Giustizia climatica, questa dimenticata

COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili 

Di Marco Di Pierri*, il manifesto

L’emergenza climatica è una crisi di disuguaglianza». Con queste parole il presidente brasiliano Lula da Silva ha aperto lunedì la COP30 a Belém, in Amazzonia. Non si tratta di un’espressione retorica ma di una verità assoluta ed elementare che la diplomazia climatica continua a ignorare.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI sono una questione di potere. Sono il prodotto di un sistema di sfruttamento irrazionale di risorse e esseri umani, che concentra spaventosamente ricchezza, responsabilità e impunità in poche mani, mentre condanna i più vulnerabili a pagare i costi altissimi della distruzione prodotta. I dati che supportano l’esistenza di uno stretto legame tra clima, diritti umani e disuguaglianze sono innumerevoli e autorevoli. Eppure ancora oggi, dopo trent’anni di conferenze, la giustizia climatica resta un concetto evocato più che praticato.

SECONDO LE NAZIONI UNITE, i cambiamenti climatici acuiscono le disuguaglianze globali facendo subire alle popolazioni più povere, che emettono meno, capillari e drammatici impatti su salute, cibo, acqua e sicurezza. Non è un caso che la Dichiarazione di Belém su fame, povertà e azione climatica, sottoscritta da 43 Paesi e dall’Unione Europea (ma non dall’Italia) durante il Leader summit che ha preceduto la Cop, riconosca che la crisi ecologica è al contempo espressione di razzismo ambientale e ingiustizie sociali. Il testo lega clima e diritti, chiedendo ad esempio investimenti in agricoltura sostenibile, protezione sociale e sovranità dei popoli indigeni: un cambio di paradigma che sui tavoli negoziali rimetta al centro le persone e non solo le tonnellate di CO2.

MA MENTRE IL LINGUAGGIO POLITICO lancia qualche timido segnali di cambiamento, i numeri raccontano un’altra storia. L’ultimo rapporto Oxfam, “Climate Plunder” (il saccheggio climatico), pubblicato in vista della COP30, fotografa la diseguaglianza climatica con precisione chirurgica.

DAL 1990, LA QUOTA DI EMISSIONI dello 0,1% più ricco dell’umanità è aumentata del 32%, mentre quella della metà più povera è diminuita del 3%. Non si tratta solo di stili di vita: i super-ricchi traggono profitto dalla crisi climatica. Il 60% dei loro investimenti è in settori fossili e minerari. Un solo super miliardario, tramite i suoi investimenti, è responsabile in media di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Le emissioni causate dai capitali di appena 308 miliardari superano così quelle di 118 Paesi messi insieme. Se tutti vivessimo come loro il carbon budget globale si esaurirebbe in meno di tre settimane.

OXFAM DENUNCIA CHE QUESTA ÉLITE non solo alimenta la crisi, ma ne controlla la narrazione: alle ultime COP i lobbisti delle industrie fossili superavano i delegati dei dieci Paesi più colpiti dagli impatti climatici. Per cambiare direzione occorre limitare la loro influenza nei processi decisionali, tassare i grandi patrimoni e i profitti delle compagnie fossili e garantire ai Paesi del Sud globale un ruolo centrale nei negoziati.

COME INVERTIRE LA ROTTA è la stessa domanda che alla vigilia della COP30, economisti, attiviste, sindacati e movimenti sociali si sono posti nell’assemblea internazionale “A Climate for Change: Towards Just Taxation for Climate Finance”, partendo dal presupposto che non ci sarà giustizia climatica senza giustizia fiscale. Dall’incontro sono emerse sei proposte concrete: abolire i sussidi ai combustibili fossili (7.000 miliardi di dollari l’anno a livello globale, quasi 80 solo in Italia nel 2024, il 3,8% del Pil); far pagare multinazionali e super-ricchi attraverso patrimoniali e minimi fiscali globali; istituire una Convenzione Fiscale ONU che integri la giustizia climatica e restituisca potere decisionale ai Paesi del Sud del mondo; democratizzare il potere fiscale investendo in sanità, educazione, energia e trasporti sostenibili; usare la leva fiscale per eliminare gradualmente i fossili e finanziare alternative eque; integrare politiche fiscali, del debito e climatiche in un quadro coerente e solidale. Dietro queste proposte c’è un principio unico: chi inquina deve pagare. E chi accumula ingenti ricchezze deve redistribuire, non fosse altro perchè le accumula invariabilmente a danno del pianeta e di altri esseri umani.

È IN QUESTA DIREZIONE CHE SI MUOVONO diverse proposte a livello internazionale. Tra esse spicca l’iniziativa delle Nazioni Unite per una Convenzione sulla Cooperazione Fiscale Internazionale — sostenuta da circa 110 Paesi del Sud del mondo che punta a tassare in modo più equo la ricchezza e i profitti derivanti da attività inquinanti. Al G20 di Rio, Brasile, Spagna, Francia e Sudafrica hanno rilanciato l’idea di una tassa del 2% sui patrimoni dei 3.000 individui più ricchi, capace di generare 250 miliardi di dollari l’anno per finanziare la lotta a povertà e crisi climatica.

DIECI ANNI DOPO L’ACCORDO DI PARIGI, questa Cop non può che essere un momento di bilanci. E il bilancio è impietoso. Continuare a ignorare questo squilibrio significa condannare l’intero processo climatico al fallimento. La giustizia climatica è l’obiettivo che devono avere i negoziati e al contempo la loro condizione di legittimità. Vuol dire riconoscere come presupposto che la crisi ecologica è una crisi politica e redistributiva, e che solo un nuovo patto tra Nord e Sud, tra generazioni e tra classi sociali, mediato da una politica che ritorna a fare il suo lavoro, può riaprire una possibilità di futuro condiviso.

SE QUESTA COP30 VUOLE ESSERE ricordata come la conferenza della svolta, dovrà restituire centralità alla parola più semplice e rivoluzionaria di tutte: giustizia.

*Associazione A Sud


Sergio Rossi – Se gli imprenditori svizzeri si sostituiscono al Consiglio federale

COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Imprenditori svizzeri alla corte del tiranno

COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili 


Una mostra particolare

COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili 

I bambini sentono e dicono ciò che pensano senza filtri. Capiscono sicuramente meglio di noi adulti che la guerra, qualsiasi guerra, non ha senso. Per loro ingiustizia, crudeltà e violenza esercitate da esseri umani su altri esseri umani rimangono inspiegabili. Ma cosa sentono e cosa pensano i bambini e gli adolescenti che le subiscono ogni giorno? Lo esprimono con i loro disegni. Come tutti i bambini anche quelli di Gaza rappresentano il mondo che li circonda disegnando soggetti e scene della loro vita quotidiana. Illustrano luoghi e persone reali, ma attingono anche ai ricordi di momenti belli o a immagini fantastiche che affiorano liberamente nella loro mente o nei loro sogni. Essi raccontano e integrano a loro modo la realtà tragica in cui sono immersi e coi disegni esprimono paure e momenti felici, dolori e angosce, a volte speranze. Disegnano in condizioni difficilissime tra le macerie, sotto le bombe, assistendo alle atrocità della guerra. Provano a rielaborare le esperienze vissute, la catastrofe e la morte dei loro cari attraverso colori, contorni e contrasti, secondo la loro età e la loro maturazione psicologica.

