Macchine della menzogna: come l’IA alimenta la disinformazione russa in Francia

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Di Bruno Ruffilli, La Repubblica

Brevi video, messaggi virali, notizie sensazionali che compaiono sui social network. Spazzatura digitale come ce n’è tanta, a prima vista: ma in realtà dietro c’è un’operazione coordinata, precisa, tecnologicamente avanzata e politicamente caratterizzata. Punta alla Francia, al centro di una delle campagne di disinformazione più estese e sofisticate condotte dalla Russia negli ultimi anni.

La pista russa

Secondo Newsguard, l’operazione è riconducibile a Storm-1516, progetto legato alla ben nota Internet Research Agency, la “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo già implicata nelle ingerenze sulle elezioni presidenziali statunitensi del 2016. A coordinare parte di queste attività c’è John Mark Dougan, ex vice-sceriffo della Florida rifugiatosi a Mosca, oggi uno dei più attivi propagandisti del Cremlino. Esperto di tecniche di manipolazione online, Dougan ha messo al servizio dell’operazione le potenzialità dell’intelligenza artificiale generativa, usata non solo per creare contenuti falsi, ma per fare in modo che sembrino autentici, emotivamente coinvolgenti e soprattutto credibili.

Gli analisti hanno osservato come le bufale più virali siano comparse mentre la Francia rafforzava il proprio sostegno all’Ucraina, con dichiarazioni pubbliche del presidente Emmanuel Macron, visite diplomatiche e decisioni strategiche. In parallelo, negli Stati Uniti, Donald Trump si smarcava sempre più da un sostegno diretto a Kiev, lasciando a Parigi un ruolo di primo piano nel fronte occidentale. Questa esposizione ha reso la Francia il bersaglio ideale per la propaganda russa, che ha avuto gioco facile a sfruttare l’instabilità interna, le tensioni sociali, e le divisioni politiche tra il centro liberale di Macron e le opposizioni populiste, in particolare l’estrema destra di Marine Le Pen, storicamente vicina alle posizioni del Cremlino.

NewsGuard ha identificato cinque affermazioni false riconducibili a Storm-1516 che hanno preso di mira la Francia. Tutte sono diventate virali, generando oltre 55 milioni di visualizzazioni online tra dicembre 2024 e marzo 2025. Eccole:

  • un video che mostra un migrante del Ciad che confessa di aver violentato una dodicenne in Francia;
  • la notizia falsa secondo cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avrebbe acquistato segretamente Milleis Banque, una banca privata francese, per 1,2 miliardi di euro, nell’ambito di azioni di disinformazione russa volte ad accusare Zelensky di appropriarsi degli aiuti militari a scopi personali;
  • un video che sembrerebbe mostrare dei membri del gruppo militante islamista Hay’at Tahrir al- Sham che minacciano di dare fuoco alla cattedrale di Notre Dame;
  • un video che sembrerebbe mostrare un attivista francese che si occupa di AIDS di nome Réaulf Fleming, originario dei Caraibi, che afferma che il suo defunto fratello avrebbe avuto una relazione con Emmanuel Macron;
  • il video di un presunto ex studente della first lady francese Brigitte Macron che la accusa di aver abusato sessualmente di lui quando aveva 12 anni.
    Intelligenza artificiale e fake news

    Queste affermazioni false si sono diffuse in 38.877 post online, 1.284 dei quali pubblicati da account con sede in Francia, su una decina di piattaforme, tra cui X, Reddit, Facebook, Instagram, Rumble e Bitchute, e in diverse lingue, tra cui albanese, bulgaro, olandese, inglese, francese, tedesco, italiano, portoghese, rumeno, russo, sloveno e vietnamita.

    Il vero Torres, rintracciato da NewsGuard, ha smentito tutto: non aveva mai registrato quel video né mosso simili accuse. Le sue immagini erano state rubate da un annuario scolastico e trasformate in un modello 3D realistico ma artificiale. Anche Fleming esiste realmente, così come suo cugino Dimitri, ma le dichiarazioni, il contesto e persino l’identità dell’uomo nel video sono stati manipolati con tecnologie IA. Eppure, cinque chatbot tra i più utilizzati – compreso Le Chat, sviluppato dalla francese Mistral – hanno rilanciato la storia senza alcuna verifica, alimentando ulteriormente la confusione.

    Un’indagine di NewsGuard ha precedentemente rilevato che i principali chatbot di IA generativa occidentali hanno ripetuto le narrazioni di disinformazione legate a Storm-1516 il 32% delle volte, grazie a una strategia di “riciclaggio” delle narrazioni attraverso falsi siti di notizie locali e video diffusi su YouTube. Dougan stesso ha illustrato questa strategia durante una tavola rotonda a Mosca il 27 gennaio 2025: “Più si fa un simile [riciclaggio di narrazioni], più si diffondono informazioni diverse, e più questo influisce sull’amplificazione”, ha spiegato. “Non solo influisce sull’amplificazione, ma anche sull’IA futura… spingendo queste narrazioni russe dalla prospettiva russa, possiamo effettivamente cambiare l’IA mondiale”.

    Il ruolo dei social network

    Oltre a essere ripetuta da alcuni chatbot, la notizia di Fleming è diventata virale sui social network. Un giorno dopo il caricamento del video su YouTube, è stata poi ripresa da SeneNews e ActuCameroun, due siti di notizie dell’Africa occidentale che, secondo NewsGuard, hanno in precedenza già pubblicato disinformazione russa e sono stati citati da alcuni chatbot nelle loro risposte. Il primo aprile 2025, l’affermazione falsa è stata quindi diffusa dalla rete Pravda, composta da circa 150 siti pro-Cremlino con sede a Mosca, che riciclano disinformazione in più lingue, apparentemente nel tentativo di contaminare i web crawler e l’intelligenza artificiale generativa. L’affermazione ha generato in totale 14,6 milioni di visualizzazioni.

    Secondo i dati raccolti da Viginum, l’agenzia governativa per la lotta alla manipolazione dell’informazione, la Francia è oggi il secondo Paese europeo più bersagliato dopo l’Ucraina. Il primo ministro François Bayrou, intervenuto a un forum nel marzo 2025, ha parlato di “interventi massicci provenienti dalla Russia”, denunciando una nuova fase nella guerra dell’informazione, resa possibile proprio dalla potenza dell’intelligenza artificiale.

    In questo contesto, i social network diventano terreno di battaglia. La loro capacità di amplificare contenuti virali, unita al progressivo allentamento delle misure di moderazione da parte delle piattaforme, ha permesso a Storm-1516 di operare senza ostacoli. La sola Francia ha visto circolare circa 39.000 post con queste false narrazioni in pochi mesi, in almeno 13 lingue, e con una diffusione capillare.

    A fronte di questa nuova offensiva, la reazione europea appare ancora incerta. Mentre le piattaforme continuano a oscillare tra esigenze di moderazione e libertà di espressione, e le aziende che sviluppano IA restano opache sui dati di addestramento, le campagne di disinformazione si fanno sempre più precise, automatizzate e persistenti. La lotta non è più tra verità e menzogna, ma tra sistemi informativi robusti e fragilità cognitive, tra cittadini consapevoli e algoritmi ingannabili.

