura sul tema e spulciai l’immenso archivio delle Nazioni Unite, e le mie prime impressioni furono confermate, così come la fondatezza dei dubbi sull’onestà d’intenti espressi dal mio idolo Albert Einstein.

Sfrattare da case e terre 711’000 persone (come risulta da un documento ONU sottoposto alla Commissione di Conciliazione a Losanna il 7 settembre 1949), distruggere centinaia di villaggi degli sfrattati e avvelenare il loro pozzi con i batteri del tifo per garantirsi il non ritorno (come descritto nell’articolo ‘Cast thy bread’: Israeli biological warfare during the 1948 War, di Morris e Kedar), non sono le gesta di qualcuno che vuole pacificamente insediarsi in un posto cercando onesta cooperazione, bensì quelle di chi vuole sostituirsi con la forza a chi vi abitava legalmente. Nella narrazione israeliana gli arabi avrebbero abbandonato volontariamente case e terreni, ma ciò è in netta contrapposizione con quanto riferito dal mediatore delle Nazioni Unite in Palestina, che nel suo rapporto del 18 settembre 1948 richiese aiuti urgenti per sfamare 500’000 rifugiati e affermò: «la scelta è tra salvare la vita di migliaia di persone ora o permettere loro di morire», ed è difficile credere che 500’000 persone lascino volontariamente i propri beni per andare a morire di fame altrove.

Anche il piano di partizione della Palestina mandataria, fortemente voluto dai sionisti, non è certo quello che Einstein intendeva come “via di onesta cooperazione”, bensì l’ennesimo sopruso architettato con l’aiuto dei britannici. La votazione del piano da parte dell’Assemblea generale ONU (risoluzione 181) è stata una cinica farsa. Basti pensare alle note del presidente USA Truman nelle sue memorie: «È un fatto che non solo ci sono stati movimenti di pressione intorno alle Nazioni Unite come mai si era visto prima, ma che anche la Casa Bianca è stata sottoposta a un costante bombardamento. Non credo di aver mai subito tante pressioni alla Casa Bianca come in questo caso. La persistenza di alcuni leader sionisti estremi – mossi da motivazioni politiche e impegnati in minacce politiche – mi ha disturbato e infastidito.»9 E gli USA cedettero alle pressioni, come confermato a pagina 122 del libro “Personal Witness” scritto dal diplomatico israeliano Abba Eban, dove si legge: «Speravamo, ma non potevamo credere fino in fondo, che l’intensa attività di lobbying nostra e della Casa Bianca ci avesse portato la prospettiva di una maggioranza.» Interessante anche l’apporto del Primo Ministro indiano, nella cui biografia si legge che i sionisti avevano cercato di corrompere l’India con milioni di dollari, e allo stesso tempo sua sorella, ambasciatrice indiana all’ONU, aveva ricevuto avvertimenti quotidiani che la sua vita era in pericolo se non avesse “votato bene”. Albert Einstein aveva dunque ragione! Ma veniamo all’articolo in questione: la prova che il disimpegno da Gaza del 2005 fosse un’astuzia di Sharon, come da me sostenuto, viene da un “CRS Report for Congress”, cioè da un rapporto del servizio di ricerca del Congresso USA in cui si legge: «Il 6 ottobre 2004, Dov Weisglass, consigliere del Primo Ministro Sharon, ha lasciato intendere che il disimpegno era destinato a porre fine al processo di pace. La stampa ha riferito che Weisglass ha affermato: “Il senso del piano di disimpegno è quello di congelare il processo di pace. E quando si blocca tale processo, si impedisce la creazione di uno Stato palestinese e si impedisce di discutere dei rifugiati, dei confini e di Gerusalemme”.»