Tutto questo lo si scopre nelle opere esposte in una mostra itinerante attualmente aperta nella sala della Casa parrocchiale Sant’Ilario di Bioggio.

Il progetto “HeART of Gaza”

Il progetto ideato con il nome di «HeART of Gaza» nasce dall’amicizia tra Féile Butler, illustratrice irlandese, e Mohammed Timraz a Deir al-Balah, nel cuore di Gaza. Un’amicizia nata sui social come tante, così importanti per chi è recluso in una brutale prigione e si sente abbandonato dal mondo. I disegni esposti sono nati nella “Tenda degli Artisti” ideata da Mohammed poco tempo dopo l’inizio del conflitto, dove bambini e adolescenti hanno trovato fogli e colori per esprimersi attraverso il disegno, per descrivere ciò che li circonda o li spaventa nel loro percorso di vita. E anche per ritrovare, almeno per qualche ora, dei momenti di condivisione e serenità di cui sono privati nella loro infanzia negata.

Il semplice progetto locale si è in seguito trasformato in un’iniziativa diffusa in altre parti della Striscia di Gaza, anche se in condizioni sempre più difficili. Oggi le tende sono 17, gestite da amici e volontari, e coinvolgono oltre 200 bambini e ragazzi fra i 3 e 17 anni che continuano a non poter frequentare le scuole. Nel frattempo, si è saputo che alcuni tra le autrici e gli autori dei disegni (Reema di 11 anni e Mohammed di 13) sono morti sotto i bombardamenti, degli altri purtroppo non si conosce ancora il destino.

Una volta realizzati i disegni, gli animatori del progetto avevano rivolto ai giovani artisti alcune domande per comprendere cosa la loro opera volesse rappresentare. Sono nati così dei brevi testi che accompagnano i disegni e che riprendono i pensieri e le parole affidate dai bambini e dagli adolescenti ai loro maestri.

Così questi disegni sono un piccolo miracolo, ci obbligano ad ascoltare le loro voci, ci sollecitano a considerare la loro dignità, a fare qualcosa per la loro protezione e per i loro diritti calpestati. Hanno il potere di sollecitare in noi la solidarietà, di non lasciarci indifferenti di fronte all’orrore quotidiano imposto alla popolazione palestinese da un governo criminale con la complicità di molti governi occidentali, a cominciare da quello degli Stati Uniti d’America e compreso anche il nostro. Non illudiamoci, la tregua proclamata e continuamente violata e la pace progettata da Donald Trump senza il popolo palestinese, non cambieranno molto nei disegni che i bambini di Gaza continueranno a fare perché le ferite rimangono aperte.

La mostra è stata allestita dalle curatrici del Gruppo 24 maggio Roberta Castri, Graziella Corti, Claudia Schwarz e Alessandra Ripamonti ed è ospitata nella Casa parrocchiale Sant’Ilario a Bioggio dal 9 al 19 novembre 2025 (v. dettagli nella locandina). Fine ultimo è rendere la mostra “itinerante” e farla girare in tutto il Ticino con l’obiettivo di coinvolgere e sensibilizzare il maggior pubblico possibile riguardo a ciò che sta accadendo a Gaza. Pertanto, per chi fosse interessato ad ospitare la mostra anche sull’arco dei prossimi mesi – che siano scuole, biblioteche, Comuni o altri enti – potrà contattare direttamente il no. 079 659 30 46 (Alessandra) per prenotare gratuitamente l’esposizione di disegni, concordare le date ed allestire la mostra nella propria sede
Cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza? (dalla presentazione di Graziella Corti)

Lo racconta Francesca Albanese in un capitolo del suo libro (Quando il mondo dorme, Milano, Rizzoli, 2025). I bambini, la metà della popolazione di Gaza, sono privati dell’infanzia, diventano grandi nei loro piccoli corpi gravati da preoccupazioni, paure e responsabilità che non dovrebbero sopportare alla loro età: sotto i loro occhi bombardamenti quotidiani, case, scuole, ospedali e terreni coltivati distrutti, parenti e amici morti, fame, sete, umiliazioni. Moltissimi bambini, rimasti soli, vagano tra le macerie in cerca di cibo e di aiuto, di cure, dei propri parenti scomparsi. Si stima (Save the Children, ottobre 2025) che in due anni circa 20’000 bambini siano morti, tra loro più di mille neonati, ma la conta non si arresta.

Francesca Albanese, cui non è stato dato il permesso di entrare a Gaza, ha condotto da remoto un’indagine su incarico dell’ONU in cui dialoga con i bambini, che mostrano nonostante tutto grande voglia di vivere, di imparare, di andare a scuola. Parlano degli insopportabili soprusi che avvengono sotto i loro occhi e che invadono ogni aspetto della vita quotidiana. Il linguaggio è accurato: paura di morire e di perdere i genitori, irruzione della violenza nei loro spazi più intimi, terrore dei soldati israeliani e degli sgomberi forzati, sentimento di segregazione.

La Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’ONU nel 1989 e sottoscritta dalla Svizzera nel 1997, afferma tra le altre cose il diritto dei bambini alla libertà di espressione, alla sicurezza sanitaria e alimentare, all’accesso alla scuola, ma a Gaza i diritti, anche quelli più elementari, sono negati e per ora rimangono un sogno.

Nell’immagine: bambini/e e animatori/trici del progetto HeART of Gaza 


Se la fede diventa un crimine politico

COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili 

L’America che un tempo si vantava di accogliere tutti, oggi sembra dividersi sulla legittimità stessa dell’essere musulmano nello spazio pubblico. Il caso di Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, origini indiane e ugandesi, ne è l’emblema: dietro le accuse formali, si nasconde il riflesso di un Paese che fatica sempre più a riconoscersi nei propri ideali di pluralismo e libertà.

Dopo la storica vittoria elettorale di Mamdani, alcuni parlamentari repubblicani hanno chiesto al Dipartimento di Giustizia di revocargli la cittadinanza americana, sostenendo che avrebbe nascosto la sua affiliazione politica con il “Democratic Socialists of America”, e mostrato in passato simpatia per cause “anti-americane”.

Tra le prove addotte figurano testi lirici scritti nel 2017 in cui Mamdani menzionava i cinque uomini della “Holy Land Foundation”, attivisti musulmani condannati nel 2008 con l’accusa di finanziare Hamas. Ma gli esperti di diritto migratorio sono concordi: la revoca della cittadinanza è una misura eccezionale, applicata solo in presenza di una frode grave e documentata. Nel caso di Mamdani, mancano elementi concreti che giustifichino un procedimento del genere.

Parallelamente, alcuni esponenti del “New York Young Republican Club” hanno tentato di invocare il 14° Emendamento, che vieta l’accesso a cariche pubbliche a chi abbia “fornito aiuto o conforto al nemico”. Anche questa strada appare giuridicamente impraticabile: servirebbe un voto qualificato del Congresso e un giudizio della Corte Suprema, circostanze che rendono il tutto più simbolico che reale.

