L’acqua dolce sta scomparendo a un ritmo senza precedenti in tutto il pianeta

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Di Marta Musso, La Stampa

L’acqua dolce sta diminuendo a un ritmo allarmante. I cambiamenti climatici e l’eccessivo sfruttamento delle falde acquifere stanno infatti drasticamente riducendo le riserve di acqua dolce e al contempo contribuendo all’innalzamento del livello del mare. A riferirlo è un nuovo studio dei ricercatori dell’Arizona State University che hanno mostrato come i continenti abbiano subito una perdita d’acqua dolce senza precedenti dal 2002, minacciando, quindi, la disponibilità idrica per la popolazione mondiale. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Science Advances.

La perdita di acqua dolce

Per stimare le variazioni della quantità totale di massa d’acqua immagazzinata nei continenti, tra cui fiumi, falde acquifere sotterranee, ghiacciai e calotte glaciali, i ricercatori hanno passato in rassegna oltre un decennio di dati provenienti delle missioni satellitari US-German Gravity Recovery and Climate Experiment (GRACE) e GRACE-Follow On (GRACE-FO). Dalle analisi, il team ha scoperto che tra il 2002 e il 2024 si sono verificate drastiche riduzioni di acqua dolce. In particolare, è emerso che le aree soggette a siccità non solo stanno diventando sempre più aride, una tendenza prevista dai cambiamenti climatici, ma si stanno espandendo di oltre 800 mila chilometri quadrati all’anno, un’area grande quanto Regno Unito e Francia messe insieme.

Le 4 regioni mega aride

Il team, inoltre, ha identificato quattro regioni “mega-aride” che creano la cosiddetta fascia di siccità. Tra queste ci sono il Canada settentrionale e la Russia, dove la perdita è causata dallo scioglimento dei ghiacciai, dal permafrost e dalla riduzione della neve. Nelle altre due regioni, invece, è dovuta principalmente all’esaurimento delle falde acquifere. Si tratta, nel dettaglio, del sud-ovest degli Stati Uniti, di gran parte dell’America centrale e di una regione che si estende dall’Europa occidentale e dal Nord Africa fino all’India settentrionale e alla Cina. I ricercatori, infatti, hanno scoperto che l’esaurimento delle falde acquifere rappresenta il 68% del calo complessivo delle riserve idriche. “È impressionante quanta acqua non rinnovabile stiamo perdendo”, ha affermato Hrishikesh A. Chandanpurkar, tra gli autori dello studio. “I ghiacciai e le falde acquifere profonde sono una sorta di antichi fondi fiduciari. Invece di utilizzarli solo in periodi di necessità, come una siccità prolungata, li diamo per scontati. Inoltre, non cerchiamo di ricostituire le falde acquifere durante gli anni umidi, andando così incontro a un’imminente bancarotta di acqua dolce”.

L’innalzamento degli oceani

Le implicazioni negative di tutto questo per la disponibilità di acqua dolce sono sconcertanti. Il 75% della popolazione mondiale vive in 101 Paesi che hanno perso acqua dolce negli ultimi 22 anni. Le Nazioni Unite prevedono che la popolazione mondiale continuerà a crescere per i prossimi 50-60 anni, mentre la disponibilità di acqua dolce si sta riducendo drasticamente. Inoltre, stando ai risultati del nuovo studio, dal 2015 la perdita d’acqua dai Continenti ha causato un innalzamento del livello del mare maggiore rispetto allo scioglimento delle calotte glaciali dell’Antartide o della Groenlandia, innalzando gli oceani di poco meno di un millimetro all’anno. “Questi risultati inviano forse il messaggio più preoccupante finora sull’impatto del cambiamento climatico sulle nostre risorse idriche”, ha affermato il co-autore Jay Famiglietti. “I continenti si stanno prosciugando, la disponibilità di acqua dolce si sta riducendo e l’innalzamento del livello del mare sta accelerando. Le conseguenze del continuo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere potrebbero compromettere la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo”.

Nell’immagine: il fondo asciutto e fessurato dalla siccità dell’invaso di Scanzano (Palermo), in una immagine di archivio


Ponte sullo Stretto, perché non si può e non si deve fare

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Di Domenico Gattuso, il manifesto

Mark Twain affermava che «è molto più facile ingannare la gente che convincerla che è stata ingannata». Dunque proverò a esporre in sintesi una posizione contro il ponte di Salvini, per convincere preventivamente la nostra gente a non farsi ingannare. Pochi assunti, prevalentemente tecnici. Forse siamo ancora in tempo.

Il ponte sullo Stretto di Messina dovrebbe essere il più lungo al mondo, dovrebbe consentire il transito di mezzi gommati e treni ad alta velocità, resistere a terremoti in grado di radere al suolo le città sulle due sponde, determinare il decollo economico della Sicilia e della Calabria.

E ancora: dare concretezza a una città metropolitana dello Stretto, dare lustro universale all’Italia e attirare milioni di turisti. Un sogno? Un miraggio.

Non esiste un ponte strallato così lungo sul pianeta, la distanza massima è attualmente di 2 km (ponte stradale sullo Stretto dei Dardanelli in Turchia, 2023). Una distanza di 3,3 km fra due pilastri di estremità è una sfida pericolosa. D’altronde non vi è ancora un progetto esecutivo, quindi non si dovrebbe dare il via ai lavori. La norma si può anche aggirare, ma il rischio di fallimento è rilevante quando si opera contro le regole e il buon senso dell’ingegneria. Il progetto definitivo approvato ieri dal Cipess è un falso progetto, è quello del 2013 sottoposto a maquillage. Già soggetto a critiche serie (centinaia di pagine) ignorate dalla società Stretto di Messina e dai committenti politici.

