Sergio Rossi – L’“altro mondo” che sfida Trump

Il vertice del Sud Globale guidato dalla Cina che vorrebbe fondare un sistema monetario alternativo a quello ‘dominato’ dal dollaro 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Chi è causa del suo mal…

Il vertice del Sud Globale guidato dalla Cina che vorrebbe fondare un sistema monetario alternativo a quello ‘dominato’ dal dollaro 


Piazza Tienanmen, vecchi simboli per nuovi imperi

Il vertice del Sud Globale guidato dalla Cina che vorrebbe fondare un sistema monetario alternativo a quello ‘dominato’ dal dollaro 

Di Luigi Manconi, La Repubblica

La piazza Tienanmen di Pechino è lo scenario di alcune vicende umane e politiche che scandiscono drammaticamente la storia contemporanea. Il 5 giugno del 1989 una minuscola figura sfidò la macchina d’acciaio di un carro armato, muovendoglisi davanti con destrezza per contrastarne la marcia: e a tanti sembrò che, come in una dolente coreografia di Pina Bausch e in una metafora straziante, l’inseguito inseguisse il suo inseguitore.

Ieri (3 settembre), sempre in quella piazza — e come a voler cancellare definitivamente la memoria di 36 anni fa — è tornato grandiosamente l’Impero e ha mostrato in pompa magna tutta la sua forza e tutta la sua ambizione. Qui l’espressione pompa magna indica in particolare l’allestimento, la messa in scena, l’apparato teatrale che ha accompagnato e celebrato l’evento.

Già tra i Sumeri e gli antichi Egizi la rappresentazione degli apparati militari e delle armi solennizzava la crescita della potenza di quei popoli. Millenni dopo le falangi di Sparta e di Atene realizzavano manovre militari in occasione di grandi feste religiose e alla vigilia di importanti spedizioni belliche. Ma fu con lo sviluppo dell’impero romano che la parata militare assunse un ruolo assai significativo nel sistema iconografico e simbolico destinato a rinnovare e a glorificare il potere guerriero. I trionfi per le strade di Roma celebravano il comandante vittorioso e le sue legioni.

È da quel canone marziale e da quei rituali simbolici che è derivato il ricorso alla parata militare da parte di tutte le dittature del ‘900 e del secolo successivo. La parata militare non solo come espressione di forza bellica ed economica, ma proprio come dichiarazione superba della nietzschiana volontà di potenza. Ovvero la capacità di esercitare il dominio e di espandere i confini, di porre fine al caos e di garantire l’ordine, di esprimere egemonia e leadership.

Questa è stata la funzione sociale e, direi, culturale delle sfilate militari e delle esibizioni marziali nel corso di tutti i regimi fascisti del secolo scorso, così come nei sistemi totalitari del mondo sovietico. Oggi lo è in Russia, nella Corea del Nord e in altri regimi autoritari dell’Asia e dell’Africa. E oso dire che non è forse un caso che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non certo estraneo a pulsioni autoritarie, abbia voluto la “sua” parata, il 14 giugno 2025, 250esimo anniversario della fondazione dell’esercito e data del suo genetliaco.

Nella celebrazione della vittoria della Cina sul Giappone nel 1945 c’è tutto questo e ancora di più: qui la volontà di potenza va intesa nel più complesso significato che volle darle Nietzsche: ossia come espressione di forza morale e spirituale, di innovazione scientifica e tecnologica, di rinnovamento generazionale e di quella giovinezza del mondo a cui alludeva Giacomo Leopardi.

Questo grandioso racconto ideologico oggi si presenta come sovrastruttura di un sistema imperiale ancora più potente e temibile perché fondato sull’alleanza competitiva, e che si vorrebbe organica, tra più imperi. Quelli ripresi nel fotogramma dei despoti che assistono alla parata di piazza Tienanmen: Xi Jinping, Vladimir Putin, Kim Jong-un; e, nelle immediate vicinanze, il bielorusso Alexander Lukashenko, l’iraniano Masoud Pezeshkian e il capo della giunta militare birmana Min Aung Hlaing, e altri specchiati galantuomini. In altre parole l’asse del disordine, secondo la definizione di Richard Fontaine e Andrea Kendall-Taylor.

Eccezionalmente rivelatrice la conversazione tra Putin e Xi Jinping a proposito delle biotecnologie capaci, attraverso il trapianto degli organi, di allungare la vita «fino all’eternità» (sindrome ricorrente nei dittatori di tutti i tempi).

Davanti a questo inclito pubblico hanno sfilato missili ipersonici, missili balistici intercontinentali con capacità nucleare, missili anti-nave, armi laser e armi a microonde ad alta potenza, sottomarini senza equipaggio, artiglieria semovente su ruote, aerei da combattimento, elicotteri, droni e “friggi-droni” (lo scudo hi-tech destinato a proteggere lo spazio aereo). Tutto un arsenale imponente e minaccioso quale altri mai. Inequivocabile il messaggio che trasmette.

Ad attenuarlo appena, quel messaggio, quasi come un arabesco lezioso, le colombe raffigurate sull’installazione che fa da scenario al palco: e, poi, il volo di migliaia di colombe vere che solcano il cielo di Pechino. L’ormai universale simbolo di pace che sorvola quelle tonnellate di armi letali.

Sovviene irresistibile un’associazione di ricordi: il riconoscimento sovietico per la pace, prima Premio Stalin e poi Lenin, che venne attribuito, nel corso degli anni ‘50, alle personalità le più diverse: da Louis Aragon a Pablo Picasso, da Danilo Dolci a Pietro Nenni(che poi lo restituì al mittente).

Ecco, se a Donald Trump non venisse assegnato quel Nobel per la pace da lui agognato, resta sempre la possibilità di onorarlo con un più modesto ma comunque gratificante Premio Putin. Per avere tanto brillantemente contribuito al successo dei Nuovi Imperi.

