La lezione all’Europa del “professore” americano

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Nella narrazione identitaria, gli Stati Uniti sono “A shining city, a city upon the hill”, una città che brilla sulla collina, presa da un sermone evangelico per indicare la sua esemplare missione nel mondo. Ed è il tono che l’improbabile cristiano Donald J.Trump utilizza nel suo nuovo manifesto sulla sicurezza e la politica estera americana quando affronta il tema dell’Europa. Non per una benevola predica, ma per dirne peste e corna.

Nella visione del “tycoon”, se il vecchio continente non dovesse cambiare rotta, sarebbe inevitabilmente destinato alla “scomparsa”, soffocato da una totale mancanza di libertà e da una soffocante immigrazione illegale, destinata a sostituirne inesorabilmente le popolazioni locali e dunque la sua stessa identità. Affermazioni non nuove da parte della Casa Bianca trumpiana, e già oggetto di un intervento molto polemico e assai controverso del vicepresidente statunitense Vance in un intervento di inizio anno alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. La novità sta nel fatto che stavolta queste convinzioni e queste accuse sono contenute in un documento ufficiale dell’amministrazione USA, che fissano la dottrina del suo mandato presidenziale. A parte la “lezione” di democrazia che di nuovo investe l’Europa da parte di un presidente pregiudicato, che sul piano interno moltiplica decisioni sempre più illiberali, alla guida di una nazione profondamente divisa e politicamente malata, le sue affermazioni sui rapporti con l’Europa sono inquietanti anche per altri motivi.

Innanzitutto perché scolpiscono, secondo molti osservatori, l’atto conclusivo del rapporto speciale fra le due sponde dell’Atlantico dalla fine della seconda guerra mondiale. Dal piano Marshall alla NATO, ottant’anni di collaborazione che in sostanza hanno garantito agli Stati Uniti di imporre la propria guida politica e ideologica all’Occidente capitalista, e a quest’ultimo di prosperare, con poca spesa economica, al riparo dello scudo militare americano. Non si tratta più, stando all’ultimo documento strategico USA, soltanto di accrescere le spese militari europee: nel giro di pochi anni, l’Europa dovrebbe infatti assumere la guida della NATO nelle vicende del vecchio continente, e principalmente nei rapporti con la Russia.

In tale contesto, per la Casa Bianca la sorte dell’Ucraina sarebbe già segnata: a Kiev non rimarrebbe che accettare la posizione di Mosca come potenza mondiale e non solo regionale, e sottoscrivere le richieste più sostanziali dello “zar” per porre fine alla guerra (occupazione del Donbass, sostanziale smilitarizzazione dell’Ucraina, nessuna partecipazione e garanzia occidentali alla sicurezza di ciò che rimarrebbe dell’Ucraina).

Questa, al di là dei balletti diplomatici che Trump impone ai suoi… non diplomatici, ci sembra l’indicazione di fondo che emerge dal documento della Casa Bianca. Che, significativamente, non è affatto polemico o allarmato nei confronti di Mosca e di Pechino. Conosciamo i mutamenti di umore di Mr.Trump. È possibile che anche stavolta si ripeta e qualcosa corregga. Ma difficilmente lo farà sulla Russia. Fin dall’inizio ha platealmente sottoscritto la posizione di Putin sull’Ucraina e sul recupero imperiale della Russia. Difficile, molto difficile, che possa essere la debole e marginale Europa a fargli cambiare idea. Un’Europa oggi ancor più nella morsa delle due superpotenze che vogliono il suo brutale declassamento.


Trump è affascinato dalle dittature, la sua politica estera è in mano a Putin

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Di Bernard Guetta, La Stampa

Questo “piano di pace” americano incalza noi europei a rinunciare all’idea che gli Stati Uniti saranno nostri alleati per sempre e a dotarci di una direzione politica che non si limiti all’Unione.

Iniziamo dai fatti. Donald Trump preferisce le dittature alle democrazie e prova ne è il fatto che è corso in aiuto della Russia nel momento stesso in cui l’economia di quest’ultima inizia a risentire negativamente della guerra e ha voluto torcere il braccio all’Ucraina proprio quando questa è indebolita per un clamoroso caso di corruzione.

Preferisce l’aggressore all’aggredito e prova ne è che il suo piano non prevedeva di chiedere nessuna concessione a Vladimir Putin, ma esige da Volodymyr Zelensky che riduca di un terzo l’organico delle sue forze armate, che si impegni a non entrare nella Nato e a non associarsi nemmeno alla Difesa comune, quando l’Unione europea gli aprirà le porte.

Donald Trump non vuole assicurare una pace duratura in Europa, ma mettersi d’accordo con Vladimir Putin e prova ne è che ha voluto lasciare l’Ucraina senza difesa a fronte di una Russia le cui posizioni si sono irrigidite.

In sintesi, Donald Trump sta mettendo la Federazione russa e l’Unione europea l’una contro l’altra e prova ne è che, all’insaputa dei suoi alleati europei, è andato a negoziare di nascosto con il Cremlino un accordo che li indebolirà ancor prima di intimidirli.

