Omar El Akkad: “Un giorno tutti diranno: ero contro la guerra a Gaza. Oggi troppi in silenzio”

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

Tante sono le ragioni che spiegano perché i governi occidentali non fermano Netanyahu, una a che fare col colore della pelle: i palestinesi non sono abbastanza bianchi». Omar El Akkad è un occidentale d’adozione: nato in Egitto nel 1982, cresciuto in Qatar, a 16 anni si è trasferito in Canada e oggi vive negli Stati Uniti. Da giornalista ha seguito la guerra in Afghanistan, i processi di Guantanamo, la Primavera araba. È autore di un libro molto letto, Un giorno tutti diranno di essere stati contro (Feltrinelli editore), che prende il titolo da un tweet che scrisse nell’ottobre del 2023, dopo aver visto le immagini della distruzione di Gaza. Diventò virale, 10 milioni di visualizzazioni: è stato il punto di inizio, o forse di arrivo, della sua riflessione sulla guerra, sul giornalismo, sull’ipocrisia del potere anche quando si definisce illuminato e progressista, sui valori traditi delle democrazie liberali. Il 6 settembre El Akkad sarà al Festivaletteratura di Mantova.

Quale altra ragione immobilizza le democrazie occidentali?
«Chiunque guardi con onestà intellettuale a quel che sta accadendo al popolo palestinese non può non vedere il colonialismo. È lo stesso sistema che ha portato alla nascita del Paese dove vivo ora. Si definisce per assenza di limite, prende e continua a prendere. Dunque non si può condannare l’attuale forma di colonialismo in Palestina senza guardare dentro se stessi. Se parlo di un gruppo di esseri umani a cui è stata rubata la terra, confinato in spazi ridotti, soggetto a un genocidio, parlo dei palestinesi o parlo dei nativi americani?»

I grandi soprusi della Storia hanno avuto bisogno di controllare i linguaggi e di piegare le parole, nel tentativo di mostrarsi accettabili. È così anche per Gaza?
«Certo, basta vedere la ritrosia dei potenti a definirlo genocidio. Il linguaggio è violenza, al pari di un proiettile. A Guantanamo, per esempio, non ci sono “prigionieri”, ci sono “detenuti”. E i detenuti li puoi tenere dentro per sempre. Esattamente come le detenzioni amministrative in Cisgiordania. A Guantanamo gli interrogatori li chiamano “prenotazioni”, come al ristorante. E quando i prigionieri fanno lo sciopero della fame, è “guerra asimmetrica”, perché i soldati lo sciopero della fame non lo possono fare».

E il terrorismo? Lo considera un termine assoluto o relativo?
«Non ho il diritto di dire a nessuno quale forma usare per resistere a un’occupazione. Dico però che lo standard va applicato a tutti nello stesso modo. Ho trascorso l’intera vita da adulto nella guerra al terrore, dove il termine terrorismo ha avuto un solo significato: violenza da parte di persone con il mio aspetto. Da due anni accendo il computer e vedo i peggiori crimini a Gaza, incluse fosse comuni e uccisione dei bambini. Però in questo caso il termine terrorismo non lo usiamo. Allora che valore ha?».

In tutto questo, dove lo posiziona Hamas?
«Mi chiedo perché Israele abbia permesso che venisse finanziato. Ci illudiamo davvero che la punizione collettiva di Israele a Gaza non si tradurrà in futuro in un movimento di resistenza ancora più violento?»

Da giornalista, come vive la strage di più di 200 reporter palestinesi?
«Di tutte le cose che mi fanno infuriare del sistematico attacco alla verità, la peggiore è l’impunità assoluta di chi lo compie».

Lei critica spesso il modo con cui la stampa occidentale copre il conflitto. Perché?
«Lungi da me da fare lezioni di giornalismo, soprattutto ai reporter che vanno sul campo. Osservo che se un giornalista intende aderire ai criteri di neutralità e oggettività, concetti di cui qui negli Usa ci si riempie la bocca, allora dovrebbe applicarli sempre».

A cosa si riferisce, precisamente?
«Nelle rare volte che sulla Bbc e su Cnn viene intervistato un palestinese, non importa il massacro da cui è appena sopravvissuto, gli verrà sempre chiesto se sostiene Hamas. Anche le statistiche sui morti, se provengono da Gaza, sono presentate in una bolla di dubbio. Lo stesso standard non viene applicato nei confronti dell’esercito di Israele, nonostante menta palesemente. Come quando sostiene che non bombarda gli ospedali, invece li ha colpiti tutti».

Chi è che un giorno dirà di essere stato contro?
«Tutti quelli che oggi rimangono al centro della strada, né da una parte, né dall’altra».

Una parte dell’opinione pubblica si sente impotente e vorrebbe fare qualcosa.
«Sono frustrato anch’io, soprattutto quando vedo quanti politici si sono svegliati solo adesso e si sono messi a parlare di Gaza. Non credo alla loro sincerità, e tuttavia il fenomeno è indicativo del fatto che tutte le manifestazioni di protesta della società civile, le marce, i libri, mettono pressione al potere e producono degli effetti. Non è che il genocidio si ferma se io scrivo un libro o se gli attori famosi mostrano le bandiere della Palestina ai festival, però qualcosa si muove. Non bisogna smettere».


