Nessun ritiro: Israele avanza a Gaza e in Cisgiordania

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Di Eliana Riva, il manifesto

Con le ginocchia che affondano nel fango, le famiglie di Gaza provano a usare abiti e stracci per assorbire l’acqua che le piogge portano in questi giorni. Due anni di bombardamenti e avanzata militare israeliana hanno sfollato quasi l’intera popolazione, due milioni di persone. Chi vive nelle tende non ha accesso all’acqua né all’elettricità e anche i servizi igienici sono inesistenti o inadeguati per i campi sovraffollati. In tanti hanno costruito latrine coperte, un semplice buco scavato fuori dalla tenda. La pioggia le riempie e il fango trasporta anche le deiezioni.

UNA DELLE ZONE più colpite è Deir al-Balah, nel centro della Striscia, dove si vive in condizioni disperate. «Gli aiuti umanitari salvavita devono entrare a Gaza senza ostacoli e su larga scala», ha dichiarato ancora una volta il segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres. È un appello che l’Onu e le altre organizzazioni internazionali stanno lanciando da mesi. Qualcosa è entrato ma Tel Aviv continua a limitare l’accesso di forniture essenziali. Le precipitazioni e i forti venti causano anche crolli e sotto le baracche fatte di legno e lamiere rimangono ferite decine di persone. Quando possono, i genitori portano i figli in braccio o sulle spalle, per evitare che restino ore con i piedi nell’acqua gelata. Asciugare vestiti, coperte, tappeti è praticamente impossibile. Non c’è abbastanza carburante e la poca legna che si trova, estremamente costosa, si conserva per cucinare e riscaldarsi.

Intanto l’esercito di Tel Aviv avanza. Da quando il cessate il fuoco è cominciato, Israele ha continuato ad allargare le aree di occupazione a Gaza, fino ad arrivare a controllare il 60% dell’intera Striscia. Lo rivelano fonti e dati del giornale arabo Al-Akhbar, secondo il quale l’incessante avanzamento della «linea gialla» coincide con demolizioni notturne e uccisioni. Succede tutti i giorni da quando i militari si sono ritirati nel 53% di Gaza, secondo quanto previsto dal piano del presidente Usa, Donald Trump. I comunicati dell’esercito parlano sempre di «individui» che si sono avvicinati alla linea gialla o che l’hanno superata e che per questo sono stati giustiziati sul posto.

MA LE TESTIMONIANZE raccontano una storia diversa. Le esplosioni notturne distruggono edifici e infrastrutture, mentre i bulldozer appiattiscono le nuove aree occupate, che diventano nel giro di poche ore postazioni militari. Quando le persone tentano di ritornare nelle proprie case che si trovano, secondo gli accordi, al di fuori della zona controllata dall’esercito, i militari sparano. Spesso la protezione civile non riesce neanche a raggiungere i corpi o a soccorrere chi potrebbe ancora essere salvato.

Mentre si arena la discussione sulla nascita della Forza internazionale che dovrebbe avere accesso alla Striscia, non esiste una presenza indipendente che possa verificare quale sia esattamente il posizionamento di Tel Aviv. Nuovi blocchi di cemento giallo sono stati segnalati nelle aree orientali di Shuajaiya, Shaaf e Tuffah. Ma i militari avrebbero acquisito terre anche a Jabaliya, Beit Lahiya, al-Qarara. Inoltre i carri armati sparano contro chiunque si trovi in un perimetro di centinaia di metri dalla linea gialla, arrivando così a controllare con il fuoco zone sempre più ampie. A Shujaiya, in particolare, Tel Aviv sta consolidando nuove postazioni militari e nodi di collegamento e comunicazione, un’attività logistica avanzata incompatibile con il ritiro totale previsto dalla fase 2 del piano di Washington.

NELLA CISGIORDANIA occupata, l’esercito ha lanciato una massiccia e violenta operazione militare che ha preso di mira Tubas e le città limitrofe. Nella notte tra martedì e mercoledì i militari israeliani hanno invaso l’area e fatto irruzione in decine di abitazioni private. Le famiglie sono state cacciate via sotto la minaccia delle armi e le case trasformate in basi militari. L’invasione si allarga ora dopo ora e le testimonianze parlano di arresti e pestaggi.

A TAMUN la Mezzaluna rossa palestinese ha registrato almeno dieci casi di ferite di aggressioni, per alcuni si è reso necessario il ricovero in ospedale. Le ambulanze tentano di trasportare in sicurezza gli ammalati gravi e i disabili che sono stati cacciati dalle proprie abitazioni ma spesso vengono bloccate dai militari, che hanno eretto checkpoint e blocchi con cumuli di terra per isolare le aree attaccate. La circolazione nell’intera provincia è paralizzata. Il sindaco di Tubas ha denunciato ad al-Araby che tutta l’operazione, travestita da azione di sicurezza, ha lo scopo di cacciare la popolazione e occupare nuove terre nella Cisgiordania palestinese, in un’area particolarmente interessante per Israele per la sua vicinanza alla Valle del Giordano.

Nell’immagine: i palestinesi sfollati dal campo profughi di Nur Shams attendono di poter tornare al loro campo, mentre continua l’operazione militare israeliana, vicino alla città di Tulkarem, in Cisgiordania


Clima, il club fossile che ha minato Belém

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Di Marinella Correggia, il manifesto

Quando il silenzio non è d’oro. Il Global Mutirão («Sforzo globale collettivo»), documento politico conclusivo della Trentesima Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici, non contiene alcun riferimento alle fonti energetiche fossili, salvo un richiamo diluito e oscurato al pacchetto di otto decisioni uscito dalla Cop28 (Dubai 2023), che conteneva al paragrafo 28 la famosa espressione transitioning away from fossil fuels (allontanamento dei sistemi energetici dai combustibili fossili, «in un modo giusto, regolato ed equo»).

DUNQUE, MALGRADO LA PRESSANTE RICHIESTA avanzata dalla maggioranza dei paesi, a Belém nessuna tabella di marcia per l’abbandono dei fossili è stata fissata, a concretizzare quel primo passo. Sintetizza Luca Manes di ReCommon: «È stato un vertice infarcito di lobbisti e deludente, in particolare rispetto all’argine da porre allo sfruttamento dei combustibili fossili, fonte primaria della crisi climatica». E questo mentre l’Emissions Gap Report 2025: Off Target del Programma Onu per l’ambiente (Unep), dava conto di un nuovo record: nel 2024 le emissioni di gas climalteranti sono arrivate a 57,7 miliardi di tonnellate di CO2equivalente.

L’ALLEANZA DEI PETROSTATI, guidata dall’Arabia saudita (ostruzionista fin dagli albori dei negoziati climatici) e comprendente la Russia, affiancata da economie emergenti fra cui l’India, insieme alle posizioni ambigue di grandi consumatori come la Cina, ha fatto barriera, in un’atmosfera infuocata. Con la benedizione degli Usa convinti assenti. Hanno contato ovviamente i lobbisti del settore: almeno 1600 quelli accreditati a Belém. Ed ecco la scusa tradizionalmente avanzata dai paesi censori del documento finale: il problema climatico non sono i combustibili, ma le emissioni di gas serra. Infatti i i sauditi da tempo insistono sulla possibilità di continuare a usare e vendere i fossili rimuovendo nel contempo la CO2 con le varie tecnologie di cattura e stoccaggio o utilizzo del carbonio (Ccs e Ccus). Sono decine gli Stati impegnati in progetti di questo tipo. Ma finora la realtà parla di un escamotage parziale: questi metodi, molto energivori, continuano a tradire le promesse e vengono evocati per aggirare la necessità di un cambiamento sistemico ed equo.

ALLA COP30, ALCUNI PAESI emergenti, parte del gruppo negoziale internazionale Like Minded Developing Countries (Lmdc), hanno seguito la posizione di sauditi & C. Per proteggere le proprie economie dai rischi economici e politici che ritengono associati a una rapida riduzione dei fossili. E perché sostengono che le nazioni ricche – e storicamente più responsabili dei cambiamenti climatici – devono fare molto di più sulla finanza climatica e sul risarcimento danni.

ANCHE LO SCHIERAMENTO DEI BUONI non lo è poi così tanto: «I paesi ricchi si sono presentati con grandi discorsi, ma ancora una volta non sono riusciti a soddisfare il bisogno più urgente: denaro reale per finanziare una transizione rapida ed equa», ha commentato Ilan Zugman della ong 350.org. E per Nikki Reisch, responsabile clima al Center for International Environmental Law, «i paesi maggiormente responsabili di aver spinto il pianeta sull’orlo del baratro si impuntano e stringono i cordoni della borsa». Inoltre, secondo la valutazione dell’Unep, gli impegni di riduzione delle emissioni (Ndc) presentati dai vari paesi sono del tutto insufficienti nel loro insieme a mantenere il limite di 1,5°C.

