Pietro Martinelli – “Fronte unito, necessità della sinistra in Ticino contro l’avanzata delle destre anti-sociali”

In vista del primo confronto pubblico fra socialisti, mps e verdi (martedi sera a Spazio Aperto di Bellinzona), intervista a Pietro Martinelli su un progetto di unità operativa non facile ma sempre più indispensabile 

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Miseria umanitaria elvetica

In vista del primo confronto pubblico fra socialisti, mps e verdi (martedi sera a Spazio Aperto di Bellinzona), intervista a Pietro Martinelli su un progetto di unità operativa non facile ma sempre più indispensabile 

Venerdì 24 ottobre la Svizzera ha accolto sette bambini palestinesi feriti, provenienti da Gaza. Sette, non settanta, non settecento. Sette. Complessivamente, questa operazione umanitaria elvetica porterà nel nostro Paese 20 bambini palestinesi. Venti, non duecento, non duemila. Venti. Saranno accompagnati, ognuno, da due o tre famigliari.

La Svizzera, uno dei Paesi più ricchi al mondo, con finanze sane, debito pubblico minimo, sistema sanitario eccellente, industria farmaceutica d’avanguardia, patria della Croce Rossa, la più grande organizzazione umanitaria mondiale, accoglie solo 20 bambini vittime dei bombardamenti israeliani di questi due anni, dopo il massacro del 7 ottobre del 2023 di Hamas.

I primi sette arrivati venerdì scorso saranno curati negli ospedali di Ticino, Ginevra, Vaud, Basilea Città, Lucerna e San Gallo. L’accoglienza, l’ospitalità e l’asilo non sono una prerogativa della ricca Svizzera. Lo sappiamo fin dai tempi della seconda guerra mondiale, quando venivano respinti gli ebrei alla frontiera perché “la barca era piena”.

Anche in questa occasione, mentre alcuni Cantoni aprono le loro braccia ai piccoli palestinesi, ce ne sono altri che hanno rifiutato l’accoglienza: Argovia, Berna, Turgovia, Zugo, Glarona, Soletta, Uri e Svitto. La motivazione: “si teme un sovraccarico del sistema sanitario” e “potrebbero avere legami con il terrorismo islamico” (Tages Anzeiger). 

Ma non hanno vergogna questi cantoni? Uno o due bambini creerebbero un sovvraccarico del sistema sanitario? Come è possibile essere così ipocriti? 

Le autorità federali hanno garantito di aver controllato l’identità delle famiglie e di escludere che ci siano legami con il terrorismo.

Vincenzo Mascioli, Segretario di Stato per la migrazione, ha affermato che “si può sempre dire che l’aiuto deve essere di più, senz’altro” e ha spiegato che l’operazione è stato molto complicato, “anche da un punto di vista logistico, organizzare un’evacuazione”. Diamine! Portare in Svizzera da Israele e dalla Giordania venti bambini con famiglia è uno sforzo immane per la Confederazione. Tanto che all’evacuazione hanno partecipato il Dipartimento federale di giustizia e polizia, Il Dipartimento federale della Difesa, della protezione della popolazione e dello sport, il Dipartimento federale degli esteri e quello dell’Interno. Quattro dipartimenti federali per trasferire in Svizzera venti famiglie! 

Le operazioni saranno state guidate dal Dipartimento della Difesa che, come noto, è allo sbando.

Ignazio Cassis, alla domanda se non si poteva fare di più, ha risposto: “Meglio di niente. Si fa il passo che si può compiere….” 

Povera Svizzera! A Gaza, in due anni sono stati uccisi 20 mila bambini e 42 mila feriti (Save the Children). Nella striscia, secondo dati OMS, il 96% delle strutture sanitarie è stato distrutto. Circa 4 mila bambini attendono di essere curati. E noi ne aiutiamo 20. Vergogna! 

In questi ultimi tre anni, la Svizzera ha accolto fino a 75 mila rifugiati ucraini, a fine 2024 erano 68’070: pelle bianca, cristiani, cattolici e spesso muniti di SUV, perché, come sappiamo, la guerra in trincea la fanno i poveri cristi. 

Nell’immagine: la bambina ferita di Gaza accolta in Ticino


La NFTfest è finita. Chi ha dato ha dato ha dato, chi ha preso ha preso ha preso (e tanto)

In vista del primo confronto pubblico fra socialisti, mps e verdi (martedi sera a Spazio Aperto di Bellinzona), intervista a Pietro Martinelli su un progetto di unità operativa non facile ma sempre più indispensabile 

Di Sal Miah, webopedia

Un cruscotto brillava di blu neon e scimmie pixelate fissavano tutti, ognuna con accessori animati che valevano più di alcune auto del mondo reale. Quella scena ha dominato il 2021, quando l’NFT Everydays: The First 5000 Days è stato venduto per 69,3 milioni di dollari da Christie’s. Oggi vale meno di 100 dollari. L’elenco degli NFT più costosi mai venduti rivela la loro rilevanza economica durante quel periodo.

Nello stesso momento i mercati hanno visto i volumi di scambi giornalieri salire a 2,7 miliardi di dollari solo su OpenSea. Venditori di ogni tipo, dagli artisti ai marchi di scarpe da ginnastica, hanno invaso l’ecosistema, sperando di accaparrarsi una fetta di quella domanda sbalorditiva. Tuttavia, il bagliore dorato si è rapidamente affievolito: i volumi di scambi giornalieri sui principali mercati ora superano a malapena i 5 milioni di dollari.