In sostanza, la campagna contro Mamdani sembra una mossa politica studiata per galvanizzare la parte dell’elettorato più sensibile al linguaggio della paura.

E qui si apre il quadro più ampio. Come osserva un recente editoriale di Al Jazeera, l’episodio riflette un malessere bipartisan: la crescente tolleranza verso l’islamofobia, ormai trasversale in entrambi i partiti.

Un rapporto dell’ “Institute for Social Policy and Understanding” (ISPU) mostra che l’indice d’islamofobia negli Stati Uniti è salito in pochi anni da 25 a 33 su una scala da 1 a 100. I pregiudizi non appartengono più solo alla destra: si ritrovano anche in settori liberal, dove si tende a percepire l’identità musulmana come “sospetta” o “difficile da integrare”.

Questa normalizzazione dell’islamofobia non si esprime soltanto nei discorsi d’odio o nei post virali, ma penetra nel linguaggio politico quotidiano: si parla di “valori civili”, “sicurezza nazionale”, “lealtà patriottica”, ma spesso il sottotesto è uno solo: l’esclusione del diverso.

Il caso Mamdani diventa così un campanello d’allarme: non riguarda solo un singolo politico, ma il grado di tolleranza che la democrazia americana è disposta a concedere alla propria incoerenza.

Se la cittadinanza può essere messa in discussione per motivi ideologici, allora ciò che vacilla non è solo la posizione di Mamdani, ma l’intero concetto di appartenenza.

E se la paura dell’Islam diventa merce politica accettabile tanto a destra quanto a sinistra, allora non è la comunità musulmana a essere minacciata, ma l’idea stessa di libertà civile che l’America dice di difendere.

La forza di una democrazia si misura nella sua capacità di proteggere chi è minoranza, non di punirlo per convenienza elettorale.

Oggi il caso Mamdani – e più in generale la crescente ostilità verso i politici di fede islamica – mostra quanto sottile sia la linea tra la legittima critica e la persecuzione culturale.

Una parte del mainstream mediatico, invece di informare, tende a orientare l’opinione pubblica, trasformando simboli religiosi e temi sensibili – come il velo, il ruolo della donna o la fede – in strumenti di delegittimazione.

Così, il discorso pubblico non giudica più le persone per ciò che fanno, ma per ciò che rappresentano, alimentando sospetto e divisione.

È un meccanismo che non colpisce solo chi professa l’Islam, ma mina alla radice la credibilità della democrazia stessa: perché quando la diversità diventa un capo d’accusa, la libertà ha già cominciato a retrocedere.

Nell’immagine: Zohran Mamdani dopo l’elezione


La piazza vuota per l’Ucraina

COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili 

Di Luigi Manconi, La Repubblica

Non sempre il fatto che il pulpito da cui viene la predica sia squalificato deve indurre a ritenere che quella stessa predica sia interamente falsa. Certo, tra i vezzi e i vizi più insopportabili della destra italiana c’è quella petulante accusa agli avversari di non mobilitarsi con uguale vigore per tutte le cause meritevoli di solidarietà. Da qui il molesto ripetere: perché mai le sinistre non manifestano per le donne iraniane e per quelle afghane e a favore degli oppositori in Venezuela e dei palestinesi che contestano Hamas?

La prima e più facile risposta non è sufficiente. Insomma, non basta far notare che le piazze italiane non sono tutto un brulicare di elettori di destra che, guidati da Daniela Santanchè e da Maurizio Gasparri, presidiano l’ambasciata della Corea del Nord o quella del Myanmar. Non basta. E, dunque, ci si deve chiedere seriamente perché oggi in Italia, mentre la Russia si rende responsabile di una ininterrotta carneficina, la mobilitazione popolare e, in particolare, quella della sinistra, sia così riottosa e incerta.

Tante le ragioni. C’è, innanzitutto, la lunga e complessa genealogia di fasi storiche che hanno preceduto l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Quella contrastata vicenda, manovrata abilmente dalla propaganda russa, ha fatto sì che l’evento dirimente dei tank russi che oltrepassano i confini ucraini possa essere ridimensionato e sdrammatizzato.

In altre parole, la lettura falsata dei fatti che precedono l’invasione contribuisce a deformare l’atto stesso dell’invasione, a considerarlo come l’esito inevitabile di responsabilità difficili da distinguere e da attribuire, equiparando i torti degli uni e i torti degli altri. Di conseguenza, l’aggressione della Russia non appare come l’azione imperialista di uno Stato totalitario, ma come l’ultimo effetto di una catena di cause e concause prodotte dalla Storia.

Eppure, quell’invasione è stata una vera e propria invasione, come sostenne Carlo Smuraglia, comandante partigiano e comunista, a lungo presidente dell’Anpi. Tuttavia, la più bella retorica della Resistenza (una mattina mi son svegliato/e ho trovato l’invasor) non valse a convincere tanti, e una parte della stessa Anpi, che la scelta di campo dovesse essere netta: stare dalla parte delle vittime, stare dalla parte degli ucraini invasi.

E qui si arriva al cuore profondo e, per certi versi, oscuro della questione. Ovvero il sentimento russofilo diffuso nella società italiana e non solo italiana. Moltissime le componenti di un simile sentimento. Tra queste, quella di natura ideologica e di derivazione sovietica — che avverte una continuità tra l’Urss e la Federazione di Putin — è probabilmente minoritaria.

Ma, a integrarlo e a rafforzarlo, quel sentimento, contribuiscono gli apporti di altre subculture e di altre subideologie. C’è la dipendenza da un’immagine di leader potente e possente, anche sotto il profilo fisico, che incarna l’idea di uno Stato forte: e questo incontra gli umori e le aspettative di diversi strati sociali, collocabili, ma solo approssimativamente, sia a destra che a sinistra, smarriti di fronte al “disordine” che sembra dominare le relazioni tra gli individui, i gruppi sociali e le nazioni.

Così, il potere dell’autocrate, perpetuato per oltre un quarto di secolo, sembra affascinare molti democratici che se si ricorda loro quale sia lo stato delle libertà in Russia replicano: e allora in Italia? Insomma, la stanchezza della democrazia alimenta la fede nell’autocrazia. E si scopre che sono filorusse tutte, ma proprio tutte, le organizzazioni del fondamentalismo cattolico, gran parte dei gruppi novax, e in generale quelli antiscientifici, la destra neofascista e la sinistra sovranista (c’è pure quella!).

Da queste propaggini estreme le pulsioni filorusse si diffondono nella società italiana e attraversano i partiti (in particolare Lega e M5S, ma non solo), trovando simpatie sorprendenti e impreviste amicizie. A esempio, in settori oscurantisti, religiosi e laici, l’apprezzamento per Putin è motivato dall’omofobia di quel regime che si traduce in leggi pesantemente repressive; e la Federazione russa appare come un baluardo rispetto alla decadenza dell’Occidente.