Il ponte è posizionato nel punto peggiore dello Stretto, esposto a venti che sono diversi da quelli assunti dai progettisti; il coefficiente di sicurezza statico delle funi portanti (1,35) è alquanto modesto per un ponte di oltre 3 km che dovrebbe durare due secoli; la configurazione dei cavi (sezione e intreccio dei fili) risale a molti anni fa e non è stata studiata specificamente per la nuova opera; il sistema di appoggio dei cavi sulle selle è sbagliato. E ancora. Il ponte avrebbe le fondazioni proprio su una pericolosa faglia sul versante calabrese. In definitiva sono numerosi gli esperti secondo cui il ponte non reggerebbe. Esperti di chiara fama come Remo Calzona e Mario De Miranda concordano sulla progettualità sbagliata dell’opera.

Sono davvero pochi i ponti strallati di grandi luci su cui è ammesso il transito di treni; il record attuale è di appena 1,38 km (ponte Tsing Ma, Hong Kong). Il transito di un convoglio ferroviario pone problemi di stabilità delicati e i rischi di deragliamento sono elevati; inoltre i raccordi ferroviari in pendenza e con curvature accentuate imporrebbero una velocità di circolazione ridotta. La spinta del vento potrebbe far oscillare pericolosamente l’impalcato, al punto che si prefigura uno stop al transito dei veicoli. In caso di conflitti armati il ponte sarebbe un ovvio e facile bersaglio.

Qualcuno asserisce che il ponte potrebbe determinare il decollo economico della Sicilia e della Calabria e dare concretezza a una città metropolitana dello Stretto. Il primo assunto è tutto da dimostrare, molti studi autorevoli evidenziano l’assenza di correlazione diretta tra ponte e sviluppo economico. L’effetto cucitura per Messina, Reggio Calabria e Villa S. Giovanni invece è una chimera, atteso che il ponte con i suoi raccordi lunghi e lontani dai centri urbani costituirebbe un vero e proprio by-pass, marginalizzando l’area metropolitana dello Stretto. D’altra parte i costi di viaggio (temporali e monetari) fra Reggio e Messina sarebbero maggiori di quelli odierni.

Va sfatata anche la leggenda dei rilevanti flussi di traffico che potrebbero circolare attraverso il ponte. A parte l’effetto negativo in termini di inquinamento determinato da una crescita sostanziale dei mezzi gommati, la verità è che, nonostante stime gonfiate artificiosamente dai progettisti (il trend è negativo da decenni), il grado di saturazione dell’infrastruttura nelle ore di punta di un giorno medio non andrebbe oltre il 20%, ovvero la capacità dell’infrastruttura sarebbe ampiamente sovradimensionata e al di fuori di ogni logica tecnico-economica. Le merci viaggiano sempre più via mare e i siciliani preferiscono di gran lunga l’aereo.

Sono gonfiati i potenziali di occupazione prefigurati dai promotori del ponte. I livelli occupazionali sarebbero minimi, trattandosi solo di manodopera specializzata ed essendo molte attività affidate alle macchine; la principale fonte di lavoro per le maestranze locali sarebbe rappresentata dai movimenti terra, con centinaia di camion che dovrebbero dare seguito a un’operazione di distruzione del territorio dello Stretto senza precedenti al mondo.

Sono migliaia le famiglie che si vedrebbero espropriate delle loro case. E non solo in adiacenza al ponte, ma anche in ambiti più lontani; ad esempio a Sud di Messina saranno sventrati interi quartieri. In assenza di un progetto esecutivo non si può procedere con gli espropri, intanto però si fa terrorismo psicologico su migliaia di abitanti.

Un territorio tra i più belli al mondo potrebbe essere devastato per l’ambizione e la visione sciagurata di un ministro e un ceto politico che guarda al breve. Quali reali interessi si celano dietro un progetto scadente, rischioso, costosissimo, che produrrebbe assai più danni che benefici? Che non persegua il bene comune ma l’interesse privato è certificato dalla penale da 1,5 miliardi che lo Stato dovrebbe pagare all’impresa di costruzione nel caso in cui l’opera non venga realizzata. Quando abitualmente non è l’ente pubblico ma sono le imprese ad essere sottoposte a penali per la mancata o errata realizzazione dell’opera.

Nell’immagine: plastico del ponte sullo Stretto di Messina


Happy birthday

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 


Sergio Rossi – La Svizzera deve sfruttare meglio il suo posizionamento economico negli USA

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Boom dell’export italiano verso la Svizzera

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Di Daniele Mariani, tvsvizzera.it

Dopo due anni caratterizzati da una certa stabilità, le esportazioni italiane in Svizzera sono fortemente aumentate nei primi sei mesi del 2025, stando a un primo bilancio del commercio estero extra-UE presentato martedì dall’Istat.

Tra gennaio e giugno la crescita è stata del 13,4% rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente, mentre solo per il mese di giugno l’incremento si è attestato al 18,4%.

Si tratta della progressione più elevata per l’interscambio commerciale coi Paesi extra UE. A titolo di paragone, l’aumento complessivo dell’export italiano con questo gruppo di Stati è stato dell’1,3% nel primo semestre di quest’anno.