In linea di massima, il boom degli NFT (sostanzialmente l’equivalente delle figurine Panini nel mondo digitale) si è esaurito sotto diverse pressioni che si sono incrociate nel momento peggiore possibile.

Bolla di mercato

Gli NFT, nel mondo digitale, hanno inizialmente registrato un’impennata perché gli acquirenti credevano che il prossimo oggetto da collezione digitale potesse replicare l’ascesa del Bitcoin. Il rapporto State of 2024 NFT Drops di NFT Evening ha rivelato che le piattaforme hanno coniato migliaia di nuove collezioni ogni mese (3.635 nuovi progetti solo alla fine del 2024), ma che un incredibile 98% non ha registrato quasi nessuna attività sul mercato secondario. Le prime collezioni, come CryptoPunks e Bored Apes, hanno guadagnato prestigio non perché erano NFT, ma perché sono state le prime a essere lanciate, hanno catturato l’attenzione e hanno costruito una narrativa di esclusività.

Quando i nuovi arrivati hanno copiato il concetto senza offrire nulla di distintivo, i collezionisti sono stati sopraffatti dalla scelta. L’offerta ha soffocato la domanda. La scarsità, da tempo motore del valore nell’arte e negli oggetti da collezione, è svanita sotto il peso del volume dei lanci. Una volta che il mercato è passato dalla scarsità reale all’abbondanza artificiale, i prezzi dei progetti più recenti sono crollati, trascinando con sé anche le collezioni più prestigiose.

Le bolle finanziarie seguono un andamento prevedibile: l’innovazione stimola vere e proprie svolte, l’esuberanza attira gli speculatori, i prezzi si gonfiano oltre le valutazioni razionali e, alla fine, la correzione ripristina le aspettative. Il crollo degli NFT ha seguito quasi esattamente questo schema, fino al forte aumento delle sponsorizzazioni da parte di celebrità seguito da una brusca scomparsa quando i prezzi sono scesi.

Senza validi motivi sottostanti che spingessero gli acquirenti a conservare i propri asset, le vendite hanno accelerato le perdite. Migliaia di persone hanno visto il valore cartaceo della loro arte digitale svanire quasi dall’oggi al domani, rafforzando la percezione che gli NFT fossero giocattoli speculativi piuttosto che beni durevoli.

Mancanza di utilità

Le criptovalute come Bitcoin ed Ethereum hanno scopi ovvi, anche se discussi: riserva di valore, mezzo di transazione e piattaforma di contratti intelligenti. Tuttavia, la maggior parte degli NFT lanciati nel 2021 si concentrava principalmente sulla segnalazione di status attraverso avatar, moda virtuale o arte speculativa. Una manciata di progetti ha anticipato giochi futuri, club riservati ai membri o licenze di proprietà intellettuale, ma pochi hanno fornito servizi o esperienze tangibili ai possessori.

Con l’avanzare del 2022, i primi acquirenti che un tempo consideravano la proprietà di un NFT come un motivo di orgoglio hanno iniziato a porsi domande più complesse: quali diritti possedevano realmente? Cosa potevano fare oltre a mostrare un’immagine del profilo su Twitter? Le risposte erano spesso deludenti. Le ambiguità legali sul copyright, le promesse poco chiare sulle utilità future e le funzionalità minime delle app o dei giochi hanno aggravato la frustrazione degli acquirenti.

Preoccupazioni relative ai metadati

Uno degli aspetti chiave degli NFT è il loro metadato, che include l’immagine digitale, il video o il file audio che conferisce a un NFT la sua identità unica. Per i collezionisti, questo metadato è il valore che sta dietro al token, che spesso rappresenta arte digitale o oggetti da collezione. Tuttavia, una delle sfide più significative nel campo degli NFT è la questione dell’archiviazione dei metadati.

Sebbene la tecnologia blockchain offra un modo per archiviare i dati di proprietà e di transazione, non è in grado di archiviare file di grandi dimensioni come immagini, video o file audio a causa dei limiti di archiviazione e dei costi. Di conseguenza, i metadati di molti NFT vengono archiviati off-chain, solitamente su piattaforme centralizzate come Cloudflare o AWS. Si tratta di una vulnerabilità significativa, poiché gli NFT possono teoricamente sopravvivere sulla blockchain, ma i file a cui fanno riferimento potrebbero non farlo.

Le debolezze dell’archiviazione dei metadati fuori dalla catena sono diventate evidenti nell’aprile 2025, quando Cloudflare ha limitato l’accesso agli NFT CloneX di RTFKT, un evento che ha interessato oltre 19.500 token. La restrizione ha effettivamente sostituito la grafica di ogni token con un avviso che recitava Il contenuto è stato limitato. Sebbene i token NFT stessi esistessero ancora sulla blockchain, la grafica che li definiva non era più accessibile.

Fattori macroeconomici

Gli NFT sono nati in un’era di denaro facile, tassi di interesse bassi e investimenti speculativi. Tuttavia, la bolla degli NFT è scoppiata proprio quando le condizioni economiche globali hanno iniziato a cambiare, in gran parte a causa del conflitto tra Russia e Ucraina e delle conseguenze della pandemia di COVID-19. L’economia globale ha subito significative interruzioni nelle catene di approvvigionamento energetico e alimentare, che hanno portato a inflazione, aumento del costo della vita e maggiore incertezza economica.