E LA COALIZIONE FILO-NUCLEARE? 33 paesi, dell’Europa dell’Est e dell’Ovest, del Golfo, dell’Asia e anche di alcuni Stati in Africa (il continente è un cantiere aperto), compreso il piccolo Ruanda, aderiscono alla proposta di triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050. Promossa dalla World Nuclear Association, questa «non-soluzione» è sostenuta anche da 140 aziende, 16 istituzioni finanziarie. Intanto in Giappone , 14 anni dopo il disastro di Fukushima che aveva portato a chiudere tutti i 54 reattori attivi nel paese, potrebbe essere riattivata la centrale di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande del mondo per capacità installata.

SUI MERCATI DEL CARBONIO, una soluzione da molti bollata come green washing, a Belém 17 paesi, del Nord e del Sud globale, hanno approvato una Dichiarazione per rafforzare la cooperazione nel settore.

E L’ITALIA HA PROMOSSO, insieme a Brasile e Giappone con il sostegno dell’India, la coalizione Belém 4X Pledge on Sustainable Fuels. Aderiscono circa venti paesi. Obiettivo, quadruplicare entro il 2035 rispetto ai livelli del 2024 l’uso di combustibili definiti sostenibili: biogas, biocarburanti, idrogeno rinnovabile e a basse emissioni di carbonio, e-fuel ed e-metano. Ma la più estesa rete internazionale sul clima, Climate Action Network (Can), bolla come greenwashing l’iniziativa, comprese le coltivazioni di biomasse a scopi energetici. Salva l’idrogeno da fonti rinnovabili e suoi derivati, e di prossimità.

INFINE, UN CORALE SILENZIO sulle pesanti responsabilità climatiche del settore militare-industriale (per non dire delle guerre) ha accompagnato la Cop30. Come tutte le conferenze precedenti. Al tempo del Protocollo di Kyoto, Cop3 del 1997, con il determinante ruolo del presidente Usa Bill Clinton, il settore fu esentato dagli (striminziti) obblighi di riduzione e dalla stessa rendicontazione, la quale dall’Accordo di Parigi del 2015 fu poi affidata alla discrezionalità dei singoli Stati. Oltretutto, spiega il sito militaryemissions.org (del centro studi britannico Conflict and Environment Observatory, autore di tanti studi in materia, compreso un documento alla vigilia di Belém), anche se la rendicontazione militare fosse introdotta, lo sarebbe solo per i 43 paesi, più l’Ue, dell’Allegato I della Convenzione Onu sul clima (Unfccc), obbligati a comunicare regolarmente le proprie emissioni nazionali. Ciò escluderebbe molti paesi con grandi eserciti e alti livelli di spesa militare, come Cina, India, Arabia Saudita e Israele. Comunque, i pochi paesi che rendicontano le emissioni militari, lo fanno in modo oscuro e incoerente.

E LA CORSA AL RIARMO, CON LA STESSA UE IN PRIMA FILA, comporterà un enorme aumento delle emissioni climalteranti, oltre a sottrarre denaro pubblico anche alla causa del clima.


Papa Leone arrivato ad Ankara: il suo primo viaggio nel segno del dialogo in un mondo in guerra

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Papa Leone XIV inizia oggi il primo viaggio internazionale del pontificato, sei giorni in Turchia e Libano, per ravvivare un dialogo ecumenico e interreligioso che le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno severamente danneggiato.

Il dialogo e le guerre

L’invasione russa dell’Ucraina ha messo a repentaglio deteriorato le relazioni all’interno dell’Ortodossia, e in particolare quella tra il patriarca ecumenico di Costantinopoli e il patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Una tensione che si è propagata anche alle altre Chiese cristiane e che si riverbera anche nell’incontro ci venerdì per commemorare il Concilio di Nicea. Quanto al Medio Oriente, il 7 ottobre e la guerra israeliana a Gaza hanno messo a dura prova il dialogo tra musulmani, ebrei e cristiani. Il mondo musulmano ha generalmente apprezzato gli appelli di Francesco prima e di Leone poi per la Striscia di Gaza, con la composita galassia ebraica si sono moltiplicati gli attriti.

Un’agenda serrata

Robert Francis Prevost è arrivato stamattina a Ankara, dove incontrerà il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e proseguirà oggi stesso per Istanbul. Domani, venerdì 28, presiede a Iznik, l’antica Nicea, un incontro di preghiera ecumenico per il 1700 anniversario del primo Concilio ecumenico, e a Istanbul incontra il rabbino capo della Turchia. Sabato 29 si reca in visita alla “moschea blu” di Istanbul, poi dal patriarca ecumenico di Costantinopoli e celebra messa per i cattolici turchi. Domenica 30 dopo aver visitato la cattedrale armena di Istanbul si trasferisce a Beirut, unico paese del Medio Oriente dove i cristiani sono il 30 per cento della popolazione e sono rappresentati nelle istituzioni al pari dei musulmani sunniti e sciiti, e incontra i vertici dello Stato. Lunedì primo dicembre nella capitale e nei suoi dintorni ha un incontro ecumenico e interreligioso. E martedì 2 prima di ripartire per Roma sosta al porto di Beirut, colpito il 4 agosto 2020 da una devastante esplosione, e poi celebra messa sul lungomare.

La prima volta

Quello in Turchia e Libano è il primo viaggio del nuovo Papa, che attende la fine del Giubileo, il 6 gennaio prossimo, per annunciare nuove trasferte che avverranno, prevedibilmente, in Africa, Europa e America Latina. C’è grande attesa per le parole e i gesti di Leone, un Pontefice dal temperamento più riservato del predecessore, ma che ha rivelato esplicitamente che viaggiare gli è sempre piaciuto: da missionario e vescovo in Perù, e poi da priore degli agostiniani per 12 anni, Prevost è infatti il primo Papa che già prima di essere eletto ha già visitato molte paesi in tutti i continenti. Le richieste di accredito sono state numerose come è raramente avvenuto per un viaggio papale e alla fine nel seguito ci sono un’ottantina di giornalisti tra i quali tutti i grandi network televisivi statunitensi. Nel corso del viaggio Leone XIV pronuncerà i discorsi e le omelie in inglese e francese, non in italiano.

Eredità di Francesco

Il Pontefice nato a Chicago ha ereditato entrambi i viaggi da papa Francesco. Per recarsi in Libano Bergoglio attendeva che si sciogliesse la prolungata crisi politica che per due anni ha impedito l’elezione di un presidente, poi eletto a gennaio scorso nella persona di Michel Aoun. Quanto alla Turchia, è lì, a Iznik, che si celebra quest’anno l’anniversario del Concilio di Nicea: Francesco, che era già stato nel paese nel 2014, avrebbe fatto un viaggio breve ma il nuovo Papa non può non fare una più ampia visita di Stato in Turchia.

Sicurezza e polemiche

Dopo l’ennesimo raid israeliano su Beirut dello scorso 23 novembre, costato la vita a un alto funzionario di Hezbollah, il quotidiano libanese L’Orient Le Jour ha lanciato un sondaggio per chiedere ai lettori se ritenessero che il Papa avrebbe annullato la visita. Dal Vaticano spargono rassicurazioni. “Si sono prese tutte le precauzioni ritenute necessarie”, ha detto il portavoce Matteo Bruni. Nelle scorse settimane ha fatto il giro del web il video della regina Rania di Giordania, palestinese di nascita, che, ricevuta in Vaticano, posa accanto al Papa per una foto e gli domanda a mezza bocca se ritenga che sia sicuro viaggiare in questo momento in Libano, e Prevost che, sempre a mezza bocca, risponde: “Well, we’re going”, beh, noi andiamo. Diversi gruppi libanesi hanno peraltro invitato il Papa a visitare il sud del Libano, ossia la zona più colpita in questi mesi dai raid israeliani. In Turchia, invece, piccoli gruppi nazionalisti protestano per la visita del Papa parlando di un “complotto ecumenico americano”.

