La storia (razzista) secondo Trump: ultimatum al museo Smithsonian

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Marina Catucci, il manifesto

La mannaia di revisionismo culturale di Donald Trump, usata per imporre la sua visione della società americana e della Storia, si è abbattuta sullo Smithsonian, complesso museale di fama mondiale ed entità indipendente che riceve fondi governativi per i suoi 21 musei, i 14 centri di ricerca e lo zoo nazionale.

IL TYCOON lo ha fatto con una lettera ai vertici dell’istituzione: ha comunicano lapidariamente una revisione approfondita delle mostre organizzate, delle collezioni e di tutte le iniziative in corso e in programma per la celebrazione dei 250 anni dello Smithsonian. La revisione è orientata dall’ordine esecutivo firmato il 27 marzo da Trump per «ristabilire verità e sanità nella storia americana».

«Questa iniziativa – si legge nella lettera inviata allo storico Lonnie Bunch, primo afroamericano alla guida dello Smithsonian – è tesa ad assicurare l’allineamento con la direttiva di celebrare l’eccezionalismo americano, rimuovere narrative divisive e di parte e ristabilire la fiducia nelle nostre condivise istituzioni culturali».

La lettera segue la prassi ormai consolidata di quelle alle università Ivy league accusate di antisemitismo: un ultimatum di 30 giorni per fornire le informazioni su mostre e iniziative; di 75 giorni ai musei per fornire un inventario delle loro collezioni permanenti, un elenco delle collaborazioni esterne e i risultati dei sondaggi con i visitatori; e di 120 giorni per applicare le correzioni, sostituire il linguaggio divisivo o ideologico con descrizioni «storicamente accurate e costruttive per didascalie, pareti didattiche, schede digitali e altro materiale destinato al pubblico».

LA NARRAZIONE della Storia secondo Trump è servita, senza paura di usare una manovra da caricatura del dittatore vecchio stampo, prendendosela con quella che la destra Usa chiama «ideologia woke», in particolare la critical race theory, che studia il razzismo sistemico nella società americana. Tra i primi otto musei che dovranno passare attraverso le revisioni Maga, ci sono il museo nazionale di storia americana, quello di storia e cultura afroamericana e quello dei nativi americani.

Che Trump abbia un vero problema di razzismo non è un mistero. Già negli anni ’70 il governo federale gli fece causa per discriminazione verso i neri che volevano affittare appartamenti. Negli anni ’80 dei pastori neri lo accusarono di aver fomentato odio razziale nel caso di stupro dei «Central Park Five».

Gruppi di nativi americani lo hanno criticato per commenti denigratori sulle tribù che cercavano di costruire casinò negli anni ’90. E nel nuovo millennio Trump è stato una delle voci principali della cospirazione dei birther, sostenendo che l’ex presidente Barack Obama non potesse essere eletto in quanto africano e non americano.

UN RETROGUSTO di razzismo c’è anche nella militarizzazione di Washington DC, città a maggioranza afroamericana, dipinta da Trump come pericolosa e fuori controllo nonostante crimini mai così bassi in 30 anni. Martedì sera i veicoli blindati per il trasporto truppe hanno parcheggiato accanto al Monumento a Washington, Border Patrol e Ice sono giunti a guardia della Union Station e le truppe della Guardia nazionale si sono appostate vicino al Mall, mentre gli agenti di Fbi e Dea pattugliavano le strade.

La sindaca Muriel Bowser, davanti alle telecamere, ha evitato lo scontro diretto: «Una maggiore presenza nei quartieri potrebbe essere positiva». Salvo poi, in una diretta con i residenti, chiamare l’intervento «una spinta autoritaria» e invitare la comunità a mobilitarsi per proteggere la sua indipendenza.

Nell’immagine: Washington, Smithsonian National Museum of American History


Ford lancia l’auto elettrica universale per battere la Cina: “Come una Model T”

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Andrea Nepori, La Repubblica

Ford ha presentato una nuova piattaforma elettrica “universale” per lo sviluppo di veicoli più intelligenti, divertenti da guidare, e soprattutto meno costosi.Nelle intenzioni dell’azienda, la Universal EV Platform abiliterà una serie di veicoli che abbatteranno il costo dell’elettrico per le famiglie americane, a partire da un pick-up quattro porte di medie dimensioni previsto per il 2027 con un prezzo iniziale inferiore ai 30.000 dollari.

Ford prevede di investire 5 miliardi di dollari nella transizione alla nuova piattaforma, che prevede anche un ripensamento della linea produttiva con il nuovo Universal EV Production System. Il primo pick up, che avrà le caratteristiche dell’attuale Mustang Ecoboost endotermica, verrà assemblato nello stabilimento di Louisville in Kentucky, dove l’azienda investirà 2 miliardi del capitale complessivo, generando 2200 posti di lavoro.Come la Model T“Abbiamo preso ispirazione dalla Model T, l’auto universale che ha cambiato il mondo. La nostra architettura elettrica ‘zonale’ sblocca possibilità mai viste nell’industria” ha detto Doug Field, Chief Officer EVs, Digital and Design di Ford. Il riferimento è alla prima automobile di massa della storia, il cui basso costo fu possibile grazie all’invenzione più importante di Henry Ford: la catena di montaggio mobile. Il nuovo sistema di produzione prevede una struttura ad albero, con tre linee parallele per il montaggio delle parti principali che si integrano in unica linea per l’assemblaggio finale.

Grazie all’integrazione tra il Sistema di Produzione Universale e la piattaforma, la produzione del pickup elettrico sarà fino al 40% più veloce rispetto ai veicoli attualmente assemblati a Louisville. Parte del tempo sarà reinvestito in una maggiore automazione per migliorare la qualità e i costi, con un miglioramento finale del 15% della velocità di produzione.Il nuovo sistema di assemblaggio è solo uno dei tasselli del progetto di Ford. L’altro è il software. Non per caso, Doug Field è l’anello di congiunzione tra la Silicon Valley e il settore automobilistico. Prima di arrivare a Ford, l’ingegnere e designer ha lavorato per Apple come vicepresidente della divisione Mac engineering fino al 2013, poi è passato a Tesla. Nel 2018 è tornato a Cupertino, dove ha guidato Project Titan, il piano di Apple per lo sviluppo di un’auto che non si è mai concretizzato. Dal 2021 è arrivato alla Ford, dove ora supervisiona la transizione elettrica.