Di fronte a tali sfide, il fascino dei collezionabili digitali, come gli NFT, ha iniziato a diminuire. I consumatori non hanno più dato la priorità all’arte digitale o agli asset speculativi quando il loro reddito disponibile si è ridotto a causa dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi dell’energia. La bolla speculativa che circondava gli NFT è crollata quando l’attenzione delle persone si è spostata su questioni più urgenti: beni di prima necessità, sicurezza energetica e impatto economico più ampio dell’instabilità geopolitica.

Il panorama degli investimenti è cambiato radicalmente nel 2022, quando le banche centrali di tutto il mondo hanno inasprito le politiche monetarie per frenare l’inflazione. I tassi di interesse sono aumentati, rendendo gli investimenti speculativi come gli NFT meno attraenti rispetto alle opzioni più sicure. Con un numero minore di persone disposte a investire in asset volatili, il mercato degli NFT ha registrato una drastica riduzione delle vendite, con un calo generalizzato dei prezzi medi.

Questo cambiamento nelle priorità economiche si riflette anche nel più ampio mercato delle criptovalute, dove gli NFT, un tempo simbolo di lusso e investimento, hanno cominciato a sembrare frivoli di fronte alle crisi del mondo reale.

Quando gli eventi globali dominano i titoli dei giornali, come una guerra che minaccia l’approvvigionamento energetico e la sicurezza alimentare globale, il fascino degli asset digitali speculativi svanisce. Un tempo considerati simboli di ricchezza ed esclusività, gli NFT sono ora visti come frivoli rispetto alle questioni urgenti del mondo.

Gli NFT hanno fallito clamorosamente come facile strada verso la fortuna. Tuttavia conservano un’utilità, al di là della speculazione, nella soluzione di problemi pratici del mondo digitale come la verifica di proprietà o l’identificazione sicura di beni o oggetti.

Nell’immagine: il cartellone per la “NFTfest” del 2023 sul Palazzo dei Congressi di Lugano
Traduzione e adattamento a cura della redazione


Il vincolo della vergogna per noi ebrei della diaspora

In vista del primo confronto pubblico fra socialisti, mps e verdi (martedi sera a Spazio Aperto di Bellinzona), intervista a Pietro Martinelli su un progetto di unità operativa non facile ma sempre più indispensabile 

Di Carlo Ginzburg, il manifesto

Ricordo l’emozione che provai quando, nel 2006, mi venne conferita la laurea honoris causa da parte della Hebrew University di Gerusalemme. Per un ebreo diasporico come me, ricevere quel riconoscimento da un’istituzione così prestigiosa, insieme a figure che ammiravo, e ammiro, profondamente come Amos Oz e il cardinale Carlo Maria Martini, aveva un significato speciale.I I Oltre al ricordo di quel giorno indimenticabile ho ben poco da aggiungere. Mi preme però sottolineare che nel corso degli anni ho sempre rifiutato di condividere gli appelli al boicottaggio delle università di Israele da parte di università italiane.

Questi appelli dovevano, e devono, essere respinti: oggi più che mai. Perché «oggi più che mai»?

La notizia che recentemente ha occupato la rete, i giornali, le televisioni è quella del ritorno in patria degli ostaggi israeliani sopravvissuti. Bellissima notizia. Ma chi, come me, fa di mestiere lo storico, deve sottolineare che il presente non può oscurare il passato: un passato rappresentato, in questo caso, dall’orrendo pogrom del 7 ottobre organizzato da Hamas, e dalla risposta criminale, accompagnata da stragi di civili, adulti e bambini, costretti alla fame, decisa da Netanyahu. È lecito parlare, a questo proposito, di genocidio? Mi limiterò a citare la risposta data qualche giorni fa, a questa domanda, da Tatiana Bucci, 88 anni, sopravvissuta ad Auschwitz: «È un massacro. Lo vuole chiamare genocidio? Cosa cambia? Non vi colgo alcuna differenza».

Perché evocare in questa sede gli orrori che hanno segnato e continuano a segnare da due anni la striscia di Gaza? Per un motivo molto semplice: perché nella fragilissima situazione che si sta delineando, le università potranno avere più che mai, in Israele come altrove, un’importanza fondamentale, in quanto luogo di riflessione, di discussione, di insegnamento rivolto a studentesse e studenti di etnie diverse. L’attacco di Donald Trump alle università degli Stati uniti è una conferma, in chiave negativa, di tutto ciò. Troncare i contatti con le università di Israele sarebbe pazzesco. Ma dobbiamo renderci conto di un fatto doloroso: questa proposta, che si ripete da anni, si inscrive oggi in un antisemitismo crescente, alimentato dagli orrori di Gaza. L’antisemitismo è un fenomeno ripugnante, che niente può giustificare; ma definire antisemitismo le critiche radicali nei confronti della politica israeliana è assolutamente inaccettabile.

