A 70 miglia dall’incognita

Nell'accavallarsi di posizioni, interferenze, distinguo, minacce, raccomandazioni e "piani di pace" la flottiglia avanza, e il momento della verità si avvicina 

Messaggio di Vanni Bianconi inviato la mattina del 30 settembre dalla barca Wahoo

La posizione delle imbarcazioni


Un piano di pace o un grande bluff?

Nell'accavallarsi di posizioni, interferenze, distinguo, minacce, raccomandazioni e "piani di pace" la flottiglia avanza, e il momento della verità si avvicina 

Si ripete spesso una battuta di Abba Eban, ex ministro degli esteri dello Stato ebraico: “I palestinesi non hanno mai perso un’occasione di perdere un’occasione”. Mille volte citata. Entrata nella narrazione ufficiale israeliana, come se dalla sua parte le occasioni per la pace vennero tutte sfruttate. La biografia politica di Netanyahu ci dice per esempio il contrario. Il più longevo primo ministro tutto ha fatto per contraddire, tragicamente, quella narrazione: ha declassato, fino ad umiliarla, l’OLP lasciata in eredità da Arafat; ha negato la possibilità della soluzione “due popoli due Stati” ora disperatamente riabilitata (dopo un lungo colpevole sonno) dalla comunità internazionale; ha consentito che il Qatar sponsorizzasse, in soldi e in acquisto d’armi, gli islamisti di Hamas padroni di Gaza; ha spezzato ogni tentativo arabo di riappacificare quest’ultima organizzazione con la laica Fatah; ha sguarnito due anni fa la stretta vigilanza militare sui confini di Gaza per intervenire in Cisgiordania, rendendo così possibile la terroristica incursione del 7 ottobre; infine il genocidio di Gaza, circa 66.000 morti, almeno un terzo bambini, usando anche l’arma della fame e dei farmaci negati.

Ora, da Washington, “Bibi Malech Isra’el”, il “re di Israele” come lo chiamano i suoi fan, ha cercato di rassicurare tutti: lui, l’occasione offertagli dall’amico indispensabile Donald Trump non la vuole perdere, accetta dunque il piano americano (detto dei “21 punti”, non ancora noto in molte parti sostanziali), una sorta di road-map per porre fine alla guerra di Gaza e addirittura estendere la pace in tutto il Medio Oriente. Due dichiarazioni alla stampa hanno sigillato tanto ottimismo.

Al limite del surreale l’intervento del tycoon, che in una gran confusione di date e riferimenti storici, ha cercato di migliorarsi nell’esercizio dell’auto-incensamento, raccontando di un mondo tutto ai suoi piedi, con leader regionali e internazionale freneticamente alla ricerca di una visibile partecipazione al “miracolo” della pace. Non una parola sul numero dei morti trucidati a Gaza, molte invece sulla tragedia israeliana del 7 ottobre. A sua volta, Netanyahu ha completato l’esaltazione delle doti pacifiste del padrone di casa (che aspetta il Nobel), ma ha poi evocato le minacce al “fantastico” piano che aprirà una diversa “era dell’oro”, minacce tutte da addebitare (preventivamente) ad Hamas. Il premier ha ribadito di rimanere contrario a uno Stato palestinese, che i paesi arabi moderati considerano invece “irrinunciabile”. Nasce inevitabile il sospetto che questo sia più il piano di Bibi che di Donald.

In breve, e per quanto si è potuto capire del progetto: immediata liberazione degli ostaggi, fine delle “ostilità”, ritiro graduale dell’esercito israeliano (ma non da quella che Netanyahu ha definito una “zona di sicurezza”, probabilmente l’intero Nord della Striscia), e un’amministrazione civile sotto alta sorveglianza internazionale (con un relativo comitato di controllo, presieduto da… Trump). Annunciato così, un groviglio inestricabile, o un grande bluff. Cisgiordania nemmeno citata, problemi di fondo irrisolti, e se Hamas dovesse mettersi di traverso, “Israele potrà finire il lavoro” , è stata la minaccia del presidente americano. Più che una “giornata storica”, come ha spesso ripetuto “the Don”, un magmatico enigma.

Nell’immagine: «Hanno fatto un deserto e lo chiamano pace» (Tacito)


Sì, anch’io mi vergogno… Gaza, la Flotilla e il governo italiano

Nell'accavallarsi di posizioni, interferenze, distinguo, minacce, raccomandazioni e "piani di pace" la flottiglia avanza, e il momento della verità si avvicina 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Io, cittadino italiano di lungo corso, mi vergogno di un governo e di un parlamento che si rifiutano di adottare sanzioni contro uno Stato che sta sterminando una popolazione inerme. Mi vergogno di un’Europa governata da imbelli guerrafondai, incapaci di scelte radicali di fronte al genocidio che si sta consumando giorno dopo giorno a Gaza, sotto i nostri occhi.

