La svolta della Cina, da reattiva ad aggressiva

 

Di Alessandro Arduino, La Stampa

Da quando Donald Trump ha aperto la stagione della rivalità strategica con Pechino, la Cina vive come in un’attesa vigile: ogni decisione è in preparazione a uno scontro inevitabile e destinato a durare nel tempo. L’epoca della diplomazia cinese cauta e reattiva sembra tramontata: oggi la leadership cinese adotta un tono più risoluto, plasmato non solo dalle pressioni esterne ma soprattutto dalle esigenze di rilancio economico e di prestigio interno.

Le nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti ai giganti energetici russi stanno avendo ripercussioni ben oltre Mosca.

In Cina, le raffinerie statali e private si trovano ora a dover bilanciare due priorità contrapposte: garantire l’approvvigionamento di petrolio russo a prezzi scontati e, allo stesso tempo, evitare di incorrere nelle misure punitive americane.

Oggi circa un quinto del greggio importato dalla Cina, quasi 2 milioni di barili al giorno, arriva dalla Russia, rendendola una delle fonti energetiche primarie per Pechino dopo il Golfo; ma la decisione dell’amministrazione Trump di inserire Rosneft e Lukoil nella lista nera delle entità sanzionate ha complicato le cose.

Le nuove regole, sostenute anche da Unione europea e Regno Unito, impongono di chiudere le transazioni con le due società entro il 21 novembre, tagliando una linea vitale per il commercio di energia russo e una fonte di reddito essenziale per lo sforzo bellico di Mosca in Ucraina.

In questo contesto, il legame personale tra Xi Jinping e Vladimir Putin è diventato uno dei pilastri della visione di Pechino di un ordine mondiale alternativo a quello occidentale, basato su un intreccio di ideologia e pragmatismo. Ma non è un’alleanza in senso pieno: la cautela strategica di Xi sulla guerra in Ucraina ne è la prova più evidente: sostiene Mosca, ma non a ogni costo.

Nel mentre crescono le aspettative per un possibile incontro tra Trump e Xi a margine del vertice dei leader Apec a Seul, dove entrambi sono attesi. Trump ha più volte espresso la volontà di un incontro, arrivando a evocare un «accordo su tutto». Dall’altra parte, Pechino mantiene un atteggiamento di distacco, incerta sulla reale utilità politica di un faccia a faccia in un momento così delicato. Al contrario del suo avversario americano, Xi dispone del lusso del tempo.

Ogni impeto, ogni gesto impulsivo, come i messaggi scomposti di Trump sui social, è estraneo alla sua visione del potere. Ma qualcosa è mutato:l’antico riflesso difensivo della Cina è in evoluzione. Pechino è passata all’offensiva, non ha ceduto alle sanzioni americane, e ha rilanciato con contromisure mirate e coordinate.

Il ministero del Commercio cinese ha inserito diverse aziende statunitensi nella lista delle entità inaffidabili, mentre le autorità portuali hanno introdotto nuove tariffe sulle spedizioni in arrivo e dirette verso gli Stati Uniti. Pechino ha anche attuato l’impensabile, limitando l’esportazione di terre rare e materiali strategici alle industrie occidentali ad alto contenuto tecnologico.

La strategia cinese può essere riassunta in tre punti chiave: il primo consiste nello sfruttare i negoziati commerciali per rinviare l’introduzione di nuovi dazi e guadagnare tempo prezioso per rilanciare l’economia interna e modernizzare il proprio apparato industriale, soprattutto attraverso la robotica.

Il secondo punto è l’autosufficienza tecnologica nei settori chiave come semiconduttori, intelligenza artificiale ed energie rinnovabili, riducendo la dipendenza dalle tecnologie statunitensi. Infine il terzo, prevede il consolidamento dei settori cruciali per le catene globali di approvvigionamento da utilizzare come strumento di deterrenza contro le pressioni di Washington.

Eppure, dietro la facciata cinese di sicurezza emergono segni di fragilità interna. L’economia fatica a ritrovare lo slancio necessario a una ripresa, e un’ondata di epurazioni ai vertici militari, culminata nella destituzione del più alto generale in carica della Commissione militare centrale, ha messo in luce le tensioni latenti nel sistema di potere del Partito comunista cinese. Sul piano interno, Xi Jinping continua a rafforzare il controllo politico attraverso una rete di sorveglianza tecnologica e gestione economica centralizzata, destinata a modellare il sistema cinese almeno fino al 2035, mirando a ridefinire il ruolo della Cina come superpotenza alternativa all’Occidente.

Sul piano esterno l’iniziativa Belt and Road, oggi estesa a oltre 150 Paesi con investimenti per 1.000 miliardi di dollari, si è trasformata in una Via della Seta digitale che esporta reti 5G e tecnologie per smart city dall’Africa all’America Latina. L’apertura diplomatica dell’India verso la Cina, per bilanciare i nuovi dazi americani, riflette questo mutamento.

Con le elezioni di metà mandato ormai alle porte, Washington appare sempre più assorbita dalle proprie divisioni interne, lasciando a Pechino margini di manovra via via più0 ampi. Per anni Washington ha dipinto Pechino come una potenza aggressiva, mentre in realtà la Cina osservava e reagiva, ma la pressione incessante degli Stati Uniti ha finito per accelerare quello che più temeva, la trasformazione della leadership cinese verso una postura sempre più aggressiva.


