I Naufraghi in “pausa vigile”

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

Gentili lettrici e cortesi lettori,

nei prossimi giorni la redazione prenderà una pausa e lavorerà a regime ridotto. Sarà però una “pausa vigile” poiché terremo comunque d’occhio i grandi temi dell’attualità, e se necessario saremo in grado di intervenire con eventuali aggiornamenti. La nostra mailing list vi informerà puntualmente.

Appuntamento dunque al 29 dicembre, per la ripresa del ritmo consueto. Per intanto grazie del vostro interesse, Buon Natale e un felice 2026!

La redazione


Putin, lo show di fine anno. “La guerra durerà ancora a lungo”

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

Dal nostro corrispondente da Mosca

“Prima linea”, la tradizionale conferenza stampa di fine anno di Vladimir Putin, è stata trasmessa a reti unificate dalle TV anche quest’anno. Si è trattato, come sempre, di un profluvio del presidente, che, iniziato alle 10 del mattino di Mosca è  durato 4 ore e mezza, per un totale di 109 botta e risposta. Formalmente, in questa occasione, possono fare domande non solo i giornalisti accreditati in sala, ma anche i semplici telespettatori, anche se tutti sanno che l’evento è pilotato dagli spin-doctor del Cremlino. Non solo quindi politica internazionale e stato interno dell’economia, ma anche avvenimenti sociali e locali, curiosità.  Un’occasione per le massaie o i pensionati per sapere quale torta preferisce lo “Zar” in occasione delle feste o perché si veste spesso di blu.

Ogni aspetto della maratona è curato nei minimi particolari, anche i “momenti della verità” che qua e là compaiono.

L’esempio più eclatante di ciò, quest’anno, è stato quando la moglie di un soldato deceduto in guerra ha chiesto come mai non gli sono ancora arrivati i soldi della pensione. Una situazione di difficoltà che coinvolge centinaia di migliaia di famiglie come ogni russo sa, ma di cui non si è mai parlato sulla stampa.

Putin ha deciso di affrontare la questione così: “Christina Sergeevna [nome e patronimico della moglie del soldato morto, ndr], innanzitutto desidero porgerle le mie scuse per la lentezza dei servizi che dovrebbero risolvere questioni di questo tipo. La prego di perdonarci. Le assicuro che il suo caso verrà affrontato rapidamente, ma il problema esiste davvero… Ci sono molte questioni da questo punto di vista legate all’eccessiva burocrazia: i documenti si smarriscono, passano da un dipartimento all’altro, l’adozione delle decisioni viene ritardata e così via. Tuttavia, lavoreremo sicuramente su questo, e terrò sotto controllo tutto ciò che accade in questo ambito. È chiaro cosa bisogna fare. Bisogna solo farlo più rapidamente, con maggiore prontezza, in modo che le persone non incontrino ulteriori difficoltà. Tanto più nel suo caso, con due figli”.

Abbiamo fatto questo esempio, perché il lettore occidentale comprenda come “la tecnologia putiniana” agisce sull’opinione pubblica russa.

Ovviamente Putin è tornato sulla guerra in Ucraina per lanciare un semplice messaggio: la guerra non finirà presto. La Russia è disposta a valutare la possibilità di garantire la sicurezza durante lo svolgimento delle elezioni presidenziali in Ucraina, ha dichiarato Vladimir Putin commentando il fatto che la Rada, il parlamento di Kiev, starebbe preparando una legge per consentire il voto in periodo di guerra.

Il capo del Cremlino ha affermato che il suo esercito potrebbe, durante lo svolgimento del voto, almeno astenersi da attacchi in profondità nel territorio. “Concordo sul fatto – ha rilevato Putin – che il potere in Ucraina debba diventare legittimo, e senza lo svolgimento delle elezioni ciò non è possibile”.

Ha però sottolineato che, in caso di svolgimento delle elezioni, gli ucraini, il cui numero sul territorio russo sarebbe secondo lui compreso tra i cinque e i dieci milioni, dovrebbero avere la possibilità di partecipare.

Queste affermazioni permettono di fare una serie di valutazioni. In primo luogo che il conflitto è destinato a durare perlomeno ancora molti mesi dell’anno a venire. In questo senso Trump può davvero concentrarsi sul Venezuela per verificare, tra l’altro, come reagirà Mosca se il regime di Caracas sarà rovesciato. Ma ciò permette anche di realizzare come per Putin il “regime change” a Kiev resti una priorità. Fallito il tentativo del febbraio-marzo 2022 di ‘dimettere’ Zelensky con la forza, le elezioni possono essere l’occasione per presentare un candidato filo-russo e aprire una breccia nella transizione ucraina verso l’Unione Europea. Che questo candidato possa essere anche culturalmente trumpiano sta nell’ordine delle cose. La base di massa di un polo politico filo-russo in Ucraina, dunque, potrebbe essere composta non solo da una parte dell’elettorato dell’Ucraina orientale ma anche dai migranti ucraini che vivono in Russia. Una scommessa tutta da verificare, numeri compresi (secondo le stime del 2022 c’erano in Russia circa 3 milioni di persone di ucraini, spesso con doppio passaporto).

In generale, la ricostituzione di una Russia imperial-sovietica passa inevitabilmente per l’unità d’intenti tra Mosca e Kiev e di questo Putin ha fatto un cruccio.

La questione delle annessioni dei “territori storici” del Donbass invece è rimasta questa volta sullo sfondo ma era stata affrontata il giorno prima nella riunione allargata del ministero della difesa russo.

Durante quell’incontro Putin era apparso un fiume in piena. La stampa europea aveva sottolineato la sua frase sui leader europei definiti “maiali”, un’alzata di toni per lui inusuale probabilmente suscitata dal fatto che le trattative diplomatiche sull’Ucraina non stanno volgendo nella direzione da lui sperata fino a qualche settimana fa.

Il leader del Cremlino era tornato a ripetere che se “gli ucraini e i loro protettori stranieri si rifiuteranno di discutere nel merito, la Russia otterrà la liberazione dei suoi territori storici con mezzi militari. E anche il compito di creare ed espandere una zona cuscinetto di sicurezza sarà risolto in modo coerente”. Ma non aveva nascosto, allo stesso tempo, che gli appetiti imperialisti russi sono ben più corposi delle quattro provincie attualmente contese. Putin ha dichiarato senza troppi peli sulla lingua che “i confini della Repubblica Popolare di Lugansk e quelli della Repubblica Popolare di Donetsk non costituiscono un limite al raggiungimento degli obiettivi dell’Operazione Militare Speciale. Se non altro perché, come è noto, i confini della Russia non finiscono da nessuna parte”.

Già tempo fa aveva chiosato che il “mondo russo viene delimitato solo dall’impronta dello scarpone del soldato russo”, però ora viene da chiedersi se il “mondo russo” da lui baluginato giunga forse fino a Tallin, a Helsinki… o a Varsavia!