“Si conferma la capacità di tenuta delle esportazioni nazionali in un contesto internazionale complesso, ha dichiarato in una nota il ministro degli esteri Antonio Tajani, commentando i dati globali. Il saldo commerciale è in attivo per 24,4 miliardi di euro. L’andamento dell’export ci spinge a proseguire con la strategia del nostro Piano Export per diversificare i mercati di sbocco per i nostri prodotti”.

Quinto mercato per l’export italiano

Con una quota del 4,8%, la Confederazione si conferma il secondo Paese di destinazione al di fuori dell’UE per i beni Made in Italy, dietro agli Stati Uniti (10,4%), ma davanti a potenze economiche del calibro del Regno Unito (4,4%) o della Cina (2,5%).

Prendendo in considerazione anche i Paesi dell’Unione Europea, la Svizzera, con un volume di oltre 30 miliardi di euro, si situava al quinto posto per l’export italiano alla fine del 2024.

Nel contempo, le importazioni italiane dalla Svizzera hanno registrato un leggero calo (-0,3%). Come si può vedere dal grafico successivo, il saldo commerciale resta ampiamente positivo per l’Italia.

Nei primi sei mesi del 2025, la bilancia era di oltre 8,4 miliardi di euro a favore dell’Italia. Se la tendenza dovesse confermarsi anche nel prossimo semestre, alla fine del 2025 il record di 16 miliardi di euro registrato nel 2021 potrebbe essere superato.

Quali prodotti esporta l’economia italiana?

Secondo le cifre dell’Ufficio federale delle dogane e della sicurezza dei confini, la più importante voce dell’export italiano verso la Svizzera sono i prodotti farmaceutici, seguita da pietre e metalli preziosi e macchine e apparecchi meccanici.

Malgrado lo spostamento della produzione all’estero, nel 2024 l’esportazione di automobili e accessori continuava a rappresentare una parte significativa dei beni Made in Italy venduti nella Confederazione.

Infine, l’Italia rimane di gran lunga il principale fornitore di beni alimentari del mercato elvetico.


La bomba che ci tiene in pugno: ottant’anni fa il disastro nucleare a Hiroshima e Nagasaki

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Di Gabriella Greison, La Stampa

C’è un anniversario che pesa più del piombo. Ottant’ anni da Hiroshima. Il tempo passa, il cratere resta.

Ogni “bomba” detta a caso lo riapre un po’. Perché Hiroshima non è solo una città. È una biforcazione. Prima: la fisica era gioco, stupore, bellezza. Dopo: è diventata anche paura, colpa, responsabilità.

La fisica è nata per capire come funziona il mondo. Dalla mela di Newton ai quanti di Planck. Una disciplina che svela l’universo pezzo dopo pezzo. Un amore per le leggi invisibili. Un ballo tra numeri e meraviglia. Chi studia fisica lo fa per migliorare la vita delle persone. Ma l’universo, si sa, è pieno di sorprese. E di generali. Il paradosso è tutto qui: la scienza costruisce ponti per la conoscenza. E poi qualcuno li usa per farci passare sopra un missile.

Progetto Manhattan. Tutti quei fisici abituati a maneggiare simboli e particelle, hanno avuto un momento di vertigine. Quando la teoria si è fatta fuoco. Quando l’ipotesi ha avuto un cratere.

C’è chi si è pentito. Chi ha provato a fermare tutto. Chi ha firmato la petizione per lo sgancio della bomba in mare aperto a solo scopo dimostrativo (l’83 per cento degli scienziati).

Ma il punto è un altro. I fisici hanno avuto la visione. I politici, la volontà. I militari, l’azione. Il risultato è stato un abisso nella fiducia. E quando hai messo in moto qualcosa che non si può più fermare, la responsabilità non si dissolve tra le pagine dei manuali.

Il 6 agosto 1945, ore 8:15. Una città si sveglia. Ma non tutti arrivano al caffè. Il cielo è terso. Una giornata limpida, quasi gentile. Poi, la luce. Una luce sbagliata. Non del sole, ma dell’uomo.

Little Boy cade. Ma non è un bambino. È un ordigno di uranio progettato con l’intelligenza più raffinata del mondo. E con l’ingenuità più spaventosa della Storia. Duemila e duecento morti, tra Hiroshima e Nagasaki. Corpi evaporati, ombre impresse sui muri, e chiavi nelle serrature senza più porte né case.

Per la prima volta l’uomo ha visto cosa succede quando la teoria quantistica incontra l’intenzione bellica.

Hiroshima non è un errore. È una scelta. Una dimostrazione pratica che l’umanità è capace di tutto, anche del proprio annientamento, con eleganza matematica.

Il fungo nucleare ha fatto più che distruggere. Ha cambiato il senso stesso della scienza. E da allora, ogni formula porta con sé una domanda: «Che uso ne faremo?». Anche per l’intelligenza artificiale infatti sta avvenendo la stessa cosa.

E ora arriva la parte più grottesca di questa storia: quella stessa bomba, che ha fatto migliaia di vittime innocenti, ha finito per salvare milioni di vite durante la Guerra Fredda. Perché da Hiroshima e Nagasaki in poi, nessuno ha più osato usarla. L’hanno costruita, mostrata, testata, persino sbandierata. Ma mai più sganciata. Perché se ce l’hai tu, e ce l’ho anch’io, e siamo entrambi abbastanza pazzi… allora forse restiamo calmi. La chiamano «mutua distruzione assicurata». Un nome rassicurante per una follia condivisa.

E così viviamo da ottant’anni in un equilibrio instabile, mantenuto non dal dialogo, ma dal terrore.