Che Donald Trump sia manovrato dai servizi russi, spinto da una connivenza ideologica con Vladimir Putin o dalla volontà di sferrare un attacco all’Unione, suo concorrente economico, di conseguenza importa poco.

Per Donald Trump non siamo più alleati degli Stati Uniti, bensì avversari da dividere ed esautorare. Di fronte all’imperialismo di Vladimir Putin, non possiamo contare sull’America e la prima conclusione di cui prendere atto è che dobbiamo smettere di sottovalutarci.

L’elenco dei nostri punti deboli è lungo, ma l’Unione europea – che può contare su un livello di formazione senza uguali, sulle sue libertà e su un mercato di 450 milioni di abitanti – è più che mai un polo di attrazione. Non soltanto molti Paesi auspicano di entrare a farne parte, ma inoltre Gran Bretagna, Norvegia, Canada, Giappone, Australia e altri ancora le si avvicinano ogni giorno di più, distaccandosi da Trump, Putin, Xi o tutti e tre.

Dobbiamo serrare i ranghi con i Paesi candidati e organizzare una Entente démocratique con quelli che ci sono vicini; dobbiamo affermarci come potenza politica sulla scena internazionale; dobbiamo accelerare il nostro riarmo e usare gli asset russi per armare l’Ucraina. Il lavoro da fare è impressionante per quello che non era altro che un mercato comune, ma stiamo per armarci e armare l’Ucraina, impariamo a parlare con una stessa voce, abbiamo già organizzato – sotto la guida franco-britannica – un fronte comune delle democrazie che intendono restare tali, la Coalizione dei Volenterosi.

Tutto questo avviene troppo lentamente. È spaventosamente e pericolosamente poco, ma le sfide raccolte hanno già permesso agli Stati dell’Unione e ai loro partner politici di riuscire a trovare subito una contromossa comune a questo piano americano di ispirazione russa.

È giusto voler far tacere le armi, si dice all’unisono, ma… Ma tutto resta ancora da definire con gli ucraini e noi stessi e soprattutto rispetto alle garanzie di sicurezza che gli Stati Uniti sarebbero pronti a dare a un’Ucraina disarmata, come prevede il loro piano.

Gli europei e i loro partner sono riusciti a esercitare pressioni sulla Casa Bianca affinché accettasse colloqui e concessioni. Noi europei abbiamo contribuito a ribaltare la situazione, ma non dobbiamo farci illusioni. Le istituzioni europee sono state concepite per i commerci, non per la guerra. Un giorno, forse, l’Unione diventerà gli Stati Uniti d’Europa, ma non siamo ancora a quel punto e, nell’attesa, alle democrazie europee e ai loro alleati serve una direzione politica.

Tale direzione politica non può essere la Commissione, istituzione nominata e non eletta, e neanche il Consiglio europeo, menomato dal requisito dell’unanimità. Tale direzione politica non può nemmeno essere un’istituzione dell’Unione, poiché deve comprendere Stati che non ne fanno parte. Dovrà pertanto essere costituita da dirigenti tedeschi, britannici, francesi, italiani e polacchi, da un G5 di cui saranno organizzatrici Londra, Parigi e Berlino. Questo è ciò che si sta cercando di fare e che si sta già facendo. Adesso, è arrivato il momento di dirlo e formalizzarlo.


Musk attacca la Ue: “Quarto Reich”. Poi espelle la Commissione da X

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Di , la Repubblica

NEW YORK – Elon Musk dichiara ufficialmente la sua guerra personale contro la Ue, cancellando da X l’account pubblicitario della Commissione europea e rilanciando un post che l’accusa di essere il “Quarto Reich”. Restano ora da chiarire due cose. Primo, se l’offensiva dell’imprenditore sudafricano dipende solo dai suoi interessi economici, oppure riflette un’avversione culturale e una strategia politica più complessiva, visto che chiede di «abolire» Bruxelles. Secondo se l’amministrazione Trump, di cui non fa più parte con un ruolo formale, condivide questa operazione finalizzata a demolire l’Unione, nella certezza di avere leve maggiori per premere sui singoli stati.

Due giorni fa la Ue ha imposto una multa da 120 milioni di euro a X, perché viola le regole di trasparenza del Digital Services Act (Dsa). Venerdì Musk ha risposto con questo post: «La Ue dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli paesi, in modo che i governi possano rappresentare meglio i loro popoli». Ieri quindi X ha chiuso l’account pubblicitario della Commissione, accusandola di aver pubblicato contenuti ingannevoli in modo scorretto. Bruxelles ha risposto così: «La Commissione europea utilizza sempre tutte le piattaforme di social media in buona fede» e «impiega gli strumenti messi a disposizione» dalle stesse piattaforme per gli account aziendali, come nel caso di “Post Composer” su X. Musk nel frattempo ha proseguito l’offensiva politica con una serie di messaggi, incluso un «praticamente» di assenso messo ad un post che recita “Quarto Reich”, sopra una svastica che spunta sotto la bandiera europea.