In vista di tali ben corposi obbiettivi lo zar ha infine affermato che “il 92% delle nostre forze nucleari è stato modernizzato” e che anche le forze convenzionali sono assai cresciute in forza e determinazione” (anche se, di passata, ha riconosciuto che al fronte “ci sono ancora molti problemi da risolvere”).

Durante la stessa riunione il Ministro della Difesa Andrej Belousov ha riconosciuto pubblicamente che le spese militari del bilancio russo per il 2025 supereranno di quasi il 20% quelle previste inizialmente. La guerra costa sempre di più e anche in Russia, non meno che a Kiev, la corruzione pesa nel far lievitare i costi.

Secondo Belousov, la spesa complessiva del Ministero della Difesa è stata per il 2025 pari al 7,3% del Prodotto Interno Lordo e cioè 15,9 mila miliardi di rubli. Si tratta di ben 2,4 mila miliardi in più rispetto a quanto previsto inizialmente nella legge di bilancio approvata nel dicembre 2024 (e cioè il 6,2% del PIL, ovvero 13,5 mila miliardi). Rispetto al 2024, il bilancio della difesa della Federazione Russa è aumentato di quasi 1,5 volte, mentre rispetto al 2021, cioè prima della guerra, è aumentato di 4,5 volte.

Per la prima volta, vengono anche forniti dati delle spese di bilancio “direttamente correlate allo svolgimento dell’operazione militare speciale” in Ucraina che sono ammontate quest’anno al 5,1% del PIL. Si tratta di 11,1 mila miliardi di rubli, ovvero il bilancio annuale di una grande regione russa come Rostov sul Don.

Così il lievitamento di costi è stato inevitabile, e dovendo la Banca Centrale ridurre il tasso di sconto (sceso dal 21% al 16,5% nell’ultimo anno) il governo russo non ha avuto altra scelta che aumentare le vendite di obbligazioni dopo che più della metà delle sue riserve per i tempi difficili sono state esaurite.

Da volano, come era prevedibile, l’economia permanente di guerra si è trasformata in una zavorra che peserà sui bilanci delle regioni, delle imprese e dei cittadini per molti anni a venire. E già dal 1˚ gennaio l’imposta sul valore aggiunto aumenterà dal 20 al 22%.


Dalla zappa alle criptovalute

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

La storia… sinonimo di noia, polvere, inutilità. Ma prima di riporla come una carabattola in soffitta si faccia un piccolo esperimento mentale. Supponiamo che i libri di storia spariscano dalle biblioteche domestiche e dagli scaffali delle librerie. Proprio tutti, e con essi i documenti accumulati nel corso dei secoli in collezioni pubbliche e private. Nessuna traccia più del nostro passato, ogni impronta cancellata. Come sarebbe una società simile? Intendiamo una comunità senza storia, senza album di famiglia, senza la possibilità di ricostruire il proprio albero genealogico, senza musei, archivi e pinacoteche. Insomma, una comunità spogliata di ogni tipo di retroterra, di ricordi e di memoria, obbligata a vivere nel presente. Tabula rasa. Sarebbe possibile? Che cosa saremmo come individui? Anzi, apparteremmo ancora alla categoria degli esseri umani? Un esperimento del genere ci porterebbe dritti alla follia. Eppure è stato tentato. Totalmente, almeno come proposta provocatoria, dai futuristi, nel loro celebre Manifesto del 1909; parzialmente da tutti i regimi intenzionati a riscrivere la storia in base alle loro convenienze, attraverso omissioni e cancellazioni.

Un campo conteso

La storia è, e rimane, un campo di battaglia in cui confluiscono umori, ideologie, risentimenti, visioni del mondo contrapposte. Le ferite che le tragedie del ventesimo secolo hanno aperto sanguinano ancora, dando luogo ad aspri conflitti su colpe e responsabilità. Ogni volta si è cercato di conciliare l’inconciliabile attraverso la creazione di una «memoria condivisa». Invano, perché non vi può essere condivisione tra chi è stato carnefice e chi vittima.

La Svizzera non ha alle spalle lacerazioni profonde, e quindi non deve fare i conti con un passato ingombrante, tale da nutrire narrazioni opposte, come regolarmente succede nei paesi che hanno conosciuto il tallone di ferro dei regimi dittatoriali, le persecuzioni e le deportazioni. Tuttavia, soprattutto nel corso della seconda guerra mondiale, anche il nostro paese ha dovuto piegarsi ai voleri dei suoi ringhiosi vicini, adottando misure che già allora apparivano ingiustificate, e comunque non tali da mettere in pericolo la sicurezza del paese.

I nemici della libera ricerca

Di tutto questo si discute e si discuterà ancora a lungo. Ed è un bene, perché solo così, attraverso il confronto e la produzione di studi scientificamente fondati, si potrà formare una coscienza storica il più possibile scevra da pregiudizi. Non è un’impresa facile, perché l’attuale congiuntura non aiuta l’indagine storica disinteressata. Il primo nemico da sconfiggere è l’indifferenza, alimentata dall’idea che la storia, nell’epoca dell’iperinformazione a ciclo continuo, non abbia nulla da insegnare. Il secondo nemico è la costante delegittimazione della libera ricerca, che non indietreggia di fronte agli scheletri rimasti chiusi per decenni negli armadi, alle pagine strappate, ai capitoli rimossi. Il terzo nemico è rappresentato da una concezione selettiva e parcellizzata del passato, secondo la quale meritano di essere ricordati solo gli aspetti commendevoli delle vicende umane e non i crimini, le turpitudini o i personaggi abietti.

Una coscienza da coltivare

La nostra società – sia politica che civile – dovrebbe coltivare senza remora la conoscenza delle proprie radici. Nella scuola, in primo luogo, ma anche in tutte le sedi che si prefiggono di irrobustire il senso civico della popolazione: partiti, sindacati, reti associative, media. Crediamo infatti che l’odierno calo della partecipazione a elezioni e votazioni non sia estraneo al trionfo del «presentismo», uno stato sospeso in cui tutto galleggia in superficie come un’alga. Ma come rammentava un maestro della disciplina come Marc Bloch, nel volume pubblicato postumo Apologia della storia, «l’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato».

Conoscenza e civismo

Il Ticino, inteso come stato e repubblica, è una creazione relativamente giovane, frutto di un atto di mediazione imposto da Napoleone. Di conseguenza anche la costruzione della sua identità (o «personalità», come amava dire Gilardoni) è stata lenta e discontinua. Fatto il Ticino occorreva fare i ticinesi, ma questo compito incontrava sempre qualche ostacolo, sia nell’opinione pubblica (ampiamente condizionata dalle baruffe partitiche), sia nelle élite urbane. Soltanto a cavallo dell’Otto-Novecento, in occasione delle prime ricorrenze centenarie (1898-1903), politici e storici incominciarono a collaborare per instillare nella cittadinanza il senso di un’appartenenza ad una patria comune. Compito che la repubblica tradusse in monumenti (obelisco a Bellinzona), in targhe commemorative, feste di popolo e naturalmente in mostre e pubblicazioni. E così si è proseguito per tutto il Novecento, con un’accelerazione nel 1998 (bicentenario della fine del regime dei baliaggi) e il 2003 (bicentenario del cantone). Tutti appuntamenti celebrativi, ma anche occasioni per finalmente dare alle stampe ricostruzioni aggiornate, come l’opera coordinata da Raffaello Ceschi, Paolo Ostinelli e Giuseppe Chiesi (tre volumi – di cui il primo diviso in due tomi – editi tra il 1998 e il 2015).