Io, giornalista da oltre mezzo secolo – sto parafrasando l’intervento di Andrea Ghiringhelli (Naufraghi/e del 25 settembre) – mi vergogno di appartenere a una categoria nella quale troppi colleghi manifestano incompetenza e ignoranza storica nei loro surreali talkshow televisivi animati, in nome di un presunto “politicamente corretto”, dal principio del “contraddittorio”, senza prendere posizione di fronte a una tragedia umanitaria che esige di schierarsi apertamente. Condivido quanto afferma Ghiringhelli: i diritti e la giustizia non sono più un riferimento della politica, almeno di quella politica – aggiungo io – che ha portato al potere, non soltanto in Italia, una classe dirigente sgangherata e parassitaria.

Anche al di qua di Chiasso le persone di buona volontà pensano che il presente abbia cancellato il passato. Lo hanno dimostrato centinaia di migliaia di uomini e donne, studenti, lavoratori, pensionati che lunedì 22 settembre hanno protestato sfilando pacificamente in otto città. Ma i giornali mainstream e le televisioni hanno dato spazio più agli incidenti (intenzionalmente provocati da qualche decina di esaltati col volto coperto) che alle motivazioni della protesta.

Mentre Gaza brucia e continua in quella terra la strage degli innocenti, il governo italiano è appiattito in modo vergognosamente servile sulle posizioni americane, con una presidente del Consiglio che si barcamena in mille giravolte pur di non irritare quel signore che siede alla Casa Bianca e che di insensate giravolte è il maestro assoluto, tanto da suscitare qualche dubbio sulla sua sanità mentale.

Ora che la Flotilla si avvicina alla mèta con i suoi coraggiosi “guerrieri di pace” suonano insopportabili le parole di Giorgia Meloni, che ha irriso quell’iniziativa: «Tutto questo è gratuito e irresponsabile, non c’è bisogno di rischiare la propria incolumità per consegnare degli aiuti a Gaza, aiuti che il governo italiano potrebbe consegnare in poche ore, quindi credo che vada fatto un richiamo a tutti alla propria responsabilità, particolarmente quando si tratta di parlamentari delle Repubblica italiana, pagati per lavorare con le istituzioni non per costringere le istituzioni a lavorare per loro».

Come non bastasse, ecco l’altra sparata: «Io non sono stupida: quello che accade in Italia non ha come obiettivo alleviare la sofferenza della popolazione di Gaza, ma attaccare il governo italiano. Trovo oggettivamente irresponsabile usare la sofferenza a Gaza per attaccare l’esecutivo».

Già. Tutti i partecipanti alla missione Gaza, provenienti da 42 paesi, oltre che dall’Italia e dalla Svizzera, ce l’hanno con Giorgia Meloni e allora rischiano la vita per fare dispetto al suo governo…

In questa gazzarra è intervenuto anche il presidente della Repubblica con un suo appello, che suona essere d’appoggio al governo: «Il valore della vita umana, che sembra aver perso ogni significato a Gaza, dove viene gravemente calpestato con disumane sofferenze per la popolazione, richiede di evitare di porre a rischio l’incolumità di ogni persona. A questo scopo e al fine di salvaguardare il valore dell’iniziativa assunta – valore che si è espresso con ampia risonanza e significato – appare necessario preservare l’obiettivo di far pervenire gli aiuti raccolti alla popolazione in sofferenza. Mi permetto di rivolgere con particolare intensità un appello alle donne e agli uomini della Flotilla perché raccolgano la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme – anch’esso impegnato con fermezza e coraggio nella vicinanza alla popolazione di Gaza – di svolgere il compito di consegnare in sicurezza quel che la solidarietà ha destinato a bambini, donne, uomini di Gaza».

È un invito indiretto a rinunciare e a tornare indietro, quello di Sergio Mattarella, espresso con parole prudenti e “felpate”, come è nel suo stile. Ma vien da chiedergli, di fronte ai pesanti rischi ai quali si espongono gli attivisti di Global Sumud Flotilla: perché non rivolgere un invito alla prudenza anche al primo ministro israeliano, sul quale pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità?

C’era un uomo che, dalla finestra affacciata su piazza San Pietro o dalla sedia a rotelle alla quale da tempo era costretto, denunciava con ostinazione ogni giorno – fino all’ultimo, Pasqua 2025 – la carneficina di Gaza: «Sono con voi, madri che versate lacrime guardando i vostri figli morti o feriti. Sono con voi, forzati a lasciare le vostre case, a vagare in cerca di una mèta per scappare dalle bombe. Questa è crudeltà, non è guerra». Tutte le sere telefonava a padre Gabriel Romanelli, titolare dell’unica parrocchia cattolica della Striscia, e, pure sfiancato dalla malattia, aveva espresso il desiderio di recarsi lui stesso a Gaza in visita pastorale. Quell’uomo si opponeva, con tutte le sue energie, anche ai piani di riarmo dell’Occidente.

Le sue erano parole forti. Non temeva di dire che una delle cause dell’invasione dell’Ucraina voluta da Vladimir Putin era «l’abbaiare della NATO alle porte della Russia». Non esitava a dare dei «pazzi» ai governanti che avevano accettato il diktat della NATO di alzare al 2 per cento del PIL le spese militari. Chissà che cosa avrebbe detto quando la percentuale è stata elevata al 5 per cento per ordine di Trump, subito servilmente ubbidito, esponendo molti Paesi – tra i quali l’Italia – a spese del tutto insostenibili. Non aveva paura di sfidare l’ipocrisia dei guerrafondai quando affermava che «è più forte chi vede la situazione, pensa al popolo e ha il coraggio della bandiera bianca e di negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali».

