Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
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Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Mentre l’urlatrice nazionale sta percorrendo le piazze di mezza Italia lanciando anatemi – indegni d’un/una presidente del Consiglio – contro la magistratura e le cosiddette opposizioni, sette regioni italiane si apprestano stancamente al rito laico del voto per il rinnovo dei consigli regionali e dei relativi presidenti. Attenzione, presidenti come recita la Costituzione repubblicana, e non governatori, come invece da qualche anno amano farsi chiamare i politici che guidano le giunte locali.
È il vezzo d’un Paese popolato da megalomani, sempre pronti a scivolare, con il pieno appoggio della stampa che ormai possiamo definire di regime, su trucchi linguistici per evocare un potere che da noi non esiste, quello proprio dei governatori USA. Anche se, con la sciagurata revisione del Titolo V della Costituzione voluta dal Centrosinistra nel 2001, sono stati attribuiti maggiori poteri alle Regioni, in particolare su sanità e gestione del territorio. Con le disastrose conseguenze sotto gli occhi di tutti, ma non di quelli della premier e della sua armata Brancaleone. E un ulteriore ampliamento di poteri alcune regioni stanno negoziando con lo Stato in base alla legge sull’autonomia differenziata del 2024, con il rischio di trasformare il Belpaese in 20 repubblichette affidate a incapaci.
Se l’Italia fosse un Paese normale si sarebbe scelta una data unica per le prossime consultazioni regionali, ma a causa dei soliti particolarismi, baratti, veti incrociati, beghe da cortile, ognuno è andato per la propria strada. Aprono le danze le Marche domenica 28 e lunedì 29 settembre, con circa un milione 300 mila aventi diritto al voto, e la Regione autonoma Valle d’Aosta il solo 28 settembre (poco più di 100mila potenziali elettori), seguite dalla Calabria (5-6 ottobre, chiamati alle urne oltre un milione 800mila cittadini) e dalla Toscana (12-13 ottobre, poco meno di tre milioni).
Andranno a votare nelle stesse date, domenica 23 e lunedì 24 novembre, i cittadini delle altre tre regioni, più popolose: Veneto (poco più di quattro milioni di cittadini chiamati alle urne), Campania (quasi cinque milioni) e Puglia (tre milioni e mezzo). In totale possiamo stimare che saranno circa 19 milioni gli aventi diritto al voto. La metà dei quali, è lecito prevedere, se ne starà a casa.
Analizzando i dati ufficiali ci troviamo di fronte a una curiosità che rasenta l’assurdo. In Calabria, nel censimento 2021, risultavano residenti esattamente 1.855.454 cittadini, mentre alle regionali dello stesso anno erano 1.890.732 gli aventi diritto al voto. È l’unica regione italiana ad avere più cittadini chiamati a votare che residenti.
Il caso trova una duplice spiegazione. L’ISTAT, Istituto centrale di statistica, come per le altre regioni, conta i residenti, compresi gli stranieri che non hanno la cittadinanza e che pertanto non votano. Al tempo stesso le liste elettorali includono gli iscritti all’AIRE, Anagrafe italiani residenti all’estero, cioè i calabresi emigrati. Il dato sottolinea il forte tasso di emigrazione da questa sfortunata regione del Meridione, e al tempo stesso espone la macchina organizzativa della Circoscrizione Estero al rischio di brogli elettorali, a causa dei mancati o insufficienti controlli già registrati in passato.
La geografia del prossimo voto è assai diversificata. Nelle Marche attualmente governa il centrodestra con Francesco Acquaroli (Fratelli d’Italia), che si ricandida sfidando l’europarlamentare Matteo Ricci (Partito Democratico, coalizione di centrosinistra), sotto indagine della magistratura per l’affidamento di alcune iniziative culturali quand’era sindaco di Pesaro. In Calabria il presidente uscente, Roberto Occhiuto (Forza Italia, coalizione di centrodestra), dopo essersi dimesso in seguito a un’inchiesta a suo carico per concorso in corruzione, si ricandida. Un capolavoro – si fa per dire – di furbizia. Contro di lui il centrosinistra schiera Pasquale Trìdico, europarlamentare del Movimento 5 Stelle ed ex presidente dell’INPS, Istituto nazionale della previdenza sociale.
In Toscana il presidente uscente Eugenio Giani (Partito Democratico) tenta il bis per il centrosinistra, cercando di battere Alessandro Tomasi (Fratelli d’Italia), a capo della coalizione di centrodestra.
In Puglia, dopo mesi d’imbarazzanti colpi di scena per la battaglia delle poltrone, lo scenario presenta qualche incertezza: l’europarlamentare Antonio Decaro (Partito Democratico), ex sindaco di Bari, è il candidato di centrosinistra, con un largo schieramento alle spalle. Centrodestra ancora in stallo sul candidato unitario: circolano diversi i nomi, tra i quali Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute e fedelissimo di Giorgia Meloni, e Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia.
In Campania il sempiterno Vincenzo De Luca ha perso la sua battaglia: non potrà ripresentarsi candidato presidente perché la Corte costituzionale ha bocciato la legge regionale che consentiva il terzo mandato. Vedremo come se la caverà in tv Maurizio Crozza senza di lui, fonte di magistrali performances. Il centrosinistra punta su Roberto Fico (Movimento 5 Stelle), già presidente della Camera dei deputati, sostenuto da Partito Democratico, Verdi e Sinistra. A competere con lui per la coalizione di centrodestra potrebbe essere Michele Di Bari, prefetto del capoluogo campano.
Nel Veneto Luca Zaia detto “il Doge”, tre volte presidente (e avrebbe voluto addirittura un quarto mandato), non potendo più ricandidarsi apre una partita nuova: è in corso il braccio di ferro tra la Lega, che vorrebbe scegliere chi prenderà il testimone di Zaia, e Fratelli d’Italia che non intende stare a guardare. Giovanni Manildo (Partito Democratico), ex-sindaco di Treviso, è il candidato del fronte progressista.
Le prossime tornate elettorali regionali, come del resto quelle nazionali, si giocano più all’interno dei fortini delle segreterie di partito che tra gli elettori, e mettono nuovamente in luce la generale disaffezione alle urne, dimostrata da un crescente astensionismo che ha superato, nelle ultime consultazioni, il 50 per cento.
Certamente non contribuirà a riportare fiducia nella politica un fenomeno diventato ormai sport nazionale, al pari dei voltagabbana che nel corso del mandato parlamentare passano con disinvoltura da un partito all’altro: quello del politico-saltimbanco, ovvero “saltatore” di poltrone, documentabile anche nelle liste delle prossime regionali. È una pratica talmente diffusa che nessuno si scandalizza più: il partito ti candida a una carica, giuri davanti agli elettori che onorerai fino all’ultimo giorno il mandato, e pochi mesi dopo molli tutto per inseguire un’altra poltrona, magari meglio retribuita. Sindaci che lasciano a metà mandato, presidenti di Regione che usano il consenso locale come trampolino per Strasburgo, eurodeputati che tornano indietro a candidarsi per le regionali come se il Parlamento europeo fosse un passaggio intermedio, un parcheggio, e non un incarico di cinque anni. «Me lo chiedono i cittadini, lo faccio per il bene della comunità», è la giustificazione più idiota che si sente dire.