La bomba è diventata una minaccia per tenerci vivi. Non è pace. È apnea.

Ottant’anni dopo Hiroshima, c’è ancora chi dice “bomba atomica” con l’entusiasmo di chi annuncia un nuovo elettrodomestico. Trump l’ha fatto più volte: prima da presidente, poi da influencer del disastro. Putin la accarezza come fosse un animale domestico da addestrare a colpire.

Kim Jong-un la porta in giro come una torta di compleanno che esplode a comando. E nel frattempo, altri piccoli capi di Stato (che sognano di diventare grandi) sognano testate nucleari come si sognava la Vespa negli anni Sessanta.

Perché lo fanno? Perché nominano la bomba, la tirano fuori ogni tanto, la fanno sfilare sulle pagine dei giornali, e poi la rimettono nel cassetto? Perché fa paura. E la paura è potere. Usare la bomba come minaccia è il modo migliore per catalizzare attenzione e far credere all’umanità che qualcuno ha ancora il dito sul bottone. Che siamo tutti tenuti in scacco. Che dobbiamo restare buoni. Che non dobbiamo disturbare il manovratore.

Nel 1955, due uomini decidono che è il momento di parlare. Non con le armi. Non con i dati. Ma con la ragione. Bertrand Russell, filosofo armato di logica, e Albert Einstein, il padre di E=mc², che conosce benissimo le conseguenze del proprio genio. Scrivono un manifesto. Lo firmano insieme.

Un appello all’umanità: «Si apre difronte a noi, se lo vogliamo, un continuo progresso, in felicità, conoscenza e saggezza. Sceglieremo invece la morte perché non sappiamo mettere fine alle nostre contese. Ci appelliamo come esseri umani ad altri esseri umani, ricordate la vostra umanità, e dimenticate tutto il resto. Se riuscirete a farlo, la via sarà aperta verso un nuovo paradiso; se non ci riuscirete, vi aspetta il rischio della morte universale». Da sottoscrivere anche adesso, io lo faccio.

Cosa abbiamo imparato in ottant’anni? Che la scienza può salvare o distruggere, dipende da chi la usa. Che non è il volume delle armi a renderci forti, ma la misura della nostra umanità. E che non tutto ciò che possiamo fare… dobbiamo farlo.


A Hiroshima parla il silenzio

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Di Chiara Valerio, La Repubblica

Hiroshima

Quali fossero i motivi iniziali, o l’occasione, arrivata in Giappone mi sono resa conto di esserci andata per vedere Hiroshima. Le ragioni erano varie, e forse generazionali. In effetti, avvicinandomi a Hiroshima — seduta nella carrozza 11 di uno Shinkansen da Kyoto — pensavo a Kenshiro e a Günther Anders.Nati alla fine degli anni Settanta, abituati ai cartoni giapponesi e studenti di scuole pubbliche zeppe di professori non spaventati dal sottoporre testi ardui (e talvolta incomprensibili), cresciuti in province dove l’edicola rappresentava la principale fonte culturale, siamo addestrati a connettere un anime anni Ottantaambientato negli anni Novanta del XX secolo, in un mondo distrutto dalle esplosioni atomiche, e i saggi e la corrispondenza di un filosofo che aveva intuito quanto la bomba atomica non avesse sancito la fine della guerra, ma l’avesse spostata su un altro piano. Così, mentre il treno si ferma nella stazione di Hiroshima,sto nella diatriba tra le scuole di Hokuto e Nanto e gli esseri umani padroni dell’Apocalisse, che con la bomba atomica possono cancellare futuro e passato. Tutto questo prima di mettere piede a Hiroshima.

Ne La pioggia nera (Marsilio, traduzione di Luisa Bienati), Ibuse Masuji scrive: «Bomba atomica pare sia il nome esatto… Un’invenzione spaventosa. Dicono che da ora e per 75 anni a Hiroshima e a Nagasaki non crescerà più neanche l’erba…». In un racconto intitolato L’iris impazzito (appena pubblicato nella raccolta intitolata Il giorno zero dell’essere umano dove Luisa Bienati assembla racconti inediti della letteratura giapponese sull’atomica insieme ai discorsi del comitato del Nobel e del portavoce dei sopravvissuti dell’atomica a cui è stato assegnato il Nobel per la pace nel 2024), Ibuse Masuji scrive: «L’iris che fiorisce in questo stagno è folle e appartiene a un’epoca di follia!».

Su Hiroshima non cade la pioggia nera e non vedo fiori oltre misura, l’erba cresce, sono trascorsi ottant’anni dalle bombe e c’è un sole caldo e offuscato da nuvole e smog. C’è il vento. Le strade larghe, i palazzi alti e i cavi elettrici formano un fitto garbuglio a varie altezze. Uscita dalla stazione, mi guardo intorno, cerco un ufficio informazioni e riesco a capire quale tram mi porterà nel parco sorto intorno all’epicentro della bomba. Vorrei avere con me un contatore Geiger per misurare quanto la terra sia ancora radioattiva. Più mi avvicino, però, più il contatore Geiger diventa il mio cuore, i battiti aumentano, le chiome degli alberi sostituiscono facciate e tetti, e, nonostante il traffico, umano e meccanico, percepisco solo il silenzio.