Insomma, non usava giri di parole o imbarazzanti silenzi di fronte all’abisso nel quale rischiavamo – e ancor più oggi rischiamo – di precipitare. Quanto mi manca papa Francesco!

Nell’immagine: Giorgia Meloni, “Tutto questo è gratuito e irresponsabile”


Senza limiti si vince

Nell'accavallarsi di posizioni, interferenze, distinguo, minacce, raccomandazioni e "piani di pace" la flottiglia avanza, e il momento della verità si avvicina 

Faccio mie le parole dell’amico Paolo Di Stefano leggibili nella rubrica Voti d’aria apparsa sul settimanale «Azione» lunedì 29 settembre: «Se tornassimo a parlare di limiti? La prima cosa che affrontiamo con i bambini sono proprio i limiti e i divieti. Questo si può fare, quello non si può fare. Non si può mangiare con le mani, non si mettono le dita nel naso, non si può insultare un compagno d’asilo, non si sputa nel piatto in cui mangi e nemmeno in quello del vicino, non si dicono le bugie, non si prendono in giro le persone fragili eccetera eccetera […]. Ora è ufficiale: questi limiti non esistono più, ci eravamo sbagliati». E con lui, anche noi (il plurale maiestatis in questo caso non è retorico, caso mai empatico).

Domenica 28 settembre 2025 abbiamo avuto un’ulteriore conferma: raccontando belle bugie senza limiti (un leghista direbbe sparà ball) in politica si vince.

Limitiamoci all’esempio della proposta di estensione del limite dei 30 km orari nelle strade di quartiere della città di Lugano. Lo scorso febbraio il Consiglio comunale di Lugano votò un investimento di 1,4 milioni CHF affinché nei prossimi cinque anni le zone 30 passassero dal 36% al 55% delle strade comunali, ossia da 71 km a 109 km. L’aumento di 38 km avrebbe interessato solamente le strade di quartiere e non quelle di scorrimento esistenti a Lugano. Le nuove zone 30 sarebbero state create, come le precedenti, in comparti dove le persone vivono, dormono, vanno a scuola e passeggiano. Lo scopo delle zone 30 in tutte le città è da sempre quello di tutelare i più deboli: pedoni anziani, bambini, con i genitori, ragazzi che da soli vanno a scuola o vanno a giocare con gli amici, ciclisti di ogni età. Sappiamo come è andata a finire a Lugano: il 66,29% dei votanti ha bocciato l’estensione delle zone 30 accettando per vere le balle raccontate dai referendisti.

È stato inutile dire che non c’è nessuna generalizzazione dei 30 km; è stato inutile dire che nessuno vuole scacciare le auto dal centro città; è stato inutile dire che le multe non colpiscono gli automobilisti che rispettano i limiti; è stato inutile dire che il commercio locale non viene danneggiato ed è stato inutile dire che nessuno vuole limitare la libertà individuale. Per contro è utile ricordare ciò che disse, nel Cavaliere inesistente di Italo Calvino, l’imperatore Carlomagno interpellato dai suoi paladini sulle vicende dell’esercito franco: «Ma! Chissà! Tempo di guerra, più balle che terra!»

Sono finiti i tempi in cui il politico deve sapere ragionare e argomentare. Basta apparire, sapere usare i tanti social facilmente a disposizione e dire bugie o mezze verità semplicistiche: avrà letto il saggio di Hannah Arendt, La menzogna in politica ?

La gent non legge più. Si informa guardando il cellulare e qualche dibattito televisivo, e i politici, salvo eccezione, confondono la facilitazione con la banalizzazione. Il tema dell’inganno è antichissimo, ma oggi è ancora più rilevante perché riguarda  la  corretta informazione in tempi di fake news e, in definitiva, la democrazia.

La larga bocciatura dell’estensione delle zone 30 in alcuni quartieri aggregati alla città dimostra che un  limite, in verità, si è voluto porre: quello al buonsenso. Perché di questo si tratta. Qualcuno informi coloro che domenica scorsa hanno votato NO che via Terzerina (quartiere di Pregassona), sulla quale si affacciano una scuola materna e una scuola media, è una strada percorribile a 50 km.

Domenica scorsa, per questa piccola e semplice votazione comunale il buon senso si è scontrato a 100 km all’ora con l’individualismo, l’egoismo e l’egotismo.

Mi vergogno per disquisire su queste faccende politiche locali, di piccolo cabotaggio, quando il teatro dell’orrore in scena a Gaza continua sotto gli occhi colpevolmente chiusi del governo federale, ma tant’è: la vita democratica ci chiama ad assolvere anche a queste piccole incombenze. Facciamolo con dignità e misura.