Trump in Asia a duello con Xi su dazi, terre rare e Ucraina

 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Evitare di cadere nella trappola di Tucidide. La missione in Asia cominciata ieri sera da Trump, che culminerà nel vertice di giovedì con il rivale cinese Xi in Corea del Sud, potrebbe diventare l’ultima occasione per scongiurare quello che lo storico greco, parlando di Sparta e Atene, considerava l’inevitabile scontro militare fra la potenza egemone e quella emergente. Il primo obiettivo del presidente è infatti consolidare le alleanze regionali di Washington, per poi affrontare da una posizione di forza il collega di Pechino allo scopo di trovare una composizione che spazi dall’economia alla geopolitica.

Il viaggio di Trump inizia con la sosta in Malesia per il summit dell’Asean. In passato non si curava molto di questo incontro, ora ci andrà per due motivi: assicurare la tenuta della pace tra Thailandia e Cambogia, sempre con un occhio all’ambizione di vincere il Nobel; e rafforzare i rapporti con Paesi che potrebbero aiutare gli Usa e fare fronte comune contro la Cina, e magari favorire la creazione di un corridoio commerciale dal Pacifico meridionale fino all’Italia, alternativo alla nuova Via della Seta di Pechino, passando per il Medio Oriente stabilizzato dall’allargamento degli Accordi di Abramo.

Poi andrà in Giappone, per conoscere la nuova premier Takaichi e riaffermare l’alleanza. Quindi si trasferirà in Corea del Sud per partecipare al vertice dell’Apec: occasione per ribadire la collaborazione con la Corea del Sud, ma soprattutto per incontrare Xi, mentre non manca chi si aspetta la sorpresa di un quarto appuntamento col nordcoreano Kim.

I punti nell’agenda del bilaterale con il rivale cinese sono molti: dazi, rapporti commerciali in generale, terre rare, Taiwan, acquisti di energia russa e aiuti alla guerra di Putin. Come ha spiegato al Wall Street Journal l’ex vice segretario di Stato Kurt Campbell, grande esperto di Asia, la strategia di Xi con Trump è cambiata rispetto al primo mandato, imitando il suo copione della “massima pressione” per non essere colto di sorpresa: «Lui sa che il capo della Casa Bianca vuole un buon rapporto, ma rispetta la forza, non le concessioni». E così, gli ha risposto con la classica alternanza del bastone e della carota.

Quando il 2 aprile Trump ha annunciato dazi del 145% sulle esportazioni della Repubblica Popolare, Xi ha risposto prendendolo per il collo col blocco della vendita dei magneti alle compagnie americane, paralizzando il settore dell’auto. Poi però ha accettato l’accordo per il cambio della proprietà di TikTok, perché per Trump era molto importante mentre Xi considera questo social “oppio spirituale”. Lo stesso meccanismo si è ripetuto quando Washington ha frenato le sue esportazioni di chip, Pechino ha risposto rinnegando l’accordo sulle terre rare, e Washington ha replicato minacciando dazi del 100%. La strategia cinese in sostanza è l’opposto di quella europea: niente appeasement, perché così si incoraggia Donald a colpire ancora di più. Però apertura ai “deal”, quando sono nell’interesse di entrambi.

Trump punta ad uscire dal bilaterale con un accordo commerciale generale, certezze sulle forniture di terre rare, acquisto consistente di soia per aiutare gli agricoltori che lo hanno votato. Poi solleverà il problema del petrolio russo e in generale del sostegno dato a Putin in Ucraina. Prima del vertice di Anchorage, i consiglieri della Casa Bianca gli avevano presentato una proposta di sanzioni secondarie molto pesanti contro Pechino per fermare le importazioni di energia da Mosca. Alla fine l’aveva scartata, ma resta comunque nel cassetto, se la Cina non aiutasse a riportare Putin verso la ragionevolezza. La sfida sull’intelligenza artificiale resta poi aperta.

Xi vuole rispetto, fine dei dazi punitivi e il cambio della linea americana su Taiwan, con l’affermazione esplicita dell’opposizione all’indipendenza dell’isola. Se l’ottenesse, potrebbe rinunciare all’invasione o ai preparativi per essere pronto a ordinarla. Il margine di errore, per entrambi, è molto stretto.


Le parole di Leone radicali come quelle di Francesco

 

Di Paolo Rodari, il manifesto

Tra i conservatori e i tradizionalisti, c’è chi con troppa fretta ha salutato l’elezione di Leone come una svolta, un ritorno all’ordine dopo gli anni «scomodi» di Francesco. Ma il discorso pronunciato dal nuovo pontefice ai movimenti popolari ha smentito questa lettura.

Anzi, ha tracciato una linea di continuità netta, profonda, persino provocatoria con il pontificato precedente. E ora, chi sperava in una restaurazione ha materiale per rivedere le sue analisi. E fare caso ai nessi più che alle rotture.

Leone, statunitense con un passato da missionario nelle periferie del Perù, ha scelto di parlare subito il linguaggio di Francesco. Non solo lo cita, lo evoca, lo rilancia. Ma lo fa con una naturalezza che tradisce una sintonia non improvvisata. Chi lo conosce racconta che già da cardinale, Prevost si era distinto per una visione pastorale attenta agli ultimi, per una teologia incarnata, per una spiritualità che non teme il conflitto con le strutture di potere.

Nel suo intervento, Leone ha usato una parola che nel 2013 fece storcere il naso a molti ecclesiastici: periferie. «Le cose nuove si comprendono meglio dalla periferia», ha detto, citando quasi alla lettera Bergoglio. È un rovesciamento radicale, dunque, non più la verità vista dall’alto, ma dal basso. Non più il centro come luogo privilegiato della comprensione, ma i margini come spazio teologico.