Il crollo della corrente atlantica è un rischio reale, il nostro clima ne sarebbe sconvolto

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Di Giacomo Talignani, La Stampa

Immaginate un mondo futuro dove l’Europa, soprattutto quella occidentale, inizia a vivere inverni rigidissimi ed estati dove la siccità è devastante. I mari, nel frattempo, lì come altrove, salgono anche di 50 centimetri. Più a sud, nella fascia tropicale del Pianeta, miliardi di persone che per coltivare e vivere fanno affidamento sulle precipitazioni si ritrovano senza più pioggia. Tutto è sconvolto, capovolto: è lo scenario drammatico di cosa accadrebbe con il collasso dell’AMOC, la circolazione atlantica meridionale invertita [di cui fa parte la più nota Corrente del golfo, ndr], il fenomeno fondamentale che oggi permette gli equilibri che conosciamo sulla Terra.

Molto si è detto e scritto, fra gli scienziati, su come le tendenze legate alla crisi del clima innescata dalle emissioni dell’uomo stanno mutando questa corrente e in più occasioni si è parlato del suo possibile collasso, talvolta ipotizzato e in altri casi smentito. Ora però un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, ha cambiato approccio per capire cosa sta accadendo alla corrente e, analizzando i modelli standard utilizzati dall’IPCC, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, ha elaborato scenari a lungo termine che appaiono preoccupanti: secondo gli esperti la possibilità che questo collasso avvenga non è più remota, ma reale e non così lontana. Prima si diceva infatti che fosse un evento poco probabile ma ora i ricercatori suggeriscono invece che si tratta di un evento realmente possibile e chiedono urgenza nell’unica cosa da fare per provare ad evitare questo cambiamento: ridurre le emissioni legate ai combustibili fossili. Una indicazione precisa nonostante parte del mondo, guidata dalla battaglia negazionista di Donald Trump, stia andando esattamente nella opposta direzione, pompando ancora di più un’economia basata su petrolio, carbone e gas. L’AMOC è fondamentale per il clima: questa circolazione porta l’acqua tropicale, più calda, in Europa e nell’Artico. Lassù l’acqua si raffredda e sprofonda dando vita a una profonda corrente di ritorno. Questa circolazione tiene in piedi le attuali dinamiche del clima come le conosciamo.

Ci sono stati finora tantissimi studi sulla corrente: molti esperti concordano che abbiamo raggiunto, a causa della crisi climatica, il suo punto di massima intensità negli ultimi 1600 anni e che oggi stia cambiando. Una ricerca recente sosteneva però che un collasso prima del 2100, cioè fra meno di ottanta anni, fosse improbabile. La nuova analisi invece fa altre stime. Gli scienziati in questo caso hanno provato a calcolare le dinamiche dei modelli su un periodo più lungo, fino al 2300 e al 2500: in questo contesto sono certi che il collasso avverrà ma danno anche una indicazione in più, ovvero che il punto di non ritorno, quello in cui sarà impossibile tornare indietro prima del declino, avverrà fra pochi decenni (anche se il collasso non si verificherà prima di mezzo secolo o un secolo). Un avvertimento che è particolarmente importante ora. Nonostante i tagli alle politiche climatiche, nonostante le incertezze sui grandi accordi internazionali come le COP, i ricercatori indicano però che siamo ancora in tempo per evitare il punto di non ritorno, a un patto però, solo se riusciremo a non aumentare il livello di emissioni. Lo studio sostiene infatti che se le emissioni climalteranti continuassero a salire il 70% dei modelli sperimentati indica un collasso. In un livello intermedio di emissioni questo crollo si verifica invece nel 37% dei modelli e anche se avremo emissioni basse l’arresto dell’AMOC è osservabile nel 25% dei modelli.

Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research, che ha preso parte allo studio, spiega che si tratta di risultati “piuttosto scioccanti. Ero solito pensare che la probabilità che l’AMOC crollasse a causa del riscaldamento globale fosse inferiore al 10% ma ora, anche in uno scenario a basse emissioni, nel rispetto dell’accordo di Parigi (dal quale gli Stati Uniti sono usciti, ndr), sembra che potrebbe essere più vicina al 25%. Questi numeri non sono molto certi, ma stiamo parlando di una questione di valutazione del rischio in cui anche una probabilità del 10% di un collasso sarebbe troppo alta. Abbiamo scoperto che il punto di svolta in cui il crollo diventerà inevitabile sarà probabilmente nei prossimi 10-20 anni circa. Anche questa è una scoperta piuttosto scioccante ed è il motivo per cui dobbiamo agire molto rapidamente per ridurre le emissioni” conclude lo scienziato. Per Sybren Drijfhout del Royal Netherlands Meteorological Institute è importante considerare che “il rischio di collasso è più serio di quanto molti credono. La maggior parte delle proiezioni climatiche infatti si ferma al 2100. Ma alcuni dei modelli standard dell’IPCC sono ormai proiettati nel futuro per secoli e mostrano risultati molto preoccupanti”.