Anch’io, si parva licet et mutatis mutandis, –  come ha fatto lo scrittore catalano Ildefonso Falcones, che ha detto «Barcellona addio, divento apolide della letteratura» (cfr. l’inserto culturale del Corriere «La Lettura» del 28 settembre 2025) – ho rinunciato alla politica attiva espressa nelle istituzioni della città di Lugano perché la pazienza, quella sì, ha un limite.

Nell’immagine: la citata via Terzerina, che resterà percorribile a 50 km/h nonostante la presenza di una scuola materna e di una scuola media


Trump detta la pace: Striscia appaltata, palestinesi prigionieri

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Di Chiara Cruciati, il manifesto

Gaza conta, Gaza vale: un premio Nobel, affari multimiliardari di ricostruzione, il flusso di denaro che il Golfo inietta nell’economia statunitense, una stabilità regionale camuffata da pace che non prevede liberazione.

Sta qua il senso dietro il piano di venti punti che ieri Donald Trump ha estorto a Benyamin Netanyahu alla Casa bianca in quello che il presidente Usa ha definito «uno dei giorni più belli della storia della civiltà, un giorno storico non solo per Gaza ma per l’intera regione» perché lui, Donald Trump, ha «risolto tutto, si chiama pace perenne in Medio Oriente».

NEL DISCORSO-FIUME con cui ha aperto la conferenza stampa congiunta con il primo ministro israeliano, Trump ha annunciato il via libera di Tel Aviv al piano della Casa bianca. Dentro c’è molto: ci sono la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani in 72 ore e il cessate il fuoco a Gaza, c’è l’ingresso degli aiuti umanitari gestiti dall’Onu, c’è l’amnistia per i membri di Hamas «che rinunciano alla violenza», c’è la negazione della pulizia etnica («residenti liberi di stare o di andare e tornare) e c’è soprattutto la cornice più generale, un futuro di neo-colonizzazione mascherata.

Ha un nome, Board of Peace, il Consiglio della Pace; ha un presidente, Donald Trump che però ci tiene a precisare che non lo ha chiesto lui, hanno insistito gli altri; c’è un obiettivo, togliere ai palestinesi il controllo del proprio futuro e della ricostruzione, un affare troppo succoso per lasciarlo marcire. Al suo fianco, ci saranno «figure internazionali» come l’ex premier britannico Tony Blair, noto distruttore di paesi altrui. Ora, ha detto Trump tra un attacco a Biden e uno alla «corrotta» Onu, la palla è nel campo di Hamas: se si tira indietro, Washington sosterrà la reazione israeliana, qualunque essa sia.

NETANYAHU ne approfitta ed entra a gamba tesa, a differenza di Trump è un politico e sa come si gioca: «Sosterrò il tuo piano per porre fine alla guerra a Gaza», dice, perché ricalca «le priorità del governo israeliano». Ovvero la liberazione di tutti gli ostaggi, il disarmo di Hamas e la demilitarizzazione di Gaza, ma anche la permanenza dell’esercito israeliano ai suoi confini («responsabile della sicurezza per il futuro») e un’amministrazione pacifica che escluda tanto Hamas quanto l’Autorità nazionale palestinese. Insomma, una Gaza che libera non lo sarà mai.

È LA PRIMA CREPA: l’Anp è nel piano Usa come c’è il percorso verso la statualità palestinese. Ma per Bibi sono linee rosse: c’è solo una via per fargli digerire l’Anp, che si trasformi radicalmente, che rinunci alla Corte penale e alla Corte internazionale e che riconosca lo stato di Israele (già fatto, nel 1993). Sono le mine che Netanyahu semina sul percorso, quello immediato e quello futuro, le mani che si tiene slegate. In attesa della risposta ufficiale, ieri funzionari di Hamas ribadivano di non aver ricevuto ancora il piano e, in ogni caso, di ritenere il disarmo una richiesta irricevibile in assenza di uno stato.

NELLE ORE PRECEDENTI al quarto incontro in nove mesi tra i due leader, si sono susseguite dichiarazioni e indiscrezioni, specchio delle aspettative per la rottura di uno stallo insopportabile. Trump ha parlato con l’emiro del Qatar, Tamim Al-Thani, ha riportato Axios: Doha, ancora furiosa per il raid israeliano che il 9 settembre ha tentato di decapitare i vertici di Hamas sul proprio territorio, gli ha ricordato le preoccupazioni del Golfo. Ed ecco il colpo di scena: durante l’incontro nello Studio ovale, Netanyahu ha chiamato il primo ministro del Qatar per esprimere «profondo rammarico» per le bombe su Doha e la violazione della sovranità del paese e per promettere che «Israele non condurrà più attacchi simili».

UNA PRIMA ASSOLUTA figlia di una frustrazione che non è solo araba: secondo una fonte del governo Usa citata da Axios, «tutti, e intendo tutti, sono esasperati da Bibi». Tutti, compreso Trump, che da un orecchio sente i suoi consiglieri ricordargli i danni in credibilità che gli arreca l’incapacità di tenere a bada l’amico israeliano e dall’altro gli alleati arabi, finanziatori della sua economia nazionale e personale. Domenica l’inviato Steve Witkoff ha trascorso due ore nella camera di albergo di Netanyahu a Washington per assicurarsi il sì al piano.