Concluderò con una nota personale. Quindici anni fa scrissi un saggio in inglese intitolato The Bond of Shame, «Il vincolo della vergogna», cercando di esplorare un’idea che mi aveva afferrato improvvisamente: e cioè che il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. La vergogna può essere un legame più forte dell’amore. Ho verificato quest’ipotesi con amici provenienti da diversi paesi. Tutti hanno reagito allo stesso modo: con un moto di sorpresa iniziale seguito da un pieno consenso, come di chi è stato messo di fronte a una verità evidente. Certo, il peso della vergogna varia enormemente da un paese all’altro. Ma il legame della vergogna – la vergogna come vincolo – agisce, per un numero maggiore o minore di individui.

Avevo analizzato le radici di quest’idea riflettendo sulle pagine indimenticabili che Primo Levi dedicò ai temi della vergogna e della colpa. Nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, Levi parlò della vergogna per il male commesso da altri, come quella, nata dal senso di appartenenza al genere umano, che i soldati dell’Armata Rossa provarono di fronte ai superstiti di Auschwitz.

Partendo dalla situazione estrema descritta da Primo Levi cercai di affrontare il tema dei confini dell’io. Sottolineare che ogni essere umano ha due corpi – quello fisico e quello sociale, quello visibile e quello invisibile – non basta. È necessario considerare l’individuo come il punto di convergenza di più insiemi. Un individuo non può essere identificato con le caratteristiche che lo rendono unico. Per comprendere le azioni e i pensieri di un individuo, presente o passato, è necessario esplorare l’interazione tra gli insiemi, specifici e via via più generici, ai quali quell’individuo appartiene. Ma quando ho tradotto in italiano il saggio che darà il titolo a un libro Il vincolo della vergogna – che verrà pubblicato da Adelphi tra qualche mese, ho ripensato alle parole di Primo Levi, che dichiarava di sentirsi, in diversa misura, «italiano ed ebreo». La vergogna che provo di fronte alle stragi di Gaza fa parte della mia duplice identità di ebreo diasporico.

Carlo Ginzburg ha letto questo discorso il 23 ottobre a Milano in occasione del centesimo anniversario della fondazione della Hebrew University di Gerusalemme e ce lo ha gentilmente proposto per la pubblicazione, lo ringraziamo.

Nell’immagine: Gaza, la famiglia Rehan tra le rovine della propria casa, in mezzo alla distruzione causata dell’esercito israeliano a Jabaliya


La partita doppia tra Putin e Trump

In vista del primo confronto pubblico fra socialisti, mps e verdi (martedi sera a Spazio Aperto di Bellinzona), intervista a Pietro Martinelli su un progetto di unità operativa non facile ma sempre più indispensabile 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Se niente è certo tutto diventa possibile e l’antica divinità del caso, bendata come vuole la leggenda, torna a essere padrona del destino degli Stati e dei popoli. Nulla ci garantisce un futuro più sicuro, nulla ci premunisce dai rischi di un pericolo più grave. Siamo usciti dal codice del diritto, dal prontuario civile della convivenza, dal manuale d’arte politica della coesistenza. Senza più un libro comune accettato e condiviso, siamo semplici spettatori, disarmati: e dobbiamo prendere atto che nemmeno la tregua chiamata pace in Medioriente — che ha fermato il massacro di Israele a Gaza e ha ridotto il ricatto terroristico di Hamas sulla popolazione palestinese — ha bloccato gli spettri del caos che si affollano ai confini di questo 2025, l’anno d’inizio del secolo post-democratico.

Donald Trump aveva annunciato un altro show politico planetario, con Vladimir Putin come partner. La bulimia leaderistica del presidente americano, la sua fretta semplificatrice lo aveva spinto a prendere per veri e promettenti i segnali d’apertura che Putin aveva lasciato immaginare nella lunga telefonata tra il Cremlino e la Casa Bianca, tanto che aveva immediatamente annunciato un nuovo vertice Usa-Russia, questa volta a Budapest. Ma al momento di dare un significato a questo summit, di costruirlo come un passo avanti verso una soluzione del conflitto russo-ucraino, e di prevedere un risultato possibile, si è scoperto che non c’era sostanza sul tavolo ungherese, ma soltanto velleità. Siamo dunque precipitati dall’illusione alla delusione, con il Capo della Casa Bianca costretto ad ammettere che il summit sarebbe “una perdita di tempo perché non si va da nessuna parte”, e pronto a sostituire al dialogo con Putin le sanzioni ai giganti russi del petrolio: senza escludere un nuovo ribaltone su una scena logorata dalla confusione e infragilita dall’improvvisazione, dove ormai nulla dura il tempo minimo necessario per diventare un punto solido di riferimento.

Il fatto che gli emissari dei due governi stiano cercando nuovamente un bandolo per riaprire il confronto ci dovrebbe incoraggiare, se fosse il frutto di una qualche strategia percepibile, il prodotto di una cultura politica riconoscibile, il risultato di una scuola diplomatica misurabile. Ma la verità è che stiamo sperimentando una navigazione a vista sui confini della guerra, interamente affidata al potere salvifico del presidente Usa che come un re taumaturgo del Medioevo impone le mani per bloccare la peste che avanza. E com’è evidente la potenza miracolistica del leader si accresce e diventa esclusiva assorbendo e spodestando codici, regole, norme, tradizioni, e cioè tutto un sistema di procedure, garanzie e alleanze che gli uomini avevano costruito nei decenni a tutela della loro libera convivenza, per vederlo infine risucchiato e annullato nell’esercizio supremo di questa potestà eccezionale che domina la scena surrogando ogni altra autorità. La performance si sta mangiando la politica.

