Così l’Occidente dimentica la Storia

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Assistiamo impotenti alla più formidabile de-costruzione di ogni forma di Diritto che sia mai esplosa in epoche di grande crisi. Si ha un bel fare gli storici disincantati. Come potrebbero nella radicale trasformazione di equilibri politici ed economici, nella metamorfosi delle stesse culture conservarsi quei principi sui quali sembrava almeno orientarsi il mondo di ieri? Non sono sempre stati sventolati come virtù europea tali principi, a gara tra cristiani e illuministi? Sì – ironizza il nostro storico disincantato – ma alle parole quando mai sono seguiti i fatti? E allora perché continuare a chiamarci europei e non, che so, Sciti? Si ha un bel fare i realisti – sta di fatto che l’Occidente, e soprattutto l’Occidente europeo, unico colpevole dell’unica Grande Guerra della prima metà del Novecento, aveva giurato a sé stesso dopo il ’45 che avrebbe lottato in tutti i modi e in tutte le sedi per costruire un Ordine internazionale fondato sul rispetto di quei “diritti umani” inalberati a Norimberga. Ciò che oggi impressiona, ed è segno del salto d’epoca avvenuto, non è tanto che di quel giuramento non si tenga alcun conto, quanto che esso appaia completamente e semplicemente dimenticato. Passato, come non fosse mai esistito. Anzi, peggio, usato strumentalmente soltanto per accusare il Nemico. Quei “diritti” valgono soltanto quando si tratta di demonizzare il Nemico, per noi contano nulla. Tra questi ve n’era uno che sembrava ormai impossibile dimenticare – o almeno si aveva il pudore di mascherare il nostro farne strame: un esercito non poteva far guerra alla popolazione civile. Si distruggevano città, si bombardavano campagne e villaggi, ma pure vi erano guerre tra eserciti in corso, vi era un Paese nemico di cui si reclamava la resa incondizionata. Non si sganciava l’atomica su Hiroshima per buttare a mare i giapponesi.

Una prepotenza di questa immane dimensione, che prosegue senza alcuna sanzione di alcun tipo che tenti almeno di frenarla, non può alla fine che volgersi contro gli interessi ultimi, strategici di chi la commette. È regolarità storica. Certo essa, combinandosi a altre violazioni di ogni principio di diritto internazionale, può trascinarci tutti al disastro – anche in questo caso, insieme ai suoi complici, rumorosi e silenti, essa non resterebbe impunita. Qualunque sia il nuovo Ordine della Terra che uscirà dalle attuali tragedie esso non potrà fondarsi sul “diritto del più forte”. Qualsiasi Ordine, se è tale, comporta una visione, una strategia, capace di stringere in una rete di patti e compromessi la molteplicità delle nazioni. Esce sempre davvero vittorioso dalle grandi catastrofi chi, già nel loro mezzo, lavora in questa prospettiva, si sforza di creare le condizioni perché la fine di una guerra non coincida con la preparazione della prossima. Il vinto – e tanto più quanto più la sua sconfitta sul campo appare totale – se non si riconosce in qualche modo nel “trattato di pace”, se non vede in esso altro che “ingiustizia”, continuerà la guerra nelle forme che gli sono possibili. E saranno quelle del più spietato terrorismo.

Non ricordiamo, non vogliamo ricordare come questa forma mentis sia l’humus in cui matura ogni forma di autoritarismo. Esso si fonda sulla irresponsabilità individuale. Si inizia con l’avvertire alcune potenze come assolutamente sovrane, al di là di ogni nostra capacità di condizionarle. Si prosegue inevitabilmente col delegare loro ogni decisione riguardante le nostre stesse vite. Si termina obbedendo loro o addirittura venerandole. Tranquilli, non parlo affatto del possibile ritorno di vecchie dittature. Costose e improduttive. L’individuo contemporaneo interiorizza il comando di un sistema anonimo e globale, retto da un manipolo di oligarchie economico-finanziarie. Lo Stato delega a tale sistema ogni decisione in campo economico e via via gli affida pure funzioni pubbliche vitali, fino a diventare una mera stazione appaltatrice di servizi, con compiti al più di sorveglianza e controllo. Così finisce in Occidente il Welfare State. E così finisce l’homo politicus. Questo sta avvenendo sotto i nostri occhi, una trasformazione più radicale ancora di quella crisi di ogni Diritto che testimoniano guerre e massacri. E alla quale nessun trattato di pace potrà rimediare. Ma di un tale destino non ha né paura né orrore il cittadino dell’Occidente che ha dimenticato la propria storia.

Nell’immagine: un bombardamento russo su abitazioni civili nella città di Sumy nell’est dell’Ucraina 


Sdoganare l’antisemitismo, l’altro disastro di Netanyahu

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Di Gianni Oliva, La Stampa

Di fronte al mattatoio di Gaza, la semantica appare quasi una provocazione: crimini di guerra, genocidio, pulizia etnica, strage… Comunque lo si chiami, “mattatoio” resta. Ma le parole sono la traduzione immediata della memoria e, come tali, trasmettono insegnamenti (o, all’opposto, omissioni).

Prendiamo il termine “fascista”: sino alla fine degli anni Sessanta ha riassunto gli orrori della guerra e dell’intolleranza ed è stato uno dei pilastri fondanti della coscienza repubblicana. Per i più attenti rinviava alle leggi razziali, al Tribunale Speciale, a Matteotti: ma per tutti rinviava alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, all’alleanza con Hitler, ai soldati morti nei Balcani, in Russia, in Africa, alle città bombardate, agli oppositori «crocifissi sui pali del telegrafo».

Dopo il ’68, nelle radicalizzazioni degli anni di piombo, il significato storico sì è perso e per troppi militanti (o pseudo tali) “fascista” è diventato chiunque avesse un’opinione diversa: “fascista” il docente universitario che voleva usare l’aula per far lezione anziché assemblea, fascista Carlo Casalegno (partigiano azionista) perché nei suoi articoli denunciava il rischio delle derive terroristiche, fascista e liberticida Paolo Emilio Taviani ministro dell’Interno (lui che il 26 aprile 1945 aveva annunciato con un messaggio alla Bbc la liberazione di Genova): e con loro, fascisti chissà quant’altri.

Con “comunismo” le cose sono andate in modo diverso per la semplice ragione che il sistema dell’Unione sovietica non è crollata per una guerra o per una rivoluzione, ma per implosione interna: settant’anni di dittatura sono scomparsi nel fragore del muro di Berlino abbattuto, praticamente senza un morto. Il comunismo ha suscitato avversioni profonde e fedi altrettanto radicali, ma nell’immaginario collettivo la sua scomparsa non è stata accompagnata da un lavacro della storia. Nel gergo politico, “comunista” si usa oggi come ieri, in un’indifferente demonizzazione: “comunista” può essere il salario minimo, “comunista” la patrimoniale, “comunisti” tutti i governi italiani non di centrodestra. Con il risultato che anch’esso è ridotto per i più ad una semplice parola esecrata, che come tale serve a liquidare i problemi anziché comprenderli.