Il Software Defined Vehicle

Le case automobilistiche occidentali inseguono da anni l’obiettivo di trasformare l’auto in un dispositivo di largo consumo, un Software-Defined Vehicle (SDV) che si compra, si usa e si aggiorna come uno smartphone. La frammentazione degli approcci tecnologici e il peso di un’eredità produttiva lunga più di un secolo hanno però finora limitato i tentativi in questa direzione.

«È bene ricordare però che Volkswagen aveva fatto promesse molto simili a quelle di Ford con il lancio della piattaforma modulare elettrica MEB», spiega a Italian Tech Nicole Scott, analista automotive ed esperta di transizione elettrica. «Non ha funzionato esattamente come previsto e le auto elettriche del gruppo sono ancora molto costose. La “execution” è punto centrale, e la scelta di Ford di investire molto sull’aspetto produttivo potrebbe essere l’elemento che i concorrenti non hanno saputo mettere davvero in pratica»

Intanto il produttore di chip americano Qualcomm vuole convincere già da qualche anno i produttori a montare i suoi chipset “tuttofare” che abilitano lo “chassis digitale”, e in parte ci sta riuscendo. Molte aziende automobilistiche, restie a concedere a un partner esterno l’accesso al cuore del veicolo, sono però rimaste indietro e continuano ad offrire esperienze di guida e infotainment che non rispecchiano le aspettative di un pubblico abituato alla tecnologia avanzata. Non è chiaro al momento quale soluzione utilizzerà Ford. Tuttavia lo sviluppo di una soluzione interna sembra al di fuori della portata di Ford. Visto l’attuale clima geopolitico, una partnership proprio con l’americana Qualcomm potrebbe essere la soluzione giusta.«L’ironia è che l’offerta di Qualcomm è esattamente ciò che i produttori occidentali necessitano per creare i loro SDV (Software-Defined Vehicle), ma una diffusa mentalità orientata al controllo della piattaforma ha frenato l’innovazione» spiega ancora Scott. «Nel frattempo la Cina ha fatto esattamente il contrario: nuove realtà industriali hanno messo l’orgoglio aziendale da parte e competono tra loro, ma sempre verso un orizzonte unico. Il risultato sono automobili super avanzate ma economiche, con cui i produttori occidentali non riescono a competere».

La Cina supera tutti

Forti del sostegno sistemico del governo centrale, produttori come BYD, Xpeng, Li Motors, e ora anche Xiaomi e Huawei, hanno ripensato la produzione automobilistica con innovativi approcci verticali alla produzione e all’esperienza d’uso. Nel giro di pochi anni sono riusciti a sovvertire le dinamiche del mercato automotive globale e sono diventati i rivali da battere. Ed è proprio per competere con la Cina, anche e soprattutto nel mercato interno, che Ford ha dovuto ripensare il proprio approccio all’elettrico.

“È stata un’esperienza che mi ha fatto sentire umile come mai prima: hanno tecnologie avanzatissime, soprattutto all’interno delle vetture” ha detto in una recente intervista il CEO di Ford Jim Farley al ritorno da un viaggio in Cina. “Al di là di questo, il rapporto tra il costo e la qualità dei loro veicoli è altissimo, molto più di quanto vedo in Occidente. Siamo in una competizione globale con la Cina, e non riguarda solo le auto elettriche. Se perdiamo questa battaglia, Ford avrà perso la sfida col futuro”.


Perché sul riscaldamento globale neghiamo l’evidenza dei fatti

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Paola Arosio, La Stampa

Negli Stati Uniti, Elon Musk ha sostenuto una drastica riduzione dei meteorologi del National Weather Service, scelta che ha compromesso le previsioni della rovinosa alluvione che ha poi colpito il Texas. In Europa, Ursula von der Leyen ha, invece, fatto marcia indietro su alcune disposizioni del Green Deal, ritirando normative anti-greenwashing e depotenziando le regole su pesticidi ed emissioni. E ancora, in Italia, Giorgia Meloni ha auspicato una dilazione della normativa che prevede lo stop ai motori a benzina e diesel dal 2035. Politici e rappresentanti istituzionali sembrano spesso ignorare la gravità della crisi climatica, sottovalutandone le implicazioni ambientali, sociali, sanitarie. Sulla stessa scia, si colloca anche una parte della popolazione mondiale, che continua a negare il fenomeno o a minimizzarlo. Uno studio pubblicato nel 2024 su Scientific Reports e condotto dai ricercatori dell’Università del Michigan, negli Stati Uniti, che hanno analizzato 7,4 milioni di post su X, evidenzia che il 14,8% degli americani crede che il cambiamento del clima non sia reale. Secondo il World Economic Forum, tra le nazioni che meno si fidano dei climatologi ci sarebbero Russia, Giappone, Ucraina, con tassi di fiducia limitati al 23, 25 e 33% rispettivamente. Percentuali di scetticismo persistono anche in vari Paesi dell’Unione europea, Italia inclusa. Eppure, gli scienziati hanno da tempo lanciato un allarme unanime: il cambiamento climatico esiste ed è causato dalle attività umane. Un messaggio che, purtroppo, non sempre viene recepito a causa soprattutto di convinzioni errate, disinformazione, interessi di parte.

Il problema della distanza

Come rilevano molti psicologi, l’emergenza ambientale viene spesso considerata una questione lontana dall’esperienza quotidiana. La parola chiave è, in questo caso, distanza. Una distanza anzitutto temporale, visto che il futuro catastrofico preannunciato è percepito come lontano, un fatto che colpirà, semmai, le prossime generazioni. Poi una distanza spaziale, che porta a localizzare le crisi più gravi in luoghi remoti, come i ghiacci che fondono nell’Artico o le inondazioni in Asia. Infine, la distanza sociale: la vulnerabilità percepita diminuisce quando un problema riguarda la collettività e non il singolo individuo. In gruppo si diventa cioè più sicuri e audaci, da soli si tende a essere più prudenti. In altre parole, il rischio condiviso appare meno pericoloso.

