Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo
Di Marina Nasi, Valigia Blu
“Prove me wrong”, dimostrami che ho torto. Oltre che un meme, il titolo di un brano del 2008 e una chiosa da social network, questa era la frase che giganteggiava alle spalle di Charlie Kirk il giorno in cui è stato assassinato. Quella alla Utah Valley University era la prima delle dieci tappe previste per il suo The American Comeback tour, nuova edizione dell’ormai consueto format in cui Kirk si recava nei campus universitari statunitensi per farsi sfidare dagli studenti in gare di dibattito. Gli incontri erano ripresi e ripubblicati in rete, dove poi venivano ulteriormente sezionati e ricondivisi dagli utenti, tra miniclip e maxicompilation che mostravano gli scambi più viralizzabili. Buona parte della fama di Kirk derivava proprio da questi dibattiti-show, da cui sembrava sempre uscire vincitore non solo grazie alle proprie doti dialettiche ma anche in virtù di interlocutori spesso assai meno allenati di lui e dell’editing.
Negli Stati Uniti la tradizione dei dibattiti accademici affonda le sue radici nel XIX secolo, quando nelle literary societies delle università gli studenti discutevano di temi culturali, politici e morali in incontri formali già regolati. Con il tempo, questo confronto orale ha assunto forme più definite e oggi sono ancora molto popolari gli intercollegiate debates (gare intercollegiali), in cui squadre di studenti si sfidano sistematicamente secondo formati codificati. Fanno parte di questa tradizione organizzazioni come la National Debate Tournament e la Cross Examination Debate Association (CEDA) hanno contribuito a stabilire regole rigorose in fatto di tempi, argomentazioni, arte retorica e giudizi finali, in cui eccellono, per esempio, team storici come quelli di Yale o della University of Southern California. Tuttavia, ciò che un tempo era principalmente un esercizio educativo (allenamento del pensiero, della ricerca, della dialettica) corteggia oggi evoluzioni che accentuano la competitività e la spettacolarizzazione, talvolta a scapito della cura del contenuto o del confronto riflessivo. E qui si inserisce la versione ancora più “pop” degli ultimi tempi, inclusa la forma ibrida del format portato da Kirk (che non aveva mai terminato i propri studi universitari) nei campus americani.
Ma la contemporanea arte del dibattito, anche nella sua spettacolarizzazione spinta all’eccesso, non va certo ascritta al solo Charlie Kirk: dai campus è migrata su YouTube, riproducendosi in nuove forme sempre più votate all’intrattenimento. La scorsa estate, il giornalista britannico-statunitense Mehdi Hasan è diventato virale sui social media per un video intitolato “1 progressista contro 20 conservatori di estrema destra”. Nel video, Hasan siede al centro di un cerchio composto da venti persone pronte a scattare al segnale stabilito per correre a posizionarglisi di fronte e intavolare con lui una discussione. Mentre un partecipante parla, gli altri hanno la possibilità di sventolare una bandierina rossa (sì, proprio una “red flag”, ma senza ironia) e quando queste bandiere raggiungono la maggioranza scatta il cambio: avanti il prossimo.
Per un’ora e quaranta minuti, si vede un sempre più sbalordito Hasan confrontarsi con estremisti vari, tra chi si dichiara fieramente fascista e nostalgico di Francisco Franco e chi giustifica a più riprese l’uccisione dei bambini palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Tra le persone che si alternano nei brevi faccia a faccia, non manca chi ricorda al giornalista di venire da una famiglia di immigrati (Hasan è di origine indiana), chi dice che i bianchi sono nativi americani e chi lo invita ad andarsene dagli Stati Uniti. Da notare che Hasan non è uno sprovveduto, quando si tratta di dibattiti: oltre a essersi formato al Christ Church College di Oxford e distinto nella stessa Oxford Union, la società di debating dell’Università britannica, è anche autore del libro Win every argument. The art of debating, persuading and public speaking (Henry Holt and Company, 2023). Infatti il suo sconcerto non era tanto dovuto alla difficoltà di argomentare quanto al trovarsi di fronte a simili argomenti su una pubblica arena.
“Un progressista contro 20 conservatori di estrema destra” fa parte della serie Surrounded, format di punta della casa di produzione Jubilee Media, specializzata in game show e, appunto, gare di dibattito. In un solo anno di vita (da notare che il primo video della serie vedeva al suo centro proprio Charlie Kirk), il modello “uno contro tutti” di Surrounded ha già sfornato perle come “un repubblicano contro 25 elettori di Kamala Harris”, con l’influencer di estrema destra Ben Shapiro nel ruolo del repubblicano, o “Un conservatore contro 20 femministe”, laddove il conservatore in questione è Candace Owens, commentatrice politica e youtuber anch’essa di estrema destra che lo stesso Kirk a un certo punto ha dovuto allontanare da Turning Point Usa, di cui era stata direttrice della comunicazione, per un commento in cui poco velatamente simpatizzava con Hitler. Non tutti i video di questa serie puntano sul personaggio celebre: bastano anche titoli su temi divisivi come “Un teenager liberal contro 20 trumpiani” o spericolati come “Un poliziotto contro 20 criminali”.