I cittadini, in realtà, non chiedono un bel niente. Semplicemente si sentono presi in giro, ma ciò non conta nella nazione dove vige il detto del Marchese del Grillo – Alberto Sordi nel celebre film: «Io so’ io e voi non siete un cazzo».
Spulciamo soltanto qualche nome, attingendo sia a destra sia a sinistra. Sono tre, come abbiamo visto, gli europarlamentari disposti a lasciare il seggio se eletti presidenti di Regione: Matteo Ricci (Marche), Antonio Decaro (Puglia) e Pasquale Tridico (Calabria). Nella UE vige un principio, da tutti felicemente osservato: un europarlamentare può candidarsi ad altra carica, senza alcun obbligo di dimettersi prima. In caso di sconfitta elettorale mantiene il suo seggio lautamente retribuito, con altrettanto lauti rimborsi-spese e prebende varie. Alessandro Tomasi, invece, vuole interrompere il secondo mandato di sindaco di Pistoia per farsi eleggere presidente della Toscana. Se gli andrà male, manterrà ovviamente la poltrona da primo cittadino.
C’è chi in passato ha fatto il percorso inverso: Stefano Bonaccini, Partito Democratico, si fa eleggere europarlamentare nel giugno 2024 e poi abbandona la presidenza della Regione Emilia-Romagna; Dario Nardella, stesso partito, anche lui nel giugno 2024 all’insegna del “prima prendo poi mollo” lascia l’incarico di sindaco di Firenze, ma dopo essere stato eletto eurodeputato.
Medaglia al merito all’ex-presidente del Partito Democratico, Nicola Zingaretti: annuncia nel novembre 2022 le dimissioni da presidente della Regione Lazio dopo essere stato eletto deputato, ma per alcuni mesi mantiene il doppio incarico. Nel luglio 2024 si dimette anche dalla Camera per andare a fare di nuovo l’europarlamentare, seconda esperienza dopo quella degli anni 2004-2008.
Bel giro di poltrone anche per Roberto Gualtieri, dimessosi da europarlamentare nel settembre 2019, quando Giuseppe Conte lo chiama a Roma per fare il ministro dell’Economia e delle Finanze. Nel marzo 2020 viene eletto deputato ma nel novembre dell’anno successivo si dimette dopo essere stato eletto sindaco di Roma.
E ancora: Raffaele Fitto, già presidente della Regione Puglia, già deputato e ministro con Berlusconi, si dimette da eurodeputato nell’ottobre 2022 dopo essere stato nominato ministro nel Governo Meloni, poi nell’autunno 2024 torna a Bruxelles come vicepresidente della Commissione europea. Tra i “saltatori di poltrone” non si può dimenticare il segretario di Azione, Carlo Calenda, già ministro per due anni nei governi Renzi e Gentiloni, il quale, dopo le Politiche 2022, si dimette dal Parlamento europeo optando per il seggio in Senato. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Si tratta di un problema non soltanto etico, ma anche istituzionale. Ogni carica elettiva è un patto tra chi chiede fiducia e chi la concede. Quando un sindaco lascia il Comune dopo due anni per tentare la scalata europea, quando un presidente di Regione lascia anzitempo per occupare un seggio a Strasburgo, quando un europarlamentare si dimette per andare a fare il presidente di Regione, non si sta esercitando un diritto individuale: è il tradimento di un contratto politico idealmente sottoscritto con gli elettori. Eppure, in Italia lo si tollera come se fosse normale. La politica è concepita come carriera personale, il seggio come bene privato, non come mandato pubblico da esercitare «con disciplina e onore» (articolo 54 della Costituzione).
Basterebbe poco per spezzare questa odiosa catena di opportunismi, adottando una regola semplice: chi viene eletto a una carica non può candidarsi ad altro incarico finché non ha concluso il mandato. Nel caso volesse proprio candidarsi durante il mandato, tradendo in tal modo il patto con gli elettori, lasciamogli pure la libertà di farlo: ma deve prima dimettersi, rinunciando così ad ogni possibilità di “paracadute” in caso di sconfitta elettorale.
Una cosa è certa: se questo italico malcostume continua a dilagare, i cittadini saranno sempre più disillusi. E a votare andrà sempre meno gente.
Nell’immagine: come farà Maurizio Crozza?
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Di Massimo Giannini, La Repubblica
Spenta la fiaccola sulla Statua della libertà come paradigma della madre che accoglie i viandanti della Terra, ridimensionato il re dollaro come valuta di riserva che disciplina i commerci del mondo, l’Impero trumpiano ha infine trovato il nuovo simbolo da imporre al pianeta. È la croce a rotelle, che ha fatto il suo esordio ai funerali solenni e ultra-pop del proto-martire Charlie Kirk, tra canti gregoriani e hamburger texani, roghi biblici e fuochi d’artificio. L’immagine plastica e icastica di un Cristo portatile, di pronto uso e facile consumo. Un Gesù prêt-à-porter, di cui tutti senza troppa fatica possono caricarsi sulle spalle un po’ di calvario immaginario. Ma è su quella croce-mobile formato Walmart che ora cammina il Dio americano, pellegrino e belluino tra le genti. Più minaccioso che misericordioso. Incarnazione di un potere immenso e inedito, dove la dimensione spirituale, temporale e digitale sono inscindibili come mai si era visto prima. Non c’è più diaframma tra sacro e profano: la religione è la prosecuzione della politica con altri mezzi, e viceversa. L’Onnipotente e gli States si parlano da sempre. Dio è nella Costituzione e nella moneta. I presidenti giurano sulla Bibbia. L’auto-percezione messianica di Trump è nota dall’attentato di Butler del luglio 2024, quando il proiettile di Crooks fu deviato dal Signore per consentire a The Donald di salvare la nazione. Ma mai come alle esequie dell’influencer di Turning Point il divino si è fatto umano, informando di sé i pensieri e le parole del popolo Maga. A partire dal suo profeta, il tycoon che alla faccia dei Vangeli promette tremenda vendetta e tuona “io odio i nostri avversari” che hanno ucciso Charlie “perché diceva la verità sulla patria e su Dio”. Poi il suo vice, l’invasato Vance che proclama “questo non è un funerale, è una rinascita dei valori cristiani”. Il segretario di Stato Rubio, che assicura “Charlie è come Gesù, anche lui ha cambiato la storia”. Il pastore Rob McCoy, che dice “Dio ha guidato la vita di Kirk e ora ci chiede di seguire il suo esempio”. L’evangelico Jack Posiblec, che chiede alle masse “siete pronti a indossare la corazza di Dio? Dobbiamo salvare la civiltà occidentale”. Fino ad arrivare alla vedova Erika, che con la catenina insanguinata del marito al collo assicura “con la sua morte si è compiuto il piano di Dio”. Tutto intorno, tra i 100 mila dello State Farm Stadium, cappellini con lo slogan “Gesù è il mio salvatore, Trump il mio presidente” e magliette con il volto di Gesù e la scritta Make America Christian Again.