Ma questo non spiega ancora tutto. Penso che una russofilia tanto estesa affondi le sue radici in un antico riflesso condizionato e in una mitologia che, nonostante tutto, resiste. La Russia attuale appare come la manifestazione ultima di un movimento politico e di un campo ideologico formatisi oltre un secolo fa. Un dittatore, responsabile di molte stragi, viene visto tuttora come un fattore di bilanciamento in uno scenario mondiale dove, dall’altra parte, c’è un Occidente a sua volta responsabile — e come negarlo? — di grandi crimini.

Si può arrivare a dire che la russofilia sia l’attuale espressione dell’anti-occidentalismo. Questo atteggiamento è assai più diffuso di quanto si creda. Si nutre di realpolitik e di teorie geopolitiche, tutte legate, direi avvinghiate, al mantenimento dello status quo: ed è questa, forse, la componente più ampia del filoputinismo nazionale. Concezioni conservatrici che svalutano regole e valori dei sistemi democratici e del diritto internazionale, principi universali di libertà ed eguaglianza, diritti umani fondamentali. Molto su cui riflettere e molto, se ne siamo capaci, da cambiare radicalmente.

Nell’immagine: Kherson (Ucraina), 11 novembre


Coloni ormai fuori controllo

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Di Michele Giorgio, il manifesto

Con ogni probabilità sorridevano i coloni israeliani protagonisti, due giorni fa, del grave assalto a Beit Lid, tra Nablus e Tulkarem, ascoltando il segretario di Stato americano Marco Rubio che si diceva «preoccupato» per le violenze contro i palestinesi in Cisgiordania e avvertiva che esse potrebbero minare gli sforzi per consolidare il cessate il fuoco a Gaza. E hanno sorriso ancora di fronte alle parole del presidente Herzog che, dopo aver definito le loro azioni «scioccanti e gravi», ha poi ridimensionato tutto parlando di «una violenza commessa da una manciata di persone». Non meno divertente per loro deve essere stata la condanna pronunciata dal capo di stato maggiore Eyal Zamir e dal comandante militare in Cisgiordania Avi Bluth (peraltro ritenuto vicino ai coloni).

Non sono una «manciata» i responsabili delle violenze. E neppure un pugno di «anarchici», come li chiamano i comandi militari. Sono migliaia. E tutti sanno che le loro azioni vengono coordinate nelle colonie più radicali della Cisgiordania e che sono sostenuti da esponenti di primo piano della maggioranza. Non è certo un caso che il governo Netanyahu sia rimasto sostanzialmente in silenzio mentre si moltiplicavano le (vuote) condanne internazionali per l’attacco a Beit Lid ed Herzog, Zamir e Marco Rubio si affannavano a rilasciare dichiarazioni destinate a non cambiare nulla. Dei quattro coloni arrestati dopo l’assalto a Beit Lid, tre sono stati rilasciati già dopo poche ore dalla polizia, in linea con la politica varata tre anni fa dal ministro della Sicurezza e leader dell’estrema destra Itamar Ben Gvir. «Sono finiti i tempi in cui i ‘Giovani delle colline’ (coloni giovanissimi e tra i più radicali) erano il bersaglio dell’azione della polizia», ha tuonato ieri Ben Gvir in un’intervista al sito N12, replicando a chi lo accusa di aver garantito di fatto un’impunità totale ai coloni.

«Questa è la violenza di cittadini israeliani, non di coloni, come amano dire in tanti per assolvere la nostra società compiacente nei confronti degli attacchi ai palestinesi» ha detto al manifesto Yonathan Pollak, un attivista che da oltre vent’anni è testimone dei raid di coloni e soldati contro i civili palestinesi nelle aree rurali della Cisgiordania. «È in atto una strategia ben precisa – aggiunge Pollak -, si vuole rendere impossibile la vita ai palestinesi per cacciarli via. L’esercito e il governo partecipano a questa strategia. È una situazione simile a quella che esisteva il secolo scorso nel Sud degli Stati Uniti, quando lo sceriffo era parte del Ku Klux Klan. Le condanne dei coloni fatte da rappresentanti israeliani sono gesti necessari per placare lo sdegno internazionale. Poi non cambia nulla». Concorda Dror Etkes, ricercatore e uno dei massimi esperti locali di colonizzazione. «La violenza dei coloni – ci dice – è una parte essenziale del sistema israeliano di apartheid in Cisgiordania. Non è mai stata affrontata seriamente perché serve all’obiettivo strategico di Israele: cacciare via i palestinesi». Nel governo Netanyahu siedono figure di primo piano del movimento dei coloni. Oltre a Itamar Ben Gvir, c’è il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, responsabile della politica degli insediamenti. L’esecutivo, pur dichiarando di opporsi alla violenza, di fatto è il garante politico e ideologico delle azioni dei coloni.

A Beit Lid, tra Nablus e Tulkarem, i coloni hanno dato fuoco a camion, automobili, campi coltivati, magazzini e una fabbrica, in un attacco di vasta portata che ha lasciato dietro di sé diversi feriti palestinesi. Poi si sono lanciati su Deir Sharaf e infine su Deir Istiya. Questo villaggio ieri si è svegliato avvolto dall’odore acre del fumo. Una moschea del centro è stata incendiata. Sui muri, messaggi di sfida in ebraico: «Non abbiamo paura, ci vendicheremo di nuovo, continuate pure a condannare». Non ha torto chi li ha scritti. La condanna delle autorità è scattata solo perché a Beit Lid, a un certo punto, hanno attaccato con lanci di sassi alcuni soldati. Le aggressioni subite dai palestinesi, comprese le uccisioni, non generano alcuna solidarietà.

L’ondata di violenze non cesserà, nessuno si fa illusioni. I coloni sentono di poter agire come meglio credono. L’Ong Yesh Din riferisce che il 94% delle indagini aperte dal 2005 al 2024 sulla violenza dei coloni contro i palestinesi si è concluso senza incriminazioni. Solo il 3% ha portato a condanne totali o parziali. L’Ufficio delle Nazioni unite per gli Affari Umanitari (Ocha) denuncia che la violenza dei coloni ha raggiunto nel 2024 livelli mai registrati. Nel solo mese di ottobre si sono contati 264 attacchi contro i palestinesi (700 dall’inizio dell’anno). Nel 2025 la polizia ha avviato appena 60 indagini, rispetto alle 235 del 2023. Dopo il 7 ottobre di due anni fa, almeno 3.535 palestinesi sono stati costretti a lasciare le proprie case a causa di aggressioni dei coloni.

Nell’immagine: Cisgiordania. Le macerie di una casa demolita dai coloni


L’uomo ha sempre giocato a fare Dio, ma oltre alla scienza c’è bisogno dell’etica

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Di Vito Mancuso, La Stampa

«Giocano a fare Dio», diciamo spaventati riferendoci a coloro che intendono riprogettare l’essere umano tramite tecnologie sempre più pervasive, applicate questa volta non più su macchine e computer ma sugli stessi corpi umani. In realtà l’umanità ha sempre cercato di fare Dio, non a caso ci siamo dichiarati suoi figli, proclamati “a sua immagine e somiglianza”, quindi cosa c’è da stupirsi se ora proseguiamo nell’impresa di emulare il Padre celeste?

