La marcia che scuote Londra: immigrazione, Musk e Kirk

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Dalla nostra corrispondente da Londra

L’eco delle proteste di sabato a Londra continua a farsi sentire, alimentando reazioni e preoccupazioni. Un vero campanello d’allarme per il governo laburista di Keir Starmer, già sotto pressione su più fronti. Pur ribadendo il sostegno alla libertà di espressione e al diritto di protestare pacificamente, il premier britannico ha condannato con fermezza le violenze contro la polizia, esplose a fine giornata quando gli agenti hanno tentato di separare due gruppi di manifestanti. Nello stesso momento, infatti, si svolgeva anche un secondo raduno antifascista.

Organizzata dall’attivista di estrema destra Tommy Robinson, la protesta, ufficialmente incentrata su libertà di parola e difesa delle “radici britanniche”, ha riunito attivisti di lungo corso e nuovi sostenitori, con discorsi dai toni nazionalisti e apertamente anti-immigrazione, facendo leva su temi che sono oggi sempre più al centro del dibattito politico britannico, forse più delle questioni economiche.

In strada sventolavano Union Jack, Croci di San Giorgio, ma anche bandiere statunitensi e israeliane. Visibili i cartelli con la scritta “Send them back”, “rimandali a casa”, cappellini rossi in stile MAGA. Tra i relatori, oltre a Robinson e figure dell’estrema destra europea, ha fatto scalpore l’intervento in video-collegamento di Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo e uno degli imprenditori più influenti del pianeta. Con dichiarazioni come “sciogliere il Parlamento” o “fight or die” ovvero “combatti o muori”, il miliardario ha alimentato polemiche e suscitato seri interrogativi su dinamiche sempre più diffuse in tutta Europa: quando la protesta politica oltrepassa il confine con il linguaggio insurrezionalista? E quale ruolo giocano i proprietari di piattaforme digitali, gli influencer globali, nel trasformare l’indignazione in linea, in mobilitazione di piazza?

Gli organizzatori hanno anche più volte invocato l’omicidio di Charlie Kirk, volto e voce della destra statunitense, presentandolo come prova che “l’Occidente è sotto attacco”. La morte violenta viene insomma trasformata in una narrazione da martirio, che fonde dolore e senso di urgenza, agendo da catalizzatore sia per l’affluenza a eventi come quello di sabato, sia per la legittimazione di una retorica più dura, che travalica i confini. L’appello ad una “rivoluzione culturale” suggerisce anche che gli organizzatori vedono la mobilitazione come una spinta verso un riallineamento politico a lungo termine e non una semplice protesta.

Ma allora quanti manifestanti sono venuti per “legittima rimostranza” e quanti motivati ​​da un’ideologia più estremista? Non tutti i partecipanti condividono necessariamente le convinzioni radicali invocate nelle strade della capitale britannica. In piazza c’era anche chi “semplicemente” lamenta un governo incapace di gestire i flussi migratori, chi cerca una risposta simbolica a un senso diffuso di smarrimento e di frustrazione.

Resta la difficoltà di distinguere tra protesta legittima e radicalizzazione, in cui i media giocano un ruolo determinante, eppure anche gli organi di informazione sono polarizzati. C’è chi ha enfatizzato la difesa della libertà di parola, chi ha invece parlato di incitamento all’odio e di minaccia all’ordine pubblico. Interpretazioni che possono modificare la percezione collettiva ed influenzare la risposta politica.

Le domande pesano anche sulle contro-proteste antirazziste e pro-immigrazione: hanno la forza di incidere sul dibattito o rimangono reazioni simboliche? Cosa suggerisce il contrasto nei numeri di chi scende in piazza? La pressione aumenta sulle istituzioni – governo, polizia, tribunali. Come garantire l’ordine pubblico senza comprimere i diritti di manifestazione? Come distinguere tra libertà di parola ed estremismo?

Le possibili conseguenze politiche sono molteplici: dal rafforzamento delle leggi sull’immigrazione e sull’asilo, fino a misure più severe contro discorsi d’odio e radicalizzazione. Più visibili e frequenti diventano queste mobilitazioni, maggiore è il rischio di fratture e di tensioni con le comunità di immigrati. Sapremo presto se quella del 13 settembre sia stata un’onda isolata o l’inizio di una tendenza destinata a consolidarsi. Di certo la manifestazione che ha riunito decine di migliaia di persone ha segnalato un disagio profondo, che non va ignorato.

Nell’immagine: il collegamento, trasmesso in diretta online, fra l’estremista di destra inglese e quello americano


Scott Turow: “L’omicidio di Charlie Kirk è figlio dell’estremismo alimentato dalla destra”

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

L’estrema destra del mio Paese non finisce mai di stupirmi. Ma ora dico la mia». Il maestro del legal thriller americano non ci sta. Ovvio, Scott Turow condanna il brutale assassinio dell’influencer di destra Charlie Kirk da parte del 22enne Tyler Robinson, lo scorso 10 settembre in un campus dello Utah. Ma il 76enne ex avvocato americano e poi scrittore bestseller da 30 milioni di copie vendute nel mondo, autore dello spettacolare esordio Presunto innocente nel 1987 (poi film con Harrison Ford) e dell’ultimo sequel Presunto colpevole pubblicato lo scorso aprile (Mondadori, come tutti gli altri sedici romanzi), punta comunque il dito contro il movimento Maga e la galassia reazionaria degli Stati Uniti.

Come mai? «La destra non finisce mai di stupirmi», spiega Turow a Repubblica, «perché hanno il feticismo per le armi da fuoco, hanno bloccato tutte le restrizioni possibili contro la loro vendita, hanno sempre apostrofato con i peggiori e più odiosi termini tutti quelli che la pensano diversamente da loro. Ora invece», continua il romanziere americano, «quando i nodi di tutte le loro azioni e atteggiamenti vengono al pettine, come nell’omicidio di Charlie Kirk, pensano di incolpare i loro oppositori politici della morte dell’influencer di destra».

In questi ultimi giorni si sono accumulate le speculazioni sul killer Tyler Robinson, il suo possibile movente, la radicalizzazione online, il suo credo politico ancora oscuro e contraddittorio. Ma, anche su questo argomento, Turow sembra avere le idee molto chiare: «Dal mio punto di vista», ci dice, «l’omicidio di Kirk può essere ricondotto al contesto di estremismo che il presidente americano Donald Trump e il suo movimento Maga (Make American Great Again) hanno sempre aizzato. È lo stesso contesto estremista di cui godono e gioiscono, dopo aver utilizzato il loro attuale potere per demonizzare e punire coloro che hanno idee diverse dalle loro».

Erika Kirk, vedova di Charlie, 36 anni ed ex miss Arizona, ha lanciato messaggi di fuoco dopo il tragico assassinio del marito: «Non avete idea di ciò che avete appena scatenato in questo Paese e nel mondo intero. Non avete idea del fuoco che avete acceso dentro questa moglie. Le grida di questa vedova riecheggeranno in tutto il mondo come un grido di battaglia. Il movimento che mio marito ha costruito non morirà!». Turow risponde così, in maniera franca e diretta: «Il fatto che la vedova di Charlie Kirk abbia predetto e addirittura stia già assaporando la vendetta dei suoi dimostra come Erika non abbia imparato nulla dal dolore suo e dei suoi figli», dopo questa tragedia.