Un’ostentazione blasfema e iconoclasta, di fronte alla quale non può non inorridire chi ancora crede nella separazione dei poteri sancita dai costituenti del ‘700. I grandi scrittori americani, da Percival Everett a Marylinne Robinson, denunciano lo “spettacolo disgustoso” e il “tradimento del cristianesimo”, usato e trasformato nell’opposto di se stesso da cinici propagandisti che non hanno alcuna vera esperienza della fede. Serve a poco. Questo è il tempo che ci è dato di vivere, in quel che resta di una civiltà occidentale scristianizzata eppure devota. Religione come instrumentum regni, oppio dei popoli e scettro dei potenti. In parallelo, democrazie liberali che degenerano in autocrazie elettive e ormai apertamente teocratiche. Un fenomeno che una volta era proprio solo del mondo islamico, e che adesso ci riguarda tutti. Compresi noi europei, confusi e disarmati di fronte a quelli che giustamente Luciano Violante definisce i “quattro autoritarismi” contemporanei: Trump, Putin, Netanyahu e Hamas. Il commander in chief negli States ha vinto le presidenziali con la dottrina dell’Heritage Foundation, costruita sulle istanze dei gruppi sociali ed elettorali ispirati al Vecchio Testamento: Dio delega la res publica a chiesa, famiglia e governo, chiamate a sconfiggere le forze sataniche occupando tutti i ruoli apicali del comando, dall’amministrazione ai media, dall’università al business. Putin in Russia culla il sogno neo-zarista di Eurasia disprezzando l’Occidente “ateo e decadente”: attinge ai filosofi spiritualisti dell’800 come Nikolaj Danilevskij, fece benedire se stesso e le truppe in partenza per il fronte ucraino dal patriarca ortodosso Kirill, il cui probabile successore, il metropolita di Crimea Tichon, ritiene che Kirk “missionario tra infedeli” sia stato ucciso per difendere gli stessi valori per i quali si batte l’Uomo del Cremlino. Netanyahu fa lo stesso: stermina i palestinesi di Gaza per volontà del profeta Samuele e della Eretz Israel, la Grande Israele “terra del latte e del miele” promessa ad Abramo nella Genesi e poi sognata da Ben Gurion negli anni 50. Di Hamas sappiamo tutto da sempre: la distruzione della “entità sionista” non è scritta solo nello statuto dei terroristi jihadisti ma secondo loro anche nel Corano, come vuole l’Islam sciita dei Fratelli Musulmani in Egitto, dei Guardiani della Rivoluzione in Iran, dei talebani fondamentalisti in Afghanistan.
Le democrazie europee sono all’angolo, ridotte a “procedura” e non più capaci di produrre “cultura”. Fragili e ormai largamente minoritarie in un mondo che cerca un ordine nel caos, opponendo alle rovine della Nato i nuovi poli geostrategici, riuniti in Cina dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e in Qatar dall’organizzazione pan-araba dopo i raid israeliani a Doha. Questa crisi identitaria, che vede i regimi aggredire le nostre fondamenta civili in nome dei principi morali traditi e le sinistre lasciarsi sfilare il pensiero mitico e palingenetico, è terra di conquista per le destre trumpiane, di là e di qua dell’Atlantico. Il rito sacrilego di Glendale è benzina pura sulla fiamma meloniana che arde più ustionante di sempre: fa gridare alla premier “essere accomunata a Kirk è motivo d’orgoglio”, le fa ignorare la tragedia umanitaria di Gaza, le fa irridere la missione della Flotilla, mentre fa strillare ai Fratelli d’Italia “siamo tutti Charlie”. Ed è carburante utile anche per lo sgangherato Carroccio leghista, che sul pratone di Pontida offre il suo casereccio martirologio kirkiano a una folla urlante che del povero Charlie, prima del suo assassinio, ignorava l’esistenza. Esperto del “ramo”, capitan Salvini agita da anni rosari e crocifissi nei comizi, e oggi con commovente modestia si paragona a Gesù perché “anche lui ha cambiato la Storia”.
In mezzo a tanta impostura — che fa dello spirito una truce categoria della politica e della fede l’ancella corriva di un’ideologia — resta da capire fino a quando potranno tacere i “cattolici adulti”. Che siano gerarchie ecclesiastiche o costituency elettorali. Che siano papa Prevost o le comunità parrocchiali, i vescovi o i sedicenti “moderati”. Se è vero che il cristianesimo non è “cristianismo”, che Dio è degli uomini e non degli eserciti e dei partiti, che il Vangelo è amore per tutti e vendetta per nessuno: se è vero tutto questo, è ora che qualcuno cacci dal tempio questi mercanti con la croce a rotelle. A sconfiggerli nelle urne, poi, dovrà provarci qualcun altro. Magari predicando l’unico Verbo della nostra religione laica: la Costituzione repubblicana.
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Di Ettore Sequi, La Stampa
Il discorso di Benjamin Netanyahu all’Onu ha rilanciato un messaggio di forza e sfida, con molta retorica simbolica e scarsa sostanza geopolitica. La sala che si svuota, la mappa sul podio, gli altoparlanti a Gaza e la lettura dei nomi degli ostaggi hanno costruito l’immagine di un Paese assediato su sette fronti, deciso a «finire il lavoro». Il messaggio era triplice: rassicurare l’interno, intimidire i rivali regionali e ribadire l’opposizione alla comunità internazionale, parlando al tempo stesso ai Paesi del Golfo.
Rivolgendosi alla platea interna Netanyahu ha unito fermezza e memoria: promessa di distruggere Hamas, ultimatum esplicito e nomi degli ostaggi per tenere insieme una società divisa. Eppure, il binomio ostaggi-vittoria resta la sua vulnerabilità: ogni incidente può erodere il consenso più di qualsiasi pressione esterna.
Agli avversari regionali ha ricordato la capacità di colpire ovunque(Hamas, Hezbollah, Houthi, comandanti iraniani). A Beirut ha chiesto il disarmo di Hezbollah e ha lasciato intendere la possibile conclusione di un’intesa con la Siria, evocando un ordine regionale centrato sul contenimento dell’Iran. Ai Paesi del Golfo ha ribadito forza e volontà di rapporti stabili nel solco degli Accordi di Abramo.
Alla comunità internazionale Netanyahu ha opposto una sfida. Ha definito «marchio d’infamia» il riconoscimento della Palestina, accusando oltre 150 Paesi di premiare il terrorismo. Ha respinto come «menzogne antisemite» le accuse di genocidio, sostenendo che per Israele ogni vittima civile è una tragedia e per Hamas una strategia. Ha anche attaccato i leader «deboli» che, secondo lui, hanno «ceduto» e «vacillato» di fronte alla crescente indignazione internazionale verso Israele. È un linguaggio roboante, che congela i compromessi ma rischia di rafforzare, per reazione, la spinta al riconoscimento dello Stato palestinese.
Il discorso di Netanyahu mostra tre crepe strategiche. Primo, la fragilità interna: la questione degli ostaggi può ribaltare il consenso e minare la leadership più di qualsiasi condanna esterna. Secondo, il fronte legale e umanitario. Senza prove di proporzionalità, tutela dei civili e gestione credibile degli aiuti, Israele rischia isolamento e restrizioni; l’emergenza a Gaza può alimentare nuovo fondamentalismo e terrorismo globale. Terzo, la faglia transatlantica: se Israele spinge verso l’annessione, si scontra con Washington, che ha già fatto sapere di non accettarla. Eppure, Netanyahu ha ribadito che Israele non arretrerà: «Non commetteremo un suicidio nazionale», ha detto, rifiutando l’idea di uno Stato palestinese.