Non stiamo dunque assistendo soltanto a un benemerito tentativo di concludere o bloccare la guerra in Ucraina, ma a una metamorfosi del potere che disattiva l’intero sistema su cui si è retta fin qui la coesistenza pacifica internazionale per sostituirlo con un atto di fede universale nella capacità della leadership di piegare la realtà, adattandola al suo dominio. Non ci sono più valori che illuminano la strada, e nemmeno vincoli che regolano il cammino. Il carisma istintivo del Capo sceglie ogni giorno la direzione di marcia che più gli conviene, la sua missione è sovraordinata rispetto ai tradizionali codici di regolazione dei conflitti e agli organismi sovranazionali di garanzia che abbiamo conosciuto, il suo potere di contraddizione è la prova quotidiana della sua libertà da ogni passato e da qualsiasi convenzione. Siamo entrati in un mondo piatto, a disposizione del comando, senza l’increspatura di una regola.

È qui che Trump ha trovato Putin, dopo che il presidente della Russia da quasi un decennio aveva deciso di abbandonare il terreno comune del vecchio ordine mondiale (sottraendosi alla regola democratica che pretendeva di farsi universale) e di parlare all’altra metà del mondo che non si riconosce nel codice occidentale, offrendo la Russia come potenza sfidante, maestà concorrente, pretendente imperiale. Usciti entrambi dalla disciplina del diritto e dal condizionamento dei valori i due presidenti si sono riconosciuti e accettati: nella semplificazione leaderistica e autoritaria di Trump meglio dividere il mondo in tre (ecco l’incontro con Xi) in piena logica imperiale che sobbarcarsi il chiacchiericcio atlantico della vecchia Europa, con la pretesa dei sudditi di fingersi sovrani mimando nella Ue un superstato che non esiste nella realtà, e per di più filtrando ogni decisione all’insegna del diritto e dei diritti. Nella visione granderussa di Putin meglio discutere il destino dell’Ucraina con il presidente americano, molto lontano da Kiev, che con i leader europei inconcludenti ma ostinati a misurare il terreno di guerra con il vecchio metro democratico, che Mosca ha definitamente ricusato. Qui Putin può ottenere da Trump la rilegittimazione internazionale, passando da usurpatore a interlocutore nel mondo nuovo; e Trump può incassare dal leader russo un riconoscimento come supremo arbitro mondiale, e l’abilitazione conseguente a negoziare la pace come incarnazione dell’istinto leaderistico e come espressione del comando, senza più codici a cui rispondere, fondando così il nuovo ordine mondiale — ecco il nodo — su se stesso.

Questo è il punto demagogico d’arrivo, e insieme il punto democratico di rottura: non basta per andare oltre, perché la costruzione di un nuovo sistema internazionale ha evidentemente bisogno di una base materiale e valoriate più ampia di un’egolatria, sia pure smisurata. La verità dei due presidenti è che uno credeva di giocare a golf, l’altro voleva giocare a hockey: Putin chiedeva tempo per guadagnare posizioni sul terreno e nelle coscienze, cercando un nuovo inizio delle relazioni internazionali che scolorisse il peccato originale dell’invasione ucraina; Trump voleva invece il cessate il fuoco come scorciatoia immediata per un successo personale, da pacificatore: quindi aveva molta fretta e pochi scrupoli, pur di arrivare a un risultato qualunque da sbandierare in diretta tivù. Difficile trovare un’intesa, anche se quando un giocatore è contemporaneamente arbitro tutto si confonde e saltano le regole, s’improvvisa sul momento e lo spettacolo va avanti ma verso un risultato fasullo, perché la partita è truccata. Il problema, drammatico, è che questa è l’unica partita per la pace che si può giocare oggi, l’unica che abbiamo. Benvenuti nella diplo-anarchia.


Terre rare, il piccolo grande potere della Cina: il business che sta alla base di tutto

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Di Tommaso Carboni, La Stampa