La politica di Nethanyau e del suo governo sta operando lo stesso processo sul termine “antisemitismo”. Per decenni “antisemitismo” ha significato il male assoluto, ha riassunto in sé la vergogna della Shoah, la ferocia dell’intolleranza, la brutalità della violenza. Ma se “antisemita” diventa il termine con cui si bollano le proteste contro le stragi di Gaza, se la tragedia del passato viene sfruttata per coprire i crimini di oggi, se si accusano di essere “antisemiti” anche gli ebrei che protestano nelle piazze di Tel Aviv, allora “antisemitismo” si riduce ad un’accusa svincolata dalla storia. Tra le tante macerie umane, politiche e materiali che la politica di Nethanyau lascerà al futuro, c’è anche una maceria etico-culturale: aver svuotato la memoria dell’antisemitismo dell’orrore che l’ha accompagnata e che ha educato le generazioni cresciute dopo il 1945. È la memoria che per decenni ha insegnato la tolleranza, che ha ispirato i testi costituzionali più avanzati: soprattutto, è la memoria che ha formato i tanti giovani che hanno letto il Diario di Anna Frank o Se questo è un uomo, gli adulti che hanno pianto al museo di Auschwitz, gli spettatori che si sono commossi al sorriso amaro di La vita è bella.

Nethanyau e la sua guerra hanno sdoganato l’“antisemitismo”, e questa è la forma peggiore di negazione della storia: perché le vittime di questo travisamento semantico non sono i terroristi di Hamas, ma gli ebrei sterminati nelle camere a gas di Hitler, ridotti ad un’invettiva politica sterile e strumentale.


Divagamento tra la lavatrice e le donne

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Forse pochi sanno che l’invenzione della lavatrice risale al 1767 e che l’inventore del primo modello rudimentale fu un teologo tedesco, Jacob Christian Schaffern. Non so se è per questa origine teologica che l’”Osservatore romano”, giornale del Vaticano, sostenne qualche tempo fa in un lungo articolo, suscitando qualche commento ironico, che la lavatrice è l’oggetto che ha “maggiormente contribuito all’emancipazione delle donne occidentali nel XX secolo”. Può darsi. Insomma, la teologia fattasi pratica e il suo contributo alla liberazione della donna. Ce lo cantava divertita la britannica Kate Bush nel suo famoso pezzo “Mrs. Bartolozzi”. Quel che è certo, come attestava quindi implicitamente il suo organo ufficiale, che più del Vaticano e della Chiesa poté una macchina per lavare i panni sporchi. Non sembra dall’ultima intervista apparsa che il neopapa stia cambiando direzione (ad esempio sul diaconato femminile).

Collegamenti

Quella esaltata forza emancipatrice della lavatrice l’ho collegata, per caso, ad altri studi apparsi qua e là nel frattempo.

Il Forum economico mondiale dell’Onu, ad esempio, rilevava come nel mondo il 70 per cento dei fanciulli non scolarizzati sono bambine, il 60 per cento dei poveri sono donne, solo il 16 per cento dei parlamentari è femmina.

L’Istituto di ricerca per lo sviluppo che si occupa da qualche anno dell’impiego del tempo da parte delle Africane, in un’ottica singolare, constata come il sovraccarico di lavoro delle donne compromette di fatto lo sviluppo economico. Ha così scoperto la “femminizzazione della povertà”. In altre parole, se il lavoro femminile fosse considerato e monetizzato, si aumenterebbe dal 50 al 100 per cento il prodotto interno lordo di molti paesi africani. Magra consolazione, ma forse si intuisce come milioni di africani riescano a campare con meno di 2 dollari al giorno.

Ciò che più mi ha colpito è però uno studio di microeconomia, in un villaggio del Mali. Si è stabilita una correlazione tra la sistemazione di alcune captazioni d’acqua (con minori spostamenti per rifornirsene, compito che spetta alle donne, con la brocca in testa) e la diminuzione della mortalità infantile. Risultato incredibile: non tanto per motivi sanitari (qualità dell’acqua) ma perché le donne hanno guadagnato molto tempo da dedicare a loro stesse e ai bambini.

La donna vero antidoto

In fine, non poteva mancare lo studio sul rapporto tra crisi economica-finanziaria e donne. Ce l’ha fornito una onorata Business School del Ceram-Skema. Risulta che l’antidoto più efficace alla crisi sono state le donne. Nelle società da esse dirette e quotate in Borsa ci sono state minori propensioni al rischio e molto meno perdite.

La conclusione può essere solo una: diamo alle donne più tempo (non solo con la lavatrice) e fiducia (non solo facendole lavorare) e il mondo potrebbe andar meglio. Immaginiamoci che in Israele ci fosse come primo ministro una Golda Meir, che ci fu in tempi ben più difficili (“il miglior uomo al governo”, diceva Ben Gurion, “la nonna del popolo israeliano”, convenivano però affettuosamente in molti cogliendone anche la forza umana). Che negli Stati Uniti ci fosse Kamala Harris che, “mental acuity”, com’è stata definita, con i tempi che corrono non poteva che perdere contro l’”arrogant ignorance” di Trump (titolo affibbiatogli nei passati giorni dall’università di Harward ma che viene confermato quotidianamente dalla pratica, l’ultimo confondendo l’Armenia con l’Albania e impantanandosi sull’Azerbaigian troppo difficile da pronunciare). Oppure anche, in casa nostra, se al dipartimento degli esteri svizzero, al posto di Ignazio Cassis, ci fosse ancora una Micheline Calmy-Rey (“Mi vergogno della doppia morale della Svizzera”, quella nei confronti della Russia putiniana, pronti ad adottare sanzioni, quella nei confronti di Israele, succubi nell’accettare di sospendere gli aiuti ai palestinesi; dichiarazione nella rubrica televisiva Arena).

Nell’immagine: “I miei giorni di bucato adesso sono una vacanza!”


Lettera aperta a Berna: “Un silenzio scandaloso”

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Stimata Signora Presidente della Confederazione,
Stimati Signora e Signori Consiglieri Federali,

dopo il brutale e vile attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas contro Israele, che il Consiglio federale ha giustamente condannato, il governo israeliano e il suo esercito hanno ucciso oltre 50’000 persone nella striscia di Gaza, tra cui decine di migliaia di bambini e donne, ammazzati freddamente. Il governo d’ Israele vorrebbe cacciare i palestinesi da Gaza che ormai è in gran parte distrutta. Impedisce l’intervento delle organizzazioni di aiuto umanitario e in particolare dell’UNRWA. Buona parte delle persone ancora vive sta soffrendo la fame, un problema gravissimo, soprattutto per i bambini che, se sopravvivono, risentiranno gli effetti negativi per tutta la vita.