È un messaggio che tiene insieme la sua coalizione di governo ma irrigidisce il quadro internazionale e aumenta l’isolamento di Israele. A questo punto diventa cruciale il suo incontro di lunedì con Trump. Il presidente americano vuole infatti presentarsi come architetto di un piano per Gaza che preveda un comitato palestinese sotto supervisione internazionale e una possibile «autorità transitoria» alla cui guida ambirebbe Tony Blair. Il progetto escluderebbe sfollamenti forzati da Gaza e marginalizzerebbe Hamas. Per non irritare Washington, Netanyahu ha evitato di parlare di annessione della Cisgiordania, pur scontentando i falchi della coalizione. Dopo il raid a Doha, si apre anche una finestra per una mediazione turca sugli ostaggi: Ankara, forte di canali diretti con Hamas, può risultare un interlocutore efficace (Trump ha visto due giorni fa Erdoğan).
Il discorso di Netanyahu non ha quindi sciolto due nodi cruciali: come reagirà concretamente Israele ai nuovi riconoscimenti dello Stato palestinese e quale posizione prenderà sul piano americano per Gaza. Netanyahu ha legato la strategia di Israele alla protezione americana, elogiando Trump come alleato imprescindibile. Ma questa scelta lo espone a una duplice pressione: il riconoscimento internazionale della Palestina, senza garanzie di sicurezza, e la spinta interna all’annessione, che rischia di metterlo contro Washington.
Netanyahu sa che la sua forza militare non basta a trasformare una vittoria tattica in stabilità strategica. Sa che l’alleanza americana è essenziale, ma non illimitata. E sa che la comunità internazionale sta costruendo, passo dopo passo, un nuovo equilibrio che potrebbe ridurre il margine di manovra israeliano. Lunedì, davanti a Trump, Netanyahu dovrà dimostrare di saper aprire un corridoio stretto ma vitale: quello che separa la vittoria tattica dall’isolamento strategico. Nella geopolitica del Medio Oriente, ciò che conta non è solo chi vince una battaglia, ma chi riesce a trasformarla in ordine.
E oggi, per Israele, questa è la sfida più difficile. Netanyahu brandisce Gaza come teatro di forza, ma ogni nuova distruzione avvicina Israele all’isolamento e all’erosione della sua stessa sicurezza. La sua guerra può «finire il lavoro» militare, ma rischia di aprire ferite politiche e morali che nessuna vittoria saprà chiudere.
Nell’immagine: a New York contestato il primo ministro israeliano Netanyahu mentre teneva il discorso nel Palazzo di Vetro
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Di Francesca Caferri, La Repubblica
In questi giorni, Rashid Khalidi osserva quello che accade alle Nazioni Unite quasi come se fosse nel cortile di casa sua. All’ombra del Palazzo di vetro, dove lavorava suo padre, è cresciuto: prima di proseguire gli studi fra Yale, Oxford e Beirut, ha frequentato la scuola Onu a New York. Tornato nella sua città, per più di vent’anni è stato titolare della cattedra di Studi arabi Edward Said alla Columbia University: incarico che ha lasciato poco più di un mese fa, dopo l’espulsione degli studenti in prima fila nelle proteste scoppiate nel campus contro la guerra a Gaza. A 76 anni, resta la voce più importante della diaspora palestinese in America.
Professore, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni all’Onu è completamente diverso rispetto a un anno fa. La questione palestinese è al centro del dibattito: il riconoscimento dello Stato, le critiche durissime contro Israele. Cosa è cambiato e che impatto potrà avere sul futuro?
«Io credo che il mondo stia iniziando a vedere la vera natura di Israele, che è una potenza coloniale aggressiva. La gente non crede più a tutti i miti che sono stati raccontati in questi anni: l’unica democrazia del Medio Oriente, il Paese che fa fiorire il deserto etc. In questi due anni da Gaza ci è stato trasmesso in diretta streaming un genocidio, rilanciato dai social media e dai media indipendenti: è la prima volta che accade. E questo ha cambiato l’opinione pubblica: la gente ha visto cosa fa realmente Israele e l’edificio del sostegno ha iniziato a sgretolarsi. Prima fra i giovani, nelle piazze. Ora sta arrivando anche ai governi. Il premier britannico Starmer si è mosso perché temeva di perdere il sostegno dei giovani e della base. La maggioranza dei senatori democratici ha chiesto di bloccare la vendita di armi: inconcepibile qualche anno fa».
Quanto conta il riconoscimento di Francia, Gran Bretagna e altri Paesi di fronte a un Netanyahu che continua a dire che non ci sarà mai uno Stato palestinese e a un Trump che lo appoggia?
«Senza un piano per mettere fine all’Occupazione, il riconoscimento non serve a niente. Per cinquant’anni Stati Uniti ed Europa si sono riempiti la bocca con i Due Stati senza fare nulla di concreto, mentre Israele con bulldozer e cemento lavorava giorno e notte per prevenire la nascita di uno Stato palestinese. Se non si ferma l’Occupazione, riconoscimento è una parola vuota e senza senso. Dove dovrebbe stare questo Stato palestinese? Nelle piccole zone attorno a Ramallah ed Nablus che non sono sotto completa occupazione militare? Mi pare assurdo e ipocrita anche parlarne».
Cosa aiuterebbe?
«Fermare l’annessione con azioni concrete. Per esempio dire che l’Occupazione deve finire entro una data certa e che se non succederà ci saranno misure punitive: vere. Sanzioni contro ogni colono e ogni ministro che li appoggia. Se non lo fate, risparmiateci le chiacchiere».
Non abbiamo parlato degli Usa…
«Abbiamo un governo federale che sta andando pericolosamente verso l’autoritarismo. Usare il fantasma dell’antisemitismo per mettere a tacere i campus dimostra come voglia forzare ogni istituzione a piegarsi al suo volere. Può aver vinto sulle università, ma l’opinione pubblica sta iniziando a capire: lo dimostra il fatto che il consenso per Israele sta scendendo anche in America».
Al di là dei morti e della distruzione di Gaza, che impatto crede che potranno avere questi due anni sulla storia della sua terra?
«L’effetto di questi due anni è simile a quello della Nakba: per dire come finirà, bisognerebbe capire se la popolazione di Gaza sarà espulsa o no. Io mi auguro che da questa tragedia venga l’impulso per una nuova leadership, una nuova strategia e una nuova classe politica in Palestina».
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Di Fabrizio Goria, La Stampa
C’è un’aria d’officina nell’industria della difesa americana: silicio, dati, moduli software che si incastrano dove un tempo c’erano bulloni. In quel capannone concettuale, Palantir è l’azienda che si è messa a fare da telaio. Il suo lavoro non è costruire armamenti, ma ordire informazioni: prendere flussi che non comunicano tra loro – immagini satellitari e video di droni, registri logistici e telemetrie, chat operative e mappe geospaziali – e trasformarli in un quadro che un comandante, un analista, un medico, un funzionario può usare senza chiedere permesso agli specialisti IT. È un compito che sembra tecnico e basta. In questi anni, però, è diventato politico, perché quel quadro vive al centro della sicurezza nazionale e della “nuova guerra fredda” a bassa intensità ma alta frequenza. E al centro del quadro si staglia Peter Thiel, cofondatore e presidente del consiglio di Palantir, imprenditore con una biografia che non scivola in un’unica etichetta: libertario iconoclasta, investitore di straordinario fiuto, critico delle convenzioni democratiche, kingmaker di una destra tecnologica che porta al governo un’idea di potere fondata su rete, capitale e software.