Il nodo di Nicea

Politica e religione si intrecciano a Nicea sin dall’inizio. Il Concilio fu convocato per decidere se accettare o rigettare la tesi di Ario, che negava l’uguaglianza tra Dio e Gesù. Come spiega Luigi Sandri nella sua imprescindibile storia dei Concili, “Dal Gerusalemme I al Vaticano III” (Il margine), “questa disputa sarebbe passata del tutto inosservata alle autorità romane se fosse rimasta nel puro ambito teologico. Il guaio, o la fortuna (dipende dai punti di vista), fu che essa travalicò le sedi accademiche e, in Oriente, divenne oggetto di dibattito pubblico anche tra la gente, magari ignara di teologia ma, comunque, polemicamente divisa tra sostenitori e avversari delle tesi di Ario. L’imperatore Costantino, anch’egli digiuno di teologia, ma ben consapevole dell’importanza dell’unità della Chiesa per rafforzare l’unità dell’impero, decise – lui, non il papa del tempo, Silvestro I – di chiamare a un Concilio ecumenico, a Nicea, i vescovi dell’impero, affidando loro questo mandato: stabilite quale sia la retta fede cristiana, io la farò osservare”. Il Concilio sancì il Credo – poi integrato dal Concilio di Costantinopoli – che, scrive il giovane teologo Antonio Ballarò in un libro fresco di stampa, “La forma del Credo” (Edb), “inaugura un nuovo filone della tradizione dell’esperienza ecclesiale”. E che nonostante divisioni e conflitti i cristiani di tutto il mondo e di tutte le confessioni recitano ancora oggi.


Sergio Rossi – Guai per tutti se scoppia la “bolla” dell’Intelligenza artificiale

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Miliardi per il mondo dell’intelligenza artificiale – con il rischio di un crollo

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Di Hanna Muralt Müller, Infosperber

Nella corsa all’IA, vengono investite somme enormi, dell’ordine di miliardi, nell’infrastruttura dell’IA, in particolare nella costruzione di grandi centri di calcolo. Un rischio è rappresentato dalle interconnessioni finanziarie e commerciali tra i giganti della tecnologia, che sono difficili da comprendere. Si potrebbe verificare un crollo di proporzioni corrispondenti se questi investimenti miliardari portassero a perdite a causa del rapido sviluppo di tecnologie più economiche. Per ora i giganti dell’IA continuano a realizzare grandi profitti, il che induce all’acquisto delle loro azioni.

Nessuna risorsa propria – un sofisticato sistema di finanziamento

La fiducia nei futuri profitti di Open-AI è evidentemente così grande che altre grandi aziende tecnologiche stanno concludendo accordi con Open-AI per miliardi di dollari. Dopo l’annuncio di tali accordi, i prezzi delle azioni delle società coinvolte hanno reagito per lo più in modo positivo. In un intricato groviglio di contratti difficili da comprendere, le aziende tecnologiche si sostengono a vicenda.

La varietà di questi contratti è impressionante. Esistono contratti circolari, in cui un partner investe a condizione che l’altro acquisti i suoi prodotti con il denaro investito. Gli investimenti vengono anche compensati con la cessione di quote societarie. In questo groviglio, anche i concorrenti stringono alleanze e i partner competono tra loro: si tratta di cooperazione con competizione, la cosiddetta coopetizione (derivata da cooperazione e competizione). Di seguito, questa rete viene illustrata con alcuni punti salienti.

Alleanze per investimenti in un futuro incerto

I centri di calcolo AI non si misurano in metri quadrati o server, ma in gigawatt di capacità di calcolo. Un gigawatt corrisponde alla potenza della centrale nucleare di Gösgen. Il costo per la fornitura di 1 gigawatt di capacità di calcolo AI è stimato in 35 miliardi di dollari. Circa il 40% di questa cifra è destinato ai processori.

Già nell’ambito del precedente contratto con Microsoft, Open-AI ha sfruttato il proprio margine di manovra, in particolare per l’acquisto di chip, stipulando accordi con Nvidia e i suoi concorrenti AMD e Broadcom.

Nvidia intende investire gradualmente fino a 100 miliardi di dollari in Open-AI. In questo modo, Open-AI dispone delle risorse necessarie per sviluppare una capacità di calcolo di 10 gigawatt, che sarà realizzata con processori Nvidia. Nvidia può così investire i propri profitti e allo stesso tempo incrementare le vendite di chip. A quanto pare, Nvidia riceverà anche quote di Open-AI.

Rispetto ad AMD, un concorrente sempre più serio di Nvidia, Open-AI si è impegnata, nell’ambito di un contratto pluriennale, ad acquistare processori per una potenza di 6 gigawatt, legandosi così come cliente di lunga data di AMD. In cambio, AMD concede a Open-AI l’opzione di acquisire fino a 160 milioni di azioni AMD. Con l’annuncio dell’accordo, le azioni AMD hanno registrato un aumento del 28%.

Open-AI ha stretto una partnership anche con il produttore di chip Broadcom, un altro concorrente. Open-AI e Broadcom intendono investire insieme 10 miliardi di dollari nello sviluppo di chip propri. Questi processori sarebbero personalizzati e più economici dei chip Nvidia. Altman ha dichiarato: «Se produci i tuoi chip, controlli il tuo destino». Dopo questo accordo, le azioni di Broadcom sono aumentate del 9%.

Open AI ha stretto accordi anche con Core-Weave. Core-Weave, un fornitore di tecnologia per centri di calcolo, è a sua volta supportato da Nvidia. L’azienda mette a disposizione di Open AI una capacità di calcolo pari a 22,4 miliardi di dollari e si impegna ad acquistare i chip necessari da Nvidia. Nell’ambito di questo contratto, Open AI diventa anche azionista di Core-Weave e, con azioni per un valore di 350 milioni, investitore in Core-Weave.

Un centro dati del progetto Stargate è già operativo

Più datata è la partnership tra Open-AI (utente e responsabilità operativa), Oracle (partner di costruzione e cloud) e la giapponese Softbank (investitore) per la creazione di Stargate. Trump aveva annunciato questa infrastruttura di IA del valore di 500 miliardi di dollari all’inizio del suo mandato. Come riportato dal sito di notizie statunitense Axios il 23 settembre, i piani per 400 miliardi sono già in corso. Con Stargate, Open-AI intende diventare essa stessa fornitore di potenza di calcolo. Il primo centro dati Stargate ad Abilene, in Texas, è già in costruzione.

Come si evince dalla homepage di Open-AI alla fine di settembre 2025, sono già previsti cinque nuovi siti nell’ambito di Stargate. In questo contesto, Open-AI ha concordato con Oracle l’acquisto di 300 miliardi di potenza di calcolo nei prossimi cinque anni. Di conseguenza, il prezzo delle azioni Oracle è aumentato del 40% in un solo giorno, catapultando il CEO di Oracle Larry Ellison e la sua azienda nella massima serie delle Big Tech.

Servizi cloud di tre rivali: Microsoft, Amazon e Google

Secondo il nuovo accordo, Open-AI acquisterà servizi cloud da Microsoft per 250 miliardi di dollari. Open-AI acquisterà dal principale rivale di Microsoft nel settore cloud, Amazon Web Services (AWS), per 38 miliardi di potenza di calcolo cloud nei prossimi sette anni. Questa partnership è interessante in quanto Amazon investe da tempo nella società concorrente di Open AI, Anthropic, per la quale Amazon, come riportato da CNBC il 29 ottobre 2025, ha costruito il data center Rainier – una risposta a Stargate – per 11 miliardi.

Già nell’estate del 2025, Open AI aveva concordato con Alphabet di utilizzare Google Cloud. Per la piattaforma di dati finanziari e notizie Investing.com, questo è sorprendente, dato che Chat-GPT è in forte concorrenza con Google Search e Open AI e Google Deep Mind sono in rapporto di concorrenza. Inoltre, Google collabora con Anthropic, azienda concorrente di Open AI.

Open AI con impegni per 1,4 trilioni di dollari…

Il CEO di Open AI, Sam Altman, ha dichiarato di avere ora impegni contrattuali per un valore di 1,4 trilioni di dollari per costruire nei prossimi anni centri di calcolo dell’ordine di circa 30 gigawatt (corrispondenti alla potenza di 30 centrali nucleari delle dimensioni di Gösgen). Ma in realtà vorrebbe ancora di più: praticamente un gigawatt in più ogni settimana, se riuscisse a ottenere le risorse necessarie.

Open-AI non ha evidentemente stipulato accordi con le aziende tecnologiche Meta, Apple ed Elon Musk. Meta stessa ha bisogno di capitale esterno per costruire un centro dati in Louisiana. Come riportato da Reuters il 21 ottobre 2025, l’azienda ha stipulato un contratto da 27 miliardi con Blue Owl Capital, una società di gestione degli investimenti statunitense.