Musk non ha gradito la multa, ma in generale accusa la Ue di penalizzare le aziende digitali americane e soffocare la libertà di espressione. Questo dibattito aveva imperversato negli Usa quando Trump era stato bandito dai social, perché pubblicava falsità che avevano fomentato reazioni come l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Musk però lo ha riammesso nell’ex Twitter, come Facebook, e il dibattito si è chiuso con la rielezione.

La questione ora si è pericolosamente allargata dagli interessi imprenditoriali di Elon a quelli politici. Musk è nato in Sudafrica e il nonno materno Joshua Haldeman era un attivista difensore dell’apartheid. Lui ha denunciato il presunto genocidio in corso contro i bianchi del suo Paese d’origine, rilanciato da Trump, che perciò non è andato al G20 di Johannesburg. Elon poi ha attirato l’attenzione per aver ripetuto in varie occasioni un saluto simile a quello romano, che lo mette in una posizione fragile per impartire lezioni sul “Quarto Reich”.

Da quando ha lasciato il Doge Musk non ha più un ruolo formale nell’amministrazione, ma le sue critiche all’Europa riflettono quelle lanciate prima dal vice presidente Vance durante il suo discorso di febbraio alla Conferenza di Monaco, e ora codificate nella nuova Strategia per la sicurezza nazionale. Trump ha detto che la Ue è una rivale, creata per «fregare gli Usa». Critica le politiche commerciali e dell’immigrazione, ha imposto i dazi, pretende più investimenti nella difesa, dando l’impressione di voler dividere e demolire l’Unione.


Ecco come le aziende farmaceutiche mantengono alti i prezzi dei farmaci antitumorali

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Di Martin Born, Infosperber

Keytruda è il farmaco più venduto al mondo. È approvato per 18 tipi di cancro e, dalla sua prima autorizzazione undici anni fa, è stato somministrato a 2,9 milioni di persone. Circa 8590 franchi ogni tre settimane: questo è il costo del trattamento in Svizzera. Secondo il rapporto sui farmaci di Helsana, nel 2023 le assicurazioni malattia svizzere hanno pagato 169 milioni di franchi solo per Keytruda, il farmaco più costoso in assoluto.

Con 146 miliardi di dollari, dal 2014 ha generato quasi la metà del fatturato del gigante farmaceutico Merck. Ma ora Merck ha un problema: il brevetto scadrà alla fine del 2027. Poiché allora potrebbero arrivare sul mercato farmaci generici più economici, Merck rischia una perdita di fatturato nell’ordine di decine di miliardi.

Un’iniezione sottocutanea invece di una flebo

Come riporta il New York Times, Merck sta contrastando questa minaccia con una strategia collaudata. L’azienda ha sviluppato una nuova forma di somministrazione: un’iniezione sottocutanea invece di una flebo come finora. L’autorità farmaceutica statunitense FDA ha approvato il «nuovo» farmaco, chiamato “Keytruda Qlex”, che dovrebbe essere lanciato sul mercato entro la fine dell’anno. Merck spera che prima che la concorrenza sia pronta a fare altrettanto il 40% dei pazienti sia già passato alla nuova iniezione per beneficiare di questo «significativo progresso». Allo stesso prezzo elevato di prima.

Gli esperti prevedono che questa strategia costerà miliardi ai contribuenti americani (e non solo). La concorrenza avrà vita difficile con farmaci che hanno lo stesso effetto, gli stessi effetti collaterali e sono più economici, ma la cui somministrazione tramite infusione è leggermente più complicata. La senatrice democratica Elizabeth Warren e l’ex candidato alla presidenza Bernie Sanders hanno accusato Merck di abusare del sistema dei brevetti. Si tratta, secondo il termine tecnico, di product hopping.

«Vendere comodità»

Il product hopping cerca, con un marketing aggressivo, di spostare la domanda da un farmaco più vecchio, il cui brevetto sta per scadere, a una nuova versione dello stesso farmaco, che forse è più pratica, ma non migliora i fattori più importanti: sicurezza ed efficacia. L’industria farmaceutica ha sviluppato una «strategia perfetta per vendere comodità invece di qualcosa che è terapeuticamente migliore», dice Tahur Amin, amministratore delegato dell’Initiative for Medicines, Access & Knowledge (IMAK), un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di brevetti farmaceutici.

Il product hopping è particolarmente diffuso nel caso dei farmaci antitumorali costosi e di largo consumo. Tra questi figurano Darzalex (di Johnson & Johnson) e Opdivo (Bristol-Myers Squibb), ma anche Herceptin di Roche. Tra i 20 farmaci più costosi, nel 2023 Darzalex si è classificato al quarto posto in Svizzera e Opdivo al sedicesimo.