 Mi si accusa in seguito di «ripetere una narrazione distorta secondo cui Gaza sarebbe ancora occupata, una falsità facilmente smentita». In realtà, la mia convinzione proviene da una ricerca che mi ha portato a sposare questa tesi, e più precisamente in ciò che il Dr. Andrew Sanger, professore di legge internazionale all’università di Cambridge, scrive a pagina 429 e 430 del “Yearbook of International Humanitarian Law 2010, vol. 13 pubblicato dalla Springer Science & Business Media, di cui ho tradotto alcune frasi: «Israele afferma di non occupare più la Striscia di Gaza, sostenendo che “non è né uno Stato né un territorio occupato o controllato da Israele”, ma piuttosto ha uno status “sui generis”. In base al Piano di disimpegno, Israele ha smantellato tutte le istituzioni militari e gli insediamenti a Gaza e non vi è più una presenza militare o civile israeliana permanente nel territorio. Tuttavia, il Piano prevedeva anche che “Israele sorveglierà e monitorerà il perimetro terrestre esterno della Striscia di Gaza, continuerà a mantenere l’autorità esclusiva nello spazio aereo di Gaza e continuerà a esercitare attività di sicurezza nel mare al largo delle coste della Striscia di Gaza”, oltre a mantenere una presenza militare israeliana al confine tra Egitto e Gaza e a riservarsi il diritto di rientrare a Gaza a piacimento. Israele continua a controllare sei dei sette valichi terrestri di Gaza, le frontiere marittime e lo spazio aereo, nonché il movimento di merci e persone da e per Gaza. Le truppe della Forza di Difesa israeliana entrano regolarmente in alcune parti del territorio e/o dispiegano attacchi missilistici, droni e bombe soniche a Gaza. Israele ha dichiarato una “zona cuscinetto vietata” che si estende in profondità a Gaza: se i gazawi entrano in questa zona, vengono colpiti a vista. Gaza dipende da Israele anche per quanto riguarda, tra l’altro, l’elettricità, la valuta, le reti telefoniche, l’emissione di documenti d’identità e i permessi per entrare e uscire dal territorio. (…) È questo controllo esterno diretto su Gaza e indiretto sulla vita all’interno di Gaza che ha portato le Nazioni Unite, l’Assemblea generale dell’ONU, la Missione di accertamento delle Nazioni Unite a Gaza, organizzazioni internazionali per i diritti umani, i siti web del governo degli Stati Uniti, il Ministero degli Esteri e del Commonwealth del Regno Unito e un numero significativo di commentatori legali a respingere l’argomentazione secondo cui Gaza non è più occupata.» La posizione della Svizzera sulla questione è invece spiegata nel sito del DFAE, da cui proviene il testo seguente: «La Svizzera si impegna per una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi basata su una soluzione negoziata a due Stati. Riconosce lo Stato di Israele entro i confini del 1967 e si impegna per la creazione di uno Stato palestinese vitale, contiguo e sovrano, con Gerusalemme Est come capitale e basato sui confini del 1967. Secondo la Svizzera, i territori controllati o annessi da Israele e situati oltre i confini del 1967 sono occupati ai sensi del diritto internazionale umanitario. La Svizzera ritiene che gli insediamenti israeliani siano illegali ai sensi del diritto umanitario internazionale e che rappresentino un ostacolo importante alla pace e all’attuazione della soluzione dei due Stati.» Più avanti nel testo viene specificato che la Cisgiordania, Gerusalemme Est, la Striscia di Gaza e le alture del Golan sono territori occupati.

L’articolo continua affermando che «La verità che si omette sistematicamente è che Hamas, nel suo statuto fondativo, invoca apertamente la distruzione di Israele e l’uccisione degli ebrei, non la convivenza.» Lungi da me l’idea di sostenere il braccio armato di Hamas, ma diciamo onestamente le cose come stanno: il punto 16 dello statuto di Hamas recita: «Hamas afferma che il suo conflitto è con il progetto sionista e non con gli ebrei a causa della loro religione. Hamas non lotta contro gli ebrei perché sono ebrei, ma lotta contro i sionisti che occupano la Palestina.» In nessuno dei 42 punti del suo statuto Hamas invoca apertamente la distruzione di Israele e l’uccisione degli ebrei. Di certo chiede però giustizia, a cominciare dal ritiro dei 700’000 coloni che risiedono illegalmente in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, che invece continuano ad espandersi, inseguendo il sogno del Ministro delle finanze Smotrich che vorrebbe arrivare fino all’Eufrate, dopo aver raso al suolo la Striscia di Gaza e averla liberata dai suoi abitanti Nella sua conclusione, l’articolo chiede che Israele sia «giudicato sui fatti, non attraverso il prisma di narrazioni ideologiche che cancellano la realtà.» Appunto! Da un giudizio basato sui fatti reali non può che uscire una chiara condanna dell’operato di Israele. Solamente denunciando i fatti – quelli veri e documentati, assieme ai loro responsabili – si può evitare che i fattacci vadano a gonfiare l’antisemitismo, che è indiscriminato per definizione. Come già fatto con l’Associazione Svizzera-Israele e i suoi membri, invito dunque tutti a prendere le distanze dal governo Netanyahu e dalla spirale di odio che alimenta.

Nell’immagine: Dov Weisglass, uno dei fautori della non-pace


La Storia

Le merci messe nel famoso "paniere" per calcolare il costo della vita che è fuori dalla realtà 


Perché è illegittima la difesa preventiva di Netanyahu

Le merci messe nel famoso "paniere" per calcolare il costo della vita che è fuori dalla realtà 

Di Alessandra Annoni, il manifesto

Nella notte fra il 12 e il 13 giugno, Israele ha lanciato una vasta campagna di bombardamento aereo contro l’Iran. L’operazione “Rising Lion”, tuttora in corso, è stata presentata all’opinione pubblica israeliana come necessaria per scongiurare il rischio della distruzione dello Stato di Israele da parte del nemico di sempre, accusato di essere a un passo dal dotarsi dell’arma atomica. Argomentazioni simili sono state avanzate da Israele durante una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza, tenutasi il 13 giugno, ed in una lettera inviata il 17 giugno al Presidente del Consiglio stesso. Sebbene, anche in quest’ultima comunicazione, Israele non abbia espressamente menzionato l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, il linguaggio utilizzato sembrerebbe inteso a inquadrare l’operazione israeliana nell’alveo della legittima difesa. Questa interpretazione, a mio avviso, non è condivisibile.