Che cosa fa, in concreto, Palantir è agire sui dati. La grammatica è quadripartita:
Il punto non è l’effetto speciale dell’AI, ma la sua addomesticazione: mettere modelli dentro contesti operativi sensibili, farli dialogare con basi dati che non possono uscire dal recinto, tracciare ogni passaggio. È qui che l’azienda ha trovato la trazione commerciale degli ultimi due anni, con una curva di adozione che ha spinto la crescita soprattutto nel mercato statunitense. La società ha spiegato agli investitori che AIP non è un prodotto “di vetrina”, ma un moltiplicatore per Gotham e Foundry, e lo si vede nei contratti firmati con enti pubblici e grandi gruppi privati; nei documenti e nelle cronache finanziarie è l’elemento che fa da grimaldello su clienti nuovi e casi d’uso non banali.
Il ruolo nella Difesa è la ragione per cui Palantir è passata da fornitore di nicchia a possibile “iper-prime” del software militare, un’etichetta che i commentatori hanno usato per marcare la distanza tra i vecchi colossi hardware e un attore digitale che, senza produrre missili, è diventato il sistema operativo di missioni e catene di comando. Quest’estate l’esercito statunitense ha aperto la porta a un accordo decennale fino a 10 miliardi di dollari per consolidare decine di contratti di servizi nell’ecosistema Palantir: è la formalizzazione di una presenza già profonda nei cosiddetti “programmi di record”, cioè linee di spesa stabili e di lungo periodo.
Più indietro nel tempo c’è Maven, la piattaforma che incorpora immagini, segnali e testi per restituire un quadro integrato con ricerca, triage e suggerimenti, oggetto di un contratto avviato nel 2024 e ampliato nel 2025 fino a un tetto che sfiora 1,3 miliardi: stanze operative che fino a ieri chiedevano turni massacranti di analisi manuale oggi si poggiano su interfacce che classificano, correlano e fanno emergere priorità. L’onda, per forza d’inerzia e per design, travolge gli alleati: NATO ha aderito a Maven per allineare il “quadro comune” di un’alleanza che vive di interoperabilità e fiducia reciproca, benché restino resistenze sulla condivisione dei dati a due vie con Washington. Il messaggio che filtra nei convegni è netto: non essere sullo stesso “mainframe” informativo degli Stati Uniti può diventare un costo strategico elevato.
La dimensione economica riflette questa accelerazione. Palantir è stata inclusa nell’S&P 500 alla fine del 2024, un passaggio che ha normalizzato la percezione del titolo nel grande risparmio gestito. Nel 2025 ha alzato per due volte la guidance di ricavi, superando la soglia psicologica dei 4,1 miliardi annui, con un’accelerazione robusta nel segmento commerciale statunitense e una marginalità in miglioramento. Chi guarda i multipli storce il naso: la capitalizzazione ha navigato a valutazioni molto più alte dei tradizionali “primes” dell’aerospazio e difesa, sostenuta da flussi retail e dall’aspettativa che il software diventi per i ministeri quel che i sistemi d’arma sono stati per i decenni passati. La tesi degli scettici è nota: un rapporto prezzo/ricavi così estremo contiene già gran parte del futuro. La tesi dei sostenitori è altrettanto chiara: se il DoD e gli alleati standardizzano su Gotham/Maven/AIP la massa critica diventa difendibile, e l’espansione nel privato consolida la base. I numeri finora danno munizioni a entrambe le parti, ma dicono che il passo commerciale non è più quello di un’app in cerca di un problema; è quello di un’infrastruttura che si siede accanto ai sistemi legacy e li orchestra.
La traiettoria pubblica di Peter Thiel si intreccia con tutto questo. Nato in Germania, cresciuto nella Silicon Valley che ha contribuito a definire con PayPal, Founders Fund e investimenti precoci in Facebook, Thiel ha costruito una figura che scarta dall’asse liberal dell’industria tech. Nel 2009 scrisse che non riteneva più compatibili libertà e democrazia, un’affermazione che ha segnato la sua reputazione intellettuale e ha alimentato letture opposte: provocazione filosofica o manifesto politico. Nel 2016 appoggiò Donald Trump e partecipò al team di transizione; nel ciclo 2024 decise di restare ai margini del finanziamento elettorale ma non ha perso contatti, con legami politici e personali che si sono rivelati utili per i suoi interessi e per quelli delle aziende su cui esercita influenza. Oggi, nel secondo giro della Presidenza Trump, la sua rete è più fitta che mai: il vicepresidente J.D. Vance è stato una sua scommessa pubblica, e figure vicine a Thiel sono apparse in ruoli chiave, come l’imprenditore biomedico Jim O’Neill nominato direttore ad interim dei CDC. Non serve un incarico formale per contare quando chi decide ascolta persone cresciute nel tuo perimetro. L’uomo che preferisce i club ristretti agli applausi è diventato una presenza con cui amministrazione, partito e industria devono fare i conti.
Questo non scioglie le contraddizioni. Un libertario che costruisce l’azienda-simbolo della fusione tra sorveglianza e decisione pubblica deve tenere insieme due fili: la difesa della proprietà privata e l’uso estensivo di dati che non appartengono al mercato; la diffidenza verso lo Stato e l’ambizione di vendere allo Stato il software che gli dà coerenza. Palantir respinge la parola “sorveglianza” come marchio improprio e oppone governance, audit, controlli d’accesso. Gli scettici rispondono con i casi concreti. Negli Stati Uniti l’agenzia per l’immigrazione (ICE) ha ampliato nel 2025 l’uso della tecnologia Palantir con un contratto da 30 milioni, mentre organizzazioni civili e alcuni amministratori locali hanno contestato per anni l’impatto degli strumenti investigativi sulle comunità migranti. Nel Regno Unito, la commessa sulla piattaforma federata dei dati NHS – un progetto da centinaia di milioni di sterline – ha innescato ricorsi e frizioni, tra timori di affidabilità clinica e dubbi sull’uso secondario dei dati. L’azienda rivendica risultati operativi, tempi di attesa ridotti, tracciabilità dei processi; i medici critici parlano di governance e fiducia, non di ideologia. È un braccio di ferro culturale prima che tecnologico, che accompagna ogni sbarco del software americano nel cuore di servizi pubblici europei.
Dentro la cornice geopolitica il quadro si fa più netto, come dimostra il caso dell’Ucraina, che da tempo utilizza Palantir. La “nuova guerra fredda” non ha blocchi monolitici né ideologie totalizzanti, ma un’ossatura industriale: chip, modelli, supply chain, cavi sottomarini, logistica di guerra a distanza. Se la vecchia competizione misurava ICBM e testate, quella attuale misura data center e droni, tempo di reazione e latenza, potere di correlazione su dataset rumorosi. Qui Palantir occupa la giunzione dove la superiorità informativa diventa vantaggio operativo. Per gli Stati Uniti, integrare il comando e controllo con un motore AI “governabile” è un modo per tenere corto l’anello decisionale anche quando i teatri si moltiplicano.