Inoltre il governo di Netanyahu, l’esercito e la polizia, in Cisgiordania lasciano che i coloni scaccino dalle loro case e dai loro oliveti i palestinesi che ci abitano da molto tempo. Inoltre è stato approvato dal governo il piano di estendere di molto gli insediamenti dei coloni. Il territorio palestinese sarà diviso in due e ciò renderà quasi impossibile la creazione di due stati, soluzione che è sostenuta fermamente dal Consiglio federale.

È ovvio che Israele non rispetta il diritto internazionale e che le sue azioni e quelle dell’esercito costituiscono crimini di guerra. Lo asseriscono anche molti professori e politici ebrei che vivono in Israele e in altri paesi. L’ex presidente del parlamento, Avraham Burg, è disperato: tanto da invitare gli ebrei di tutto il mondo, donne e uomini, a ribellarsi contro la politica distruttrice del governo e, insieme, a fare causa a Israele presso la Corte Internazionale dell’Aja per crimini di guerra.

Visti gli ulteriori avvenimenti drammatici delle ultime settimane, il Consiglio federale dovrebbe denunciare pubblicamente il governo israeliano per il suo disprezzo e la violazione del diritto internazionale. La Svizzera, come gli altri Stati che hanno sottoscritto le Convenzioni di Ginevra, devono impegnarsi affinché il diritto internazionale sia rispettato da tutti. Per la Svizzera, depositaria delle Convenzioni di Ginevra, questo compito è ancora più urgente.

Mi permetto di esortarvi, signore e signori Consiglieri federali, a prendere conoscenza della profonda delusione di tantissimi svizzere e svizzeri per la vostra  passività di fronte a questo conflitto. Ci aspettiamo da voi che rivolgiate una esplicita e dura critica al governo israeliano, e che adottiate tutte le misure opportune per ottenere un cambio di rotta nel suo agire.

Con distinti saluti
Beat Allenbach

Nell’immagine: fotografia ufficiale 2025 del Consiglio federale (versione aggiornata)


La democrazia è sola

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Dagli incubi di un’Europa sonnambula, con i Mig che attraversano i suoi cieli, riemerge il concetto di pre-guerra: e non ci stupisce più. Da tre anni stiamo scivolando progressivamente da un’incognita a una minaccia, a una riduzione della nostra sicurezza, al restringimento del nostro orizzonte di libertà. Dalle retrovie ci spostiamo sempre più verso la zona del fronte, ci scopriamo direttamente esposti, mentre saltano gli interdetti dietro cui credevamo di proteggerci: e ad ogni passo sullo scalino che scende verso il buio siamo costretti — anche senza accorgercene — a riprendere le misure del mondo, per trovare uno spazio sempre più scomodo nell’incertezza che cresce. Stiamo smarrendo i punti di riferimento, che sbiadiscono. Far parte del Primo Mondo, creatore e consumatore del progresso, della ricchezza e dell’innovazione non ci garantisce più, il doppio caos ci paralizza, perché alla crisi esterna delle guerre si somma la crisi interna al nostro mondo, che chiamavamo Occidente e che oggi vediamo svuotato e disarticolato, con tutto il suo sistema di valori disattivato e inerte.

Prendiamo atto, ogni volta, accettando il ridimensionamento progressivo del futuro. La nostra capacità di adattamento fa parte dell’istinto di sopravvivenza, ma anche del senso di impotenza che ci circonda: e oltre una certa soglia rischia di diventare rinuncia, colpevole. Quei valori sono stati spesso esercitati come supremazia, talvolta come egemonia, ma hanno comunque testimoniato una civiltà del diritto e dei diritti, una cultura delle istituzioni, della regola e della convivenza e in questo senso hanno offerto un canone di libertà a tutti, addirittura nella pretesa all’universale. Possibile che oggi non abbiano più niente da dire a un mondo in fiamme e debbano essere ripiegati nel baule del Novecento, come la bandiera ammainata di un Paese sconfitto, o come fossero scaduti?

Questo stato d’animo rischia di trasformarsi in sentimento politico, diffondendo la convinzione che il mondo sia ormai fuori controllo e la politica non riesca più a governarlo: figuriamoci la democrazia, a cui si chiede oggi di pagare per intero e da sola il disavanzo tra le promesse seminate in un secolo di progresso e le delusioni accumulate nelle emergenze degli ultimi anni. È una pretesa ingiusta, un calcolo miope, un saldo impossibile. Ma schiaccia comunque la democrazia sotto il peso di tutte le delusioni, le disuguaglianze, le frustrazioni e le ingiustizie, come la cultura sconfitta al cui posto emerge un culto, quello della forza semplificatrice, vendicatrice e comunque protettrice: idonea per dominare una fase in cui siamo ormai pronti a negoziare porzioni di libertà in cambio di quote di sicurezza. Non ci rendiamo conto che in realtà stiamo svendendo pezzi di una democrazia costruita negli anni, istituti creati per garantirci, regole di salvaguardia collettiva, norme introiettate come coscienza comune e diventate consuetudini, addirittura stile di vita collettivo, cifra di una civiltà. E non ci accorgiamo che c’è chi è pronto a comprare sul mercato del consenso quegli spazi di libertà che noi dismettiamo come vecchi, sopravvissuti e superflui: sono gli autocrati, i leader neo-autoritari che proprio in questa fase hanno lanciato la battaglia decisiva per conquistare il potere totale, superando la democrazia liberale e archiviandola.

L’evidenza di questa sfida è sotto gli occhi di tutti, anche per il gigantismo del palcoscenico su cui si muove il regista del caos, Donald Trump, e per l’evidenza di quella che potremmo chiamare l’eccezione democratica in corso. L’attacco al pensiero critico, comunque alla libertà d’opinione, è il punto di svolta, con i personaggi televisivi sgraditi denunciati per nome e cognome, gli editori minacciati e spinti pubblicamente a licenziarli. Ciò significa, in una formula, che il sistema dell’informazione è sotto ricatto. Non ci sono più reticenze, il potere delle nuove destre estreme non si accontenta di cambiare il governo ma vuole cambiare il regime e manifesta esplicitamente l’intenzione di fuoruscire dal sistema forzandolo, per fondare un nuovo ordine proprio sulla rendita politica di questa deformazione.

Ormai anche chi non aveva avvistato l’onda che si formava spingendo il secondo mandato trumpiano verso l’estremismo fatto governo, figlio dell’eredità eversiva all’assalto al Campidoglio, si trova davanti un’anomalia democratica che opera apertamente per svellere i cardini della civiltà occidentale, a partire dalla libertà d’espressione, di parola e di stampa, tutelate come fondamentali dal primo emendamento. L’assalto è infine giunto fin qui, al cuore della libertà costituzionale repubblicana. E da qui nasce una domanda: perché la democrazia non trova difensori naturali e spontanei che la proteggano, perché non si forma un blocco sociale di sostegno, perché i soggetti che hanno usufruito dei maggiori benefici dalla lunga stagione democratica non respingono la regressione in corso?