La Cina ha i suoi punti deboli, e lo si è visto con le nuove sanzioni di Trump alle due maggiori compagnie petrolifere russe. La reazione di Xi Jinping è stata immediata: ha chiesto a diverse grandi società statali di bloccare – almeno temporaneamente – gli acquisti di petrolio russo trasportato via mare. Questo perché la Cina subisce ancora il dominio americano sulla finanza; grandi banche e aziende cinesi evitano di fare business con soggetti sanzionati per non perdere accesso al mercato del dollaro.
Altri punti deboli: gli Usa potrebbero vietare l’export di motori per aerei, ad esempio; o inasprire le restrizioni sui microchip più avanzati (e i software per progettarli); qui la Cina è indietro di svariati anni, ma è brava ad aggirare gli ostacoli. Deepseek, l’intelligenza artificiale sviluppata a Hangzhou, compete con i modelli occidentali di punta pur usando chip meno sofisticati.
Un’altra cosa in cui è stata brava la Cina: trovare una risposta ai megadazi di Trump. Le merci cinesi sono finite su altri mercati: export ai massimi in Sud-Est asiatico, India e Africa; tra giugno e agosto, vendite in Europa cresciute del 10%; surplus commerciale record sopra i mille miliardi di dollari. La verità è che è difficile separarsi da prodotti e componenti “made in China”. Pechino usa la potenza industriale come arma: la sua manifattura produce il 35% del totale mondiale, tre volte gli Stati Uniti. Secondo Goldman Sachs, la Cina era il fornitore dominante per oltre un terzo dei beni importati dagli Usa a inizio 2025. Merci per centinaia di miliardi di dollari.
Ma la dipendenza più insidiosa, quella che sta facendo vacillare tutti i piani di Trump, ha un fatturato sorprendentemente modesto. Per interi pezzi della propria industria, gli Stati Uniti quanto l’Europa dipendono dalle terre rare cinesi: quei metalli e magneti usati in tutti i prodotti hi-tech, dall’industria verde ai dispositivi medici, alle armi – e agli stessi microchip. Persino le macchine litografiche dell’olandese ASML, cruciali per produrre i chip di ultima generazione, funzionano grazie a magneti di terre rare cinesi.
In realtà, nonostante il nome, le terre rare non sono poi così rare. La difficoltà sta nel fatto che si trovano in basse concentrazioni e che estrarle e raffinarle richiede processi chimici complessi. È costoso, inquinante e richiede competenze tecniche specifiche. Per questo, nel corso del tempo, Stati Uniti ed Europa hanno preferito lasciare il lavoro sporco ad altri Paesi. Oggi la Cina regna su questo mercato: domina l’estrazione, ha quasi il monopolio nella raffinazione e sforna gran parte dei magneti permanenti di terre rare.
La cosa paradossale è che si tratta di numeri molto piccoli: briciole rispetto ad altre materie prime come gas e petrolio. Dalla raffinazione all’estrazione, un giro d’affari attorno ai 5 miliardi di dollari l’anno, dicono gli esperti (stime di Fortune Business Insights e DataBridge). Se si considerano i magneti permanenti, che muovono auto elettriche, turbine eoliche, armi eccetera, il valore cresce a oltre 30 miliardi l’anno.
Ciò che rende interessante la competizione tra Cina e Stati Uniti – che è insieme ideologica, tecnologica e geopolitica – è che si tratta di due superpotenze litigiose quanto economicamente intrecciate. Nelle trattative ognuna cerca di sfruttare questa interdipendenza a proprio vantaggio. Se Washington blocca l’accesso ai microchip di ultima frontiera, Pechino risponde con restrizioni sull’export di terre rare.
E qui si entra nel vivo dello scontro. Ad aprile è stata l’escalation dei dazi a dominare i titoli dei giornali, con Xi Jinping che rispondeva a Trump colpo su colpo. Ma la mossa davvero strategica è stato il contingentamento delle terre rare. Il vero punto debole americano. Le aziende hanno avvertito che le scorte stavano finendo e gli impianti rischiavano di fermarsi. Trump ha ceduto: dazi giù al 30% in una tregua di 90 giorni poi prolungata.
Cosa fanno gli Usa per ridurre la dipendenza? Investono, ma la strada è lunga. C’è solo una miniera attiva e scarsa capacità di raffinazione – ciò implica che le terre rare americane vengano spedite in Cina per essere lavorate. Un accordo da 3 miliardi di dollari con l’Australia punta a cambiare le cose, ma ci vorranno almeno cinque anni – dicono gli esperti – prima che le nuove strutture entrino in funzione.
Nel frattempo la Cina – forse – si fa prendere troppo la mano. Dal 9 ottobre ha portato i suoi controlli a un livello superiore, con un sistema di licenze per le terre rare che imita il meccanismo americano per i chip, ma con regole ancora più stringenti. I requisiti di licenza ora comprendono prodotti realizzati con materie prime, strumenti e tecnologia cinesi. In teoria ogni azienda, anche straniera, deve dimostrare la propria innocenza, persino con foto delle fabbriche per far vedere che non ci sono legami con l’industria della difesa. Il rischio è spingersi troppo in là, innescando un vero sforzo per cercare forniture alternative.
È possibile che dall’incontro tra Xi e Trump – la prossima settimana in Corea del Sud – nasca una nuova tregua, per quanto temporanea. Il problema di fondo però resta: l’Occidente potrebbe risolvere le proprie vulnerabilità, ma saprà collaborare per farlo?


Franco Cavalli – Bambini palestinesi feriti ricoverati in Svizzera ma tra rifiuti e polemiche

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Sergio Rossi – Trump monarca delle cripto-valute

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Il criptopresidente fa soldi a palate

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Di Christof Leisinger, Infosperber

Solo un anno fa Donald Trump era con le spalle al muro dal punto di vista finanziario. Nei documenti giudiziari si parlava di una vendita forzata dei suoi immobili se non avesse ridotto drasticamente i suoi debiti. Oggi il presidente degli Stati Uniti rieletto è più ricco di prima, grazie a un impero di criptovalute che è nato in stretta interazione con la sua politica di governo.

Una ricerca del Financial Times lo dimostra: solo lo scorso anno le aziende di Trump hanno realizzato oltre un miliardo di dollari di profitti dalle operazioni in criptovalute. Secondo le stime, il suo patrimonio è cresciuto di diversi miliardi. Al centro del boom c’è una complessa interazione tra transazioni con figurine digitali collezionabili, memecoin, stablecoin e piattaforme finanziarie, tutte con il nome Trump e finanziate da investitori di tutto il mondo.