Una preoccupazione che nasce anche grazie a dinamiche già osservabili. L’AMOC è infatti un nastro trasportatore oceanico che, rimandando indietro acqua di profondità più fredda e densa verso sud, contribuisce a mantenere per esempio mite il clima in Europa e influenza gli altri modelli meteo. Le simulazioni mostrano però come questa dinamica sia sull’orlo di un punto di svolta per esempio nei mari del Labrador e del Nord dove, a causa del riscaldamento globale, la miscelazione verticale delle acque oceaniche è indebolita: in sostanza la superficie del mare rimane più calda e leggera rendendola “meno incline a sprofondare e a mescolarsi con le acque più profonde. Questo indebolisce l’AMOC, con conseguente minore flusso di acqua calda e salata verso nord” scrivono gli esperti. Questi e altri passaggi inoltre non includono molti altri dettagli, come per esempio il fatto che “l’acqua dolce extra derivante dalla perdita di ghiaccio in Groenlandia spingerebbe il sistema ancora più in là: ecco perché è fondamentale ridurre rapidamente le emissioni. Ciò ridurrebbe notevolmente il rischio di un arresto dell’AMOC anche se è troppo tardi per eliminarlo completamente” avverte Rahmstorf ricordandoci ancora una volta che “un drastico indebolimento e arresto di questo sistema di correnti oceaniche avrebbe gravi conseguenze in tutto il mondo”.


I preparativi sotto le minacce di Israele

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Altri naviganti (oltre a noi poveri naufraghi, che lo facciamo solo a parole) stanno per affrontare le pericolose acque del sopruso e dell’indifferenza, in nome di un ideale che in molti, fortunatamente, non viene meno. La nostra zattera li seguirà a distanza attraverso i loro messaggi, ringraziandoli di aver voluto agire anche a nome di chi, magari, il loro coraggio non lo avrebbe avuto.Video inviato dalla barca “Alfonsina e il mare”, attualmente agli ormeggi in Sicilia

La situazione

Le proposte radicali di Ben-Gvir non sono state adottate ufficialmente dal governo israeliano, ma rimangono sotto attiva considerazione ai livelli più alti.

Secondo queste proposte i partecipanti alla missione pacifica della Sumud Flotilla dovrebbero essere considerati terroristi. Questo comporterebbe la loro detenzione nelle prigioni di Ketziot/Damon “senza televisione, radio o cibo speciale”, la confisca delle imbarcazioni e la classificazione formale come simpatizzanti del terrorismo.

Per ora dunque non si sa se Israele adotterà l’approccio intransigente di Ben-Gvir o le procedure standard. La flottiglia comunque presto salperà, e quindi questa decisione dovrà essere presa entro 5-7 giorni, quando le navi si avvicineranno al Mediterraneo orientale.

La petizione citata nel video si può sottoscrivere con il link che si trova nel riquadro all’inizio della pagina


La Russia recluta giovani sudafricane per la produzione droni da usare in Ucraina

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Prima la notizia era circolata come voce sui media russi e ucraini ma ora è diventata vera e propria denuncia grazie a un dossier di 37 pagine pubblicato dalla prestigiosa organizzazione svizzera Global Initiative Against Transnational Organized Crime che ha sede a Ginevra.

Un duro colpo all’immagine dei BRICS, di cui i due Paesi fanno entrambi parte: l’organizzazione in questi anni infatti ha cercato di promuovere l’immagine di un’alleanza basata sull’eguaglianza tra le nazioni che vi aderiscono e sulla propensione alla giustizia sociale.

Queste donne, prelevate dalle “shanty town” di Johannesburg, vengono inviate in Tatarstan, la repubblica musulmana della Federazione russa. Qui, nella zona economica speciale di Alabuga, si trova anche lo stabilimento dove viene prodotta buona parte dei Shahed 136 (i droni kamikaze low cost che hanno sostituito quelli di produzione iraniana) che piovono quotidianamente sulla testa dei civili ucraini. L’azienda, grazie a delle società joint-venture, sta conducendo da mesi un’aggressiva una campagna di reclutamento per assumere decine di migliaia di persone provenienti dal Sudafrica – ma anche da altri paesi poveri o in via di sviluppo – alle quali vengono offerti salari molto alti per gli standard locali.

C’è qualcosa di tragico e di singolare in questa moderna tratta degli schiavi che coinvolge il Paese che fu di Nelson Mandela, bandiera della lotta all’apartheid, e la Russia che nel ’900 fu testimone di due rivoluzioni socialiste.