Guardiamo la realtà: le classi popolari sembrano non avvertire l’allarme, come se il destino del sistema non le riguardasse più, e fosse un problema delle élite. Gli intellettuali non partecipano alla competizione, distratti. Il capitalismo non sente il dovere di difendere la democrazia (anche se è il contesto in cui ha potuto prosperare nella libertà), anzi sembra voler accompagnare la forzatura trumpiana del sistema per vedere cosa c’è dall’altra parte, e colonizzarlo come una terra rara in più. I liberali non scendono in campo a fianco della liberal-democrazia, come se fosse orfana. I populisti che denunciano nella democrazia il grande inganno e l’eterno complotto lucrano sulla sua crisi, pronti a giocarsi ai dadi le sue spoglie. La sinistra vede la crepa che divide l’Occidente ma anziché lavorare per superarla difendendo quei valori sotto attacco e facendoli definitivamente propri, inciampa nella faglia sospinta nelle sue frange da vecchie tentazioni anti-americane e addirittura filorusse, incapace di leggere i nuovi imperialismi: finendo nell’irrilevanza della terra di nessuno invece di compiere finalmente il suo destino liberandosi dei suoi demoni. La Chiesa, infine, è paradossalmente sfidata dall’estremismo cristianista che sostituisce la democrazia con la religione nell’universo Maga.

Ecco perché la democrazia è sola, con la sua fragilità esposta, difesa solo dalla testimonianza quotidiana dei suoi valori. Ed ecco soprattutto perché precipitiamo nell’angoscia di questo clima di pre-guerra senza una cultura che ci difenda e ci definisca dandoci coscienza di ciò che siamo e di ciò che vogliamo, proprio mentre scopriamo che la democrazia ha bisogno di noi: perché non basta a se stessa e non può vivere senza il concorso dei cittadini, con ogni passione spenta, mentre la destra cammina già nel mondo post-democratico, “con Dio come testimone”.

Nell’immagine: i Mig russi nel cielo Ue 


Erode Smotrich e il bisogno di restare umani

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Sappiamo ancora distinguere il Bene dal Male? È rimasto, dentro di noi, un briciolo di etica, e, persino, di umanità? Abbiamo la forza di vedere l’altro per quello che è o lo vediamo solo per come siamo noi? Domande gigantesche. Che fino ad un paio di anni fa, nonostante la violenza russa in Ucraina e mille tensioni planetarie, sarebbero state più adatte ad un seminario universitario. Ma che oggi, con l’incessante distruzione dei valori occidentali, dagli Stati Uniti a Gerusalemme, dovrebbero diventare un’ossessione. Viviamo tempi sgradevoli. Pieni di ambiguità, ambivalenze ed emozioni miste. Un’epoca di regimi totalitari e ideologie mortifere, in cui dovremmo rimettere in scala le cose importanti, quelle in cui crediamo e che ci servono – appunto – per comportarci da esseri umani. Eppure, preferiamo accettare tutto, sovrapponendo realtà e finzione, racconti manipolatori e crudeltà manifeste.

Scelte che un tempo avrebbero provocato scandalo, oggi si susseguono senza posa, dandoci l’idea dell’inesorabile.

Siamo ancora capaci di indignarci o ci stiamo trasformando nell’incubo evocato da Hannah Arendt? «Il suddito ideale di un regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più». Una vita senza consapevolezza è una vita da bruti. È questo che siamo diventati?

Provo a rispondere partendo da due circostanze. La prima. Una dichiarazione bestiale di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze del governo Netanyahu. La spezzo in due parti: «La Striscia di Gaza è una miniera d’oro immobiliare», dice Smotrich. E fin qui, per quanto disgustoso, siamo di fronte a un ragionamento largamente condiviso da esponenti di spicco dell’amministrazione americana. Poi, però, il leader con la kippah del minuscolo Partito Sionista Religioso, aggiunge una riflessione compiaciuta che fa a pezzi l’ultimo confine della civiltà. «Se serve un boia per Gaza, bambini compresi, mi candido al ruolo». Non credevo che nel terzo millennio ci fosse spazio per una dichiarazione così arrogante, stupida e violenta. Sbagliavo.

Seconda circostanza. L’orrore omicida di Smotrich, mi torna in mente venerdì, al festival organizzato a Torino da Paideia, fondazione che si occupa di disabilità e bambini. La parte sana del mondo. Quella che fa sperare, sempre più faticosamente, che comunque, nel pianeta, i buoni siano almeno uno in più dei cattivi. Se il disastro che ci circonda fosse un film, sarebbe certamente così. Drammaticamente non lo è.

Gi organizzatori del festival, in ogni caso, mi invitano a dialogare con Vito Mancuso, editorialista de La Stampa, teologo e scrittore. Uno degli intellettuali più raffinati del Paese. Titolo dell’incontro: «Che cos’è per te l’essere umano?». Risposta impossibile, che io sintetizzo malamente nella formula: «È umano chi – a differenza di Smotrich – vede l’altro ed è capace di empatia». E che Mancuso, più profondamente, compendia con queste sette parole: «L’essere umano è la sua decisione». I cani seguono il loro istinto, gli uomini no, sono guidati dalla morale. O, almeno, dovrebbero, perché è evidente che la crisi dell’umanità e quella della morale sono correlate. «Anche se il bene arranca, questo non ci impedisce di sperare e di restare umani», aggiunge Mancuso. Che poi, di fronte alle mie obiezioni sulla fragilità della “speranza”, cita un saggio di Amos Oz che non avevo letto. S’intitola: Contro il fanatismo. Ottanta pagine di sensibilità e intelligenza. Una bibbia laica da lasciare sui tavoli dei potenti marci della Terra e da leggere nelle scuole. Il punto centrale è l’elogio del compromesso. Scrive Oz: «So che questa parola gode di pessima reputazione nei circoli idealistici dell’Europa, in particolare tra i giovani, perché è considerata mancanza di integrità. Puzza. È disonesta. Nel mio vocabolario, invece, è sinonimo di vita. Il contrario del compromesso è fanatismo. O morte».

L’essenza del fanatismo sta nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. E noi siamo precipitati in tempo di fanatici. Smotrich e Trump, arnesi del potere incapaci di senso dell’umorismo, ma guidati da un sarcasmo borioso e letale, ne sono l’incarnazione più sorprendente. Supposti leader incapaci di farsi la più ovvia delle domande per chi vuole guidare una collettività e stare in relazione con il resto del pianeta: come mi sentirei se fossi lei, o lui? Come dev’essere stare nella sua pelle?

Non se lo chiede più nessuno, forse perché Oz è scomparso e i suoi eredi si contano sulle dita di una mano. Ma è un errore grave. Il dibattito sulla libertà di parola di questi giorni lo dimostra.