NETANYAHU SI LASCIA le mani libere ma è comunque stretto all’angolo. Anche in casa non se la passa bene, schiacciato tra le proteste delle famiglie degli ostaggi che implorano un accordo e l’ultradestra che non intende stringerne nessuno. Non solo gli alleati di coalizione (Smotrich ha elencato le sue linee rosse: presenza dell’esercito israeliano lungo il confine, libertà di agire al suo interno e assenza dell’Anp dall’orizzonte futuro), ma anche il movimento dei coloni che ha visto nel 7 ottobre l’opportunità di una vita, quella “persa” nel 1948: ieri Yossi Dagan, capo del consiglio regionale della Samaria (il rappresentante dei coloni nel nord della Cisgiordania occupata) si è detto insoddisfatto dell’incontro di domenica con il premier perché non avrebbe ottenuto rassicurazioni sull’annessione della West Bank.

Nell’immagine: gli effetti di un raid israeliano su Gaza City


Pacifismo e politica al tempo di Gaza

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Di Mario Pianta, il manifesto

Un’ondata di mobilitazioni per la pace a Gaza è partita, guidata dalle imbarcazioni della Global Flotilla. Il 22 settembre ci sono state ovunque piazze piene di giovani con lo sciopero dei sindacati di base. La Cgil di Maurizio Landini preannuncia lo sciopero generale se la Flotilla sarà attaccata da Israele e perfino il ministro della difesa Crosetto deve muovere una nave militare per seguire i pacifisti. L’inizio di ottobre è pieno di manifestazioni e il 12 ottobre ci sarà la marcia Perugia-Assisi. In Germania e in altri paesi c’è un simile risveglio di proteste contro lo sterminio dei palestinesi da parte di Israele.

Che cosa ha mosso quest’onda di protesta? La prima reazione è stata il rifiuto della guerra, di una guerra senza alcun freno – né umanitario, né diplomatico – come quella di Israele a Gaza, nei Territori occupati, in Libano, in Iran, nel resto del Medio Oriente. La seconda spinta alla protesta è la difesa dei diritti umani, l’aiuto alle vittime di un genocidio. La terza sono state le mobilitazioni palestinesi, con diverse sfumature, la solidarietà internazionalista e la denuncia del potere imperiale degli Stati Uniti. In questi due anni, le diverse spinte hanno fatto fatica a unirsi, a trovare un linguaggio e un’agenda comune. Ora ciascuna di esse si deve misurare con la sfida di costruire soluzioni al conflitto.

Il rifiuto della guerra ha bisogno di mettere la politica al posto delle armi. Un’impresa quasi disperata nella Palestina di oggi, con l’estremismo feroce di Israele, l’inconsistenza dell’Autorità Nazionale Palestinese, la sopravvivenza di Hamas, il tragico silenzio dei paesi arabi e dell’Europa. Eppure, la società civile palestinese è ricca di soggetti, resistenze, proposte; a partire da un cessate il fuoco, iniziative e dialoghi potrebbero ripartire. Abbiamo dimenticato l’esperienza del 1990 di Time for peace: mille pacifisti italiani e decine di migliaia di palestinesi e israeliani erano insieme a manifestare sotto le mura di Gerusalemme. Non è possibile che la “riviera di Gaza”, il paradiso immobiliare che piace a Trump – magari con Tony Blair a guidarla – sia l’unico futuro immaginato su quella terra.

A veder bene, il vuoto di politica è lo stesso che impedisce di metter fine alla guerra tra Russia e Ucraina, con l’Europa incapace di offrire – al posto delle armi a Kiev – una prospettiva di sicurezza comune, di cooperazione politica e integrazione economica alla sua frontiera orientale.

La seconda spinta, la difesa dei diritti umani a Gaza, ha bisogno di trovare un braccio operativo; caschi blu dell’Onu che fermino Israele, o una forza internazionale che porti tregua e aiuti. Non basta il mandato d’arresto per Netanyahu, ci vuole qualcuno che lo trascini davvero in tribunale all’Aia, com’è avvenuto per i criminali di guerra dell’ex Jugoslavia.

La terza spinta, le rivendicazioni dei palestinesi – autodeterminazione, diritti e ritorno – ha bisogno di una prospettiva di realizzazione, sostenuta da alleanze internazionali e dalle risorse per una ricostruzione politica, economica e sociale. Non basta il tardivo riconoscimento dello Stato di Palestina da parte degli europei, serve una visione politica che permetta ai palestinesi di essere protagonisti del loro futuro.

Per dare continuità alle ondate di mobilitazione e ottenere risultati per Gaza, i pacifisti dovranno approfondire – e tenere insieme – queste tre dimensioni. E invadere il terreno della politica: incalzare governi e partiti, immaginare soluzioni, praticare alternative concrete, come gli aiuti portati dalla Flotilla.

È stata questa anche la lezione delle ondate precedenti del pacifismo europeo, con gli euromissili e le ‘guerre stellari’ degli anni ’80 che sono stati sconfitti non solo dalle inedite, enormi mobilitazioni di piazza, ma dal convergere su una prospettiva di disarmo del senso comune in Europa, di buona parte delle forze di sinistra e di Gorbaciov a Mosca.