Da scettico a «primo criptopresidente»

Per molto tempo Trump è stato considerato un oppositore delle valute digitali. Una volta ha definito il Bitcoin «una truffa» e «anti-americano». Ma durante la campagna elettorale del 2024 c’è stata una svolta. Improvvisamente Trump ha inveito contro la «politica anti-criptovalute» dell’amministrazione Biden, ha promesso una riserva nazionale di Bitcoin e ha annunciato che avrebbe riformato la SEC, l’autorità di regolamentazione finanziaria e borsistica, «il primo giorno» del suo nuovo mandato.

Detto, fatto: dopo il suo insediamento, ha sostituito il capo della SEC Gary Gensler con il sostenitore delle criptovalute Paul Atkins, ha archiviato le indagini contro grandi e dubbie società di criptovalute e ha allentato numerose normative. Nonostante tutti i dubbi sulla sostanza, i cittadini americani possono ora investire anche parte della loro pensione in valute digitali. L’effetto è enorme: il Bitcoin ha raggiunto livelli record, miliardi sono tornati sul mercato americano e le aziende di Trump ne hanno tratto un vantaggio immediato.

Un’azienda familiare sulla blockchain

Al centro c’è World Liberty Financial, fondata dai figli di Trump e dai figli del suo amico e consigliere governativo Steve Witkoff. L’azienda ha emesso due unità di valore digitali: il WLFI, negoziabile, e l’USD1, legato al dollaro. Secondo il Financial Times i ricavi di entrambi i progetti hanno superato i 3 miliardi di dollari, di cui 550 milioni solo dal token WLFI. Trump ha dichiarato di averne ricavato 57 milioni di dollari di reddito personale.

Anche altri progetti hanno avuto un grande successo: con le memecoin $-Trump e $-Melania, la famiglia ha guadagnato circa 427 milioni di dollari. Anche le figurine con l’effigie di Trump nei panni di un supereroe sono state vendute in milioni di copie. Il Trump Media & Technology Group (TMTG), precedentemente in deficit, si è trasformato in una holding di criptovalute che ha lanciato fondi digitali e raccolto miliardi di capitale. Più della metà dei proventi va direttamente a Trump, che detiene oltre il 50% delle azioni.

L’etica alla prova

I critici lo ritengono un conflitto di interessi senza precedenti. Mentre altri presidenti, come Jimmy Carter, al momento della nomina hanno trasferito le loro aziende in fondi fiduciari gestiti in modo indipendente, Trump rimane l’unico beneficiario di una società fiduciaria revocabile gestita da suo figlio. La Casa Bianca sottolinea che questa struttura protegge il presidente da comportamenti scorretti, ma esperti di etica come Richard Painter, ex consigliere di George W. Bush, la vedono diversamente: «Nessun presidente della storia moderna ha trasformato il proprio potere in denaro in modo così diretto».

Sorprendente: un sondaggio del Financial Times ha rivelato che oltre la metà degli elettori di Trump crede che il loro presidente abbia guadagnato meno di 100 milioni di dollari durante il suo mandato. Oltre il 40% non aveva mai sentito parlare delle sue redditizie avventure nel mondo delle criptovalute.

Miliardi da tutto il mondo: corruzione?

Investitori provenienti dalla Cina, da Abu Dhabi e dagli Emirati Arabi Uniti inondano le aziende di Trump di capitali. Il miliardario cinese delle criptovalute Justin Sun, contro il quale la SEC aveva precedentemente avviato un’indagine per frode, ha investito 75 milioni di dollari nella World Liberty Financial. Poco dopo, l’autorità ha sospeso il procedimento. La società di investimento MGX di Abu Dhabi ha acquistato stablecoin per un valore di due miliardi di dollari.

Allo stesso tempo, imprenditori del mondo delle criptovalute di ogni tipo sostengono l’agenda politica di Trump. Nella prima metà del 2025 oltre 41 milioni di dollari sono stati donati alle sue organizzazioni elettorali. Un nuovo Super-Pac, il Digital Freedom Fund, ha lo scopo di promuovere candidati favorevoli alle criptovalute. I gemelli Winklevoss hanno contribuito con Bitcoin per un valore di 21 milioni di dollari.

Interconnessioni fin dentro al gabinetto

Anche l’entourage più stretto di Trump ne trae vantaggio. Il ministro del Commercio Howard Lutnick, la cui società di brokeraggio Cantor Fitzgerald, gestita pro forma da suo figlio, amministra enormi riserve di titoli di Stato di Tether. Il responsabile per il Medio Oriente Steve Witkoff, cofondatore di World Liberty Financial, detiene milioni di cosiddetti token, il cui valore ammonta a oltre mezzo miliardo di dollari. La Casa Bianca assicura che tutti i requisiti etici sono stati soddisfatti.

Donald Trump Jr. ed Eric Trump promuovono la visione del padre sulle criptovalute in occasione di conferenze internazionali. A Hong Kong, Eric ha profetizzato che un giorno un Bitcoin potrebbe valere «un miliardo di dollari». Per molti osservatori si tratta di millanterie, per altri è il chiaro segno di un governo che non separa più affari e potere.

Potere, mercato… e morale?

Donald Trump è riuscito in ciò che nessun altro presidente degli Stati Uniti prima di lui era riuscito a fare: ha trasformato la scena politica in un ambiente altamente redditizio per le aziende della sua famiglia. Sotto la sua guida, la politica governativa, gli interessi economici e la speculazione digitale si sono fusi in un complesso di potere unico nel suo genere.