La legittima difesa costituisce una delle poche eccezioni che il diritto internazionale contemporaneo ammette al divieto dell’uso della forza sancito dall’art. 2(4) della Carta delle Nazioni Unite. Come tutte le eccezioni, essa va maneggiata con cura. L’art. 51 della Carta prevede che uno Stato la possa validamente invocare laddove il ricorso alle armi risulti essere l’unico modo per respingere un attacco armato già sferrato nei suoi confronti, e sempre che la forza sia esercitata tempestivamente e in modo proporzionato. Il diritto internazionale consuetudinario sembra ammettere anche la possibilità di anticipare la difesa, colpendo il nemico prima che questi abbia effettivamente sferrato il proprio attacco, in circostanze in cui l’aggressione risulti ormai certa ed imminente e non vi siano altri mezzi per impedirla.

Tuttavia, proprio perché la legittima difesa costituisce un’eccezione alla regola generale, che assegna al Consiglio di sicurezza il compito di gestire le minacce alla pace nell’alveo del meccanismo di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite, lo Stato che lamenta l’esistenza di una minaccia imminente dovrebbe essere in grado di fornire solidi argomenti, basati su elementi obiettivamente rilevabili, che dimostrino non soltanto l’intenzione del nemico di sferrare un attacco, ma anche la sua concreta capacità di farlo in tempi rapidi, incompatibili con quelli dell’attivazione di una eventuale reazione collettiva da parte delle Nazioni Unite.

Da tempo, Israele e gli Stati Uniti spingono – senza successo – per estendere ulteriormente le maglie della legittima difesa, allo scopo di giustificare l’uso preventivo della forza, anche in assenza di una minaccia concreta ed imminente, contro Stati “ostili”, che essi ritengono si stiano dotando dell’arma atomica o di altre armi di distruzione di massa. La “Dottrina Bush” del 2002, che teorizzava esplicitamente l’ammissibilità della legittima difesa preventiva in questo caso, fu alla base dell’intervento armato in Iraq nel 2003, condotto al dichiarato scopo di distruggere le armi batteriologiche e chimiche che si riteneva il regime iracheno detenesse.

Diversi Stati, perfino della Nato, rifiutarono però di partecipare all’operazione, dubitando della sua legittimità. Nel 2004, poi, il Segretario generale delle Nazioni Unite si pronunciò apertamente contro l’ammissibilità della legittima difesa preventiva, sottolineando come qualunque minaccia non imminente, ancorché esiziale, alla sicurezza internazionale o di un qualunque Stato debba essere necessariamente gestita con mezzi diplomatici o affrontata nell’alveo del meccanismo di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite.

Del resto, quando nel 1981 Israele bombardò il reattore nucleare di Osiraq, ritenendo che il regime iracheno vi stesse fabbricando l’arma atomica, fu lo stesso Consiglio di sicurezza a condannare duramente l’operazione, qualificandola come una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite. Né vale, a distinguere il caso attuale da quel precedente, la circostanza che l’Iraq stesse all’epoca cooperando pienamente con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, applicando in modo soddisfacente tutte le garanzie imposte dal Trattato sulla non proliferazione nucleare per assicurare che i programmi nucleari degli Stati parti perseguano esclusivamente finalità pacifiche.

Nella risoluzione del 12 giugno scorso, il Consiglio dei governatori dell’Aiea ha in effetti lamentato la persistente assenza di collaborazione dell’Iran con l’Agenzia, sottolineando come questa condotta configuri una violazione degli impegni assunti da Teheran ed impedisca all’Aiea di affermare con certezza che il materiale nucleare iraniano non sia stato deviato per la produzione di armi nucleari o altri ordigni esplosivi. In quella stessa risoluzione, però, l’Agenzia ha investito delle proprie preoccupazioni il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, così evidenziando come ad esso – e ad esso soltanto – spetti il compito di valutare se la condotta iraniana configuri una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, e di adottare, se del caso, le misure previste dal cap. VII della Carta per evitare che questa minaccia – al momento meramente ipotetica e comunque non immediata – possa davvero concretizzarsi.