“In Russia – ha dichiarato all’agenzia Lebogang Zulu, attivista dell’Alleanza delle donne sudafricane – c’è una grande richiesta di manodopera. La popolazione russa sta gradualmente diminuendo e invecchiando, mentre la morte di centinaia di migliaia di uomini sul fronte ucraino ha portato a un deficit ancora maggiore nel mercato del lavoro. Mel frattempo, in Sudafrica un terzo della popolazione in età lavorativa è senza occupazione”.

Questa dinamica si accompagna alla riduzione della presenza di migranti nella Federazione Russa provenienti dalle ex repubbliche sovietiche del Centro Asia. Dopo l’attentato al Crocus City Hall di Mosca della primavera del 2024 da parte di un gruppo terroristico islamico in cui vennero uccise 150 persone, ottenere il permesso di soggiorno in Russia è diventato assai più difficile per chi arriva dalla Kirghizistan o dal Tajikistan

La Russia richiede alle sue società partner in Sudafrica soprattutto personale femminile appena maggiorenne perché più docile e senza esperienze lavorative in aziende sudafricane, dove sono presenti dei sindacati.

La ricerca dell’organizzazione elvetica ha segnalato anche che “secondo le testimonianze raccolte, ad Alabuga ci siano aspetti fraudolenti nel processo di reclutamento: i potenziali assunti sono indotti a partecipare con false promesse riguardo alla natura del lavoro, alle condizioni di lavoro e alle opportunità di istruzione. Le donne vengono reclutate online, anche sui social media, con influencer incaricati di promuovere il programma di Alabuga, e tramite intermediari nei loro paesi d’origine. La maggior parte dei candidati lavora direttamente nella produzione di droni, mentre altri lavorano come personale di supporto, addetti alle pulizie e alla ristorazione”.

Il programma combina la promessa di uno stipendio mensile elevato, almeno rispetto alla retribuzione media in alcuni dei paesi di reclutamento, con requisiti di accesso minimi. In un’intervista al sito di notizie russo Business Online nell’aprile 2023, Timor Shagivaleev, il direttore generale di Alabuga, ha affermato che il programma sta attirando persone dai paesi africani e dal Pakistan per contribuire a colmare la carenza di manodopera.

Secondo la ONG ginevrina “i russi semplicemente non sono disposti a lavorare per 30.000-40.000 rubli (300-400 dollari USA). Nei paesi del terzo mondo lo stipendio iniziale è molto basso, circa 200 dollari. Ed è per questo che gli stranieri provenienti da paesi esotici sono disposti a lavorare per tali somme“, ha affermato. Gli annunci più recenti di Alabuga, insieme alle interviste con i reclutatori e i partecipanti, indicano che lo stipendio iniziale per un partecipante è di circa 500 dollari al mese. Il programma sostiene inoltre di offrire opportunità di istruzione e formazione attraverso l’Alabuga Polytech, con ”attrezzature all’avanguardia“ per la formazione di “lavoratori qualificati” e corsi di lingua russa.

Come ha messo in luce sempre la “Global Initiative Against Transnational Organized Crime”, per partecipare al programma le partecipanti devono avere un diploma di scuola superiore, un passaporto valido, superare un test di competenza su 100 parole russe di base (compreso un vocabolario specifico per il lavoro in fabbrica) e sottoporsi a una sorta di test attitudinale sotto forma di gioco di simulazione. Shagivaleev ha presentato la sua versione sul motivo per cui il programma si rivolge alle donne: “All’Alabuga Polytech l’80% degli studenti sono ragazze. Alcuni lavori richiedono ancora la precisione femminile”, ha affermato. Tuttavia tra i dirigenti di Alabuga esiste la percezione che le giovani donne siano più facili da gestire o controllare all’interno del programma di lavoro. “In base alla visione dell’azienda, gli uomini sono più conflittuali a causa delle differenze religiose e culturali. La convivenza tra donne è molto più facile che tra uomini”, ha affermato un reclutatore online.

Il fenomeno delle migranti sudafricane nel nord della Russia è diventato così vistoso che il governo sudafricano ha voluto puntualizzare che il reclutamento non avviene attraverso le proprie agenzie ma per mezzo di società private che utilizzano per promuovere questo business di decine influencer operanti sui social media sudafricani.

Dal governo russo, come prevedibile, non è giunta alcuna reazione.

Nel mese di maggio è stato inoltre stipulato un accordo ufficiale tra le autorità russe e quelle sudafricane per l’assunzione di 5600 dipendenti sudafricani per la società di costruzioni “Etalonstroy Ural”. Tuttavia questa società risulta essere null’altro una copertura, visto che ha solo 7 dipendenti pur esistendo da ben 11 anni. Il dubbio è che formalmente questi lavoratori vengano utilizzati nel comparto edile e vadano ad ingrossare le file di chi lavora a ciclo continuo nel complesso militar-industriale.