    Gli Stati Uniti

    Se la Francia rappresenta l’ultimo fronte di un’offensiva sofisticata e mirata, gli Stati Uniti restano il laboratorio per eccellenza della propaganda digitale del Cremlino. Un sondaggio nazionale condotto da YouGov per conto di NewsGuard, ha rivelato che un terzo degli americani crede ad almeno una delle false affermazioni attualmente diffuse dai media russi. Il 33,9% dei partecipanti al sondaggio ha identificato come vere almeno una tra tre dichiarazioni false generate o amplificate da emittenti controllate dallo Stato russo, tra cui RT e TASS. Meno di un quarto degli intervistati è riuscito a riconoscere tutte e tre le narrazioni per quello che sono: disinformazione.

    Il 61% degli americani, ad esempio, non è stato in grado di identificare come falsa l’affermazione secondo cui tra il 30 e il 50% degli aiuti statunitensi all’Ucraina sarebbe stato rubato da funzionari ucraini. Un’altra narrativa russa, secondo la quale il gradimento del presidente Zelensky sarebbe crollato al 4%, è stata ritenuta verosimile dal 19% degli intervistati, nonostante non esistano sondaggi che confermino questi numeri: le rilevazioni indipendenti mostrano infatti un consenso tra il 57 e il 63%.

    Ancora più sorprendente è il dato relativo a una terza bufala, secondo cui l’Ucraina avrebbe venduto ad Hamas armi donate dagli Stati Uniti. Solo il 44% dei partecipanti ha saputo riconoscere la falsità dell’informazione, diffusa inizialmente su video anonimi sui social e successivamente rilanciata da figure istituzionali russe come Dmitry Medvedev e dai principali media statali del Cremlino.

    Destra e sinistra

    Nel complesso, il 78% degli americani coinvolti nel sondaggio ha creduto ad almeno una delle dieci dichiarazioni false loro presentate, e soltanto lo 0,9% è riuscito a identificarle tutte come errate. Il test ha incluso anche disinformazione non legata alla Russia, riguardante temi di salute pubblica, come l’efficacia dei vaccini anti-Covid (un partecipante su cinque ha creduto che abbiano causato milioni di morti nel mondo), e il contesto politico interno, come la falsa affermazione secondo cui Elon Musk e Starlink avrebbero manipolato le elezioni del 2024, o che immigrati haitiani avrebbero rapito e mangiato animali domestici in Ohio (una falsità rilanciata anche dal presidente Trump).

    La vulnerabilità alla disinformazione, va infine sottolineato, non ha confini politici: Democratici e Repubblicani hanno fornito dati simili, sebbene gli elettori repubblicani siano risultati più inclini a credere alle fake news provenienti dalla Russia (57,6%) rispetto ai Democratici (17,9%).


I pesi massimi dell’intelligenza artificiale chiedono di porre fine alla ricerca sulla “superintelligenza”

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Di , The Conversation

Lavoro nel campo dell’intelligenza artificiale da oltre trent’anni, anche con pionieri come John McCarthy, che nel 1955 coniò il termine “intelligenza artificiale”. Negli ultimi anni, le scoperte scientifiche hanno portato alla creazione di strumenti di intelligenza artificiale che promettono progressi senza precedenti in medicina, scienza, economia e istruzione.

Allo stesso tempo, le principali aziende di IA hanno dichiarato l’obiettivo di creare una superintelligenza: non solo strumenti più intelligenti, ma sistemi di IA che superino significativamente tutti gli esseri umani in quasi tutte le attività cognitive.

La superintelligenza non è solo una moda. È un obiettivo strategico determinato da pochi privilegiati e sostenuto da centinaia di miliardi di dollari di investimenti, incentivi commerciali, tecnologie di frontiera nel campo dell’IA, e alcuni dei migliori ricercatori al mondo.

Quella che una volta era fantascienza è diventata un obiettivo ingegneristico concreto per il prossimo decennio. In risposta, io e centinaia di altri scienziati, leader mondiali e personaggi pubblici abbiamo firmato una dichiarazione pubblica che chiede la cessazione della ricerca sulla superintelligenza.

Cosa dice la dichiarazione

La dichiarazione, pubblicata dall’organizzazione no profit per la sicurezza dell’IA Future of Life Institute, non è un appello a una pausa temporanea, come abbiamo visto nel 2023. È un appello breve e inequivocabile a un divieto globale:

Chiediamo che venga vietato lo sviluppo della superintelligenza, divieto che non potrà essere revocato finché non vi sarà

  1. un ampio consenso scientifico sulla sicurezza e controllabilità di tale sviluppo, nonché
  2. un forte sostegno da parte dell’opinione pubblica

L’elenco dei firmatari rappresenta una coalizione straordinariamente ampia, che colma divisioni che poche altre questioni riescono a superare. Sono presenti i “padrini” dell’IA moderna, come Yoshua Bengio e Geoff Hinton. Lo stesso vale per i principali ricercatori nel campo della sicurezza, come Stuart Russell dell’Università di Berkeley.

Ma la preoccupazione ha superato i confini del mondo accademico. L’elenco include leader del settore tecnologico e imprenditoriale come il cofondatore di Apple Steve Wozniak e Richard Branson di Virgin. Sono presenti figure politiche e militari di alto livello di entrambi gli schieramenti politici statunitensi, come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice e l’ex presidente del Joint Chiefs of Staff Mike Mullen. Sono inclusi anche personaggi di spicco dei media come Glenn Beck e l’ex stratega di Trump Steve Bannon, insieme ad artisti come Will.I.am e storici rispettati come Yuval Noah Harari.

Perché la superintelligenza rappresenta una sfida unica

L’intelligenza umana ha profondamente trasformato il pianeta. Abbiamo deviato i fiumi per generare elettricità e irrigare i terreni agricoli, trasformando interi ecosistemi. Abbiamo collegato il globo con mercati finanziari, catene di approvvigionamento, sistemi di traffico aereo: enormi imprese di coordinamento che dipendono dalla nostra capacità di ragionare, prevedere, pianificare, innovare e costruire tecnologia.

La superintelligenza potrebbe estendere questa traiettoria, ma con una differenza cruciale. Le persone non avranno più il controllo. Il pericolo non è tanto una macchina che vuole distruggerci, ma una che persegue i propri obiettivi con competenza sovrumana e indifferenza verso i nostri bisogni.

Immaginate un agente superintelligente incaricato di porre fine al cambiamento climatico. Potrebbe logicamente decidere di eliminare la specie che produce gas serra.

Se gli si impartisse l’ordine di massimizzare la felicità umana, potrebbe trovare un modo per intrappolare ogni cervello umano in un ciclo perpetuo di dopamina. Oppure, nel famoso esempio del filosofo svedese Nick Bostrom, una superintelligenza incaricata di produrre il maggior numero possibile di graffette potrebbe cercare di convertire tutta la materia della Terra, compresi noi, in materia prima per le sue fabbriche.

Il problema non è la malizia, ma l’inadeguatezza: un sistema che interpreta le sue istruzioni in modo troppo letterale, con il potere di agire in modo intelligente e rapido.

La storia dimostra cosa può andare storto quando i nostri sistemi crescono oltre la nostra capacità di prevederli, contenerli o controllarli.

La crisi finanziaria del 2008 è iniziata con strumenti finanziari così complessi che nemmeno i loro creatori potevano prevedere come avrebbero interagito fino al collasso dell’intero sistema. I rospi introdotti in Australia per combattere i parassiti hanno invece devastato le specie autoctone. La pandemia di COVID ha messo in luce come le reti di trasporto globali possano trasformare focolai locali in crisi mondiali.

