La Svizzera è un paese per ricchi

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

No, non è vero che anche i ricchi piangono. Anzi, i super ricchi ridono perché l’hanno scampata. L’iniziativa per il futuro dei giovani socialisti svizzeri è stata sonoramente bocciata, come previsto dai sondaggi.

La grande paura che ha contagiato gli ultra ricchi, ma anche i loro paladini, si è dissolta in quest’ultima domenica di novembre. Sarà utile e necessaria un’autocritica da parte dei proponenti. L’iniziativa era troppo drastica. Si poteva prevedere – come succede in altri Paesi europei – più elasticità, soprattutto per i famigliari stretti. Le iniziative popolari sono un importante strumento democratico, ma vanno maneggiate con estrema cura. L’obiettivo deve essere il successo, o almeno un risultato onorevole.

Bisogna fare i conti con la disparità di mezzi che vengono messi in campo durante la campagna precedente il voto. La destra di regola ha grandi disponibilità. Per questo appuntamento i contrari all’iniziativa hanno speso diversi milioni di franchi, con una campagna fatta di falsità (“migliaia di posti di lavoro persi e più tasse per le famiglie”, le ciance di Economiesuisse). E la bufala ripetuta a iosa delle aziende a rischio fallimento: Markus Brühlart, professore a Losanna, ha dichiarato alla Regione che i detrattori dell’iniziativa “esagerano l’impatto sulle piccole e medie imprese, la cui esistenza a mio parere non verrebbe assolutamente messa in pericolo”.

I Giovani socialisti avrebbero potuto conquistare consensi con una maggiore presenza sul territorio. Quante bancarelle sono state organizzate in Ticino, da Airolo a Chiasso? Ce ne sarebbero volute decine nei due mesi precedenti la votazione. Non basta essere presenti al Mercato di Bellinzona e in Piazza Dante a Lugano.

Un altro aspetto da valutare è l’obiettivo dell’iniziativa: non c’è dubbio che il tema della “politica climatica sociale” sia azzeccato e fondato, ma considerare anche la lotta alle disuguaglianze e alla povertà avrebbe potuto migliorarne l’impatto. Mercoledì scorso la Confederazione ha pubblicato il primo rapporto del monitoraggio della povertà in Svizzera. Risulta che negli ultimi anni il tasso di  povertà è aumentato e si attesta ora tra l’8 e il 9 per cento, vale a dire circa 800 mila persone povere.

Il messaggio più forte, nel proporre di tassare i super ricchi, è legato alle disuguaglianze. OCSE, Unione europea, G20, neo sindaco di New York: è su questo tema che si fondano le campagne per aumentare l’imposizione fiscale della grande ricchezza. L’economista francese Gabriel Zucman ha proposto al G20 dell’anno scorso una tassa del 2% sui patrimoni dei circa 3 mila miliardari globali. Lo stesso Zucman ha previsto, in Francia, di tassare del 2% i patrimoni superiori ai 100 milioni di euro. Misura bocciata dal Parlamento.

In Ticino, per i patrimoni più alti l’imposizione ammonta allo 0,25%. C’è un bel margine per correggere al rialzo, senza mandare in malora i miliardari! Ivo Durish, capogruppo socialista in Parlamento, propone di innalzare l’aliquota sulla sostanza superiore ai 10 milioni di franchi all’1%, che farebbe incassare 200 milioni di franchi al Cantone e ai Comuni.

La litania che hanno ripetuto, anche questa volta, i paladini della grande ricchezza (tutto l’arco politico a parte la sinistra) è che gli ultra ricchi scappano, si spostano, scelgono il Paese più conveniente fiscalmente. È possibile, ma per contrastare questo fenomeno il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz propone di introdurre una “Exit tax” che imponga a chi vuol emigrare il pagamento di un tributo. D’altra parte, la stessa iniziativa per il futuro prevedeva “la prevenzione dell’elusione fiscale, in particolare in relazione alla partenza dalla Svizzera”. La concorrenza fiscale va contrastata, anche fra i cantoni svizzeri, perché condiziona negativamente tutti i sistemi tributari.

L’iniziativa è fallita, ma il tema deve restare nell’agenda della sinistra. Bisogna perseverare e lavorare per rendere più proporzionale la fiscalità. Lo prescrive anche la Costituzione, all’articolo 127, introducendo il “principio dell’imposizione secondo la capacità economica”.

Non è solo la sinistra che si preoccupa per le crescenti disuguaglianze che caratterizzano le nostre società. L’Istituto delle ricerche economiche organizza, nei prossimi giorni, una giornata di dibattito su “La grande ricchezza: il ruolo economico e fiscale di successioni e donazioni in Svizzera”. L’IRE afferma che le successioni e donazioni sono un grande dilemma delle economie e delle democrazie moderne, che devono trovare l’equilibrio tra equità sociale e efficienza economica.

Il KOF, Istituto di ricerche economiche del Politecnico di Zurigo, in un recente documento sottolinea che il reddito dei super ricchi, siccome è diversificato, riesce a mantenere basso il carico fiscale. “Nonostante abbiano redditi moto alti – afferma il KOF – i ricchi e i super ricchi spesso pagano un’imposta sul reddito molto bassa in termini percentuali rispetto alle famiglie a reddito medio. Anche in Svizzera, l’onere dell’imposta sul reddito dei miliardari è spesso significativamente inferiore a quello del resto dei contribuenti, grazie ai privilegi di cui godono gli imprenditori”.

Il professor Brühlart sostiene che l’imposta di successione “è una delle imposte meno negative. Spero davvero che il ‘no’ all’iniziativa non ammazzi il dibattito su quest’imposta per altri vent’anni”.