Per gli alleati, aderire a quell’ecosistema significa allinearsi ai protocolli e alle policy di Washington; un bene quando la minaccia è condivisa, un vincolo quando emergono interessi divergenti. Sul fronte opposto, potenze rivali investono in piattaforme che cercano di emulare l’architettura occidentale riducendo la dipendenza da software e cloud americani. Ne esce un mondo meno interoperabile e più costoso, dove i campi di battaglia sono anche grafi di autorizzazioni e format di dati. Per chi sviluppa questi strumenti il rischio è duplice: l’adozione politica può cambiare con i governi; la normativa su privacy, export di tecnologie sensibili e responsabilità degli algoritmi può spostare le frontiere del possibile con un colpo di penna. Finora il vento ha soffiato a favore di Palantir, che negli Stati Uniti gode di un posizionamento raro: collocata dentro programmi di lungo periodo, con sponsor militari e civili, in un clima che premia la prontezza industriale più della massima efficienza dei costi. Ma l’integrazione profonda con l’apparato pubblico—la promessa che fa brillare la tesi d’investimento—è anche la fonte principale del rischio reputazionale.
Resta Thiel, nodo e metafora. Il suo potere non assomiglia all’onnipotenza del tycoon tradizionale; è un potere di collegamenti, campagne intellettuali, selezione del talento, capitale paziente messo su scommesse impopolari finché non lo sono più. Lo si vede nel modo in cui la sua cerchia permea l’attuale amministrazione, nei contatti con i decisori del Congresso, nella familiarità con figure chiave dell’esecutivo. Lo si vede anche nella capacità di incassare il beneficio del dubbio degli investitori quando Palantir corregge in corsa il perimetro del proprio mercato. Non è un caso che la retorica dell’azienda parli spesso di “software che vince le guerre” e che il titolo venga letto come segnale politico oltre che finanziario. La versione benevola di questa storia dice che una democrazia avanzata ha bisogno di piattaforme di livello per difendersi e che – piaccia o no – il baricentro si sposta dal ferro al codice. La versione critica dice che affidare la coerenza informativa di uno Stato a un soggetto privato con una cultura proprietaria forte e un presidente con agende ideologiche dichiarate è un azzardo. Entrambe colgono qualcosa di vero. Il punto, per i governi e per i cittadini, è pretendere che quel software sia ispezionabile, portabile, reversibile, e che i contratti facciano valere questi diritti con la stessa energia con cui celebrano l’innovazione. Per Thiel, la verifica sarà più personale: se la costruzione del suo potere passa attraverso l’architettura informativa dell’Occidente, la sua eredità dipenderà da quanto quell’architettura resterà al servizio della legge e non del carisma.
In controluce, Palantir e Thiel raccontano una transizione. Il Pentagono e i ministeri della Difesa adottano la grammatica del software, e chi maneggia quella grammatica può scrivere il capitolo successivo, per ambizione o per necessità. Le cifre, i contratti, gli incarichi dicono che il capitolo è già iniziato. Le domande – sovranità dei dati, bilanciamento tra sicurezza e diritti, concorrenza in un mercato che tende a pochi standard dominanti – resteranno aperte. L’azienda di Denver conclude i trimestri con ricavi in crescita e margini migliori; i governi imparano a trattare con fornitori che scrivono righe di codice invece di costruire scafi. Se davvero siamo entrati in una nuova guerra fredda fatta di sensori e agenti software, il nome Palantir resterà sulla prima riga. E con esso, inevitabilmente, quello del suo fondatore, che ha capito prima di molti che il potere non sta solo nelle cose, ma nei legami tra esse.
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Di Vandana Shiva, il manifesto
L’agricoltura industriale non solo limita la varietà dei cibi, ma immette anche sul mercato una gran quantità di alimenti dallo scarsissimo valore nutrizionale. «Il cibo che oggi troviamo sul mercato – nota Nadia El Hage, già ricercatrice per la FAO – non ha la stessa qualità che aveva prima della Seconda guerra mondiale: rispetto a più di sessant’anni fa, la maggior parte delle specie coltivate ha perso circa il 20% dei nutrienti, con picchi del 70 o del 90%».
I CIBI SPAZZATURA E ULTRAPROCESSATI stanno contribuendo a scatenare un’epidemia di malattie croniche non trasmissibili, oggi considerate come disturbi del metabolismo e complessivamente incluse nella definizione di sindrome metabolica (MetS). La sindrome metabolica è una costellazione di malattie legate ad anomalie metaboliche tra cui obesità addominale, ipertrigliceridemia, carenza di lipoproteine ad alta densità (il cosiddetto «colesterolo buono» o HDL), ipertensione, iperglicemia (strettamente collegata allo sviluppo del diabete di tipo 2) oltre a morbilità e mortalità per patologie cardiovascolari negli adulti. I disordini metabolici sono strettamente associati al consumo di cibi da fast food e ultraprocessati e la loro incidenza sta rapidamente aumentando anche tra i bambini e gli adolescenti. Si tratta ormai di una questione di salute pubblica che riguarda tutto il mondo.
IL COMPARTO AGROINDUSTRIALE può essere annoverato tra i principali attori di una globalizzazione predatoria che antepone l’efficienza del capitale al benessere delle persone. Questo è prima di tutto un problema politico, dato che l’industria alimentare ci costa molto in termini di incentivi pubblici, ma gli alimenti che produce circolano poi sul mercato globale secondo i dettami dei cosiddetti trattati di libero scambio. I mercati locali, invasi dal cibo spazzatura a basso costo, finiscono per perdere contatto con i fornitori abituali e con i contadini che, messi alle strette da un sistema produttivo innaturale, sono costretti ad abbandonare le loro terre.
I PROCESSI DI LAVORAZIONE INDUSTRIALE degli alimenti corrispondono circa a tre quarti del mercato alimentare globale. Di solito con la lavorazione si perdono elementi salutari come le vitamine, mentre vengono generalmente aggiunte grandi quantità di zuccheri e grassi, conservanti, solventi organici, ormoni, coloranti, esaltatori di sapidità e altri additivi, in particolare quando il cibo deve viaggiare per migliaia di chilometri e rimanere il più a lungo possibile sugli scaffali. Spesso si tratta di additivi di cui non si conoscono gli effetti, le cui interazioni con altre sostanze presenti nel cibo non sono state ancora indentificate.
SECONDO GLI AUTORI DEL MANIFESTO Food for Health, diete ricche di calorie, con un alto contenuto di grassi, zuccheri e sale ma povere di fibre e di sostanze nutritive sono associate a pressione arteriosa alta, iperglicemia, iperlipidemia e accumulo di grasso corporeo, che a loro volta innescano processi patologici come infiammazioni, arteriosclerosi, trombosi ed effetti epigenetici responsabili della carcinogenesi. Se guardiamo ai sistemi viventi nella loro interezza, la malattia viene affrontata come un disordine metabolico. Il paradigma medico meccanicistico non vede che singole malattie e va in cerca di cure per sopprimere ogni specifica patologia. I farmaci mirano a provocare una risposta, più che ad affrontare la malattia. Ma all’interno di un paradigma che guardi alla salute dei sistemi, le varie malattie sono viste come sintomi di cause soggiacenti: disordini metabolici indotti dallo stile di vita o dalle abitudini alimentari, che producono disfunzioni a livello dei mitocondri. I disordini metabolici richiedono strategie metaboliche. Nel caso delle patologie provocate dal cibo spazzatura, la salute può essere rigenerata scegliendo alimenti diversi, freschi o lavorati artigianalmente e privi di sostanze chimiche.