Il ritratto degli attuali Stati Uniti da parte di Turow è quello di un Paese estremamente diviso. Forse sull’orlo di una guerra civile, come agli albori della sua Storia che compirà 250 anni l’anno venturo? «No», risponde il romanziere nato a Chicago, «sinceramente in questo momento non credo allo spettro di una guerra civile in America». Anzi, Turow in questo senso è addirittura ottimista e conclude così la nostra conversazione: «Penso che, gradualmente, gli americani non “Maga”, che restano la maggioranza nel mio Paese, saranno sempre più nauseati da Trump, dalla sua amministrazione e dal manicomio in cui “The Donald” vuole trasformare i nostri Stati Uniti».

Nell’immagine: Erika Kirk, vedova di Charlie, 36 anni ed ex miss Arizona, ha lanciato messaggi di fuoco dopo il tragico assassinio del marito


Ada Colau: “Non abbiate paura di essere politici”

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Di Ada Colau, La Repubblica

La politica urbana è uno strumento potente di trasformazione sociale, a patto che sia guidata da visione, coraggio e volontà di dialogo. Governare una città non significa soltanto gestire infrastrutture e servizi, ma implica la capacità di orientare lo sviluppo urbano verso modelli più giusti, inclusivi e sostenibili. Eppure, oggi la politica urbana sembra soffrire di un duplice complesso: da un lato, quello della tecnocrazia, che riduce l’amministrazione cittadina a un esercizio burocratico; dall’altro, quello della rassegnazione, che induce molti amministratori a percepire il proprio ruolo come subalterno alle logiche di mercato e alle decisioni prese a livelli più alti.

È tempo di recuperare l’orgoglio di fare politica nelle città e di riaffermare il ruolo degli amministratori locali come attori chiave del cambiamento. Le città non sono solo spazi fisici, ma luoghi di vita collettiva, laboratori di innovazione sociale, crocevia di culture e di idee. Ogni decisione amministrativa ha un impatto diretto sulla qualità di vita dei cittadini: dalla gestione degli spazi pubblici alla mobilità, dalla sicurezza alla sostenibilità ambientale. Per questo, gli amministratori locali devono tornare a considerarsi un centro di competenza, capace di evolvere e di far evolvere il contesto in cui operano.

Durante il mio mandato da sindaca di Barcellona, ho cercato di mettere in pratica una visione diversa della politica cittadina: una visione radicata nel municipalismo, che intende il governo locale non come semplice esecutore, ma come co-protagonista di un progetto collettivo. Il municipalismo non è solo un’idea romantica: è una strategia concreta per costruire città più eque, inclusive, partecipative e sostenibili. È l’opposto della delega passiva e della politica calata dall’alto. È la fiducia che la democrazia si costruisce ogni giorno, dal basso. In questo senso, uno degli strumenti più significativi della nostra esperienza è stato Decidim, una piattaforma digitale libera e open sourcepensata per consultare i cittadini e co-costruire con loro le politiche pubbliche.

Decidim ha permesso di strutturare una partecipazione reale, trasparente, tracciabile. Non si trattava solo di ascoltare, ma di restituire potere decisionale alla cittadinanza. Assemblee di quartiere, processi deliberativi, bilanci partecipativi: ogni iniziativa su Decidim ha contribuito a ridefinire il rapporto tra istituzioni e persone. Questa infrastruttura digitale, sviluppata con rigore democratico e attenzione all’etica dei dati, è oggi usata da centinaia di città nel mondo e rappresenta un modello per la democrazia del XXI secolo.

Perché una città possa diventare un laboratorio di democrazia, servono strumenti, certo, ma soprattutto serve una cultura politica capace di valorizzare l’intelligenza collettiva. Troppo spesso si pensa che partecipazione significhi rallentare i processi decisionali. Al contrario, ascoltare, includere, aprirsi al confronto, significa migliorare la qualità delle decisioni, renderle più giuste e più solide. Nessuna tecnologia potrà sostituire la fiducia, ma alcune possono aiutarci a costruirla.

La politica urbana, se vuole essere davvero trasformativa, deve partire dalla consapevolezza che non ci sono soluzioni semplici ai problemi complessi. Il diritto alla casa, per esempio, non è garantito solo costruendo nuovi alloggi, ma ponendosi in conflitto con la speculazione, regolando il mercato, riconoscendo l’abitare come diritto e non come merce.

A Barcellona abbiamo affrontato una profonda crisi abitativa ereditata dalla bolla immobiliare, opponendoci agli sfratti, acquistando immobili vuoti per destinarli all’edilizia pubblica, promuovendo un indice di prezzo massimo per gli affitti e collaborando con movimenti e organizzazioni che da anni lottano per l’abitare dignitoso. Lo stesso vale per le sfide climatiche. Una città che si prende sul serio deve guidare la transizione ecologica, non subirla. Più trasporti pubblici, più spazi verdi, più resilienza energetica. È ciò che ci ha portato a ripensare lo spazio urbano con il modello Superilla (“superblocks”), riducendo l’uso delle auto private, creando spazi di qualità che rafforzino le dinamiche comunitarie, investendo in piste ciclabili, proteggendo la biodiversità urbana e aderendo con convinzione alle reti internazionali di città per il clima, come il C40.

Ma nessuna di queste sfide può essere affrontata da sola. Le città devono fare rete, devono stringere alleanze tra loro e con la società civile. Dobbiamo abbandonare la logica competitiva tra territori, sostituendola con una cooperazione strategica. L’esperienza delle città municipaliste in Europa – da Barcellona a Bologna, da Napoli a Grenoble – ci ha insegnato che solo insieme possiamo invertire la tendenza alla privatizzazione, alla disuguaglianza, alla disaffezione democratica. Fare politica in città significa anche accettare il conflitto, non evitarlo. Ogni trasformazione reale tocca interessi consolidati e scatena resistenze. Ma è proprio nei momenti di crisi che serve il coraggio di andare avanti, forti del consenso costruito con le persone, non con gli interessi forti. Questo è l’invito che rivolgo agli amministratori delle città: non abbiate paura di essere politici, nel senso più nobile del termine. Abbiate l’ambizione di lasciare un segno, di immaginare il futuro, di costruirlo insieme. La città è la scala ideale per innovare, per sperimentare, per ritessere i legami sociali. È il luogo in cui possiamo dimostrare che un’altra politica è possibile. Non c’è tempo da perdere. Le sfide che abbiamo di fronte – la crisi climatica, le disuguaglianze, la gentrificazione, la privatizzazione dello spazio urbano – richiedono risposte immediate e coraggiose. Quando le città si mettono in rete e lavorano insieme possono incidere sulle decisioni globali e restituire alla politica il suo significato più autentico: quello di migliorare la vita delle persone.