E proprio dal margine, Leone ha rilanciato la «bandiera sociale» di Francesco, ovvero terra, casa e lavoro. «Sono diritti sacri», ha tuonato, «vale la pena lottare per essi, e voglio che mi sentiate dire: “Ci sto! Sono con voi!”». Parole che riecheggiano il celebre discorso di Santa Cruz del 2015, quando Francesco disse ai movimenti popolari: «Tierra, techo, trabajo: questo è ciò per cui voi lottate, e questo è ciò che Dio vuole».

Dietro questa sintonia non c’è solo affinità spirituale. C’è una precisa scelta politica, nel senso più alto del termine, che rifiuta le etichette. Non esiste un Francesco «di sinistra» e un Leone «di destra». Esistono due vescovi di Roma che, con stili e caratteri diversi, cercano di incarnare il Vangelo nel mondo. E il Vangelo, quando è preso sul serio, non è mai neutrale. Sta dalla parte degli ultimi, dei poveri, degli scartati.

Leone XIV ha spiegato anche la scelta del suo nome come un omaggio a Leone XIII e alla sua enciclica Rerum novarum, scritta in piena rivoluzione industriale. «Il titolo significa “cose nuove”. Oggi voglio guardare alle cose nuove partendo dalla periferia», ha detto. Un gesto che rivela non solo memoria storica, ma anche consapevolezza del momento presente, il fatto che il mondo è cambiato ma insieme le ingiustizie restano.

Nel suo discorso, Prevost non ha parlato da economista, ma da pastore. Non ha negato la proprietà privata, ma ha criticato l’autonomia assoluta dei mercati, l’idolatria del profitto, la cultura dello scarto. Ha denunciato le nuove forme di esclusione che trasformano gli esseri umani in rifiuti sociali. E ha fatto capire che la sua Chiesa non starà a guardare.

Come Bergoglio, anche Prevost parla da profeta. La sua rivoluzione non è di piazza, ma di coscienza. Vede nei poveri il volto di Cristo, nelle periferie il luogo dove Dio continua a parlare. E lo fa con parole che disturbano, che inquietano e non lasciano tranquilli i potenti.

Non è comunismo, è cristianesimo radicale. Radicale nel senso etimologico: radicato nel Vangelo. Un Vangelo che mette l’uomo prima del denaro, la solidarietà prima della competizione, la dignità prima del potere. E che, proprio per questo, continua a essere scomodo. Leone non è diventato «comunista» da un giorno all’altro. Come non lo era Francesco, nonostante le accuse ricevute per la sua attenzione ai poveri e le critiche al sistema economico. Entrambi, piuttosto, rifiutano le ideologie, ma non la giustizia. E fondano il loro pensiero su quel Vangelo che nelle Beatitudini dice: «Ero affamato e mi avete dato da mangiare, forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito…».

Nell’immagine: il papa all’udienza coi movimenti popolari


Sergio Rossi – Anche Putin e Trump si fanno la guerra per l’Ucraina

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Per fare la forza ci vuole l’unione. Sarà la volta buona?

 

Come indicato nel riquadro qui sopra, martedì prossimo si terrà un incontro scaturito dall’iniziativa dell’MpS, che con un documento intitolato «Per un fronte di opposizione sociale e politica» (di cui Naufraghi/e ha dato conto a suo tempo, con il seguito di un piccolo dibattito) ha invitato partiti, associazioni e sindacati appartenenti all’area della sinistra ad interrogarsi sulla possibilità di lanciare, o rilanciare, “l’idea di un fronte di opposizione sociale e politica che, mettendo in evidenza alcuni temi prioritari, trovi una strada unitaria e attiva sul terreno per battersi contro questa svolta a destra”.

Quale piccolo contributo alla discussione, e in attesa di riferire sul risultato dei lavori, proponiamo di seguito un articolo che riferisce di un incontro milanese di carattere economico, che ha tuttavia toccato gli stessi temi e gli stessi interrogativi.


Dalla critica dell’economia a un programma per l’alternativa

Di Marco Bertorello e Giacomo Gabbuti, Jacobin Italia

La seconda edizione del Festival di economia critica, tenutasi alla Fondazione Feltrinelli a Milano il 10 e 11 ottobre, anche quest’anno curata dallo storico economico Emanuele Felice, ha avuto un programma strutturato attorno al titolo Capitalismo di Stato, stato del capitalismo, declinato in diversi modi. Dal ritorno dello Stato imprenditore al ruolo dell’Europa,  dagli Stati uniti alla Cina, passando per il Sud Globale, mettendo a fuoco il ruolo del fisco – da riformare radicalmente, e oggi al centro del dibattito non solo francese – e della finanza, ancora preponderante. Il piano del discorso ha lasciato inevitabilmente un po’ al margine le prospettive di genere e il mondo del lavoro, che pure sono riemerse prepotentemente tanto nei dibattiti sull’insegnamento dell’economia quanto nell’attenzione ineludibile al tema dell’ambiente.

Una discussione decisamente ricca di spunti e stimoli che come Jacobin siamo contenti di aver contribuito a pensare e animare, sfruttando anche la presenza in Italia di Bhaskar Sunkara, e che hanno trovato e troveranno ulteriore spazio in Pubblico, la newsletter della Fondazione. Tuttavia, queste due giornate ci hanno lasciato con un quadro tutt’altro che rassicurante.