Open-AI non produce ancora hardware, ma è in contatto con Jony Ive, ex capo designer di Apple, e ha acquistato la sua società di design per 6,4 miliardi di dollari. Come riportato dal «The Guardian» il 21 maggio 2025, Open-AI sta acquisendo le conoscenze necessarie per i prodotti hardware e, in vista dello sviluppo dell’Artificial General Intelligence (AGI), impiega anche team di robotica.

Mancano accordi con Elon Musk. Secondo il «The Guardian» del 25 settembre, il tribunale federale della California dovrà occuparsi della lunga faida tra i due.

…e come Open AI intende guadagnare

Se Open AI non dovesse realizzare profitti nel prossimo futuro, ci saranno ripercussioni. I giganti della tecnologia vincolati da contratti sarebbero trascinati nel vortice se Open AI non dovesse prosperare nel prossimo futuro. Tuttavia, Open AI vede i suoi profitti futuri in prodotti che in parte competono con quelli dei suoi investitori. Questi ultimi si trovano di fronte al dilemma di dover essere interessati ai profitti di Open-AI, anche se questi vengono realizzati a scapito delle vendite dei propri prodotti.

Secondo Axios del 22 ottobre 2025, Open-AI si sta gradualmente trasformando in un gigante tecnologico e compete anche con i propri partner. Come già accennato, Open-AI intende produrre i propri chip con Broadcom e diventare un fornitore di potenza di calcolo con Stargate. In concorrenza con Chrome di Google e Edge di Microsoft, Open-AI ha lanciato il proprio browser web Atlas. Come riportato da The Times of India il 7 ottobre 2025, Open-AI intende posizionarsi come piattaforma di social media e integrare una propria versione dell’App Store in Chat-GPT, cosa che potrebbe non piacere ad Apple e Google. Con l’app Sora per la creazione e la condivisione di video generati dall’intelligenza artificiale, Open-AI sfida Tiktok e Meta, secondo quanto riportato dal portale di notizie online statunitense Tech-Crunch il 30 settembre 2025.

Open-AI intende svolgere un ruolo anche nello shopping automatizzato e personalizzato (Agentic Commerce) e ha stipulato un contratto con Walmart, il più grande rivenditore al dettaglio del mondo. In futuro, un agente AI cercherà prodotti e servizi con le caratteristiche desiderate in risposta a un prompt nel chatbot, li confronterà e completerà l’acquisto. Open-AI compete così con giganti come Google e Amazon con innovazioni simili.

È possibile un terremoto borsistico

Negli Stati Uniti crescono i timori che il fragile e intricato sistema di finanziamento dell’AI possa portare a un crollo del mercato azionario.

Cosa lo contraddice:

  • i giganti tecnologici vincolati dai contratti potrebbero sopravvivere se, come finora, investissero solo i loro profitti e non a credito, a differenza di quanto accaduto con la bolla dotcom del marzo 2000.
  • Inoltre, bisognerebbe tenere conto del fatto che gli investimenti vengono effettuati principalmente nei centri di calcolo. Questi non perderebbero tutto il loro valore nemmeno dopo un crollo.

Cosa parla a favore:

  • i profitti miliardari necessari non potrebbero essere realizzati abbastanza rapidamente. Una realizzazione tempestiva è necessaria perché i processori, che costituiscono gran parte dei costi dei centri di calcolo, diventano rapidamente obsoleti. La rapidità con cui i centri di calcolo AI dovrebbero essere ammortizzati è anche oggetto di discussione scientifica.
  • Le innovazioni tecnologiche potrebbero rendere gli investimenti non redditizi.

Approfondiremo quest’ultimo punto di seguito.

Segnali premonitori di un crollo del mercato azionario a causa di innovazioni tecnologiche dirompenti

Il gruppo tecnologico sudcoreano Samsung ha fatto scalpore con un modello di IA che richiede solo un decimillesimo della potenza di calcolo e, con sette milioni di parametri in settori specifici, offre prestazioni simili a quelle dei grandi modelli linguistici con i loro sette miliardi e più di parametri. La piattaforma digitale internazionale The Decoder del 9 ottobre 2025 descrive l’innovativa architettura su cui si basa. Questa sarebbe molto efficiente per problemi chiaramente definiti, ma non sostituirebbe i grandi modelli linguistici. Il modello di IA è stato sviluppato nel laboratorio Samsung di Montreal, in Canada. La ricercatrice capo Alexia Jolicoeur-Martineau lo ha reso disponibile come modello open source su Arxiv con il titolo «Less is More: Recursive Reasoning with Tiny Networks».

Anche se il modello di IA non è adatto allo sviluppo di un’intelligenza artificiale generale (AGI), dovrebbe offrire un’alternativa efficiente dal punto di vista energetico per numerose applicazioni di IA. Il quotidiano «Frankfurter Rundschau» ha citato il professore Damian Borth, che da anni conduce ricerche sui modelli di IA più piccoli presso l’Università di San Gallo, affermando che lo sviluppo dell’IA è guidato dai cosiddetti modelli leggeri. Questo perché la maggior parte dei ricercatori non ha accesso a supercomputer e grandi potenze di calcolo. Il modello Samsung ha potuto basarsi su parte della sua ricerca di base.

Il 14 ottobre 2025, il quotidiano «Frankfurter Rundschau» ha scritto che questa innovazione potrebbe mettere in discussione gli investimenti miliardari dei giganti.

La Cina stupisce con una nuova architettura di IA

Lo «shock Sputnik» con Deep-Seek e la sua architettura molto più efficiente non è ancora stato dimenticato (vedi Infosperber del 28.1.2025). Ora la Cina presenta una nuova innovazione e stupisce con un sistema di IA ispirato al cervello, lo Spiking-Brain 1.0. I ricercatori di diverse università cinesi lo hanno descritto nel settembre 2025 in un documento completo su Arxiv.

Il cervello umano funziona con soli 20 watt circa, perché vengono attivati solo determinati neuroni. Il nuovo modello cinese Spiking-Brain 1.0 funziona secondo lo stesso principio. Non necessita di processori Nvidia: le restrizioni alle esportazioni degli Stati Uniti hanno a loro volta alimentato l’innovazione. Poiché non viene attivata l’intera rete neurale, come di consueto nell’architettura AI precedente, il modello è cento volte più veloce e funziona con circa il 70% di energia in meno. Inoltre, richiede solo il 2% della quantità di dati abituale.

Secondo un articolo pubblicato dalla China Global Television Network (CGTN), Spiking-Brain 1.0 è disponibile in due versioni. Quella più piccola, con 7 miliardi di parametri, è open source, mentre quella più grande, con 76 miliardi di parametri, è a disposizione dei ricercatori per i test. Se il modello soddisferà le aspettative, potrebbe diventare lo standard e, se utilizzato su dispositivi mobili e laptop, potrebbe anche ridurre la necessità di infrastrutture cloud.

È interessante notare che Spiking-Brain 1.0 non è ancora molto discusso dai media statunitensi, nonostante dovrebbe preoccupare i giganti della tecnologia. Se i sistemi di IA ispirati al cervello dovessero affermarsi perché sufficientemente potenti e molto più efficienti dal punto di vista energetico, ciò potrebbe mettere in discussione gli enormi investimenti nei chip Nvidia e nell’infrastruttura cloud. Ciò provocherebbe un enorme terremoto non solo nell’economia statunitense.

Per tutti i ricercatori del mondo che non dispongono di risorse miliardarie, questa nuova architettura di IA potrebbe aprire enormi opportunità di sviluppo.

Profitti miliardari e fattori chiave nella competizione sull’IA

I profitti di numerosi giganti della tecnologia sono attualmente enormi e i loro valori di borsa hanno raggiunto livelli vertiginosi. Secondo Reuters del 30 ottobre 2025, nonostante le restrizioni alle esportazioni nel mercato cinese, all’inizio di luglio 2025 Nvidia ha superato per la prima volta la soglia dei 4 trilioni e pochi mesi dopo ha raggiunto un valore di oltre 5 trilioni (5.000 miliardi) di dollari; Microsoft e Apple hanno superato entrambe i 4 trilioni. Come riportato da SRF il 29 ottobre, cinque giganti della tecnologia hanno ormai un valore superiore a quello di tutte le società quotate alla Borsa svizzera messe insieme (poco più di 2 trilioni di dollari).

Le aziende tecnologiche statunitensi sono convinte che l’espansione dell’infrastruttura di IA e la costruzione di centri di calcolo siano fondamentali per la competizione nell’ambito dell’IA. Ciò vale in particolare anche nella corsa con la Cina. Come emerge dal rapporto di Microsoft pubblicato nell’ottobre 2025 (pagina 9 con grafico), gli Stati Uniti e la Cina ospitano insieme l’86% della capacità mondiale dei centri di calcolo.