Resta da vedere se l’offensiva di Trump sulle criptovalute passerà alla storia come un colpo strategico o come un monito morale. Una cosa è certa: mai prima d’ora la carica di presidente degli Stati Uniti è stata così vicina al mercato e così lontana dall’evitare evidenti conflitti di interesse.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: i lobbisti delle criptovalute hanno convertito in materia di Bitcoin. Ormai è chiaro il perché

 


Gaza e il diritto, due fastidi di cui liberarsi

In vista del primo confronto pubblico fra socialisti, mps e verdi (martedi sera a Spazio Aperto di Bellinzona), intervista a Pietro Martinelli su un progetto di unità operativa non facile ma sempre più indispensabile 

Di Alberto Negri, il manifesto

Nel giorno degli ottant’anni delle Nazioni unite Trump e la sua amministrazione hanno dichiarato aperta la guerra all’Onu e al multilateralismo. A farne le spese saranno gli aiuti umanitari a Gaza che Trump vuole trasformare una sorta di protettorato americano in attesa di qualche delirante progetto del tipo Gaza Riviera.

Se ci saranno anche i palestinesi questo per lui è un dettaglio, per Israele eliminarli un obiettivo da perseguire. La destra al potere non ha mai creduto in una coesistenza con i palestinesi e non ha rinunciato con la tregua al progetto di pulizia etnica della Striscia, da estendere alla Cisgiordania dove è in corso un’annessione rampante con l’espropriazione violenta dei terreni agricoli e la costruzione di nuove colonie illegali.

Ma ormai legalità per Usa e Israele è una parola vuota. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha affermato che l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, è «una filiale di Hamas» e per questo motivo non avrà alcun ruolo nella distribuzione degli aiuti a Gaza nell’ambito del piano di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati uniti. Rubio è in pratica il ventriloquo del ministro degli esteri israeliano, Gideon Sa’ar, secondo cui l’Unrwa “impiega” oltre 1.400 terroristi di Hamas. Ovviamente, come replica l’agenzia, è un falso e la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto che Israele non ha mai portato una prova in proposito.

Ma l’importante è sparare ad alzo zero sull’Onu e su ogni principio di legalità internazionale. Quanto agli aiuti, la situazione umanitaria nella Striscia resta critica, avvertono le organizzazioni internazionali. Israele continua a bloccare l’ingresso dei convogli accusando Hamas di violare i termini del cessate il fuoco perché non ha ancora restituito tutti i corpi degli ostaggi morti. Decine di migliaia di tonnellate di viveri e prodotti di prima necessità sono stati caricati su camion in attesa ai confini dei vicini Egitto e Giordania ma le autorità israeliane continuano a tenere chiuso il valico di Rafah. La fame come arma di guerra continua a essere usata sistematicamente come ha dimostrato la vergognosa pagina della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), la fondazione sostenuta da Israele e Usa e contestata dalle Nazioni Unite: prima di chiudere, dopo cinque mesi, circa 2.700 palestinesi sono stati uccisi all’interno o nelle vicinanze dei siti di distribuzione degli aiuti. Si può pensare che gente che ha architettato un simile piano possa realmente aiutare i palestinesi?

Per attuare la pulizia etnica della Striscia serve infatti eliminare prima di tutto i testimoni e tra questi quello più scomodo è proprio l’Unwra. Ma ovviamente sono tutte le Nazioni unite nel mirino di Trump, come ha dimostrato il suo discorso al Palazzo di vetro. «Qual è lo scopo delle Nazioni unite? – aveva chiesto alla platea di capi di stato – Sembra che tutto quello che fanno sia scrivere lettere dai toni molto forti. Sono parole vuote, e le parole vuote non risolvono la guerra». Aveva criticato poi duramente la leadership del segretario generale, António Guterres dicendo ai giornalisti: «L’Onu potrebbe essere incredibile senza certe persone al comando».

In realtà gli Stati uniti stanno già da tempo affossando l’Onu che loro stessi avevano creato nel dopoguerra. Si sono già ritirati dall’Unesco (cultura, scienza ed educazione), dall’Oms (sanità) e dal Consiglio dei Diritti Umani. L’amministrazione Trump ha finora tagliato un miliardo di dollari di contributi finanziari all’Onu e si prepara ad amputare un altro miliardo di dollari. Non solo: il piano del presidente americano prevede anche l’azzeramento dei fondi per il mantenimento della pace, cosa piuttosto ironica, se non fosse tragica, per uno che si presenta come il pacificatore del mondo. Washington farà sparire in tutto quattro miliardi di dollari dal bilancio delle Nazioni unite compresi i fondi destinati ai rifugiati e alla migrazione, altro pallino di Donald Trump.

E intanto adesso a Gaza si sta insediando il protettorato di Trump, si chiama Centro di Coordinamento Civile-Militare (Ccmc) con a capo un ambasciatore e un generale che si occuperanno del cessate il fuoco e di supervisionare la consegna degli aiuti umanitari alla Striscia. Circa 200 soldati statunitensi sono stati inviati a Kiryat Gat, con base in un magazzino dove lavorano con truppe israeliane ed europee e rappresentanti di Emirati e Giordania. Il segretario di stato Rubio ha visitato il sito ieri e l’ha definito un’impresa «storica». Come no, un altro pezzo di storia coloniale che si chiama protettorato.