Bisogna quindi puntare su questo tema: tassare i super ricchi e rendere più incisiva l’imposta progressiva. Anche perché, come si diceva all’Osteria del Becco Giallo a Lugano ottant’anni fa: “Se un ricco ti stringe la mano ti ha già rubato qualcosa!” (vedi mio articolo super ricchi alla cassa)

Aver procurato grande paura ai magnati e ai loro accoliti è stata una buona cosa, ma si rilassino lor signori. Come diceva Olof Palme, leader socialista svedese barbaramente assassinato, “noi socialisti non siamo contro la ricchezza, siamo contro la povertà”.

 Nell’immagine: grazie svizzeri, siete boccaloni ma simpatici!


Dove porta la folle concentrazione della ricchezza?

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

Di Jacques Pilet, antithèse

Si può essere sconcertati o divertiti dai dibattiti accesi del Parlamento francese sul bilancio. Esita ad affrontare il capitolo dei risparmi tanto necessari, ma moltiplica le tasse di ogni tipo. Far pagare i ricchi! Lo scontro delle ideologie.

I parlamentari francesi vogliono reintrodurre un’imposta ampliata sul patrimonio e discutono animatamente sulla distinzione tra capitale produttivo e non produttivo, immaginando una moltitudine di trappole. I ricchi, i piccoli e i grandi imprenditori si indignano. Nessuno ricorda che in Svizzera esiste un’imposta sul patrimonio; uno dei tre paesi europei a mantenerla, insieme a Spagna e Norvegia. La sua aliquota dipende dai cantoni: tra lo 0,5 e lo 0,9 per mille. Non ha certo spaventato i super ricchi, che dispongono comunque di vari mezzi per pagare meno, o addirittura nulla: partecipazioni in holding internazionali, fondazioni familiari e altri stratagemmi. Sono piuttosto le classi medio-alte a pagare il conto. Se alcune persone molto facoltose se ne vanno in Italia o a Dubai, si tratta ancora di un fenomeno marginale, i miliardari sono ben lungi dal snobbare la Svizzera: secondo le ultime stime, da alcuni anni se ne contano circa 42. La loro fortuna totale è stimata in circa 222 miliardi di dollari, una cifra in costante aumento.

Un caso esemplare di concentrazione della ricchezza: l’1% dei contribuenti in Svizzera possiede quasi la metà di tutti i beni privati del Paese (44%). Altre stime sono ancora più vertiginose se si tiene conto dei beni all’estero, anch’essi soggetti a tassazione. Un record tra i Paesi occidentali.

Da notare che la famosa tassa Zucman, che ha acceso i dibattiti in Francia, avrebbe dovuto ammontare ad almeno il 2% di imposta per le famiglie con un patrimonio superiore a cento milioni di euro. Si tratta quindi di un’aliquota superiore a quella applicata in Svizzera, dove non colpisce solo i milionari: un contribuente su due ne è soggetto.

Concentrazione mondiale della ricchezza e potere di influenza

Il fenomeno della concentrazione della ricchezza nelle mani dei super ricchi è globale. A tal punto che il G20, che riunisce i venti paesi più sviluppati, ha inserito l’argomento all’ordine del giorno del suo vertice del 22 novembre. Secondo il rapporto sulle disuguaglianze – diretto dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz – appena pubblicato sotto la presidenza sudafricana, l’1% più ricco del pianeta ha accumulato il 41% di tutta la nuova ricchezza creata tra il 2000 e il 2024, mentre la metà più povera dell’umanità ne ha ricevuto solo l’1%. Si prevede di istituire un osservatorio internazionale e indipendente per valutare questa escalation e i suoi effetti.

Le conseguenze? Se ne possono intravedere diverse. I giganti del bottino, non solo gli americani, si arrogano un potere politico considerevole, attraverso le loro lobby, il finanziamento – o addirittura la corruzione – dei parlamentari e talvolta degli stessi leader. Anche attraverso la comunicazione, e non solo sui social network. Il caso della Francia è caricaturale: quasi tutta la stampa e gran parte delle emittenti televisive sono nelle mani di miliardari, a cominciare dal famoso Vincent Bolloré. In questo modo dettano la loro linea nel dibattito pubblico. Lo stesso fanno il nuovo presidente ceco, il ricchissimo Babis, o l’ungherese Orbán. Questo flagello risparmia i media svizzeri, il che non li rende necessariamente migliori.

D’altra parte, i miliardari sanno unirsi per influenzare il potere. Un esempio? Alcuni imprenditori svizzeri hanno parlato con Trump per disinnescare la questione del 39% di dazi doganali. Tra loro, nessun orologiaio di Neuchâtel duramente colpito… La maggior parte di questi negoziatori autoproclamati – come i signori Jaeggi, Gantner, Aponte e Rupert – hanno patrimoni multimiliardari. A questo livello, sanno trovare le parole giuste per farsi ascoltare dal super uomo d’affari della Casa Bianca…

È probabile che la creatività umana si sviluppi maggiormente nelle piccole entità piuttosto che in quelle grandi. Lo si vede nel successo delle PMI e di alcune start-up, in Svizzera, in Italia o altrove. Ma queste aziende sono soggette ai colpi dei colossi, oppure le migliori vengono spesso acquistate da questi ultimi. Contrariamente a quanto si dice dei giganti mondiali della tecnologia, il gigantismo finanziario non è, o non è necessariamente, sinonimo di progresso.