Alla percezione di distanza si aggiungono altri elementi, che gli esperti chiamano bias cognitivi, ovvero automatismi mentali che conducono a conclusioni rapide, spesso distorte. Tra questi, l’ottimismo irrealistico, cioè la tendenza a credere che il futuro sarà più roseo di quanto potrebbe essere, e la procrastinazione, che porta a rimandare le azioni preventive utili, privilegiando i vantaggi immediati rispetto ai benefici futuri, sebbene più rilevanti. E poi la conferma, che induce a interpretare la realtà in base alle convinzioni preesistenti, selezionando le informazioni che confermano le proprie idee e ignorando o sminuendo tutto ciò che è dissonante. Infine, l’abitudine: quando eventi climatici negativi diventano comuni, ci si adatta, senza coglierne la gravità.

Sottovalutazione del consenso

Oltre al livello individuale, c’è quello collettivo, in cui molti sottovalutano il consenso sociale verso le azioni a favore del clima. Uno studio pubblicato nel 2022 su Nature Communicationsrileva che l’80-90% degli americani sottostima il sostegno della popolazione alle politiche climatiche. In realtà, circa il 67% delle persone è favorevole ad adottare misure per arginare il problema, ma i cittadini credono erroneamente che tale consenso si attesti intorno al 40%. Una falsa convinzione che trasforma la maggioranza silenziosa in una presunta minoranza inerte, con l’effetto perverso di scoraggiare il coinvolgimento. “Le norme di gruppo e le pressioni sociali giocano un ruolo cruciale”, spiega Elke U. Weber, docente di Psicologia alla Princeton University, negli Stati Uniti. “In generale, quando una persona pensa che i suoi pari non si preoccupino di un problema, può sentirsi meno obbligata a dare il proprio contributo. Se, al contrario, emerge che amici, colleghi, conoscenti considerano urgente la crisi climatica, l’individuo è motivato a partecipare. Pertanto, la sottopercezione del consenso può alimentare l’inazione e il senso di impotenza”.

Copertura mediatica non sufficiente

A ciò si aggiunge la responsabilità dei media, che da un lato sensibilizzano l’opinione pubblica, dall’altro rischiano il cosiddetto bilanciamento artificioso. Storicamente molte testate, soprattutto anglosassoni, hanno, infatti, concesso eccessivo spazio agli scettici, presentando il dibattito come se vi fossero due pareri equivalenti. Sussiste, inoltre, la questione della copertura insufficiente. Secondo lo Speciale Eurobarometro 2025, sondaggio condotto su oltre 26mila europei, il 52% dei cittadini ritiene che i media tradizionali non forniscano informazioni chiare sul cambiamento climatico, una percentuale che sale al 61% nel nostro Paese. Quest’ultimo dato troverebbe conferma in uno studio pubblicato nell’aprile 2025, commissionato da Greenpeace Italia e condotto dall’Osservatorio di Pavia. La ricerca indica che nei primi quattro mesi del 2024 solo il 2% dei programmi televisivi ha trattato temi correlati al clima e alla transizione energetica, mentre i notiziari incentrati sulla crisi climatica hanno rappresentato lo 0,1%. Va meglio la carta stampata: nello stesso periodo, i quotidiani hanno pubblicato in media 4,4 articoli al giorno sui temi ambientali.

Il negazionismo per interessi economici

Una forma strutturata e spesso deliberata di rifiuto, più radicata delle convinzioni individuali e più organizzata delle incertezze collettive, è il negazionismo climatico, una posizione che diventa parte dell’identità di pensiero. Per sostenere le proprie ragioni, i negazionisti ricorrono, in modo selettivo, ad alcune argomentazioni: il clima è sempre cambiato da sé, nel Medioevo la Terra era più calda di oggi, un singolo volo aereo non fa la differenza, i veri responsabili sono Cina e India. Naturalmente, dietro affermazioni del genere si celano interessi economici e industriali, a cominciare da quelli delle grandi compagnie petrolifere, come ExxonMobil, Shell, Chevron, Bp, Total. Proprio queste ultime, per salvaguardare il loro business, hanno investito oltre un miliardo di dollari in tre anni dopo l’Accordo di Parigi del 2015 in strategie di lobbying, come riporta l’organizzazione non profit The Climate Reality Project.

Polarizzazione tra conservatori e progressisti

Comunque sia, i negazionisti restano legati a doppio filo anche alla politica. Partiti e leader conservatori, soprattutto negli Stati Uniti e nell’Europa orientale, spesso mettono in dubbio le misure ambientali per tutelare la propria ideologia. Nel gennaio 2025, The Guardian ha documentato che l’Heartland Institute, un centro di studi con sede in Illinois, finanziato dalle grandi aziende di combustibili fossili e noto per fomentare lo scetticismo sulla crisi climatica, ha promosso campagne con parlamentari della destra europea per contrastare le leggi di tutela, allo scopo di rinviare gli obiettivi di sostenibilità. A livello interno, la negazione influisce sui partiti: in molte nazioni i conservatori usano il dubbio climatico come tema elettorale, indottrinando parte dell’opinione pubblica e indebolendo il consenso nei confronti delle misure ambientali, mentre i progressisti sostengono azioni incisive. Questo crea fratture che complicano l’adozione di politiche coerenti: quando il tema ambientale si polarizza, gli interventi diventano più frammentari. Su Scientific American Marianne Cooper, ricercatrice senior alla Stanford University in California, e Maxim Voronov, professore di sostenibilità e organizzazione alla Schulich School of Business della York University in Ontario, affermano senza mezzi termini: “Vivere nel negazionismo aiuta a ridurre il disagio nel breve periodo, ma a lungo termine sarà la nostra rovina. Tendiamo a nascondere la testa sotto la sabbia, ma dobbiamo tirarla fuori, in fretta”.

Il ruolo strategico della comunicazione

Di fronte a ciò, gli psicologi della comunicazione consigliano di provare a governare meglio i messaggi veicolati da istituzioni, enti, associazioni. Alcuni esperti suggeriscono di ridurre la distanza, insistendo sui pericoli immediati e concreti, come ondate di calore, incendi, alluvioni. Altri propongono di far leva sugli aspetti emotivi, per esempio collegando il clima a salute e sicurezza familiare. Per invertire la rotta, serve un sistema informativo capace di trasmettere al pubblico messaggi costanti sulla gravità della crisi, in modo da contrastare le fake news e i video complottisti che circolano sui social. Bisogna, insomma, creare una realtà condivisa, senza stancarsi di smentire attivamente i miti del negazionismo.