La minaccia di Putin “Tutta l’Ucraina È mia”

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Di Anna Zafesova, La Stampa

«Alcuni specialisti segnalano rischi di stagnazione e recessione, che non deve essere permessa in alcuna circostanza». Alla seduta plenaria del Forum economico di Pietroburgo, Vladimir Putin pronuncia la parola più temuta, per dire subito che non permetterà alla sua economia di contrarsi. Il problema è che gli «alcuni specialisti» erano presenti in sala, come oligarchi di Stato che hanno costruito l’economia del quarto di secolo putiniano.

Nato come una vetrina dei successi russi, il Forum probabilmente non ha mai ascoltato tante constatazioni critiche. Secondo il presidente dell’Unione industriali e imprenditori Aleksandr Shokhin, molte imprese sono in «pre-default», e il presidente della seconda banca russa VTB Andrey Kostin non ha avuto paura a fare arrabbiare il suo azionista principale – il governo russo – dichiarando che numerose società fanno fatica a ripagare debiti e interessi. Nessuna speranza di salvataggio, «è arrivato il momento delle bancarotte», dice Shokhin.

Mentre Putin nella plenaria proclamava che «la terra sulla quale si posa il piede del soldato russo diventa nostra», nelle altre sale si calcolavano i danni di queste ambizioni imperiali. Il deficit del bilancio è più che triplicato per colpa delle spese militari e del «crollo» delle entrate dal petrolio e gas, mentre la liquidità del Fondo del benessere nazionale dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina si è ridotta di tre volte, e secondo l’Accademia dell’economia nazionale rischia di prosciugarsi già l’anno prossimo.

«Lo Stato potrebbe finire i soldi», annuncia Andrey Makarov, uno dei pilastri di Russia Unita e da ben 14 anni presidente della Duma per il bilancio, ricordando che l’Urss si era sgretolata «perché aveva smesso di spendere per il benessere della gente». Discorso che qualche giornalista definisce «scandaloso», anche perché pronunciato al panel del colosso statale Sberbank. Il suo presidente, German Gref, ex ministro dell’Economia di Putin, appare però ancora più pessimista: secondo lui, l’economia russa è in una «tempesta ideale».

È il ribaltamento del vecchio mito russo sullo «zar buono» e i «boiari cattivi» che lo tengono all’oscuro. I «boiari» sono più che espliciti nel descrivere un mondo reale che lo zar sembra determinato a ignorare. E il fatto che non temono di farlo arrabbiare può significare che la svolta verso la militarizzazione definitiva della Russia – Putin ieri ha invitato a superare la separazione delle imprese militari da quelle civili – è ormai inarrestabile. I «falchi» – servizi segreti, militari, i nuovi oligarchi che hanno messo le mani sugli attivi dei marchi internazionali usciti dal mercato russo dopo il 2022 – sono all’offensiva contro l’oligarcato «tecnico», grazie anche all’ondata di nazionalizzazioni ordinate da una magistratura che di fatto ha abolito il termine di prescrizione. Il gioco per spartirsi la torta russa è ripartito con nuova intensità, e pur di dimostrare che «l’Ucraina è nostra» Putin potrebbe essere disposto a toglierne dei pezzi perfino a molti dei suoi fedelissimi.


Criptovalute e riciclaggio, un affare da 40 miliardi

Le merci messe nel famoso "paniere" per calcolare il costo della vita che è fuori dalla realtà 

Di Irene Famà, La Stampa

Il denaro sporco di sangue, corruzione, usura, evasione, ha cambiato vestito. Non più valigette piene di contanti né lingotti nascosti sotto terra o nel doppio fondo degli armadi. Oggi viaggia leggero, invisibile, basta un clic. Si muove tra wallet digitali, valute virtuali e piattaforme senza confini. Ed è qui che la criminalità trova terreno fertile per ripulire i soldi sporchi. È il volto moderno del riciclaggio, sempre più tecnologico, articolato, complesso da intercettare. C’è un dato emblematico: nel 2024, secondo un report di Chainalysis, società americana dedicata al tracciamento di Bitcoin, oltre 40 miliardi di dollari in criptovalute sono finiti nei portafogli elettronici delle organizzazioni criminali. E il 60% ha riguardato stablecoins, strumenti digitali che simulano la stabilità delle valute tradizionali. «Non si tratta più di eccezioni», spiega il generale Luigi Vinciguerra, capo del III Reparto operazioni del comando generale della guardia di finanza. «Forme innovative e tecnologiche di riciclaggio si alternano a metodi tradizionali, basati sui movimenti del denaro contante».

Cambiano i modi di ripulire i soldi sporchi. E cambia anche il linguaggio. Non si parla più solo di riciclatori, ma di «riciclatori digitali», riciclatori 2.0 capaci di districarsi tra normative tradizionali e la galassia tecnologica. Utilizzano strumenti sofisticati: mescolano le transazioni, frazionano importi in micro-movimenti, convertono criptovalute in altre criptovalute. E la parola chiave è la velocità per rendere la tracciabilità se non impossibile, decisamente difficile.