Secondo il NYT Medicare, il programma sanitario statale statunitense per anziani e disabili, paga miliardi per queste versioni iniettabili, che costano quanto il prodotto di marca, di cui ora esistono versioni generiche molto più economiche. Poiché gli assicurati di base hanno una franchigia del 20%, contribuiscono al pagamento.

L’obiettivo: impedire l’immissione sul mercato di prodotti generici più economici

Le iniezioni sono molto apprezzate negli ospedali perché liberano costosi posti per le infusioni chemioterapiche e fanno risparmiare tempo. Merck fa i conti: due minuti per l’iniezione invece di 30 minuti per l’infusione, un’ora nella sala trattamenti invece di due ore, e questo ogni tre-sei settimane.

Le iniezioni consentono anche di evitare lunghi viaggi per recarsi in un centro di infusione – Merck calcola: fino a dieci ore. È sufficiente uno studio medico. Secondo I-MAK, Merck avrebbe registrato quasi 300 brevetti relativi a Keytruda. Il loro obiettivo: bloccare i prodotti generici ben oltre la data di scadenza del brevetto. Nella legittima speranza che nessuno voglia più rinunciare alla praticità dell’iniezione. E che quindi forse nessun farmaco generico di Keytruda venga immesso sul mercato.

Se le aziende farmaceutiche avessero veramente a cuore la semplificazione della vita dei pazienti e degli ospedali, lancerebbero immediatamente sul mercato le loro nuove forme di somministrazione, invece di farlo sempre proprio quando sta per scadere il brevetto del prodotto principale.

Nell’immagine: la forma iniettabile del farmaco


Sergio Rossi – Allarme Bitcoin

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


L’ascensore sociale in crisi

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Uno degli elementi che ha maggiormente caratterizzato la seconda parte del secolo scorso è stato la mobilità sociale, vale a dire la possibilità concreta per i figli di poter raggiungere una posizione sociale superiore a quella dei genitori, perlomeno fino agli 80’-90’

I fattori che hanno innescato questo processo virtuoso – unico nella storia del sistema capitalistico – sono conosciuti:

  • Forte crescita economica (tra il 5 e il 7%) dovuta alla necessità di ricostruire l’economia dei paesi coinvolti nella seconda guerra mondiale, il che ha portato a un forte sviluppo industriale, alla piena occupazione e a salari in crescita in termini reali.
  • Espansione del Welfare state (stato sociale) in quasi tutta l’Europa occidentale (sanità, pensioni, sussidi di disoccupazione) che “ammortizzavano” il rischio di caduta sociale e davano una garanzia “per il futuro”.
  • Forte incremento e diffusione della scolarità, con accesso all’istruzione secondaria superiore e universitaria di ampie fasce della popolazione diventando il principale canale di mobilità ascendente. Figli di operai e contadini accedevano a professioni impiegatizie e dirigenziali.

A partire dagli anni ’80 il processo tende a rallentare a causa di crisi economiche e sociali sempre più gravi: shock petroliferi, crisi finanziarie, deindustrializzazione, globalizzazione. Il mercato del lavoro inizia a polarizzarsi con, da una parte, una crescita dei lavori altamente qualificati e, dall’altra, quella dei lavori a bassa retribuzione e delle precarietà. Anche lo Stato sociale è rimesso in discussione sotto la pressione delle riforme fiscali. La mobilità ascendente diventa più complicata e si inizia a registrare una mobilità discendente anche tra giovani qualificati, che diventano più evidenti dopo le crisi di inizio secolo.

Naturalmente il processo non è uniforme e si possono identificare alcuni modelli. Nel modello scandinavo si continuano a registrare investimenti pubblici elevati in istruzione (gratuita e di alta qualità), servizi all’infanzia universali, alti livelli di redistribuzione e questo nonostante cambiamenti politici (dalla socialdemocrazia a partiti di centro-destra). La mobilità sociale rimane la più elevata in Europa.

Il secondo modello è quello conservativo-corporativo (Germania, Francia, Austria, Belgio) con ancora uno Stato sociale forte ma sempre più legato allo status lavorativo e con un sistema educativo differenziato molto precoce che riproduce le diseguaglianze perché le scelte scolastiche tendono a riprodurre il background familiare nonostante un sistema formativo duale (sulla Germania ritorneremo).

Nel Regno Unito,e in Irlanda abbiamo il modello liberale dove lo Stato sociale è ormai residuale e il mercato gioca un ruolo centrale. Dalla fine deli anni ’80 la mobilità sociale è bassa e l’origine familiare è determinante e le élite gestiscono, di fatto, il potere e l’accesso al mercato del lavoro.

L’ultimo modello è quello mediterraneo (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) con un Welfare state “familistico”, dove la famiglia è il primo ammortizzatore sociale e gli investimenti pubblici in istruzione e servizi sono inferiori alla media Ue. La mobilità sociale è tra le più basse tanto che la disoccupazione giovanile è elevata, con la presenza di forti disparità regionali.