Nell’immagine: i dormitori sorvegliati dove alloggiano le giovani donne


Sergio Rossi – Il 10% del reddito può bastare

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Scusandoci con i lettori/trici e con il prof. Rossi ripubblichiamo il video corretto dell’intervista

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Xi, attacco all’Occidente con Putin, Modi e il sud: “Un nuovo ordine giusto”

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Di Rosalba Castelletti, la Repubblica

Parte da Tianjin l’ultimo attacco contro l’Occidente. Il presidente cinese Xi Jinping ha denunciato la «mentalità da Guerra Fredda» e gli «atti di intimidazione» e proposto di promuovere una «governance globale più giusta e ragionevole… in un nuovo periodo di tumultuosi cambiamenti». Una visione condivisa dall’alleato russo Vladimir Putin che ha accusato l’Occidente di aver provocato il conflitto in Ucraina.

Si è chiuso così il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Sco, il più grande dalla sua fondazione nel 2002, che ha riunito nella città portuale settentrionale i capi di Stato e di governo di 10 Stati membri e 16 Paesi osservatori e “partner di dialogo” a cui da ieri si è aggiunto anche il Laos. Tra loro anche l’iraniano Masoud Pezeshkian, il turco Recep Tayyip Erdogan, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, nonché il premier indiano Narendra Modi alla sua prima visita in Cina in sette anni. Un contrappeso alla Nato, così viene spesso descritta l’Organizzazione che rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale e il 23,5% del Pil mondiale. Un nuovo modello di «vero multilateralismo» che dia priorità al sud del mondo contro «l’egemonismo e la politica della potenza», l’ha invece definita Xi che col vertice di Tianjin ha lanciato la sua sfida all’egemonia degli Stati Uniti sullo sfondo degli sconvolgimenti causati dai dazi introdotti da Donald Trump e dai conflitti in Ucraina e Gaza.

«I compiti di sicurezza e sviluppo che gli Stati membri devono affrontare sono diventati ancora più impegnativi», ha osservato Xi esortando i partner a «opporsi alla mentalità da guerra fredda, al confronto tra blocchi e al bullismo» e a «sostenere il sistema internazionale che ha al centro le Nazioni Unite e il sistema commerciale multilaterale che ha al centro l’Organizzazione mondiale del commercio».

Nel tentativo di ampliare il raggio d’azione della Sco, il presidente cinese ha anche proposto di istituire una piattaforma internazionale per la cooperazione energetica e di accelerare la creazione di una Banca di sviluppo promettendo 2 miliardi di yuan (240 milioni di euro) in aiuti gratuiti quest’anno e 10 miliardi di yuan (1,2 milioni di euro) in prestiti nel prossimo triennio. Ha anche annunciato di voler consentire ai Paesi Sco di utilizzare il sistema satellitare cinese BeiDou alternativo al sistema Gps controllato dagli Stati Uniti invitandoli a partecipare alla stazione di ricerca lunare cinese.

Xi ha infine auspicato rapporti «stabili e di vasta portata» con l’India, proprio mentre Trump sulla sua piattaforma Truth definiva «a senso unico» le relazioni commerciali con New Delhi. «Facciamo pochissimi affari con l’India, ma loro ne fanno enormi con noi. Ora si sono offerti di tagliare a zero i loro dazi, ma è tardi. Avrebbero dovuto farlo anni fa», ha scritto il leader della Casa Bianca a pochi giorni dall’introduzione di dazi statunitensi al 50% sui prodotti indiani.

Nella dichiarazione conclusiva congiunta, i leader della Sco hanno invece «condannato fermamente gli atti che hanno causato vittime civili» nella Striscia di Gaza e gli attacchi condotti da Israele e Stati Uniti in Iran lo scorso giugno, lanciando un appello per un «cessate il fuoco completo e duraturo e un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari» a Gaza. Nessuna parola invece sull’Ucraina. La Sco ha anche chiesto alla comunità internazionale di sostenere la prospettiva «corretta» sulla Seconda guerra mondiale con la Cina che da mesi rivendica il suo ruolo, accanto a quello dell’Urss, nella sconfitta del Giappone e della Germania.

Domani molti partecipanti al vertice di Tianjin si sposteranno a Pechino proprio per assistere alla grande parata militare per celebrare l’80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale e della vittoria cinese sul Giappone che vedrà sfilare anche i nuovi missili balistici, chiamati “Guam killer” per la loro capacità di colpire la base statunitense nel Pacifico con un’arma convenzionale o nucleare, o i missili antinave Ying Li che in cinese significa “attacco dell’aquila”. Pur presenti a Tianjin, Modi ed Erdogan la diserteranno, ma ad affiancare Xi sugli spalti — oltre a Putin — ci sarà il leader nordcoreano Kim Jong-un che ieri ha lasciato Pyongyang a bordo del suo treno speciale.


Putin e l’ossessione della gloria perduta

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Di Marco Mondini, la Repubblica

Hanno fatto di tutto per dividerci e indebolirci, ma è il momento di riprendere ciò che è nostro. È il luglio 2021 quando Vladimir Putin lo scrive, in un suo lungo intervento pubblicato sul sito del Cremlino e intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini. Il premio Pulitzer Anne Applebaum lo ha definito all’epoca «una chiamata alle armi». Non a torto. Perché l’articolo di Putin non sarà esattamente il Mein Kampf in salsa russa, se non altro per dimensioni, ma con la delirante autobiografia di Adolf Hitler ha più di qualche punto in comune. 