Sergio Rossi – Trump ci ha ripensato, l’oro non sarà tassato

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Perché i farmaci sono così costosi negli Stati Uniti?

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Tristan Hertig, RTS

Giovedì scorso Donald Trump ha intimato a 17 laboratori farmaceutici di abbassare il prezzo dei farmaci negli Stati Uniti, pena ritorsioni. Questa minaccia, che fa seguito a un decreto firmato a metà maggio, rilancia una promessa del suo primo mandato rimasta lettera morta. Ma allora perché i prezzi dei farmaci sono più alti negli Stati Uniti che altrove? Spiegazioni.

“Se vi rifiutate di agire, useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per proteggere le famiglie americane dalle pratiche abusive in materia di prezzi dei farmaci”. Queste sono le parole del presidente americano in lettere quasi identiche inviate giovedì scorso a diversi dirigenti di giganti farmaceutici, tra cui Merck, Novartis, Roche, Pfizer, Sanofi, Novo Nordisk e AstraZeneca. Donald Trump precisa nella sua lettera che ha dato loro tempo fino al 29 settembre per presentare “impegni concreti” in tal senso.

Martedì scorso, il repubblicano ha anche annunciato l’intenzione di imporre a termine un’imposta aggiuntiva del 250% sui prodotti farmaceutici importati negli Stati Uniti, nella speranza di vedere l’insediamento di stabilimenti sul suolo americano.

Già a maggio, il presidente americano, attraverso un decreto, aveva denunciato i produttori di farmaci che “cedono alle richieste di prezzi bassi degli altri paesi” e allo stesso tempo si oppongono “al fatto che i pagatori pubblici e privati (le assicurazioni, ndr) negli Stati Uniti possano negoziare i prezzi migliori per i pazienti”. E annunciava che “gli americani non saranno più costretti a pagare quasi il triplo per gli stessi farmaci”.

Farmaci su prescrizione molto più costosi che in Svizzera

Un’analisi dà ragione a Donald Trump. Secondo uno studio della società di consulenza e ricerca Rand Corporation, pubblicato nel febbraio 2024 e basato sui dati del 2022 relativi a un panel di farmaci soggetti a prescrizione medica in 33 paesi dell’OCSE, i prezzi dei farmaci soggetti a prescrizione medica negli Stati Uniti sono in media 2,78 volte più alti.

Esistono notevoli variazioni a seconda del paese di riferimento. I prezzi lordi dei produttori per i farmaci soggetti a prescrizione medica sono infatti 3,26 volte più alti negli Stati Uniti che in Francia, mentre sono solo 1,72 volte più alti che in Messico, ma più di 10 volte più alti che in Turchia. Rispetto alla Svizzera, gli americani pagano 2,18 volte di più.

Gli Stati Uniti, un paese ideale per fissare un prezzo di riferimento

Ma allora come si spiega che gli Stati Uniti paghino i farmaci così cari? La spiegazione principale risiede nel fatto che, a differenza della maggior parte dei paesi europei, non esiste una regolamentazione nazionale diretta dei prezzi. Ogni laboratorio fissa liberamente il proprio prezzo e le trattative con gli assicuratori avvengono individualmente, senza limiti imposti dallo Stato.

Altri paesi fissano dei limiti a quanto sono disposti a pagare per un farmaco. La Francia, ad esempio, limita la crescita delle vendite delle case farmaceutiche. Se superano questa soglia, il governo ottiene uno sconto. Negli Stati Uniti, invece, le case farmaceutiche non sono soggette a queste restrizioni legali sui prezzi per i pazienti coperti da un’assicurazione privata e sui prezzi di lancio dei farmaci al momento della loro prima commercializzazione.

“I farmaci sono così costosi negli Stati Uniti perché glielo permettiamo”, riassume in un articolo del New York Times Michelle Mello, docente di diritto e politica sanitaria a Stanford. “Abbiamo creato un sistema di costi dei farmaci che funziona come un motore, ma senza freni”, aggiunge.

Per questi motivi, le case farmaceutiche spesso lanciano i loro nuovi farmaci prima negli Stati Uniti. Secondo un rapporto dell’Ufficio per la pianificazione e la valutazione delle politiche (ASPE) del Dipartimento della salute e dei servizi sociali degli Stati Uniti, questo mercato rappresenta quasi il 50% delle vendite mondiali di farmaci. Con prezzi al dettaglio tra i più alti al mondo e una procedura di autorizzazione generalmente più rapida che in Europa, gli Stati Uniti rappresentano quindi il mercato di riferimento per le aziende farmaceutiche.

Inoltre, il prezzo iniziale di un nuovo farmaco lanciato negli Stati Uniti viene poi utilizzato come leva strategica. Molti paesi, anche in Europa, utilizzano infatti il sistema di tariffazione esterna, che consiste nel fissare il prezzo di un farmaco sulla base dei prezzi praticati in altri paesi scelti come riferimento. Fissando un prezzo elevato negli Stati Uniti, i produttori influenzano così i limiti massimi o i margini di prezzo in altri mercati, massimizzando al contempo i propri ricavi prima di entrare in paesi con una regolamentazione più rigorosa.

Acquirenti dispersi e scarso potere negoziale

Oltre al fatto che non esiste un meccanismo di regolamentazione dei prezzi, gli Stati Uniti, a differenza di molti altri paesi, non dispongono di un unico organo di negoziazione, come l’UFSP nel caso della Svizzera.

Le discussioni e le negoziazioni si svolgono tra il produttore e diverse migliaia di regimi assicurativi, il che riduce le possibilità di ottenere prezzi più vantaggiosi. Nel 2022, una legge ha autorizzato Medicare (il programma federale di assicurazione sanitaria degli Stati Uniti destinato principalmente alle persone di età pari o superiore a 65 anni, ndr) a negoziare con i laboratori alcuni tipi di farmaci, anni dopo la loro immissione sul mercato, ma gli analisti concordano sul fatto che sarebbe necessario un potere negoziale molto più ampio per poter abbassare i prezzi in modo efficace.