Ma nessuna di queste sfide può essere affrontata da sola. Le città devono fare rete, devono stringere alleanze tra loro e con la società civile. Dobbiamo abbandonare la logica competitiva tra territori, sostituendola con una cooperazione strategica. L’esperienza delle città municipaliste in Europa – da Barcellona a Bologna, da Napoli a Grenoble – ci ha insegnato che solo insieme possiamo invertire la tendenza alla privatizzazione, alla disuguaglianza, alla disaffezione democratica. Fare politica in città significa anche accettare il conflitto, non evitarlo. Ogni trasformazione reale tocca interessi consolidati e scatena resistenze. Ma è proprio nei momenti di crisi che serve il coraggio di andare avanti, forti del consenso costruito con le persone, non con gli interessi forti. Questo è l’invito che rivolgo agli amministratori delle città: non abbiate paura di essere politici, nel senso più nobile del termine. Abbiate l’ambizione di lasciare un segno, di immaginare il futuro, di costruirlo insieme. La città è la scala ideale per innovare, per sperimentare, per ritessere i legami sociali. È il luogo in cui possiamo dimostrare che un’altra politica è possibile. Non c’è tempo da perdere. Le sfide che abbiamo di fronte – la crisi climatica, le disuguaglianze, la gentrificazione, la privatizzazione dello spazio urbano – richiedono risposte immediate e coraggiose. Quando le città si mettono in rete e lavorano insieme possono incidere sulle decisioni globali e restituire alla politica il suo significato più autentico: quello di migliorare la vita delle persone.

Le piattaforme digitali non sono la soluzione magica, ma possono essere l’infrastruttura abilitante di questa nuova stagione democratica. Una democrazia che non si limita ad ascoltare, ma che integra, condivide, redistribuisce il potere con un’istituzionalità più umile, consapevole di avere molto da imparare da una società sempre più innovativa e dinamica.Questa trasformazione richiede anche un cambio di paradigma nei rapporti tra pubblico e privato. Serve una nuova alleanza sociale ed economica che ponga al centro il bene comune. In questo senso, l’esperienza dei municipalismi progressisti in Europa ci offre una lezione preziosa: laddove le città hanno osato immaginare nuove forme di gestione partecipata dell’acqua, dell’energia, della casa, dei dati, si è prodotta innovazione vera, sociale e politica.

Per fare tutto questo, non bastano buone intenzioni. Serve coraggio. Serve una leadership politica che sappia mettersi in gioco, ascoltare e agire. Che non tema il conflitto, ma lo riconosca come parte integrante del cambiamento. In un contesto globale segnato da crisi multiple – economiche, ecologiche, democratiche – la vera sfida è non cedere alla paura, non rifugiarsi nell’amministrazione ordinaria, ma rilanciare con una visione.Il mio invito, dunque, è a recuperare l’orgoglio di fare politica. A vedere le nostre città non come luoghi da gestire, ma come progetti da costruire insieme. Come sfide e opportunità da cogliere.Gli amministratori locali non sono funzionari subalterni: sono costruttori di futuro. Possiamo essere noi, dal basso, a riscrivere le regole del gioco. In fondo, questo è il significato più profondo del fare politica: non amministrare l’esistente, ma immaginare il possibile. E costruirlo, passo dopo passo, insieme alle persone. Non c’è ambizione più alta, non c’è urgenza più grande. Non c’è attività umana collettiva più bella e appassionante.

Nell’immagine: Ada Colau


Sviatlana Tsikhanouskaya: “La pace non si ottiene giocando con i dittatori”

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Di Simone Matteis, La Stampa

«Per ottenere la pace è essenziale rafforzarsi contro le intimidazioni e le aggressioni degli autocrati. Ma gli equipaggiamenti militari sono inutili senza persone pronte a difendere la propria terra e i propri valori: serve investire nell’educazione e nella formazione per far comprendere cosa sia la differenza tra democrazie e autocrazie, anche se in questi tempi difficili la difesa militare è diventata indispensabile».

Arriva in elicottero Sviatlana Tsikhanouskaya, leader delle forze democratiche bielorusse e Premio Sacharov 2020. Arriva da Vilnius, dove vive in esilio, atterrando su un’isola di Ventotene che attende impaziente di ascoltare la sua testimonianza, l’ultima nell’ambito della prima Conferenza europea per la libertà e la democrazia organizzata dal Parlamento europeo. Mette piede sul suolo isolano proprio di fianco al cimitero in cui riposa Altiero Spinelli, che qui scrisse il Manifesto per un’Europa libera e unita durante il confino imposto dal regime fascista.

“Un vicino ubriaco e violento”

Lo scorso marzo l’Eurocamera aveva già accolto Tsikhanouskaya durate la sessione plenaria di marzo a Strasburgo: «La Bielorussia appartiene alla famiglia europea», disse in quell’occasione commentando la situazione attualmente in corso nel Paese. Una dichiarazione ribadita con forza anche oggi e che restituisce la volontà di dare una svolta democratica ad una nazione che conta oltre 1.300 prigionieri politici, tra cui più di 150 donne. Numeri che dipingono la repressione messa in atto dal governo di Aleksander Lukashenko, ma anche dell’influenza della Russia, che dal cuore del Parlamento europeo Tsikhanouskaya definiva un «vicino ubriaco e violento».

L’opposizione al regime di Lukashenko

«Cinque anni di intimidazioni quotidiane non hanno fermato l’afflato bielorusso nei confronti della democrazia», ha detto stamattina la donna che incarna l’animo e la forza dell’opposizione politica al regime. «La democrazia sia più forte dell’autocrazia. Questo è ciò in cui crediamo ed è il motivo per cui siamo pronti a rischiare la vita». Dibattendo sulla situazione attualmente in corso in Europa, con l’escalation di tensione ai confini orientali di Ue e Nato, Tsikhanouskaya critica gli «orribili metodi contro chi combatte per la libertà», siano essi gli attacchi con i droni o la pressione migratoria lungo le frontiere sfruttando proprio il corridoio bielorusso. «Putin e Lukashenko vogliono disgregare e mettere alla prova il mondo intero per capire fin quanto possono spingersi prima di innescare una reazione».

Le elezioni tradite del 2020

Rievocando le proteste dopo le elezioni del 2020 e la conseguente repressione da parte del governo, le immagini di migliaia di persone con bandiere e fiori in mano sembrano figurarsi davanti a chi ascolta le parole di Sviatlana Tsikhanouskaya, che si alternano solo al rumore del mare. «Nel 2020 a vincere le elezioni fu la voce di chi diceva basta alla dittatura». Un esito invece mai riconosciuto dal governo di Lukashenko, che anzi ha inasprito la repressione contro chi viene bollato come prigioniero politico anche solo «per aver cantato una canzone tradizionale bielorussa».

Gli echi e i frutti dell’impegno a difesa della democrazia si ripercuotono anche sull’Europa. «Vogliono russificare il nostro Paese così come avvenuto nei territori occupati dell’Ucraina, ma la sopravvivenza di Kiev è cruciale per la nostra regione e dà speranza anche a Moldavia, Georgia e Armenia».

Lei in esilio e il marito in carcere

Lontana per cinque anni dal marito, scarcerato all’inizio di questa estate, Tsikhanouskaya cerca di guardare al di là di un presente occupato ancora da Aleksandar Lukashenko: «Dobbiamo pensare a tutelare la Bielorussia dopo di lui, per salvare il Paese dalle ambizioni imperialiste russa». Dopodiché, rivolta ai leader dell’Occidente, dice: «Pace e sicurezza ma non si ottengono giocando col fuoco dei dittatori». È il suo appello da Ventotene per difendere la democrazia dal «cancro della dittatura», che «se non si combatte continuerà a progredire fino al cuore».