Ora siamo sul punto di creare qualcosa di molto più complesso: una mente in grado di riscrivere il proprio codice, riprogettare e raggiungere i propri obiettivi, e superare in intelligenza tutti gli esseri umani messi insieme.

Una storia di governance inadeguata

Per anni, gli sforzi per gestire l’IA si sono concentrati su rischi quali la distorsione algoritmica, la privacy dei dati e l’impatto dell’automazione sui posti di lavoro.

Si tratta di questioni importanti, ma che non affrontano i rischi sistemici legati alla creazione di agenti autonomi superintelligenti. L’attenzione si è concentrata sulle applicazioni, non sull’obiettivo finale dichiarato delle aziende di IA di creare una superintelligenza. La nuova dichiarazione sulla superintelligenza mira ad avviare un dibattito globale non solo su specifici strumenti di IA, ma sulla destinazione verso cui gli sviluppatori di IA ci stanno guidando.

L’obiettivo dell’IA dovrebbe essere quello di creare strumenti potenti al servizio dell’umanità. Ciò non significa agenti autonomi superintelligenti in grado di operare al di là del controllo umano senza allinearsi al benessere dell’uomo.

Possiamo avere un futuro di scoperte mediche, scoperte scientifiche e istruzione personalizzata basate sull’IA. Nessuna di queste cose richiede la creazione di una superintelligenza incontrollabile che potrebbe decidere unilateralmente il destino dell’umanità.

Traduzione a cura della redazione


Super ricchi alla cassa!

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

I giovani antifascisti che, all’inizio degli anni quaranta del secolo scorso, frequentavano l’Osteria Becco Giallo, in via Cantonale a Lugano, amavano raccontare una battuta, forse suggerita dal gerente Dante Bassi: “Ricordati che quando un ricco ti stringe la mano, ti ha già rubato qualcosa”. Un aforisma con assonanze marxiane, che i giovani di allora hanno tramandato ai figli, e i figli ai nipoti. Giusto: certe tradizioni vanno salvaguardate!

Un concetto che può sembrare astruso, ma ribadito anche dal Barone Pierre de Coubertin, promotore delle Olimpiadi moderne, che disse: “l’onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi”.

Queste battute meritano di essere ricordate per capire, giustificare e condividere l’iniziativa popolare “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo (Iniziativa per il futuro)”. La proposta vuole prendere i soldi per la protezione del clima dove ci sono. Prevede l’introduzione di un’imposta federale sulle successioni e sulle donazioni delle persone fisiche. Sull’importo eccedente i 50 milioni di franchi, sarebbe prelevata un’imposta del 50 per cento, da dividere tra Confederazione, due terzi, e Cantoni, un terzo. Per un patrimonio di 100 milioni lasciato in eredità, 50 milioni si tramanderebbero, la metà dei restanti 50 andrebbe allo Stato. Gli eredi riceverebbero complessivamente 75 milioni di franchi.

Il gettito della nuova imposta, secondo i promotori, circa 6 miliardi di franchi l’anno, dovrà essere utilizzato “per combattere la crisi climatica in modo socialmente equo e per apportare all’economia nel suo complesso la trasformazione necessaria a tal fine”. Secondo le stime dell’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC), il gettito teorico sarebbe inferiore, pari a 4,3 miliardi l’anno.

Secondo stime dell’AFC, nel 2021 vi erano in Svizzera circa 2500 contribuenti con un patrimonio superiore ai 50 milioni di franchi, lo 0,05 del totale. I dati sono chiari. I nababbi  sono sempre più ricchi, mentre salari e stipendi  sono fermi e la classe media è confrontata con un aumento del costo della vita non indifferente.

Negli ultimi vent’anni, il patrimonio delle 300 persone più ricche della Svizzera è raddoppiato, raggiungendo oggi la cifra di 883,5 miliardi di franchi. I soldi ci sono, malgrado i piagnistei dei borghesi che ci ripetono la sciocca favola dello stato – famiglia. Ricordiamo che “il rapporto debito PIL della Svizzera è tra i più bassi al mondo, con il debito pubblico lordo stimato intorno al 38% del PIL nel 2023 e il rapporto del debito netto previsto al 16,8% nel 2026”.

Un recente sondaggio rivela che il 67% degli interrogati si oppone all’iniziativa e solo il 31% la sostiene. Fa specie che anche chi guadagna poco sia contrario all’iniziativa. Insomma, anche la classe media o medio bassa preferisce pagare imposte di tasca propria piuttosto che chiedere soldi ai super ricchi. Come mai? Atteggiamento reverenziale nei confronti dei miliardari? Masochismo? Forse. Ma soprattutto, timore che l’iniziativa abbia un effetto negativo, come il pensiero unico borghese prefigura. La storia è la solita: se si aumentano le tasse ai ricchi, questi scappano dalla Svizzera e alla fine si perde gettito fiscale e quindi le imposte aumentano per tutti.

Può darsi che qualcuno lasci la Svizzera per qualche altro paradiso fiscale. Ma è tutto da dimostrare. In genere i benestanti che scelgono questo Paese lo fanno per la qualità di vita, per la sicurezza, per la comodità, per le scuole, per il sistema sanitario, ecc. La fuga dei nababbi è uno spauracchio agitato dai contrari all’iniziativa. È invece vero che molti super facoltosi, spaventati o previdenti, in questi ultimi mesi hanno già lasciato ai parenti le loro fortune.

In Spagna l’imposta di successione può ammontare all’81%, a dipendenza delle regioni e del grado di parentela, Belgio 80%, Francia 60%, Germania 50%. Regno Unito 40%. Negli Stati Uniti era del 77% ai tempi del New Deal fino agli anni settanta, ora è del 40%.

Il 50% previsto dall’iniziativa elvetica è in linea con questi Paesi.

L’iniziativa per il futuro, lanciata dai giovani socialisti, è sostenuta dal PS, dai Verdi e dal Partito del lavoro. Dieci anni fa, un’iniziativa analoga che proponeva di tassare le eredità milionarie per finanziare l’AVS è stata bocciata sonoramente dal 71% dei votanti. Il 30 novembre non sarà facile spuntarla, visto il sondaggio citato.

È ora di correggere le disuguaglianze di questo Paese combattendo l’avidità dei capitalisti e andando a prendere i soldi dove sono stati accumulati!

Il 30 novembre sì all’iniziativa per il futuro!


Casvegno, la battaglia mai conclusa

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Il podcast La rivoluzione di Casvegno sarà presentato venerdì 24 ottobre (ore 18.30) alla Filanda di Mendrisio. Parteciperanno alla serata Olmo Cerri, Giovanna Poletti, Francesca Giorzi, Willy Lubrini, Valentino Garrafa, Consuelo Rigamonti e Angelo Maresca

Il trailer della serie, che si può ascoltare per intero su RSI Podcast

La storia di quella che oggi si chiama Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (ma che ha avuto una serie di nomi, tra cui manicomio, ONC o “il neuro”) non riguarda solamente i cambiamenti che l’hanno contraddistinta e le migliaia di persone che in 150 anni vi sono passate, ma anche la società tutta. Solo una comunità umana che conosca la storia della psichiatria del proprio cantone, sarà in grado di comprenderne anche le necessità e le caratteristiche.