I numeri tratteggiano un’ardua lotta. Secondo il Rapporto annuale dell’Ufficio di informazione finanziaria della Banca d’Italia, che si occupa dell’uso fraudolento del denaro e raccoglie le varie segnalazioni, la dimensione del riciclaggio nel nostro Paese oscilla dai venticinque a trentacinque miliardi di euro l’anno, pari a circa il 2% del Pil. In Italia, tra il 2024 e il 2025, la Guardia di finanza ha sequestrato 73 milioni di euro in valute digitali. E il generale Luigi Vinciguerra sottolinea: «Oggi il denaro può sparire in un istante. Per poi ricomparire, legittimato, dall’altra parte del mondo». Gli investigatori li chiamano i casi di «underground money broker», organizzazioni in grado di trasferire grandi disponibilità finanziarie ovunque, al di fuori dei canali bancari e finanziari regolamentati. Ad Ancona, nel 2024, trentatré persone sono finite nei guai per aver creato un articolato schema di frode di scala internazionale che ha permesso di evadere Iva e dazi doganali per oltre 500 milioni. Il sistema di riciclaggio? Si basava su un Underground Bank dotata di veri e propri sportelli bancari abusivi e occulti.

Dal fisco ai narcos, nell’era del digitale l’economia sommersa è online. E lo dimostra l’inchiesta dei militari della finanza condotta a Brescia, dove un’associazione per delinquere legata al traffico internazionale di droga si è appoggiata a una rete di imprenditori “amici” per emettere fatture false per 375 milioni di euro. Il denaro veniva poi ripulito tramite circuiti paralleli, gestiti da una rete italo-cinese specializzata in trasferimenti all’estero. Un meccanismo simile è stato scoperto a Crotone, dove la rete serviva per regolare i flussi legati al traffico di migranti irregolari.

Il riciclaggio è una faccenda intricata. E la criptovaluta è l’ultimo tassello di uno schema più ampio di fatture false, compensazioni indebite ed evasione dell’Iva. Così si genera la liquidità che poi ha bisogno di essere “trasformata” per rientrare nel circuito della legalità. Il digitale fornisce il mezzo. E nel 2023, la Guardia di finanza di Roma ha smantellato un sistema di investimento illegale con una moneta virtuale creata ad hoc. Più di 63 milioni di euro sequestrati, nascosti in un portafoglio digitale dove c’erano oltre 776 milioni di unità della nuova criptovaluta.

Come contrastare un fenomeno sempre più raffinato? Gli investigatori del Nucleo speciale polizia valutaria, istituito quasi cinquant’anni fa, e quelli del Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche, seguono costantemente i cambiamenti, gli scenari innovativi e i nuovi fronti. Il teatro d’azione del Corpo, si è costantemente ampliato, evoluto, trasformato, richiedendo nuovi saperi, peculiari competenze e trasversali capacità investigative. «Il finanziere del terzo millennio – spiega il generale Vinciguerra – deve essere anche un esperto di tecnologia e un’analista. E soprattutto deve saper leggere i segnali invisibili dell’economia digitale per sviluppare moderne investigazioni finanziarie». Per questo, si è deciso sempre più di «incentivare la formazione di professionalità composite, investire nella specializzazione del personale e negli strumenti di blockchain analysis per poter ricostruire anche le catene transnazionali più articolate».


Fiscalità progressiva: il cuore dimenticato della giustizia sociale

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Di fronte al Consuntivo 2024, ciò che dovrebbe indignare non è il disavanzo, ma il fatto che esso sia la conseguenza diretta di una scelta politica chiara e reiterata: smantellare la fiscalità progressiva. Il meccanismo che, per decenni, ha reso possibile lo Stato sociale, è oggi ridotto a una caricatura: un sistema fiscale che colpisce il lavoro e grazia la rendita, che premia la concentrazione patrimoniale e abbandona le persone fragili.

Una società democratica si regge sul principio che ognuno contribuisca secondo le proprie possibilità. Non per carità, ma per giustizia. La progressività fiscale non è una concessione temporanea da attuare solo in tempo di guerra, ma una condizione permanente per la coesione sociale, l’uguaglianza delle opportunità e la legittimità stessa dello Stato.

In Ticino, questo principio è stato gradualmente eroso. Le imposte sulle grandi imprese e sui redditi alti sono state ridotte sistematicamente. Il risultato? Un gettito delle persone giuridiche stagnante, un capitale proprio in caduta libera, e la necessità – sempre invocata da chi ha meno da temere – di “tirare la cinghia”. Ma non tutti la tirano. I sacrifici sono sempre distribuiti secondo un criterio inversamente proporzionale alla ricchezza.