Il sogno europeo

Il microfono tace e gli applausi chiudono ufficialmente la prima Conferenza per la libertà e la democrazia sulla piccola isola di Ventotene. Il tutto, mentre ci si prepara a sventolare un’enorme bandiera blu con le dodici stelle gialle, tanto grande da coprire l’intera superficie della piazza di fronte alla sede del municipio che riporta sulle pareti il testo redatto da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi. Il Manifesto di un’Europa libera e unita, sogno dei dissidenti di ieri e di oggi per un domani di pace.

Nell’immagine: Sviatlana Tsikhanouskaya


L’odio dilaga ovunque. È una malattia da combattere come il cancro

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Odio: sembra proprio questa la condizione del cuore e della mente della politica mondiale e nazionale, e siccome la politica è nel bene e nel male la cartina di tornasole della condizione della società, la sconsolata conclusione da trarre è che siamo destinati a sprofondare sempre più in un mare di odio, di risentimento, di aggressività, di violenza. L’odio, infatti, purtroppo genera odio. L’assassinio del giovane politico americano Charlie Kirk da parte del giovanissimo studente Tyler Robinson sembra proprio che abbia avverato quanto afferma la Bibbia: «E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta» (Osea 8, 7). Può anche avvenire però che non si sia seminato vento e tuttavia si raccolga lo stesso tempesta: Gandhi, i due Kennedy, Martin Luther King, Aldo Moro ne sono alcuni tragici esempi. L’odio appare quindi una passione distruttiva che pervade la storia da sempre: Caino uccide Abele, Romolo uccide Remo, Socrate viene ucciso dai democratici, Gesù dai teocratici, guerre a non finire, pulsioni ataviche di vendetta: e il Novecento, definito “secolo dei genocidi”, ai nostri giorni replica sanguinosamente se stesso.

L’odio non è naturale

Ma che ruolo ha l’odio nella struttura del mondo? È strutturale, è naturale? Oppure è sopravvenuto e innaturale? Qual è il rapporto dell’odio con la logica della vita nel mondo? Penso che la mia risposta vada controcorrente, perché, a differenza dei più, io ritengo che l’odio non sia naturale ma costituisca una patologia, e che quindi il suo dissolvimento costituisca un ritorno alla fisiologia, una guarigione.

Di cosa l’odio costituisce una patologia? Di quella condizione strutturale che Eraclito chiamava polemos, quando scriveva che «il conflitto (polemos) è padre di tutte le cose e di tutte è re». A questa celebre affermazione egli affiancava la consapevolezza complementare dell’armonia, per l’antico filosofo ancora più fondamentale: «Da elementi che discordano si ha la più bella armonia». Eraclito (insieme a Empedocle) fu il primo in Occidente a sottolineare la condizione conflittuale che strutturalmente inerisce all’essere e che però, ben lungi dal condurre al nulla, produce l’armonia da cui si generano gli enti, la vita, l’intelligenza, la cultura.

La perdita dei riferimenti etici

Perché allora l’odio predomina a tal punto nella vita politica e sociale dei nostri giorni? La mia risposta è: perché i più tra noi sono spiritualmente malati, e lo sono perché le nostre società sono a loro volta spiritualmente malate in quanto hanno smarrito ogni riferimento etico e valoriale che sappia imporsi ai soggetti e dirigerne l’agire.

Eraclito vedeva bene, oggi la scienza conferma la sua visione, nella natura vi è il conflitto già a partire dalla condizione della materia, gli astrofisici significativamente parlano di galassie cannibali e di voraci buchi neri. Se poi si passa alla biologia la situazione diventa ancora più conturbante perché entra in scena il sangue, l’elemento della vita e al contempo della morte. Però attenzione: nelle stelle, nei quasar, nei buchi neri, così come negli animali che lottano per la vita nutrendosi di vita altrui, non vi è odio. Il leone non odia la gazzella, la gazzella non odia l’erba. Nel mondo naturale non vi è odio, perché l’odio è una patologia della mente evoluta; più precisamente, della mente umana alle prese con il conflitto che inerisce strutturalmente all’essere e che essa non sa dominare ma ne diventa vittima. La mente che domina il conflitto lotta contro il proprio avversario ma non lo odia; la mente dominata dal conflitto, invece, lo odia.

La volontà di annientamento

Nel primo caso si vuole sconfiggere l’avversario, ma non annientarlo, e questo perché si sente che l’avversario è, a ben vedere, parte di noi, nel senso che senza di esso la nostra stessa identità non sarebbe quello che è: come la sinistra non sarebbe senza la destra, gli atei senza i credenti, la Juve senza l’Inter. L’odio, invece, vuole annientare. E nel suo furore accecante che lo rende ignorante, non comprende che l’annientamento del nemico comporterebbe il venir meno anche della propria identità, la quale senza il nemico non avrebbe più il polo opposto in base a cui determinarsi.

L’odio è una malattia, una patologia dello spirito: non a caso ebraismo, cristianesimo e islam ritengono che Satana (chiamato dal Corano Iblis) sia un angelo decaduto, e l’angelo è puro spirito. Quando la libertà si ammala, pone la consapevolezza e la creatività non più al servizio della responsabilità ma del suo contrario che è la distruzione. Si ha così la malignità, cioè la lucida volontà di male. Tale volontà maligna può essere indirizzata a una persona, a un gruppo, a un popolo, a un’istituzione, oppure essere generalmente rivolta al mondo e condotta per il mero piacere del male, per il gusto sadico e perverso di infliggere sofferenza e morte.

La stupidità dell’odio

Normalmente non si pensa che l’odio sia una patologia; anzi, lo si contrappone all’amore come forza di uguale e contrapposta potenza. Non solo, si ritiene persino che l’odio aiuti a comprendere meglio dell’amore in quanto dotato di una sua invidiabile lucidità. Io non sottovaluto la forza dell’odio, ma contesto che sia veramente intelligente. Penso anzi che in realtà l’odio sappia vedere solo se stesso e non l’altro nella sua realtà effettiva; anche quando vede l’altro, chi odia vede in realtà solo il proprio pregiudizio che gli impedisce di riconoscere il bene dell’altro. L’odio vede, ma non con quello sguardo retto che fa posare l’occhio sull’altro cogliendolo per quello che veramente è; no, l’occhio vede con uno sguardo deformato dall’energia negativa che fa desiderare la distruzione. La vera comprensione richiede invece rettitudine, anzitutto nel senso di sguardo retto, di “retta visione”, come dice la prima disposizione dell’ottuplice sentiero insegnato dal Buddha. Da qui si genera apertura mentale e del cuore, ovvero empatia. L’odio quindi non è intelligente ma stupidamente circoscritto.

Rimane un’ultima questione: l’odio è forte? Certo, l’odio è forte, a volte fortissimo. Ma anche il cancro lo è, le cellule cancerogene possono essere molto più vitali delle cellule sane, sono affamatissime, violente, aggressive. Il risultato però qual è? La morte dell’organismo, e quindi anche la loro, cioè la massima impotenza.