Le conseguenze della crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008 hanno fatto saltare gli equilibri che sembravano granitici con la fine del «comunismo reale». La storia però, anche in campo economico, non era finita: il Covid – ne avevamo parlato anche in tempo reale su Jacobin – ha rimesso in discussione tanto la globalizzazione quanto i modelli neoliberali, riportando in auge il ruolo dello Stato e facendo emergere una nuova attenzione, almeno retorica, sul lavoro di cura e sui servizi pubblici come la sanità e la scuola. Una finestra di opportunità che, tuttavia, si è chiusa rapidamente. Il ripiegamento della globalizzazione – con il ritorno, nei paesi occidentali e in particolare negli Usa, di protezionismi e nazionalismi con varie gradazioni – ci consegnano un mondo dove la guerra e le politiche di potenza, forme di un vero e proprio suprematismo occidentale, tornano a essere opzioni non solo praticabili, ma rivendicabili pubblicamente.

Il modello globale all’insegna dei principi liberaldemocratici si è eroso primariamente al suo interno. Da un lato abbiamo visto nel mondo uscire dalla povertà centinaia di milioni di individui, non certo grazie a processi spontanei insiti nel modello in via di affermazione, ma all’aumento di domanda di lavoro e al potere contrattuale che questa traina con sé. Un processo avvenuto per la maggior parte in Cina, di cui si dibatte se costituisca una variante di capitalismo, ma difficilmente può essere ricondotta al semplice liberalismo. Dall’altro lato si sono creati livelli di diseguaglianza crescenti e con pochi precedenti, anche in quei paesi, come il nostro, in seconda o terza linea rispetto alle nuove tendenze del capitalismo.

La marea, dunque, non ha sollevato tutte le barche contemporaneamente. Non ha creato benessere diffuso, portando anzi sotto la soglia della povertà quote crescenti della classe lavoratrice dei paesi che avevano promosso la globalizzazione. Anche da questo punto di vista, purtroppo, il caso italiano è esemplare: come mostra l’economista Marco Ranaldi, mentre sia i più ricchi che il capitale hanno mantenuto le proprie posizioni, le lavoratrici e i lavoratori del nostro paese dai primi anni Novanta a oggi hanno perso posizioni nella classifica globale in una misura senza paragoni anche con il resto dell’Europa.

A questo impoverimento dei più ha corrisposto un esponenziale arricchimento di pochi, riusciti a mettere a valore i processi di finanziarizzazione e delocalizzazione produttiva affermatisi. Tale parabola ha dato la stura a una guerra tra poveri e impoveriti, rendendo il quadro oltremodo complicato sul piano delle relazioni e dell’efficacia dell’azione collettiva. In tutto questo, non ci siamo certo liberati dal patriarcato, mentre si spalancava davanti ai nostri piedi l’abisso dell’apocalisse climatica.

Non è solo il contesto, però, a preoccupare. Al termine delle due giornate milanesi, dal palco come tra il pubblico, è emersa l’assenza di un’agenda economica alternativa in grado di cambiare lo stato di cose presenti. A fronte delle tante ed elaborate critiche che suscita, e che nel Festival alla Fondazione Feltrinelli sono state degnamente rappresentate, l’unica opzione attualmente in campo, perlomeno nei paesi occidentali, sembra quella sovranista-nazionalista. Si tratta di una riesumazione, più o meno organica e razionale, del protezionismo, che mantiene tuttavia sostanzialmente inalterato il paradigma dell’austerità e persino l’attenzione al vincolo di bilancio: il sostanziale allineamento tra l’ex primo ministro tecnocratico Mario Draghi e la sua erede Giorgia Meloni, ascesa a Palazzo Chigi proprio come sua unica oppositrice, lo rende particolarmente evidente. Il tutto condito con la commistione di interessi economici privati e poteri pubblici che cento anni fa Mussolini chiamava corporativismo, e che oggi raggiunge negli Usa di Trump vette difficilmente immaginabili.

Non sono di grande consolazione le contraddizioni interne a questa opzione, come il fatto che non sia fruibile diffusamente sul piano internazionale. Sappiamo bene che il sovranismo nazionalista non può che essere la carta del più forte in un rinnovato e più acuto contesto internazionale supercompetitivo. Ma, al momento, costituisce l’unica opzione dotata di una lettura della realtà coerente e comprensibile, in poche parole capace di egemonia. Lo si vede in piccolo anche nelle elezioni locali italiane, dove una destra spesso inconsistente nell’offerta e persino nel personale politico, per il solo fatto di denunciare i «nemici» giusti riesce a sconfiggere chi continua a riproporre un piccolo mondo liberista antico che, se già non era idilliaco dieci o venti anni fa, risulta oggi fuori dal tempo e dalla storia.

Preso atto dell’attuale contesto, il compito che queste giornate milanesi ci lasciano è dunque quello di provare a reinventare un’opzione politica diversa. Fondata su un pensiero economico all’altezza dei tempi, in grado di misurarsi con le attuali contraddizioni e capace di dare risposte al contempo teoriche e concrete. Ecco perché, come Jacobin Italia, vogliamo rivolgerci alle economiste e agli economisti e, più in generale, a chi si interroga sull’economia nelle aule universitarie come sui posti di lavoro, per confrontarci sull’urgenza di alternative all’esistente senza rimanere ingabbiati nel rimpianto di ipotesi che non sono state in grado di evitare l’impasse in cui ci troviamo. Senza rimpianti e senza sconti a nessuno insomma, neppure alle nostre personali storie culturali e intellettuali.