Nell’immagine: Xi Jinping, Vladimir Putin, Kim Jong-un sul palco d’onore


Il ritorno delle grida manzoniane

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«Nessuno smartphone a scuola. Semplice. Ma chiaro. Nessun dispositivo deve entrare nel perimetro scolastico. Né spento né tanto meno acceso. Lo slogan? «Aiutiamo i nostri figli a diventare gli adulti che desiderano essere. […] L’iniziativa popolare Smartphone: a scuola no è stata ufficialmente lanciata ieri dal comitato promotore. […].Il divieto, è stato spiegato, si applicherà a tutte le scuole dell’obbligo: scuola dell’infanzia [sic!], scuola elementare e scuola media».

Queste righe (lette sul Corriere del Ticino del 3 settembre) mi riportano alla mente il cap. I dei Promessi sposi, dove Manzoni descrive con sottile ironia l’incontro di don Abbondio con quelli che «a prima vista si davano a conoscere per individui della specie dei ‘bravi’». Naturalmente questi ‘bravi’, a dispetto della loro denominazione, non erano individui dal cuore d’oro, onesti lavoratori, generosi e altruisti; al contrario, erano dei delinquenti al servizio dei ‘Signorotti’ locali, che taglieggiavano la gente imponendo con la forza la volontà del loro padrone. Questo succedeva nella Lombardia del 1600. Contro tali ‘bravi’ fioccavano le ‘grida’, cioè leggi governative promulgate con titoli altosonanti e linguaggio articolato. Inutile dire che queste ‘grida’, nonostante il loro moltiplicarsi, non ottennero risultati positivi e i bravi continuarono a fare il loro ‘dovere’, anche perché facevano parte del sistema di potere dell’epoca.

Sempre le suddette righe mi spingono a immaginare scenari comici, con il moltiplicarsi di bidelli (oggi detti operatori scolastici) appostati ai cancelli delle scuole, pronti a perquisire le cartelle, gli zainetti, le borse degli alunni e delle alunne al fine di trovare lui, lo ‘smartphone”. Esattamente come nei giorni agostani del Locarno film Festival, quando i nostri zaini venivano perquisiti da gentili guardie di sicurezza private alla ricerca di eventuali oggetti contundenti (i telefonini invece erano permessi, anzi necessari, direi indispensabili per prenotare un posto in sala).

Si vorrebbe dar la caccia agli ‘smartphone’ sul limitare del perimetro scolastico per aiutare i nostri figli «a diventare gli adulti che desiderano essere». Ho l’impressione, visti gli alti esempi fin qui mostrati da chi bazzica le elevate sfere o cieli stellari, che i nostri adolescenti desiderino sì diventare adulti, ma lontanissimi dagli adulti di oggi. E pour cause!

Credo che le direttive emanate dal DECS («nel perimetro dell’istituto scolastico i dispositivi tecnologici di comunicazione personali devono restare spenti e non visibili fisicamente»), se applicate con rigore, siano sufficienti a salvaguardare la salute digitale degli alunni e delle alunne. Non trasformiamo l’edificio scolastico in un fortino e diamo fiducia ai docenti e alle direzioni e diciamo ai genitori, che regalano i telefonini ai loro figli, di insegnare loro anche come e quando usarli.

Ancora una volta (devo incominciare a preoccuparmi?) mi trovo d’accordo con il vicedirettore del «Corriere del Ticino», quando scrive nel suo editoriale (nell’edizione citata) che i divieti «sono l’ammissione di una debolezza, di una sorta di fallimento» e che «non ammetterlo [il telefonino] integralmente nel perimetro scolastico, quindi nella cartella e nel percorso casa-scuola, appare una mossa esagerata e inapplicabile. Anche perché rischia di spezzare sul nascere l’indispensabile collaborazione tra il mondo della scuola e la famiglia».

Se vogliamo abolire qualcosa, aboliamo l’iperbole.

Nell’immagine: i fautori e le fautrici (fotogramma RSI)


Ma ChatGpt non può curare la nostra anima

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Di Umberto Galimberti, La Repubblica

Si può affidare all’intelligenza artificiale la cura dell’anima? Il tentativo è stato fatto, con un certo entusiasmo, dallo psicologo clinico Harvey Lieberman che, come lui stesso riferisce in un articolo del New York Times pubblicato su Repubblica (lo scorso 28 agosto), nella sua lunga carriera ha formato centinaia di medici e diretto programmi e servizi di salute mentale. A 81 anni, Lieberman scopre ChatGpt, basata sull’intelligenza artificiale, dotata di apprendimento automatico e specializzata nella conversazione con l’utente umano. Dopo averla frequentata con una certa soddisfazione, l’ha trovata molto utile fino a definirla «una protesi cognitiva, un’estensione attiva del proprio pensiero».

Questa sperimentazione immagino incuriosisca molti psicologi, in quest’epoca in cui, se non ti entusiasmi delle novità tecnologiche, sei semplicemente uno che vuol rimanere ancorato al passato, spaventato da un progresso che non riesce a controllare e da cui, per questo, si difende. Non temo di essere annoverato in questa categoria, perché non credo che l’intelligenza artificiale sia in grado di superare quel limite ben segnalato nel V secolo a. C. da Eraclito, secondo cui: «Per quanto tu cammini, anche percorrendo ogni strada, non raggiungerai mai i confini dell’anima, tanto è profonda la sua vera essenza».

È possibile affidare la propria anima – e più in generale la conduzione della propria vita – alla valutazione di dispositivi algoritmici, per quanto avanzati, come quelli utilizzati dall’intelligenza artificiale? Aristotele non conosceva gli algoritmi, ma nell’Etica Nicomachea (Libro VI) dice che, siccome la vita degli uomini è per molti aspetti imprevedibile, per governarla non ci si può affidare a una scienza esatta come la matematica. È invece necessaria quella virtù, la saggezza (phronesis), che non parte da premesse anticipate in grado di giungere a conclusioni inconfutabili, come nel caso dei teoremi matematici.