Intanto, la volontà di riscrivere la storia. Nel suo caso per raccontare una Russia da sempre vittima, assediata, perseguitata dalle macchinazioni di nemici che vogliono impedirle di essere prospera. E poi il fatto di essere un testo programmatico. Farcito di tutte le parole chiave utili a legittimare una politica estera revisionista basata sul rancore per le umiliazioni subite dopo il collasso dell’Urss e sull’ansia di ricostruire la propria potenza.

C’è il complotto internazionale contro la rodina, la patria, svenduta nel 1991 dalla vecchia classe dirigente e tradita dai perfidi avversari, Stati Uniti e Nato in testa. Ci sono i nemici interni, servitori dell’Occidente, corrotti e nazisti, specie a Kiev. E c’è l’ossessione per una grandezza che si reclama come un diritto naturale, da riottenere a ogni costo.

Putin lo ripeterà nel discorso televisivo del 21 febbraio 2022, poco prima di scatenare l’invasione dell’Ucraina. Non ci vogliono grandi, siamo costretti a combattere. Per rinascere, dirà lui. In effetti per riconquistare il proprio impero, quello tramontato alla fine della Guerra fredda.

E lo ribadirà ancora dopo l’incontro in Alaska, a Ferragosto. Solo che ora l’impero è pudicamente ribattezzato «sfera di influenza», un omaggio al linguaggio del bipolarismo che si vorrebbe rifondare con i nuovi Stati Uniti dell’amico (almeno, il più delle volte) Trump.

Che sia chiaro comunque: non ci sarà pace in Europa finché non verranno rimosse le «cause profonde della crisi». Cioè fino a che la Russia non riavrà la supremazia che le spetta sulla parte orientale del continente, riportando sotto il suo controllo le nazioni liberatesi negli anni Novanta. Prima di tutto quella «parte inalienabile» della madre Russia che arriva fino a Leopoli, da annettere o trasformare in vassallo come la Bielorussia. Il primo dei frammenti di un reame da ricomporre, in un modo o nell’alt

Putin, va detto, non ha inventato questa ossessione per la gloria perduta. Ne è solo l’interprete più spregiudicato. Lo scriveva già qualche anno prima della guerra lo storico di Harvard (ma sovietico di nascita) Serhij Plochij ne Il regno perduto (Lost Kingdom), un volume illuminante per chiunque voglia comprendere la perenne tentazione imperialista di chi governa a Pietroburgo e Mosca, da Ivan il terribile a oggi.

Il timore di essere accerchiati da nemici subdoli, l’angoscia di non essere abbastanza temuti e rispettati, l’ansia di espandersi verso occidente, verso quell’Europa allo stesso tempo invidiata per il suo benessere e disprezzata per le sue libertà, preda e nemico insieme, sono psicosi ben radicate. Non hanno più fondamento della leggenda del «colpo di pugnale alla schiena» da parte dei perfidi giudei e dei socialisti con cui i nazionalsocialisti spiegavano la disfatta della grande Germania nel 1918. Ma non vuol dire che non siano popolari.

In questa visione, distorta quanto diffusa, il 1945 è l’anno dello splendore. Mentre, ottant’anni dopo, vincitori e vinti nella vecchia Europa occidentale commemorano le vittime e piangono la distruzione e la violenza, in Russia “l’anno zero” è celebrato come l’alba di un’era trionfale. Vittoriosa dopo un conflitto all’ultimo sangue, la rodina ha ricevuto infine la ricompensa che attendeva da tempo. I suoi soldati hanno marciato da padroni fino a Vienna e Berlino, soggiogato di nuovo gli antichi sudditi degli zar, popoli baltici compresi, e stabilito con la forza i confini di un imponente impero che assicurerà prestigio e sicurezza.

Poco importa che la Grande guerra patriottica, come viene definito il secondo conflitto mondiale, sia scoppiata anche grazie alla scellerata alleanza tra Stalin e Hitler. Nella luminosa mitologia successiva questo dettaglio verrà dimenticato e si ricorderà che solo l’Urss può rivendicare il merito di aver sconfitto il nazismo. Primato morale sufficiente a legittimare, dicono le fonti di regime a Mosca (e ripetono volentieri alcuni opinionisti anche in Italia), l’imposizione di un dominio assoluto dal Baltico al Mar Nero.

Certo è una memoria alquanto parziale, ma non c’è dubbio che sia anche esaltante, soprattutto se paragonata con la decadenza post-sovietica. Non c’è dunque da sorprendersi se, come ha detto lo storico russo Nikita Petrov, la nostalgia del 1945 è diventata una religione civile nella Russia contemporanea.