Open-AI nell’occhio del ciclone

Al centro del boom dell’IA c’è Open-AI. L’azienda è stata fondata nel 2015 come organizzazione senza scopo di lucro. Microsoft era il principale investitore con circa 13 miliardi di dollari. Questa partnership era vantaggiosa per entrambe le parti, ma limitava il margine di manovra di Open-AI. Grazie a un nuovo contratto con Microsoft alla fine di settembre 2025, questa partnership è stata allentata e Open-AI, fino ad allora senza scopo di lucro, ha potuto riorganizzarsi.

Come comunicato da Reuters il 29 ottobre 2025, Open-AI avrà in futuro la forma giuridica di una Public Benefit Corporation, ovvero una società orientata al profitto che persegue anche obiettivi di interesse pubblico. L’azienda orientata al profitto, Open-AI-Group, potrà in futuro quotare le proprie azioni in borsa per raccogliere capitali. Per le attività senza scopo di lucro è stata costituita una fondazione denominata Open-AI-Foundation. Con 130 miliardi di dollari, essa riceve una quota del 26% della Public Benefit Corporation, il cui valore di borsa è stimato in 500 miliardi.

Microsoft riceve una quota del 27%, corrispondente al valore di 135 miliardi. Si tratta di dieci volte l’investimento precedente di Microsoft. Inoltre, Microsoft continuerà ad avere accesso prioritario ai modelli di Open-AI fino al 2032, ma rinuncia al diritto precedente di agire come partner cloud esclusivo. Open-AI si impegna comunque ad acquistare da Microsoft servizi cloud per un valore di ulteriori 250 miliardi.

Perdite miliardarie per Open-AI

Il sito web britannico di notizie tecnologiche The Register ha analizzato alla fine di ottobre le dichiarazioni sugli investimenti contenute nella relazione trimestrale (pagina 33) di Microsoft. Secondo tale analisi, Microsoft ha già pagato 11,6 miliardi dei 13 miliardi promessi a Open-AI. Microsoft registra 3,1 miliardi come sua quota del 27% delle perdite di Open AI. Di conseguenza, Open AI ha subito una perdita di 11,6 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre. Non è insolito che le start-up registrino perdite prima di realizzare profitti. Ma questo importo solleva alcune domande.

Open AI non sembra spaventata da questo elevato indebitamento. In un video su YouTube (al minuto 14:35) dell’aprile 2024, Sam Altman ha affermato che non gli importa se la sua azienda brucia 500 milioni, 5 miliardi o 50 miliardi all’anno, purché sia sulla buona strada per raggiungere l’intelligenza artificiale generale (AGI). Nonostante questa situazione finanziaria, Sam Altman è riuscito finora ad acquisire i fondi necessari per i suoi progetti.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: SpikingBrain-1.0: il nuovo strumento di intelligenza artificiale cinese che non necessita dei chip Nvidia, che gli Stati Uniti non forniscono più


Gli scarafaggi e gli uomini

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Di Daniel Ritzer, laRegione

La trappola per scarafaggi non ha funzionato. Forse ci voleva il Robert De Niro di ‘Taxi Driver’ (“You talkin’ to me?”), ma qualcuno ha pensato fosse troppo da boomer. Quindi, ci tocca cambiare strategia.

Qualche giorno fa il sedicente ‘Fronte nazionale elvetico’ ha pubblicato un post sul proprio canale Instagram piuttosto inquietante, guarda caso poco dopo che su queste colonne era stata biasimata la decisione del Municipio di Lugano di concedere l’autorizzazione a manifestare a questo gruppo di estrema destra (vedi laRegione del 13 novembre, ‘Sì ai fan degli skinhead: che figuraccia’); manifestazione infine annullata dagli stessi membri del Fronte. La scritta “Giornalista… terrorista!”, una pistola raffigurante una penna, una tonalità bruno-nera dell’immagine e un testo scarno in cui si rimprovera al “caro giornalista” l’aver parlato di loro in maniera “indecente”, per chiudere con un intimidatorio “#apresto”.

Ora, non sappiamo se la minaccia era rivolta a un solo giornalista oppure a tutta la categoria: poco cambia. Ed è d’altronde probabile che questi soggetti siano ignari del nostro particolare rapporto con le intimidazioni (provengano dalla politica, dal mondo economico o da qualche esagitato). Spoiler: di solito producono l’effetto opposto a quello ricercato. Ergo, a chiunque si nasconda dietro questi atti di vigliaccheria rispondiamo così: ci trovate in via Ghiringhelli 9, a Bellinzona, dove c’è l’insegna con la formica. Se desiderate sapere quali sono i valori che difendiamo – niente meno che i diritti umani, pilastri dello Stato di diritto – e quali sono invece i messaggi di odio che, come società, non si è più disposti a tollerare, fateci la cortesia di presentarvi qui e ne parliamo, a volto scoperto. Se invece un tale coraggio non ce l’avete, fareste meglio a seguire il consiglio di Dory: zitto e nuota.

Fatto sta che Andrea Ghiringhelli ha ragione: le democrazie liberali non se la passano bene. Ovunque. E nemmeno da noi. In effetti, di bulli e bulletti pronti a vomitare bile xenofoba su qualche minoranza purtroppo ce ne sono parecchi. Troppi. A Lugano, giusto per fare un esempio, di recente è stata accolta in pompa magna Eva Vlaardingerbroek, influencer olandese dalla bionda chioma (come se non bastasse quella primanostrissima), molto in voga tra la cosiddetta ‘generation remigration’, paladina del movimento anti-immigrazione e abile divulgatrice social delle teorie complottiste più raccapriccianti delle destre più becere.

Al ‘Lugano Finance Forum’ l’anfitrione di Vlaardingerbroek è stato il municipale luganese e consigliere agli Stati Udc Marco Chiesa; fatto che tradisce un – ulteriore – gesto di legittimazione politica piuttosto preoccupante di tali discorsi. Come pure a Mendrisio, dove la sezione democentrista locale ha invitato in Ticino l’impresentabile generale Vannacci.

A scanso di equivoci: qui nessuno mette in discussione la libertà di opinione, ci mancherebbe. Ci risulta tuttavia che l’istigazione all’odio sia un reato (articolo 261bis del Codice penale): se taluni non sono disposti a stigmatizzarla, l’auspicio sarebbe che almeno non la esaltassero.

Ma sono questi i tempi che corrono: circondati da luci e ombre ci avviciniamo al Natale, il periodo migliore per sperare in un qualche miracolo (ticinese?). Forse domenica, quando accenderemo la prima candela di Avvento, varrebbe la pena evocarne uno: una metamorfosi kafkiana all’incontrario. Che gli scarafaggi si risveglino uomini.


Come la politica di Putin ha trasformato l’élite russa

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Le società contemporanee cambiano più rapidamente che nel passato, mutando le composizioni delle classi, le loro tradizioni, gli stili di vita e le abitudini. Tanto è più vero per la Russia, un Paese in cui la guerra iniziata contro l’Ucraina nel 2022 ha provocato degli shock sotterranei nella struttura economica e politica di enormi dimensioni. In primo luogo, e ovviamente, nelle élite che guidano il Nel passato, alcuni studi fondamentali sulla Russia putiniana, hanno definito il sistema vigente “Crony Capitalism” (capitalismo clientelare o clepto-capitalismo).

Tuttavia questa caratterizzazione non può rendere conto del tipo di intreccio tra affari e politica determinatosi con l’economia di guerra dopo il 2022. Gli aspetti di “capitalismo di Stato” che già erano evidenti nella seconda metà degli anni ’10 del XXI secolo, sono diventati il cuore pulsante della Russia. Una nuova élite composta da tecnocrati e oligarchi sta producendo inedite dinastie.

Senza i tecnocrati la Russia difficilmente sarebbe riuscita a condurre una guerra e a vivere sotto le sanzioni per quasi quattro anni. È così che viene comunemente definita la classe di economisti e amministratori professionisti formatasi durante il mandato di Vladimir Putin, che ha già guidato il Paese attraverso crisi molto gravi e in diverse occasioni. Basti pensare al ruolo giocato dall’attuale ministro della Difesa Andrej Belousov, che non aveva alcuna esperienza militare precedente prima di assumere il dicastero.