L’istituto, che si trova suddiviso in diversi edifici all’interno del grande parco regalato da Agostino Maspoli alla collettività nella seconda metà dell’Ottocento, ha avuto uno sviluppo e un’evoluzione che lo rendono unico a livello nazionale. Molte sono state le fasi e le modalità di cura che si sono avvicendate negli anni, a testimonianza di una disciplina, quella psichiatrica, tutto sommato sperimentale. Il cambiamento epocale avvenne poco più di mezzo secolo fa, con la creazione del Club 74, nato sulla scia dei grandi cambiamenti che avevano reso celebri strutture e medici all’estero (pensiamo soprattutto all’esperienza di La Borde in Francia, portata a Mendrisio da Ettore Pellandini, e all’influenza di Franco Basaglia che dalla vicina Italia arrivò fino a noi) e che erano stati ripresi alle nostre latitudini da un gruppo di psichiatri progressisti e dal giovane giurista Marco Borghi, padre della legge sociopsichiatrica LASP.

Questa storia lunga un secolo e mezzo, che è soprattutto una storia umana, è ora raccolta nel podcast La rivoluzione di Casvegno, realizzato da Olmo Cerri e prodotto dalla RSI. In sette puntate vi si ripercorrono le vicende del “manicomio” di Mendrisio, dando voce a chi è stato testimone di tempi e idee di un’altra epoca, ma anche a chi si ritrova ad affrontare sfide nuove, come l’acuirsi delle problematiche di salute mentale, e la nascita di nuove patologie.

Abbiamo parlato con Olmo Cerri del suo lavoro, durato diversi mesi

Olmo, come è nata l’idea di questo podcast?
In occasione dell’anniversario del Club 74 mi hanno chiesto se fossi interessato a raccontarne la storia. Una ventina di anni or sono avevo fatto uno stage all’OSC ed era stata per me un’esperienza umanamente importante, per cui avevo già una minima conoscenza di quella realtà, ho dunque accettato subito. Sin dall’inizio ho però capito che, per raccontare il Club 74, nato come elemento di rottura e di discontinuità con la gestione precedente, era necessario raccontare anche ciò che c’era stato prima, partendo almeno dall’Ottocento.

Come hai proceduto per la raccolta del materiale?
Anzitutto ho seguito la mappa di relazioni che già avevo, poi ho preso contatto con Graziano Martignoni, che era stato mio docente alla SUPSI, e con Manolo Lacalamita, che era stato il mio responsabile di stage… a quel punto tutto si è esteso a macchia d’olio. Parallelamente ho svolto un lavoro più classico di ricerca di vecchi articoli in biblioteca e di reportage nelle teche della RSI. Mi sono appoggiato molto anche a Marco Nardone, uno storico che ha avuto accesso agli archivi dell’OSC. Infine, ho fatto venticinque lunghe interviste, poi sottoposte a un montaggio durato settimane.

Hai trovato delle resistenze?
No, ho trovato molta onestà, anche riguardo a dei periodi che oggi risultano difficili o crudi. Penso ad esempio all’elettroshock, alcune persone che ho intervistato me ne hanno parlato, ma hanno anche saputo spiegarmi perché in quel momento sembrasse giusto farlo e ci fosse anche una precisa logica scientifica.

Quali sono state le reazioni?
Mi sono reso conto che in ogni famiglia c’è qualcuno che ha avuto dei problemi di salute mentale e questo ci permette di sentirci un po’ tutti coinvolti in questa storia. Forse, se fossimo usciti dieci anni fa non avremmo trovato questa apertura verso il disagio psichico, ma allo stesso tempo non sono così sicuro che oggi sia un momento particolarmente propizio, perché se è vero che da una parte si parla tanto di psichiatria, dall’altra lo stigma a essa legato non è ancora scomparso, ci sono ancora molti pregiudizi.

Quali sono le maggiori criticità che hai osservato? Sembra che l’OSC abbia quasi raggiunto la capienza massima, e a ciò si aggiungono nuove tipologie di persone ricoverate. Ci sono la malattia psichiatrica, ma anche le dipendenze, nuove forme di sociopatia e il disagio giovanile. La tua posizione privilegiata di esterno, dunque, con uno sguardo fresco ti permette di identificare dove occorrerebbe si chinasse l’agenda politica.
Non è un caso che il Club 74 sia nato sulla scia lunga del 68, un periodo di voglia di democrazia, di messa in discussione delle gerarchie e di ricerca di un rapporto diverso tra le persone. Oggi però a livello globale viviamo in un periodo molto diverso, in cui si respira aria di chiusura, di perdita dei diritti e di democrazia. E questo “vento di chiusura” potrebbe rischiare di arrivare anche a Casvegno. Inoltre, in un’epoca di tagli nel pubblico, vi è il rischio che si intacchino le istituzioni sociosanitarie o che non vi si investa abbastanza. Come hanno raccontato i testimoni intervistati, oggi per molte persone l’OSC non è il posto più adatto per curarsi, e mi auspico che i progetti per aprire degli spazi esterni vadano a buon fine. Degli anni Settanta ci manca lo spirito di messa in discussione, quindi, come società, dobbiamo stare attenti a ciò che succede. I diritti acquisiti non vanno dati per scontati, e le battaglie non sono mai finite. Nel podcast raccontiamo ad esempio della privazione della libertà a certe categorie di persone. Oggi le persone che si vedono privata la libertà senza aver commesso dei reati ci sono ancora: ad esempio i migranti.

Cosa ti ha cosa ti ha lasciato questo lavoro?
Ho scoperto molte cose che non sapevo e, come sempre, mi sono reso conto di quanto siano complesse. Ho capito ad esempio che chi praticava la lobotomia non era un criminale, ma qualcuno che cercava di guarire una persona malata. È necessario inserire il passato nel contesto dell’epoca ed evitare di semplificare troppo. Si tratta di una materia complessa e delicata.

La salute mentale è un tema molto attuale e in evoluzione. Ci sarà un’ottava puntata del podcast?
Per ora non è prevista, ma ci sono molti temi interessanti che potrebbero venire approfonditi, dall’uso degli allucinogeni in psichiatria, ai progetti di cura al di fuori dalle strutture classiche.

Nell’immagine: un paziente dell’Ospedale Neuropsichiatrico cantonale di Mendrisio nel 1934 (dal fondo della Fondazione Pellegrini Canevascini tramite lanostraStoria.ch)


La premier Meloni “cortigiana” di Trump: come dar torto al segretario CGIL?

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Certe miserie italiche per carità di patria meriterebbero il silenzio, ma quando superano i limiti del cortile di casa spinte dai cosiddetti giornaloni, la tentazione di parlarne è assai forte. Così diventa inevitabile cadere nella trappola e commentare la recente uscita dell’ineffabile presidente del Consiglio Giorgia Meloni, affidata a un post in risposta a Maurizio Landini, segretario della CGIL (Confederazione generale italiana del lavoro) da lei accusato nientedimeno di averle dato della prostituita.

La tenzone si gioca in punta di vocabolario. Landini, ospite della trasmissione “Di Martedì” su La 7, interpellato da Giovanni Floris in merito all’accordo sulla sempre più fragile tregua tra Israele e Hamas, mette in rilievo l’importanza delle manifestazioni pro-Palestina e muove una pesante critica alla premier (che si era vantata di aver avuto un ruolo nell’intesa), la quale, dice, «si è limitata a fare la cortigiana di Trump e non ha mosso un dito».

Dura la risposta della premier su X: «Penso che tutti conoscano il significato più comune attribuito a questa parola, ma, a beneficio di chi non lo sapesse, ne pubblico la prima definizione che si trova facendo una rapida ricerca su Internet. Ed ecco a voi un’altra splendida diapositiva della sinistra: quella che per decenni ci ha fatto la morale sul rispetto delle donne, ma che poi, per criticare una donna, in mancanza di argomenti, le dà della prostituta». La premier ha anche pubblicato la definizione di un dizionario: «Donna dai facili costumi, etera; eufem. Prostituta».