UNA VISIONE ECOLOGICA DELLA SALUTE vede nella crisi climatica un’alterazione della capacità autoregolatoria della terra, causata dalla distruzione della biosfera. La perdita di biodiversità e l’aumento delle emissioni trovano la loro causa profonda in un sistema alimentare industriale, globalizzato, che contribuisce anche alla diffusione di malattie infettive e croniche. I sistemi che rigenerano la biodiversità e la biosfera mitigano anche il cambiamento climatico e creano resilienza climatica: la diversità è il principio fondativo della resilienza e dell’immunità, ed è anche la base di sistemi alimentari sostenibili, sani e produttivi.
OGGI IL MONDO STA ASSISTENDO alla rinascita e alla riaffermazione di un’agricoltura ecologica, biodiversa, libera dalla chimica, praticata da contadini e piccoli agricoltori. Sempre più persone stanno mettendo in pratica l’agroecologia in appezzamenti pubblici e orti privati. Nel suo articolo George and the Food System Dragon, Jim Thomas cita quanto riportato dal ministero Usa dell’agricoltura («che non è noto per la sua inclinazione romantica verso la sovranità alimentare»):
«CIRCA IL 15% DEL CIBO DEL MONDO viene oggi coltivato in aree urbane. In città e nelle periferie l’agricoltura si concretizza nella coltivazione di cortili, tetti e balconi, nell’orticoltura collettiva in terreni abbandonati e parchi, nell’agricoltura praticata su aree ai margini delle strade urbane e nel pascolo del bestiame negli spazi aperti».
È COSI’ CHE LA DEMOCRAZIA ALIMENTARE e la sovranità alimentare stanno risorgendo, sottratte al controllo delle multinazionali: questo sistema alimentare senza veleni e plastica, radicato nel contesto locale, sta nutrendo il pianeta non meno che i suoi abitanti.
ANIMALI, ESSERI UMANI E NATURA hanno sempre intrattenuto relazioni profonde e simbiotiche, che a loro volta rigeneravano tutti i sistemi necessari alla vita. Si tratta di una sinergia vitale per il rinnovamento della fertilità del suolo, la creazione di habitat adatti alla biodiversità e la rigenerazione dei cicli della terra: il ciclo dell’acqua, del carbonio e dei nutrienti. La vera soluzione non è sostituire il cibo con qualche nuova invenzione, ma comprendere i bisogni degli ecosistemi di cui siamo parte.
PRENDERSI CURA DELLA TERRA SIGNIFICA lavorare per la giustizia sul piano climatico, alimentare, sanitario, sociale ed economico, tanto per i produttori quanto per i consumatori. Con ogni seme che seminiamo, ogni pianta che facciamo crescere e ogni singolo boccone che addentiamo, stiamo compiendo una scelta tra degenerazione e rigenerazione.
* Estratto dal libro di Vandana Shiva «Mangiare è un atto intelligente. Difendere un cibo vero per salvarci dall’estinzione», Terra Nuova Edizioni, 2025.
Nell’immagine: l’artista Marc McGowan addenta un hamburger in una performance di protesta
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Un colloquio di Stefano Ferrari con Fabrizio Ceppi e Vanni Bianconi, registrato il 24 settembre, che possiamo pubblicare solo ora per ragioni tecniche
È appena sceso il sole al tramonto. È il 25 di settembre, penso. Siamo vicini a un isolotto al sud est di Creta. Abbiamo gettato l’ancora. Passeremo la notte tutti qui ancorati. Due notti fa l’attacco dei droni. Ieri nulla perché erano questioni politiche. La presa di posizione dell’Italia, poi smentita questa mattina o comunque capovolta da Meloni, e poi ancora il ministro della guerra Crosetto che ha deciso di stanziare una seconda nave per accompagnarci, anche se fosse solo per soccorrere gli italiani in caso di bisogno. Chiaramente non per intervenire in maniera militare ma neanche per in qualche modo… quello che aveva cercato di fare lui penso all’inizio in maniera molto rigorosa, se ci sono degli italiani che vengono attaccati in acque internazionali, dei civili, vanno protetti.
Dopo lo spin di Meloni di ieri notte da New York in una conferenza stampa che ha detto che è un’azione scellerata e pericolosa e che la si può risolvere dando tutti gli aiuti umanitari che portiamo (che sono piuttosto pochi, sono un simbolo, sono un modo per aprire un corridoio umanitario, non certo per sfamare la popolazione di Gaza, che ha gli aiuti umanitari fuori dalle porte di Rafah) e di lasciarli a Cipro così che una delegazione cattolica li possa portare fino a Gaza. Quindi è diventata una specie di trappola quel gesto semplicemente istituzionale e coerente con le leggi alle quali facciamo appello, facciamo appello e facciamo appello. Dovrebbe arrivare invece la nave da guerra spagnola da Cartagena. Vedremo.
Questo per dire che ieri è stata una notte di trattative, di giochi politici e diplomatici, ed è stata tranquilla. Oggi però c’è stato il contraccolpo di questi giorni molto intensi. Ancora una grande riunione con lo Steering Committee, che tende sempre a non dire le cose come stanno, ad alludere sempre a grandi protocolli, a grandi conoscenze di come reagire in varie situazioni senza mai dirlo, e trapela che semplicemente non hanno nessuna idea. Come non avevano nessuna idea di non aver le vele spiegate l’altra sera. E quindi questa rottura tra quello che fanno percepire e l’immagine che vogliono dare di loro, poi sempre con la retorica di “siamo un collettivo, siamo umanitari, siamo tutti insieme, salviamo Gaza”. E invece queste mancanze di trasparenza e di sincerità sono sempre sfiancanti. Più del timore degli attacchi veri e propri.
Israele sempre ieri ha fatto chiamare le ambasciate dei tre Paesi, non a caso la Germania l’Italia e il Portogallo, dicendo che non hanno nessun timore di bombardare le navi, di colarle a picco, anche di uccidere persone. Quindi una combinazione di informazioni abrasive, esplosive. Poi si può sempre cercare di analizzare i contrasti tra Crosetto e Meloni, che si possono supporre, due visioni diverse di come si applicano le leggi e i doveri, i diritti di uno Stato e dei suoi cittadini. E così ci si può chiedere anche perché Israele ha chiamato proprio quei paesi lì, Paesi così vicini alla sua politica, e non ha chiamato la Spagna o altri Paesi.
Comunque tantissime incertezze, un rischio che si è fatto palpabile, questo peggioramento delle cose ogni volta che se ne parla con il Comitato di direzione. Fatto sta che adesso abbiamo visto il sole tramontare vicino a questo isolotto, tra le scogliere brulle, calcaree, di Creta. La vegetazione è scarsa, con degli uccelli marittimi che sorvolano le coste la macchia mediterranea la si indovina. Si pensa sempre al Minotauro, noi dentro questo labirinto. Pensare a questo grande ibrido, mezzo bestia, mezzo uomo… E quale sarà la parte giusta? Sarà la bestialità di Israele o il nostro istinto da bestia, quello che dice “Non si può vivere così”? Bisogna andare a corna basse, non violente. Però bisogna lanciarsi. Salta prima di guardare. Non lo so, è anche la parte umana qual è? Quella umanitaria, quella che prende questi rischi per questi motivi? Oppure quella degli intrighi di palazzo, politici, machiavellici o totalmente trasparenti eppure creduti, come quelli di Israele?