Oltre a Surrounded, il canale YouTube di Jubilee offre anche il format “Middle Ground”, in cui si sfidano due opposte fazioni: “Con o senza figli”, “Sinistra contro MAGA”, “Pro o contro Elon Musk”, “Femministe contro trad wives”. Ovviamente gli altri canali non stanno a guardare e si adattano allo spirito dei tempi: il New York Post ospita la serie Face your hater, Vice ha il proprio format di dibattiti, l’attivissima content creator cristiana Michelle Daf ha sul proprio YouTube un format di debating, chiamato The Bridge, assolutamente indistinguibile (se non per l’enfasi su temi religiosi) da Middle Ground, e via dicendo. Tra i titoli più sorprendenti di quest’ultimo, troviamo Scienziati contro terrapiattisti, divisione che sembrerebbe indurre a pensare che le due posizioni siano sullo stesso piano di legittimità.
E qui arriva il primo problema: format come questi rischiano di creare false equivalenze tra fazioni opposte che, però, equivalenti non sono. Mettere, come ovviamente è già stato fatto, “un dottore contro 20 antivaccinisti” o “no vax contro vaccinisti”, è sicuramente garanzia di spettacolari scambi di battute, ma è anche un modo abbastanza subdolo di delegittimare principi e posizioni sostenute dai fatti e dalla scienza aprendosi al confronto con teorie del complotto e antiscientiste. Uno spettatore informato e in vena di un certo tipo di intrattenimento può anche godersi lo spettacolo per poi andare oltre, ma una persona con pochi strumenti culturali e scarsa capacità di discernere tra notizie fondate e fake news diventa preda dell’argomentazione più suggestiva. E poiché stiamo pure sempre parlando (anche) di intrattenimento, questa idea del dibattere con tutti, unita al bisogno di fare visualizzazioni, regala visibilità a personaggi estremi e troll vari, sdoganandoli come interlocutori politici e personaggi pubblici.
E arriviamo al secondo problema. Dibattere di un argomento, mettendo gli uni di fronte agli altri pro e contro una determinata posizione, ha un ruolo “educativo” o è spettacolo puro? E poi: nelle discussioni, specie in quelle pubbliche e destinate al consumo di un pubblico generalista, ha davvero la meglio chi riporta i fatti e offre le argomentazioni più solide, il rigore dei dati, il sostegno della statistica? Banalmente, basterebbe dare uno sguardo a qualche flame da social network per constatare che raramente si verifica questa felice circostanza. Ma anche molti studi, soprattutto nella branca della psicologia comportamentale, ribadiscono che a portarci verso una determinata opinione, tantomeno ad avvicinarci a una sorta di verità, non bastano il ragionamento e la logica.
Secondo Daniel Kahneman, premio Nobel e autore del classico dell’economia comportamentale Pensieri lenti e veloci, la mente umana arriva a un’opinione e opera una scelta in base a un impasto di emozioni, esperienze personali, presentazione delle informazioni, bias, euristiche e poi, sì, anche il ragionamento logico. Assieme al collega Amos Tversky, già vari decenni fa Kahneman ha elaborato una “teoria delle decisioni”, più nota come “teoria del prospetto”, che, benché originariamente delimitata al campo economico, può essere facilmente estesa ed è infatti stata ripetutamente ripresa e citata, anche riguardo al modo in cui, nel corso di una discussione, ci facciamo influenzare dall’una o dall’altra parte. Tra i principali fattori che fanno sì che un argomento risulti vincente, ci sono, per esempio, il bias di conferma (cerchiamo informazioni che consolidano quella che è già la nostra opinione di base), il cosiddetto “effetto di mera esposizione” o “principio di familiarità” (tendiamo a prendere maggiormente in considerazione un argomento che abbiamo già sentito ripetere in precedenza), la tendenza innata a semplificare questioni complesse, il “framing”, ovvero i tanti modi in cui una stessa informazione viene presentata (Una frase come «La possibilità di sopravvivenza un mese dopo l’operazione è del 90%» non fa lo stesso effetto di «La mortalità a un mese dall’operazione è del 10%»). Insomma decidere se si è pro o contro un certo principio o un dato assunto non dipende solo da fatti oggettivi ma da chi ne parla, da come ne parla, da quando ne sentiamo parlare, dalla cornice che racchiude determinate affermazioni e da tutte le approssimazioni, emozioni e scorciatoie mentali che abitano la nostra mente anche quando pensiamo di stare ragionando lucidamente.
Oltre a ciò bisogna considerare l’aggressività, l’inseguimento del rage-baiting, la facile tentazione di cavalcare rabbia e tensioni sociali, che i partecipanti a questi confronti-spettacolo, pur tra saluti cordiali, strette di mano e apparente aderenza a regole di confronto civile, cavalcano più che fieramente. Ed ecco quindi che, più che palestre di idee, le gare pubbliche di dibattito e i dibattiti-show su YouTube diventano arene dove contano la performance e la vittoria, non la comprensione, alimentano logiche da tifoseria, riducono temi delicati e complessi a contenuti virali da consumare, rendono plausibili altrimenti opinioni aberranti. Contano la risposta veloce, la domanda a trabocchetto, la frase sopra le righe che strappa l’applauso, il momento gotcha (“ecco, ti ho fregato”) da rendere virale. Non è un caso che i video più popolari abbiano titoli che promuovono la logica dell’annientamento dell’avversario, con keywords come “distruggere” ed “eviscerare”.
- Guarda un video nel quale gli argomenti di Kirk vengono brillantemente confutati da uno studente, e un esperto mette in evidenza le trappole retoriche alle quali il predicatore estremista faceva ricorso per “avere sempre ragione”. Il video è in inglese ma si possono attivare i sottotitoli o la traduzione AI in italiano