Da sempre i figli desiderano essere come il padre, anzi persino più forti di lui. E poi scusate, che male c’è nel cercare di prevenire le svariate migliaia di malattie genetiche che minacciano il formarsi degli esseri umani nel seno materno, in quei momenti in cui Dio Padre (sempre per stare alla metafora del giocare a fare Dio) si distrae un po’ e invece del corretto numero di cromosomi ne lascia posizionare uno in più o uno in meno, generando irreversibili malformazioni nei bambini che nascono e un dolore abissale nei genitori?

E che male c’è nel prevenire la degenerazione delle cellule nervose che conduce un essere umano a vivere gli ultimi anni senza consapevolezza di sé, in preda alla demenza, con il conseguente indescrivibile strazio dei parenti e un sordo odio verso la vita per il suo beffardo destino? Domande retoriche, la cui unica sensata risposta è nessun male; anzi, solo tanto auspicabilissimo bene. La scienza deve fare il suo mestiere, che, come dice il nome dal latino scire, consiste nel “sapere”: nell’incrementare sempre più la conoscenza. Sembrerebbe quindi che non vi sia nulla da temere e che occorra solo salutare con gioia le notizie fornite da questo giornale nei giorni scorsi riguardanti il progetto “Preventive” e le intenzioni (forse già ben più che solo tali) di Altman, Amstrong, Musk e altri miliardari che mirano a creare “uomini geneticamente modificati”.

L’umanità, però, non è solo conoscenza e azione, è anche coscienza e dubbio, cioè riflessione sull’utilizzo della conoscenza ottenuta, la quale può essere usata in vari modi: o per i benefici di tutti, o per i privilegi di pochi; o per curare malattie, o per allestire un catalogo di caratteristiche biologiche da mettere in vendita; o per il bene comune, o per il profitto di privati.

Perché il punto che tendiamo a dimenticare, inebriati come siamo non dalla serietà della conoscenza scientifica ma dal senso di onnipotenza che la società dei consumi infonde nelle menti per condurle a consumare sempre più, è che il bene e il male esistono per davvero e che non tutto quello che si può fare è davvero lecito fare. Inebriati dall’ideologia vincente ai nostri giorni denominabile “scientismo”, dimentichiamo la lezione di Kant secondo cui sono tre le domande alla base dell’umano: 1) che cosa posso sapere? 2) che cosa devo fare? 3) che cosa mi è lecito sperare?

Accanto al sapere c’è anche il dovere, oltre alla conoscenza c’è anche la coscienza. Il che significa che noi, oltre alla scienza, abbiamo bisogno dell’etica (e della spiritualità, se prendiamo sul serio anche la terza domanda). Che sia necessaria l’etica appare del tutto evidente non appena si riflette sul fatto che un conto è usare le biotecnologie per sconfiggere le malattie genetiche, un altro conto è selezionare dal menu eugenetico il colore degli occhi, l’altezza e l’intelligenza del figlio in arrivo (privandolo così della sua irriducibile differenza rispetto ai genitori, fondamento della sua originarietà e della sua libertà). Insomma, se è vero che a seguito delle tecnologie sempre più performanti siamo entrati dentro un mondo del tutto nuovo, è altrettanto vero che siamo pur sempre rimasti dentro il mondo di sempre che necessita di una bussola del bene e del male, se vogliamo custodire la libertà.

La libertà è un bene prezioso ma fragile, si può perdere facilmente e di sicuro viene meno laddove non vi sia imprevedibilità e indeterminazione. In assenza di queste dimensioni funzioneremo di più, ma sentiremo di meno; saremo sempre vincitori, ma saremo privati del prezioso sale che viene dalla sconfitta e dal saperla rielaborare.

Il fisico Alessandro Vespignani dichiarava ieri a questo giornale che ormai da anni noi siamo «intelligenze aumentate». È proprio così? È davvero aumentata in questi ultimi anni l’intelligenza degli esseri umani? La maggiore performatività tecnologica ha davvero prodotto un aumento dell’intelligenza individuale? Io non ne sono per nulla sicuro. L’intelligenza umana infatti non si caratterizza solo per essere “problem solving”, ma anche per sapersi costituire come “problem posing”, cioè per la sua dimensione critica e dubitativa. Funzionare di più e risolvere più problemi non significa necessariamente essere più intelligenti.

Senza calcolare che questa “intelligenza aumentata” è stata finora ben lungi dall’aumentare la felicità e la serenità, ma ha semmai ha prodotto uno spaventoso aumento dell’ansia da prestazione per essere tutti all’altezza di questa “intelligenza aumentata” che ci vuole tutti più smart e più tech. Ma a che serve questo aumento dell’intelligenza se coincide con la diminuzione della felicità? Mi viene in mente questa domanda evangelica: “A che serve a un uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?”. Il concetto di anima esprime il centro vitale di ognuno di noi. Noi siamo intelligenza, certo, ma non solo; siamo anche sentimento, passione, bisogno di senso. L’intelligenza ci offre conoscenza, ma è solo il sentimento che ci offre il significato. E ognuno di noi è ultimamente una domanda di significato. Questo non si può limitare al fare e all’eseguire, perché richiede anche il non-fare, il contemplare, il tacere, ovvero ciò che i nostri padri chiamavano otium e che ritenevano più prezioso del pur essenziale negotium.

Sempre Vespignani dichiarava che programmare il biologico con strumenti digitali è «un processo inevitabile», ma non dobbiamo preoccuparsi perché l’obiettivo «non è progettare persone ma ridurre la sofferenza e la mortalità», cioè la prevenzione e la cura. Aggiungeva inoltre che «il potenziamento genetico è una promessa fuorviante e una deriva eticamente inaccettabile» e che non si deve «aprire la porta al mercato». Parole bellissime che si traducevano nell’auspicio della necessità di regole chiare per l’operatività tecnologica nell’ambito clinico e biologico al fine di tenere il mercato a distanza e di conseguenza nella necessità di una solida cooperazione internazionale, visto che la scienza e la tecnologia non conoscono confini e nessun paese può regolarsi da solo.

Il problema, però, qual è? È che la scienza corre a passi da gigante, mentre il diritto e la politica che devono provvedere alle regolamentazioni auspicata arrancano lenti come una lumaca. È quindi necessario tener conto di questa doppia velocità prendendo la seguente decisione: che sia vietata ogni applicazione dell’IA e delle tecnologie sulla biologia umana prima che le normative siano definite in modo chiaro e trasparente per il mondo intero. Non si tratta di fermare la scienza, si tratta di custodire l’umanità. Perché se veramente si vuole non «aprire la porta al mercato», chi può davvero tenere chiusa quella porta è solo la politica in quanto costruttrice di diritto.