Si è gettata l’ancora. C’è tensione anche sulle barche. Ci sono piccole fazioni anche sulla nostra, perché ci sono interazioni difficili nei momenti facili e viceversa. C’è una persona, il malese, che ha deciso di andarsene. Forse è stata anche un’indicazione del suo governo. È entrata un’altra persona, un giovane politico francese, che poi dovrà passare su di un’altra barca. Adesso pare che dovrebbero arrivare due donne malesi. Informazioni frammentarie e contraddittorie. E con la stanchezza e la preoccupazione gettiamo l’ancora. Il tramonto è bellissimo. Le coste della Creta fanno uno stranissimo effetto quando si pensa che non si vedrà più terraferma per tante settimane, tante notti, tanti giorni di onde, di droni e di bombe e di discussioni, eccetera eccetera. Essere così vicini a delle scogliere che conosco così bene fin da piccolo. Vengo in Grecia, sono tornato di recente dopo tanti anni. È un posto che mi parla e poi parla attraverso la mitologia. Come questa Odissea al contrario, che adesso è partita.
Non ho neanche fatto i calcoli. Dove saremo adesso? Forse sono le mandrie del sole che vengono un po’ sterminate in questo momento. Oppure siamo noi i minotauri, o i toretti, o i vitellozzi. o i vitelloni che vengono sterminati; oppure che si alzano sulle due gambe posteriori, gettano l’ancora e camminano sull’acqua, metaforicamente. E chissà, domani mattina, prima che sorga il sole, dopo la guardia, se va tutto bene, si lanciano sott’acqua e possono arrampicarsi sulle scogliere brulle calcaree di Creta.La posizione attuale della flottiglia
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria
Solidarietà popolare con le vittime di Gaza, ma senza mettere a rischio la pace con Israele
Sono ormai 155 su 193 i Paesi delle Nazioni Unite che riconoscono lo Stato di Palestina. Dopo l’annuncio fatto nelle scorse settimane da Francia, Belgio e altri Paesi europei, domenica è giunta la presa di posizione anche di Regno Unito, Canada e Australia. «Per ravvivare le speranze di pace tra palestinesi e israeliani, il Regno Unito riconosce formalmente lo Stato di Palestina» ha annunciato il premier britannico Keir Starmer in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, iniziata il 22 settembre 2025 a New York. E la Svizzera? «Non è il momento giusto» ha ribadito più volte il consigliere federale Ignazio Cassis. Il ministro degli esteri, contestato di recente a Bellinzona per la sua inazione di fronte al genocidio in corso a Gaza, ribadisce che un simile passo deve essere parte di un “credibile piano di pace”. Una posizione sempre più criticata anche da molte personalità svizzere attive nella diplomazia e nel diritto internazionale, ma che ha avuto di recente l’appoggio politico del Consiglio degli Stati che ha respinto – 27 voti a 17 – il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Proprio la recente decisione della Camera dei Cantoni ha messo in luce il fossato sempre più marcato tra la Romandia e la Svizzera tedesca, tanto che c’è chi parla di “Gaza-graben”. Soltanto un senatore francofono, il liberale vodese Pascal Broulis, ha votato no all’iniziativa promossa dal Canton Ginevra e volta proprio a riconoscere lo Stato di Palestina. Hanno invece votato sì anche deputati borghesi come Mauro Poggia, del Mouvement Citoyens Genevois (MCG), o la liberale friburghese Johanna Gapany. A bocciare la proposta invece anche i due Consiglieri agli Stati ticinesi, Marco Chiesa (UDC) e Fabio Regazzi (Centro). Quest’ultimo, assieme ad altri sei senatori – tra cui il socialista zurighese Daniel Jositsch – è membro del gruppo interparlamentare Svizzera-Israele.
Di questi gruppi d’amicizia con altri Stati ne esistono una trentina sotto la Cupola di palazzo federale. C’è anche quello Svizzera-Palestina (7 membri). In generale, tra gli scopi viene indicato quello di favorire gli scambi o le relazioni tra la Confederazione e i vari Paesi. Il gruppo Svizzera-Israele, oltre ad essere di gran lunga il più numeroso a Berna (42 membri), ha uno scopo dichiaratamente militante: esso “rappresenta le posizioni israeliane nei settori della politica, dell’economia, della società e della cultura”. Oltre ai sette consiglieri agli Stati, il gruppo conta tra i suoi membri 36 consiglieri nazionali, tra cui i ticinesi Lorenzo Quadri (Lega), Piero Marchesi (UDC) e Alex Farinelli (PLR). Tutti hanno votato contro la richiesta di cessare ogni collaborazione militare con Israele.
Il gruppo Svizzera-Israele ha come segretario Hanspeter Büchi, sorta di lobbista del Governo di Benjamin Netanyahu nei corridoi del parlamento ai quali accede grazie all’accredito che gli fornisce il consigliere nazionale zurighese Erich Vontobel (UDC). Quest’ultimo ha depositato quest’anno una mozione (poi bocciata) con cui chiede al Consiglio federale di fare pressione sul Consiglio dei diritti umani dell’ONU affinché la smetta di accanirsi su Israele.
Hanspeter Büchi è un banchiere zurighese in pensione che, come ricostruito dal portale Republik, si muove su vari ambiti per fare pressione a favore del Governo di estrema destra israeliano: tiene conferenze sull’“immagine distorta di Israele”, scrive sulla rivista online pro Governo di Israele Audiatur per criticare la soluzione a due Stati o per parlare della “israelofobia della SRF” e bombarda l’amministrazione federale per chiedere che la Svizzera riconosca il diritto dello Stato ebraico ad annettere la Cisgiordania. Insomma, Büchi non è un semplice segretario di un gruppo d’amicizia parlamentare, ma è una sorta di megafono elvetico del governo di estrema destra israeliano: quello che sta commettendo un genocidio e che ancora in queste ore ha ribadito che lo Stato di Palestina – che la Svizzera non vuole riconoscere – non è un’opzione.
Le posizioni di Büchi sono spesso riprese in Parlamento dai vari membri del Gruppo d’amicizia Svizzera-Israele. Come quando il consigliere nazionale argoviese David Zuberbühler (UDC) ha chiesto di interrompere immediatamente i contributi all’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente. Non è un caso se il primo in Svizzera a mettere in discussione la stessa UNRWA sia stato Ignazio Cassis, lui stesso membro del Gruppo d’amicizia Svizzera-Israele prima di essere eletto in Governo. Nel 2019, di ritorno da un viaggio in Giordania, dichiarò che sostenendo l’UNRWA si “mantiene vivo il conflitto”. Da allora, Hanspeter Büchi e i suoi referenti israeliani lo sanno: il Ministro degli esteri è uno dei loro.
Pubblicato da Areaonline
Nell’immagine: i sette consiglieri agli Stati che fanno parte del Gruppo d’amicizia Svizzera-Israele