Dal consumo assurdo all’esplosione sociale

Azzardiamo a dire che il problema è anche culturale. La corsa al profitto su larga scala porta a un consumo assurdo. I distributori cinesi alla conquista dell’Europa, Shein e Temu, illustrano questa tendenza con la loro merce di scarsa qualità venduta a prezzi stracciati. Si tende così a non distinguere più ciò che è veramente bello o utile da ciò che non lo è. Anche i giganti «buoni» come Migros e Coop, sebbene tallonati dai distributori tedeschi con un assortimento ancora più ridotto, tendono a definire il gusto attraverso le loro offerte standardizzate. I piccoli dettaglianti, più vicini al mercato locale – dalla macelleria alla merceria, dal droghiere al viticoltore – si rammaricano che gli acquirenti stiano perdendo il gusto per i sapori più sottili.

Infine, tornando al campo politico in senso lato, il divario sempre più ampio tra ricchi, ricchissimi e gente comune rappresenta ovviamente una promessa di tensioni e esplosioni sociali. Queste stanno già emergendo, soprattutto attraverso le frustrazioni dei giovani, in molti paesi. Raramente sfociano in un saggio riequilibrio, ma piuttosto in regimi ancora meno democratici.

Non è detto che una sorta di IPCC dedicato all’osservazione delle disuguaglianze possa cambiare le cose, ma almeno il male è stato identificato. Siamo sinceri, almeno in Svizzera, non siamo molto propensi ad affrontarlo. Perché molti di noi, che vivono in condizioni di benessere, sognano di arricchirsi, di salire quella scala? Ah ah! I moderni Creso ridono.

Nell’immagine: Claude Vignon, «Creso riceve il tributo da un contadino» (1629)


Oh che bel castello, noi lo bruceremo…

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

31 ottobre 1961, un martedì, ore 16.04: 520 cariche di aldorfite, a distanza di 7 millesimi di secondo ciascuna, fanno esplodere il Castello di Trevano (allora la più vasta dimora privata svizzera, ormai svuotato di arredi e decorazioni). “Martirizzando” l’imponente edificio – che si estendeva tra i Comuni di Lugano, Canobbio e Porza – esso venne avvolto da un’aura quasi sacrale: leggendaria la sua costruzione; avvolti dal mistero e da una vena esotica, se non esoterica, i suoi proprietari. Mitiche – per chi, come me, aveva 2 anni quando venne abbattuto e ne respirò le polveri del crollo abitando a poche centinaia di metri in linea d’aria – le storie che ne raccontavano i vicini di casa.

Il Castello (o Tenimento) era in realtà una grandissima villa padronale dotata di teatro, sala da concerto, cappella ortodossa, abitata dal barone russo Paul von Derwies, magnate delle ferrovie, consigliere dello zar Alessandro II e appassionato d’arte. Una volta terminata, poté tuttavia godersela per soli 3 anni: morì infatti nel 1881.

Come scriveva Gazzetta Ticinese il 2 luglio 1872 in occasione dei lavori di sistemazione dell’enorme giardino: ”Quest’attrattiva è resa ancor più seducente dalla purezza e salubrità dell’aria che vi spira, dall’amenità del cielo, dalla sottostante campagna che a foggia di tappeto si estende a colpo d’occhio irradiata da mille vaghi colori, dalla vicinanza del limpido azzurro lago, solcato da eleganti battelli a vapore e barchette, dalla leggiadra Lugano che ivi si specchia come Narciso al fonte”.

Spingendosi oltre la sola retorica patriottica e alludendo all’apertura, 10 anni più tardi, della linea ferroviaria del San Gottardo (22 maggio 1882), il cronista si chiede: “Cosa diverrà egli mai il nostro bel Paese, nel giro di pochi anni, tosto che sarà ultimata la grande ferrovia, che deve attraversarlo nella sua maggiore direzione e che il fischio della locomotiva echeggerà per le sue convalli? L’aurora di questo giorno auspicato non è lontana e la speriamo foriera di novella vita e prosperità al commercio, all’industria, alle produzioni del patrio suolo”.

Dopo un primo passaggio di proprietà al generale russo Alexander Heins (per mezzo milione di rubli, corrispondenti a 1.25 milioni di franchi di allora) e un prolungato abbandono, la tenuta venne acquistata nel 1900 dal musicista franco-americano Louis Lombard che la trasformò in Château de la Musique, un luogo di spettacoli: vi mise in scena oltre 850 tra concerti e melodrammi. Vi ospitò Camille Saint-Saens, Gabriel Fauré, Pietro Mascagni e l’intera Orchestra filarmonica di Berlino. Ma anche Lombard morì, i suoi eredi tornarono negli Stati Uniti e la crisi finanziaria li costrinse a privarsi del Castello luganese.

È il Canton Ticino ad acquistarlo nel 1933, ma senza sapere bene quale destinazione assegnargli. E così ospitò, durante la guerra, colonie diurne, corsi militari, rifugiati; poi, terminato il conflitto, un pescheto e un vigneto sperimentali ideati da Angelo Frigerio (ul Sciùr Maestro della nostra Radio) e un campo nazionale degli Esploratori. I costi di manutenzione erano però altissimi, l’edificio in condizioni sempre più precarie e il parco, disseminato di serre, laghetti artificiali, grotte tufacee, illuminato da lampioni  a gas, di oltre 25 ettari, fu considerato ideale per costruirvi la futura Scuola Tecnica Superiore di Trevano.

Due mostre (a Palazzo Franscini di Bellinzona, fino al 3 gennaio e, dal 4 dicembre, a Palazzo Civico di Lugano, quest’ultima parzialmente immersiva) ne ricostruiscono la storia. Breve, brevissima per un luogo di quelle ambizioni, poiché la sua costruzione, durata circa 7 anni, si concluse nel 1878 mentre, per demolirlo, solo 83 anni più tardi, ci vollero pochi secondi.