Italia, Torino, Politecnico. Un professore israeliano a gettone viene interrotto durante una lezione da un gruppo di studenti filo-palestinesi che contestano il suo diritto di essere lì. Lui, rispondendo, sostiene che l’esercito di Israele è il più etico che ci sia al mondo. Affermazione enorme, in effetti, che spinge il rettore a sospenderlo. In Aula non è ammessa una dichiarazione del genere. Decisione giusta o sbagliata? Confesso che non ho una risposta in tasca. Ed è il motivo per cui sul giornale abbiamo dato vita ad un dibattito che coinvolge analisti di pareri opposti. Ma la questione rimane: fino a che punto possiamo esprimere le nostre idee, in quali contesti e in che modo? E chi è che ha il diritto di fermarci? Parlarne è l’unico modo per non restare incastrati nella rete della nostra ignavia.

Mantengo sospeso il giudizio sulla questione torinese, per attraversare l’Oceano dove credo sia più facile sostenere che la scelta di Trump di chiudere un famoso late-show perché ritenuto antigovernativo, non sia solo sbagliata, ma sia irricevibile e pericolosa. Le tv, i giornali, gli opinionisti che non la pensano come la Casa Bianca sono ormai destinati a cadere come birilli. L’aria che si respira a Washington, alla vigilia del funerale-evento di Charlie Kirk, è mefitica. Tanto da spingere il New York Times a scrivere, ieri, che negli Stati Uniti è nata una forma di “wokismo di destra”. La dittatura del politicamente corretto, soppiantata da quella del politicamente scorretto. Ma se la prima, per quanto molto opinabile, fa danni limitati, la seconda è l’anticamera della dittatura. Il dubbio che l’America sia alla vigilia di una guerra civile è sempre più spaventosamente diffuso. Il corpaccione del Paese più forte, armato e ricco del mondo ha ancora gli anticorpi per proteggersi da derive neroniane? La certezza è che si sta allontanando da noi. Indebolendo i confini della Nato con la Russia. Lasciandoci al nostro destino o, più banalmente, voltandoci le spalle. Chissà se anche in Italia ne siamo consapevoli.

Certamente, oggi, il potere del Presidente degli Stati Uniti sembra essere senza più freni morali. Una prova di forza spudorata. Esercitata da un ex uomo d’affari che misura gli esseri umani solo dalla loro ricchezza. Certo che sia stato Dio stesso, secondo la visione degli evangelici, a scegliere gli eletti sulla Terra. Loro la Gloria, loro il Potere. Nemmeno la “reaganomics” era arrivata a tanto. C’era sì l’idea della libertà sfrenata per chi accumula fortune, temperata però dalla teoria del “trickle down”, lo sgocciolamento destinato a portare briciole dorate anche sul tavolo degli indigenti. Oggi siamo di fronte ad una rottura netta. La ricchezza non ha più responsabilità. Se non quella di moltiplicare sé stessa – magari garantendo stipendi da mille miliardi a Elon Musk – travolgendo i deboli. Ci avevano insegnato che la qualità di una democrazia non si misura dalla sua forza, ma dalla sua capacità di proteggere i più fragili. Gli Stati Uniti hanno cambiato rotta. Quanto saremo in grado di resistere in Europa senza di loro e di fronte a Putin? Crediamo ancora nell’inclusione, nel welfare, nello sguardo sull’altro e dunque nell’essere umano? O siamo scivolati inesorabilmente in un tempo di guerra e di paura? I pilastri della civiltà vacillano, chi cerca il compromesso viene considerato peggio di un traditore, un idiota. Il diverso, citando le preoccupate parole di Sergio Mattarella al ricordo di Willy Monteiro, viene visto come un nemico da annientare. In fondo la grande politica internazionale e le piccole questioni attorno a noi passano, come dice Mancuso, attraverso le scelte di ognuno. In apparenza i vigliacchi sono più dei coraggiosi. Certamente sono più in vista. Nel mondo e a casa nostra. Ma nessun destino è inevitabile.

Nell’immagine:  Bezalel Smotrich, il ministro di Israele che vuole la Striscia di Gaza e sparerebbe ai bimbi palestinesi: «Serve l’annientamento totale. E mi offro come boia»


ll poeta El-Kurd: “Eroi o terroristi, questo Occidente ci toglie l’umanità”

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Mohammed El‑Kurd è una delle voci più importanti del pensiero palestinese contemporaneo: poeta, giornalista e attivista, nato nel 1998 a Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est, oggi sotto occupazione israeliana.

Fin da ragazzo è stato testimone diretto dello sradicamento abitativo: parte della casa dei suoi familiari è stata sequestrata dai coloni, un’esperienza che lo ha segnato profondamente e che ha innestato in lui una consapevolezza che El-Kurd ha trasformato in scrittura e attivismo.

Dopo gli studi negli Stati Uniti torna in Palestina. È il 2021, l’anno in cui le proteste contro le espulsioni a Sheikh Jarrah esplodono a livello internazionale. In quel momento la sua voce diventa visibile e nota al mondo.

Scrive una raccolta di poesie, “Rifqa”, in cui unisce il lirismo dei suoi ricordi d’infanzia – la figura di sua nonna – alla testimonianza politica. “Rifqa” è un libro che fa dei ricordi una forma di resistenza e rende il dolore personale della perdita la costruzione di una memoria collettiva.

Ora, con il suo nuovo libro “Vittime Perfette” (pubblicato in Italia da Fandango), il pensiero di El‑Kurd è più radicale e complesso. Parte da domande apparentemente semplici – «Perché i palestinesi devono dimostrare la loro umanità per essere ascoltati?» o «Chi decide quale sofferenza sia degna di empatia?» – ed esplora la pressione costante che grava su chi vive sotto occupazione di modellare il proprio racconto in modo che corrisponda alle aspettative mediatiche, politiche e morali. El-Kurd ha parlato con La Stampa dagli Stati Uniti, dove attualmente vive.

In “Vittime Perfette” sostiene che il linguaggio non sia mai neutrale. Che ruolo gioca il linguaggio nel plasmare il modo in cui la sofferenza palestinese viene percepita – o respinta – dai media occidentali?
«Il linguaggio è uno strumento di consenso e come tale può essere sfruttato o controllato. Per questo bisogna essere in grado di vedere, riconoscere i sottili dispositivi che vengono usati per descrivere quello che accade ai palestinesi. L’anno scorso è stata diffusa una nota in cui il New York Times invitava il suo staff a non usare alcune parole come “massacro” per descrivere cosa stesse accadendo a Gaza. Eppure i medesimi giornali quando parlano della morte di cittadini israeliani non hanno le stesse cautele. Parlano di massacri, di sofferenza, di brutalità. La morte dei palestinesi è una morte sterilizzata. Quindi sì, il linguaggio influenza il modo in cui comprendiamo il mondo. E purtroppo per l’occhio non allenato – e la maggior parte del mondo non è allenata – è più facile interiorizzare quello che si sente, il tono, l’opinione».