Una radiografia multiforme

Da allora sono trascorsi quasi trent’anni: era quindi giunto il momento di riprendere il filo del discorso, puntando l’obiettivo sulle vicende più recenti (che in parte ritroviamo ancora nelle cronache quotidiane). Fatto sta che due ex insegnanti ed esperti della materia, Gianni Tavarini e Rosario Talarico, si sono messi al lavoro, consegnandoci questa nuova opera, pubblicata da Dadò sotto il titolo Il Ticino nella Storia. I due autori, pur prendendo le mosse dal periodo dei baliaggi, dedicano le loro cure soprattutto agli ultimi due secoli, con incursioni negli anni a noi vicini. Dai percorsi considerati (l’uno cronologico, l’altro tematico), emerge una radiografia della società ticinese multiforme, dove i processi socio-economici, demografici, urbanistici s’intrecciano con il sistema politico, la sanità pubblica, lo sviluppo dello Stato sociale, le innovazioni nel settore scolastico, la crescente presenza delle donne nella vita pubblica, l’informazione radio-televisiva.

Assodato che il cambiamento è la cifra di ogni società, ciò che allo storico interessa è la qualità, la velocità e l’intensità del movimento. Quasi immobile tra le due guerre mondiali, un ventennio in cui ha prevalso la stagnazione, il cantone ha ripreso la sua corsa dagli anni Sessanta in poi, con l’esplosione del settore terziario e con il graduale inserimento della regione nel più ampio complesso delle relazioni nord-sud, attraverso vie di comunicazione come l’autostrada e il traffico aereo. Nel frattempo mutava anche la struttura sociale della popolazione, conseguenza di un aumento dei flussi migratori e dell’opportunità di accedere agli studi universitari. Da questa nuova costellazione è scaturito un largo ceto medio riflessivo, sensibile all’offerta culturale: librerie, biblioteche, case editrici, musei, concerti, giornali, circoli, media elettronici pubblici e privati. Una maturazione intellettuale che è poi sfociata nella creazione di istituti superiori (USI-SUPSI) e di centri di ricerca attivi nel campo dell’informatica (supercalcolatori) e della biomedicina.

Sappiamo però per esperienza che il progresso non è mai lineare. E ha sempre una doppia faccia, positiva e negativa, luminosa e opaca. Si pensi al ruolo dell’edilizia, che ha cementato i fondivalle e trasformato i borghi in agglomerati informi; si pensi al traffico che soffoca interi distretti e, sul piano sociale, alla difficoltà, cronica ormai, di lasciarsi alle spalle la zavorra dei bassi salari e della nuova povertà. Un gravame che ritroviamo riflesso anche nelle ricorrenti crisi finanziarie dello Stato.

Il volume ora in uscita nelle edizioni Dadò propone un cammino nella storia del Ticino che sicuramente susciterà reazioni e riflessioni: sulla strada fin qui percorsa, sulle occasioni colte o mancate, ma anche sugli interrogativi che la fase in cui siamo immersi suscita, tra ritardi atavici e la terra promessa dei bitcoin e dell’intelligenza artificiale.


PSE e politica di concertazione: un’occasione per riflettere sulle strategie politiche a sinistra

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

Al momento in cui scriviamo, non è ancora chiaro quale sarà il voto della Sinistra in Consiglio comunale a Lugano sul Preventivo 2026: non ha aderito al rapporto di maggioranza, ma la sua opposizione potrebbe risolversi in un’astensione.

Alla base dell’insoddisfazione del PS vi è la politica finanziaria della città, messa sotto pressione soprattutto dalle conseguenze delle scelte legate al PSE (aumento del debito, crescita degli oneri per interessi, tagli nella spesa pubblica, ecc.). Partendo da questi temi, anche il municipale Ghisletta è stato protagonista di alcune uscite pubbliche nelle quali lamentava un presunto “inganno” operato dalla maggioranza delle forze politiche luganesi rispetto alle reali conseguenze finanziarie della realizzazione del PSE.

Tutto ciò ha creato – e continua a creare – un certo imbarazzo nel PS poiché, come si ricorderà, il PS (assieme ai suoi satelliti PC e FA) aveva aderito al PSE, convinto dell’importanza del progetto per il futuro della città. Raul Ghisletta era stato uno dei più attivi sostenitori del progetto.
Con lo sviluppo del dibattito successivo al referendum lanciato dall’MPS, quella posizione era apparsa subito problematica; per questo era stata precisata attraverso la richiesta di una serie di “richieste imprescindibili” (vedi nota), definite anche come “azioni”, che avrebbero dovuto costituire un quadro complessivo entro il quale il sostegno al PSE diventava accettabile. Vale la pena ricordare che tali richieste – forse proprio perché non impegnavano realmente nessuno – erano state fatte proprie dal Consiglio comunale.

All’epoca, come principale forza politica di opposizione al PSE, avevamo qualificato l’elaborazione di queste “7 richieste imprescindibili” come un’operazione di pura facciata, non costituendo in alcun modo un reale “punto di rottura” con i contenuti speculativi del progetto, la cui realizzazione avrebbe comportato conseguenze finanziarie e sociali pesanti nel breve e medio termine. Avevamo inoltre sottolineato che, una volta incassato il sostegno del PS e del Consiglio comunale, il Municipio non si sarebbe sentito minimamente vincolato al rispetto di tali richieste.

Sono passati quasi cinque anni e oggi possiamo affermare che quella nostra valutazione si è rivelata sostanzialmente corretta. Soffermiamoci quindi su alcune delle richieste avanzate – in particolare su quelle che potevano apparire più interessanti – per spiegare perché.

Gli alloggi a prezzi accessibili sotto ricatto di UBS

La “richiesta imprescindibile” numero 4 imponeva al Municipio l’applicazione di una politica dell’alloggio a prezzi accessibili nell’ambito della tappa 3 del progetto, ossia per quanto concerne la realizzazione di quattro palazzi privati lungo l’asse dove oggi sorge ancora la vecchia tribuna.
Nel dettaglio, la richiesta prevedeva che il Municipio ricercasse «un accordo con l’investitore privato della tappa PSE3 per realizzare una percentuale di almeno il 30% di alloggi a prezzi accessibili o di spazi di pubblica utilità». Poco tempo fa, il Municipio di Lugano ha fatto, senza troppi proclami, il punto della situazione. A fine luglio 2025 l’esecutivo ha scritto a UBS Fund Management (Switzerland) AG, tramite il Dicastero immobili, con l’obiettivo di avviare i negoziati per la realizzazione di alloggi a prezzi accessibili.