L’intelligenza artificiale rinuncia alla “saggezza” aristotelicaperché la ritiene uno strumento approssimativo e insufficiente per la conoscenza dei vissuti e dei comportamenti umani, anche se questi variano da individuo a individuo e, all’interno dello stesso individuo, nelle diverse stagioni della sua vita. Per questa ragione, attraverso la raccolta di una gran quantità di informazioni che gli algoritmi elaborano, l’IA ritiene di poter apprendere e generare conoscenze capaci di interpretare vissuti e comportamenti umani, sia nella loro norma che nella loro devianza, in modo da poterli confermare o correggere con risposte adeguate.

L’intento è quello di superare il limite delle tradizionali psicoterapie che – per quanto utili e in molti casi vantaggiose – soffrono comunque di quell’approssimazione che sempre accompagna ogni interpretazione umana. Eppure da Socrate, che proclamava la propria “dotta ignoranza”, a Nietzsche, che metteva in guardia quanti non accettano che ci sia qualcosa che non sia conoscibile, emerge una consapevolezza diversa. Nietzsche scrive infatti in Al di là del bene e del male: «Creda pure finché vuole il volgo, che conoscere sia un conoscere esaustivo». L’intelligenza artificiale – o meglio, la fiducia acritica che gli entusiasti assegnano alle capacità di questa intelligenza – ritiene invece di poter superare questo limite.

Ma quale nevrosi si nasconde dietro questa fiducia? La “paura dell’incalcolabile”, direbbe sempre Nietzsche. È la stessa paura che egli scorge in quanti spingono a oltranza la loro esigenza diuna conoscenza perfetta, priva di dubbi, approssimazioni e lacune. Scrive in un frammento del 1885: «Quello di cercar la regola è il primo istinto di chi conosce, mentre naturalmente, per il fatto che sia trovata la regola, niente ancora è conosciuto. Vogliono la regola, perché essa toglie al mondo il suo aspetto pauroso. La paura dell’incalcolabile come istinto segreto della scienza».

Eppure, scrive Harvey Lieberman: «Col tempo ChatGpt ha cambiato il mio modo di pensare. Sono diventato più preciso con il linguaggio, più curioso nei miei schemi comportamentali. Il mio monologo interiore ha iniziato a rispecchiare le risposte di ChatGpt: calmo, riflessivo, abbastanza astratto da aiutarmi a riformulare le cose».

A questo punto mi verrebbe da chiedere a Lieberman: dove sono finiti i sentimenti e le emozioni, le proiezioni e gli investimenti affettivi che immagino caratterizzavano la sua attività di psicologo clinico nella sua relazione con il paziente? Non erano forse queste le grandi macchine, per quanto approssimative e non perfette, che portavano – se non alla guarigione – al miglioramento delle condizioni di vita dei suoi pazienti? Non è sfiorato dal dubbio che questi aspetti non rientrano nella logica “lineare” con cui procedono i calcoli algoritmici avanzati di cui si serve l’intelligenza artificiale, perché, se presi in considerazione, disturberebbero il sistema?

Mi domando: se si diffondesse su vasta scala questo uso dell’intelligenza artificiale per la cura dell’anima, i fruitori – spinti dal bisogno di ottenere subito soluzioni e risposte – non finirebbero con l’assumere un’attitudine passiva, accettando chela propria vita sia gestita da qualcosa di esterno a loro? E tutto ciò senza una vera consapevolezza, anzi con la persuasione che la decisione resti nelle loro mani, perché sono loro che hanno deciso di farsi guidare dall’IA. Peccato che la logica “lineare”, propria delle macchine, non consente di riflettere la “complessità” dell’esistenza, che appare semplice, non perché lo sia, ma perché l’intelligenza artificiale non è in grado di rappresentarla.

Se il mondo digitale ha come obiettivo la prevedibilità e la calcolabilità – tale è il pensiero della “macchina pensante (Denkmaschine)” di cui parlava Heidegger in Identità e differenza(1957) – allora non può prescindere dal mondo-della-vita di husserliana memoria. Un mondo dove l’individuo, immerso in un ambiente caratterizzato da una complessità, dovuta alla sua variabilità, diversità ed evoluzione, non solo non è né prevedibile, né calcolabile, ma sfugge a ogni modellizzazione. Negare che esista una realtà più complessa al di fuori del modello digitale è forse solo indice di una smodata pigrizia intellettuale. Solo una mente pigra può pensare che l’intelligenza umana sia riducibile ai responsi di quella che oggi chiamiamo – forse con un po’ di esagerazione – “intelligenza” artificiale.

Se si consegna l’intelligenza umana a quella artificiale, se si evita di pensare con la propria testa per affidarsi ai responsi dell’IA, i rischi possono essere anche tragici. Come è accaduto all’adolescente californiano di 16 anni Adam Raine, che si era ritirato dalla vita sociale per consegnarsi alla sindrome giapponese hikikomori, chiuso nella propria cameretta senza mai uscire, nutrito dai familiari e in esclusiva comunicazione con il proprio computer e con le chat gestite dall’IA. All’inizio Raine interrogava la macchina per risolvere i compiti scolastici, poi per controllare l’ansia sociale, e infine per chiedere come costruire un cappio con cui suicidarsi.

Non è un caso isolato, se è vero che solo in Italia nel 2023, uno studio del Cnr stimava circa 54.000 casi tra gli studenti in ritiro sociale, mentre un’indagine dell’Iss ne contava 66.000.

Con questo non vogliamo demonizzare l’intelligenza artificiale, ma evitiamo di affidarci senza riserve alle sue risposte. Perché, familiarizzando con l’utente, l’IA, autogenerando risposte dalle competenze acquisite, può indurre i più giovani – proprio come è capitato al sedicenne californiano – a percorsi a rischio o addirittura a gesti estremi.