A ciò si aggiunge il fatto che gli assicuratori privati statunitensi ricorrono generalmente a intermediari, denominati gestori di prestazioni farmaceutiche (PBM), per negoziare i costi. Questi ultimi dispongono di un maggiore potere di determinazione dei prezzi. Il problema è che spesso lo esercitano con scarsa trasparenza e possono essere indotti a fatturare costi aggiuntivi sui farmaci più costosi.

In un comunicato stampa pubblicato alla fine di luglio, l’American Medical Association (AMA), la principale organizzazione professionale e sindacale dei medici negli Stati Uniti, accusa questi intermediari di approfittare di un mercato molto concentrato e di una forte integrazione con gli assicuratori per gonfiare i prezzi dei farmaci, limitare l’accesso alle cure e danneggiare la concorrenza.

“Man mano che i PBM agiscono sempre più nel proprio interesse, senza trasparenza né responsabilità, i prezzi dei farmaci aumentano e i pazienti sono esposti a rischi per la loro salute a causa di trattamenti dal costo proibitivo”, riassume Bobby Mukkamala, presidente dell’AMA, citato nel documento.

Anche gli ospedali e gli stessi medici sono spesso incentivati a privilegiare i farmaci più costosi. Nell’ambito di Medicare, ad esempio, alcune cure vengono pagate in anticipo prima di essere rimborsate, con una percentuale aggiuntiva sul prezzo che dovrebbe coprire le spese generali. Diventa quindi più redditizio prescrivere un farmaco da 1000 dollari piuttosto che uno da 100.

Infine, nel suo articolo, il New York Times spiega anche che i produttori sono riusciti negli Stati Uniti più che altrove a prolungare il periodo di monopolio di un farmaco, grazie a “tattiche di accumulo di brevetti” che ritardano l’arrivo dei farmaci generici.

Un problema fondamentalmente americano

Dietro i prezzi molto elevati dei farmaci negli Stati Uniti si nasconde quindi un problema profondamente americano: un sistema senza un vero negoziatore centrale, leggi e regolamenti su misura per l’industria e un lobbying massiccio che protegge i margini dei laboratori.

Tra i dieci maggiori gruppi farmaceutici mondiali, cinque sono americani, il che dimostra chiaramente che questa situazione avvantaggia soprattutto gli attori nazionali. Questi giganti difendono con le unghie e con i denti uno status quo che garantisce loro condizioni ideali sul loro mercato interno.

Nell’immagine: illustrazione dal servizio della RTS


Armi a Kiev, l’Europa ora batte gli Stati uniti

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Sebastiano Canetta, il manifesto

Ora anche il primato bellico. Dopo essersi caricata sulle spalle quasi tutto l’onere finanziario necessario per tenere economicamente in piedi l’Ucraina, l’Europa diventa anche capofila degli aiuti militari superando di gran lunga gli Usa di Donald Trump. A certificare il nuovo record segnato dal Vecchio continente è l’autorevole Institut für Weltwirtschaft (Ifw) di Kiel che ieri ha aggiornato il suo Ukraine support tracker: il resoconto complessivo della spesa sostenuta per lo sforzo bellico di Kiev.

«IN TOTALE DALL’INIZIO della guerra fino a giugno 2025 l’Europa ha stanziato almeno 35,1 miliardi di euro in aiuti militari tramite gli appalti per la difesa. Si tratta di 4,4 miliardi di euro in più rispetto agli Stati Uniti» riassume il più influente think-tank economico tedesco. In cima alla lista si distingue la Germania guidata prima da Olaf Scholz (Spd) e ora da Friedrich Merz (Cdu) con la più alta quota tra gli aiuti bilaterali all’Ucraina: «5 miliardi di euro è il valore del pacchetto militare della Bundesrepublik per Kiev mentre al secondo posto si colloca la Norvegia con 1,5 miliardi di euro seguita dal Belgio con 1,2 miliardi e da Paesi Bassi, Regno Unito e Danimarca che hanno stanziato tra 500 e 600 milioni ciascuno» elenca l’Ifw.

SEGNALANDO IN PARALLELO lo smaltimento definitivo delle vecchie scorte di magazzino – vecchi obici, tank, caccia progettati negli anni ’70 – e l’inizio delle consegne delle armi nuove di zecca prodotte grazie al Extraordinary Revenue Acceleration (Era), il prestito definito dall’Ifw come «l’ancora di salvezza finanziaria» necessaria per tenere ben saldi gli aiuti dell’Occidente: «Il sostegno all’Ucraina adesso si basa prevalentemente sul meccanismo dell’Era; l’iniziativa lanciata dal G7 e dalla Ue fornisce a Kiev prestiti per 45 miliardi di euro coperti con i proventi dei beni russi congelati. Lo scorso maggio e giugno la Commissione di Bruxelles ha erogato 2 miliardi, il Canada ha contribuito con 1,5 e il Giappone ne ha stanziati altri 2,8».

Per merito di questo vero e proprio acceleratore del business bellico «adesso l’Europa può vantare più aiuti militari ottenuti tramite commesse industriali rispetto agli Stati Uniti, segnando un netto passaggio dal ricorso agli arsenali alla produzione industriale. A riguardo, dei 10,5 miliardi di euro elargiti a maggio e giugno 2025, almeno 4,6 saranno erogati attraverso appalti tra le aziende del comparto difesa anziché attingere dalle scorte esistenti. Questi contratti sono stati assegnati principalmente ad aziende con sede in Europa e Ucraina, a dimostrazione del ruolo crescente dell’industria per la difesa nell’assistenza militare».

È ANCHE LA PROVA della sincronizzazione sempre più rapida fra la sfera della politica in formato Ue e G7 e l’universo dei produttori di armi pronti a offrire piani industriali sicuri in cambio della garanzia di meccanismi che consentano la messa a terra dei finanziamenti pubblici stanziati per il riarmo non solo dell’Ucraina.

Un’efficienza sorprendente nell’Europa solitamente imprigionata nella gabbia della burocrazia di Bruxelles (come lamenta il cancelliere Merz) e rallentata dal gioco di veti e contro-veti dei paesi membri. Nel caso delle forniture belliche emerge, mai così compatta, l’Ue in-divisa di cui peraltro sembra ancora far parte a pieno titolo il Regno Unito, soggetto alla Brexit solo su tasse e migranti.