Da grande gruppo capitalista, UBS ha immediatamente colto l’occasione per chiedere al Municipio «una riduzione dei canoni di diritto di superficie previsti dalla tappa 3 del PSE» (PSE, Terzo rapporto semestrale, p. 14) in cambio di almeno il 30% di alloggi a prezzi accessibili… Secondo il messaggio 10774 concernente il PSE, il canone annuo dovrebbe ammontare a 390’000 franchi per un periodo di 90 anni, pari a un totale di 35,1 milioni di franchi. Ipotizzando invece un canone ribassato a 300’000 franchi, l’importo complessivo si ridurrebbe a 27 milioni di franchi, con un minor introito per la città di circa 8 milioni.

Inoltre, la richiesta prevedeva che, in caso di mancato accordo con l’investitore privato, il Municipio fosse obbligato a proporre una modifica del Piano regolatore (PR) per fissare politicamente una quota minima del 30% di alloggi a prezzi accessibili. Recentemente è cresciuta in giudicato la fase 2 del PR-NQC, permettendo così all’investitore privato di depositare la domanda di costruzione con una quota residenziale inferiore al 50% (di cui almeno il 50% destinato a residenza primaria). Di modifiche del PR nel senso auspicato dalla “richiesta imprescindibile numero 4”, però, nemmeno l’ombra.

Il ricatto di UBS rappresenta l’ennesima dimostrazione del cosiddetto partenariato pubblico-privato, nel quale l’interesse pubblico viene sistematicamente prevaricato da quello privato. Altro che soluzione win-win.

In fumo la rivitalizzazione del centro città

Passiamo alla “richiesta imprescindibile” numero 5, dal titolo Abitazioni destinate al ceto medio per rivitalizzare il centro città. Essa avrebbe dovuto impegnare il Municipio a «presentare un messaggio per la riconversione in abitazioni primarie dello stabile di via della Posta, prevedendo l’attribuzione in diritto di superficie a una cooperativa d’alloggio o a una Fondazione cittadina per l’alloggio».
Questa narrazione sulla “rivitalizzazione del centro città” si è rivelata chiaramente una manovra politica volta a mascherare l’insensatezza dello spostamento di tutti gli uffici amministrativi comunali dal centro cittadino alla futura Torre Est del PSE: un’operazione di svuotamento del centro che comporta, per di più, il raddoppio della spesa per gli affitti sostenuta dalla città rispetto alla situazione attuale.

Che occasione, si diceva, per ripopolare il centro di Lugano! Un’altra delle meraviglie promesse con l’avvento del PSE. Invece, nulla di tutto questo. Nel piano finanziario 2026–2033 si scopre che l’immobile di via della Posta 8 sarà messo in vendita al miglior offerente nell’ambito delle cosiddette “rivalorizzazioni” (leggasi: svendite) di beni mobili e immobili di proprietà della città.
Triste ironia: le “rivalorizzazioni” – tra cui la cessione del palazzo ex Dogane di via della Posta – per un valore complessivo di 306 milioni di franchi, sono la conseguenza diretta dello spropositato costo finanziario del PSE, frutto della miracolosa soluzione del partenariato pubblico-privato. Una soluzione che oggi produce alienazione di beni pubblici, tagli alla spesa sociale e un aumento generalizzato delle imposte (+3% del moltiplicatore). E naturalmente anche l’evaporazione del sogno di ripopolare il centro cittadino con esponenti del ceto medio, ospitati in accoglienti cooperative.

Dalla concertazione all’opposizione: un passo necessario

La fragilità di queste “richieste imprescindibili” l’avevamo denunciata già all’epoca della votazione sul referendum. Oggi quella facciata si sta sgretolando, così come molte delle promesse e delle meraviglie che avrebbero dovuto accompagnare il PSE. Basti ricordare la richiesta numero 1 – “Contenimento dell’onere finanziario a carico dei contribuenti della Città” – ormai morta e sepolta, anzi utilizzata, attraverso una drammatizzazione delle finanze cittadine e della presunta insostenibilità del debito, per giustificare una politica di tagli alla spesa pubblica.
Il PSE è ormai un fatto compiuto e il Municipio continua a disattendere le promesse fatte, schiaffeggiando un Consiglio comunale sempre più passivo. Rimane almeno una speranza: che l’esperienza del PSE serva da lezione in vista del nuovo polo turistico e congressuale che si profila all’orizzonte, sempre più come una fotocopia del primo.
La realtà dimostra come le politiche di concertazione – anche quando condite da “condizioni” che dovrebbero attenuare le logiche maggioritarie sul piano economico, finanziario e sociale – risultino sostanzialmente fallimentari. La controparte le accoglie come espedienti tattici, non modificano i rapporti di forza reali e si sviluppano prevalentemente sul piano istituzionale, dove tali rapporti sono strutturalmente cristallizzati.
Se la sinistra non vuole ridursi a una forza che, dispensando “buoni consigli”, si limita al ruolo di spettatrice dell’evoluzione politica e sociale, è tempo di cambiare paradigma, come andiamo sostenendo da mesi. Vale a Lugano, come a Bellinzona, Mendrisio o Locarno. E naturalmente anche a livello cantonale. È un dibattito urgente e necessario.

Nota
Le “azioni” adottate dal CC erano le seguenti:
1. Contenimento dell’onere finanziario a carico dei contribuenti della Città
2. Dumping salariale sui cantieri, qualità delle opere e rispetto dell’ambiente
3. Spazi verdi di qualità e più estesi possibile
4. Alloggi a prezzi accessibili nel PSE3
5. Abitazioni destinate al ceto medio per rivitalizzare il centro città
6. Impegno a potenziare i mezzi pubblici e sostenibili
7. Riscatto degli spazi occupati dall’amministrazione comunale

Matteo Poretti è responsabile MPS del Luganese
Nell’immagine (generica): dopo il modellino LEGO per celebrare il PSE, a quando quello per celebrare l’edilizia a prezzi accessibili in città?


Mattone dopo mattone, la costruzione della persona

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

In questi miei primi 28 anni di attività professionale ho svolto vari mestieri, oltre a quello di insegnante. Ho incontrato tanti maestri, ma un solo, vero Maestro: Albert Jacquard. Se fosse ancora vivo, in questo 2025 compirebbe 100 anni e si indignerebbe: “Se gli uomini, prendendo coscienza del pericolo imminente di un suicidio collettivo, adottassero le misure necessarie per evitarlo impegnandosi in un disarmo generale, otterrebbero la loro salvezza”, scriveva nel suo “Abbecedario dell’ambiguità”. Correva l’anno 1989. Albert Jacquard merita di essere ricordato.