Essendo appena uscito uno studio sulla mobilità sociale in Germania (Ifo Institute, Social Mobility in Germany in Decline, 5.09.25) vale la pena soffermarci su questo paese che permetteva a un figlio di una donna delle pulizie di diventare cancelliere (Gerhard Schröder), salvo poi diventare uno dei principali “smantellatori” del modello togliendo, ed esempio, il salario minimo. Lo studio Ifo evidenzia come oggi il successo dipende dal reddito dei genitori e la mobilità sociale ha raggiunto lo stesso livello (basso) degli Stati Uniti. Ma se negli Usa il dato non stupisce più di tanto, in Germania è sorprendente perché il paese è sempre stato fortemente industrializzato in settori a medio-elevato valore aggiunto. Lo studio afferma che nel giro di una generazione l’influenza del reddito dei genitori sul successo è più che raddoppiata, oltretutto in un contesto di peggioramento evidente nella distruzione della ricchezza.

E la Svizzera? Rimane un caso particolare e di successo, nonostante gli attacchi dei fautori del meno Stato. Ma quali sono i fattori di successo? Un’economia forte e resiliente, un tasso di disoccupazione contenuto e un settore industriale ad alta tecnologia e con ottimi servizi finanziari. Ma il punto focale è il sistema di formazione professionale duale, considerato un modello mondiale, che si è ulteriormente rafforzato con l’implementazione delle Scuole universitarie professionali.

Gli indicatori Ocse collocano la Svizzera nella fascia alta per la mobilità sociale relativa (funziona poco o nulla ai livelli più alti), vicina ai paesi scandinavi e ben al di sopra della media europea.

Ma bisogna fare molta attenzione a che il modello non si rompa. Peggioramento nella distribuzione del reddito, contrazione della spesa pubblica nei settori determinanti (la spesa militare non ha nessun beneficio), salari reali stagnanti, aumento della povertà e azioni politiche sempre più a favore del mercato (neoliberiste) potrebbero rompere il modello, come successo in Germania e allora sarebbero guai seri perché la nostra competitività dipende dalle qualifiche di un numero importante dei lavoratori.

Nell’immagine: anche per oggi non si sale


«Usa nostro grande alleato», ma il prezzo lo paga l’Ucraina

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Di Sabato Angieri, il manifesto

«Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità». Il nuovo documento sulla Sicurezza strategica nazionale statunitense è un attacco senza precedenti al Vecchio continente. Una bomba che esplode nel momento in cui l’Unione è più debole, mentre i partiti sovranisti minano alla base le fondamenta delle istituzioni di Bruxelles e lavorano incessantemente come quinta colonna di Donald Trump. Il pretesto, comune all’amministrazione di Washington e agli estremisti di destra di casa nostra, è la guerra in Ucraina. La quale, è scritto nero su bianco, dovrà pagare il prezzo della nuova politica estera Usa: non più diplomazia e gestione dell’ordine mondiale occidentale, ma affari, commercio e convenienza.

LA PAROLA «UCRAINA» è usata quattro volte nel testo, tutte in relazione agli errori europei. «A seguito della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono ora profondamente indebolite e molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale». Ma come, non era stato Joe Biden a invocare l’«unità dell’Occidente» basata sui «valori condivisi e la storia comune»? Il riferimento al passato resta, ma in una luce affatto diversa: proprio siccome condividiamo tanto dobbiamo adeguarci ai tempi nuovi che Trump e i suoi stanno costruendo, altrimenti «spariremo. La colpa sarebbe dei burocrati, ovvero dell’organismo sovranazionale che fin dalla fine della seconda guerra mondiale è cresciuto come sbarramento ai nazionalismi che avevano – davvero – portato il continente dentro il baratro. Ora, approfittando di temi dal forte richiamo populista come immigrazione, la presunta censura, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità Trump vuole spingerci a invertire la rotta: basta con l’Unione, si torni agli stati nazionali.

QUALSIASI GOVERNO nel pieno possesso delle sue funzioni rifiuterebbe questo documento programmatico come un’ingerenza inammissibile e prenderebbe provvedimenti. Dalla nostra parte dell’Atlantico invece si è espressa solo l’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, che da Doha ha addirittura dato ragione a Trump. «Certo, ci sono molte critiche, ma credo che alcune siano anche vere» e inoltre, «gli Stati uniti sono ancora il nostro più grande alleato e dovremmo restare uniti». Non solo non ci difendiamo, ma giustifichiamo il nostro aguzzino. L’unica, timida, protesta, è stata affidata a un portavoce della Commissione europea: «Per quel che riguarda le decisioni relative all’Unione europea, queste vengono prese dall’Ue, per l’Ue». Tutto qui? Anche sulle misure più temerarie, come l’utilizzo degli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, arrivano nuove tegole. Oltre all’opposizione degli Stati uniti, ieri il Financial Times ha scritto che «l’uso dei beni russi congelati potrebbe avere un impatto negativo sull’euro».