In pratica l’Europa è un nano politico in balìa delle correnti di Trump e Putin, eppure ha giganteggiato nel pagamento del conto della guerra in Ucraina e ora spicca anche come leader nell’invio delle armi che servono ad alimentare il fronte orientale.

Lontano dai riflettori, mentre Usa e Russia trattano per conto proprio, la guerra degli europei continua come e più di prima. Proprio su questo orizzonte si staglia anche il disegno di legge del governo Merz per accelerare gli acquisti della Bundeswehr destinato a diventare un modello per tutta l’Europa, come tutte le iniziative autonome di Berlino. Spianata ormai la strada dall’abolizione del freno al debito, ora Cdu e Spd si preparano a cambiare la legge sulla normativa degli appalti, ultimo vero ostacolo al mega piano di riarmo da un trilione di euro. L’obiettivo è accelerare oltremodo le attuali procedure e non una-tantum ma da qui al 2035.

Nell’immagine: un tank belga esposto a Eurosatory, la fiera della difesa di Villepinte, in Francia 


La vera posta in gioco al summit Trump-Putin

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Ettore Sequi, La Stampa

In geopolitica vale una regola: se non sei al tavolo, sei nel menù. Né Trump né Putin vogliono Zelenski –e tantomeno gli europei– al vertice di venerdì in Alaska. Non intendono parlare con Zelenski, ma “su” Zelenski: decidere il futuro dell’Ucraina senza che Kiev possa intervenire, trasformando l’assente nel piatto forte del banchetto.

Il vertice non è una normale mediazione di guerra, ma un passaggio di ristrutturazione dell’ordine globale, in cui formato, sede ed esclusioni decidono in anticipo chi guadagna e chi rischia di perdere.

Trump ha bisogno di un successo immediato, da esibire come trofeo politico interno, anche a costo di svuotarne la sostanza: un cessate il fuoco anche a prezzo esoso. Putin, consapevole della fretta del presidente americano, sa di dover fare qualche concessione limitata per salvaguardare il rapporto con lui, ma ragiona su orizzonti medio-lunghi. Il suo obiettivo resta riportare l’Ucraina nel “mondo russo”, una Bielorussia de facto: formalmente indipendente, sostanzialmente controllata.

D’altra parte, per Trump l’Ucraina è solo un tassello di un rapporto più ampio con la Russia, che tocca Medio Oriente, energia, Artico, Iran, Cina. Da qui la fretta di proclamare un successo: Kiev è parte di un mosaico in cui altre tessere contano di più.

Le varie affermazioni di Trump su possibili “scambi di territori” hanno fatto scattare campanelli d’allarme in Ucraina e in tutta Europa. Se il negoziato si riduce a misurare i chilometri da cedere per fermare la violenza, la deterrenza collettiva si riduce a moneta negoziale.

Per questo, temendo un patto Trump-Putin ai danni di Kiev, ucraini ed europei moltiplicano i contatti con Washington per blindare il perimetro delle possibili concessioni. Prevale la sfiducia verso Mosca, ma cresce anche la cautela verso il partner americano.

Gli obiettivi di Putin sono invariati: allentamento delle sanzioni, rinuncia dell’Ucraina alla Nato, smilitarizzazione, “denazificazione”, cioè la testa di Zelenski, ritiro da quattro regioni annesse.

Per ora Mosca ha già vinto un round: essere l’unico interlocutore di Washington equivale a un riconoscimento implicito del suo status, spendibile con Cina, India e altri attori del “Sud globale” che vedono nella Russia un contrappeso all’Occidente.

Il problema va oltre l’Ucraina: se passa il principio che i confini si cambiano con la forza, il segnale alle potenze revisioniste è un incoraggiamento. Del resto, gli Stati Uniti di Trump mostrano già tratti revisionisti: dalle rivendicazioni su Groenlandia e Canada, fino alle mire verso il canale di Panama.

Con queste premesse, per l’Ucraina e l’Europa il tema delle garanzie di sicurezza è cruciale. Kiev deve evitare che Putin, dopo una tregua, riprenda la guerra. Gli europei sostengono questa linea. Sanno che la sicurezza americana si separa sempre più da quella europea: garantire Kiev significa dunque garantire il continente.

L’esclusione di Zelenski è dunque un allarme: sicurezza e sovranità rischiano di essere decise da altri. Legittimare confini ridisegnati con la forza significa trasformare la violenza in profitto e svuotare di senso la deterrenza: il messaggio globale è che la forza paga. È un colpo alla sicurezza europea e alla stabilità internazionale. Per questo Kiev, sostenuta dai Paesi europei, propone un cessate il fuoco incondizionato, basato su tre pilastri: verifica indipendente, applicazione automatica delle sanzioni in caso di violazione e aiuti militari non negoziabili. Senza questi elementi, la tregua diventa secondo gli Ucraini merce di scambio e arma narrativa a favore dei russi.

In Alaska Mosca vuole cristallizzare vantaggi senza costi eccessivi, Washington un risultato annunciabile. Questa tensione può produrre compromessi sbilanciati.

Il vertice rischia di produrre solo un cessate il fuoco fragile, con clausole vaghe e promesse generiche, rinviando i nodi sostanziali. Nella migliore delle ipotesi, sarà l’inizio di un processo complicato. La domanda è una: l’accordo renderà più difficile o più conveniente per la Russia colpire ancora? Se la risposta è “più conveniente”, l’Alaska non avrà chiuso la guerra: ne avrà fissato solo il prezzo della prossima offensiva.


Dazi, ora Berna schiera Federer per convincere la Casa Bianca

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Aldo Fontanarosa, La Repubblica

NEGLI anni Settanta, il gioco del ping pong favorì il disgelo tra gli Stati Uniti di Nixon e la Cina di Mao. Oggi un grande ex tennista potrebbe riavvicinare l’America di Trump alla Svizzera.

Investito dallo tsunami dei dazi americani al 39%, il governo elvetico cerca un nuovo canale di dialogo con la Casa Bianca. E l’idea di mandare in avanscoperta figure dello sport non dispiace alla presidente della Confederazione svizzera, Karin Keller-Sutter.

Ai giornalisti di TeleZueri che le prospettano questo scenario, la presidente risponde: «Se personalità che conoscono il presidente avessero una conversazione con lui, noi non saremmo contrari».