C’è urgenza di trovare risposte alla crisi del capitalismo, a un’economia che riproduce il patriarcato in forme nuove e non meno asfissianti, e a un sistema economico che ci lancia contro il muro della catastrofe climatica. C’è bisogno di immaginare strade innovative per uscire dall’impasse socio-economica che stiamo vivendo, togliendo centralità al mercato e rimettendo al centro la società. Ritrovando il filo a piombo dell’uguaglianza: un’uguaglianza più piena però, che integri in modo intersezionale una rinnovata attenzione alle classi sociali e al lavoro, con quella alle discriminazioni di genere e al razzismo sistemico delle nostre economie. Con nuove forme di equilibrio tra programmazione e mercato, con una pianificazione democratica in grado di coniugare interessi diffusi e libertà, riqualificando la sfera pubblica e il suo ruolo.

Se di un protezionismo abbiamo bisogno è quello delle persone. Prendendo atto che la crescita economica infinita non è praticabile e non è più la soluzione, e che la centralità della difesa dell’ambiente deve necessariamente essere coniugata con la difesa sociale. C’è bisogno – ce lo racconta la vicenda dell’ex Gkn – di piani di rigenerazione produttiva, partecipati, sempre con un’attenzione all’ambiente, in grado di rimettere al centro le comunità. Inoltre ogni tematica economica va inquadrata in un’ottica di genere, pensando alla riproduzione sociale, alle discriminazioni e al gap salariale.

Questioni rilevanti, dunque, che richiedono una buona dose di inventiva, per proporre una visione d’insieme alternativa all’esistente. Useremo le pagine online della nostra rivista per ospitare un confronto su questi temi, per contribuire a costruire un terreno di sperimentazione socio-economica di ordine sistemico e strutturale, segnato da freschezza e attualità di idee. Proveremo ad alimentare questo dibattito con interviste, contributi e analisi sugli esempi più o meno di successo offerti dalla storia e dall’attualità. Un dibattito non accademico ma funzionale – per usare le parole con cui Sunkara ha chiuso il Festival – a ricostruire una base sociale senza la quale una sinistra, più o meno radicale, non ha senso di esistere. Un obiettivo quanto mai urgente nella crisi – economica, sociale, ecologica, e anche democratica – dei tempi in cui viviamo.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Da Rosneft-Lukoil a Sibneftegaz, Bashneft, Neftegaz: ecco il petrolio di Putin colpito da Trump

 

Di Jacopo Iacoboni, La Stampa

«Visto il rifiuto del presidente Putin di porre fine a questa guerra insensata, il Tesoro sta sanzionando le due maggiori compagnie petrolifere russe che finanziano la macchina da guerra del Cremlino». La mossa americana, sanzionare Rosneft e Lukoil, annunciata nella notte italiana dal segretario al Tesoro Scott Bessent, è indubbiamente un enorme cambio di politica dell’amministrazione Trump. Il presidente americano fino a oggi non aveva imposto sanzioni dirette alla Russia per la guerra, ma aveva affronta o la questione solo come un fatto commerciale, di dazi e tariffe. Aveva imposto dazi aggiuntivi del 25% sull’India in ritorsione per l’acquisto di petrolio russo scontato (ma non aveva fatto lo stesso con la Cina, il maggiore acquirente globale di petrolio russo). Europa e Usa avevano in precedenza concordato un tetto massimo di 60 dollari al prezzo del petrolio russo, ma questo ha per lo più spostato il commercio russo verso il sud globale (appunto, India, Cina e loro satelliti), con i traffici della flotta russa ombra che le sanzioni alle navi hanno spesso colpito, ma non azzerato. Ora le cose cambiano: Trump attacca non solo i due giganti russi dell’oil, ma anche tutte le aziende sussidiarie delle due. Resta da vedere se nei testi dettagliati del ban, sarà esteso anche a tutte le aziende (cinesi e indiane) che comunque fanno affari con Rosneft e Lukoil. Il che significherebbe in sostanza trasformarle in due paria global del gas&oil. Ma così pare, leggendo bene i documenti.

Per ora vengono colpite anche una serie di aziende russe, 34, di cui Rosneft o Lukoil detengono il 50% o più delle azioni. Si tratta di una mappa del cuore della produzione petrolifera russa, mappa anche in senso geografico – alcune sono anche state colpite dagli attacchi ucraini, che negli ambienti di intell ucraina chiamano «le sanzioni Budanov».

Legate a Rosneft – il colosso di stato russo guidato da Igor Sechin, ex portaborse di Putun ai tempi di San Pietroburgo e, secondo diversi libri e inchieste, ex suo collega nel Kgb (Sechin sarebbe stato di stanza in Mozambico, ai tempi di Putin a Dresda) – vengono colpiti altri giganti russi come Sibneftegaz, Bashneft (che da sola sviluppa 200 giacimenti di idrocarburi in Russia), Vankorneft, Neftegaz, Purneftegaz. Vengono sanzionate aziende che avevano anche subito duri attacchi di droni, come le raffinerie di Tuapse, Ryazan, Samaraneftegaz (più volte bersagliata dagli ucraini), Novokuybyshevsk, Oenburgneft, OJSC Syzran, Saratov. Colpita tra le altre la grande succursale siberiana di Rosneft, East Siberian Oil and Gas Company. Rosneft ancora nel 2024 registravi ricavi da vendite e partecipazioni in associate/società controllate pari a 120,7 miliardi di dollari

Per Lukoil – che nel 2024 ha riportato nei suoi documenti di bilancio ricavi pari a 102,1 miliardi di dollari) –vengono designate nel testo americano Lukoil Perm, Aik A, Kaliningradmorneft (un colosso che geograficamente si trova in piena Europa, e è cruciale nei traffici sul Baltico), West Siberia, Uraloil, Russian Innovation Fuel and Energy Company.