Questo si spiega in base al fatto che l’essere è retto dalla logica del sistema, cioè della relazione armoniosa, e che ciò che è conforme a tale logica fa fiorire la vita, mentre ciò che non lo è, la fa sfiorire introducendo morte. Non si tratta quindi di essere necessariamente buoni nello scegliere di rifiutare l’odio. Si tratta più semplicemente di essere intelligenti: di capire la logica che ci ha portato all’esistenza e di conformarci a essa (come un capitano di veliero che capisce il gioco dei venti e dispone la sua barca di conseguenza). Per questo eliminare l’odio al proprio interno, mantenendo il conflitto ma non odiando, significa rimanere sani. Ancor prima che per benevolenza verso l’altro, è un grande gesto di cura verso se stessi. Liberarsi dall’odio, mantenendo il conflitto ma abolendo la volontà annientatrice, è ciò di cui hanno bisogno le nostre menti e le nostre società per tornare a produrre una politica come reale servizio al bene comune. E di quanto questo nostro mondo abbia bisogno di tale rinascita, non c’è bisogno di dire.

Nell’immagine: il murale raffigurante Charlie Kirk comparso ad Ashdod, in Israele 


Fabio Merlini, meditazioni su una conquista mai definitiva

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Che la libertà non stia molto bene è cosa sotto gli occhi di molti, di tutti coloro che hanno occhi aperti e spirito critico. Molti altri preferiscono invece rinunciare alla democrazia e alla libertà e rancorosamente e nichilisticamente cercano protezione e una apparente sicurezza egoistica con autocrati, populisti, negazionisti della crisi climatica, sovranisti, oligarchi – offerti abbondantemente dal mercato. Curare  e guarire la democrazia e la libertà malate diventa allora – tranne per chi le vuole demolire del tutto, à la Trump per intenderci – un’opera urgente e doverosa, che però presuppone un noi ampio e consapevole e determinato a compierla.

Una cura della libertà e della democrazia che deve partire dunque da quel principio esistenziale che si chiama meditazione, quel pensiero che riflette sul mondo e su di sé come soggetto che pensa, anzi: che vuole pensare, rifiutandosi di subire il mondo così com’è o come sta diventando, adattandosi e rassegnandosi per quieto vivere e magari avendo introiettato quella distopia nichilista neoliberale per cui la società non esiste, esistono solo gli individui.

Per avviare questa cura della libertà e della democrazia malate occorre però anche confrontare l’oggi con il passato e analizzare i processi che sono accaduti nel tempo fino a oggi e così scoprire che altri, nel passato, hanno analizzato i rischi che possono correre libertà e democrazia nella società di massa. Ecco allora questo magistrale saggio del filosofo Fabio Merlini che ha un titolo che può sembrare strano e invece contiene un messaggio forte rivolto a ciascuno: Venire a capo di sé. Con il sottotitolo – appunto – di Meditazioni sulla libertà: Nietzsche, Tocqueville e Leopardi. Pubblicato da Aragno. Che segue e prosegue il precedente Ritornare in sé. L’interiorità smarrita e l’infinita distrazione, del 2022 (di cui Naufraghi/e ha scritto in “Chi è dappertutto non è mai da nessuna parte”).

Meditazioni sulla libertà, cioè riflessioni, approfondimenti – un viaggio da fare (come quello con il libro precedente) con lentezza, dopo avere spento lo smartphone, ritagliandoci uno spazio e un tempo nostri, con noi e per noi (e conseguentemente anche per gli altri e per quell’altro che è la biosfera), in silenzio (se non c’è silenzio, non ci può essere meditazione e pensiero – per questo il potere ci riempie la vita di rumore e di distrazioni…), accompagnati da tre autori fondamentali del passato, diversi ma vicini in molte cose, e utili ancora oggi in un mondo che sembra lontano dal loro; appunto il filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900), lo storico, magistrato e sociologo Alexis de Tocqueville (1805-1859) e Giacomo Leopardi (1798-1837), poeta e pensatore. Che Merlini legge e interpreta e commenta legandoli al nostro presente per “aiutarci a capire  che cosa è andato storto, o che cosa è stato solo un inganno, nel processo di civilizzazione di cui siamo eredi.  Ma rispetto al quale, per un certo verso (proprio in relazione al tema della libertà) dovremmo poter continuare comunque ad andare fieri”. Curando la libertà, senza fuggire da essa.

Meditazioni che hanno come fil rouge le domande: “quale libertà, rivendicata da chi e perché? E ancora: liberi per che cosa, liberi da che cosa?”- domande da porci davanti a una libertà oggi nuovamente sotto assedio da parte del potere, sia esso politico ma soprattutto economico e tecnologico e da una razionalità irrazionale (e dalla paura della libertà da parte degli stessi uomini). E questo (Merlini): “Vuoi in ragione di una politica tanto impotente quanto autoritaria, attivamente impegnata a eroderne i margini in tutta risposta alla sua stessa incapacità di gestire gli effetti di processi ormai completamente sfuggiti di mano e sempre altrove rispetto al suo circoscritto luogo di esercizio. Vuoi per una ossessiva quanto immatura rivendicazione della libertà, in cui si esprime più il narcisismo sfrenato di individualità incapaci di guardare oltre l’affermazione della loro particolarità interessata [il proprio egoismo], che non il desiderio” di maggiori diritti (“e relativi doveri”) per tutti.

E quindi, bisogna anche proteggere la libertà da se stessa, perché la libertà “è una conquista mai definitiva” – soprattutto in questa nostra epoca “collocata su un crinale dove non la crisi (quale epoca non ne ha fatto l’esperienza?), bensì la stessa catastrofe (ambientale e sociale) è la forma del tempo con cui dobbiamo confrontarci” –  e solo in questo confronto “la libertà può ritrovare la sua strada”. Sempre ricordando che “libertà, solidarietà, equità non sono promesse indipendenti l’una dall’altra, ma sono l’una la condizione dell’altra”, qualcosa che quarant’anni di neoliberalismo e di quello che Merlini chiama tele-tecnocapitalismo (“novello re Mida, ossessionato e insieme fragilizzato dalla sua stessa ossessione di convertire tutto in una occasione di profitto”), ci hanno fatto dimenticare, oggi lasciandoci con un potere basato solo sulla forza e non più sul diritto e sui diritti.

Prima di arrivare a Nietzsche – il primo degli autori letti e commentati da Merlini – ci sono due incipit. Il primo è dedicato al libro della Genesi, all’albero della conoscenza del bene e del male, al suo essere mito/archetipo del rapporto tra libertà e soggezione al potere, in quel caso di Dio e alla libertà intesa come colpa/peccato, che però poi diventa, con l’Illuminismo e con Kant, libertà (e autonomia, invece dell’eteronomia) come diritto naturale e indisponibile dell’uomo, mentre per altri diventa volontà di onnipotenza credendosi come Dio e per altri ancora puro desiderio di trasgressione e di superamento di ogni limite, come il capitalismo.