Quando lo conobbi, fresca di laurea, lui aveva 72 anni e a Parigi, in Francia e in tutto il mondo francofono era un intellettuale affermatissimo: ogni suo nuovo libro era un successo editoriale garantito.

L’architetto Mario Botta, il padre fondatore dell’Accademia di architettura di Mendrisio, lo aveva visto mentre si rivolgeva ai sans-papier nella cattedrale di Evry che aveva progettato. Fu conquistato dalla sua capacità oratoria e dal suo impegno sociale e lo volle nel proprio ateneo per parlare di “umanistica” agli studenti di architettura, affinché riflettessero sull’essere umano, prima ancora che sulle costruzioni abitate dall’uomo.

Il mio compito all’Accademia era quello di tradurre tutte le lezioni del corso di Ecologia umana del professore, registrate su vecchie cassette VHS. Dal video Jacquard raccontava cose che, prima di allora, non avevo mai sentito. La forza del professore, genetista specializzato in genetica delle popolazioni umane, era quella di trarre conclusioni filosofiche da ragionamenti scientifici che spiegava con grande semplicità. Per esempio: se la distanza genetica fra un senegalese e uno svedese è praticamente nulla, definire una popolazione umana con la parola “razza” è scientificamente scorretto. Ma allora perché siamo razzisti?

In Francia Albert Jacquard pubblicava un libro dopo l’altro; forte della sua straordinaria capacità comunicativa, ogni volta era un successo fra il grande pubblico: il professore aveva saputo divulgare la scienza, rendendola accessibile a tutti.

Parallelamente, la sua attività in favore dei sans-papiers e di chi non ha diritto ad un alloggio non conosceva tregua: nato il 23 dicembre, lui ne approfittava per festeggiare il Natale con tutta la sua famiglia, mentre trascorreva il 25 occupando il prestigioso Giorgio V con i più sfortunati per assicurare loro un pasto caldo. A Parigi sfilava regolarmente fra Place de la Bastille e Place de la République, in “manif” che rivendicavano i diritti delle classi sociali meno abbienti. “Attivista umano”, si definiva. A Mendrisio, invece, durante i suoi “mercoledì dell’Accademia” aperti al pubblico si confrontava con intellettuali di fama internazionale.

I suoi studenti di primo anno lo seguivano con interesse, passione e affetto fino all’esame finale. Convinto che le note dovrebbero essere abolite da ogni scuola, ma ligio al regolamento che lo costringeva a giudicare ogni studente con un numero, faceva in modo di condurli tutti ad ottenere quello più alto.

Nella sua professione di ingegnere genetico, Jacquard aveva a lungo soggiornato e lavorato in Africa, soprattutto in Senegal. Così, come il saggio di un villaggio africano tramanda il proprio sapere all’ombra del baobab, Albert regalava ai suoi studenti la sua ultima lezione di vita sotto il grande albero secolare di Villa Argentina, dove riuniva tutta la classe e favoriva quel confronto di idee grazie al quale ciascuno aggiungeva un altro mattone alla costruzione della propria persona.

Quando l’Accademia decise di trasformare le lezioni che avevo tradotto in una pubblicazione, iniziò il mio andirivieni da Parigi. Lo studio in Rue Racine in cui Albert trascorreva le sue giornate era situato all’ultimo piano di un vecchio stabile e godeva di una splendida vista sui tetti della città. Quante volte gli ho fatto ciao da Place de l’Odéon, mentre lui, affacciato alla finestra, aspettava che arrivassi!

“Dall’angoscia alla speranza. Una lezione di ecologia umana”, venne finalmente pubblicato e, in breve tempo, vendette oltre 100.000 copie. L’editore Calmann-Lévy, infatti, aveva acquistato i diritti per la traduzione francese, cosicché la collaborazione in Rue Racine continuò e il volume approdò al Salone del Libro di Parigi.

Un giorno Albert mi invitò all’incontro con un folto gruppo di agenti commerciali provenienti da tutta Europa: bisognava convincerli ad acquistare il libro. Seduto ad un’estremità del grande tavolo ovale, mi fece accomodare al lato opposto e mi disse, inaspettatamente: “Presenta tu il libro. Dopo tutto lo hai scritto due volte”. Ecco, in questo era Maestro: nel dare spazio e fiducia, nel favorire la crescita umana e professionale di chi lavorava con lui, nel creare le condizioni per affrontare il lavoro di ogni giorno con gioia ed entusiasmo.

La nostra collaborazione professionale cessò qualche anno dopo per i suoi raggiunti limiti di età, ma la nostra amicizia continuò. Fu suo figlio Pierre a darmi la notizia della sua morte, avvenuta nel 2013. Mentre a Parigi si organizzava il suo funerale, in classe preparai una lezione sui sans-papiers, sui diritti negati e, ovviamente, sul mio Maestro. È grazie a lui se ho smesso, tanti anni fa, di assegnare note ai test dei miei allievi: Albert definiva “idiota” l’atto di racchiudere l’intelligenza umana, per definizione multidimensionale, in un numero e, dati scientifici alla mano, dimostrava che lo sviluppo intellettuale dei bambini dipende molto più dalle loro condizioni di vita che dal loro patrimonio genetico.

È del 1978 il suo testo “Eloge de la différence” (Elogio della differenza). Iniziavo la prima elementare, quell’anno. Tuttavia, oggi conto sulle dita di una mano gli insegnanti incontrati che sono stati veramente capaci di trasformare in un punto di forza, anziché in un ostacolo, tutte le differenze che un’aula scolastica inevitabilmente racchiude. Intendiamoci: non è né facile né scontato. Un conto è parlare di inclusione, un altro è farla e, ad oggi, non ci sono ancora tutte le condizioni necessarie, anche a causa delle risorse che vengono sempre meno alla scuola. Ma di certo non vedo passi avanti in quella politica che, come mostrano i recenti dibattiti sulla scuola inclusiva, rischia in realtà di portarci pericolosamente tutti indietro.

Articolo pubblicato nell’ultimo numero di “Verifiche”
Nell’immagine: Albert Jacquard


Stavolta l’Europa batte un colpo

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

Di , la Repubblica

L’Ucraina è salva. L’Europa anche. I soldi russi sequestrati restano congelati per le future riparazioni di guerra. Non era una conclusione scontata quella del vertice Ue di fine anno. Bruxelles era chiamata a sostituirsi a Washington per consentire a Kiev di continuare la resistenza contro l’attacco russo. Lo ha fatto. Doveva trovare i soldi. Li ha trovati ricorrendo ancora una volta a un prestito comune, come fece al tempo dell’emergenza Covid. Novanta miliardi di euro dovrebbero consentire all’Ucraina di continuare a difendersi almeno fino alla metà del 2027, senza dover sottostare alle clausole capestro che Trump e Putin avrebbero voluto imporgli. Se si arriverà alla pace, non sarà alle condizioni del Cremlino, che ieri ha perso un’altra battaglia.