Ma davvero Landini ha dato della prostituta a Meloni?

La sua era una critica strettamente politica, come si coglie dalla puntualizzazione «e non ha mosso un dito», che esclude in modo palese l’accezione sessuale o sessista. Eppure si è scatenato un putiferio mediatico. Era chiaro il significato dato dal sindacalista alla parola incriminata: voleva denunciare la subalternità e la compiacenza della premier nei confronti di Trump, l’appartenenza alla sua “corte”, non era certo un riferimento alla prostituzione.

Del resto, Meloni non perde occasione per manifestare la condivisione degli “ideali” trumpiani. L’ultima, recentissima, è questa: in un video inviato alla National Italian American Foundation in occasione della festa per i cinquant’anni dall’istituzione, ringrazia il presidente americano per la battaglia contro la «cultura woke che vuole dividerci». E Trump, di rimando, pubblica sulla piattaforma Truth il celebre discorso pronunciato dal palco di Vox, in Spagna: «Io sono Giorgia. Sono una donna. Sono una madre. Sono cristiana».

Il povero Landini si è guadagnato anche, in diretta TV, le reprimende dei politicamente corretti Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, e Maurizio Molinari, il quale, orfano della direzione di Repubblica, scorrazza quasi ogni giorno da un talk show all’altro. Quest’ultimo, con l’aria greve di un professore di morale che la sa lunga sui comportamenti umani, ha invitato Landini a chiedere umilmente e pubblicamente scusa alla premier.

Meloni è riuscita, alla fine, a dare prova magistrale di ciò che sa meglio esercitare: l’arte di distrazione di massa. Cosa alquanto utile per il suo governo nei giorni in cui la controversa legge di bilancio 2026 è al vaglio dei burocrati di Bruxelles, in attesa di approdare alle Camere per l’approvazione definitiva.

Insomma, chiudiamola lì: Landini non ha alcun bisogno di scusarsi. L’epiteto “cortigiana” rientra nel suo diritto alla critica e non è un insulto. Come dargli torto, considerato che questo è il giudizio condiviso anche da molti milioni di italiani?

Ma, pensandoci bene, un errore si potrebbe comunque attribuire al segretario CGIL. Più che un errore, una svista. Sarebbe bastato, infatti, che si fosse attenuto alla direttiva di Meloni d’inizio mandato governativo, quando diede precise disposizioni per essere chiamata “il presidente del Consiglio”, quasi che preporre l’articolo determinativo femminile “la” per una carica istituzionale da sempre ricoperta da uomini sminuisse l’autorevolezza del ruolo, riconoscendo in tal modo la supremazia del maschio. È proprio il caso di dirlo, viva il patriarcato!

Insomma, se avesse detto che «il presidente Meloni è cortigiano di Trump» non ci sarebbero stati dubbi interpretativi, non solo in virtù di vocabolario, che per la parola “cortigiano” indica un significato unico e non doppio, cioè non contempla l’accezione di “prostituto”; ma anche perché è ben noto lo sfrenato interesse del presidente USA esclusivamente per il sesso femminile, che tanti guai gli ha provocato in patria. Trump ne ha dato prova, proprio al cospetto di Meloni, anche a Sharm el-Sheikh, Egitto, dove il 13 ottobre è andato in scena il surreale show per celebrare la firma dell’accordo su Gaza.

In una coreografia scrupolosamente studiata, degna del “leader supremo” Kim Jong-un, oltre 30 capi di stato e di governo (onore alla Svizzera, che non aveva suoi rappresentanti) si sono trovati a fare da comparse, alla stregua di pagliacci, attorno al capo-clown, invitati o, meglio, convocati, da Trump stesso, congiuntamente con il dittatore egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

In quell’occasione il presidente americano ha manifestato plateali apprezzamenti, questi sì sessisti, per la premier italiana, unica femmina tra tanti maschi, presentandola come «a beautiful woman», una bella donna, e aggiungendo sornione che negli Stati Uniti una frase del genere gli sarebbe costata cara. Mancava soltanto una pacca sul sedere per completare la scena. Meloni, come si è visto nella diretta televisiva, ha abbozzato con imbarazzo un sorriso, non era dato capire se di convenienza o di compiacimento. Nessun segno apparente di disappunto, neppure un’alzata di sopracciglio, come invece avrebbe richiesto quell’apprezzamento maschilista.

Certo è più comodo per lei prendersela con Landini, oppure con i milioni di persone che nelle ultime settimane sono scese in piazza per Gaza, a proposito delle quali ha sintetizzato il suo nobile pensiero in un comizio alla vigilia delle elezioni regionali in Toscana: «La sinistra italiana è più fondamentalista di Hamas». Affermazioni incommentabili e fomentatrici d’odio, fuori controllo al pari di quelle uscite dalla bocca di uno dei 1.760 giornalisti RAI, anzi, una giornalista.

Costei, di nome Incoronata Boccia, direttrice dell’ufficio stampa della radiotelevisione di Stato ed ex-vicedirettrice del TG1, durante un convegno nel secondo anniversario della mattanza dei miliziani di Hamas in Israele, si è bellamente lasciata andare: «Non esiste una sola prova che l’esercito israeliano abbia mitragliato civili inermi. Vergogna per il suicidio del giornalismo che si è piegato alla propaganda dei set di Hamas. Ad Hamas potrebbero dare il premio Oscar per la migliore regia».

In questi giorni è capitato anche di sentire una ministra della Repubblica, Eugenia Maria Roccella, titolare del dicastero per le Pari opportunità e la Famiglia, definire sprezzantemente «gite» i viaggi organizzati dalle scuole ad Auschwitz, perché servono «a dirci che l’antisemitismo riguardava un tempo collocato in una precisa area: il fascismo». Persino il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha avuto per lei parole di biasimo.

Che volete di più? Siamo nel Paese di Sottosopra.

Nell’immagine: Trump e Meloni alla Casa Bianca


Quella politica dell’odio figlia dell’America

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Di Flavia Perina, La Stampa

L’ultimo video Donald Trump, con la corona da re, che pilota un caccia e sgancia letame sul corteo dei dimostranti “No King”, dovrebbe aprirci gli occhi sul dibattito sull’odio che si è da tempo acceso in Italia. Questa tanto indagata politica dell’odio, questo flusso dell’eccesso rancoroso e vendicativo, forse altro non è che una moda americana di successo, la riprova di una egemonia Usa mai tramontata anche sotto il profilo culturale. Quando c’era Barak Obama la tendenza era essere piacevoli, giovanili, se possibile bravi ballerini, oratori impeccabili, e ci provarono un po’ tutti a risultare obamiani anche se nessuno c’è riuscito mai fino in fondo. L’amore che vince sull’odio era il mood del momento, adottato anche da Silvio Berlusconi che ci teneva a essere rappresentato come capo generoso e benevolo con tutti. Adesso la prepotenza conquista.