Un’occasione per riflettere su questi nodi di fondo – sul ritorno delle guerre e sul ruolo dei movimenti per la pace – è la Scuola estiva su “Guerre, pace e ordine mondiale” organizzata dalla Scuola Normale Superiore a Firenze da ieri 29 settembre al 3 ottobre (https://indico.sns.it/event/125/).

Della Palestina parlerà Francesca Albanese (online) martedi 30 settembre, seguita da Paola Caridi e Anna Foa, con contributi delle ricercatrici palestinesi. Di Ucraina, Russia e degli altri conflitti parleranno esperti di tutta Europa. E venerdi 3 ottobre sono di scena i movimenti per la pace, con un dialogo tra Donatella della Porta e Luciana Castellina, insieme a molte voci del pacifismo e alle storie delle mobilitazioni in Italia raccontate dal sito ‘Paceinmovimento.it’.

Nell’immagine: Genova, il presidio organizzato per impedire il passaggio dei mezzi pesanti verso il porto, in occasione dello sciopero generale per Gaza


Lucrezio, aiutaci tu a non essere uomini stolti

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Di Stefano Mancuso, La Repubblica

In fisica, si definisce instabile ogni sistema impossibile da controllare a causa del suo comportamento imprevedibile. Prendiamo, ad esempio, il caso di tre corpi nello spazio che orbitino l’uno intorno all’altro e di cui si conoscano sia le posizioni iniziali che la velocità. Si tratta del famoso problema dei tre corpi, portato alla ribalta negli ultimi anni dai romanzi di Liu Cixin. Di cosa si tratta? Di un classico sistema instabile. Infatti, se voleste calcolare le orbite di questi tre corpi nello spazio, non ne cavereste un granché. Per un sistema a due soli corpi – ad esempio, due oggetti che avvertono l’uno la forza di gravità dell’altro, come la Terra e la Luna, o il Sole e la Terra – non esiste alcuna difficoltà di calcolo: Newton ci ha fornito una soluzione matematica semplice per capire in dettaglio come queste coppie si muoveranno. Grazie alle sue equazioni possiamo calcolare con precisione assoluta dove si trovano gli oggetti, quanto velocemente si muovono e prevedere, in qualsiasi momento, la loro posizione nel futuro.

La faccenda diventa molto più complessa quando i corpi sono tre o più, che reciprocamente avvertono la loro attrazione gravitazionale. In questo caso non è possibile prevedere il loro comportamento. Il sistema è, infatti, instabile (o caotico). Di conseguenza, ogni minima alterazione nella posizione dei tre corpi può produrre enormi cambiamenti nella loro disposizione futura. Si tratta di una situazione molto più comune di quanto si pensi. La maggior parte dei sistemi naturali, ad esempio, è instabile. Così come instabile è il sistema meteorologico. Le modifiche alle condizioni che operano sul nostro pianeta agiscono seguendo la stessa logica di imprevedibilità. Possiamo considerare, infatti, la Terra come un sistema inerentemente instabile in cui ogni cambiamento delle condizioni iniziali, per quanto minima, può avere conseguenze enormi sul suo futuro. Quando le modifiche non sono minime ma sostanziali, come accade, ad esempio con l’aumento della temperatura mediadella Terra di 1,5 gradi in una manciata di anni, prevedere come sarà il futuro del pianeta diventa davvero molto difficile.

La storia non è sempre la migliore maestra quando per creare modelli ci basiamo sulle sequenze di ciò che è già accaduto. Qualunque gestione dei rischi possiamo immaginare, si baserà, nel migliore dei casi, sulla possibilità di rispondere efficacemente al peggior evento che si sia mai sperimentato finora: il peggior tracollo finanziario, il terremoto con la più alta magnitudo, le piogge più intense, la sequenza di sconfitte più lunga della seria A, ecc. Sulla base di questi record negativi si stima il massimo rischio possibile.

Sembrerebbe un buon sistema – e in realtà lo è – purché si rimanga all’interno di sistemi stabili. Il problema nasce quando i sistemi che si tenta di prevedere sono per loro natura instabili, o sono entrati in un periodo di instabilità. Allora tutto cambia. Scrive Lucrezio nel De rerum natura che l’uomo stolto ha difficoltà a immaginare una montagna più alta della più alta montagna da lui conosciuta o di immaginare che la potenza di un qualunque fenomeno naturale possa essere diversa da quanto da lui sperimentato nel corso della sua vita. Come l’uomo stolto di Lucrezio, anche noi pensiamo che nulla possa accaderci di peggio rispetto a ciò che già conosciamo. Non riusciamo a immaginare una montagna più alta né un fenomeno atmosferico di dimensioni maggiori di quelle che abbiamo già incontrato, mentre avremmo, al contrario, la necessità di capire che il riscaldamento globale sta modificando in maniera così drastica le condizioni del nostro già instabile sistema da rendere comuni eventi che solo pochi anni fa sarebbero stati inimmaginabili.