L’espressione “vittima perfetta” è volutamente stridente. Cosa rivela sulle condizioni morali imposte ai palestinesi affinché siano visti, ascoltati o pianti?
«Vittime perfette significa che per essere degni di vita, di dignità, di diritti umani, rifugio, protezione, persino diritto al dolore e al lutto, dobbiamo aderire a un tipo di civiltà costruita secondo standard etnocentrici europei. Se non aderisci hai fallito il test dell’umanità e diventi un reietto. È un’“alterizzazione del palestinese”. E il pubblico interiorizza questa logica per cui l’occupazione è giustificata, il genocidio è giustificato, o perché non siamo civilizzati o perché siamo antisemiti».

Fa spesso riferimento all’uso di eufemismi come “scontri” o “tensioni” per descrivere la violenza israeliana. Cosa pensa che questi termini nascondano e perché questo occultamento è così efficace?
«Questo occultamento serve a mantenere l’ordine in cui viviamo, a stabilire che qualcosa sia resistenza e qualcosa sia terrorismo. Non riguarda il significato letterale delle parole usate, riguarda piuttosto chi è che le compie».

Nel libro sostiene che la richiesta di nonviolenza da parte dei palestinesi è anche una forma di struttura linguistica. Che tipo di discorso – o di silenzio – ci si aspetta dagli oppressi?
«È molto semplice, non vogliamo vederli come attori politici, una condizione che genera il mantenimento dello status quo, in cui la perfetta vittima è impotente e indifesa. La vittima è perfetta quando la guardi e provi pena e simpatia, se viene massacrata e uccisa sali su un podio e pronunci la tua invettiva, alzi le sopracciglia e dici che sei profondamente preoccupato. Eppure le sanzioni per Israele non arrivano. Non arriva l’embargo sulle armi. Cioè non arrivano atti concreti. Però se la vittima perfetta – l’oppresso, l’invaso, l’abusato e l’occupato per decenni ma mai sostenuto da nessuno con atti concreti – rivendica giustizia anche in una forma violenta per i diritti che gli sono stati tolti da settant’anni, tutti sono pronti all’unanime condanna».

Quello che descrive è un contesto in cui la narrazione dominante associa la violenza dei palestinesi al terrorismo e quella israeliana alla sicurezza. Eppure l’esperienza palestinese è densa di forme di resistenza non violenta. Come lo spiega?
«Il mondo ha dimostrato più volte di non ascoltare la nostra non violenza. Solo pensando agli ultimi anni: quando abbiamo marciato nel 2018 a Gaza, la grande marcia del ritorno. Allora la risposta dei soldati israeliani fu sparare per mutilare, e la nostra marcia non fece tutto sommato notizia. Non abbiamo fatto notizia neppure quando nel 2021 protestavano a Sheikh Jarrah, oppure quando i detenuti scioperano in carcere privandosi del cibo per condannare le vergognose condizioni in cui sono costretti a vivere, oppure i boicottaggi non violenti che, pure, sono criminalizzati. L’Occidente negli ultimi decenni ha passato ai palestinesi un messaggio chiarissimo: le proteste non violente non saranno ascoltate. Anche questo fa parte dello stereotipo. I palestinesi sono nei titoli dei giornali solo quando commettono atti violenti. È come se il mondo ci dicesse: meriterai un titolo se commetti violenza, ma la morte quotidiana degli ultimi 23 mesi non avrà la stessa visibilità. Pensate all’attacco a Gerusalemme dell’inizio di settembre».

Nel suo libro critica il condizionamento morale richiesto affinché i palestinesi siano considerati “umani”. Qual è stato il percorso che le ha fatto capire che il problema non era solo la disumanizzazione ma anche l’umanizzazione dei palestinesi?
«Sono cresciuto in un quartiere a Gerusalemme dove fin dall’infanzia abbiamo imparato ad affrontare l’espulsione forzata per mano dei coloni israeliani, ad avere intorno diplomatici e attivisti per la pace che ci visitavano in continuazione. Crescere così ti porta a essere “programmato” fin da bambino a scegliere le parole con precisione chirurgica, e essere civile, misurato. Poi un giorno ho avuto un’epifania, e ho pensato: non importa come mi comporto, che io sia educato o no, che io parli un inglese perfetto o no, che io sia un falegname o un medico, tutto questo è irrilevante di fronte all’impunità dell’occupante. Irrilevante rispetto al fatto che i coloni hanno preso metà della mia casa impunemente. I media ci vedono come terroristi, ci demonizzano, siamo dei subumani. E quindi molte persone, certamente in buona fede, negli anni hanno contrastato quell’immagine presentandoci come vittime. Il problema di queste categorie, che siano i terroristi o gli eroi, è che sono unidimensionali, appiattiscono una realtà che per sua natura ha uno spettro complesso. Il modo migliore di umanizzarci sarebbe concederci l’intero spettro dell’umanità. Perché quando dici che i palestinesi sono solo vittime che porgono l’altra guancia e accettano qualsiasi sofferenza, li stai appiattendo.
 
E quando dici che i palestinesi sono eroi, resilienti, che resistono, stai imponendo loro un superpotere che non è umano. 
E quando li definisci terroristi, allo stesso modo li appiattisci. Umanizzarci solo come “vittime”, dunque, significa dire: vi sistemiamo in categorie che funzionano bene per la psiche europea o americana.
 Evidenziamo che sei un medico, o un avvocato, o un giornalista, o che sei gentile, che non fai male a nessuno. Quindi la vera domanda che pongo è: nel breve periodo questo atteggiamento può anche essere utile a far sì che qualcuno simpatizzi per te, ma a lungo termine, queste categorie ti privano della dignità di essere considerato un attore politico?».

Cosa spera che i lettori, specialmente in Occidente, imparino o disimparino leggendo il suo libro?
«“Vittime perfette” è un libro sul dibattito, sulle fallacie logiche, sulla linguistica e gli strumenti retorici.
 Non volevo solo parlare di Palestina, risoluzioni Onu, diritto internazionale, 1948, volevo incoraggiare un pensiero critico. Spero che le persone imparino a guardare i propri impulsi e istinti e chiedersi “perché” ho detto questo, “perché” ho scelto quella fonte e non l’altra. Spero che i giornalisti si chiedano: perché istintivamente uso e cito fonti ebraiche o israeliane, organizzazioni per i diritti umani israeliane e non quelle palestinesi, per parlare dell’abuso dei diritti verso i palestinesi? Lo faccio perché so che il pubblico razzista non considera i palestinesi credibili, quindi cito fonti israeliane? Questo è un libro sulla Palestina, ma anche sul consumo dei media, per questo spero che cominciamo tutti a interrogarci sul perché amplifichiamo certe voci e ne zittiamo altre. E sugli effetti che questo provoca a breve e lungo termine».


Chi attacca l’antifascismo attacca la democrazia

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Viviamo in un paese nel quale l’apologia di fascismo è reato. Cosa che non impedisce a diversi gruppi ed esponenti politici di esibirne simboli, parole d’ordine e dottrine nella più serena impunità. Senza risalire ai famigerati anni Settanta possiamo registrare in tempi ben più recenti un assalto squadrista alla sede della Cgil a Roma.