Di fronte alle biotecnologie che possono mutare definitivamente la natura umana aumentandone l’intelligenza e diminuendone il cuore, abbiamo l’urgente necessità di una governance mondiale. Penso che i rettori e i senati accademici delle università di tutto il mondo, gli imprenditori più responsabili, i leader delle religioni mondiali, gli intellettuali più seguiti debbano coordinarsi tra loro per far sentire la voce dell’umano. Prima si stabiliscano le regole chiare per la salvaguardia dell’umanità, poi si intraprenda il lavoro biotecnologico sull’essere umano. Solo così si potrà davvero lavorare per sconfiggere le malattie senza cadere nello spaventoso marketing eugenetico. In sé non è sbagliato “fare Dio”, ma lo si deve fare seriamente, non giocando con l’umano ma servendolo con la più alta responsabilità.


Sinistra. Cosa c’è da discutere

COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili 

Sul tema “Costruire un fronte unitario di opposizione politica e sociale” il dibattito è aperto. Qui tutti i contributi pubblicati finora.  La redazione ospiterà volentieri ulteriori proposte.

Con il documento intitolato “Per la costruzione di un fronte di opposizione sociale e politica” l’MPS ha voluto lanciare un dibattito strategico sulle prospettive della sinistra. Dopo una difficile fase preparatoria, lo scorso 28 ottobre si è tenuto finalmente un primo dibattito tra  rappresentanti di MPS, PS e Verdi. Un dibattito che ha avuto un buon seguito (tra coloro che sono intervenuti direttamente e coloro che lo hanno seguito in streaming, oltre 200 persone) e che ha poi suscitato alcune reazioni, ospitate da questo sito.

Il documento ruota – come indica il suo stesso titolo – attorno a due aspetti centrali, riassumibili nei termini “fronte” e “opposizione”. Se il termine “fronte” richiama sicuramente l’unità di più soggetti (politici e sociali), il termine “opposizione” rimanda alla necessità di un orientamento politico preciso che investe certo la presenza istituzionale delle sinistre (a tutti i livelli), ma, soprattutto, la necessità di una politica di opposizione sul terreno sociale.

Il dibattito stesso e i contributi si sono in parte concentrati più sull’aspetto unitario, “il fronte”, che non su quello dell’“opposizione”, cioè di una politica di rottura con il quadro politico, economico e sociale oggi dominante. Da questo punto di vista possiamo dire che siamo ancora abbastanza lontani dall’essere riusciti a mettere a fuoco quelle che a noi paiono essere le questioni sulle quali avviare una riflessione strategica.

Vogliamo sottolineare quest’ultimo aspetto poiché ci pare evidente che il dibattito che abbiamo lanciato non voleva e non vuole essere una discussione sulla necessità e l’importanza di una forte unità d’azione su temi sui quali vi è convergenza, da quelli di carattere politico-sociale a quelli ambientali, da quelli della solidarietà internazionale a quelli contro la politica di riarmo. Su questo ci pare non vi sia necessità di grande discussione: laddove una unità di azione è possibile, noi – come tutti gli altri – non ci tirano certo indietro.

Ricordiamo, a sostegno di questo nostro atteggiamento, i recenti sforzi per la intensa campagna che l’MPS ha svolto a sostegno dell’iniziativa popolare per la limitazione dei premi di cassa malati al 10%, o quella che stiamo conducendo a sostegno dell’iniziativa della GISO (iniziativa per il futuro).

In questo contributo vorremmo invece rilanciare quelli che a noi sembrano i temi di fondo, che dovrebbero occuparci per una discussione strategica, che è altra cosa da una più o meno organica unità d’azione. In altre parole ci pare che non ci si possa limitare a prendere atto dell’esistente e riproporre di andare avanti, coordinandosi un po’ di più e comunicando meglio.

Una nuova fase politica

Negli ultimi anni si è aperta una nuova fase politica caratterizzata dal rafforzamento della destra e dalla sua offensiva sul terreno politico, economico, sociale e ideologico. Questa nuova fase tende a costruire un modello di accumulazione capitalista fondato sulla separazione sempre più netta tra i principi della democrazia liberale e i meccanismi di mercato del capitalismo neoliberale. In altri termini, l’autoritarismo politico e il liberismo economico si ricompongono in un equilibrio che mira a garantire la piena libertà d’azione del capitale, svuotando progressivamente qualsiasi forma democratica di partecipazione e di controllo.

In questo contesto, anche il ruolo dello Stato sta subendo una trasformazione profonda. L’interventismo pubblico non assume più – come accadeva in altri periodi storici – una funzione redistributiva o di riequilibrio sociale, ormai abbandonata da almeno trent’anni. Al contrario, esso si configura come un dispositivo volto a sostenere e garantire la crescita di nuovi settori strategici del capitale. Un esempio emblematico è l’acquisizione, da parte dello Stato statunitense, del 10% del capitale del colosso Intel: un’operazione che, come ha notato Il Sole 24 Ore, “ha un evidente significato politico. E la Casa Bianca non intende fermarsi qui.”

Questo tipo di intervento pubblico segna una nuova fase del capitalismo predatorio: lo Stato diventa promotore attivo della concentrazione del capitale, sostenendo allo stesso tempo lo smantellamento di ogni forma di regolamentazione. Si pensi, a questo proposito, all’offensiva di UBS contro le norme sul capitale proprio avanzate dal Consiglio federale, o alla convergenza tra politiche di riarmo e sviluppo di nuove tecnologie di controllo.

Per quanto riguarda il nostro Cantone, la votazione sulla questione del limite del 10% dei premi di cassa malati e l’attuale dibattito su come attuarla illustrano in modo drammatico la crisi del modello di sviluppo economico e sociale difeso negli ultimi trent’anni, al quale ha partecipato – in misura più o meno convinta – l’intera classe politica insieme ai ceti imprenditoriali.

Si tratta di un modello fondato, da un lato, su sussidi, deduzioni fiscali, sostegno pubblico a vari settori, bassi salari e sviluppo del settore privato (basti pensare a quello sanitario e delle cure), tutto nella prospettiva di sostenere la domanda interna; e, dall’altro, su una politica sistematica di sgravi fiscali, in particolare a favore dei redditi e dei patrimoni più elevati.

Un modello ormai insostenibile, la cui crisi non potrà essere risolta se non attraverso una scelta netta: o con l’affermarsi di soluzioni che tenderanno a penalizzare la maggioranza della popolazione (attraverso un attacco – a diversi livelli – alla spesa pubblica), oppure con una vera redistribuzione – diretta e indiretta – della ricchezza tra capitale e lavoro, tramite aumenti salariali significativi e/o un incremento della fiscalità sui redditi e patrimoni più elevati.

L’arretramento dell’opposizione sociale e politica

Di fronte a questa offensiva, i movimenti sociali e sindacali sono oggi in difficoltà. Le mobilitazioni non mancano – anzi, in molti paesi esse restano vive e combattive – ma troppo spesso si presentano frammentate, settoriali, incapaci di costruire un fronte politico unitario e sul lungo periodo in grado di modificare i rapporti di forza.

La Francia rappresenta un caso emblematico: a una forte e radicata presenza sociale corrisponde una debolezza evidente sul piano politico, un’incapacità di tradurre la protesta in alternativa di governo. Riflessioni simili potrebbero essere fatte anche per un paese come l’Italia. Per quanto riguarda il nostro paese, questa difficoltà appare evidente sia sul piano politico che su quello sociale.