Le esecuzioni sommarie e le libertà

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Di Mario Ricciardi, il manifesto

Si può vedere facilmente il filmato, perché è stato condiviso dagli account social della Casa Bianca e diffuso dai principali organi di informazione. Le immagini sono sfocate, ma si riconosce un motoscafo che procede a grande velocità con delle persone a bordo. Poi c’è un’esplosione, e il video si interrompe con lo scafo avvolto dalle fiamme.

Dalle dichiarazioni ufficiali del governo degli Stati Uniti apprendiamo che l’imbarcazione era partita dal Venezuela, e trasportava undici membri del Tren de Aragua e un carico di stupefacenti. A colpirla sono state le unità della marina militare statunitense che da qualche tempo Trump ha inviato a largo del Venezuela. L’account della Casa Bianca ci dice che le undici persone uccise erano dei “narcoterroristi”.

A questo punto dovremmo fidarci di quello che dice l’account della Casa Bianca, perché non ci sarà un processo per accertare la responsabilità di ciascuno dei passeggeri a bordo dell’imbarcazione. La parola “terrorista” dovrebbe tacitare i nostri dubbi, ma visto l’uso disinvolto che se ne fa recentemente (basta pensare al caso di “Palestine Action” nel Regno Unito) la perplessità rimane.

Nei sistemi giuridici liberali, figli dell’illuminismo, la responsabilità penale è personale, e ciascuno dovrebbe rispondere solo di quello che ha fatto, non di ciò che hanno fatto i suoi compagni di viaggio. Le colpe di cui si viene accusati dovrebbero essere accertate, oltre ogni ragionevole dubbio, nel corso di un dibattimento in cui agli imputati è garantita una difesa e un processo equo. Uso il condizionale perché non sono più sicuro che sia così. Almeno non per tutti. Se sei venezuelano, nigeriano, libanese o palestinese le regole del nostro diritto liberale e illuminista a volte non si applicano.

Mi rendo conto che per alcuni il semplice fatto di trovarsi in un certo luogo è ragione sufficiente per essere eliminati (dal missile al drone, passando per il pager esplosivo, la lista degli strumenti a disposizione per queste esecuzioni sommarie è piuttosto lunga, e le informazioni per gli acquirenti sono facilmente disponibili on-line), ma continuo a pensare che aver raggiunto il livello di civiltà giuridica di cui un tempo andavamo orgogliosi (giustamente) e che indicavamo agli altri come un modello, sia stato un genuino progresso morale: il riconoscimento della piena eguaglianza di chiunque davanti alla legge penale, il diritto di ciascun essere umano di essere trattato come una persona, non come un animale da abbattere perché crediamo che possa essere pericoloso.

Quando politici e opinionisti gonfiano il petto e affermano la superiorità dei “valori occidentali” è sempre più difficile non pensare che lo stesso tipo di suprematismo è stato utilizzato in ogni parte del mondo per dare una patina morale alle peggiori nefandezze. Proprio negli Stati Uniti, era quel senso di superiorità rispetto ai “selvaggi” che stava dietro a alcune delle peggiori stragi di cui sono stati vittime i nativi. A Sand Creek, per esempio, nel 1864, furono centinaia tra uomini, donne e bambini. In quel caso, l’accusa non era traffico di stupefacenti, ma furto di bestiame. Anche a Camp Grant, nel 1871, l’accusa era quella. Le vittime furono centoquarantaquattro. Secondo il comitato composto dai possidenti del luogo gli indiani erano dietro a qualunque furto, e per questo non meritavano un processo, andavano eliminati tutti, comprese le donne e i bambini. L’elenco potrebbe andare avanti a lungo, e non sarebbe che un tassello del mosaico di violenza su cui è stato edificato lo sviluppo economico degli Usa nel diciannovesimo secolo. Roba vecchia? Temo proprio di no, e bisogna riconoscere che il ricorso alle esecuzioni sommarie non è stato reintrodotto da Trump. Nel corso dei due mandati presidenziali di Obama le esecuzioni sono state più di cinquecento, e hanno colpito “obiettivi” in Yemen, Somalia e Pakistan. Le cifre dei morti sono incerte – secondo alcuni potrebbero essere oltre ottocento – e ovviamente erano tutti terroristi. O almeno così ci dicono.

Ieri un’altra immagine ha fatto il giro del mondo, quella dei leader di Russia, Cina e nord Corea insieme a Pechino per assistere a una grande parata militare. Mancava Trump, ma non ci sarebbe stato male in quella compagnia. C’era un tempo, non molti anni fa, in cui gli Stati Uniti e l’Europa, nonostante le proprie magagne passate e attuali, avrebbero colto l’occasione per richiamare Xi Jinping, Putin e Kim Jong Un al rispetto dei diritti umani, del diritto penale internazionale e dei principi della democrazia. Oggi questo atteggiamento da parte dei leader occidentali provocherebbe probabilmente una scrollata di spalle, e l’invito a guardare in casa propria. La libertà di espressione, il carattere personale della responsabilità penale, la libertà di protestare pacificamente non sono messe in pericolo dai nostri nemici, reali o immaginari, ma da noi stessi.

 


Film Festival o Moon & Plastic?

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“Che bel Festival, grazie Giona”: giudizi come se ne vedono di rado, per questa 78 esima edizione.

Mi associo, però non riesco a togliermi un pensiero. Guardo la struttura sgraziata che ha soppiantato quella ariosa ed elegante dello spazio Forum (dove il pubblico incontra registi e attori) e mi viene da pensare che il Festival stia perdendo colpi.  Perderemo anche il Festival?