In questo culto eroico di Stato, nutrito dalla propaganda ufficiale e dalla censura, Putin è l’uomo forte e il salvatore a cui spetta la missione di ricostruire un nuovo ordine, restituendo alla patria quell’orgoglio e quella grandezza perduti con la vergognosa dissoluzione del 1991. È davvero difficile immaginare che un dittatore con un simile fardello storico sulle spalle voglia accontentarsi di una pace ragionevole. O pensi di fermarsi all’Ucraina.


Resort e annessioni: i piani paralleli di Israele e Usa per Cisgiordania e Gaza

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Da quasi due anni Israele ridisegna il Medio Oriente. Lo fa con le bombe, con la legge della giungla, del più forte, e poiché il suo alleato è il più forte di tutti, crede di poter fare ciò che vuole. L’analista libanese Anthony Samrani ha riassunto tutto ciò in poche parole. Israele, ha scritto su L’Orient Today, «bombarda, elimina, minaccia, affama, umilia, occupa, ridefinisce i confini, cancella e annienta. Non è diventato il poliziotto, ma l’uomo forte della regione che vuole imporre la propria legge a tutti gli altri. Sottomissione o caos. Resa o scomparsa». Eppure, non è detto che Benyamin Netanyahu e Donald Trump raggiungano i loro obiettivi. A partire da Gaza, rasa al suolo da Israele.

Il Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation (GREAT), l’ultima versione della cosiddetta «Gaza Riviera», la proposta preparata dal presidente americano e dal suo entourage, resa nota dal Washington Post, ha suscitato clamore e indignazione. Tuttavia, leggendola non si può non constatare che è costruita su una visione distante anni luce dalle condizioni politiche, sociali ed economiche del territorio. Gli oltre due milioni di abitanti di Gaza avrebbero solo due opzioni: restare, trasferendosi in strutture (campi di internamento) con servizi di base finanziati da un fondo fiduciario, oppure accettare denaro (5mila dollari), sussidi per l’affitto e cibo in cambio della partenza verso altri paesi.

Il piano si basa su modelli sviluppati dal Boston Consulting Group, che ha collaborato con la Gaza Humanitarian Foundation, fondazione sostenuta da Usa e Israele, bersaglio di pesanti accuse per il suo meccanismo di distribuzione degli aiuti alimentari alla popolazione di Gaza che ha causato di fatto la morte di quasi 2mila palestinesi e non ha evitato la carestia.

Nelle previsioni di Trump e dei suoi «esperti», tre quarti dei palestinesi di Gaza sceglierebbero di rimanere nella Striscia, gli altri accetterebbero un «trasferimento temporaneo». Ed è qui che emergono le prime enormi falle. I paesi individuati come possibili destinazioni – Sud Sudan, Libia, Etiopia, Somaliland e Indonesia – sono poveri e, alcuni, tra i più instabili al mondo. È difficile immaginare famiglie di Gaza, già provate da anni di assedio, scegliere volontariamente di spostarsi in aree che offrono condizioni di vita durissime.

La pulizia etnica occultata dalla retorica del «trasferimento volontario» non ha possibilità: la popolazione palestinese preferirà restare a Gaza con la speranza della ricostruzione piuttosto che finire in campi profughi, ad esempio in Sud Sudan. Israele, se vorrà mettere in atto la pulizia etnica tanto cara a non pochi dei suoi ministri, dovrà impiegare la forza, i fucili e i carri armati.

Anche un analista israeliano, David Rosenberg, parla della Riviera di Trump come «un esercizio di adulazione e megalomania» che non ha alcun aspetto logico. «Sul piano economico – ha scritto Rosenberg sul giornale progressista Haaretz – la proposta appare fragile. Trump promette di attirare 133 miliardi di dollari in dieci anni e di generare ricavi per 185 miliardi, trasformando Gaza in una piattaforma di sviluppo high-tech, con resort turistici, fabbriche di veicoli elettrici e città intelligenti. Una visione spettacolare più vicina a una brochure immobiliare che a un piano di ricostruzione sostenibile». Dietro l’imaginario patinato, aggiunge l’analista, «il piano non tiene conto della volontà dei palestinesi, che non lasceranno la loro terra per andare a vivere in Stati falliti… Per i palestinesi, la questione resta la stessa di sempre: vivere liberi e con dignità nella propria terra, non in un parco giochi di speculatori immobiliari e investitori alla ricerca di rendimenti rapidi».

Più insidiosa per i palestinesi, nell’immediato, è l’intenzione del governo Netanyahu di proclamare la sovranità israeliana su gran parte della Cisgiordania palestinese, sotto occupazione dal 1967, in risposta all’annunciato riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Francia, Gran Bretagna e Australia durante i lavori dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a fine settembre. Sarebbe la realizzazione della bantustanizzazione progettata dagli Accordi di Oslo del 1993: Israele e i suoi coloni liberi e in posizione dominante in Cisgiordania e milioni di palestinesi chiusi in bantustan isolati e sorvegliati.