Negli ultimi anni abbiamo conosciuto anche in Svizzera grandi mobilitazioni sociali, come quella sul clima o quella femminista. Abbiamo visto mobilitazioni che, per qualità e quantità, non hanno avuto eguali negli ultimi decenni.

Questi movimenti hanno posto l’esigenza di risposte radicali su questioni di fondo quali la risposta alla crisi climatica e le discriminazioni di genere. Ed hanno anche messo in risalto come, all’interno dell’attuale quadro economico e istituzionale, appaia difficile – se non impossibile – offrire risposte adeguate.

Basti pensare, per restare su questi due temi fondamentali, alla marcia sul posto – per non dire di peggio – in materia di parità di genere a trent’anni dall’istituzione della relativa legge e, su un altro piano ma con le stesse dinamiche, alla presa d’atto – proprio in questi giorni – che le decisioni “storiche” in materia di lotta alla crisi climatica adottate a Parigi dieci anni fa non hanno contribuito a migliorare la situazione poiché rimaste sostanzialmente lettera morta.

La politica di governo e la necessità di un cambio di paradigma

Una cosa appare oggi chiara. Le condizioni politiche ed economiche (a cominciare dalla politica fiscale condotta negli ultimi anni) confermano in modo evidente che oggi non esistono le condizioni materiali e politiche perché una politica di concordanza governativa possa tradursi in conquiste significative, tali da migliorare concretamente la vita della maggioranza della popolazione.

Ci si può interrogare se queste condizioni si siano verificate in passato (diciamo a partire dagli anni ’80): il susseguirsi di gravi sconfitte per i salariati (dalla costituzione del sistema dei tre pilastri alla riforma delle regie federali, dalla politica sanitaria a quella in materia di formazione) induce a pensare che questi spazi di “riforma”, grazie alla presenza governativa, non siano in realtà mai esistiti.

È tuttavia ancora forte la convinzione, predominante tra le forze maggioritarie della sinistra, che sia possibile ottenere risultati concreti mantenendo una linea di collaborazione governativa con i partiti borghesi. Ma i dati di realtà mostrano altro: occorre dunque un cambio di paradigma, un ritorno a una prospettiva di opposizione come linea politica centrale.

In questa discussione rientra anche la politica condotta a livello comunale. Oggi, ad esempio, una parte della sinistra difende, a livello delle grandi città, opzioni finanziarie che condanna a livello cantonale (pensiamo, ad esempio, alla priorità accordata al pareggio dei conti, alla diminuzione dell’indebitamento e alle conseguenti politiche di risparmio). Una contraddizione che non può non essere affrontata.

La recente campagna sull’“iniziativa del 10%” ha mostrato che, contrariamente a quanto spesso si pensa, anche le rivendicazioni radicali – ma che corrispondono ai bisogni della maggioranza della popolazione – possono avere possibilità di successo; e questo anche quando la loro dinamica – come è stato il caso con l’iniziativa sul 10% – può avere una forte carica di rottura ed entrare in contraddizione con il quadro politico e finanziario dominante.

Questo risultato dovrebbe spingerci a sviluppare una discussione programmatica che parta da esigenze concrete ma sappia, al tempo stesso, proporre soluzioni alternative rispetto a quelle dettate dall’ordine capitalista neoliberale.

Ridefinire la strategia politica e sindacale

Assumere una linea di opposizione significa, anche per chi partecipa alle istituzioni, mantenere la coerenza con i programmi e gli impegni presi con gli elettori e le elettrici. La vecchia logica dei “due forni” – distinguere tra il ruolo parlamentare e quello governativo – appare sempre più incomprensibile, tanto più che è oggi praticata anche da forze di destra e di centro come la Lega-UDC e il Centro.

Né può essere addotto l’argomento, almeno per quel che riguarda il Ticino, di rapporti di forza differenti. Ad esempio, 1 consigliere di Stato su 5 non è molto diverso da 21 granconsiglieri su 90!
In questa prospettiva, appare decisivo ricentrare l’azione politica sui luoghi di lavoro e sul terreno sociale, cuore dei rapporti di forza tra le classi. Rianimare la capacità di organizzazione, conflitto e solidarietà in quei contesti deve diventare una priorità militante. Ciò implica anche una revisione profonda del modello di concertazione sindacale – il cosiddetto “partenariato sociale” – che appare sempre più chiaramente uno strumento di pacificazione più che di emancipazione sociale.

Appare singolare che le forze sindacali, alle quali pertanto – formalmente e soprattutto per i contenuti – il nostro documento era pure indirizzato, non abbiano fin qui sentito il bisogno di prendere posizione, in particolare avviando una riflessione sulla propria strategia.

Nel nostro Cantone – così come in alcuni cantoni romandi – gli ultimi anni sono stati caratterizzati da episodiche mobilitazioni, che in alcuni casi hanno anche ottenuto qualche risultato positivo. Ma tutto questo rimane in un quadro che complessivamente – anche nei cantoni nei quali vi sono state mobilitazioni – mostra un rapporto di gran lunga sfavorevole per i salariati e le salariate.

Per restare al nostro Cantone, ricordiamo l’avanzata del dumping salariale e sociale, la perdita di potere d’acquisto nel settore pubblico e privato, i processi di ristrutturazione aziendale nel settore pubblico e privato che sopprimono in continuazione posti di lavoro. Senza una svolta su questo terreno, senza una ripresa dell’azione sociale su ampia scala, qualsiasi discorso politico e sindacale resta puramente declamatorio.

Questioni aperte

Su tutti questi temi, riteniamo che il dibattito di fatto, come detto inizialmente, non sia nemmeno decollato. Certo, sappiamo che vi sono distanze tra le forze politiche e sociali attorno a questi temi. Ma, proprio richiamandoci all’indicazione iniziale sulla nuova fase e sui compiti che essa pone, a noi pare necessario confrontarsi senza riserve.

Sappiamo che alcune delle cose che abbiamo scritto qui sopra non sono condivise; ad esempio, l’idea che la presenza in governo e una logica concertativa permetta di “portare a casa qualcosa” continua a essere difesa, senza mai interrogarsi – nel dettaglio e concretamente – su cosa nei fatti si porti o si sia “portato a casa”. È una questione da dibattere laicamente.

Una discussione, come detto, che non può non coinvolgere il ruolo – sempre più problematico – di rappresentanti di sinistra nei Municipi dei maggiori centri del Cantone. Ad esempio, sarebbe interessante, partendo dalle esternazioni del municipale PS di Lugano, riflettere se, attorno al suo comportamento, sia possibile ipotizzare una presenza diversa negli esecutivi. La presa di posizione della sezione di Lugano del PS a seguito delle polemiche sollevate sembrerebbe escluderlo (“La Sinistra, con senso di responsabilità, ha scelto di non collocarsi all’opposizione, ma di assumersi il compito di forza di governo, partecipando pienamente alla gestione della città”), ma sulla fattibilità di una simile posizione sarebbe utile discutere apertamente.