«La Nato è in stato di morte cerebrale» diceva il presidente francese Emmanuel Macron nel 2019. Oggi chi avrebbe il coraggio di affermare altrettanto per l’Ue? Nel dubbio l’hanno fatto dalla Casa bianca e non si tratta di una critica costruttiva. Tra l’altro i nostri alleati vogliono comunque, come scrive Reuters, che «l’Ue prenda il controllo della Nato entro il 2027». Sempre a spese nostre, ben inteso, ma sotto l’egida della Casa bianca. Si prepari l’Ucraina: basta con i distinguo e si accelerino i negoziati. «I funzionari europei nutrono aspettative irrealistiche sulla guerra, appoggiati da governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione» ovvero il Front National e Afd? È il momento di chiuderla, in modo «rapido» al fine di «stabilizzare le economie europee e ristabilire la stabilità strategica con la Russia». L’accenno alla «ricostruzione post-bellica dell’Ucraina» appare come una deprecabile consolazione che, ancora una volta, rimanda agli affari delle aziende che di quella ricostruzione si occuperanno.

DEL RESTO I NEGOZIATI non procedono così spediti. Ieri Zelensky ha sentito al telefono l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff. Lo stesso che, secondo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov, «con Putin si capisce perfettamente». «Abbiamo affrontato i punti chiave che potrebbero garantire la fine dello spargimento di sangue» e le garanzie di sicurezza, ha scritto su X il presidente ucraino. Ma alla luce della nuova impostazione strategica Usa tali dichiarazioni appaiono un po’ vuote. Neanche all’interno dell’opinione pubblica ucraina la direzione è chiara. Ieri il Comandante delle Forze armate, Oleksandr Syrsky, ha dichiarato che cedere dei territori «sarebbe inaccettabile», in pieno contrasto con quanto dichiarato dall’ex Comandante, Valerii Zaluzhni, che probabilmente si prepara a sfidare Zelensky.

LUNEDÌ ZELENSKY sarà a Londra per incontrare i leader di Francia, Gran bretagna e Germania e «coordinare le prossime mosse». Per le quali, tuttavia, Usa e Russia hanno già fatto capire di non avere alcun interesse.

I timori per i futuri equilibri geopolitici e la corrispondenza d’amorosi sensi tra Mosca e Washington non fermano la guerra sul campo. Ieri l’ennesimo bombardamento russo su vasta ha lasciato migliaia di persone al buio, distruggendo diverse infrastrutture energetiche, soprattutto a Odessa. Oltre 650 droni e decine di missili, tra cui anche gli ipersonici Kinzhal, sono stati lanciati su sei diverse regioni ucraine.

Nell’immagine: la regione di Chernihiv colpita dagli attacchi russi, Foto diffusa dal Servizio di Emergenza Statale ucraino

 


Assalto Usa all’Europa, Musk: “Bisogna abolirla”

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Di , La Stampa<

L’Unione europea va abolita. Parola di Elon Musk. «La sovranità – ha scritto in un post su X – deve essere restituita ai singoli Paesi in modo che i governi possano rappresentare meglio i loro popoli». Il patron di X, Tesla e di Space X, per la cui collocazione pubblica punta a raggranellare 800 miliardi di dollari, attacca a testa bassa l’Ue all’indomani della multa da 120 milioni di euro che la Commissione è pronta a comminare applicando per la prima volta la legge sui servizi digitali. Alla società X si contesta la violazione degli obblighi di trasparenza. Musk ha evocato «i commissari della Stasi» e spiegato che la «Ue ha imposto questa folle multa non solo a X ma anche a me personalmente, il che è ancora più folle».

Musk ha pubblicato diversi post. In uno ha scritto che «la burocrazia Ue sta portando l’Europa alla morte». In un altro ha citato «l’effetto Streisand», riferendosi a un episodio attribuito alla cantante secondo cui tentare di bloccare o tenere il riserbo su un’informazione scatena l’effetto contrario: «I commissari della Stasi risvegliati dall’Ue stanno per comprendere appieno il significato dell’Effetto Streisand». Ben prima dell’affondo di Musk, venerdì sera erano stati il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance a criticare in modo furente l’Unione europea. Vance in particolare non è nuovo a prendere posizioni dure contro la Ue. Febbraio, discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: quest’ultimo aveva accusato l’Unione di essere in grave crisi, di non consentire la libertà di parola e, di conseguenza, di frenare l’ascesa di partiti «sgraditi» al sistema, come quelli di estrema destra. In quell’occasione, lo stesso Vance incontrò la leadership della AfD alimentando le accuse di un’Amministrazione Trump sostenitrice aperta dei movimenti sovranisti euroscettici, se non anti-Ue.

Ieri le reazioni europee sono state altrettanto appuntite. Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, non nuovo a schermaglie con Musk, lo ha criticato invitandolo ad emigrare: «Vattene su Marte». Di altro avviso il premier ungherese, Viktor Orbán: «Quando i signori di Bruxelles non riescono a vincere il dibattito, ricorrono alle multe. L’Europa ha bisogno di libertà di parola, non di burocrati non eletti che decidono cosa possiamo leggere o dire. Tanto di cappello a Elon Musk per aver mantenuto la propria posizione».