Lo schermo che ne era un simbolo non c’è già più. La Piazza Grande come Vacchini l’aveva presentata (la si può vedere nelle tante cartoline distribuite dal gruppo Dont’ touch the screen!) era uno spazio arredato con gusto.  Ora è al limite dell’invivibile: sedie accostate talmente vicine da far temere il disastro nel caso di un’evacuazione in urgenza.

Mentre stavamo seduti alla bell’e meglio cercando di leggere, fra migliaia di teste, i sottotitoli dei film (finalmente anche in italiano, grazie!) il drone che sorvolava la piazza ci mostrava decine e decine di posti vuoti nei settori migliori. Gli sponsor, certo. Il prezzo del successo e la nostalgia dei tempi andati, mi si dirà. Eppure. C’è una sorta di svilimento, la sensazione che il Festival abbia cessato di essere la più importante manifestazione della città.

Il nuovo che avanza si chiama Moon & Stars. E avanza la plastica. La plastica, di cui noi svizzeri pare siamo uno dei maggiori consumatori al mondo, avvolge e stravolge la struttura dello schermo e la base della cabina di proiezione. Ancora plastica, stavolta viola su palizzate e transenne, a definire in modo netto gli spazi che richiede Moon and Stars: dai giardini alla Piazza per intere settimane è un continuo via vai di mezzi e macchine per costruire strutture sempre più massicce e invasive.

Poche voci ufficiali si sono alzate in difesa dello schermo di Vacchini, che figura sulle nostre banconote di 20 franchi. Tutt’altra musica in risposta al ricorso di un ristoratore a cui è stata sottratta la terrazza sulla piazza per far posto alle strutture e alle direttive stringenti di Moon & Stars. Che si porta dietro i suoi efficientissimi operatori e perfino i Food truck dove se chiedi un panino senza pomodoro ti rispondono “WAS?”

C’è stata molta mobilitazione per parare le ricadute di un mancato rinnovo del contratto per le serate musicali, mentre le difficoltà aumentano per un festival che soffre sempre di più la concorrenza della Mostra del cinema di Venezia e delle nuove forme di distribuzione digitali dell’audiovisivo.

Locarno interessa sempre meno ai nuovi produttori cinematografici anche se le star vengono qui volentieri.  Cerimonie come il tappeto rosso paiono ormai imprescindibili, eppure Locarno ne ha fatto a meno per anni senza troppo soffrirne. Certo, non era l’epoca dei social.  Ma Locarno interessa ancora ai locarnesi, agli svizzeri che affollano le sale e che amano un cinema che non si vede altrove. La Piazza è davvero il mondo in casa, un viaggio nello spazio e nel tempo che continua nelle sale.

Difendere il Festival, la sua identità il suo valore con la stessa convinzione con cui il direttore Giona Nazzaro ha e difeso e accolto il diritto della Piazza di manifestare in silenzio contro il genocidio a Gaza. Un festival con un cuore, non solo un conto perdite e profitti. E soprattutto un festival che possa avere uno spazio vitale senza dover soffrire la pressione di altre manifestazioni che usano il territorio come mero spazio commerciale. Grazie Festival.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: gli spettatori invisibili


e-ID: i sostenitori della protezione dei dati sono stati ignorati

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Di Pascal Sigg, Infosperber

Questa volta dovrebbe funzionare: anche gli ex oppositori vogliono assolutamente la carta d’identità elettronica (e-ID), su cui la Svizzera voterà il 28 settembre. Tra l’altro perché, a differenza dell progetto precedente, i dati verrebbero memorizzati solo sugli smartphone degli utenti, e perché il team del progetto ha adottato un approccio particolarmente partecipativo e ha comunicato in modo trasparente.

Tuttavia, anche questa volta, nella fase di attuazione, la Confederazione non ha dato la priorità alla protezione dei dati in tutti i punti decisivi. La Conferenza dei responsabili svizzeri della protezione dei dati non intende prendere posizione sul progetto. «In qualità di organizzazione tecnica (e non politica), non ci esprimiamo sui decreti approvati dal legislatore», ha dichiarato il suo presidente Ueli Buri. Tuttavia, la voce più autorevole in materia di protezione dei dati in Svizzera ha criticato, nell’ambito della procedura di consultazione, diversi punti che non sono stati presi in considerazione nell’attuazione.

Primo: l’immagine biometrica del volto

Secondo una dichiarazione scritta, per i garanti della protezione dei dati «non è comprensibile perché un documento d’identità destinato all’uso nel mondo digitale debba contenere un’immagine biometrica del volto». A tal proposito occorre fornire una motivazione convincente oppure rinunciarvi. Gli sviluppatori dell’e-ID presso la Confederazione hanno tuttavia ignorato questa osservazione.

La Confederazione insiste sul fatto che per l’e-ID deve essere creato un video del volto, che verrà conservato per anni presso l’Ufficio federale di polizia. Ciò disturba anche Pascal Fouquet del Partito Pirata, come ha affermato lo scorso anno in occasione di una conferenza. Consentirebbe, ad esempio, di creare facilmente un modello 3D del volto di tutti gli utenti. Tale modello sarebbe perfettamente adatto al riconoscimento facciale nella videosorveglianza e costituirebbe quindi un elemento fondamentale per un sistema di credito sociale. Secondo lui, invece, l’identità avrebbe potuto essere verificata una sola volta senza memorizzazione di dati recandosi all’ufficio postale o all’amministrazione comunale.

Secondo: il numero AVS

I responsabili della protezione dei dati ritengono che per un’identificazione sicura tramite e-ID tra privati e con le autorità non sia necessario fornire il numero AVS. La Confederazione non condivide questa opinione. Il numero AVS è pratico perché si riferisce in modo univoco a una singola persona. Nel rapporto esplicativo relativo all’ordinanza sull’e-ID si legge: «il numero AVS si rivela utile per ottimizzare i processi amministrativi».