L’A-Bomb Dome, oggi Hiroshima Peace Memorial, somiglia a un dente cariato, tra i ruderi volano gli uccelli, e i ragni tessono le tele, baluginano in controluce. Altri turisti, come me, cappellini a visiera, zaini, macchine fotografiche, forse anche il loro cuore è un contatore Geiger, nessuno parla. Sarà il fiume che scorre a fianco, l’isola, forse artificiale, che divide i due bracci d’acqua, ma sembriamo sott’acqua. Tutto è muto. Non sento niente. Nemmeno un telefono. E il silenzio aumenta fino a diventare spesso, denso, soffocante, nel museo della bomba. Il museo ha un percorso obbligato, un crescendo di oggetti ti ricorda che, praticamente tutto, sopravvive più di te, orologi, abiti, gavette per il cibo.

Nel museo ci sono fotografie, storie e la Storia, un plastico che mostra esplosione e raggio della bomba, in scala. Su tre alti gradini di pietra, sta un’ombra. Ciò che rimane di un corpo umano seduto su un gradino a poche centinaia di metri dall’epicentro. Uscita dal museo, camminando in direzione della fiamma perenne che brucia per ricordare ciò che è successo e perché non si ripeta, penso alle nostre minacce atomiche, ancora dunque a Günther Anders, all’equilibrio che il terrore rappresenta, e mi allontano, quasi corro. Mi colgono i tocchi di una campana.

Bambini, adulti, giapponesi, non giapponesi suonano una campana, un monito anche questo, perenne pure il suono visto il numero di visitatori silenziosi, intorno alla campana e alla sua corda, bugigattoli di vetro stipati di origami, uccelli e rane, uccelli soprattutto, e fiori anche, di carta. Pensieri per chi c’è stato e non c’è più. Pensieri perché non tentiamo di autodistruggerci, nonostante ne siamo capaci. Scegliere di non fare quando sempre più l’esistenza è fare, mostrare. L’ultimo problema della distruzione. La sua rappresentazione in diretta. Per i like. Ecco, da Hiroshima si impara il silenzio.

Nell’immagine: visitatori al Memoriale della Pace di Hiroshima

 


Tramontata la deterrenza, resta solo l’atomica

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Di Francesco Strazzari, il manifesto

«Quel colpo pose fine alla guerra… non voglio usare l’esempio di Hiroshima e Nagasaki, ma fu la stessa cosa…». Così parlava Trump applaudendo il «lavoro fenomenale» svolto dalle sue superbombe contro gli impianti nucleari iraniani.

Il presidente Usa pubblicava poi un messaggio dell’ambasciatore israeliano che gli tributava il ruolo di scelto da Dio, paragonandolo al presidente Truman nel 1945. Alla fine di quell’anno, in Giappone si contarono circa 140mila morti; altre decine di migliaia si aggiunsero a causa degli effetti a lungo termine di un bombardamento atomico per il quale i giapponesi non hanno mai ricevuto le scuse.

Dai campi di battaglia ucraini – sui quali continua la mobilitazione e il corrispondente accumulo di cadaveri – alla devastazione genocida di Gaza – che offre all’occhio uno scenario post-atomico – le guerre di oggi ci riportano alla dimensione della massa e dei grandi numeri.

I nove stati dotati di atomica spendono miliardi di dollari per modernizzare e ampliare gli arsenali. In Ucraina, la Russia ha dato sfoggio ai propri missili ipersonici. Più volte Putin ha cercato di trasmettere la minaccia atomica, per far temere che, se la guerra prende una piega sfavorevole, potrebbe arrivare, nonostante i moniti cinesi, a rompere il tabù vigente dal 1945. Giorni fa, in risposta a una velata minaccia nucleare da parte dell’ex presidente Medvedev, Trump ha dato ordine di avvicinare due sottomarini nucleari alla Russia. Medvedev ha risposto con il seguente messaggio: «Trump non dovrebbe pensare che l’archivio video delle sue immoralità passate sia solo nelle mani del Mossad».

Come scrive il Guardian, siamo minacciati da leader che sono «versioni ambulanti della triade nera – narcisismo, psicopatia e machiavellismo – in un mondo minacciato da crisi climatica, armi nucleari, intelligenza artificiale e robot killer». Il contesto vede la spesa globale per la difesa raggiungere nel 2024 i 2,46 trilioni di dollari, con un aumento del 7,4% in termini reali, ben superiore agli incrementi del 6,5% e del 3,5% già registrati nel 2023 e nel 2022. Per significativa coincidenza, del 7,4% è anche l’aumento del budget militare cinese, mentre in Europa si registra un 11,7% (con picco del 23,2% in Germania) e in Russia un 41,9%. Si tratta di stime dell’Iiss di Londra, che esprime seri dubbi sulla sostenibilità economica, sociale e climatica di questo trend.

Qualcuno ricorda il presidente Obama a Praga nel 2009 parlare di un mondo libero dalle armi atomiche? La logica paradossale che reggeva la Guerra Fredda, secondo la quale essere pronti a scatenare l’apocalisse nucleare serve a prevenirla, sembrava un ricordo sbiadito. E invece abbiamo assistito al deterioramento, fino al collasso, dei meccanismi di controllo degli armamenti. Torniamo a parlare di guerra nucleare e di guerra come grandi numeri. Il New Start, l’ultimo trattato che limita le armi nucleari, scadrà il prossimo febbraio, senza che sia in vista un sostituto: Usa e Russia non saranno più vincolati dal limite di 1.550 testate strategiche, mentre gli sviluppi tecnologici (comunicazioni, satelliti, vettori ipersonici) e il protagonismo nucleare cinese (proiettato verso le mille testate) destabilizzano i calcoli della deterrenza.