Per gli oligarchi che, almeno formalmente, sono dei sostenitori dell’economia di mercato, la guerra è stata una sorpresa. Una sorpresa che rischiava non solo di compromettere la stabilità dei loro patrimoni, ma anche il loro stile di vita, in tutto e per tutto legato ai lussi dell’Occidente.  A tale proposito è uscito recentemente un libro della sociologa Alexandra Prokopenko, ricercatrice presso il “Carnegie Center” di Berlino, intitolato: “Complici. Perché l’élite russa ha scelto la guerra”.

La ricercatrice ha sottolineato nel suo lavoro come il rischio di subire conseguenze penali, di perdere le proprie ricchezze, di dover andare in esilio abbia giocato un ruolo importante nell’allineamento degli oligarchi grandi e piccoli. La fedeltà, al contrario, è diventata una possibilità per continuare a prosperare anche nelle commesse militari per alcuni, e di poter emergere per nuovi e inediti Paperoni dell’Aquila imperiale.

Già prima della guerra, i procuratori di Stato avevano iniziato a interessarsi alle imprese strategiche, ma dopo l’incontro con il presidente l’interesse ha assunto proporzioni davvero colossali. Dopo aver ricevuto l’approvazione di Putin, le forze dell’ordine hanno concentrato tutti i loro sforzi sulla verifica della legalità delle privatizzazioni e sull’accertamento dell’attuale utilizzo dei beni.

Così è emerso che, in un contesto in cui le risorse di bilancio sono limitate e destinate alla guerra, gli asset possono diventare un ottimo modo per ripagare la lealtà e i debiti.  Come, ad esempio, nel caso del capo della Cecenia Ramzan Kadyrov. È proprio secondo questo schema che il nipote di Kadyrov, Ibrahim Zakriev, è diventato amministratore delegato delle aziende del gruppo francese “Danone”, nazionalizzate con un decreto presidenziale. I collaboratori di Kadyrov hanno ricevuto in cambio della loro lealtà anche attività commerciali in Ucraina. Ad esempio, il venticinquenne rappresentante della famiglia Geremeev, e parente di Adam Delimkhanov, è diventato comproprietario di una delle più grandi imprese dell’Europa orientale, l’acciaieria Il’ich di Mariupol

Il portale russo d’opposizione “The Bell” ha individuato 41 imprenditori, ciascuno dei quali ha acquisito imprese e agenzie finanziarie con un valore prebellico di almeno 1 miliardo di dollari.

Gli imprenditori di medio livello sono diventati i veri “nuovi russi”. Acquistando le aziende a prezzi bassissimi, hanno sostanzialmente sfruttato le conseguenze della guerra per entrare nei vertici del mondo aziendale russo, entrando a far parte di società che i loro colleghi occidentali avevano impiegato anni a sviluppare con i loro investimenti. Permettendo loro di acquistare beni a prezzi stracciati, il Cremlino ha creato un esercito di influenti sostenitori attivi, il cui benessere futuro dipende dal proseguimento dello scontro tra Russia e Occidente. La guerra non solo serve per il presente, ma anche per il futuro.

La paura principale di questi “nuovi russi” è diventata il ritorno nella Federazione dei veri proprietari degli asset. Quando si parla del possibile ritorno in Russia delle grandi imprese occidentali si dimentica questo piccolo particolare: il loro posto è stato da molto tempo occupato da questi “nuovi russi” che ora  non hanno nessuna intenzione di mettersi da parte.

È interessante notare che, dal momento della sua ascesa al potere nel 2000, Putin ha personalmente garantito agli imprenditori che i beni acquisiti attraverso la privatizzazione e le successive transazioni sarebbero rimasti nelle loro mani.

I funzionari statali fedeli a Putin erano saldamente radicati nel potere statale: negli ultimi 15-20 anni avevano cambiato posizione, ma praticamente nessuno era uscito dal sistema, a meno che non avesse fatto qualcosa di inaccettabile agli occhi del Cremlino.

L’invasione dell’Ucraina ha distrutto questo patto: parte degli asset russi degli imprenditori si è notevolmente svalutata, quelli esteri sono stati congelati. E nel 2023 si è avverato il peggior incubo del tipico miliardario russo: lo Stato si è rivolto a lui tramite la Procura Generale. È come se gli avesse detto: “Qui non le appartiene nulla. Le è stato concesso di amministrare. È giunto il momento di verificare come sta gestendo la situazione”.

Putin allora è intervenuto con una nuova proposta. “Un imprenditore russo responsabile è un vero cittadino della Russia, del proprio Paese, un cittadino che comprende e agisce nel suo interesse, non nasconde i propri beni in paradisi fiscali, ma registra le aziende qui, nel nostro Paese, e non dipende da autorità straniere”, ha detto  il presidente durante il congresso annuale della principale lobby delle grandi imprese, l’Unione russa degli industriali e degli imprenditori.

In realtà, già nel 2014 le grandi imprese avevano dato una dimostrazione di lealtà: nessuno ha criticato l’annessione della Crimea, nessuno ha iniziato a finanziare l’opposizione, nessuno ha chiuso le proprie attività. Il prezzo della lealtà si è rivelato piuttosto elevato per le banche statali e l’economia russa, ma perfettamente sostenibile per il presidente.

Si tratta di un processo profondo che, per certi versi, è già irreversibile.  Nel 2003, la sociologa Olga Kryshanovskaya aveva presentato il primo studio sulla corte di Putin. Dopo aver esaminato le biografie di 3.500 funzionari che lavoravano negli organi di governo la studiosa era giunta a sostenere che “ora (la burocrazia) ha l’opportunità di trasformarsi in un’aristocrazia ereditaria”. Una tesi che oggi appare persino scontata, ma allora fu sorprendente: in tutte le capitali europee il Presidente russo era accolto come un democratico e un innovatore e non come capo di una nuova nomenklatura post-sovietica.

Il portale indipendente russo “Proekt” in uno studio pubblicato all’inizio di novembre è giunto alla conclusione che nel giro di poco più di 20 anni il “tasso di nepotismo” nel regime è russo si è triplicato, raggiungendo il 76%. Secondo “Proekt” “tre su quattro dirigenti russi hanno ereditato la loro posizione da altri funzionari o hanno sistemato i propri discendenti a spese dello Stato.

Si tratta ormai già di dinastie che per esempio nel Caucaso raggiunge rapidamente l’apice. Il capo della Cecenia, Ramzan Kadyrov, che abbiamo già citato, ha ben 96 parenti nell’apparato amministrativo e del business di Stato, lasciando indietro persino Putin che ne ha “solo” 25. Trai deputati, in tale classifica spiccano Oleg Kolesnikov con 12, Vyacheslav Makarov e Alexey Tkachev, con 11.

Se si passa al mondo oligarchico troviamo i vecchi amici leningradesi dello zar, i fratelli  Arkady e Boris Rotenberg con 19.

Oleg Deripaska, membro della famiglia di Boris Eltsin ne assomma 11, Suleiman Kerimov, leader di un importante clan di funzionari e uomini d’affari, raggiunge quota 9.

Le donne, invece, non giocano un ruolo particolare. Fra tutti

i 1.329 funzionari di cui “Proekt” ha studiato le biografie, solo il 15% sono donne. Il motivo è noto: la donna deve dedicarsi essenzialmente a rilanciare demograficamente il Paese. Proprio recentemente Putin ha dichiarato che le famiglie russe dovranno avere “normalmente” 3-4 figli.

Il “lignaggio sovietico” è pure importante: il 58% di coloro che governano la Russia oggi sono le stesse persone o i discendenti delle stesse persone che 35 anni fa governavano l’Unione Sovietica. I funzionari dell’amministrazione presidenziale sono spesso definiti “tecnocrati”, nel senso che per loro garantire il funzionamento regolare del potere, la conoscenza del protocollo e delle formalità è più importante delle preferenze politiche.

Questo processo dovrà completarsi il prossimo anno con il rinnovo della Duma, il parlamento russo. In quell’occasione come ha ricordato lo stesso Putin, dovranno entrare a far parte dell’assemblea legislativa molti veterani della guerra in Ucraina, “tutta gente – ha sottolineato – che ha dedicato la vita alla Patria e la cui fedeltà è assodata”.

Lo scorso settembre in occasione delle elezioni amministrative si ha avuto un assaggio di ciò che avverrà nel 2026. In tale occasione ha sottolineato il Presidente della Commissione Centrale Elettorale Ella Panfilova “sono stati candidati 1.616 partecipanti all’ “Operazione militare speciale. Sono una nuova schiera di politici e personaggi pubblici che, ne sono certa, acquisirà forza perché il Paese ne ha bisogno”. Oltre la metà, alla fine, sono stati eletti. Quindi, personaggi improbabili, razzisti, individui dall’equilibrio psichico labile, ora svolgeranno la loro funzione di diffusione della propaganda bellicista e colonialista in profondità nel Paese, presentandosi alle nuove generazioni come esempi da seguire.