Un lontano incontro

I due – Trump e Federer – per la verità non si conoscono bene. Nel 2008, hanno parlato a una festa della giornalista Anna Wintour, ex direttrice di Vogue, a New York.

Ma quel lontano incontro certo non permetterà al campione del tennis di salvare il suo Paese.

Meglio se Federer, ancora amato negli Usa, si presentasse a Trump da imprenditore a imprenditore. L’ex tennista controlla laOn, florida società che produce sneakers.

Il Mondiale negli Usa

Nel caso Federer dovesse fallire, potrebbe provare Gianni Infantino, presidente Fifa e cittadino svizzero, che ha un rapporto già più stretto con Trump dopo il Mondiale per Club giocato in estate negli Usa.

L’idea di schierare Infantino è di Roland Rino Büchel, parlamentare svizzero, membro del Consiglio nazionale.

A riportare in auge la diplomazia dello sport è stato già il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa che ha voluto con sé due ex grandi golfisti, Ernie Els e Retief Goosen, in un delicato viaggio a Washington, a maggio scorso.


Gaza, piano per nominare Samir Halila governatore

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Samir Halila è un altro Yasser Abu Shabab destinato a fare notizia per qualche giorno come il miliziano pro-Israele per poi sparire a causa della sua inconsistenza, oppure l’imprenditore palestinese emerso ieri all’improvviso come il possibile «futuro governatore di Gaza» rappresenta un progetto politico concreto di Israele, Usa e altre parti per il cosiddetto dopo-Hamas? È la domanda che si sono fatti non pochi quando ieri mattina i giornali israeliani Yedioth Ahronoth e Shomrim hanno riferito di un piano per installare un governatore «amico» a Gaza al termine dell’offensiva «definitiva» che il governo Netanyahu.

La personalità indicata è Halila Samir, un imprenditore palestinese che piace a Mossad, Arabia saudita ed Egitto e ad alcuni settori dell’Amministrazione Trump. I suoi sponsor lo descrivono come il punto di riferimento degli investimenti per 53 miliardi di dollari che, secondo il piano arabo presentato dall’Egitto mei mesi scorsi, serviranno per la ricostruzione di Gaza. Shomrim riporta anche i documenti presentati all’Amministrazione americana che parlano di Halila come un governatore che opererà sotto l’egida della Lega Araba – accettabile sia per Israele che per gli Stati uniti – e che è sostenuto da Ari Ben-Menashe, un lobbista israeliano in Canada.

Halila non è sconosciuto ai palestinesi, anche se fa parte di una imprenditoria che agisce nell’ombra. Economista ed ex alto dirigente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), è stato anche membro del Palestine Trade Center e direttore di Padico (la principale holding dell’Anp). Pur non essendo estraneo all’Anp, ieri da Ramallah gli hanno lanciato un avvertimento. «L’unica entità autorizzata ad amministrare la Striscia di Gaza è lo Stato di Palestina, rappresentato dal governo o dal suo comitato amministrativo concordato, presieduto da un ministro del governo», ha ammonito una fonte della presidenza dell’Anp. Già lo scorso marzo giravano indiscrezioni su Halila che, incontrando il presidente dell’Anp Abu Mazen, il vicepresidente Hussein Sheikh e il capo dell’intelligence Majd Faraj, si era offerto di guidare un «nuovo organo di governo» per Gaza affermando di avere il sostegno degli attori principali per il futuro della Striscia.

Tuttavia, in quella occasione, secondo il sito d’informazione Ultrapalestine, avrebbe nascosto informazioni cruciali ai vertici dell’Anp sulle intenzioni di Usa e Israele. Ecco perché qualcuno lo ha descritto come un altro Yasser Abu Shabab, in riferimento al palestinese di Gaza che, a capo di una milizia di 200 uomini, lavora per conto dell’Esercito di occupazione israeliano. Halila al contrario nega di agire con l’appoggio di Israele. «Sono una figura pubblica in generale e ho buone possibilità grazie alla mia integrità, alla mia reputazione e ai miei trascorsi, sia nel governo che come indipendente, e credo che questo possa garantire la mia accettazione da parte di tutti i partiti», ha scritto l’imprenditore fiducioso che i palestinesi non si opporranno alla sua assunzione di questo ruolo. «Devo sempre ottenere prima il consenso, o almeno l’approvazione, delle parti palestinesi. Poi potrò passare alle parti regionali come l’Arabia saudita, l’Egitto e così via”.

Il piano che, secondo Yediot Ahronot e Shomrim, Halila e i suoi sponsor hanno in mente combina ricostruzione economica, disarmo e controllo politico-civile. Ma si scontra con la realtà politica sul campo perché esclude dal governo Hamas e l’Anp, come chiede categoricamente Israele. Prevede uno schieramento di forze americane e arabe nella Striscia, l’affitto di terreni nel Sinai per realizzare un aeroporto e un porto e i diritti di estrazione del gas offshore di Gaza. Include anche l’ingresso quotidiano di 600–1.000 camion di aiuti umanitari, l’apertura di altri valichi senza restrizioni israeliane e la creazione di una nuova autorità. Halila si dice ottimista: «Israele sembra disposto per la prima volta a discutere la fine della guerra, non solo un cessate il fuoco temporaneo», ha detto riferendosi all’inviato di Trump, Steve Witkoff, che ha prefigurato un piano per porre fine alla guerra ad oltranza di Netanyahu e rimpatriare gli ostaggi israeliani. Tuttavia, questo ottimismo è antecedente alla decisione del governo israeliano di approvare il piano per occupare tutta Gaza e spingere la sua popolazione alla «emigrazione volontaria».

Oltre alle indiscrezioni e alle rivelazioni giornalistiche, ci sono movimenti reali per tenere vivo il negoziato sulla tregua a Gaza, malgrado i nuovi piani di guerra annunciati Netanyahu. L’egiziana Al-Qahera News ha riferito che una delegazione di Hamas guidata da Khalil al-Hayya, terrà colloqui con i mediatori egiziani. Il ministro degli Esteri del Cairo, Badr Abdelatty, ha confermato che l’Egitto sta cercando un «accordo globale» tra Israele e Hamas che metta fine all’offensiva di Tel Aviv.