Dopo una lunga discussione, i capi di governo europei hanno accantonato la proposta di versare direttamente a Kiev gli oltre 200 miliardi di beni russi congelati dalla Ue. Era una soluzione fortemente voluta dal cancelliere tedesco Merz e anche dalla presidente della Commissione von der Leyen. La molla che spingeva i tedeschi in questo senso era la possibilità di finanziare l’Ucraina senza ricorrere a nuovo debito comune, che per loro continua a restare un tabù intoccabile.

Ma la proposta si è scontrata, più che con le obiezioni del Belgio, che custodisce gran parte dei capitali sequestrati a Mosca e temeva di doverne rispondere, con le fondate perplessità della Bce. Congelare i beni di un Paese aggressore che viola le norme internazionali è un conto. Disporne come se fossero beni propri è ben altra cosa. La mossa voluta dalla Germania non aveva solide basi giuridiche e dunque rischiava di minare proprio quei principi dello stato di diritto che l’Europa invoca per difendere l’Ucraina. Inoltre, avrebbe indebolito la credibilità della Ue come porto sicuro per gli investimenti mondiali proprio in un momento in cui potrebbe approfittare della fragilità americana.

La decisione di ricorrere a un prestito comune sulla base del bilancio Ue, ma che esclude i tre governi filo-russi di Ungheria, Slovacchia e Cechia, è un passo che fa chiarezza sulle intenzioni degli europei. Per la prima volta, gli eurobond vengono utilizzati come uno strumento di politica estera condivisa. In termini di immagine è un messaggio forte destinato a quanti, a Mosca come a Washington, irridono la presunta impotenza europea.

Il fatto che i governi “frugali”, a partire dalla Germania, abbiano accettato di fare nuovo debito comune per una causa eminentemente politica lascia sperare che la stessa logica si possa applicare in futuro anche per finanziare il rafforzamento della sicurezza europea in campo logistico e militare. Visto dall’esterno, appariva poco credibile che la seconda potenza economica del Pianeta non fosse in grado di sborsare una cifra ingente, ma non sbalorditiva, per difendere le proprie priorità strategiche declamate con tanta enfasi. Con gli eurobond destinati a salvare l’Ucraina questo rischio è stato sventato.

Quanto ai beni russi congelati nelle banche Ue, la decisione presa ieri è tutt’altro che favorevole a Putin. Gli oltre duecento miliardi restano bloccati e non verranno restituiti alla Russia se non quando Mosca avrà pagato a Kiev i danni di guerra, grazie ai quali l’Ucraina potrà rimborsare il prestito europeo. Di fatto, dunque, anche se non legalmente, i soldi degli amici di Putin finiscono per costituire una ulteriore garanzia degli eurobond ucraini. Un risultato ottenuto senza intaccare l’immagine dell’Europa come ultimo baluardo dello stato di diritto in un mondo che pare dominato da bulli e prepotenti.

Un dettaglio apparentemente marginale del vertice di ieri lascia capire la portata della decisione presa. Al termine dell’incontro, il presidente francese Macron si è lanciato a dire che, se la mediazione di Trump dovesse fallire, toccherebbe direttamente agli europei ristabilire un canale di comunicazione con Putin per trovare una soluzione al conflitto. Si tratta chiaramente di una fuga in avanti. Ma nasce da un dato di fatto innegabile: se gli europei sono rimasti i soli a difendere l’Ucraina, sono anche i soli con cui dovranno fare i conti quelli che questa guerra l’hanno voluta, e ora non sanno come farla finire.


«Terroristi e assassini». Caccia al «complotto eversivo della sinistra»

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

Luca Celada, il manifesto

La scorsa settimana la ministra della giustizia Pam Bondi ha annunciato in pompa magna di aver «sgominato un vasto ed orribile complotto terrorista». In una conferenza stampa congiunta ha annunciato l’arresto di quattro membri del Turtle Island Liberation Front, un fantomatico fronte di liberazione che prende in prestito il nome dato al Nordamerica dal mito di origine nativo americano. Le 4 persone arrestate nella minuscola comunità di Lucerne Valley apparterrebbero a quella che la ministra, affiancata nella conferenza stampa dai vertici di Fbi e antiterrorismo, ha definito una formazione «di estrema sinistra, pro Palestina, anti governativa e anticapitalista». Avrebbero progettato una serie di attentati dinamitardi nella notte di capodanno contro obbiettivi come «magazzini tipo Amazon». Le prove sarebbero un video sgranato diffuso dal ministero in cui le quattro persone sembrano montare una tenda e spostare alcuni materiali nel deserto. Altre foto mostrano volantini e manifesti anticapitalisti. Un sunto di tutto ciò che l’amministrazione Trump ha individuato come la minaccia imminente all’integrità della nazione. L’incriminazione della cellula segna ora un salto qualitativo nella criminalizzazione del dissenso bollato da tempo come «sinistra radicale» da Donald Trump.

DOPO L’ASSASSINIO di Charlie Kirk, il presidente aveva ufficialmente designato Antifa come una organizzazione terrorista. La direttiva diramata il 22 settembre perpetuava la narrazione della morte di Kirk come frutto di un complotto della «sinistra radicale» malgrado l’assenza di prove su un movente ideologico da parte del giovane imputato Tyler James Robinson. Come nel caso degli attentati falliti contro lo stesso Trump, l’area di riferimento degli autori sembrerebbe piuttosto la destra (cui fanno statisticamente capo la stragrande maggioranza di attentati nell’ultimo ventennio), o una radicalizzazione in ambienti nichilisti online.

CONTRO OGNI EVIDENZA la direttiva Trump affermava tuttavia che gli attentati «politici hanno recentemente subito un drammatico incremento» imputandoli a «campagne organizzate e sofisticate per intimidire» e «prevenire il funzionamento democratico». Nella repressione e criminalizzazione del dissenso bollato come «sovversivo» vi sono stati il passaggio alla Camera di un disegno di legge per rimuovere le agevolazioni fiscali di ong ritenute «filo-terroriste» e soprattutto la soppressione, avviata già dall’amministrazione Biden, del movimento contro il genocidio palestinese perché «antisemita».

SULLA STESSA FALSARIGA si è inserita la criminalizzazione delle proteste contro i rastrellamenti dell’Ice, bollate come «rivolte». Contro i manifestanti di Los Angeles è stata sperimentata la mobilitazione della Guardia nazionale e dei Marine e successivamente l’incriminazione di un’ottantina di arrestati.

La prosecuzione dei processi è stata però meno che soddisfacente. Delle dozzine di imputazioni solo una manciata ha avuto corso e la maggioranza delle accuse sono state ridotte a pene minori o assoluzione malgrado gli sforzi di Bill Essayli, il procuratore di fede Maga designato da Trump con lo scopo di criminalizzare «i radicali». Contemporaneamente il Los Angeles Times ha riportato simili problemi con il processo per «antisemitismo» a carico dell’università di Los Angeles, a causa delle proteste studentesche. Numerosi assistenti procuratori hanno presentato le dimissioni denunciando la «natura politica» delle accuse. Le imputazioni di terrorismo sono state respinte anche nel caso di Luigi Mangione per il quale un giudice di New York non ha rilevato l’intenzione di «intimidire o intimorire la popolazione civile».