Il dibattito sulla conservazione dei beni architettonici e sui criteri decisionali che fanno pendere, di volta in volta, per la tutela o l’abbattimento, viene così rilanciato, anche se a vincere sarà, nella fattispecie e a cose fatte, una nostalgia che  prescinde dal reale valore del manufatto. Il giudizio va lasciato agli specialisti: storici, architetti, paesaggisti. Nella percezione di quanti lo hanno visto con i loro occhi e ancora lo ricordano, il Castello di Trevano rimarrà un totem, sacrificato dalle Autorità della seconda metà del secolo scorso per necessità contingenti di spazio.

I documenti esposti nell’atrio di Palazzo Franscini, che ricostruiscono con dovizia documentaria la parabola di quell’edificio, sollevano una riflessione più generale legata alla tutela e alla conservazione degli edifici del passato. Quando, nel 1958, il Gran Consiglio ticinese decise, di fatto, di abbattere quel Castello, agì per necessità di spazio? O perché riteneva che la costruzione non avesse un valore intrinseco tale da salvarla? Meno di 20 anni prima, tra il 1939 e il 1942, sempre a Lugano, fu quasi completamente abbattuto il Quartiere di Sassello, più o meno tra l’attuale via Motta, piazzetta San Carlo, piazza Cioccaro, su su fin verso la Stazione. Considerato precario, insalubre e malfamato, vennero espropriate 52 proprietà e toccate circa 400 persone: artigiani, operai, esercenti e qualche professionista del piacere.

Nell’immagine: la facciata sud del Castello di Trevano


Europa, il confine tra prudenza e incoscienza

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

Di , la Repubblica

Tamburi di guerra rullano in Europa. Il ministro tedesco della Difesa Pistorius avverte che la Russia potrebbe attaccare il suo e altri Paesi Nato prima del 2029. Il cancelliere Merz sostiene che la Germania non è ancora in guerra ma nemmeno in pace. La Bundeswehr lascia filtrare dettagli sulla mobilitazione di 800mila soldati atlantici per arginare l’eventuale aggressione di Mosca.

Nei Paesi scandinavi come nei baltici e soprattutto in Polonia è come se l’invasione russa fosse alle porte. In Francia, Germania, Italia si pianifica il ritorno a qualche forma di leva o riserva rafforzata, malgrado l’impopolarità di tale misura. Nell’emergenza persino i calcoli elettorali sono messi da parte in nome della sicurezza nazionale.

Questo clima non riguarda solo la preparazione delle Forze armate, ma la conversione dell’opinione pubblica alla pre-guerra. Perché lo scontro si combatterebbe in tutti i domini strategici, a partire dalla comunicazione, e coinvolgerebbe in ogni senso la popolazione civile. Soprattutto, condizione della vittoria sarebbe il cedimento del fronte interno nemico prima che la sua sconfitta sul campo. Sotto questi profili, in cui siamo partiti da zero, siamo già in modalità bellica.

Ma qual è il confine tra prudenza, prevenzione del rischio, e innesco di un meccanismo bellico semiautomatico? In altre parole, è possibile che dopo ottant’anni di pace un conflitto devastante investa l’Europa senza che nessuno abbia deciso di scatenarlo davvero? La risposta è sì. La storia delle due uniche guerre mondiali, scaturite sul suolo europeo e — sinistra coincidenza — entrambe con l’Ucraina quale strategico campo di battaglia, informa che la linea d’ombra guerra/pace fu valicata da “sonnambuli” o aggressori inconsapevoli di innescare un conflitto mondiale.

E nei duelli di propaganda e contropropaganda, fino a che punto possiamo scernere disinformazione e realtà? Per tacere degli interessi industriali e finanziari che nell’atmosfera bellicista vedono incentivati programmi di riconversione industriale dal civile al militare.

Molti tra coloro che pubblicamente annunciano imminente l’aggressione russa al fronte orientale della Nato in privato non la danno affatto per probabile, considerando capacità prima che intenzioni di Mosca. Non occorre però una laurea in psicologia per stabilire che a forza di martellare a scopo preventivo l’imminenza della guerra si può finire per crederci. E caderci. Da una parte e dall’altra della barricata. La differenza è che dall’altra parte in guerra ci sono già.

Resta da capire come mai gli europei che temono di finire nel mirino russo siano rimasti ai margini delle negoziazioni informali per chiudere o almeno sedare la guerra di Ucraina. Con ciò contribuendo a convincere russi e americani dell’inutilità di coinvolgerci nei loro commerci semisegreti. Nei quali il futuro assetto di ciò che resterà dell’Ucraina è corollario di una trattativa globale, come d’uso tra potenze che si vogliono mondiali. Sicché la sorte degli ucraini e di noi altri europei sarà funzione di intese o disaccordi tra Washington, Mosca e di riflesso Pechino. Non siamo padroni del nostro destino ma ci raccontiamo di poterlo decidere.

Molto si è discettato negli ultimi anni circa una nuova guerra fredda. Tesi fuorviante, specie dopo che il 24 febbraio 2022 è scoppiata quella calda. La pace europea chiamata guerra fredda era basata sulla deterrenza Usa-Urss, nemici che si conoscevano bene e si riconoscevano reciprocamente titolari d’una sfera d’influenza ben delimitata.

La novità è che oggi Stati Uniti e Russia non sono nemici. Mentre noi europei, fittiziamente riuniti dal crollo del Muro, rispolveriamo memorie e stereotipi che ci vogliono nei secoli opposti gli uni agli altri, fino al punto di ridurci da imperi transcontinentali ad attori non protagonisti. Adattati a subire, non a determinare il nostro futuro.