Quanto alla pretesa di negare qualunque esercizio della violenza da parte della destra radicale nella storia italiana del dopoguerra è una falsificazione talmente enorme che non merita neanche la fatica di controbattere.

Ora, a partire dall’America di Trump e, a seguire, paesi europei come l’Ungheria e l’Olanda, vogliono classificare come organizzazione terroristica i movimenti che si definiscono Antifa, sigla che non corrisponde ad alcuna specifica formazione politica, riferendosi piuttosto a un variegato arcipelago di attivisti di sinistra impegnati nel contrastare l’attività politica dei gruppi neofascisti e neonazisti. Questo contrasto può essere esercitato in vari modi, alcuni dei quali, quando comportano reati dimostrabili, possono evidentemente essere perseguiti relativamente ai reati commessi.

Ma la posta in gioco è un’altra. Dichiarare quell’antifascismo che sta alla base delle democrazie europee una ideologia che diffonde odio e ispira comportamenti intolleranti e violenti ha il solo scopo di riabilitare il fascismo e legittimarne in pieno le forme contemporanee.

Basterebbe un solo esempio. Secondo questa impostazione il gigantesco movimento che attraversò tutta la Germania in risposta al convegno neofascista di Potsdam dedito a progettare la deportazione di massa di tutte le persone di origine straniera, dovrebbe ritenersi una mobilitazione di natura terroristica. E, al contrario, le dottrine di Martin Sellner, fondatore del movimento identitario e inventore del termine “remigrazione”, un suprematista bianco a suo tempo dichiarato persona non grata in Germania, dovrebbero essere considerate degne di ascolto e di pacata discussione.

Ma il vero problema è che la “remigrazione” è ampiamente praticata negli Stati uniti, programmata in Ungheria, fortemente voluta, insieme ad altri capitoli di restaurazione autoritaria, dall’estrema destra olandese, britannica, austriaca.

L’antifascismo militante degli anni Settanta fu per molti versi una sanguinosa perdita di tempo, una distrazione dall’essenziale e un vicolo cieco. Ma oggi che concrete politiche di stampo neofascista sono direttamente al potere, in procinto di accedervi o comunque in grado di condizionarlo fortemente, l’antifascismo torna ad essere una necessità politica non semplicemente memorialistica e men che meno piegata alla logica svilente della guerra per bande, ma in grado di contrapporre un proprio progetto all’edificazione in corso dello stato autoritario.

Questa è la vera ragione per cui la messa al bando di una organizzazione fantasma denominata Antifa, sta così a cuore alle forze della destra sulle due sponde dell’Atlantico. Perché si tratta di eliminare l’antifascismo, che la storia non ha ancora del tutto delegittimato e che costituisce ancora un anticorpo e un ostacolo sulla strada dei regimi autoritari.


Charlie Kirk, perché non ha senso confrontarsi con chi diffonde discorsi d’odio

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Di Marina Nasi, Valigia Blu

“Prove me wrong”, dimostrami che ho torto. Oltre che un meme, il titolo di un brano del 2008 e una chiosa da social network, questa era la frase che giganteggiava alle spalle di Charlie Kirk il giorno in cui è stato assassinato. Quella alla Utah Valley University era la prima delle dieci tappe previste per il suo The American Comeback tour, nuova edizione dell’ormai consueto format in cui Kirk si recava nei campus universitari statunitensi per farsi sfidare dagli studenti in gare di dibattito. Gli incontri erano ripresi e ripubblicati in rete, dove poi venivano ulteriormente sezionati e ricondivisi dagli utenti, tra miniclip e maxicompilation che mostravano gli scambi più viralizzabili. Buona parte della fama di Kirk derivava proprio da questi dibattiti-show, da cui sembrava sempre uscire vincitore non solo grazie alle proprie doti dialettiche ma anche in virtù di interlocutori spesso assai meno allenati di lui e dell’editing. 

Negli Stati Uniti la tradizione dei dibattiti accademici affonda le sue radici nel XIX secolo, quando nelle literary societies delle università gli studenti discutevano di temi culturali, politici e morali in incontri formali già regolati. Con il tempo, questo confronto orale ha assunto forme più definite e oggi sono ancora molto popolari gli intercollegiate debates (gare intercollegiali), in cui squadre di studenti si sfidano sistematicamente secondo formati codificati. Fanno parte di questa tradizione organizzazioni come la National Debate Tournament e la Cross Examination Debate Association (CEDA) hanno contribuito a stabilire regole rigorose in fatto di tempi, argomentazioni, arte retorica e giudizi finali, in cui eccellono, per esempio, team storici come quelli di Yale o della University of Southern California. Tuttavia, ciò che un tempo era principalmente un esercizio educativo (allenamento del pensiero, della ricerca, della dialettica) corteggia oggi evoluzioni che accentuano la competitività e la spettacolarizzazione, talvolta a scapito della cura del contenuto o del confronto riflessivo. E qui si inserisce la versione ancora più “pop” degli ultimi tempi, inclusa la forma ibrida del format portato da Kirk (che non aveva mai terminato i propri studi universitari) nei campus americani.

Ma la contemporanea arte del dibattito, anche nella sua spettacolarizzazione spinta all’eccesso, non va certo ascritta al solo Charlie Kirk: dai campus è migrata su YouTube, riproducendosi in nuove forme sempre più votate all’intrattenimento. La scorsa estate, il giornalista britannico-statunitense Mehdi Hasan è diventato virale sui social media per un video intitolato “1 progressista contro 20 conservatori di estrema destra”. Nel video, Hasan siede al centro di un cerchio composto da venti persone pronte a scattare al segnale stabilito per correre a posizionarglisi di fronte e intavolare con lui una discussione. Mentre un partecipante parla, gli altri hanno la possibilità di sventolare una bandierina rossa (sì, proprio una “red flag”, ma senza ironia) e quando queste bandiere raggiungono la maggioranza scatta il cambio: avanti il prossimo.

Per un’ora e quaranta minuti, si vede un sempre più sbalordito Hasan confrontarsi con estremisti vari, tra chi si dichiara fieramente fascista e nostalgico di Francisco Franco e chi giustifica a più riprese l’uccisione dei bambini palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Tra le persone che si alternano nei brevi faccia a faccia, non manca chi ricorda al giornalista di venire da una famiglia di immigrati (Hasan è di origine indiana), chi dice che i bianchi sono nativi americani e chi lo invita ad andarsene dagli Stati Uniti. Da notare che Hasan non è uno sprovveduto, quando si tratta di dibattiti: oltre a essersi formato al Christ Church College di Oxford e distinto nella stessa Oxford Union, la società di debating dell’Università britannica, è anche autore del libro Win every argument. The art of debating, persuading and public speaking (Henry Holt and Company, 2023). Infatti il suo sconcerto non era tanto dovuto alla difficoltà di argomentare quanto al trovarsi di fronte a simili argomenti su una pubblica arena.