Prendiamo la quantità di acqua che è caduta a Valencia il 29 ottobre del 2024. Il pluviometro di La Mojonera ha misurato 784,4 mm di pioggia. In pratica è come se tutta la pioggia di un anno fosse caduta in un solo giorno. Nessun modello poteva attendersi qualcosa del genere. Fino a pochi anni fa gli eventi estremi erano ancora estremi, ossia rari, ma oggi? Si tratta di una nuova normalità in cui cose prima inimmaginabili diventano comuni. Ma come fare a rendere evidente questa verità? Soprattutto, come rendere chiaro che l’instabilità, nonostante renda impossibile prevedere il futuro, non è detto che debba essere percepita come qualcosa di pericoloso? Studi recenti hanno mostrato che all’interno delle nostre cellule l’instabilità di alcuni componenti come proteine e Rna offre un fondamentale vantaggio alla vita promuovendone l’adattamento e quindi la sua evoluzione.

Si tratta della cosiddetta Sai (Selectively Advantageous Instability), un’instabilità selettivamente vantaggiosa che consente alle cellule di esistere in stati diversi, favorendone la diversità genetica e migliorandone, quindi, la sopravvivenza e la replicazione in ambienti mutevoli. Nonostante questa instabilità abbia un costo energetico per le nostre cellule e contribuisca al loro invecchiamento mantenendo in vita mutazioni dannose, si tratta di un aspetto fondamentale della vita, che aiuta i sistemi a rimanere agili e capaci di rinnovarsi. Lo stesso accade per ogni aspetto della nostra vita. La politica, l’economia, il lavoro, la democrazia, i rapporti personali, se fossero stabili, come ognuno di noi ha almeno qualche volta desiderato, sarebbero anche sempre identici, immutabili e fermi. Ma quando qualcosa non cambia ha finito di evolversi; e se non si evolve, scompare.

Che si tratti di democrazia, di una foresta o del rapporto con gli altri esseri viventi, chi si sottrae all’instabilità è destinato a non adattarsi ai cambiamenti e a estinguersi. In un mondo che non riusciamo più a leggere saranno le piccole e continue variazioni delle nostre risposte a permetterci di adattarci. Rispondere a queste variazioni minuscole ha più a che fare con l’arte che con la scienza. Dovremo abituarci a navigare a vista, a bilanciare le variazioni improvvise e dovremo farlo con grazia, come in una danza.

Nell’immagine: il ” De Rerum Natura ” di Lucrezio in una edizione del 1782


Sergio Rossi – Trovare la “quadra” sarebbe possibile rinunciando a un approccio solo ideologico

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Costi della salute: i contribuenti devono finalmente avere voce in capitolo

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Di Urs P. Gasche, Infosperber

Attualmente non è il mercato a determinare i prezzi nella parte obbligatoria dell’assicurazione sanitaria. I prezzi e le tariffe sono invece oggetto di negoziazione. Ma proprio coloro che con i loro premi e le loro tasse pagano i costi delle prestazioni obbligatorie – complessivamente oltre 50 miliardi di franchi – non partecipano a queste trattative.

Per questo motivo, il «Beobachter» [storico quindicinale zurighese, ndr] ha lanciato una petizione nazionale. L’articolo 43 della legge sull’assicurazione malattia dovrebbe essere integrato come segue (in neretto):

«Le tariffe e i prezzi sono concordati in contratti tra assicuratori, fornitori di prestazioni e una rappresentanza dei contribuenti.»

Il professor Kurt Pärli, specialista in diritto privato all’Università di Basilea, commenta: «L’orientamento di base della petizione è corretto e appropriato. Si potrebbe sicuramente procedere in questo modo».

Spetterebbe al Parlamento o al Consiglio federale decidere in un’ordinanza chi dovrebbe rappresentare i contribuenti. Il «Beobachter» vede due varianti: «Ad esempio, il ricorso al sorvegliante dei prezzi come istituzione indipendente, alla ONG Pro Salute o all’elezione democratica di un comitato sotto la supervisione dello Stato». Kaspar Gehring, esperto di assicurazioni sociali dello studio legale KSPartner, ritiene che il sorvegliante dei prezzi possa essere il rappresentante dei contribuenti.

Gli interessi delle casse malati non coincidono con quelli dei contribuenti

Le casse malati sostengono di rappresentare già gli interessi dei loro assicurati. Tuttavia, ciò non è sufficiente. Uno studio del professor Tilman Slembeck commissionato dall’UFSP e dalla SECO è giunto alla seguente conclusione (pagina 24):

«Gli assicuratori sono poco motivati a impegnarsi per ottenere tariffe basse, poiché nel settore dell’assicurazione malattia obbligatoria vige il divieto di realizzare profitti e quindi tariffe moderate non comportano per loro alcun vantaggio diretto».

Fermare la spirale dei costi

L’«esclusione sistematica dei contribuenti dalle trattative tariffarie» è «problematica dal punto di vista democratico», afferma il «Beobachter». La partecipazione dei contribuenti agli accordi sugli onorari e sulle tariffe dovrebbe contribuire a fermare la spirale dei costi: « I premi delle casse malati continuano ad aumentare senza sosta: dell’8,7% nel 2024, di un ulteriore 6% nel 2025, raggiungendo i 378,70 franchi al mese, e del 4,4% nel 2026, raggiungendo i 393,30 franchi (premio mensile medio). Per una famiglia di quattro persone ciò significa quasi 1200 franchi al mese».