Negli Usa si discute dei costi spropositati degli scudi missilistici e dell’utilità della capacità nucleare terrestre. I silos di lancio dei missili intercontinentali, essendo noti, diventano un obiettivo prioritario. Davanti a un attacco ipersonico, il presidente avrebbe pochissimi minuti per decidere se usare i propri missili per rispondere o rischiare di perderli. Il risultato sono maggiori rischi di errore di calcolo e di escalation.

La regione Indo-pacifica, su cui si concentra il tatuatissimo segretario alla difesa Usa, offre scenari di guerra con la Cina solcati da navi e punteggiati da basi aeree su piccole isole. Qualcuno pensa possibile, qui, una «guerra nucleare combattuta» con atomiche a basso potenziale. Ma non si tratta solo di speculazioni. I bombardieri strategici russi, tenuti esposti in ottemperanza ai trattati, sono già stati raggiunti e colpiti dai droni ucraini. Nel momento in cui questi attacchi sono visti come un proxy del nemico atlantico, lo scontro è già innescato. I recenti scontri tra Pakistan e India hanno fatto temere il rischio di un’escalation a 360 gradi (dal terrorismo all’atomica) in una regione ad alta densità di popolazione. Nell’Europa delle potenze nucleari francesi e britanniche, il dibattito prende la piega dell’autonomia strategica e dell’ombrello nucleare. Per dirla senza mezzi termini: se l’Ucraina perde la guerra, con convergenze tra Mosca e Washington e crescita ulteriore delle destre sovraniste, i problemi che l’Europa dovrà affrontare saranno molto seri anche sul versante nucleare.

Trump ha espresso il desiderio di dimezzare le spese militari tramite colloqui con la Cina e la Russia, ma si è trattato di una boutade: né Pechino né Mosca hanno preso sul serio l’offerta, mentre l’establishment repubblicano ritiene che ci sia bisogno di più armi nucleari e – in linea con la revisione della postura voluta da Trump nel 2018 – di più flessibilità nel pensare anche a scenari regionali. Biden non ha invertito la rotta, lasciando in eredità una forte espansione degli arsenali atomici.

Anche sul versante civile siamo in piena era di rinascita nucleare, che l’industria presenta come guidata dalla spinta verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio, proiettandola verso il Sud del mondo, come dimostrano gli investimenti annunciati in Paraguay e in Uganda.

A ottant’anni dai bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, la Croce Rossa internazionale dichiara che le armi nucleari non devono mai più essere utilizzate e vanno eliminate prima che la storia si ripeta. Sono in pochi a parlare di controllo degli armamenti e in molti a sparare sulla croce rossa.


Netanyahu ha vinto. L’esercito realizzerà l’occupazione di Gaza

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Sul tavolo della riunione durata tre ore, del gabinetto di sicurezza ridotto, ieri non c’erano i piani e le strategie su come sconfiggere la fame che soffrono oltre due milioni di civili di Gaza. Da quando Benyamin Netanyahu il 27 luglio è stato costretto, dalle pressioni internazionali, a far entrare più aiuti umanitari, nella Striscia sono giunti 769 autocarri carichi di generi di prima necessità – in media 84 al giorno -, ma molti di essi sono stati saccheggiati da folle di disperati e bande criminali e non sono mai arrivati ai punti di distribuzione. Ne servono almeno 600 al giorno ripetono le Nazioni unite. A ben poco sono peraltro serviti i lanci di cibo con i paracadute da parte di sei paesi. La carestia e la malnutrizione non sono affatto superate, anzi (hanno ucciso almeno 180 persone tra cui oltre 90 bambini). Eppure, al centro dei colloqui che il premier israeliano ha avuto ieri con il Capo di stato maggiore Eyal Zamir, il ministro della Difesa Israel Katz e quello degli Affari strategici Ron Dermer e il capo della Direzione delle operazioni dell’esercito Itzik Cohen, c’erano le mappe e i piani dettagliati elaborati dai comandi dell’esercito per una nuova catastrofica offensiva militare e l’occupazione totale di Gaza.

Netanyahu ha vinto, la sua offensiva «finale» si farà riferivano ieri i media locali,  nonostante la contrarietà di Zamir all’occupazione della Striscia – dettata in verità solo da considerazioni di carattere militare -, il primo ministro è ora sicuro di avere l’approvazione nei prossimi giorni dell’interno gabinetto di sicurezza. Ieri pomeriggio l’ufficio di Netanyahu ha diffuso un comunicato: «l’esercito è pronto a portare avanti qualsiasi decisione del gabinetto di sicurezza». Due giorni fa il premier aveva avvertito: «Se il Capo di stato maggiore non è d’accordo, può dimettersi»,  innescando un’ondata di reazioni all’interno dell’establishment israeliano. In ogni caso il Comandante militare ha ceduto e non si dimetterà.

Visitando il Comando meridionale, comunque Zamir ha ribadito la sua linea: l’esercito non «governerà» milioni di civili palestinesi. Piuttosto dovrà lanciare azioni mirate, accompagnate da un’ulteriore segmentazione della Striscia per isolare Hamas e altri gruppi della resistenza palestinese – che nel frattempo continuano a infliggere perdite agli israeliani – e contenere i rischi per i soldati e gli ostaggi. Secondo il piano messo a punto dal comandante della Divisione Operazioni, Itzik Cohen, e dal capo del Comando meridionale, Yaniv Asor, l’esercito vorrebbe concentrare i presunti «attacchi mirati» nel centro della Striscia, a Gaza City e nei campi profughi circostanti. A guidare i raid terrestri sarà la Divisione 99, già schierata nella zona, mentre gran parte della nuova offensiva, come sempre, sarà affidata all’aviazione che ha già raso al suolo Gaza: ieri bombe e cannonate hanno ucciso almeno 74 persone, tra cui 51 richiedenti aiuti. I filmati realizzati a bordo degli aerei che hanno lanciato aiuti alla popolazione, mostrano Gaza come Hiroshima polverizzata 80 anni fa dal lancio della bomba atomica americana.