Nel frattempo, lo Stato rinuncia al suo ruolo strategico: sanità, scuola, assistenza, cultura e ambiente diventano capitoli di spesa da tagliare, anziché investimenti per il futuro. Gli anziani soli, i giovani in difficoltà, le famiglie senza rete, i disabili, le persone in povertà: sono loro a pagare il prezzo dell’iniquità fiscale. Non per necessità, ma per ideologia.

I numeri del Consuntivo parlano chiaro. Il disavanzo non è causato da una spesa fuori controllo, ma da minori entrate strutturali. Le riforme fiscali hanno svuotato la cassa pubblica e ora si chiede alla popolazione di accettare come inevitabile ciò che è stato voluto. Si chiama disarmo fiscale. Ed è la negazione dello Stato come garante dell’equità.

Serve una rotta nuova. Serve una riforma fiscale che redistribuisca davvero: che chieda di più a chi ha di più, che protegga chi oggi è vulnerabile e garantisca risorse stabili per politiche pubbliche all’altezza delle sfide sociali e ambientali. Perché senza giustizia fiscale, non c’è giustizia sociale. E senza giustizia sociale, la democrazia si svuota.

Il Consuntivo 2024 non è solo un documento contabile. È la fotografia di un fallimento politico. Per questo non può e non deve essere sostenuto. L’alternativa esiste: si chiama fiscalità progressiva. Ed è ora di rimetterla al centro.

 Ivo Durisch è capogruppo PS in Gran Consiglio


Siamo già all’interno di una “terza guerra mondiale a pezzi”?

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Lo scenario globale attuale, con l’acuirsi o il protrarsi delle crisi regionali (Israele-Iran, Gaza, Russia-Ucraina), induce a una riflessione: il mondo attuale, che si sta pesantemente riarmando, riuscirà a trovare accordi e a smussare i terribili angoli di guerra e morte che invece si stanno palesando in più di uno scenario di forte conflitto?

La seconda riflessione, che si riallaccia alla prima, concerne proprio il riarmo: in effetti esso nasce e si concretizza a seguito dell’aggravarsi delle crisi regionali. Tucidide, considerato il padre di tutti gli storici, affermò che la guerra tra Sparta ed Atene era inevitabile giacché Atene stava diventando troppo più ricca e potente di Sparta.

Possiamo ragionevolmente pensare la stessa cosa per quel che concerne la rivalità tra Stati Uniti e Cina (la Cina si sta avvicinando “troppo”, in termini di potere economico-tecnologico-militare, alla potenza statunitense)? Oppure il sistema globale dei commerci e degli interessi incrociati sarà in grado di fermare o rallentare questa conflittualità?

Bisogna essere chiari: la conflittualità, da latente, è diventata palese, siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia contro Ucraina), di un assedio antiumanitario (Gaza) e di una guerra aperta appena inaugurata tra Israele e Iran. Attori regionali e politici nazionali come Netanyahu approfittano del clima di grave tensione per avvantaggiarsi sia all’interno che all’esterno del proprio Paese, trascinando nel conflitto aperto i propri alleati.

La stessa cosa vale, da alcuni anni, per la Russia che dapprima invade una nazione sovrana e poi convince con alterno successo i propri alleati o “padrini” a sostenere la propria “politica”. La narrazione del secondo mandato Trump, quella che prevedeva la cessazione immediata di tutte le guerre, si è rivelata, oltre che una bugia colossale, come una vera e propria presa in giro, giacché lo stesso Trump predilige, come altri leader politici “potenti” (Putin, Netanyahu), situazioni conflittuali all’interno del proprio Paese e non impedisce l’acuirsi di conflitti armati inter-nazionali.

Per decenni la cosiddetta guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu combattuta per procura in tutti gli angoli del globo (Corea, Vietnam, Angola, Afghanistan eccetera) e in più di un’occasione (come per la crisi dei missili a Cuba) si arrivò a un niente dal conflitto aperto reciproco. La garanzia di un equilibrio del terrore (atomico), che tenne con il fiato sospeso il mondo, resse, in qualche modo. Siamo sicuri che, cambiando le carte in tavola (Putin al posto di Kruscev, Trump al posto di Kennedy, Xi al posto di Mao), e con il pericoloso “contributo” di leader guerreschi del tipo di Netanyahu, si riuscirà ad evitare una posizione troppo squilibrata dal punto di vista tattico-militare, ovvero quella che potrebbe portare a una terza guerra mondiale combattuta non più per procura ma direttamente tra le grandi potenze coinvolte?


Una nuova milizia palestinese per sconfiggere Hamas?