La questione delle questioni è quindi la seguente: se finiremo in guerra con la Russia gli Stati Uniti scenderanno in campo con noi oppure ci tratteranno come gli ucraini — vi diamo le armi per indebolire i russi, non per batterli? La seconda opzione ci pare meno improbabile. Tempo di avanzare soluzioni negoziali realistiche e impegnative, così volenterosamente partecipando alla prevenzione della grande guerra in Europa.

Nell’immagine: un soldato durante le esercitazioni Nato


Il pantano della guerra e la crisi dell’Unione europea

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

Di Massimo De Carolis, il manifesto

Nel febbraio del 2023, a un anno dall’inizio dell’invasione russa, una visita ufficiale di Joe Biden a Kiev sancì il pieno sostegno dell’Occidente a un’Ucraina che stava dimostrando sul campo un’impressionante capacità di resistenza militare. Da quel momento apparve chiaro qual era il pericolo maggiore.

Non l’eventualità, ormai remota, che gli invasori conquistassero l’intero paese o dilagassero persino oltre frontiera. La vera minaccia era che lo stallo militare si tramutasse in una guerra senza fine, alimentata non dall’obiettivo di una vittoria schiacciante dell’uno o dell’altro ma da una rete di forze esterne e interne avvantaggiate dal protrarsi della guerra e interessate a farla evolvere in una specie di normalità duratura.

Forze del genere esistono in ogni conflitto, a cominciare dall’immancabile complesso militar-industriale. Di norma però la loro spinta è frenata dall’autorità politica, la cui legittimità poggia in fondo sulla pretesa di garantire alla popolazione ordine e pace e il cui interesse quindi, almeno in linea di principio, è di ricorrere alla guerra solo in casi inevitabili o di sicuro successo. Perché una guerra si dilati all’infinito occorrono perciò almeno due condizioni aggiuntive. Che al governo sia insediato un gruppo dominante di scarsa legittimità, portato a sfruttare l’emergenza bellica per disciplinare la popolazione ed eliminare i nemici interni. E che sussista un terzo interessato: una potenza esterna avvantaggiata dal conflitto e in grado di imporre il proprio interesse anche a scapito dei belligeranti.

Ora, nel 2023 sembravano sussistere in effetti entrambe le condizioni. Putin aveva già dichiarato in più di un’occasione che la guerra avrebbe «purificato» e rafforzato il suo regime. E, grazie all’emergenza bellica, era già iniziata la catena di morti accidentali tra rivali e oppositori che, di lì a qualche mese, sarebbe culminata con l’esplosione dell’aereo su cui viaggiavano i leader del gruppo Wagner e con l’eliminazione in carcere di Aleksei Navalny. D’altro canto, sul fronte esterno, l’amministrazione Biden sembrava decisa a trarre dalla guerra almeno tre frutti preziosi: rivitalizzare l’alleanza atlantica, accentuare la dipendenza militare ed energetica dell’Europa dagli Stati uniti, impantanare la Russia in una guerra di logoramento, costosa e impopolare. Se oggi le speranze di un accordo di pace sono più consistenti di qualche anno fa è perché entrambe le condizioni appaiono tendenzialmente esaurite. Il vassallaggio europeo alla Nato è ormai un fatto assodato e d’altra parte, almeno in superficie, gli oppositori e i rivali di Putin sono tutti scomparsi o ammutoliti. La dirigenza americana e quella russa hanno entrambe perciò buone ragioni per voler chiudere un conflitto che, a lungo andare, rischierebbe di appannarne l’immagine e penalizzarne gli interessi commerciali.

Per un macabro rovesciamento dei ruoli, però, la spinta a prolungare il regime di guerra potrebbe oggi venire proprio da chi, all’inizio del conflitto, ne subiva le peggiori conseguenze. Dopo i recenti scandali, sembra molto improbabile che Zelensky e i suoi possano conservare il potere dopo un’eventuale cessazione delle ostilità, a meno di un successo straordinario al tavolo negoziale.

Questo potrebbe indurli, se non a boicottare, quanto meno a diluire il processo di pace. Per di più, come ha appena osservato Edgar Morin sulle pagine di questo giornale, i meno disponibili a un accordo realistico restano, al momento, i volenterosi europei. E non per un vago difetto di legittimità ma perché un’autorità politica legittima, nell’Unione Europea, semplicemente non esiste. Non è prevista dai trattati, che lasciano ampio margine agli opportunismi dei singoli stati nazionali. La conseguenza è che Polonia e stati baltici spingono per coinvolgere l’intero continente in un’ostilità antirussa che, nel loro specifico caso, è tutt’altro che priva di ragioni. Mentre la Germania punta apertamente sul riarmo per dare ossigeno alla sua industria e, nello stesso tempo, per accarezzare il sogno proibito di un’egemonia non più solo economica ma anche militare. Di per sé, questo genere di ambizioni nazionali potrebbe anche apparire comprensibile.

L’assurdità è che a veicolarle siano, spesso e volentieri, esponenti della Commissione, come Kallas e von der Leyen, che dovrebbero in teoria rappresentare l’interesse comune dell’Europa e non quello dei singoli stati nazionali cui devono di fatto la loro carriera politica. Proprio per scongiurare una simile assurdità, già nel maggio del 2022, a conclusione della Conferenza sul futuro dell’Europa, il Parlamento europeo aveva avanzato la più elementare delle proposte di modifica istituzionale: l’elezione diretta del presidente della Commissione, connessa a liste transnazionali che coinvolgessero, in uno stesso giorno, tutti i cittadini dell’Unione.