Se il caso Musk ha visto schierato il gotha dell’Amministrazione, a rendere difficilmente navigabile l’Atlantico è il botta e risposta legato alla pubblicazione della National Security Strategy e al disimpegno americano dalla Nato con conseguenza di richiesta di un maggiore sforzo da parte degli europei nell’Alleanza. Ieri Christophe Landau, vice di Marco Rubio, ha rincarato la dose. «Ciò che è anche peggio è che gli Stati Uniti sono in un’alleanza militare con molti Paesi che ci stanno attaccando attraverso la Ue». Secondo Landau, è una contraddizione. I «Paesi europei non possono rivolgersi agli Usa per la loro sicurezza e, allo stesso tempo, minare la sicurezza degli Usa attraverso la (non eletta non democratica e non rappresentativa) Ue». E intanto cerca ragioni a sostegno delle sue convinzioni. Come quella secondo cui dal 2022 i Paesi europei hanno finanziato più la Russia acquistando petrolio e gas che l’Ucraina con gli aiuti militari, stando ai dati elaborati dal Kiel Institute.

L’affondo di Trump nella National Security Strategy contro la Ue in declino ha portato a una risposta delle istituzioni. «Quando si tratta di decisioni che riguardano l’Unione europea, queste vengono prese dall’Ue, per l’Ue, comprese quelle che riguardano la nostra autonomia normativa, la tutela della libertà di espressione e l’ordine internazionale fondato sulle regole», ha riferito un portavoce della Commissione. Che poi ha spostato il focus sull’impegno europeo in Ucraina – anche quello finito nel mirino dell’Amministrazione Usa: «Negli ultimi anni abbiamo intensificato i nostri sforzi e continueremo a farlo. Stiamo rafforzando le nostre capacità militari e consolidando la nostra base industriale della difesa».

Dal Doha Forum, l’Alta rappresentante della politica estera Ue, Kaja Kallas, ha ridimensionato il tiro, pur sostenendo che alcune «critiche» da Washington siano «vere»: «Gli Usa sono ancora il nostro principale alleato. Non abbiamo sempre la stessa opinione su diverse questioni, ma i principi generali rimangono». Non si è fatto attendere un affondo nei suoi confronti dei socialisti europei: «Le sfugge che gli alleati di Trump in Europa sono le forze di estrema destra che vogliono distruggere la nostra Unione?».


Trump, Putin e l’Occidente frantumato

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Di , la Repubblica

C’è molto di nuovo sul fronte occidentale: è esattamente qui che la storia si sta ribaltando, con il presidente degli Stati Uniti che va all’attacco dell’Europa e chiede il suo scalpo, rovesciando le alleanze e compiendo da Washington il disegno che Putin ha tracciato al Cremlino. Tutto il mondo monitora la linea del fuoco, dove si combatte e si muore, misurando ogni giorno l’avanzata russa e la capacità di resistenza di Kiev: non solo perché è su quella direttrice che si dovrebbero congelare le posizioni dei due contendenti nel caso di qualsiasi tregua come pre-condizione di ogni possibile negoziato di pace, ma anche perché la terra ucraina è la vera ossessione materiale e mitologica del Cremlino, la culla sacra delle origini della Rus’. Ma c’è un fronte arretrato, nascosto dal primo, fulcro di un’ossessione imperiale e ideologica del leader della Russia: è il confine invisibile dell’ “Occidente collettivo”, come lo chiama Mosca, quel disegno di una comunità transatlantica più ampia e più salda di un’alleanza militare, perché fondata su valori e ideali (anche se spesso dimenticati e traditi) nati nella guerra fredda e sopravvissuti fino ad oggi, con l’ambizione di delineare una civiltà della libertà.

Per Putin questo è il vero problema, l’avversario spirituale, lo sfidante culturale, mentre l’America è il contendente imperiale. L’idea che i fondamenti della democrazia liberale siano diventati un metodo, un codice e infine una forma politica per un intero continente, anzi addirittura un costume collettivo e un riferimento naturale per popoli diversi, concede al principio occidentale una pretesa di assoluto che Mosca contesta, rifiutando di giudicare il nuovo mondo con il vecchio metro fabbricato ad Ovest. L’ambizione con cui l’Occidente è uscito dal Novecento proponendo i suoi valori come un canone universale è incompatibile con il compito di salvezza generale che il destino ha affidato all’anima russa, dunque va stroncato ad ogni costo.