Si tratta di un modello di inquadramento e di disciplinamento completamente inedito; una longa manus del complesso militar-industriale a cui nessuno potrà dire di no.

Nell’immagine: Il capo della Cecenia Ramzan Kadyrov in un’illustrazione di “Proekt”


Disastro dazi, il peggio deve ancora arrivare

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Di Serena Sileoni, La Stampa

Da qualche mese, con giudizio unanime, ci siamo accorti che le politiche protezioniste fanno danni. Questa è già una notizia, visto che, prima dei dazi di Trump, era tutto un “dipende” e un distinguo. L’Inflation Reduction Act, ad esempio, veniva giudicato più strategico che dannoso.

Dazi e negoziati bilaterali sono uno dei tanti modi, coerenti con l’idea che la globalizzazione abbia fatto più vittime che conquiste, di pensare all’immediato ritorno economico nell’economia interna, senza badare troppo agli effetti a medio-lungo termine e su scala generale. Se il presupposto culturale verso la globalizzazione o, come molti la chiamano, il neoliberismo è questo, dovremmo essere più comprensivi verso il fatto che Trump utilizzi tutte le leve possibili per sostenere immediatamente i consumi e la produzione interna. Se, invece, ai mercati aperti e integrati si riconosce valore, quelle leve diventano un problema per gli Stati Uniti e per gli altri Paesi.

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Si considerino gli ordini esecutivi di Trump sul mercato farmaceutico, una leva meno nota dei dazi ma non meno significativa. Fin dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha dedicato una particolare attenzione al settore sanitario in generale e farmaceutico in particolare. Dal suo punto di vista ha fatto bene, visto che negli States è il settore con il fatturato maggiore e che la spesa sanitaria e farmaceutica sono le più alte al mondo in rapporto al Pil.

In primo luogo, ha introdotto la regola della “nazione più favorita”. Mentre fino a pochi mesi fa il prezzo dei farmaci negli Usa era libero, diversamente dai nostri sistemi europei in cui è iper-regolato, ora i produttori hanno l’obbligo di allineare i prezzi lì praticati a quello più basso offerto in un gruppo di Paesi paragonabili per Pil pro capite, a meno di non raggiungere accordi individuali con l’amministrazione. Qualche giorno fa, Trump ha annunciato un nuovo accordo con alcune industrie. Inoltre, si parla di 300 miliardi di dollari di investimenti in produzione, ricerca e sviluppo per il prossimo quinquennio.

L’introduzione della regola della nazione più favorita è una reazione alle politiche di prezzo degli altri Paesi. Negli Stati, come il nostro, in cui il prezzo dei medicinali è regolato, le imprese farmaceutiche hanno potuto nel tempo negoziare un prezzo più basso con i governi, riversandone il costo sul mercato libero americano. Se la globalizzazione non vale nulla e ogni Stato va per conto suo facendo il proprio immediato interesse, Trump ha buoni motivi per dire agli americani di smettere di pagare il costo delle medicine agli europei. Il suo obiettivo è coerente con le premesse: spingere il mercato interno eliminando i sussidi esistenti, abbassando il costo per gli utenti e incentivando la produzione, in un sistema che resta comunque meno regolato del nostro.

Ma nel medio-lungo termine, un allineamento del prezzo su quello più basso potrà avere conseguenze sia negli investimenti sulla ricerca sia nel mercato del lavoro, in un settore per sua natura globale, in cui le case farmaceutiche di un continente hanno sedi di produzione e centri di ricerca anche negli altri. Inoltre, la regola del prezzo più basso potrebbe introdurre barriere all’ingresso con conseguenze sull’innovazione del settore, poiché sarebbe più facile per una multinazionale consolidata rispetto a una nuova impresa raggiungere un accordo bilaterale con l’Amministrazione. Infine, la prima componente ad essere sacrificata, a livello globale, rischia di essere la ricerca clinica sviluppata a livello industriale. Forse, mercati integrati e economie libere non sono tanto una cattiva idea.

Un abbassamento del prezzo comporterebbe, poi, specifiche conseguenze negative per le imprese e i consumatori europei. Le prime infatti sarebbero costrette ad aumentare i prezzi fuori dagli Usa o a rinunciare al mercato statunitense, che per loro costituisce una grossa fetta, per mantenerli più contenuti. Non solo: per evitare di ridurre i prezzi americani, esse potrebbero essere indotte a ritardare l’introduzione in Europa di farmaci innovativi, a detrimento dei pazienti europei. Questo rende ancora più insostenibili strumenti come il cosiddetto payback farmaceutico, introdotto in Italia nel 2012 per contenere la spesa farmaceutica “in via emergenziale” e poi rimasto nell’armamentario delle leggi di bilancio.

Per l’intera economia europea – segnala il Rapporto Draghi – il settore farmaceutico rappresenta il 5% del valore aggiunto ed è al primo posto a livello mondiale negli scambi commerciali misurati in termini di valore.

I dazi sono la punta dell’iceberg della politica economica di Trump. Bene vederli per quel che sono, ovvero un danno per tutti, ma sarebbe utile anche non sottovalutare le ulteriori iniziative dell’Amministrazione americana a sostegno dell’economia interna, per non trovarsi sorpresi quando ne vedremo gli effetti.


L’Onu: “Gaza è inabitabile, un abisso creato dall’uomo”

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

Dopo giorni di forti piogge, a Gaza molte tende non ci sono più. Padri e bambini scavano nel fango a Deir el Balah, a Khan Yunis, cercando di liberare i teloni intrappolati e ricostruirsi un nuovo rifugio, mentre il poco che avevano è andato perduto. Per i quasi due milioni di sfollati palestinesi, sopravvissuti a oltre due anni di guerra e a continui esodi tra il nord e il sud dell’enclave, l’inverno è una nuova catastrofe. Le organizzazioni umanitarie hanno distribuito più di 3.600 tende, 129mila teloni e 87mila coperte dall’inizio del mese, ma è ancora una goccia nel mare dei bisogni, che basta a stento a coprire il 10% delle necessità, dice Amjad Al-Shawa, responsabile della rete di ong nella Striscia. Per affrontare il freddo servono rifugi, come case o prefabbricati mobili, che finora non sono arrivati.

La devastazione è tale che «la sopravvivenza stessa di Gaza è in gioco», avverte l’Unctad, l’agenzia Onu che si occupa di sostenere i Paesi in via di sviluppo, in un rapporto pubblicato ieri. La guerra «ha eroso tutti i pilastri della sopravvivenza» umana, dalle scuole alle panetterie agli ospedali, facendo «sprofondare il territorio palestinese in un abisso creato dall’uomo». Le conclusioni dell’Onu sono drammatiche: «Data la distruzione incessante e sistematica che ha subito, ci sono seri dubbi sulla capacità di Gaza di ricostruirsi come spazio vitale e come società».

La ricostruzione costerà almeno 70 miliardi, stimano le Nazioni Unite, ma l’economia della Striscia ha subito danni tali che ci vorranno «diversi decenni prima che Gaza recuperi la qualità della vita precedente all’ottobre 2023». Tra il 2023 e il 2024, l’economia della Striscia si è contratta dell’87% mentre «la violenza, l’espansione accelerata degli insediamenti e le restrizioni alla mobilità dei lavoratori» hanno «decimato l’economia» in Cisgiordania. Il Pil palestinese è tornato al livello del «2010, mentre quello pro-capite è tornato a quello del 2003».