Per questo motivo le decisioni sui prezzi e sulle tariffe per i contribuenti «non dovrebbero più essere prese a porte chiuse», spiega Dominique Strebel, caporedattore di «Beobachter». Perché lì siedono «i rappresentanti delle casse malati, le associazioni dei medici e degli ospedali, ma non le persone che pagano il conto. Chi paga deve avere voce in capitolo».

  • La petizione online (in tedesco) può essere sottoscritta qui. L’obiettivo è raggiungere 15’000 firme. Finora ne sono state raccolte circa 5’000

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: il sorvegliante dei prezzi Stefan Meierhans, che in futuro potrebbe rappresentare i contribuenti nei negoziati sui prezzi e sulle tariffe (fotogramma SRF)


Traffico, colonne e politica turistica

Nell'accavallarsi di posizioni, interferenze, distinguo, minacce, raccomandazioni e "piani di pace" la flottiglia avanza, e il momento della verità si avvicina 

L’estate 2025 ha di nuovo messo in evidenza quanto pesa il traffico turistico sulla viabilità o meglio non viabilità nel nostro Cantone. Gli ingorghi sono di casa sia Nord, nel Canton URI ma anche più in su, che a Sud sulla A9 in Lombardia.

Il fenomeno non è però limitato sugli assi del Gottardo A2 o Bernardino A13 ma si manifesta sempre più anche sugli assi nord sud in Baviera e Austria con colonne anche più lunghe delle nostre. Da noi le colonne ai portali della Galleria del San Gottardo e a Chiasso nei periodi vacanzieri a partire da Pasqua fino a metà a agosto le conosciamo da decenni, la novità è che negli ultimi anni abbiamo ingorghi e colonne anche su diverse tratte della A2 in Ticino. A volte la colonna inizia a Bellinzona Sud e si estende fino nel Mendrisiotto.

I vari progetti di potenziamento autostradali o in cantiere, seconda canna Gottardo, o nella lista dei desideri di USTRA e dei non pochi lobbisti del traffico e dell’industria dei lavori stradale, Polume, non risolveranno certo il problema. Al massimo attireranno più traffico e sposteranno le colonne aumentandole, in altre zone del Cantone, ad esempio da Bellinzona Nord, e perché non già in Riviera.

È pacifico e riconosciuto non solo in Svizzera che dimensionare la capacita stradale in funzione delle punte turistiche è un obiettivo irraggiungibile, e già non realizzabile per le punte dei pendolari.

Traffico turistico e del tempo libero in crescita

Nella recente risposta al postulato Dittli il Consiglio Federale ha quantificato le varie tipologie di traffico. Il traffico del tempo libero (popolazione residente, turistico indigeno e ospiti stranieri ) rappresenta più del 50% del traffico totale.

La Galleria Autostradale del Gottardo registra minimi (febbraio) attorno ai 10’000 veicoli/giorno con punte in agosto di 34’000, il traffico turistico, pur approssimando, è quindi sopra il 70%. Traffico in buona parte da e per l’Italia ma anche da e per il Ticino.

L’industria turistica cantonale pur essendo già un grande generatore di traffico e colonne continua a promuovere e a sussidiare nuovi e variegati posti letto, non facendo altro che aumentare il traffico di punta. Si sussidia la costruzione di nuovi alberghi, ma anche campeggi per camper o glamping, si lascia correre sugli Airbnb, idem per residenze secondarie. Il tutto a scapito della mobilità e finalmente anche del turismo medesimo.

Vero che con Ticino Ticket abbiamo una interessante offerta per gli ospiti che consente loro di muoversi perlomeno in Ticino con i mezzi pubblici, ma non basta. Oltre a limitare la crescita della capacità ricettiva (che anzi andrebbe diminuita), va aumentata la quota parte di alloggi turistici senza posteggio.

Con l’apertura delle gallerie di base del Gottardo e del Ceneri e il potenziamento del trasporto pubblico del 2021, raggiungere le diverse destinazioni turistiche in Ticino è diventato molto più semplice e rapido. Le FFS oltre alla cadenza semioraria sull’asse del Gottardo (più la SOB sulla linea di montagna) aggiungono treni speciali nei periodi turistici e da ultimo il sabato mattina un collegamento diretto da Ginevra a Locarno, che tra Lucerna e Locarno impiega 1h e 35 e ferma solo a Bellinzona.

Il potenziale della ferrovia è grande e va meglio sfruttato anche per il turismo, una doppia composizione a due piani ha 1200 posti seduti. La capacità di Alptransit e ben superiore a quella autostradale ed è più veloce. La domanda c’è, i treni sono sovente troppo pieni: dovremo aumentarne il numero.

Per contribuire a risolvere i problemi di traffico in Ticino sulla A2 dobbiamo rivedere la politica turistica, allungando la stagione, NON aumentando i posti letto!

Nell’immagine: le faremo viaggiare l’una sull’altra