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Nel cuore polveroso della Striscia di Gaza, tra macerie, bombardamenti e fame, sta prendendo forma una dinamica inquietante: Israele ha ammesso ufficialmente di armare una milizia palestinese – le cosiddette “Forze Popolari” – incaricata di contrastare Hamas nel sud dell’enclave. Una mossa che riporta alla mente scenari già visti, ma con implicazioni forse ancora più gravi. 

Una guerra per procura, dentro la guerra

Le “Forze Popolari” sarebbero formate da membri di clan rivali di Hamas, armati da Israele per mantenere il controllo delle aree evacuate dal suo esercito (IDF). A guidarle è Yasser Abu Shahab, figura ambigua con presunti legami passati con lo Stato Islamico. Secondo il Wall Street Journal, confermato dal premier Netanyahu, l’operazione viene definita “un’iniziativa pragmatica” per evitare il ritorno di Hamas. Tuttavia, numerosi analisti e organizzazioni per i diritti umani avvertono: si rischia un’ulteriore spirale di violenza e instabilità interna, con nuovi effetti devastanti per l’intera popolazione civile.

Precedenti pericolosi: quando Israele favorì Hamas

Negli anni ’80, per indebolire l’OLP, Israele tollerò e perfino incoraggiò la crescita del nascente movimento Hamas, allora espressione locale dei Fratelli Musulmani. L’idea era quella di sfruttare la sua dimensione religiosa e sociale come contrappeso a Fatah. Ma la strategia si rivelò un boomerang: Hamas si trasformò in un attore politico-militare dominante, fino a prendere il controllo di Gaza nel 2007, instaurando un regime autoritario e divenendo il principale nemico armato di Israele. 

Una nuova frattura nel fronte palestinese

Oggi, armare milizie tribali per combattere Hamas rischia di replicare quella stessa logica divisiva, ma in un contesto ancor più esplosivo. Le conseguenze possibili sono molteplici:

  • una nuova guerra civile interna palestinese;
  • una popolazione civile intrappolata tra ritorsioni incrociate;
  • la compromissione definitiva di ogni tentativo futuro di ricostruzione politica.

Soprattutto, la milizia sostenuta da Israele – circa 300 uomini, tra cui criminali comuni, saccheggiatori e trafficanti – solleva interrogativi etici e politici. Lo Stato ebraico si trova così a sostenere gruppi potenzialmente incontrollabili, in una posizione sempre più ambigua.

Divide et impera: Gaza come laboratorio coloniale

Quello che sta emergendo è classica strategia del “divide et impera”: rendere Gaza ingovernabile, spezzare l’identità collettiva palestinese, impedire la nascita di un soggetto politico unitario. La popolazione palestinese, già divisa tra Gaza e Cisgiordania, ora rischia una frammentazione anche militare, tribale, sociale. Un caos che non minaccia solo Israele, ma l’intero futuro del popolo palestinese.  

Un disegno più ampio

Più che un errore tattico, questa potrebbe essere una strategia deliberata: indebolire Gaza fino al punto di precipitarla nell’impossibilità di risorgere. Così, l’uso di milizie non servirebbe a colmare un vuoto, ma ad amplificare il disfacimento sociale. In questa logica, la destabilizzazione cronica servirebbe a giustificare un’escalation coloniale: costringere all’esodo milioni di palestinesi, appropriarsi del territorio – e del gas naturale sottosuolo – e completare l’egemonia dal Giordano al Mediterraneo.

Una vittoria tattica, una sconfitta strategica?

A breve termine, Israele potrebbe evitare un ritorno di Hamas e ridurre le perdite militari. Ma a lungo termine?

  • Se le milizie si ribellano o si radicalizzano, Israele avrà armato nuovi nemici.
  • Se esplode una guerra intestina, Gaza diventerà un buco nero di caos e crisi umanitaria.
  • Se fallisce anche questa strategia, si chiuderà ogni spiraglio per una soluzione politica riconosciuta a livello internazionale.

Affidarsi al “nemico del nemico” è una scorciatoia pericolosa: è parte di una strategia più ampia, che, va ribadito, mira non tanto alla sconfitta di Hamas quanto alla disgregazione sistematica del tessuto sociale palestinese. La creazione delle “Forze Popolari” non rappresenta solo un esperimento militare, ma un atto politico finalizzato a frammentare irreversibilmente l’identità collettiva palestinese, rendendo impossibile qualsiasi forma di rappresentanza unitaria.

In questo schema, il caos non è un effetto collaterale, ma un obiettivo. La destabilizzazione permanente di Gaza – attraverso milizie tribali, lotte interne e assenza di governance – prepara il terreno a una nuova forma di ingegneria demografica: spingere la popolazione palestinese all’esodo forzato, svuotare la Striscia della sua componente indigena, cancellare ogni aspirazione all’autodeterminazione.