Secondo il sito d’informazione Axios ci sono tre opzioni sul tavolo: l’annessione totale dell’Area C (pari al 60% della Cisgiordania), l’annessione di insediamenti e vie di collegamento (circa il 10%) oppure una soluzione intermedia che includa insediamenti, strade e Valle del Giordano (30%). La prima ipotesi appare la più gradita all’ultradestra al potere. Molto dipenderà dalla posizione dell’amministrazione Trump che, comunque, condivide la linea della rappresaglia scelta dal governo Netanyahu. Venerdì scorso Washington ha annunciato che al presidente dell’Anp e ad altre decine di funzionari palestinesi non sarà permesso di partecipare ai lavori dell’Assemblea dell’Onu a New York.

C’è agitazione tra i paesi europei. L’annessione della Cisgiordania, infatti, sarebbe un’aperta violazione delle convenzioni internazionali, mentre la Corte penale dell’Aia sta già indagando sulle colonie israeliane come potenziale crimine di guerra. E questo potrebbe costringere le capitali occidentali ad adottare sanzioni vere contro Israele, che la Germania, l’Italia e altri paesi europei invece vogliono impedire.


Una flottiglia per un’altra Dunkerque

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Terroristi di pace

Naufraghi/e è in contatto con i partecipanti ticinesi alla Global Sumud Flotilla (che il ministro Ben-Gvir chiede che vengano trattati come terroristi), e pubblicherà i messaggi e le notizie che nella misura del possibile giungeranno dalla barca “Alfonsina e il mare”

Per il secondo anniversario del 7 ottobre, primo pogrom antisemita del dopoguerra, Netanyahu ha promesso agli israeliani di sradicare definitivamente Hamas da Gaza.

A tutti i costi. Come se “tutti i costi” non siano già nei nostri occhi. I morti, le distruzioni, gli effetti della fame imposta, le pallottole contro le code di chi pretende di avvicinarsi senza autorizzazione ai centri di soccorso alimentari organizzati e controllati dagli occupanti, gli ultimi giornalisti locali ancora in grado di testimoniare che vengono abbattuti con precisione chirurgica, insieme a quel che resta di strutture ospedaliere semidistrutte e soccorsi medici già sfondati da qualche missile. In una enclave disperata dove, secondo il governo di Gerusalemme, non ci sarebbe nulla di quel che viene denunciato: né decine di migliaia di morti né stragi né carestia né genocidio. Genocidio, la parola fino a qualche mese fa impronunciabile e che anche grandi scrittori ebrei hanno ora ‘sdoganato’ con doloroso coraggio.

Ma nulla sembra poter fermare le armi del “governo messianico”, nemmeno i dubbi dei suoi vertici militari. Si procede dunque all’ultimo assalto contro Gaza City, con obbligo di evacuazione per centinaia di migliaia di civili palestinesi, già sfiancati, spesso rassegnati a rimanere intrappolati piuttosto che subire l’ennesimo trasferimento forzato in quell’enclave insanguinata, che menti eccelse vorrebbero trasformare, dopo l’espulsione obbligata dei suoi due milioni di abitanti (ma quando, ma come, ma dove?), in un ricco centro balneare.

Coinvolto nel progetto anche l’ex premier britannico Tony Blair, dimessosi dopo il disastro iracheno, ma poi finanziato per anni dall’Onu per trovare una via d’uscita al conflitto israelo-palestinese, appartamento e uffici nell’esclusivo Hotel “American Colony” di Gerusalemme, e ovviamente zero risultati.

Ma oggi c’è Trump, che definisce Netanyahu un “eroe di guerra”. E gli fa un altro regalo, un altro chiodo sulla bara dei “due Stati”: la Casa Bianca impedirà alla delegazione della Palestina all’Onu di sbarcare il mese prossimo a New York, per un’assemblea in cui altri Stati, sotto spinta francese, si assoceranno a quelli (tre quarti dei membri dell’Onu) che hanno già riconosciuto la Palestina come Stato.

Decisione irrisa dai filo-trumpiani dell’altra parte del mondo (Svizzera compresa) perché ritenuta inutile o surreale o solo provocatoria. Con qualche ragione, visto che si accusa Israele senza tuttavia rompere accordi economici e militari che consentono allo Stato ebraico di continuare la mattanza a Gaza ed estendere il suo dominio in tutta la regione.

La stessa irrisione che da più parti accompagna la nuova sfida della “Global Sumud Flotilla”, flotta di decine di imbarcazioni private che solcheranno le acque del Mediterraneo. Prua orientata a Gaza, nella speranza di portarvi aiuti alimentari e sanitari.

L’immagine ricorda Dunkerque, porto francese reso celebre dall’evacuazione, anche con piccolissime barche, di migliaia di soldati anglo-americani intrappolati dai nazisti. Certo, una Dunkerque degli anni Duemila. Diversa sostanza e simbologia. Ma coi suoi rischi. Un potente esercito attende pacifici “assalitori”. Con le nostre democrazie che evitano di scortarli almeno nelle acque internazionali.

Si limitano a guardare.

Scritto per laRegione


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