La questione che si pone ora è se l’impianto sanzionatorio colpisca tutti quelli che fanno affari con queste aziende e raffinerie o sussidiarie. Dopo l’annuncio delle sanzioni, dall’India è trapelato che la revisione degli accordi con la Russia è attualmente in corso da parte delle società statali Indian Oil Corp, Bharat Petroleum Corp, Hindustan Petroleum Corp e Mangalore Refinery and Petrochemicals (la compagnia petrolifera indiana Nayara, collegata a Rosneft, era già stata colpita da sanzioni di Ue e Regno Unito).

Edward Fishman, ex funzionario statunitense e ora ricercatore a Columbia University, spiega appunto che il tema prossimo,sui in America c’è ampio confronto, è se gli Stati Uniti ora minaccino sanzioni contro chiunque faccia affari con Rosneft e Lukoil. Il documento americano contiene un passaggio che lo lascia ritenere: «Inoltre, le istituzioni finanziarie straniere che conducono o facilitano transazioni significative o forniscono qualsiasi servizio che coinvolga la base militare-industriale russa, comprese le persone bloccate, corrono il rischio di essere sanzionate dall’OFAC» (l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro). L’OFAC ha già emesso un documento che, di fatto, sanziona le istituzioni che fanno affari con entità sanzionate in via diretta della Russia (il documento è leggibile qui).

Nel 2024, Rosneft aveva dichiarato una una produzione totale di idrocarburi (liquidi + gas convertiti) pari a circa 184 milioni di tonnellate di petrolio (ossia il 35,7% del totale del petrolio liquido russo). Lukoil di 80,4 milioni di tonnellate (il 15,6% del petrolio). Si tratta, secondo una stima del genere, del 51% di tutto il petrolio liquido prodotto in Russia in un anno. Il colpo di Trump, se messo in atto, può essere rovinoso per il suo strano amico Vladimir Vladimirovich.


Trump blocca Israele: ferma l’annessione e «apre» a Barghouti

 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Bezalel Smotrich ha detto ad alta voce quello che pensano un po’ tutti nel governo Netanyahu: la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia saudita è importante, ma dovrà avvenire categoricamente alle condizioni di Israele, quindi senza alcun riconoscimento del diritto dei palestinesi ad avere uno Stato indipendente. Altrimenti non se ne fa niente. Ma in pubblico non è riuscito a nascondere la sua idea degli arabi e delle monarchie del Golfo.

«Se l’Arabia saudita vuole normalizzare in cambio di uno Stato palestinese, amici no grazie. Continuate a cavalcare cammelli nel deserto», ha detto Smotrich, per poi dover chiedere scusa per il suo tono razzista. Ciò di cui il suprematista ministro delle Finanze israeliano non sembra rendersi conto è che le ricche monarchie del Golfo sono partner centrali di un uomo di affari come Donald Trump che a novembre prevede di ospitare alla Casa Bianca il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman.

Non solo. Smotrich non ha capito che il presidente americano più amico di Israele, che ha bombardato le centrali atomiche iraniane, sanzionato i giudici delle corti internazionali dell’Aja, che disprezza l’Onu e la legalità internazionale ha chiuso in un cassetto il suo progetto di espulsione dei palestinesi da Gaza e si è messo in testa di poter «realizzare la pace in Medio oriente».

Certo, i 20 punti del piano americano, vago e confuso, non porteranno da nessuna parte, tantomeno a uno Stato palestinese. Però il tycoon più passa il tempo e più ci crede. Lo dimostra in questi giorni anche il viavai di esponenti di punta dell’Amministrazione Usa in Israele: appena partito da Tel Aviv il vicepresidente Vance – che prima di decollare ha detto di ritenere possibile la ricostruzione della città di Rafah in due o tre anni -, ecco che atterra il Segretario di stato Marco Rubio, senza dimenticare i consiglieri del presidente Witkoff e Kushner.

E tutti hanno chiesto in coro a Israele di rispettare il cessate il fuoco a Gaza e l’accordo firmato a Sharm el Sheikh. Washington sa che Netanyahu e i suoi ministri di ultradestra, ora che gli ostaggi israeliani vivi sono tornati a casa, riprenderebbero volentieri l’offensiva contro Gaza usando come pretesto il disarmo di Hamas. Tuttavia, dopo l’incontro con Rubio ieri sera a Gerusalemme, Netanyahu ha usato toni concilianti «Ora ci aspettano giorni decisivi. Vogliamo promuovere la pace», ha detto. «Abbiamo ancora molto lavoro da fare, ma siamo molto ottimisti. Stiamo facendo buoni progressi», ha aggiunto Rubio.

Trump, si fa fatica a crederlo, comincia a rappresentare un problema per il governo Netanyahu. Il presidente ha anche fatto sapere che sta valutando la possibilità di chiedere (imporre) la scarcerazione di Marwan Barghouti, il Mandela della Palestina con un ampio livello di consenso popolare, che Tel Aviv vorrebbe tenere in una cella fino all’ultimo dei suoi giorni. La Casa Bianca, a quanto pare, considera Barghouti il leader di grado di guidare tutti i palestinesi e, di conseguenza, di facilitare il percorso del suo piano in Medio oriente.