I media riferiscono che la valutazione dello Stato maggiore è chiara: Israele già controlla il 75% di Gaza ma un’invasione totale vedrebbe mesi di attacchi e almeno altri due anni per neutralizzare l’infinita rete di tunnel sotterranei di Hamas. Invece Netanyahu, forte dell’appoggio di Donald Trump, vuole «vincere», anche a costo di mettere a serio rischio la vita degli ostaggi, come temono le loro famiglie. La vita dei civili palestinesi ha già dimostrato ampiamente di non tenere in alcun conto. Secondo le indiscrezioni raccolte dal giornale Yedioth Ahronoth, il premier vuole da Zamir una strategia per il controllo permanente dell’intera Striscia nella prospettiva di un’amministrazione diretta post-Hamas. Il ministro per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha perciò invocato un atto di obbedienza totale da parte di Zamir: «Deve chiarire che eseguirà ogni istruzione dell’esecutivo politico». Invece il suo collega alla Difesa, Israel Katz, pur essendo un fedelissimo di Netanyahu non può non tenere conto dei dubbi dell’esercito. Visitando ieri il centro della Striscia ha parlato soltanto di «creazione delle condizioni necessarie per sconfiggere Hamas e riportare a casa gli ostaggi».

Dietro le quinte sta emergendo un’altra ipotesi: la costruzione di una «cintura di sicurezza» in alcune aree strategiche, definite da Israele «Alture 70», che vedrebbero un «presidio militare permanente» a presunta «protezione» delle comunità israeliane del sud. È una versione del piano di conquista totale più presentabile agli alleati occidentali di Israele. Il fronte interno intanto ribolle. Oltre alle famiglie degli ostaggi (o a una parte di esse), anche il movimento sionista Fratelli d’Armi, composto da ex soldati ed ex ufficiali, ha denunciato l’inutilità strategica dell’attuale offensiva e l’incapacità di ottenere risultati concreti sul fronte degli ostaggi. «Le promesse sono tutte menzogne», ha dichiarato uno dei suoi fondatori, Eyal Naveh, ricordando l’enorme costo della guerra, l’isolamento diplomatico di Israele e la crisi di fiducia tra i cittadini. Critiche condivise da alcuni ex alti ufficiali, come Nimrod Sheffer, che ha definito «catastrofica» la decisione di Netanyahu. Malgrado i «successi» annunciati dai comandi militari dopo la distruzione di tunnel sotterranei a Khan Yunis. Rafah, Beit Hanoun e Jabaliya, l’esercito, sottolineano diverse fonti, è al limite delle forze. Attualmente sono presenti solo quattro comandi divisionali a Gaza – contro i cinque previsti – e le unità di riserva stanno esaurendo energie e motivazioni. Ma Netanyahu, sorretto da Trump, ha un solo obiettivo: annientare Gaza e aprire le sue porte alla «emigrazione volontaria» (la pulizia etnica) dei suoi abitanti.

Nell’immagine: il premier israeliano Benyamin Netanyahu durante una visita alla base di reclutamento di Tel HaShome


Da Gaza alla Siria, deportazioni di massa per Stati etnicamente puri

Questa drastica diminuzione, dovuta principalmente allo sfruttamento delle falde acquifere, è una minaccia per la sicurezza alimentare e idrica per miliardi di persone in tutto il mondo 

Di Lorenzo Trombetta, il manifesto

Mentre il governo israeliano si prepara a occupare tutta Gaza con la presenza di soldati sul campo, di fronte alla crescente condanna internazionale per la politica di Tel Aviv è sempre più comune leggere proposte per una deportazione di massa dei palestinesi per metterli in salvo dalla sistematica opera di annientamento fisico.

Chi avanza questi propositi si dice mosso dalla necessità di salvare la vita dei civili palestinesi. Mentre alcuni dei governi europei vicini a Israele giocano la carta del «riconoscimento dello Stato di Palestina» e altri ribadiscono l’attaccamento al principio dei «due Stati per due popoli», si prepara l’opinione pubblica all’idea che, nei fatti, a est del Mediterraneo l’unica forma di organizzazione politica della società sia quella di stati omogenei dal punto di vista comunitario: di nazioni abitate da «popoli di razza pura».

SE PER SALVARE i palestinesi da Gaza (e domani dalla Cisgiordania) è bene deportarli altrove, questi territori potranno diventare più facilmente parte di Israele, «Stato per gli ebrei» così come è stato ribadito nella legge del 2018. L’ipocrisia dei «due Stati due popoli» è dunque sostituita dalla realtà di uno Stato che, in attesa di capire cosa ne sarà dei palestinesi con passaporto israeliano, aspira a essere etnicamente puro.

Questo modello è però agli antipodi del modello di governo incarnato nelle costituzioni di gran parte dei paesi europei. Si apre così una visione schizofrenica della realtà: per casa nostra si difende il principio di uguaglianza al di là delle appartenenze; per i nostri vicini dall’altra parte del mare si finisce per sdoganare lo Stato esclusivo e discriminatorio.