Inserita in un pacchetto articolato di modifiche istituzionali (che includeva, tra l’altro, il voto ai sedicenni), la proposta aveva l’obiettivo dichiarato di trasformare le consultazioni elettorali «in una vera e propria elezione europea, in particolare con l’istituzione di una circoscrizione a livello dell’Unione, invece della somma di 27 elezioni nazionali distinte, come avviene attualmente». Molto meno di un’effettiva unificazione politica, che richiederebbe un vero e lungo processo costituzionale di cui le attuali forze politiche europee sono palesemente incapaci. Ma il requisito minimo per rivendicare una parvenza di legittimità, da far pesare in un contesto geopolitico sempre più fragile e allarmante. Di una tale proposta sembra sparita ogni traccia, non solo nel dibattito istituzionale ma anche nei movimenti pacifisti e nelle manifestazioni di questi anni, incluse quelle dichiaratamente europeiste. Una rimozione sconcertante che sarebbe ora di superare, se non vogliamo che le speranze di pace restino nelle mani poco raccomandabili di Trump e Putin.

Nell’immagine: Donald Tusk, Volodymyr Zelenskyy, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Ursula Von der Leyen durante il vertice della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi” nel marzo del 2025

 


La guerra e il negoziato fantasma

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

Di , la Repubblica

Come sul tavolo di un illusionista, la trattativa per la pace in Ucraina appare e scompare, c’è e non c’è. Sembra che aspetti un evento esterno, in grado di piegare il negoziato, costringendolo a compiersi: e tutto diventa manovra, compresa la fuga di notizie sui piani di pace, l’inchiesta sulla corruzione nella corte di Zelensky, le dimissioni del capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak.

In un susseguirsi di annunci e delusioni, dal vertice tra Putin e Trump in Alaska fino a oggi abbiamo praticamente vissuto nel clima sospeso di un negoziato fantasma, con continue allusioni alla svolta vicina, in arrivo, dietro l’angolo. Ma è sempre mancata la scintilla decisiva in un contatto diretto tra Mosca e Kiev, mentre i mediatori americani fanno la spola tra i due contendenti, senza nascondere la loro inclinazione per il più forte.

L’arbitro non ha nemmeno dichiarato quali sono le regole del gioco a cui si ispira per costruire un percorso di pace. Non parla in nome della democrazia, non ha invocato il diritto internazionale, non lamenta il vulnus dell’aggressione alla sovranità e alla libertà dell’aggredito. Vuole che il conflitto finisca, ponendo termine a bombardamenti, morte, devastazione, e tanto basta.

L’Europa e l’intero occidente non chiedono di più: hanno voluto vivere l’emergenza degli ultimi tre anni come una guerra altrui, e oggi sono pronti a incassare i dividendi di qualunque pace, senza preoccuparsi se il dopoguerra porterà in sé il segno del sopruso.

Ovviamente la fine delle ostilità è sempre benedetta, dopo un numero di morti impressionante, che annuncia l’irrazionalità del secolo. Ma il rischio, mentre inauguriamo un’epoca spoglia, senza più princìpi-guida, è esattamente quello di chiamare pace un ridisegno forzoso della mappa, della geografia e quindi della storia d’Europa, con una sostituzione — già in atto — dei suoi valori di riferimento.

È un cambio di vocabolario, che per forza di cose pretende un cambio di protagonisti. Escono di scena i diplomatici, interpreti di una prassi in quanto espressione di una cultura di governo accumulata nei ministeri e sperimentata nelle crisi internazionali. Entrano i consiglieri, che mettono in campo la fedeltà al posto della scuola, l’improvvisazione piuttosto che la tradizione, l’istinto invece della tecnica.

Sono svincolati da ogni appartenenza culturale, non hanno obblighi e debiti con il passato, si sentono liberi e proprio per questo possono creare le nuove regole invece di testimoniare il vecchio decalogo d’uso. Vivono nel presente e non nella storia, sono il prodotto della fase e la sua soluzione, svolgono una missione, non una professione. Soprattutto (ecco il punto) appartengono al leader, non allo Stato, e servono il comando più che il governo. Questo è l’elemento sostanziale dell’esperimento in corso: il declino della statualità.

Non è in nome dello Stato che Trump si è attribuito il ruolo di pacificatore e si è seduto a capotavola del disordine mondiale, ma in nome di una nuova autorità imperiale in formazione, un ruolo egemonico e missionario che nasce dalla destrutturazione di tutte le piattaforme istituzionali preesistenti, la Nato, l’intesa tra Europa e America, il multilateralismo, gli Stati Uniti concepiti come una proiezione nel mondo dell’idea di democrazia e di libertà.

Attorno al presidente in passato si muoveva la macchina coerente dello Stato, anzi la forza di gravità del Deep State condizionava l’esercizio della leadership, mentre lo garantiva. A Jalta, nel momento cruciale del negoziato, quando si accorge che Roosevelt sta cedendo alla proposta di Stalin sul confine occidentale della Polonia Harry Hopkins, inviato speciale plenipotenziario della Casa Bianca, è talmente in confidenza con il presidente da ricordargli con un biglietto i limiti dei suoi poteri e le prerogative del Congresso, facendogli cambiare idea.

Dall’altra parte del tavolo, nella madre di tutte le trattative, alle spalle di Stalin c’era veramente la parte più profonda dello Stato sovietico, con il Procuratore dell’Urss Andrej Vysinskij, l’uomo che aveva istruito l’ondata di processi-farsa con la condanna a morte dei vecchi compagni di Lenin come Zinoviev, Kamenev, Bukharin: e il primo giorno si affacciò al negoziato persino Lavrentij Berija, il capo della Gpu, la polizia segreta sovietica.