Benyamin Netanyahu deve aver commentato «Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io» quando ha letto sul Time Magazine l’intervista in cui Trump ha escluso categoricamente che Israele possa annettersi la Cisgiordania così come prevede la legge israeliana approvata mercoledì alla Knesset in prima lettura. «Non accadrà. Ho dato la mia parola ai paesi arabi, e non si può tornare indietro. Abbiamo avuto un grande sostegno dal mondo arabo», ha dichiarato il presidente.

Qualsiasi tentativo di annessione, ha minacciato, «farebbe perdere a Israele tutto il sostegno degli Stati uniti». Il presidente Usa ha anche affermato di aver impedito a Netanyahu di combattere a Gaza una guerra che, a suo dire, senza il suo intervento sarebbe andata avanti per anni. «Avrebbe continuato a combattere, sarebbe andato avanti per anni. Ma l’ho fermato, e tutti si sono uniti quando l’ho fermato» ha raccontato. Dopo le parole di Trump Netanyahu ha ordinato di congelare «le proposte riguardanti l’applicazione della sovranità in Cisgiordania fino a nuovo avviso» e ha descritto la legge in discussione «una provocazione». Poco dopo il ministro degli Esteri Gideon Saar ha confermato che il governo non intende sostenere il voto parlamentare di due giorni fa.

Trump ha anche annunciato che potrebbe visitare Gaza e confermato che sarà lui a presiedere il Consiglio per la Pace, l’organismo al quale il suo piano assegna un ruolo fondamentale nella gestione futura di Gaza e del presunto «processo di pace» avviato nella regione mediorientale. «Mi hanno chiesto di essere il presidente.

Non era qualcosa che volessi fare, credetemi, ma il Consiglio per la Pace sarà un gruppo molto potente di persone, e avrà molta influenza in Medio oriente», ha affermato Trump descrivendo il consiglio come un mezzo per consolidare il cessate il fuoco. Quindi si è riferito ai leader di Hamas: «Possono anche opporsi, va bene, e allora nessuno avrebbe nulla in contrario se intervenissimo per rimetterli al loro posto». Ha aggiunto che se «Hamas non consegnerà le armi bisognerà entrare» a Gaza.

È arduo credere che Netanyahu accetti di presentarsi alle elezioni del prossimo anno con addosso l’immagine del leader che prima ha distrutto Gaza e bombardato mezzo Medio oriente e poi ha accettato il piano di Trump che non esclude uno Stato palestinese. Non mancherà di cogliere la prima buona occasione per aggirare i progetti di Trump.

Per il momento fa buon viso a cattivo gioco e lascia fare alla Casa Bianca che prevede la prossima normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia saudita e annuncia che Riyadh aderirà agli Accordi di Abramo entro la fine dell’anno. Netanyahu ora studia il piano provvisorio di Kushner volto a dividere Gaza in due aree, una sotto il controllo israeliano e l’altra sotto il controllo di Hamas, con la ricostruzione che partirebbe solo dal lato israeliano. Ne ha riferito il Wall Street Journal. L’altro giorno Kushner aveva affermato che «i fondi per la ricostruzione non andranno nelle aree controllate da Hamas». È evidente che una soluzione del genere porterebbe al controllo di fatto permanente di Israele sul 53% della Striscia che già occupa.

Nell’immagine: coloni israeliani bloccano l’accesso ai palestinesi in un uliveto a Sair (Hebron)


Una valigia per Norman

 

Era l’aprile del 2011 quando Norman Gobbi venne eletto nell’esecutivo ticinese. Era un momento d’incertezza facilmente trasformabili in paure; la voglia di ricette miracolose fece il resto. È stato sufficiente promettere la luna e la gente abboccò. A posteriori fa sorridere ricordare che ancor prima di essere in carica Gobbi raccontava a chi aveva voglia di starlo a sentire che avrebbe voluto dirigere il Di. Dipartimento che ha effettivamente ottenuto e diretto e per quasi tre lustri.

Dopo 15 anni i risultati della direzione di Gobbi sono oggi evidenti a tutti: un capolavoro di improvvisazione istituzionale che ha compromesso gravemente l’equilibrio tra i tre poteri della giustizia, dove magistratura e carcere sono state ampiamente trascurate e compromesse nel loro funzionamento. Durante i suoi mandati il ministro Gobbi ha più volte messo in campo una superficialità che mal si concilia con le finanze dello stato democratico nel quale oggi abbiamo l’illusione di vivere. Le strategie messe in atto dal DI, prevalentemente repressive, sono tra quelle disponibili le più costose in assoluto e mal si conciliano con gli scenari di criminalità diffusa con i quali oggi siamo confrontati. Le strategie preventive fanno sorridere e la distribuzione delle risorse tra i tre elementi che costituiscono il potere giudiziario è difficilmente comprensibile da una mente razionale: in magistratura mancano i segretari giudiziari, alla Stampa c’è il cartello “tutto esaurito” e in polizia c’è il personal trainer. Neppure i bambini sono stati risparmiati. Cosa pensare, ad esempio, di quelli obbligati a lunghe trasferte oltralpe per visitare la mamma in carcere, solo perché in Ticino si discute da più di un decennio della problematica, invece di provvedere? Delle conseguenze dell’inconcludenza di Gobbi quei bambini lì potrebbero parlarne a lungo.