Terzo: l’identificazione eccessiva

I responsabili della protezione dei dati ritengono inoltre che la possibilità di identificarsi facilmente per via elettronica incentivi, ad esempio, le aziende e le autorità a introdurre nuovi e inutili obblighi di identificazione e a raccogliere dati che non sarebbero stati necessari con l’identificazione analogica.

Il seguente esempio illustra la differenza tra identificazione digitale e analogica: chi acquista un biglietto allo sportello di una funivia non deve fornire dati personali. Se desidera usufruire di uno sconto con l’abbonamento metà prezzo, è sufficiente esibire la tessera. Se invece acquista il biglietto in formato digitale deve indicare anche il nome, il sesso, l’età e l’indirizzo. Ciò può essere sicuramente nell’interesse del gestore della funivia, ma dal punto di vista del cliente comporta solo rischi inutili.

Lo stesso vale per l’acquisto di biglietti delle FFS. E ora la stessa cosa è diventata prassi comune anche per i biglietti di concerti o eventi sportivi. Fornitori come Ticket Corner o See Tickets, ad esempio, richiedono obbligatoriamente, oltre al nome e al cognome, anche l’indirizzo e-mail, il numero di cellulare e l’indirizzo di residenza per l’acquisto digitale di un biglietto per un concerto. Chi acquista online deve fornire i propri dati. Chi acquista al botteghino può semplicemente pagare con una banconota.

Nella loro presa di posizione, i responsabili della protezione dei dati hanno quindi chiesto che le organizzazioni che desiderano richiedere i dati di un’e-ID siano obbligate a richiederli solo se assolutamente necessario. Inoltre, a loro avviso, dovrebbero essere obbligate a richiedere solo quelle parti dell’e-ID di cui non possono fare a meno e a non memorizzare, trasmettere o elaborare in altro modo i dati di identificazione. Il Consiglio federale ha rinunciato a una regolamentazione efficace. Ha tuttavia seguito la raccomandazione dell’Incaricato federale della protezione dei dati (IFPDT) di pubblicare esempi di identificazione eccessiva. Inoltre, l’Ufficio federale di giustizia può avviare una procedura di verifica se viene a conoscenza di un uso improprio.

Ma per molti esperti questo non è sufficiente. Annett Laube, professoressa di informatica per la sicurezza dei dati alla Scuola universitaria professionale di Berna, ha seguito da vicino lo sviluppo della soluzione attuale. Ha dichiarato alla WOZ: «I privati non dovrebbero poter richiedere l’identificazione con l’e-ID senza una reale necessità o una base giuridica».

A ciò si aggiunge – anche se i responsabili della protezione dei dati non lo hanno esplicitamente criticato – il fatto che anche i gestori di negozi online possono richiedere i dati delle e-ID. In altre parole: a volte potrebbe non essere chiaro a chi devo e a chi non devo fornire i miei dati.

Rolf Rauschenbach, responsabile della comunicazione del progetto e-ID, ha dichiarato: «Lo Stato non vuole controllare tutto e limitare la libertà. In questo senso, se lo si desidera, è possibile condividere i dati con altri senza protezione». In questi casi, la Confederazione si limita a informare che potrebbe non essere una buona idea.

L’UE è più severa in questo senso. Ammette solo aziende e organizzazioni verificate. Inoltre, queste devono specificare esattamente in quali casi commerciali devono essere richiesti determinati dati. Secondo Rauschenbach, la Svizzera vorrebbe evitare questo grande sforzo. «Vedremo se questa strategia è quella giusta o se ci saranno molti abusi e l’intero progetto finirà per essere screditato. È una scommessa che siamo disposti a correre».

Quarto: la mancanza di una valutazione degli effetti sulla protezione dei dati

Una valutazione degli effetti sulla protezione dei dati potrebbe fornire maggiori informazioni sui rischi delle lacune lasciate intenzionalmente aperte. Tuttavia, finora tale valutazione non è stata effettuata per l’e-ID. Lo ha già sottolineato il PFPDT, che fa parte anche della Conferenza dei responsabili della protezione dei dati svizzeri, nel suo rapporto di attività 2023/24.

Secondo l’Ufficio federale di giustizia si è rinunciato a un’analisi di questo tipo perché si riteneva che non fosse ancora richiesta dalla legge. Il progetto e-ID era già in corso quando l’attuale legge sulla protezione dei dati, che richiede una valutazione degli effetti per le nuove procedure legislative, è entrata in vigore il 1° settembre 2023. Successivamente, tuttavia, è stata effettuata una valutazione dei rischi. Questa, a sua volta, ha dimostrato, in accordo con l’IFPDT, che è necessario effettuare una valutazione degli effetti sulla protezione dei dati. Secondo Rolf Rauschenbach, questa dovrebbe essere disponibile nella primavera del 2026.

Per quanto riguarda la protezione dei dati, ci sono però anche aspetti positivi. La Confederazione ha dovuto ammettere che nelle prime fasi dopo l’introduzione sarebbe stato possibile risalire all’utilizzo dell’e-ID da parte di una determinata persona. La cosiddetta “non collegabilità” sarebbe stata garantita solo in una seconda fase. A giugno, tuttavia, i responsabili hanno comunicato che è stata trovata una soluzione. In questo modo già al momento dell’eventuale introduzione dell’e-ID dovrebbe essere garantito che non sia possibile creatre profili utente.

La trasformazione digitale della Svizzera come grande obiettivo

Una forte protezione dei dati è particolarmente importante in quanto il Consiglio federale con l’adozione dell’e-ID ha di fatto deciso di avviare una grande ristrutturazione, con la quale intende trasformare digitalmente la Svizzera nel medio termine.

In un primo documento di discussione sull’attuale adozione dell’e-ID si legge: «Tutte le iniziative volte a introdurre con successo un’identità elettronica nazionale devono sempre fare i conti con il problema dell’uovo e della gallina: senza l’e-ID non si creano casi d’uso e senza casi d’uso non è necessaria l’e-ID».