I CONTRATTEMPI non hanno fermato gli sforzi dell’amministrazione per imporre la versione di un paese in balia di una sovversione orchestrata dalla sinistra radicale. A settembre il “ministro della guerra” Pete Hegseth ha ripetuto il teorema trumpiano della «minaccia interna» agli stati maggiori delle forze armate, convocati in straordinaria riunione plenaria. Ora il regime sembra pronto a destinare alla soppressione di quel nemico mezzi simili a quelli impegnati nella «Grande deportazione» o, come ha scritto Dan Bongino, il vicedirettore (ora dimissionario) dell’Fbi le «vaste risorse dello stato scatenate per combattere la quinta colonna che insidia la nazione».

A INIZIO dicembre sono trapelate indiscrezioni su un memorandum della ministra di giustizia che formalizza la precedente dichiarazione di Trump in un piano per «sopprimere il complotto eversivo di sinistra» sistematizzando una repressione ideologica di stampo totalitario. Il memo firmato da Bondi (anche lei ex avvocata personale di Trump e che come tale gestisce ora il suo dicastero) individua come entità sovversive quelle «fautrici di vedute anti americane, anti capitaliste o anti cristiane», o che esibiscano «ostilità nei confronti dei valori tradizionali sulla famiglia, la religione e la morale». Un decalogo di nemici in cui rientra chiunque esprima «opposizione alla legge, sia favorevole all’immigrazione di massa o ideologia gender radicale». Un catalogo di reati d’opinione che parrebbero palesemente protetti dalla Costituzione ma contro i quali il regime si prepara a volgere la forza di un apparato di sorveglianza e repressione già rodato contro i migranti, compresi incentivi ai delatori (taglie) e informatori pagati (come quelli utilizzati nel caso dei presunti bombaroli Turtle Island).

Nell’immagine: manifestanti arrestati dalla polizia durante una protesta a Chicago


La cucina italiana patrimonio dell’umanità… Unesco fabbrica di patacche?

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Voglio sorprendere lorsignori (mi rivolgo in particolare ai quattro miei lettori elvetici) ma questa volta parlerò bene del Belpaese, una vera superpotenza del settore. Imbattibile. Inattaccabile.

Neanche i missili di Putin, in questo mondo dominato da governanti guerrafondai, potrebbero scalfire il primato. Neanche quelli provenienti dagli arsenali USA, disseminati in ogni angolo del territorio italiano, anche perché gli americani, popolo sovrappeso avvezzo a mangiare schifezze, non sopporterebbero (tantopiù ora che hanno un Papa tutto loro e, a quanto pare, buongustaio) questo sacrilegio geopolitico, in barba ai dazi imposti da the Donald.

Mi riferisco alla cucina italiana, che ha avuto la benedizione urbi et orbi non da parte di Bob Prevost da Chicago, ma dall’UNESCO di Parigi.

Urbi, in quanto nella Capitale ha suscitato un’ondata d’incontenibile orgoglio nazional-popolare, mandando in brodo di giuggiole la premier Giorgia Meloni e, ancor più di lei, quell’incredibile ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste di nome Francesco Lollobrigida, universalmente noto alle cronache per le visite alle sagre del tartufo e per le sue ricorrenti gaffe. Orbi, perché trattasi, apparentemente, di affare davvero mondiale. Molti, a cominciare dagli chef stellati e dagli amministratori locali, subodorano nel marchio UNESCO la possibilità di un business senza fine, nazionale e internazionale. Sarà.

Ma agli osti veri che praticano la cucina viva, quella stratificatasi in secoli di esperienze e di incroci etnici, della medaglietta UNESCO non frega nulla.

Che le eccellenze culinarie italiane siano imbattibili è cosa arcinota, anche se i francesi, con quella perenne aria spocchiosa, rivendicano il primato della loro cucina. Quando si dice i paradossi linguistici della Storia: tra fine Ottocento e prima metà del Novecento i francesi chiamavano con disprezzo macaroni gli immigrati italiani, quei poveretti che per necessità si alimentavano soprattutto con la poco costosa pastasciutta. Un’etichetta razzista e classista appiccicata da chi sfruttava la loro manodopera. Oggi i macaron sono diventati un’icona della pasticceria di lusso, anche se sono nulla al confronto, per esempio, con i cannoli siciliani.

Ammettiamolo pure, quella francese è una grande e nobile cucina. Nazionale. Ordinata. Codificata. Riconoscibile. Replicabile ovunque, da Parigi alla Provenza, da Lille a Marsiglia, con una infinita serie di versioni. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che la cucina francese è allo stesso tempo una scienza di Stato e una monarchia assoluta. Dove la regina che compare in filigrana è la salsa in mille varianti, te la metterebbero persino nel caffè.

La cucina italiana, un mosaico composto da centinaia di specialità regionali, è invece anarchia, genialità pura, inventiva, ricette della nonna, biodiversità, anche campanilistica litigiosità.

Vuoi mettere la fonduta valdostana, la bagnacauda piemontese, le trofie al pesto liguri, il risotto giallo milanese (da solo o con l’ossobuco), la cotoletta, i pizzoccheri della Valtellina, i canederli trentini, lo strudel dell’Alto Adige, il baccalà alla vicentina?

Chi può battere i tortellini e le tagliatelle al ragù dell’Emilia-Romagna, la ribollita toscana, la costata alla fiorentina, la pasta alla carbonara, all’amatriciana, al cacio e pepe della capitale? Che dire della mozzarella di bufala campana, delle orecchiette con le cime di rapa della Puglia, della caponata e degli arancini siciliani, del “porceddu” sardo?

E non parliamo dei formaggi e dei vini, rispetto ai quali, negli ultimi decenni, i cugini francesi hanno perso punti a dismisura.

Il comitato dei saggi dell’United Nation Educational, Scientific and Cultural Organization ha inserito dunque la cucina italiana nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, che affianca quella più importante e conosciuta dei beni materiali (iniziata nel 1979 con l’arte rupestre della Valcamonica) nella quale figurano una cinquantina di centri storici, monumenti, siti archeologici, paesaggi italiani.

Le motivazioni, in sintesi, ruotano attorno ad alcuni concetti base. Viene riconosciuta la tradizione culinaria italiana non soltanto per la varietà e la qualità dei piatti caratteristici delle 20 regioni, ma soprattutto in quanto pratica sociale e comunitaria, rito collettivo e familiare che rispetta la biodiversità, le tecniche artigianali. L’Italian Cooking, sottolinea inoltre l’UNESCO, favorisce la trasmissione intergenerazionale di saperi e di gesti che hanno un diretto impatto sull’inclusione sociale.