Nel secondo filmato di giornata Trump si rappresenta come Carlo Magno o forse Re Artù davanti a un gruppo di sudditi che piega il ginocchio e il capo sottomettendosi al sovrano. O l’inchino o la cacca in testa: il messaggio è molto chiaro. I Maga andranno in sollucchero. «Nelle urne la scelta è tra amore e odio» dice il candidato laburista che nella serie Slow Horses fronteggia un populista stile Nigel Farage. Siamo andati assai avanti, perché la scelta adesso sembra essere soltanto tra due tipi di odio. Quelli che odiano la destra che mette a rischio «la libertà e la democrazia» – come ha detto Elly Schlein dal palco dei socialisti europei – e quelli che odiano la sinistra perché è peggio di Hamas, secondo una celebre citazione di Giorgia Meloni. Nella terra di mezzo non esiste più niente. L’analisi politica ha convinto chiunque fa politica che il segreto del successo sia nella radicalizzazione del messaggio. In ordine, solo nell’ultimo mese: da destra la celebrazione di Charlie Kirk, una delle voci più estremiste del trumpismo.

Da sinistra la beatificazione di Francesca Albanese, capitana dell’oltranzismo palestinese. Da destra la richiesta di ergastolo per quelli della Flottilla per aver messo a rischio di guerra l’Italia. Da sinistra il capo del principale sindacato che dà della cortigiana alla presidente del consiglio. Sembra un fenomeno nuovo, ma in America la spettacolarizzazione politica dell’odio è pane quotidiano da un pezzo. Fanno furore le sfide televisive tra gente che si odia, «Un conservatore contro 10 femministe» o «un progressista contro 20 conservatori di estrema destra», ma anche «scienziati contro terrapiattisti». I canali Youtube fanno soldi portando alla rissa squadre composte da coppie con figli o senza. Sono dibattiti in cui vale tutto, inneggiare a Hitler o chiedere la sterilizzazione degli avversari anche perché, a differenza dell’Europa e dell’Italia, l’America non prevede distinzioni tra il free speech e l’hate speech: i nazisti dell’Illinois possono andare in giro con le svastiche e volendo pure con i cappucci del Ku Klux Klan. Già è una fortuna non essere arrivati anche da noi alla guerra della cacca sui dimostranti o allo show «un meloniano contro dieci amici di Shlein». Ma la strada sembra quella, tantoché pure il vecchio dibattito sulla libertà di parola ne risulta travolto: al pubblico di destra il «cortigiana» di Landini non sembra simmetrico all’«orango» di Roberto Calderoli a Cecile Kyenge, e viceversa, perché quel che conta è la squadra in cui si guerreggia (e pure quella fino a un certo punto: il voto del Pd salvò il ministro leghista dal processo per istigazione all’odio razziale). A sinistra il «come Hamas» di Meloni non è percepito come il «destra bombarola» evocato da un giro di parole da Elly Schlein, anzi: il primo giustifica il secondo. Nelle candidature tutti cercano l’estremista che fa bandiera, quello che ha dato degli anormali ai gay, quella che ha inneggiato alle Brigate Rosse, la famosa okkupante di case, quello che sputa al cittadino troppo curioso. L’invito ad abbassare i toni viene rilanciato da una fazione all’altra, ogni giorno, come un corpo contundente. E’ evidente che non ci crede più nessuno, nessuno ne ha l’intenzione, infatti lo show va avanti con successo. Un suo pubblico, evidentemente, ce l’ha.

Nell’immagine: New York, migliaia di persone a Time Square hanoo manifestato durante il No King Day contro la politica di Trump


Trump vuole chiudere la guerra senza Kiev

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Per l’Ucraina torna il rischio di una pacificazione forzata mentre Stati uniti e Russia intensificano i preparativi per l’incontro di Budapest. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato Usa Marco Rubio si sono parlati ieri al telefono per discutere «dei possibili passi concreti per attuare gli accordi raggiunti durante la telefonata del 16 ottobre tra Vladimir Putin e Donald Trump». I due responsabili della politica estera si dovrebbero incontrare giovedì – secondo Reuters – ma la sede della riunione è ancora sconosciuta. Intanto a Kiev Volodymyr Zelensky ha chiesto l’estensione della legge marziale per altri 3 mesi, ma la sua principale preoccupazione è elaborare una strategia che eviti l’estromissione dell’Ucraina dai negoziati.

«SE VENGO INVITATO a Budapest, se si tratta di un invito in un formato in cui ci incontriamo a tre, o come viene chiamato, diplomazia itinerante – il presidente Trump incontra Putin e il presidente Trump incontra me – in un formato o nell’altro, ci metteremo d’accordo» ha dichiarato Zelensky. Durante la conferenza stampa che aveva preceduto l’incontro alla Casa bianca di venerdì scorso, Trump stesso aveva evocato quest’opzione, ma poi a porte chiuse sembra essere andata molto peggio. Il Financial times riporta di un «match di urla» in cui il presidente Usa avrebbe «imprecato tutto il tempo», fino a «gettare via le mappe del fronte in Ucraina, insistere affinché Zelensky ceda l’intera regione del Donbass a Putin e ha ripetutamente ribadito i punti sollevati dal leader russo nella loro telefonata del giorno precedente».

Il tycoon sarebbe arrivato a urlare «accettate o Putin vi distruggerà». Tant’è che i Tomahawk, i missili a lungo raggio per i quali la delegazione presidenziale ucraina era volata a Wahsington, sono spariti da ogni dichiarazione finale. Trump aveva detto che avrebbe preferito che la guerra si concludesse senza la fornitura di questi sistemi d’arma devastanti, lasciando intendere che comunque se ne sarebbe parlato, ma – a quanto pare – il discorso si è chiuso lì. In maniera talmente perentoria che neanche a Kiev ne parlano più e ieri Zelensky è tornato a nominare i missili Patriot, necessari per intercettare gli attacchi russi sulle infrastrutture energetiche. Usa e Ucraina starebbero preparando un contratto per la fornitura di 25 di questi sistemi.

Al ritmo attuale, l’esercito russo impiegherebbe 5 anni per occupare i territori che vuole

MOSCA incassa il parziale successo diplomatico, conscia del fatto che non potrà permettersi per la terza volta di far fare a Trump la figura dello sprovveduto e che a Budapest qualcosa dovrà succedere. Per ora il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, dice che «la posizione della Federazione Russa rimane coerente» rispetto alle rivendicazioni territoriali, ovvero che le indiscrezioni della stampa secondo le quali Trump avrebbe proposto di congelare i confini lungo le attuali linee del fronte (senza cedere ai russi tutto il Donetsk, come invece vuole Putin) sono solo «articoli di giornale».

La stampa Usa sostiene che il presidente russo avrebbe offerto all’omologo di restituire all’Ucraina piccole parti del Kherson e di Zaporizhzhia in cambio del restante 20% del Donetsk. Ma com’è ormai noto, per gli ucraini il Donetsk non è solo una regione, è un simbolo di questi 11 anni di guerre più meno aperte con la Russia e, difatti, Zelensky ha ribadito che «non si fanno regali ai terroristi» e che Kiev non tratterà a partire da questi presupposti. D’accordo i vertici Ue e grandi paesi europei, che continuano a cercare vie alternative. Per il presidente francese, Emmanuel Macron, «Ucraina e Ue dovrebbero sedere al tavolo con Putin e Trump». I «burattinai dell’Occidente», accusa Peskov, «sono ancora alle spalle di Kiev e tramano per far fallire i negoziati» dice Peskov, i preparativi per il vertice ungherese «sono appena iniziati», ma si auspicano «progressi» verso una soluzione pacifica del conflitto.