Ciò che ci ha spinti e ci spinge a porre tali questioni è quello che potremmo definire una visione realistica dei rapporti di forza, istituzionali e sociali in questa nuova fase, come abbiamo cercato di illustrare in questo testo.

Nel 2022 avevamo proposto, in vista delle elezioni del 2023, la formazione di liste comuni per il Consiglio di Stato e per il Gran Consiglio, proposta che, senza discussione e approfondimento, le direzioni di Verdi e PS rifiutarono.

Quella proposta si fondava sulle stesse premesse analitiche del nostro nuovo documento. Vorremmo concludere quel testo per mostrare come il nostro atteggiamento sia coerente con quella impostazione. Scrivevamo: “Naturalmente la costituzione di queste liste dovrà fondarsi su un programma di opposizione, in governo e in Parlamento, che, approfondendo i punti che abbiamo qui sopra richiamato, dovrebbe essere elaborato in una forma più precisa e articolata. Ci rendiamo conto che l’adesione a questa proposta significherebbe un cambiamento radicale di paradigma sia per i Verdi che, ancor di più, per il PS; ma anche per l’MPS rappresenta uno sforzo di cambiamento non certo trascurabile, in particolare dal punto di vista della tattica elettorale. Il dibattito sulle alleanze (soprattutto per chi dichiara di muoversi in una dinamica rosso- verde) non può risolversi in discussioni eminentemente tattiche nelle quali la difesa delle proprie posizioni è l’elemento fondamentale. Il contesto storico, il periodo nel quale siamo entrati, non permette più di continuare con la politica condotta in questi ultimi anni. Se veramente si crede a quanto si va affermando, appare necessario fare scelte coraggiose”.

Se vogliamo fare passi avanti in questa direzione, un dibattito di fondo appare oggi ineludibile.

Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini sono granconsiglieri MPS


Dottore, mi dica…

COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili 

L’altro giorno abbiamo portato il canton Ticino dal medico di famiglia, per una verifica del suo stato generale di salute. Per determinarlo con una certa precisione, certo non assoluta e con molti lati destinati a rimanere oscuri, il medico ha chiesto all’infermiera di prelevare dal paziente un campione ematico: già l’analisi del sangue, ha spiegato, fornirà preziose indicazioni.

Alcuni giorni dopo sono giunti dal laboratorio (dell’USTAT ma non solo) i risultati, vale a dire gli indicatori socio-economici. Ebbene: la situazione è critica su più fronti. 

Nel corso degli anni i salari non sono mai davvero riusciti ad agganciarsi ai livelli nazionali. Mediamente il salario mensile lordo in Ticino è calcolato in 5’301 franchi (CH 6’788 fr., dati del 2022). Rimane importante la differenza tra l’uomo (5’532) e la donna (4’812). Non è una novità, anzi: è una di quelle difformità che gli storici dell’economia hanno sempre rilevato fin dalla formazione del cantone ai primi dell’Ottocento.

Secondo dato, quello relativo alla disoccupazione. Qui non è facile contare i disoccupati, perché i metodi divergono. Le percentuali fornite dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) sono confortanti, prossime alla piena occupazione: 2,6% (meglio che in CH: 2,9). Più alto invece il dato che giunge dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che lo pone al 6,7%. Il SECO riporta esattamente il numero dei disoccupati registrati a fine mese, mentre l’ILO si basa su inchieste telefoniche e proiezioni. Nel primo caso, l’accuratezza c’è, ma riguarda soltanto le persone che effettivamente risultano iscritte agli uffici regionali di collocamento: chi non figura, esce dalle statistiche. L’ILO cerca di tener conto anche di questa fascia diventata invisibile, ma qui prevale la congettura sulla sistematicità.

Forse, per avvicinarsi al vero, vale la pena di spostare l’angolo visuale ed osservare l’erogazione dei sussidi di cassa malati (RIPAM): i beneficiari sono attualmente 111’500, ossia una persona residente su tre. In altre parole, senza questi aiuti pubblici un terzo della popolazione faticherebbe a pagarsi l’assicurazione malattia, il cui aumento nell’ultimo triennio è stato galoppante, sfiorando +27%. Secondo l’istituto di statistica dell’UE EUROSTAT, questi dati pongono il Ticino nella categoria delle regioni «a rischio povertà» (28,3%, dunque largamente al di sopra della media nazionale, che si situa al 16,1). Sono numeri che a prima vista sorprendono e anche turbano, sebbene si riferiscano al «rischio» e non ad una condizione effettiva di sofferenza sociale (che comunque rimane elevata, intorno al 14%, che scende al 6% solo grazie agli aiuti sociali). Anche qui è possibile individuare una costante nella storia recente del cantone: nel 1986 la prima indagine sull’indigenza relativa (rapporto Marazzi) indicava una percentuale di nuovi poveri analoga, oscillante tra il 15 e il 17%. A ciò si aggiunge un maggior tasso di indebitamento e una bassa capacità di risparmio, inferiore alla media nazionale (solo il 31% dei ticinesi riesce a metter da parte qualche soldo, contro il 47% degli svizzeri tedeschi).

Per chiarire il quadro clinico, e per predisporre un’adeguata terapia, il medico ha consigliato di rivolgerci ad uno specialista, nella persona del dott. Christian Vitta, titolare del Dipartimento delle finanze e dell’economia. Il dott. Vitta ci ha ricevuto cortesemente, com’è suo costume, ma subito ha allargato le braccia: «il preventivo che abbiamo allestito prima del 28 settembre scorso (la domenica del doppio sì alle iniziative di PS e Lega sulle casse malati) per il momento è sospeso, non sappiamo ancora quale sarà con buona approssimazione la ricaduta sulle finanze del cantone. Vedete: nel 2022 il popolo ha accolto il Decreto concernente il pareggio del conto economico entro la fine del 2025, ma ora lo stesso popolo lo ha indirettamente ripudiato approvando le due iniziative: misure destinate a sfasciare il bilancio dello Stato. Sono molto preoccupato».

Non è la prima volta che le finanze pubbliche finiscono in terapia intensiva. Anzi, si può ben sostenere che l’assillo finanziario abbia accompagnato come un’ombra il cammino del cantone sin dal 1803. Osservava nel 1854 il nostro più illustre padre della patria, Stefano Franscini, in un volumetto intitolato Semplici verità ai ticinesi sulle finanze e su altri oggetti di ben pubblico: «Pensi e rifletta ognuno di noi, che la crisi finanziaria in particolare, che dura da così lungo tempo, non può guari [molto] prolungarsi ancora senza esporre il Cantone al pericolo eminente di un rovinoso dissesto. Pensi e rifletta che i tumulti ed altri disordini di certe nostre assemblee attirarono, già da alcuni anni, l’attenzione de’ Confederati e dell’Estero; e che le emergenze di più fresca data non possono non aver destato il sospetto di uno stato sociale in pericolo di cadere nell’anarchia».

All’uscita dello studio, il canton Ticino ha ripreso a barcollare, il volto sempre più terreo, la voce tremula. Ha chiesto di poter avere qualcosa di forte, o almeno un ricostituente. Ma ormai i negozi erano chiusi, e pure la farmacia di quartiere.