All’epoca erano stati ipotizzati tre possibili «livelli di ambizione». La variante più semplice sarebbe stata: solo la Confederazione può lavorare con l’e-ID. Il livello medio avrebbe comportato la possibilità di utilizzare l’e-ID anche da parte di altri enti statali, come le università o gli uffici della circolazione stradale. La scelta è però caduta sul livello di ambizione più alto e sul maggior numero possibile di casi di applicazione. La soluzione adottata è quella che tiene conto anche delle richieste dei privati che necessitano di prove di identità per le loro attività commerciali. Ad esempio, gli operatori di telefonia mobile che vendono abbonamenti, o i negozi online che offrono bevande alcoliche o prodotti del tabacco.

Questo ha comportato la creazione di un «ecosistema di fiducia» completo, soddisfacendo così il desiderio esplicito delle associazioni economiche di categoria come Economiesuisse. Ciò nonostante il fatto che durante la consultazione, peraltro completa e ben documentata, solo una minoranza si è espressa a favore di questa scelta.

Nell’immagine: illustrazione da un opuscolo della Confederazione


I leader del mondo e il potere che si fa religione

Il vertice del Sud Globale guidato dalla Cina che vorrebbe fondare un sistema monetario alternativo a quello ‘dominato’ dal dollaro 

Di Massimo Recalcati, la Repubblica

Il declino delle religioni è considerato una cifra significativa del nostro tempo. Lo scientismo da un lato e l’affermazione incontrastata di una concezione edonistica della vita dall’altro avrebbero relegato la religione a una forma di superstizione oscurantista. Eppure nel nostro tempo non possiamo non constatare come la religione, proprio nei suoi aspetti più fondamentalisti, sia ritornata prepotentemente sulla scena. Al centro non è certamente la dimensione spirituale della religiosità, ma il nesso pre-illuminista che aveva vincolato strettamente la religione al potere. 

Quello che ritorna non è un Dio che scuote e interroga le coscienze, ma il suo rovescio mostruoso: un Dio ridotto a essere uno strumento ideologico del potere. È questo il denominatore comune che unisce figure politiche distanti tra loro quali sono quelle di Donald Trump, Vladimir Putin, i leader di Hamas, Benjamin Netanyahu e i suoi ministri che sostengono il massacro inaccettabile di Gaza insieme alla colonizzazione selvaggia delle terre palestinesi.

In evidenza è il ricorso a Dio come sostengo inossidabile della politica, della follia della guerra o della propria affermazione personale. Si tratta di un uso perverso della religione che storicamente non è affatto nuovo. Per questo il luterano Dietrich Bonhoeffer ricordava criticamente che Gesù non è venuto a chiederci di aderire a una nuova religione, ma alla vita.

Il richiamo continuo di Putin ai valori della tradizione e alla fede ortodossa, a Dio come garante della Santa Madre Russia che benedice i suoi confini e i carri armati santificando l’annientamento dell’Ucraina nazista e corrotta dall’Occidente, mostra la religione non tanto come antidoto dell’odio e della violenza ma come un suo terrificante amplificatore.

Trump mobilita un’altra Chiesa: non quella istituzionale, ma quella dei patrioti, degli eletti, dei veri americani. Il suo Make America Great Again ha i caratteri del mantra religioso, è un appello a un’età dell’oro perduta da riconquistare. La sua fede è performativa, il suo Dio è colui che lo riconosce narcisisticamente come esso stesso divino in una sorta di delirio megalomanico a due. La reazione alla cultura liberal avviene anche in questo caso attraverso la difesa orgogliosa dei principi fondamentali della tradizione che trovano in Dio il loro fondamento ultimo.

Si tratta di forme di religione, come direbbe Kierkegaard, anti-spirituali: Putin non invoca Dio per elevarsi spiritualmente, ma per scavare un fossato tra la «civiltà russa» e «l’Occidente decadente». La sua, come quella di Trump, è una religione della purezza etnica e culturale, un’arma identitaria che esige la vittoria sui nemici.

In Medio Oriente la dinamica è ancora più tragica. I leader di Hamas e Netanyahu giocano la stessa partita sul corpo straziato dei loro rispettivi popoli. Da una parte un Islam delirante ridotto a una ideologia della violenza e della morte, dove il martirio terrorista viene invocato come l’unica forma di vita degna di essere vissuta contro l’oppressore: nei loro discorsi i leader di Hamas più che legittimare il diritto alla resistenza del popolo palestinese inneggiano alla distruzione dello Stato di Israele. Dall’altra parte un sionismo trasformato in nazionalismo messianico che trasfigura la Terra Promessa in una fortezza da difendere mediante l’espansione cruenta e illegittima, giustificata per diritto divino.

In entrambi i casi l’evocazione di Dio risponde alla finalità perversa di esercitare la violenza della distruzione senza rimorso in quanto compiuta nel nome del Bene. La fede religiosa qui non pacifica, non unisce, ma divide e uccide.

In questo schema non c’è spazio per il dubbio, per la domanda, per la parola. Siamo di fronte all’architettura fanatica di un’identità senza alterità, dell’Uno-tutto che esclude l’incontro con il Due. Il fondamentalismo religioso fornisce la cornice sacra e inviolabile a questo schema. Dio non è più colui che preserva il comandamento “non uccidere”, ma è colui che, in un cortocircuito perverso, legittima l’uccisione nel suo nome. Non a caso la Bibbia non accusa mai l’ateo, ma solo l’idolatra poiché conosce bene dove può portare la pretesa religiosa di essere proprietari esclusivi della verità.

Quando Gesù, al termine della tremenda notte del Getsemani, viene aggredito e arrestato dai soldati e un suo discepolo cerca di difenderlo alzando la spada, egli interviene interrompendo la lotta, come se dicesse, con grande chiaroveggenza, è il caso di dire, “nessuna guerra di religione in mio nome!”.