Nell’immagine: Samir Halila


Trovare la giusta rotta nella tempesta

Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia 

Di Jacques Pilet, Bon pour la Tête

È vero che la recita teatrale di questi giorni è sbalorditiva. Se un giorno gli storici avranno accesso alla registrazione della famosa telefonata tra la presidente della Confederazione e Donald Trump, avranno di che riflettere sul ruolo della psicologia in politica. Sulla rigidità di una signora professoressa e sull’uso della rabbia da parte di un personaggio di natura irascibile. Ci sarà anche modo di analizzare i punti di forza e di debolezza di un Consiglio federale poco preparato a un tale vortice. Poco abituato a giocare tra provocazione e seduzione.

Ma guardiamo oltre. Quale direzione dare a questo piccolo Paese neutrale, da sempre aperto agli scambi? Con una quota di esportazioni pari al 40% del PIL? Si sentono voci che invocano un ripiegamento su se stessi, una risposta orgogliosa con tasse proprie e varie vessazioni antiamericane. Irrealistico e contrario alla tradizione di apertura. Pensiamo agli orologiai che vendevano orologi in Cina già nel XVIII secolo! Altre voci, al contrario, vorrebbero aggiungere ulteriori livelli di sottomissione, con regali e promesse, mantenute o meno, per placare l’ira del presunto padrone del mondo.

Annullare l’ordine degli F-35 e rimpatriare i fondi dell’AVS!

Questo burattinaio non è eterno. Nessuno sa in che stato saranno gli Stati Uniti tra qualche anno. In ogni caso, manterranno una grande importanza e la loro tradizionale ambizione imperialista. Ma sarebbe saggio porre fine al fascino che esercitano su di noi da così tanto tempo. Cominciando con il prendere le distanze nei mesi che seguiranno questo episodio surriscaldato. Esempi concreti? Annullare l’ordine degli F-35: l’aumento incessante del loro prezzo, i problemi che si accumulano, il ritardo nella consegna, sono tutte ragioni difendibili. Un’altra misura urgente è il rimpatrio del fondo di riserva dell’AVS (40 miliardi) affidato in passato all’UBS e oggi a una banca americana, la State Street Bank International, con sedi a Boston e Monaco. Un deposito diventato ad alto rischio. In caso di gravi controversie, il congelamento o il sequestro di tali somme è possibile, come previsto dalla legge.

Inoltre, la Confederazione dovrebbe mostrarsi più cauta nella gestione dei propri dati, che sono anche i nostri. Ne affida di tutti i tipi, in grandi quantità, a server americani, oltreoceano o altrove, accessibili alle autorità statunitensi e ai giganti del digitale, con precauzioni solo formali e poco credibili.

Infine, l’attaccamento alle istituzioni e alle regole internazionali deve rimanere incrollabile nonostante i colpi duri. Non dobbiamo accettare la demolizione. Due paesi, non dei minori, hanno presentato una denuncia contro gli Stati Uniti all’Organizzazione mondiale del commercio, a Ginevra: la Cina e il Canada. Senza speranza di successo, ma per sottolineare l’importanza di questa regolamentazione. La Svizzera potrebbe fare lo stesso.

Il mondo non si limita agli Stati Uniti

Politicamente, è più chiaro che mai che abbiamo bisogno di un ravvicinamento con l’Unione europea. Le esportazioni svizzere verso i suoi membri ammontano a 135 miliardi, verso gli Stati Uniti a 74 miliardi. Il nostro libero accesso ai mercati vicini è vitale. Lo stesso vale per il sostegno dei loro lavoratori nel nostro Paese. L’accordo bilaterale in vigore soddisfa questi requisiti e non minaccia in alcun modo la nostra neutralità, consentendo una diplomazia pulita. Basta vedere le divergenze di un Paese come l’Ungheria con la dottrina di Bruxelles, dove la Commissione tende a oltrepassare i propri poteri.

Il mondo non si ferma all’Europa (9% della popolazione mondiale, Russia compresa) e agli Stati Uniti (4,2%). Le nostre imprese e il nostro governo sono attivi da anni per trovare nuovi partner in Asia e in America Latina. Queste regioni hanno un potenziale considerevole, sono interconnesse e la Svizzera può inserirsi nel gioco. Ha concluso più accordi di libero scambio in Asia di qualsiasi altro paese europeo. Presto seguiranno l’India, dopo la Cina e molti altri paesi. A proposito, complimenti a Guy Parmelin, instancabile in questo campo.

Grazie all’AELS, la Svizzera firmerà il trattato del Mercosur sudamericano, purtroppo senza il Messico, potenza industriale non trascurabile, dove gli investimenti elvetici sono considerevoli. Questa apertura, accompagnata ora da protezioni ecologiche, è molto promettente, nonostante le reticenze dei nostri agricoltori, fortunatamente molto protetti. Il Brasile è il nostro primo partner in America Latina. Tende a formare un fronte antiamericano con le sue relazioni sempre più numerose e intense con l’Asia, in particolare con la Cina.

Cambiare prospettiva e percezione

Rimane l’Africa, che attira meno l’attenzione. Si vede l’Italia stringere sempre più relazioni commerciali con l’Algeria. Nulla impedirebbe alla Svizzera di fare lo stesso e anche meglio. Gli scambi attuali (283 milioni di franchi), con un saldo favorevole per noi, sono tuttavia in forte calo. Diversi paesi africani registrano tassi di crescita impressionanti, tra il 6 e l’8%: Senegal, Costa d’Avorio, Ruanda, Etiopia, Tanzania… Questi paesi ricevono investimenti di varia provenienza e molti cercano di evitare una presenza americana troppo forte. Un’opportunità per noi?

E come non toccare l’argomento tabù, le sanzioni contro la Russia? Ci privano di sbocchi commerciali e di interessanti prospettive economiche. Se un giorno venissero revocate, sarebbe una boccata d’aria fresca. Ma zitti, solo parlarne sembra sospetto ai vassalli di chi sappiamo.

Per ridurre l’importanza degli Stati Uniti, il lavoro inizia con un cambiamento di prospettiva, di percezione. Il loro enorme «soft power» ci fa credere che siano il centro del mondo e che lo dominino. Di anno in anno, questo è sempre meno vero. Smettiamo quindi di credere che la nostra salvezza dipenda dai capricci del grande capo americano.