Churchill percepiva la potenza compatta di quel kombinat ideologico e statale che in una regia occulta, dietro le quinte, calcolava rischi e opportunità mentre affioravano al tavolo ufficiale, e la identificava nel ministro degli Esteri di Mosca, Vjaceslav Molotov: «Un perfetto robot, creato appositamente per essere un manovratore, ma in realtà manovrato da una macchina poderosa».

Oggi quella macchina sembra parcheggiata nel grattacielo del Mid, il ministero degli Esteri, custodita dall’esperienza di Sergej Lavrov. Sul campo avanzano da entrambe le parti personaggi che vengono da altri mondi, cresciuti in altre culture, esperti di altre tecniche, negoziatori improvvisati con una disinvoltura totale e una competenza parziale, convinti che il codice della politica sia uguale al codice degli affari, pronti a trasformare inevitabilmente il confronto geopolitico tra Paesi in una transazione economico-finanziaria.

La novità è il mandato, la rappresentanza: queste figure parlano e ascoltano a nome del leader, non dello Stato, messo in seconda fila, a far da cornice. Il risultato è il declino dell’autorità istituzionale, l’equivalenza delle funzioni, la confusione dei ruoli, la sovrapposizione delle voci, la dispersione dell’autorità.

La frammentazione dei tavoli disorienta gli altri Paesi, che pure hanno un interesse legittimo nella definizione concreta di un percorso di pace, e confonde la pubblica opinione, incapace ormai di distinguere, di comprendere e di dare un giudizio d’insieme, perché manca un tavolo sovrano capace di disciplinare il tutto in una gerarchia riconosciuta e accettata. È il clima perfetto per le infiltrazioni strategiche, la controinformazione, e soprattutto per una competizione aperta sulle diverse interpretazioni della pace possibile, che corrispondono a visioni differenti dell’Europa e del mondo dopo la guerra.

Tocca al cittadino ritrovare la capacità di orientarsi nella guerra delle narrative contrapposte, partendo da un punto fermo: la pace è una responsabilità di Stato davanti al mondo, non la performance di un illusionista.

Nell’immagine: Kiev, 28 novembre: un funerale militare


Vacche magre e milionari

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 


Sergio Rossi – Ticino, maglia nera in fatto di salari

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Pensieri satanici

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

Non avremmo mai voluto porci questa domanda. Ma dopo due anni di sofferenze atroci inflitte dall’esercito di Israele a Gaza non possiamo evitare di chiederci come mai proprio degli ebrei, 80 anni dopo la liberazione di Auschwitz, intraprendano una campagna di persecuzione e morte tale da chiederci se sia paragonabile a quella di allora.

Una simile domanda inquietante appare come un “pensiero satanico” che emerge senza volerlo dalle tenebre dell’orrore, così come i celebri “versetti satanici” del Corano si imposero a Maometto senza che lui li volesse.

Un orrore che si sperava cessasse con la tregua, ma che invece continua. Lo racconta per esempio una responsabile di “Médecins sans frontières” appena rientrata da Gaza (Le Temps, 22.11.25). Inizia con la disperazione dei palestinesi che domandano: “È il genocidio meglio documentato della storia. Come è possibile che il mondo ci guardi morire senza fare nulla?” “È avvenuto – ha già risposto Primo Levi, il più noto dei sopravvissuti di Auschwitz – e quindi può succedere di nuovo”.  La testimone racconta poi delle molte morti, oltre a quelle con le armi, dovute alle privazioni “sistematiche e deliberate” dell’accesso all’acqua, al cibo, a un riparo, alle cure. Menziona i decessi dei malati di tumori che non possono essere operati e dei diabetici privi di cure, ma anche dei bambini uccisi da bombe che esplodono ancora. Ricorda che, per avere acqua pulita, a Gaza la si prende dal mare e la si desalinizza, ma Israele lo impedisce non lasciando entrare le attrezzature e il carburante per farlo. Aggiunge che le falde freatiche esistenti sono zeppe di feci perché “Israele impedisce l’entrata a Gaza di latrine e le migliaia di famiglie rifugiate nelle tende non hanno altra scelta che scavare buchi e farci i loro bisogni”. “A Gaza oggi vi sono ovunque fogne aperte. L’odore è terribile (…) L’inferno, non ho altre parole”. Ricordiamoci che tutto, proprio tutto è stato distrutto a Gaza. Conclude raccontando un episodio agghiacciante: una donna era sdraiata in mezzo a una strada; sembrava morta ma respirava: aspettava che un’auto la schiacciasse, per morire.

Abbiamo riletto “Se questo è un uomo” di Primo Levi, per il bisogno di confermare che, per quanto orribili, i massacri e le sofferenze inflitte a Gaza non sono paragonabili ad Auschwitz. Nel “campo di concentramento” di Gaza non ci sono le camere a gas, e i 70’000 uccisi (20’000 bambini) su oltre 2 milioni di abitanti, anche aggiungendo decine di migliaia di morti per sfinimento e assenza di cure, rappresentano una mortalità di molto inferiore a quella dei lager; e poi l’intenzione, come nella prima fase della persecuzione nazista contro gli ebrei, è di far partire i perseguitati e confiscare i loro beni (le loro terre), non di sterminarli.

Eppure è proprio leggendo Levi che il “pensiero satanico” è apparso come un fantasma che gela il sangue nelle vene. Sin dai versi che aprono il suo libro straordinario: “Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no/ …”

E quando dice dei prigionieri che sono “dei non uomini che marciano e faticano in silenzio” e che “si esita a chiamare morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla”, pensiamo alle colonne degli infelici spostati da nord a sud, da sud a nord di Gaza, decine di volte.