Il secondo incipit è invece dedicato a una analisi del concetto di libertà, iniziando con una domanda che definiremmo socratica, cioè: “siamo mai veramente liberi?”, e possiamo/sappiamo “essere pienamente ciò che si è in diritto di essere”? – ovvero, quanto vogliamo essere liberi e quanto siamo disposti a lottare per la libertà nostra e degli altri e quanto invece siamo formattati dai contesti in cui viviamo, dalle obbligazioni sociali, dai mass media, dai social, da uno smartphone, dall’indifferenza egoistica e conformistica davanti a chi sta distruggendo la libertà degli altri, illudendoci che la sola libertà possibile sia quella del mercato o della tecnica – quando è vero il contrario? Perché la libertà, ricorda Merlini, è anche una conquista politica, che nasce da un desiderio di libertà che a sua volta può nascere solo se esistono le condizioni perché questo accada; ma se non esiste più la politica e si perde il desiderio della libertà allora si può perdere anche il senso di quella conquista. Ovvero, la libertà è vulnerabile sempre, non è mai ineluttabile, ma va sempre conquistata e curata e protetta. E rivendicata e accresciuta sempre, mai repressa come invece oggi accade troppo spesso. E “non c’è libertà senza reciprocità e non c’è libertà senza responsabilità” – relazione che invece sempre più dimentichiamo perché questo chiede e impone il sistema economico e tecnologico, che sta smantellando welfare e diritti umani (la reciprocità) e ci vuole irresponsabili rispetto alla crisi ambientale. Sistema che pure si offre a noi (è la più subdola delle tecniche di potere) come il massimo della libertà, progressivamente però togliendoci le condizioni per cercare (desiderare) una libertà che non sia appunto solo quella offerta (una falsa libertà, diciamo), dal sistema. Ovvero, “non necessariamente libertà è il nome di una virtù” e si può togliere la libertà – lo ricordiamo – anche in nome della libertà (ancora Trump e il neoliberalismo o la tecnologia, come esempi).

Da qui inizia il viaggio attorno alla libertà moderna – le meditazioni – di Merlini con Nietzsche, Tocqueville e Leopardi. Che per ovvie ragioni di spazio dobbiamo trascurare, rinviando i lettori – che speriamo siano molti, perché la malattia della libertà ci riguarda tutti – alle pagine del libro. Non senza ammettere di avere però amato soprattutto, per nostra deformazione sociologica, quelle dedicate a Tocqueville e al suo La democrazia in America e alle potenzialità ma anche ai rischi della libertà (e della democrazia) nelle società di massa, masse fisiche ieri, masse digitalizzate oggi. Tocqueville vedendo già allora in America “l’affermarsi di una libertà indifferente, priva di qualsiasi sentimento della responsabilità, una libertà che quindi si capovolge nel suo contrario, per il progressivo diffondersi dell’individualismo come rivendicazione di una libertà di movimento addestrata a distogliere lo sguardo dai suoi effetti reali sull’insieme sociale […] facendo precipitare nella illibertà del dispotismo demagogico, della servitù volontaria […] e nel regno dell’impolitica […] e di una frenesia insensata” ma che genera in realtà un immobilismo iperattivo, che non produce più un pensiero nuovo ma solo la replica dell’esistente, però così veloce da farlo apparire sempre nuovo, cosa che non è.

E arriviamo alla parte conclusiva del saggio e alla critica che Merlini, con Leopardi fa della ragione strumentale che definisce e determina da più di tre secoli e in modo assolutistico la modernità. Quella razionalità che per Leopardi è vera madre e cagione del nulla, e che “oggi lo è soprattutto per l’evidenza di un collasso ecologico senza pari che costringe a interrogarsi radicalmente sul modo stesso in cui abbiamo pensato, tra alti e bassi, la gloria della nostra civiltà” e sui modi con cui abbiamo fatto “della natura una riserva di caccia”. Cioè anche la libertà deve “trovare una sua nuova misura”. E deve farlo appunto radicalmente.

Nell’immagine: street art a Lipsia


L’UDC riceve il 40% del proprio budget dalla Confederazione

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Di Balz Oertli, Infosperber

Nel 2024 questi partiti hanno incassato ufficialmente 22,4 milioni di franchi di finanziamenti, 3,9 milioni in meno rispetto all’anno elettorale 2023. Tuttavia lo stesso Controllo federale delle finanze (CFF) ammette che i dati non consentono di avere «un quadro completo del finanziamento della politica».

Le donazioni sono visibili solo a partire da 15 000 franchi, quindi gli importi più consistenti scompaiono dalla percezione pubblica. Tutto ciò che avviene al di fuori di esse non è soggetto alle norme sulla trasparenza.

Fondi federali per tutti, ma in particolare per l’UDC

Uno sguardo ai contributi ai gruppi parlamentari nel Parlamento nazionale rivela dettagli piccanti. Tra le entrate dei partiti figurano i contributi federali ai gruppi parlamentari. Sono fondi versati ai gruppi per coprire i loro costi infrastrutturali, come le spese di segreteria e di ufficio. Nel 2024 la Confederazione ha versato 7,5 milioni di franchi, che costituiscono un quarto del bilancio complessivo dell’insieme dei partiti. Secondo i dati disponibili l’UDC risulta essere il partito maggiormente dipendente da questi contributi federali: riceve il 40% del proprio bilancio dalla Confederazione.

Misteriose fonti di finanziamento per l’Unione Democratica Federale (UDF) e il Mouvement Citoyen Genevois (MCG)

Il caso dell’UDF è misterioso: il partito genera il 40 per cento delle sue entrate con la «vendita di servizi». Qual è l’attività commerciale dell’UDF?

Ancora più enigmatici sono i dati relativi al piccolo partito ginevrino MCG. Ben il 78% delle sue entrate non compare in nessuna delle sottocategorie. Tre quarti del bilancio dell’MCG provengono quindi da fonti diverse da donazioni, eventi, vendite, quote associative, contributi per mandati o contributi dei gruppi parlamentari. Da dove proviene questo denaro?

Fondi dalle aziende e dalle associazioni economiche per i borghesi, e zero trasparenza

Un’analisi dei dati fornisce però anche risultati chiari: mentre il 97% delle donazioni al PS sono piccole donazioni (inferiori a 15 000 franchi), gran parte delle donazioni ai partiti borghesi proviene da aziende e associazioni economiche. Nell’UDC l’80% proviene dall’economia, nel centro e nel PVL comunque i due terzi. Anche le banche e le assicurazioni si dimostrano particolarmente generose nei confronti dei borghesi. Solo l’UBS lo scorso anno ha versato loro un milione. Un decimo delle donazioni al PLR, all’UDC, al centro e al PVL proviene dal settore finanziario.

Anche se i numeri rivelano dipendenze a vari livelli, i reali rapporti di forza rimangono nascosti. Infatti, oltre la metà di tutte le donazioni rimane anonima a causa della soglia di 15 000 franchi.

Attualmente l’Ufficio federale di giustizia (UFG) sta valutando le norme sulla trasparenza del finanziamento della politica. I risultati sono attesi entro la fine dell’anno. Resta da vedere se anche l’UFG giungerà alla stessa valutazione deludente del Controllo federale delle finanze.

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: la sessione autunnale del Consiglio nazionale attualmente in corso


Il Reichstag di Donald Trump

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

Ogni regime autoritario in via di consolidamento ha bisogno del suo delitto Matteotti, del suo incendio del Reichstag tedesco. Sia Mussolini che Hitler andarono al potere per via elettorale ma i loro progetti si sarebbero realizzati assai più lentamente, o forse sarebbero falliti, senza quelle due crisi decisive. La reazione dell’amministrazione Trump fin dalle prime ore dopo l’omicidio di Charles Kirk mostra che il presidente fellone intende seguire la stessa strada.