SUL CAMPO non si intravede alcuna svolta. L’Economist ha calcolato che, se l’offensiva russa continuerà al ritmo degli ultimi 30 giorni, l’esercito di Putin impiegherà fino al giugno 2030 per occupare completamente le regioni di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia e altri 103 anni per conquistare l’intera Ucraina. «Da quando le linee di battaglia si sono stabilizzate dopo la fine della prima controffensiva ucraina nell’ottobre 2022, non si sono quasi spostate.

Inoltre, nessuna città importante è passata di mano da maggio di quest’anno, quando la Russia ha lanciato un’offensiva su larga scala sul fronte, riuscendo a occupare solo lo 0,4% del territorio ucraino e senza ottenere alcun obiettivo significativo». Il numero dei morti, di contro, è salito a dismisura, portando la proporzione di 5 inabili al combattimento (morti, feriti gravi e dispersi) russi a fronte di 1 o 2 ucraini. In serata, Trump ha provato a mostrarsi coerente, dichiarando – come aveva fatto due settimane fa – che «l’Ucraina potrebbe ancora vincere», ma stavolta ha aggiunto che «non credo ci riuscirà».

Nell’immagine: il segretario di Stato Usa Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov al meeting Asean di luglio a Kuala Lumpur


Sergio Rossi – Fra Cina e Stati Uniti la guerra (commerciale) continua

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Oltre Hamas: le crepe interne a Gaza dopo due anni di guerra e massacri

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Nel mezzo del fuoco incrociato è rimasto ucciso Saleh Aljafarawi, giornalista palestinese di ventotto anni, mentre documentava i combattimenti. Indossava il giubbotto di protezione  con la scritta “press”. Inutile

La sua morte è avvenuta durante gli scontri tra Hamas e un clan armato nel quartiere Sabra di Gaza City, dove si registrano tensioni crescenti tra il movimento islamista e altri gruppi locali. Per la prima volta dall’inizio dell’offensiva israeliana nell’ottobre 2023, Gaza è teatro di conflitti interni che coinvolgono clan e milizie rivali, in un contesto già devastato da due anni di guerra.

Clan contro Hamas

Tra questi gruppi armati spiccano i Doghmush, potente clan di Gaza City, già noto per la sua rivalità con Hamas. Fonti locali parlano di scontri e di faide che si trascinano da anni, ora riaccese nel vuoto di potere seguito ai bombardamenti israeliani. Il capo del clan, Nizar Doghmush, ha raccontato al “Los Angeles Times” di essere stato contattato da ufficiali dell’esercito israeliano per gestire una “zona umanitaria” a Gaza City. Doghmush afferma di aver rifiutato l’offerta, aggiungendo che il suo quartiere è stato poi bombardato e distrutto. Tuttavia, alcune fonti locali continuano a sostenere che “i Doghmush” abbiano intrattenuto contatti con Israele, accuse che il clan nega con forza.

La rivalità tra Hamas e i Doghmush non è nuova: già in passato si erano affrontati in scontri violenti, soprattutto nel periodo immediatamente successivo alla presa del potere di Hamas nel 2007.

Le milizie “popolari” e il sostegno israeliano

Parallelamente, Israele è accusato di sostenere alcune milizie locali, ufficialmente nate con la missione di “proteggere” i civili ma ritenute da molte fonti strumenti per indebolire Hamas.

La più nota di queste formazioni è “Forze Popolari”, guidate da Yasser Abu Shabab, appartenente alla tribù beduina dei Tarabin. Sebbene Israele abbia presentato il gruppo come una forza di sicurezza “neutrale”, diversi abitanti di Gaza hanno denunciato le Forze Popolari er aver saccheggiato aiuti umanitari, poi rivenderli a caro prezzo alla popolazione affamata.

Gli stessi beduini del Tarabin hanno pubblicamente preso le distanze da Abu Shabab, accusandolo di collaborazionismo. Hamas, dal canto suo, avrebbe affrontato militarmente le Forze Popolari in più occasioni dal settembre 2024, con scontri limitati ma significativi.

Un’altra milizia attiva nella Striscia è la “Forza d’attacco contro il terrorismo”, guidata da Hussam al-Astal, ex ufficiale delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al-Astal, accusato di collaborare con Israele fin dagli anni ’90, avrebbe mantenuto legami con Abu Shabab e con le Forze Popolari. Secondo fonti israeliane, controlla un’area nel villaggio di Qizan an-Najjar, nel governatorato di Khan Younis, e avrebbe preso parte a scontri contro Hamas prima del cessate il fuoco.

Il vuoto di potere e la frattura sociale

Oggi Gaza è un mosaico di macerie, sfiducia e sopravvivenza. Il cessate il fuoco ha fermato le bombe, ma non ha sanato le fratture interne. Il vuoto di sicurezza, combinato con il trauma collettivo e la distruzione materiale, alimenta il rischio di nuove violenze tra clan e milizie.

Hamas nega di aver dispiegato combattenti nelle strade, ma numerosi testimoni intervistati da Al Jazeera raccontano di un clima di crescente tensione, segnato da regolamenti di conti e sospetti di collaborazionismo.

Intanto, sul piano politico e militare, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato – come riportato ieri dalla BBC – di aver ordinato all’esercito di preparare un “piano globale per sconfiggere Hamas” a Gaza, nel caso la guerra dovesse riprendere.

La dichiarazione arriva in un momento di crescente rabbia in Israele per il ritardo nella restituzione dei corpi degli ostaggi. Fonti egiziane coinvolte nei negoziati per il cessate il fuoco hanno spiegato che i ritardi sarebbero dovuti a difficoltà logistiche, mentre Hamas ha consegnato negli ultime giorni i corpi di altri ostaggi.

Katz ha messo in guardia contro “nuove violazioni del cessate il fuoco”, pur ammettendo che Hamas non sarebbe in grado di recuperare i corpi rimanenti senza l’accesso a strumenti più avanzati. Tuttavia, funzionari statunitensi hanno dichiarato alla BBC che, al momento, le presunte violazioni di Hamas non costituiscono una rottura formale dell’accordo di tregua.

Una tregua fragile

Nel frattempo, migliaia di palestinesi stanno tornando tra le rovine delle loro case nel nord della Striscia. Gli aiuti umanitari cominciano ad arrivare, ma non bastano a rispondere ai bisogni di una popolazione allo stremo.

Nelle zone più colpite, si moltiplicano le esecuzioni sommarie contro presunti collaboratori o membri di clan rivali, segno di un clima di sospetto e vendetta che ostacola qualsiasi ritorno alla normalità.

Intanto la ricostruzione, già oggetto di manovre e interessi esterni, rischia di trasformarsi in un’operazione politica e immobiliare che non affronta le radici del conflitto e, anzi, potrebbe cementare nuove ingiustizie.

Dall’inizio della guerra, almeno 67.806 palestinesi sono stati uccisi, secondo i dati forniti dalle autorità sanitarie di Gaza. E ancora mancano i cadaveri rimasti sepolti sotto le macerie. Si tratta di cifre  che raccontano più di qualsiasi analisi: un popolo ridotto in frantumi, mentre nuove linee di conflitto si disegnano all’interno della stessa società palestinese.

Un popolo che paga due volte: sotto le bombe e sotto il peso delle proprie divisioni. Paga per le strategie altrui e per le proprie ferite interne, prigioniero in una terra dove ogni tregua è solo una pausa del dolore. Gaza non è soltanto una tragedia umanitaria: è il riflesso più spietato dell’impotenza del mondo e della disperazione di chi, anche sopravvivendo, continua ogni giorno a morire un po’ di più.