Il primo obiettivo è quello di depotenziare proprio quel carattere “collettivo” che trasforma l’Occidente da alleanza a cultura, natura, way of life: cioè rompere il patto storico tra Europa e America, che nelle loro differenze si riconoscono come un’unica comunità di destino creata dalla storia del Novecento e dal ripudio delle dittature, mentre la filosofia reazionaria russa – che elabora lo sfondo teorico del putinismo – le raffigura come la moderna talassocrazia, il potere liquido dell’acqua e degli oceani, eternamente contrapposto alla sovranità immobile nella terraferma di Mosca. Trump a questo proposito si è rivelato l’uomo della provvidenza ortodossa, perché ha subito manifestato la sua diffidenza per l’Europa che non riconosce come soggetto, per la Ue con la sua sovranità frastagliata e complicata, per la Nato vissuta più come un peso economico e un vincolo strategico che come uno strumento di sovranità difensiva. Putin ha immediatamente capito che il nuovo corso alla Casa Bianca sguarniva l’Europa nella sua sicurezza, la svelava nella sua incompiutezza, la esponeva nell’incertezza del suo destino istituzionale, incapace di dare una forma politica autonoma al continente, trasformando il deposito della sua storia in politica. Improvvisamente per il Cremlino l’Atlantico che per decenni aveva funzionato da ponte tra vecchio e nuovo mondo diventava la faglia su cui lavorare per separare il destino europeo da quello americano: trasformando il soggetto più debole nel vero nemico della nuova fase. Anche perché la Ue, con la svolta neo-autoritaria di Trump, diventava – pur con tutte le sue insicurezze – l’unica riserva depositaria dei valori occidentali cui Mosca si oppone.

Senza bisogno di concertarle (ma bisognerebbe leggere i verbali del vertice a due in Alaska) le strategie distinte di Trump e di Putin hanno così messo l’Europa nel mirino, considerandola esplicitamente come il vero ostacolo alla rapida definizione di un piano di pace per la sua ostinata difesa della sovranità territoriale di Kiev, e per la sua testarda distinzione tra l’aggressore e l’aggredito. Un’isola nell’universo: ma quale universo? Washington e Mosca si considerano già soggetti del nuovo mondo, dove i precetti morali non condizionano più la politica e gli organismi sovranazionali di garanzia sono disattivati come ferrivecchi, perché nel deserto nichilista contano solo gli interessi nazionali da conquistare con ogni mezzo e da difendere ad ogni costo. Vista dalle due capitali imperiali l’Europa è un vassallo con velleità sovrane a spese altrui, impigliato nelle eredità fuori corso del Novecento, impegnato a mimare una grandeur perduta mentre il mondo ha fatto un giro spezzando il filo della storia e sostituendolo con le coordinate della geografia. Un’analisi congiunta, come nel triangolo degli alleati scambiati.

Così nel giro di pochi giorni dopo l’accusa di Putin all’Europa di “voler infliggere una sconfitta strategica alla Russia”, di “non avere un’agenda di pace” ma di “essere dalla parte della guerra, cercando solo di ostacolare le proposte di Trump, avanzando richieste che la Russia non può accettare, per bloccare l’intero processo di pace” è arrivata la profezia tombale di Trump. Che ha annunciato “il declino economico dell’Europa e la prospettiva reale e ancor più cupa di una cancellazione della civiltà”, erosa “da governi di minoranza instabili, che calpestano i principi della democrazia per reprimere l’opposizione”, mentre la Ue “mina la libertà politica e la sovranità”, messe in crisi “dalle politiche migratorie, dalla censura della libertà di espressione e dalla soppressione dell’opposizione politica”. Fino ad arrivare a Musk, che da potenza tecnologica a impotenza politica chiede addirittura “l’abolizione dell’Unione europea”.

E’ chiaro a questo punto che il secondo fronte della guerra è stato sfondato: ormai l’”Occidente collettivo” non esiste più, tanto che il Cremlino – chirurgicamente esatto nel definire la fase – oggi non usa quella formula, perché ormai gli Occidenti sono due, il concetto di Ovest si è spezzato proprio mentre la Russia rianimava e rilanciava l’idea dell’Est, facendone il perno dell’Eurasia, la nuova proiezione metafisica di Mosca, su cui ha ridisegnato la sua sovranità imperiale. L’Europa si scopre sola, gravata dai dazi arbitrari di Trump, dipendente dall’America per la difesa, dalla Russia per l’energia, dalla sua angoscia di futuro che influenza la curva della natalità come il vero indice del declino. E tuttavia proprio nella sua solitudine l’Europa scopre di essere la pietra d’inciampo del disegno neoimperiale di Mosca e Washington, l’ostacolo culturale, la memoria storica. Altre volte l’Europa ha saputo ribaltare il suo destino, trasformare i suoi valori in istituzioni, tradurre in una forma politica le sue credenze, dare un codice ai diritti. E’ il momento di investire nel capitale di libertà e democrazia della sua storia, dandole un futuro, anche con un piccolo gruppo di Paesi capace di pensare in grande, distinguendo tra Trump e l’America, tra l’Ucraina e la Russia: e rifiutando la bandiera bianca come ultimo vessillo d’Europa.


Lorenzo Cremonesi – Lo strappo più violento (e forse definitivo) di Donald Trump contro l’Europa

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Lorenzo Cremonesi è inviato di guerra del Corriere della Sera

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music