Dopo la morte di Charles Kirk, social media, tv e siti internet sono stati travolti da uno tsunami di fake news create dal movimento MAGA. In pochi minuti, su X e Facebook sono apparse fotografie di persone completamente estranee all’omicidio, tra cui quella di Michael Mallinson, un anziano canadese che si è trovato improvvisamente accusato da migliaia di post, con tanto di minacce e richieste di vendetta.

La propaganda è stata efficace, manipolando i titoli di media autorevoli come la CNN o il New York Times. Una donna di Seattle è stata erroneamente identificata come autrice della sparatoria con diffusione virale del suo profilo e informazioni personali benché fosse a centinaia di chilometri dalla scena del crimine.

L’attivista e consigliera di Trump Laura Loomer ha scritto su X (l’ex Twitter trasformato da Elon Musk in megafono dell’estrema destra) che il governo dovrebbe «chiudere, tagliare i fondi e perseguire penalmente ogni singola organizzazione di sinistra». Ha aggiunto: «Nessuna pietà. Imprigionate ogni singolo esponente di sinistra che minaccia violenza politica”. “Sono in guerra con noi», ha aggiunto il conduttore della Fox News Jesse Watters. «L’ultima volta che la sinistra radicale ha orchestrato un’ondata di violenza e terrore, J. Edgar Hoover ha messo fine a tutto nel giro di pochi anni», ha scrittoChristopher Rufo, una figura di spicco tra gli influencer del movimento trumpiano,  aggiungendo: «È ora, nei limiti della legge, di infiltrarsi, destabilizzare, arrestare e incarcerare tutti coloro che sono responsabili di questo caos».

Infiltrarsi, destabilizzare, arrestare e incarcerare: esattamente ciò che faceva il fondatore dell’Fbi  Edgar Hoover con il suo programma diretto a eliminare dalla scena politica le Pantere Nere negli anni Sessanta. Con in più l’assassinio senza esitazioni dei dirigenti del Black Panther Party: Fred Hampton, Mark Clark e Bobby Hutton, per esempio. Sarà questa la strada dell’amministrazione Trump nelle prossime settimane?

Subito dopo l’incendio del Reichstag, nel febbraio 1933, il regime nazista da poche settimane al potere attivò la sua macchina propagandistica. Goebbels ordinò ai giornali di scrivere riferire che il responsabile era il “complotto comunista” e che il governo doveva intervenire per proteggere il popolo. Questo permise di legittimare gli arresti di massa e la sospensione dei diritti civili. Nelle ore successive all’incendio, furono arrestati non solo il presunto responsabile, l’olandese Marinus van der Lubbe, ma anche moltissimi politici, intellettuali e oppositori, sulla base di indizi costruiti ad arte o esagerati dalla propaganda. Il linguaggio utilizzato dai giornali e dalla radio creò la psicosi di un “attacco alla Germania”, spingendo l’opinione pubblica ad appoggiare le misure repressive.

La marcia verso il fascismo non è mai il risultato esclusivo di atti di violenza terroristica o di reali emergenze: è invece il prodotto di processi di lungo periodo che sfruttano l’occasione. Chi ha il potere di imporre la sua narrazione della crisi può rimodellare lo spazio pubblico e la cittadinanza, a proprio vantaggio. L’infragilità democrazia americana non è mai stata così vulnerabile e non ci sono dubbi sull’intenzione del governo di utilizzare l’omicidio di Kirk per rafforzare il proprio potere, sospendere le garanzie costituzionali e legittimare pratiche antidemocratiche.

Studiosi del fascismo come Jason Stanley sottolineano che il problema è la normalizzazione dello stato d’eccezione, quando i cittadini accettano senza resistenza narrazioni volte a creare paura, permettendo alle autorità di ridefinire i diritti dei cittadini e dell’opposizione. Non è un caso che l’amministrazione Trump abbia già annunciato l’invio di truppe in altre città americane, come Chicago e Memphis, mentre studia come rinviare, sospendere o manipolare le elezioni per il Congresso del 2026.

Nell’immagine :Berlino,l’incendio del Reichstag nel febbraio 1933


Gli spari e la maschera ideologica

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

L’orrore per l’assassinio di Charlie Kirk, ucciso con un colpo di fucile sotto gli occhi di moglie e figli durante un dibattito alla Utah Valley University, ci restituisce le proporzioni che stavamo smarrendo tra gli slogan e gli spari, i concetti e gli attentati, la vita e la morte. Non conta nulla, per giudicare quanto è avvenuto, che Kirk fosse un estremista radicale del pensiero reazionario con milioni di follower, alla testa dell’organizzazione politica di destra Turning Point: è morto perché un giovane uomo con idee diverse dalle sue, di sinistra e confuse, ha deciso di armarle (pervertendo persino la scritta “Bella ciao”, incisa sulle pallottole) e di puntare un fucile di precisione da un tetto a duecento metri di distanza mirando per uccidere, colpendo Kirk al collo. Tutto questo, per completare la scena e renderla emblematica dei tempi che viviamo, dentro uno di quei campus dove dovrebbe compiersi la trasmissione quotidiana della conoscenza e della scienza, il passaggio generazionale, la scoperta della politica e anche della militanza, e dove invece si realizza la guerra quotidiana delle idee, polarizzando lo scontro sociale.

Non siamo davanti all’atto patologico di uno psicopatico che irrompe in un edificio e spara a persone sconosciute trasformate in bersaglio occasionale, con il gesto che spiega se stesso mentre si compie, molto più di quanto spieghi la scelta delle vittime. Qui è il contrario: c’è un prescelto, in quanto attivista di estrema destra, che deve morire perché le sue idee sono insopportabili e vanno uccise, e dall’altra parte del fucile c’è un suo quasi coetaneo che decide di trasformarsi in giustiziere: tramutando una scelta individuale in un atto pubblico che incendia la politica e suggerendo un rapporto sciagurato di causa e effetto tra la predicazione estremista di Kirk e la decisione estrema di eliminarlo fisicamente, come portatore non soltanto di un’idea da cancellare, ma di una colpa.

Chi segue il giovane assassino dentro questo percorso, abbagliato dalla radicalità delle proposte di Kirk, è prima di tutto fuori dalla logica della convivenza che tiene insieme, sia pure su versanti completamente opposti, i contendenti, gli avversari e anche i nemici, che si riconoscono reciprocamente come soggetti titolati ad agire dentro il discorso pubblico. Questo discorso esplode e finisce con il colpo di fucile quando si entra semplicemente (ma irrimediabilmente) nel disumano, consegnando la risoluzione della disputa e del contrasto di idee alla pura forza vigliacca, in quanto esercitata con strumenti di guerra in tempo di pace: inquadrando con agio nel mirino omicida una vittima designata che non sa di esserlo, perché crede di vivere da uomo libero in un Paese civile e democratico, senza doversi guardare dai suoi concittadini e dai loro propositi.

La disumanità si compie nell’impolitica. Negando il fondamento ultimo di ogni passione politica, (e anche la ragion d’essere di qualsiasi sinistra) chi compensa anche solo in parte l’omicidio di Kirk con le sue formulazioni più radicali trovandovi quote di giustificazione, disprezza in realtà l’uomo, disdegna la persona per reificare il suo ruolo, trasformarlo in simbolo e abbatterlo sulla piazza della città, compiendo in pubblico l’antico rituale del sacrificio, attraverso il sacrilegio dell’omicidio. Abbiamo già visto, e patito, questa idolatria ideologica del simbolo: si spara a una persona per le sue idee che lo trasformano in una maschera, ma quando la polvere da sparo si dissolve col sovraccarico metaforico di significati politici, sul terreno resta soltanto il corpo materiale di un uomo ucciso.