Con altrettanta disincantata schizofrenia si annota sul libro contabile lo smembramento definitivo, su base comunitaria, degli altri territori che collegano il Mediterraneo alla Mesopotamia. Come se queste geografie – note sugli atlanti moderni come Libano, Siria, Iraq – non facessero parte del nostro bagaglio storico, culturale, politico, commerciale. Come se gli abitanti di queste contrade non fossero i nostri dirimpettai di civiltà.

Con questo candido atteggiamento si riesce ad assistere indifferenti al massacro, lo scorso marzo, in meno di una settimana, di circa 1.500 civili siriani (sì, erano alawiti, ma prima di tutto erano siriani, nostri vicini di casa), tra cui donne, bambini e anziani, per mano di milizie ora al potere a Damasco. L’attacco agli alawiti siriani è avvenuto nel contesto della violenta transizione in corso nel paese dopo più di mezzo secolo di dittatura da parte del regime degli Assad e dopo 14 anni di guerra intestina. Quei crimini di massa non sono però parte del passato ma del presente. E sono avvenuti sulle coste del nostro Mediterraneo.

CON LO STESSO PLACIDO realismo, si dormono sonni tranquilli nel leggere delle uccisioni sistematiche, anche in questo caso in meno di una settimana, da parte di altri miliziani governativi di altre centinaia di civili siriani (sì, erano drusi, ma prima di tutto erano siriani, nostri vicini di casa) nella regione di Sweida, da tempo nelle mire di Israele, che ha esteso nei mesi scorsi il raggio della sua occupazione a est del Golan.

A seguito delle violenze a Sweida e dintorni, l’Onu ha documentato lo sfollamento di circa 150mila civili, sia drusi sia beduini in fuga da interi villaggi dati alle fiamme, teatro delle violenze perpetrate, di fatto, nell’indifferenza della politica europea. Lo sfollamento massiccio dei beduini da alcuni quartieri di Sweida città e quello contrapposto di drusi dalla regione a nord-ovest del capoluogo meridionale si inseriscono nel processo – legittimato da chi propone la deportazione ‘umanitaria’ dei palestinesi da Gaza – di creazione di entità politiche statuali e sub-statuali omogenee dal punto di vista comunitario. Da una parte i drusi, dall’altra i beduini. Le aree miste vanno abolite.

A sovrintendere a questa partition nel sud della Siria è stato chiamato dal nuovo potere di Damasco – sostenuto da Stati uniti, Turchia e paesi arabi del Golfo – Ahmad Dalati, responsabile della sicurezza di tutto il quadrante meridionale siriano e già indicato come l’ufficiale di collegamento tra Damasco e Israele.

Dalati ha 40 anni. E incarna, suo malgrado, il risultato politico della violenta spartizione comunitaria. La stessa che si vuole attuare a Gaza e in Cisgiordania. Dalati è originario di una regione a ovest di Damasco che si era subito rivoltata al regime siriano nel 2011. Dopo aver preso parte alle proteste pacifiche anti-governative, è spinto quasi fisiologicamente a seguire il percorso di militarizzazione e radicalizzazione della rivolta siriana.

L’allora 25enne si arruola nelle file di un gruppo radicale sunnita attivo alla periferia est di Damasco; e, poi, partecipa alla resistenza della sua zona natale assediata – e affamata – dagli Hezbollah libanesi e dalle forze di Assad. L’assedio – non chiamatelo «blocco» – finisce con la sconfitta dei locali e con la loro deportazione – non chiamatela «esfiltrazione» – verso l’estremo nord-ovest siriano, a Idlib. Da lì, Dalati fa carriera, avvicinandosi al futuro astro nascente della politica siriana, l’attuale raìs Ahmad Sharaa.

L’ARRIVO DI DALATI a Idlib assieme a migliaia di altri resistenti e civili di Wadi Barada avvenne con un vero e proprio scambio di popolazione. In forza di un accordo allora mediato dall’onnipresente Qatar, solo dieci anni fa, nel 2015, gli sciiti di due località attorno a Idlib – Fuaa e Kafraya – vengono deportati nelle zone governative vicino Damasco e sono ancora oggi sfollati; mentre i sunniti, come Dalati, finiscono nell’allora scatola nera di Idlib, al confine con la Turchia.

E oggi sono al potere a Damasco, promuovendo di fatto, forse inconsapevolmente, la stessa logica esclusivista e discriminatoria proposta da chi, in Europa, immagina – con o senza foglie di fico umanitarie – la pulizia demografica dei palestinesi da Gaza e Cisgiordania a favore di Israele.

Per fermare E questo processo c’è invece bisogno di invertire la sequenza. E l’unica soluzione nel medio e lungo termine passa per la creazione a est del Mediterraneo di entità statuali basate su un modello locale di cittadinanza – non importato dall’esterno né imposto sulla punta delle baionette – fondato sul principio di uguaglianza, di pari diritti e doveri al di là delle appartenenze; e dove la gestione delle risorse e la distribuzione dei servizi siano affidate a sistemi di governo inclusivi, trasparenti ed esposti al costante controllo da parte di organi giudiziari non sottomessi al potere politico.

Un processo che oggi appare fantascientifico. Ma che può essere promosso invece di sostenere retoriche e pratiche che finiranno per fagocitare anche noi.

Nell’immagine: Palestinesi sfollati da Shujayea, nel centro di Gaza