Un quadro desolante, che si accompagna alle difficoltà politiche di portare avanti la fase due del piano Trump, che prevede il disarmo di Hamas e il ritiro graduale dell’esercito israeliano. La forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe accompagnare questo percorso stenta a prendere forma, perché anche i paesi disponibili a farne parte come l’Azerbaijan hanno chiarito che non invieranno soldati se il mandato sarà quello di combattere contro Hamas. L’Egitto, che avrebbe dovuto organizzare una conferenza sulla ricostruzione a novembre, l’ha rimandata sine die. Ieri al Cairo si sono incontrati i capi delle intelligence turca ed egiziana e il premier del Qatar, i Paesi mediatori, ma la discussione, secondo fonti di Ankara, è stata incentrata sulle violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele – i morti a Gaza dall’inizio della tregua sono più di 300. Anche dagli stessi americani non arrivano segnali incoraggianti. Secondo il New York Times, l’amministrazione Trump sta spingendo per costruire rifugi temporanei nella zona gialla occupata da Israele – c’è anche già il nome “Comunità Alternative Sicure” – dove i palestinesi dovrebbero trasferirsi lasciando l’area controllata da Hamas , attratti dalla prospettiva di maggiore sicurezza e alloggi meno precari in cui vivere. Ma sul lungo periodo potrebbe significare una Gaza divisa in due, con l’Est occupato da Israele


Gaza ci ha fatto dimenticare la Shoah e l’odio antisemita si riversa sull’Europa

L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova 

De Marek Halter, La Stampa

Pochi giorni fa, abbiamo celebrato l’87esimo anniversario della Notte dei Cristalli a Berlino, quando si bruciarono gli ebrei, oltre che i loro libri: quello fu il primo passo verso l’annientamento degli ebrei europei, quello che lo storico polacco Raphael Lemkin chiamò nel 1944 il “genocidio”. Qual è la differenza tra “massacro” e “genocidio”? L’intenzionalità. Alla conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, i nazisti si dettero l’obiettivo di ripulire completamente l’Europa dai suoi ebrei. Fecero riferimento a quello che gli ottomani avevano fatto con gli armeni all’inizio del secolo.

A distanza di ottant’anni, l’odio riappare sotto un’altra forma: il 7 ottobre 2023, un commando di Hamas ha fatto irruzione a un festival pacifista israeliano accanto al confine di Gaza, uccidendo 1.188 persone, uomini, donne e bambini, ferendone 4.834 e prendendo in ostaggio 251 persone, tra cui molti bambini. È stato uno dei più grandi massacri di ebrei dalla Seconda guerra mondiale. Qualora si rivelasse essere – come risulta da alcuni documenti di cui gli israeliani sono entrati in possesso – il primo atto del progetto di annientamento degli ebrei di Israele, si tratterebbe di genocidio. In caso contrario, si parla di massacro. Atroce, certo, ma massacro.

La differenza tra i due avvenimenti è l’esistenza dello Stato di Israele. Uno Stato che, aggredito, risponde. Come tutti gli Stati. Che fortuna insperata per gli antisemiti di tutto il mondo! Gli ebrei uccidono. È un’occasione, forse, per ripulire la cattiva coscienza ereditata dai testimoni di uno dei più grandi massacri della Storia, se non altro per numero di morti, e i mezzi adottati per liquidarli, quelli degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, sotto lo sguardo indifferente dell’umanità. Ed ecco che manifestazioni oceaniche riempiono le strade delle grandi città di tutto il mondo. Sono manifestazioni che superano per ampiezza quelle contro la guerra del Vietnam a suo tempo. Con una palese differenza: all’epoca la gente gridava “pace in Vietnam!”. Dalla bocca di coloro che oggi solidarizzano con Gaza, invece, la parola “pace” è scomparsa. A rappresentare il Male, il Male da combattere, non è più il governo, ma tutto Israele.

Tanto peggio per gli artisti e i cantanti pacifisti israeliani che vengono fischiati quando prendono parte ai festival internazionali. Tanto peggio per gli eruditi israeliani che contestano la politica dei loro governi e non sono più invitati ai congressi scientifici. Tanto peggio per gli studenti israeliani, che in passato erano invitati a trascorrere le loro vacanze con gli amici all’estero. Tanto peggio, soprattutto, per i francesi, gli americani o gli inglesi di origine ebraica che vengono ridotti soltanto alla loro appartenenza etnica. Oggi sono quei lebbrosi medievali responsabili di tutte le nostre sventure di cui parla Jean Delumeau in “La paura in Occidente”. Secondo il rapporto del 2024 dell’Fbi, negli Stati Uniti – dove risiede la maggioranza degli ebrei nel mondo – il 70% dei crimini d’odio a sfondo religioso colpisce loro. Quanto alla Francia, secondo un’inchiesta del settimanale L’Express, il 57% di tutte le aggressioni a sfondo razzista prende di mira gli ebrei che costituiscono meno dell’1% della popolazione. In Italia, la situazione sta degenerando nello stesso modo, a tutta velocità. L’Osservatorio italiano antisemitismo stima in 877 le azioni antisemite commesse dall’inizio dell’anno in corso, contro le 454 dello stesso periodo dell’anno scorso. La maggioranza di questi episodi si verifica online, soprattutto sui social network come Facebook, Instagram e TikTok.

In tutti i conflitti armati, si inneggia a coloro che si oppongono alla guerra voluta e guidata dai loro dirigenti politici. Ricordiamoci dell’accoglienza riservata a Joan Baez o a Bob Dylan mentre le bombe americane uccidevano con il napalm centinaia di migliaia di vietnamiti. Di questi tempi, abbiamo assistito a una sola manifestazione a sostegno di quei milioni di giovani israeliani che protestano tutti i giorni contro la politica del loro governo, contro la guerra di Gaza, per la liberazione degli ostaggi e per una soluzione a due Stati? Questo, infatti, era quanto prevedevano gli accordi del 13 settembre 1993 firmati tra il Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Yasser Arafat, alla presenza del presidente americano Bill Clinton a Washington. Quell’accordo oggi è dimenticato sia dai palestinesi stessi sia da Israele e dai media internazionali.

Quanto ai milioni di ebrei sparsi nel mondo, sospettati dai benpensanti di essere “conniventi con Israele”, non resta loro altro da fare che cercare riparo e protezione presso i Paesi in cui abitano da secoli, nella maggior parte dei casi, e brandire la memoria della Shoah. I nuovi antisemiti di fatto stanno ritorcendo la Shoah, che i negazionisti non sono riusciti a far vacillare, contro gli ebrei stessi. Gli ebrei che, in questo periodo, stanno “genocidiando” un altro popolo. Questo verbo non esisteva nei dizionari, ma è stato inventato proprio in occasione della guerra di Gaza.

In ogni caso, avrebbero potuto utilizzare un altro termine, per esempio “populicidio”, inventato da Gracchus Babeuf sotto la Rivoluzione francese per parlare dei massacri delle popolazioni civili in Vandea. «Dare un nome sbagliato alle cose contribuisce all’infelicità del mondo», diceva Albert Camus. È sufficiente guardarci attorno per renderci conto che Camus aveva ragione. Nel caso della maggior parte di coloro che urlano “Gaza! Gaza!”, non è questione di difendere un popolo in guerra, bensì di togliere l’ultima difesa a un altro popolo che è stato sempre in pericolo di morte.

Ma, come tutte le guerre, quella di Gaza è finita. Avrebbe potuto finire prima, ma la Storia non segue un calendario preciso. E così, dopo la gioia di ritrovare i vivi, si inizierà a piangere i morti e la distruzione. Poi verrà il tempo dei regolamenti di conti. Hamas sta già liquidando i suoi “traditori”, prima di essere giudicata tra poco dal suo stesso popolo per i crimini che ha commesso. In Israele, i tribunali sono impegnati contro i responsabili che hanno permesso il 7 ottobre. Il presidente Trump ha chiesto in anticipo al suo omologo israeliano Herzog la grazia per il Primo ministro Netanyahu. E poi? Che cosa accadrà? Il progetto si ferma qui. Certo, esiste una casa comune – gli Accordi di Abramo – che può, in attesa di una soluzione palestinese, accogliere tutti quanti. E non è poco. I media ne parleranno per almeno un anno.

E da noi? Che cosa sta succedendo da noi in Francia, e da noi in Europa, dove il conflitto di Gaza è stato usato dalle forze politiche come un mezzo di mobilitazione e ha emancipato il razzismo, soprattutto l’odio per gli ebrei, come non accadeva dai tempi dell’epoca nazista? Come si può rimettere il dentifricio antisemita dentro il suo tubetto?

Nel frattempo, le televisioni di tutto il mondo ci mostrano schiere di palestinesi che prendono la strada del ritorno. Il popolo “genocidiato” risuscitato. Adesso, in ogni caso, occorre accoglierlo, farlo stabilire. Io, bambino a Varsavia, sogno che il pesante cancello di ferro di Auschwitz si spalanchi di colpo e che ne escano milioni di ebrei bruciati, “genocidiati”, resuscitati, e che si incamminino verso le loro case. Ma non è altro che un sogno.

Quanto a noi, saremo capaci di adire i tribunali contro coloro che, vomitando odio contro gli ebrei, sono responsabili della morte di esseri umani e del deterioramento dell’edificio democratico costruito dalle generazioni prima di noi? Saremo capaci di riallacciare il dialogo tra comunità che nello sguardo hanno odio per l’altro, un odio che impiegheremo molto tempo a estinguere?

Bisognerà rispondere a queste domande. E rapidamente. L’odio, infatti, non aspetta mai.