Tutto questo è ben chiaro, mentre di ora in ora si fa più incerto il profilo pubblico dell’attentatore, che sembra inadatto a rivestire un ruolo politico, e ancor più a reggere il profilo di un carattere ideologico: anche il richiamo a “Bella Ciao” pare venire non dalla storia maldigerita della Resistenza europea ma dal rimbalzo ignorante e automatico dei videogiochi, in particolare Far Cry 6. Stupisce dunque che la destra trumpiana si sia affrettata a caricare la responsabilità dell’ “odio” all’origine dell’omicidio sulla sinistra politica e intellettuale d’America: mentre è evidente che nei campus si è rotta quella lettura condivisa della storia che consentiva al Paese di potersi appoggiare, fino al recente passato, su una cultura democratica comune. Sconcerta ancor di più la corsa mimetica e gregaria della destra italiana a colpevolizzare gli avversari politici accusandoli di giustificazionismo connivente: come se la storia non certificasse che la sinistra i conti con il terrorismo li ha fatti fino in fondo, diventando forza di difesa dello Stato e delle istituzioni anche quando ne era tenuta fuori, mentre la destra ancora oggi non riesce a liberarsi dei demoni del suo passato, nemmeno quando governa lo Stato democratico italiano.

 


Il fronte est della Nato

Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica¨

Oggi l’Italia ha perso la pace senza aver combattuto la guerra. Ottant’anni fa vinse la pace perché aveva perso la guerra. Volendo perderla perché il suo padrone dell’epoca, Germania, l’avrebbe ridotta a triste colonia, mentre il nemico e futuro gestore, America, le offriva benessere e sicurezza. Per tre generazioni abbiamo goduto della pace firmata Zio Sam. Prima l’invasione russa dell’Ucraina poi il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e le dispute fra europei tanto impotenti quanto petulanti ci hanno tolto ogni certezza. Tutto è possibile. Dalla pace sporca alla guerra senza limiti. Molto di questo tutto dipende dalla narrazione, ricalco dall’inglese narrative. Nome corrente della cara vecchia propaganda. D’obbligo in tempo di guerra per ingannare il nemico. Almeno finché non inganni te stesso, credendoci. A forza di mentire per il bene della patria il boomerang ti piomba addosso. Non distingui più realtà e narrazione. Se provi a tenerle d’occhio insieme finisci strabico. Perdi il controllo della propaganda. Quando ti accorgi che è lei a controllare te può essere tardi.

Scopriamo questo corto circuito nel bellicismo dei volenterosi anglo-europei di fronte alla tragedia ucraina. Mentre gli Stati Uniti tentano goffamente di sedarla illudendosi di guadagnare Putin al contenimento della Cina, tedeschi e francesi raggiungono inglesi, scandinavi, polacchi e baltici nella crociata antirussa. Armata non si sa bene come. Gli stessi che avevano snobbato Biden quando avvertiva che i moscoviti stavano per aggredire l’Ucraina oggi fissano la data dell’attacco russo all’Europa – anno di disgrazia 2029. I volenterosi discettano di contingenti da schierare nell’Ucraina sull’orlo del collasso – anatema per il Cremlino – sapendo che senza gli americani sarebbero comodi bersagli per i russi, pronti a ricorrere all’atomica. O forse non lo sanno più perché il boomerang narrativo gli è già rimbalzato addosso? Quanto a noi, fedeli all’istinto atavico, restiamo fra due sedie, sperando che gli americani ci salvino ancora una volta dalle esuberanze di altri europei.

Ricostruire un ordine di pace paragonabile a quello vigente fra 1945 e 2022 significa partire dal principio che nessuno è sicuro finché non lo sono tutti. Regola della guerra fredda che ha reso possibile il miracolo della lunga pace europea. Sancita dal relativo equilibrio della potenza santificato nel 1975 a Helsinki dagli Stati di entrambi i blocchi. Concerto irripetibile nel breve periodo, da surrogare sedando intanto il fronte ucraino via sghembo compromesso Mosca-Washington-Kiev. Necessario per salvare quanto resta della nazione ucraina, con la quale noi occidentali abbiamo contratto un debito morale sacrificandola in una guerra per procura che doveva dissanguare la Russia mentre ha distrutto coloro cui avevamo promesso la pace della vittoria. Gli storici stabiliranno come dividere le responsabilità fra gli occidentali che hanno convinto Zelens’kyj di poter battere la Russia e lui che ci ha creduto – o ha dovuto crederci.

Gli ucraini lottano per sopravvivere, noi no. Il diritto all’esistenza non è una strategia. I russi vogliono vincere, ovvero annettersi quanti più territori possibile e neutralizzarne il resto. La mappa dell’Ucraina spartita fra Mosca e Kiev che il capo di Stato maggiore russo Valerij Gerasimov ha lasciato filtrare il 30 agosto è assai simile a quella della Nuova Russia vagheggiata da Putin in memoria della grande Caterina. Annettendo anche le regioni di Odessa e Mykolaïv chiude l’Ucraina al mare. Messaggio a Zelens’kyj: se non cedi alle mie condizioni sei finito con tutto il tuo paese. Quanto ad americani – tendenzialmente ignari di dove si trovi l’Ucraina – ed europei non vogliono perdere la faccia, ammesso non l’abbiano già persa. Certo non morire per Kiev.

L’Ucraina si è affidata a sponsor indisponibili a far guerra alla Russia ma più che disposti ad armarli per fiaccare l’Orso. E’ quindi scaduta da repubblica indipendente a dipendente, in ridotto formato territoriale e con metà degli abitanti d’anteguerra. Stato fallito. Mentre i russi dovranno spiegare a sé stessi se Donbas e dintorni valessero centinaia di migliaia di morti e subordinazione al finto amico cinese, dagli apparati riconosciuto nemico strategico. Vero vincitore della partita, per ora. Quanto a noi italiani e altri europei, probabilmente attingeremo alla retorica per mascherare le nostre corresponsabilità e passare all’ordine del giorno.

Perché questo disastro?

La risposta soffia, ancora una volta, nel vento ingannevole delle narrazioni. Nell’incompetenza di intelligence che hanno fallito le previsioni e ingannato i decisori politici, cui hanno servito il piatto che immaginavano volessero assaggiare. Senza considerare che ottant’anni di pacificata distorsione delle papille gustative impediscono ai leader europei di percepire il sapore di quanto inghiottiscono. Spaesati, oscillano fra rimozione del pericolo e accessi di militarismo primario per cui la guerra è tecnica separata dalla politica. Controsenso. Talvolta sono i generali a doverglielo ricordare. E che dire della scelta trumpiana di spedire un maturo immobiliarista newyorkese al Cremlino per trattare la spartizione dell’Ucraina, salvo meravigliarsi che Putin se lo sia mangiato a colazione? Da Kissinger a Witkoff: titolo consigliato per una prossima serie sul tramonto americano.