Trump che sovverte le norme democratiche, Putin che perseguita il dissenso interno rafforzando il proprio potere personale, Netanyahu che mina la Corte Suprema e scatena una guerra immonda contro un popolo inerme, Hamas che impone, sempre nel nome di Dio, la sua legge con la violenza, innanzitutto al popolo palestinese.

In questa strana congiuntura storica la religione non è più, come riteneva a suo tempo Marx, «l’oppio dei popoli» che alimentando la credenza illusoria in un mondo aldilà del mondo, depotenziava le istanze critiche di cambiamento, ma diviene un combustibile micidiale che scatena un odio perpetuo. Non serve a pacificare ma a eccitare, a mobilitare le masse non verso un ideale di giustizia e di pace ma verso il godimento di sentirsi dalla parte giusta della storia, il godimento della distruzione del proprio nemico umiliato e annientato.

È un tunnel senza uscita. Sarebbe invece necessario uno sforzo collettivo estremo. Lo ammoniva a suo tempo il cardinale Martini: «Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta».

Nell’immagine: Washington, 22 agosto. Donald Trump mostra la foto del vertice con Vladimir Putin in Alaska


L’Ue all’ombra di Trump, l’inarrestabile tramonto

Il vertice del Sud Globale guidato dalla Cina che vorrebbe fondare un sistema monetario alternativo a quello ‘dominato’ dal dollaro 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Sul tramonto dell’Occidente ci si angustia e si dibatte da più di un secolo, ciononostante l’Europa si presenta del tutto impreparata di fronte alle circostanze del suo prosaico accadere. La frattura tra le due sponde dell’Atlantico è approfondita e incrudelita da Trump, ma è ben radicata nei fattori di crisi che hanno logorato la potenza americana.

E lascia i governi europei, prima ancora che l’Unione, attoniti e stupefatti. Quella frattura, che si manifesta oggi così brutalmente, non doveva semplicemente esistere, non era contemplata nel novero del possibile. Dopo il 1945 l’Europa non è riuscita neanche lontanamente a immaginarsi se non all’interno di un Occidente a guida statunitense nell’ambito del quale poter articolare, ma con prudenza, le proprie specificità e vantare le proprie virtù.

Non potendosi staccare da questo schema, ma neanche domarne le intemperanze e le crisi, l’Unione europea e i suoi membri oscillano tra sottomissione e progetti di autonomia destinati a cozzare contro crescenti egoismi e priorità nazionali. A maggior ragione la chiusura di ogni possibile interlocuzione con la Russia, il grande vicino dell’Est senza il quale, pur attraverso intrecci e vicende conflittuali, la storia europea non avrebbe il suo passato e nemmeno il suo futuro, vieta all’Unione europea di conseguire un peso rilevante su uno scacchiere globale in rapido movimento. L’alleanza con l’America costa cara, garantisce sempre di meno ma impedisce di attraversare in piena libertà i rapporti globali, di guardarsi intorno alla ricerca di nuove opportunità.

Mentre l’ideologia Maga e il suo condottiero sospingono gli Stati uniti verso assetti sempre più autoritari e il poderoso polo guidato da Cina, India e Russia è già ampiamente svincolato da obblighi democratici, l’Europa si atteggia a ultimo solitario bastione della democrazia, pur guardandosi dall’offendere Trump, chiamandolo per quello che effettivamente è. Ma la patente democratica non garantisce alcuna forma di potenza commerciale, finanziaria o militare, né attrattiva politica. E, del resto, sembra vicina alla scadenza visto il dilagare di forze reazionarie e nazionaliste in quasi tutto il continente. Il punto principale resta però quell’assenza di soggettività politica comune che l’attuale architettura dell’Unione europea esclude e che i governi nazionali avversano sempre più decisamente. E alla quale è assai pericoloso, ma anche inefficace, voler supplire con mastodontici programmi di riarmo, peraltro perseguiti su base nazionale.

È ben vero che il cosiddetto Sud globale è ancor meno omogeneo dell’Europa, segnato da innumerevoli differenze, attraversato da profonde contraddizioni e veri e propri conflitti come quello tra India e Pakistan. Ma è anche vero che i conti da saldare con l’egemonia occidentale del dopoguerra, per non parlare di quelli che risalgono alla storia coloniale, sono per molti aspetti comuni, i risentimenti condivisi e i progetti di sviluppo futuri integrabili, un legame consistente non privo di risvolti politici.

Tutti aspetti che la fine della guerra fredda e della divisione del mondo in due campi antagonisti, che tanto avevano influito sui rapporti tra Nord e Sud, hanno fatto venire pienamente alla luce. Inoltre, al centro di questo polo in costruzione vi è quella che è già a tutti gli effetti una superpotenza economica e militare, la Cina di Xi, nonché la seconda potenza nucleare del mondo rappresentata dalla Russia di Putin e paesi del peso dell’India o del Brasile. Tutte realtà politiche piuttosto solide che dispongono di una grande forza contrattuale.

L’Unione europea versa invece in una condizione di estrema fragilità: il suo centro franco-tedesco, insidiato dalle destre in costante ascesa, attraversa una fase di estrema instabilità politica. La maggioranza di centrosinistra che ha eletto e tiene in piedi la presidente della Commissione Ursula von der Leyen mostra una crescente insofferenza per il suo protagonismo tutto sbilanciato a destra e poco sensibile alle problematiche sociali. Nonostante la retorica militarista, con le sue promesse di rilancio economico e di riscossa geopolitica, l’Europa sta vivendo un suo proprio tramonto dell’Occidente, dei diritti acquisiti e delle garanzie democratiche. E finirà così col rimanere comunque subalterna e impastoiata nel campo imprevedibile, e con buona probabilità perdente, di Donald Trump.