Non si tratta solo di un possibile errore strategico come in passato con Hamas. Si profila piuttosto la continuità di una logica già sperimentata nel 1948: un processo di “Nakba” (“disastro” in arabo) silenziosa e frammentata, che avanza non più con espulsioni di massa visibili, ma con lo smantellamento progressivo delle condizioni minime di sopravvivenza collettiva su quella stessa terra.

Nell’immagine: Yasser Abu Shahab


La guerra e il disprezzo delle regole

Le merci messe nel famoso "paniere" per calcolare il costo della vita che è fuori dalla realtà 

Di Mario Ricciardi, il manifesto

«Israele sta facendo il lavoro sporco per noi». Pronunciando queste parole il cancelliere tedesco Friedrich Merz è riuscito a mandare in frantumi ciò che restava della credibilità dei paesi che hanno vinto la guerra fredda. Sarà compito degli storici comprendere se lo ha fatto di proposito, vale a dire per mandare un messaggio su un nuovo modo di concepire le relazioni internazionali, oppure perché è un politico mediocre. Comunque sia, ciò che quelle parole portano alla luce è il volto di un ceto politico che ha rinunciato a difendere l’aspirazione a un ordine internazionale basato sulle regole che l’Europa e gli Stati Uniti avevano promosso dopo il 1989, per sostituirla con la legge del più forte.

Le conseguenze di questo atteggiamento le vediamo da qualche tempo, con la violazione sistematica del diritto internazionale e la delegittimazione delle corti che dovrebbero sanzionarne le violazioni, ma ciò cui stiamo assistendo non è che l’inizio di quella che potrebbe rivelarsi una discesa nell’abisso di una negazione di elementari principi morali.

L’idea moderna di un sistema giuridico, quella che dobbiamo all’illuminismo, non può sopravvivere se si sgancia dalla presupposizione che coloro cui le regole si applicano abbiano diritto, come ha scritto Herbert Hart, «a una reciproca astensione da certi tipi di condotta dannosa». Per Hart, che scriveva all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, una «simile struttura di diritti e obbligazioni reciproche, che proscrivono almeno i casi più gravi di danno, costituisce la base, se non la totalità, della moralità di ogni gruppo sociale. Essa ha l’effetto di creare tra gli individui un’eguaglianza morale e, in un certo senso, artificiale, per compensare le diseguaglianze naturali. Infatti, quando il codice morale proibisce a un uomo di derubare o usare violenza a un altro uomo, anche quando la forza o l’astuzia superiore gli consentirebbero di farlo impunemente, il forte e l’astuto sono posti allo stesso livello del debole e dell’ingenuo». Colpire i civili in modo indiscriminato in guerra, oppure bombardare un ospedale, è inaccettabile sia che lo faccia Israele sia che lo faccia l’Iran. Protestare in modo veemente, come hanno fatto ieri Netanyahu e i suoi sostenitori, è pura ipocrisia se ci si è macchiati dello stesso crimine o se ne è condonata la commissione. Se le regole non si applicano a Israele, non si applicano a nessuno, e ciò va a danno di tutti. Pensare che la forza o l’astuzia mettano al riparo da questo ritorno allo stato di natura è illusorio (vale per l’Iran e Israele, ma lo stesso si può dire di situazioni simili, in Russia, in Ucraina, o altrove, perché il principio cui allude Hart è generale).

La cruda immagine impiegata da Friedrich Merz ci riporta indietro di molti anni, a un tempo in cui le potenze europee (oggi alcuni direbbero “occidentali”) facevano ciò che volevano in buona parte del mondo, invocando principi morali in modo selettivo e finalizzato esclusivamente alla sottomissione delle popolazioni locali. Che questo avvenga nel caso dell’Iran oggi sconcerta, perché buona parte dei problemi che quel paese ha è il risultato delle interferenze di alcune potenze europee intente a perseguire i propri interessi puntando di volta in volta sugli interlocutori locali che con maggiore efficacia potevano fare il “lavoro sporco per loro”.

Le dinamiche che conducono all’involuzione della fragile monarchia di Reza Pahlavi, e alla rivoluzione che apre la strada all’istaurazione della repubblica islamica nel 1979, hanno una causa prossima nel 1953, quando un colpo di stato ordito dai servizi britannici e statunitensi rovescia il governo di Mohammad Mosaddegh (un anziano giurista che aveva studiato in Francia e in Svizzera, e preso parte alla “rivoluzione costituzionale” dei primi anni del secolo). La colpa di Mossaddegh era di voler riprendere il controllo del petrolio iraniano sottraendolo al patto diseguale di sfruttamento sancito dai termini della Anglo-Iranian Oil Company. Allora il “lavoro sporco” lo fece un generale iraniano, Fazlollah Zahedi, oggi lo farebbe Netanyahu, ma la mentalità coloniale rivelata dalla frase di Merz è la stessa, e per chi la subisce brucia come una ferita ancora aperta.