Quando poi parla degli ebrei scelti dalle SS per diventare Kapo o assumere altre cariche come “individui particolarmente spietati, vigorosi e inumani…” ti vengono in mente gli ufficiali dell’IDF. E quando aggiunge che “I prominenti ebrei costituiscono un triste e notevole fenomeno umano. In loro convergono le sofferenze presenti, passate e ataviche, e la tradizione e l’educazione di ostilità verso lo straniero per farne mostri di asocialità e insensibilità”, ti vengono in mente gli Smotrich, Ben Gvir, Netanyahu…

Nell’immagine: Primo Levi


Edgar Morin – Lo spettro russo e il degrado delle democrazie

L’iniziativa per il futuro, “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” è stata bocciata dal 78.3% dei votanti e da tutti Cantoni. Una sconfitta bruciante se consideriamo che la sinistra rosso verde può raggiungere il 30%. Quindi l’iniziativa è stata bocciata anche a sinistra. In Ticino è stata respinta dal 79,43% dei votanti 

Di Edgar Morin, il manifesto

Centoquattro anni compiuti l’8 luglio, il sociologo, filosofo e saggista francese di origine ebraica Edgar Nahoum, che ha poi preferito il cognome Morin (scelto durante la Resistenza) è uno dei massimi intellettuali contemporanei. Iniziatore del «pensiero complesso», cui ha dedicato un suo monumentale saggio, ideatore del concetto della «policrisi», fondatore della transdisciplinarietà, la sua ricerca spazia dalla filosofia alla politologia, dalla sociologia del cinema all’epistemologia delle scienze umane fino all’ecologia. Ci ha fatto avere questo articolo originale e inedito che pubblichiamo con grande piacere.


Insensibilmente l’arma nucleare è divenuta un pericolo presente e suscita dibattiti apparentemente sereni, alcuni dei quali assicurano tranquillamente che la terza guerra mondiale è già cominciata, come se non si trattasse di una catastrofe dantesca.

È con stupore che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza.

Si è ciechi rispetto alla grande regressione che prosegue il suo corso planetario, accentuata dalla mondializzazione dell’inizio del secolo, e che ha già prodotto due guerre entrambe internazionalizzate e che minacciano di generalizzarsi.

L’anteguerra del 1940 fu incancrenito dal pacifismo poi collaborazionista, questo lo è dal bellicismo.

Ho spesso segnalato che la storia dell’umanità, divenuta «una» dopo la mondializzazione pur divenendo sempre più diversa e conflittuale, aveva preso, simultaneamente ai suoi progressi scientifici e tecnici, un corso politico ed etico sempre più regressivo.

Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi.

Nello stesso tempo, le angosce che esse provocano al di fuori dei loro territori contribuiscono a questo aggravamento che annichila tutti i tentativi di riassorbimento della crisi ecologica mondiale.
Corsa agli armamenti: escalation o tracollo? L’una e l’altro nello stesso tempo.

È da sottolineare come la mondializzazione economica realizzatasi all’inizio del secolo abbia favorito la disunione delle nazioni e nello stesso tempo le potenze imperiali.

La Russia ha fallito nel suo tentativo di annettere l’Ucraina una volta conquistata. Fino ad ora non ha potuto che occupare pochi territori oltre alle province separatiste russofone, che del resto erano in guerra contro l’Ucraina dal 2014. Non si vede come una pace giusta possa mettere queste province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura e la sua musica.

Come avevo già indicato nel mio libro Di guerra in guerra, la pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina, con garanzie da negoziare (Neutralità protetta? Integrazione nell’Unione europea?).

Dovrebbe confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.000 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea la cui maggioranza è stata deportata da Stalin.

Una tale pace è concepibile fintanto che le forze in conflitto siano più o meno equilibrate e fintanto che nessuna sia costretta alla capitolazione.

Dunque, è ancora possibile nel momento in cui sto scrivendo, ma questa possibilità scomparirà con l’accresciuta internazionalizzazione di questa guerra, e con le escalation che di fatto sono dei tracolli.
La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato.

I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. Lo spettro del pericolo russo ci maschera il pericolo della degradazione in corso delle democrazie europee minacciate dalla possibilità di subire un potere autoritario.

Paradossalmente, le sanzioni hanno favorito l’economia militare russa, che oltre ad aerei, droni, bombe ha ormai un missile che per capacità supera i missili occidentali, perché nelle condizioni attuali non può essere intercettato.

Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato, gli europei contribuiscono alla escalation.

Putin è un tiranno crudele e cinico, ma l’argomento per cui non si potrebbe negoziare con Putin è derisorio da parte di governi che negoziano amichevolmente con il capo di una dittatura totalitaria molto più tentacolare della dittatura Putiniana.

Di fatto i governi occidentali hanno condotto in passato una politica di alleanza con la tirannia zarista e la tirannia staliniana.

E d’altra parte Trump opera una riconfigurazione del dominio americano nella quale la Russia cessa di essere nemica e che è fondata sulla pace americana generalizzata.

I media agitano la minaccia della Russia sull’Europa occidentale. Ma come la Russia, incapace di invadere l’Ucraina, potrebbe invadere l’Europa?

Il grande pericolo è l’aggravarsi costante della crisi dell’umanità che ci conduce alle catastrofi ecologiche, politiche, militari.

Questa crisi comporta la tragedia palestinese, ancor più grave del conflitto ucraino. Israele non ha soltanto conquistato e occupato le terre del popolo palestinese, è in corso la liquidazione di questo popolo martire attraverso l’occupazione totale del suo territorio.

Niente, in questo momento, può contrastare questo processo e noi non possiamo far altro che testimoniare nella impotenza e nella compassione.

Infine, più ampiamente, noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione.

Nell’immagine: Edgar Morin