E cosa dire dell’incidente e della faccenda degli etilometri? E di quella del Comandante della polizia che si è rifiutato di obbedire a un suo superiore, al punto che è dovuto intervenire un giudice per ricordargli quali sono i suoi doveri? I vertici del DI sembrano non essere consapevoli di essere chiamati a far rispettare le leggi e non ad adeguarle o interpretarle come più piace a loro. Alla lunga i cittadini, nel loro piccolo, s’incazzano. E noi siamo incazzati. Ma non solo noi. Pare infatti che 7 poliziotti su 10 abbiano da ridire sul proprio datore di lavoro.

Sono decine le riforme cominciate e mai partorite dal DI sotto il comando del leventinese: ARP, giustizia 2018, audit SAPEM, riforma rapporti Cantone-Comuni, progetto polizia ticinese del 2016, nuova sede della giustizia … e chi più ne ha più ne metta. Un’inconcludenza e uno spreco di risorse che oggi il cittadino comune fatica a capire e accettare. Quello che è chiaro per tutti è che non ci si può più permettere di mantenere politici che più che benefici generano costi che non sono solo inutili, ma spesso pure dannosi.

Se la politica è incapace di difendere il cittadino, il cittadino ha il diritto, ma anche il dovere per rispetto alle generazioni future, di invitare l’artefice del disastro a fare le valige. La spirale di sprechi che Gobbi ha innescato deve essere interrotta.

Per questo motivo ‘T’aspetto fuori’ ha indetto un incontro tra cittadini in piazza della Foca a Bellinzona. Chi vorrà potrà portare delle valige, delle borse o dei cartoni da lasciare alla reception del governo. Contenitori che serviranno al ministro Gobbi per fare le valige e tornarsene da dove è venuto. Ci vediamo in piazza della Foca a Bellinzona, sabato 25 ottobre alle 17.15.


L’ideologia di negare la scienza

 

Di Dante Caserta, il manifesto

Proprio alla vigilia del Consiglio di ieri, 19 Paesi membri dell’Ue, tra cui l’Italia, avevano scritto una lettera al presidente Costa chiedendo semplificazione, ma intendendo deregolamentazione. E ovviamente la deregolamentazione dovrebbe riguardare le normative green che sembrano da tempo il principale obiettivo dei governi e dei gruppi politici di centrodestra. Lo spostamento dei Popolari sulle posizioni di Conservatori e Patrioti, del resto, sta provocando una frana nelle politiche ambientali che avevano contraddistinto gran parte del primo mandato della «maggioranza Ursula», mentre i Socialisti, che pure hanno contribuito ad eleggere von der Leyen per il secondo mandato, restano più o meno a guardare.

Una semplificazione del corpus normativo dell’Unione e di alcune procedure per l’utilizzo dei fondi europei è auspicabile, ma la richiesta dei 19 Governi ha ben poco a che fare con la riduzione delle normative e la facilitazione dei processi. Ci si limita ad usarle per ottenere quello che chiedono capi di governo come Meloni: ridurre la normativa posta a tutela dell’ambiente e della salute. La presidente del Consiglio, del resto, è stata chiarissima nell’informativa al parlamento: il Green Deal è il nemico da abbattere insieme all’ambientalismo ideologico!

Ed è proprio curioso questo continuo richiamo all’ideologia da parte di Meloni, considerando che non vi è nulla di più ideologico che sostenere tesi che sono in antitesi con quello che suggerisce la scienza. Contravvenendo a quanto scienziati e ricercatori da anni dicono di fare per contrastare il cambiamento climatico, la distruzione della natura e l’inquinamento di aria, acqua e suolo, si chiede di ritardare qualsiasi misura efficace, rimanendo ancorati ad un vecchio modello di crescita economica ormai ambientalmente e socialmente insostenibile.

Via, quindi, le normative per controllare l’abuso di pesticidi nell’ambiente e su quello che mangiamo, via le regole comuni per impedire la distruzione delle foreste, via i tempi certi per il superamento dei motori a benzina e diesel, via le disposizioni per la rendicontazione della sostenibilità e per la trasparenza delle informazioni ambientali e sociali.

In questo modo si ottengono due risultati: si conquista il favore delle grandi lobby legate alle fonti fossili e ci si ingrazia l’ingombrante alleato d’oltreoceano. E sì, perché, non contento di aver demolito le normative ambientali in casa, Trump ha da tempo nel mirino quelle europee. Anzi, a giudicare da quanto riportato dal Financial Times gli Usa insieme al Qatar hanno scritto all’Unione europea quello che suona più o meno come un ricatto: se non rivedete le vostre politiche sugli obblighi per le imprese di prevenire, mitigare o ridurre al minimo gli impatti sui diritti umani e sull’ambiente, vi potete scordare il nostro gas.

E quanto è emerso dal Consiglio europeo, purtroppo, non offre alcuna garanzia che i leader dell’Ue non agiranno per ridurre o abrogare norme introdotte per proteggere la salute delle persone e l’ambiente. Del resto, se l’obiettivo fosse veramente la sola competitività, i governi dovrebbero accelerare l’attuazione degli impegni ambientali già assunti e non ritardarli: i risparmi che ne deriverebbero, infatti, sarebbero di gran lunga superiori ai limitati vantaggi economici attesi dalla deregolamentazione. Secondo le stime della stessa Commissione europea, infatti, la piena applicazione della normativa ambientale vigente potrebbe generare per l’economia dell’Unione un risparmio di 180 miliardi di euro l’anno in costi sanitari e ambientali, mentre dalla semplificazione deriverebbe un potenziale risparmio di soli 8 miliardi di euro annui.

L’autore è responsabile affari legali e istituzionali del Wwf Italia


Markus Krienke – E c’è voluto mezzo millennio