Parole lusinghiere e sacrosante, nulla da eccepire. Ma esse appaiono come una narrazione edulcorata, adatta più ai dépliant turistici che a una vera tutela culturale di un settore che nasconde non pochi problemi riguardanti, tanto per fare un esempio, la ristorazione, le politiche e le filiere agricole, la precarietà dei lavoratori stagionali. In altre parole, una narrazione inutile.

Nasce a questo punto un interrogativo. A che cosa servono realmente i riconoscimenti UNESCO della lista dei beni immateriali? Se analizziamo alcuni degli ultimi inserimenti, limitandoci a quelli italiani, sorge più di un dubbio, unito a qualche ironico sorriso. L’anno scorso era stata elevata a patrimonio dell’Umanità la tecnica costruttiva della pietra a secco, nel 2023 la tradizione del canto lirico italiano, nel 2021 la cerca e la cavatura del tartufo. E prima ancora: la pratica sportiva dell’alpinismo, l’arte del pizzaiolo napoletano, la dieta mediterranea, la liuteria di Cremona, le macchine processionali a spalla, la vite ad alberello di Pantelleria, il rito giubilare della Perdonanza celestiniana e – udite udite – la falconeria, intesa come relazione ancestrale tra uomo e rapaci.

Diciamo la verità: un elenco tanto bizzarro quanto surreale. Il rischio è che il riconoscimento UNESCO, da originario strumento di tutela culturale, diventi un’etichetta promozionale piegata alle pressioni economiche e territoriali, alle spinte di strampalati comitati promotori e di lobbies poco trasparenti. Insomma, non vorremmo che l’UNESCO diventasse un carrozzone all’italiana, una fabbrica di patacche.

Alla fine di questo bellicistico 2025, auguriamoci allora che qualcuno, per porre fine a queste liste, faccia una proposta seria, ultimativa e onnicomprensiva, candidando a patrimonio dell’Umanità il pianeta Terra. Papa Francesco, l’autore dell’enciclica Laudato si’, da Lassù impartirebbe di sicuro la sua benedizione apostolica. Urbi et orbi.

Nell’immagine: italico orgoglio


Sergio Rossi – “Volete godervi questa pensione? Non vi rimane che lavorare di più“

Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


«Va tutto benissimo», sfuriata di Trump agli americani

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Di Luca Celada, il manifesto

Annunciato col solito post social, «l’importante discorso» di Donald Trump ha fatto irruzione a reti unificate nello shopping natalizio di una nazione che si avvicina all’anniversario del suo mandato piena di dubbi e cattivi presentimenti.

Le statistiche continuano a fotografare un’economia afflitta da occupazione anemica e un’inflazione che perdura malgrado le misure della banca centrale continuamente vituperata dalla Casa bianca per «non fare abbastanza». La crescita del Pil americano è drogata dai mega investimenti nell’intelligenza artificiale, un boom che molti esperti ritengono possa essere una bolla speculativa.

LA VERITÀ è che il costo quotidiano della vita è sempre meno sostenibile per settori sempre più ampi di cittadini (compresi nella base politica del presidente), e a questo si sta per aggiungere un’impennata ai prezzi delle assicurazioni sanitarie per via dell’ultimo attacco repubblicano ai sussidi introdotti da Obama. Tutto mentre il preventivo della «splendida sala da ballo» progettata da Trump sulle macerie della East Wing ha raggiunto i 400 milioni di dollari. (A rafforzare quello che il New York Times ha definito «l’effetto Luigi XIV», ieri è stato annunciato il cambio di nome del Kennedy Center in centro nazionale di arte e culture Trump Kennedy).

Non è dunque sorprendente che ogni nuovo sondaggio riveli un calo nel gradimento del presidente (l’ultimo Pbs/Marist rileva una disapprovazione del 54% contro appena 38% di sostegno.

MA ANCHE METTENDO in conto la tolleranza notoriamente bassa per le cattive notizie sarebbe stato difficile prevedere un tono al tal punto polemico durante il discorso alla nazione.Davanti alle decorazioni di natale, Trump è apparso fin da subito contrariato. Più che rassicurazioni, il presidente ha offerto la versione breve dei suoi comizi, con enfasi sulla colpa data ai predecessori democratici e alle auto congratulazioni. Il messaggio centrale si è riassunto in «Va tutto a gonfie vele, ma non vi preoccupate, fra poco andrà meglio». Quanto agli annunci concreti, hanno fatto difetto, salvo per i «dividendi del guerriero»: assegni da 1776 dollari «già spediti» ad ogni membro delle forze armate. Più che ricetta economica una mossa da autocrate per assicurarsi il sostegno dell’esercito in previsione di potenziali turbolenze.

RIGUARDO I PROBLEMI Trump si è limitato ad attaccare la «sinistra radicale». «Ricordate è colpa loro». L’esortazione è suonata più come un ordine, ed in generale è stata la cifra di una predica stentorea e irritata, col dito puntato ad una cittadinanza inadempiente. Un intervento risentito che nel complesso ha restituito la sensazione che in questo fine anno è dominante, quella cioè di una presidenza che comincia ad esaurire la forza propulsiva, l’inizio, forse, di un declino di un lame duck, un presidente col mandato in scadenza.

Il secondo anno di Trump si preannuncia dunque oltremodo imprevedibile, virato sulle la polemiche e le rappresaglie. La postura bene sintetizzata dagli insulti stampati su placche di bronzo, apposti sotto ai ritratti di Biden, Obama e Clinton alla Casa bianca.

UN NARCISISMO stizzoso che non promette nulla di buono mentre il paese si avvia al turno elettorale di mezzo termine. Le elezioni dovrebbero sancire una riconquista democratica del Congresso ma saranno soprattutto una verifica della residua funzionalità dello stesso congegno democratico, a fronte di un presidente disposto a tutto per non perdere.

Contemporaneamente si registra un senso di urgenza nell’accelerazione dell’agenda estremista. Ieri è stato chiuso d’ufficio il centro nazionale di ricerca atmosferica e previsioni meteorologiche perché «demonizzava le emissioni inquinanti delle auto a benzina». L’amministrazione ha annunciato una quota mensile di 200 cittadini naturalizzati a cui togliere la cittadinanza «illecitamente ottenuta». E il ministro no-vax della salute, Robert Kennedy Jr., ha comunicato la fine dei sussidi all’accademia pediatrica nazionale rea di aver sostenuto cure di genere per minorenni.

E L’INSTABILITÀ del regime di Washington promette di ripercuotersi anche sullo scenario globale, a partire dal Venezuela, su cui Trump ha abbandonato il pretesto del narcotraffico e ripreso alla lettera il copione delle antiche ingerenze. «Avevamo un sacco di petrolio laggiù», ha detto delle nazionalizzazioni del governo Chavez. «Ce lo hanno rubato e vogliamo andarcelo a riprendere».