Nell’immagine: miliziani di Abu Shabab


Navigazione sul Ceresio, una risposta e una replica

Secondo Newsguard, dopo il sostegno di Macron all’Ucraina, una rete di propaganda orchestrata da Mosca ha preso di mira Parigi, sfruttando deepfake, chatbot e social network. Ma la guerra dell’informazione è solo all’inizio 

Sull’articolo Acque agitate per la navigazione sul Ceresio, da noi pubblicato il 5 ottobre scorso, abbiamo ricevuto dal presidente dell’Associazione Cantieri Nautici Ticinesi (ACNT) Giuliano Di Domenico il seguente messaggio, che pubblichiamo con la replica dell’autore, Rocco Bianchi.

In merito all’articolo pubblicato sul vostro sito intitolato «Acque agitate per la navigazione sul Ceresio», l’Associazione Cantieri Nautici Ticinesi (ACNT) desidera esprimere la propria posizione ufficiale. Riteniamo ingiustificate le critiche rivolte al Capo Servizio dell’Ufficio della Navigazione, la cui professionalità, disponibilità e collaborazione con la nostra associazione sono sempre state esemplari.

È importante precisare che l’ACNT non è mai stata interpellata dal diretto interessato prima della pubblicazione dell’articolo, e che, come risulta dall’ultimo verbale dell’Assemblea 2024, non è emersa alcuna lamentela da parte dei nostri associati nei confronti dell’Ufficio della Navigazione o del suo responsabile.

Durante l’anno corrente, inoltre, nessun membro dell’associazione ha segnalato problemi o disagi legati all’operato del Capo Ufficio, il quale si è sempre dimostrato disponibile al dialogo e attento alle esigenze del settore nautico ticinese.

Riteniamo pertanto opportuno sottolineare che le accuse contenute nell’articolo non rispecchiano la realtà dei fatti, né l’esperienza concreta degli operatori del settore.


Prendo atto che secondo l’ACNT sul Ceresio tutto va bene e che l’Ufficio navigazione funziona a meraviglia, diretto in modo impeccabile dal suo nuovo caposervizio. Evidentemente tutte le persone con cui ho parlato mi hanno mentito. Mi preme dunque qui fare pubblica ammenda, e smascherare, oltre a quelle già citate nell’articolo, altre menzogne che mi hanno propinato (non tutte, perché altrimenti riempirei un libro:

  • “I collaboratori praticamente sono lasciati allo stato brado, e quindi l’interpretazione di leggi e regolamenti è lasciata all’apprezzamento del singolo”
  • “Ho chiesto a un collaboratore, questo collaboratore mi ha detto di no, che non si poteva fare, e poi viene fuori che la legge dice che sì, si può fare”.
  • “È una questione di linea, di parità di trattamento, perché qua non si contesta il fatto che la barca passa o non passa, può succedere ovviamente, è che la stessa barca con un collaudatore passa e con l’altro collaudatore non passa”.
  • “Mi è stata bocciata la barca per un problema, io ero sicuro che il problema non ci fosse, sono andato giù la settimana dopo con un altro esperto dicendo semplicemente sì l’ho fatto, basta, finita, passata”.
  • “C’è il giorno che ti mandano indietro perché non ti funziona la lampadina e c’è il giorno che ti dicono ma sì mandami la foto. Però il fatto che ti mandano indietro per una lampadina vuol dire che devi pagare 110 franchi di collaudo, devi pagare la benzina per andare a venire, hai fuori le tue spese e il cliente deve pagare perché la lampadina non funziona”.
  • “Ai tempi con la vecchia scuola tu mi facevi il collaudo e me lo bocciavi, il prossimo dovevi guardarlo ancora tu. Adesso non funziona più”.
  • “Mi è successo che io ho messo a posto, arriva un nuovo collaudatore e mi dice che non va bene. Allora devi farmi la lista totale dei difetti perché sennò continuo a tornare su. Loro mi dicono se vuoi la lista totale devi chiedere il collaudo generale e siamo qua in due. Cazzate, non si è mai sentito una roba del genere. C’è il collaudatore che ti guarda la barca, ti fa le manchevolezze e tu torni”.
  • “Anche sugli esami il carattere di base è sempre quello, va a simpatia, va a antipatia, va a giornate. Però in certe situazioni è più che altro anche lì un po’ la conoscenza di base, la competenza di base che è un po’ artistica. Ecco, una gestione artistica. Una gestione artistica, un’interpretazione artistica e fantasiosa dei regolamenti e delle norme”.

Forse, uscendo dall’ironia, il signor Di Domenico e i suoi colleghi al posto di chiedersi come mai non mi sono rivolto a loro ma ho preferito girare tra cantieri, noleggiatori, maestri di guida e semplici utenti per toccare con mano quale era la realtà (la regola no.1 del buon giornalismo, sia detto per inciso), potrebbero domandarsi come mai i loro associati non si rivolgano all’ACNT per esprimere le loro lagnanze.

Lungi da me dar loro suggerimenti; mi permetto comunque di dar loro alcune piste da seguire, sempre tratte da quanto mi hanno riferito i loro aderenti e altri professionisti del lago:

  • “Ho segnalato determinate cose, vedo che è passato un anno ma non è successo nulla”
  • “Abbiamo chiesto più di un anno fa una riunione per capire come dovevamo comportarci. Ce l’hanno promessa, finora però…”
  • “Se ti esponi troppo, dopo hai finito di vivere”.
  • “Certi cantieri devono stare calmi all’acqua bassa, perché se si incattiviscono per qualcuno è un problema”.
  • “Se faccio un reclamo, se faccio un ricorso poi se la legano al dito e da qui in avanti ho finito di lavorare, questo sicuramente, lo dico senza esitazioni”.
  • “Ho avuto un problema, ho avuto ragione, mi guarda e mi dice: “Spero che il tuo prossimo collaudo sia più in là possibile. Come devo interpretarla secondo lei?”
  • “Viene e mi chiede delle cose su un mio cliente. Ma io mica gliele dico, c’è la privacy e tutte quelle robe lì, e poi con che diritto me le chiede? E allora lui mi chiede se lo sto prendendo per il culo o cosa, e che se volevo ancora lavorare sapevo quello che dovevo fare…”.
  • “Mi dispiace, davvero, non posso parlare; se vengono a sapere che l’ho fatto non lavoro più. Già i problemi da quando c’è quello nuovo (non ho capito se parlava del Capo servizio o di un nuovo collaboratore, ndr.) sono aumentati a dismisura, mi dispiace, davvero, ma non posso parlare”.

In aggiunta a tutto ciò, credo che a questo punto sia corretto rendere noto che il giorno dopo (!) il mio primo colloquio con il capo del Servizio circolazione del Dipartimento delle Istituzioni, da cui l’Ufficio della navigazione dipende, uno o forse più dei suoi collaboratori stava già facendo il giro dei cantieri e degli altri professionisti per cercare di scoprire chi avesse parlato con me. Un crasso e ingenuo sforzo per scoprire le mie fonti e nel contempo influenzare e intralciare il lavoro di un professionista dell’informazione cercando di far recedere le persone dalle affermazioni fatte con indebite e a quanto mi è stato riferito neppure troppo velate pressioni. Tentativo purtroppo in parte riuscito, visto che alcuni hanno avuto paura e mi hanno contattato per ritrattare e impormi il silenzio, cosa che ho dovuto a malincuore fare.

Di questo il capo del Servizio circolazione è comunque già stato informato. Ma naturalmente “tout va bien, madame la marquise”.