“Un progressista contro 20 conservatori di estrema destra” fa parte della serie Surrounded, format di punta della casa di produzione Jubilee Media, specializzata in game show e, appunto, gare di dibattito. In un solo anno di vita (da notare che il primo video della serie vedeva al suo centro proprio Charlie Kirk), il modello “uno contro tutti” di Surrounded ha già sfornato perle come “un repubblicano contro 25 elettori di Kamala Harris”, con l’influencer di estrema destra Ben Shapiro nel ruolo del repubblicano, o “Un conservatore contro 20 femministe”, laddove il conservatore in questione è Candace Owens, commentatrice politica e youtuber anch’essa di estrema destra che lo stesso Kirk a un certo punto ha dovuto allontanare da Turning Point Usa, di cui era stata direttrice della comunicazione, per un commento in cui poco velatamente simpatizzava con Hitler. Non tutti i video di questa serie puntano sul personaggio celebre: bastano anche titoli su temi divisivi come “Un teenager liberal contro 20 trumpiani” o spericolati come “Un poliziotto contro 20 criminali”.

Oltre a Surrounded, il canale YouTube di Jubilee offre anche il format “Middle Ground”, in cui si sfidano due opposte fazioni: “Con o senza figli”, “Sinistra contro MAGA”, “Pro o contro Elon Musk”, “Femministe contro trad wives”. Ovviamente gli altri canali non stanno a guardare e si adattano allo spirito dei tempi: il New York Post ospita la serie Face your hater, Vice ha il proprio format di dibattiti, l’attivissima content creator cristiana Michelle Daf ha sul proprio YouTube un format di debating, chiamato The Bridge, assolutamente indistinguibile (se non per l’enfasi su temi religiosi) da Middle Ground, e via dicendo. Tra i titoli più sorprendenti di quest’ultimo, troviamo Scienziati contro terrapiattisti, divisione che sembrerebbe indurre a pensare che le due posizioni siano sullo stesso piano di legittimità.

E qui arriva il primo problema: format come questi rischiano di creare false equivalenze tra fazioni opposte che, però, equivalenti non sono. Mettere, come ovviamente è già stato fatto, “un dottore contro 20 antivaccinisti” o “no vax contro vaccinisti”, è sicuramente garanzia di spettacolari scambi di battute, ma è anche un modo abbastanza subdolo di delegittimare principi e posizioni sostenute dai fatti e dalla scienza aprendosi al confronto con teorie del complotto e antiscientiste. Uno spettatore informato e in vena di un certo tipo di intrattenimento può anche godersi lo spettacolo per poi andare oltre, ma una persona con pochi strumenti culturali e scarsa capacità di discernere tra notizie fondate e fake news diventa preda dell’argomentazione più suggestiva. E poiché stiamo pure sempre parlando (anche) di intrattenimento, questa idea del dibattere con tutti, unita al bisogno di fare visualizzazioni, regala visibilità a personaggi estremi e troll vari, sdoganandoli come interlocutori politici e personaggi pubblici.

E arriviamo al secondo problema. Dibattere di un argomento, mettendo gli uni di fronte agli altri pro e contro una determinata posizione, ha un ruolo “educativo” o è spettacolo puro? E poi: nelle discussioni, specie in quelle pubbliche e destinate al consumo di un pubblico generalista, ha davvero la meglio chi riporta i fatti e offre le argomentazioni più solide, il rigore dei dati, il sostegno della statistica? Banalmente, basterebbe dare uno sguardo a qualche flame da social network per constatare che raramente si verifica questa felice circostanza. Ma anche molti studi, soprattutto nella branca della psicologia comportamentale, ribadiscono che a portarci verso una determinata opinione, tantomeno ad avvicinarci a una sorta di verità, non bastano il ragionamento e la logica. 

Secondo Daniel Kahneman, premio Nobel e autore del classico dell’economia comportamentale Pensieri lenti e veloci, la mente umana arriva a un’opinione e opera una scelta in base a un impasto di emozioni, esperienze personali, presentazione delle informazioni, bias, euristiche e poi, sì, anche il ragionamento logico. Assieme al collega Amos Tversky, già vari decenni fa Kahneman ha elaborato una “teoria delle decisioni”, più nota come “teoria del prospetto”, che, benché originariamente delimitata al campo economico, può essere facilmente estesa ed è infatti stata ripetutamente ripresa e citata, anche riguardo al modo in cui, nel corso di una discussione, ci facciamo influenzare dall’una o dall’altra parte. Tra i principali fattori che fanno sì che un argomento risulti vincente, ci sono, per esempio, il bias di conferma (cerchiamo informazioni che consolidano quella che è già la nostra opinione di base), il cosiddetto “effetto di mera esposizione” o “principio di familiarità” (tendiamo a prendere maggiormente in considerazione un argomento che abbiamo già sentito ripetere in precedenza), la tendenza innata a semplificare questioni complesse, il “framing”, ovvero i tanti modi in cui una stessa informazione viene presentata (Una frase come «La possibilità di sopravvivenza un mese dopo l’operazione è del 90%» non fa lo stesso effetto di «La mortalità a un mese dall’operazione è del 10%»). Insomma decidere se si è pro o contro un certo principio o un dato assunto non dipende solo da fatti oggettivi ma da chi ne parla, da come ne parla, da quando ne sentiamo parlare, dalla cornice che racchiude determinate affermazioni e da tutte le approssimazioni, emozioni e scorciatoie mentali che abitano la nostra mente anche quando pensiamo di stare ragionando lucidamente.

Oltre a ciò bisogna considerare l’aggressività, l’inseguimento del rage-baiting, la facile tentazione di cavalcare rabbia e tensioni sociali, che i partecipanti a questi confronti-spettacolo, pur tra saluti cordiali, strette di mano e apparente aderenza a regole di confronto civile, cavalcano più che fieramente. Ed ecco quindi che, più che palestre di idee, le gare pubbliche di dibattito e i dibattiti-show su YouTube diventano arene dove contano la performance e la vittoria, non la comprensione, alimentano logiche da tifoseria, riducono temi delicati e complessi a contenuti virali da consumare, rendono plausibili altrimenti opinioni aberranti. Contano la risposta veloce, la domanda a trabocchetto, la frase sopra le righe che strappa l’applauso, il momento gotcha (“ecco, ti ho fregato”) da rendere virale. Non è un caso che i video più popolari abbiano titoli che promuovono la logica dell’annientamento dell’avversario, con keywords come “distruggere” ed “eviscerare”.

  • Guarda un video nel quale gli argomenti di Kirk vengono brillantemente confutati da uno studente, e un esperto mette in evidenza le trappole retoriche alle quali il predicatore estremista faceva ricorso per “avere sempre ragione”. Il video è in inglese ma si possono attivare i sottotitoli o la traduzione AI in italiano 


Sergio Rossi – E di nuovo si alzò l’inno degli allarmisti

Senza il passato, il nostro tempo è solo presente e questo è l’humus di ogni autoritarismo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music