Dal 21 al 28 dicembre attività ridotta in redazione, sperando che il Mondo non ci faccia brutti scherzi
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Voglio sorprendere lorsignori (mi rivolgo in particolare ai quattro miei lettori elvetici) ma questa volta parlerò bene del Belpaese, una vera superpotenza del settore. Imbattibile. Inattaccabile.
Neanche i missili di Putin, in questo mondo dominato da governanti guerrafondai, potrebbero scalfire il primato. Neanche quelli provenienti dagli arsenali USA, disseminati in ogni angolo del territorio italiano, anche perché gli americani, popolo sovrappeso avvezzo a mangiare schifezze, non sopporterebbero (tantopiù ora che hanno un Papa tutto loro e, a quanto pare, buongustaio) questo sacrilegio geopolitico, in barba ai dazi imposti da the Donald.
Mi riferisco alla cucina italiana, che ha avuto la benedizione urbi et orbi non da parte di Bob Prevost da Chicago, ma dall’UNESCO di Parigi.
Urbi, in quanto nella Capitale ha suscitato un’ondata d’incontenibile orgoglio nazional-popolare, mandando in brodo di giuggiole la premier Giorgia Meloni e, ancor più di lei, quell’incredibile ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste di nome Francesco Lollobrigida, universalmente noto alle cronache per le visite alle sagre del tartufo e per le sue ricorrenti gaffe. Orbi, perché trattasi, apparentemente, di affare davvero mondiale. Molti, a cominciare dagli chef stellati e dagli amministratori locali, subodorano nel marchio UNESCO la possibilità di un business senza fine, nazionale e internazionale. Sarà.
Ma agli osti veri che praticano la cucina viva, quella stratificatasi in secoli di esperienze e di incroci etnici, della medaglietta UNESCO non frega nulla.
Che le eccellenze culinarie italiane siano imbattibili è cosa arcinota, anche se i francesi, con quella perenne aria spocchiosa, rivendicano il primato della loro cucina. Quando si dice i paradossi linguistici della Storia: tra fine Ottocento e prima metà del Novecento i francesi chiamavano con disprezzo macaroni gli immigrati italiani, quei poveretti che per necessità si alimentavano soprattutto con la poco costosa pastasciutta. Un’etichetta razzista e classista appiccicata da chi sfruttava la loro manodopera. Oggi i macaron sono diventati un’icona della pasticceria di lusso, anche se sono nulla al confronto, per esempio, con i cannoli siciliani.
Ammettiamolo pure, quella francese è una grande e nobile cucina. Nazionale. Ordinata. Codificata. Riconoscibile. Replicabile ovunque, da Parigi alla Provenza, da Lille a Marsiglia, con una infinita serie di versioni. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che la cucina francese è allo stesso tempo una scienza di Stato e una monarchia assoluta. Dove la regina che compare in filigrana è la salsa in mille varianti, te la metterebbero persino nel caffè.
La cucina italiana, un mosaico composto da centinaia di specialità regionali, è invece anarchia, genialità pura, inventiva, ricette della nonna, biodiversità, anche campanilistica litigiosità.
Vuoi mettere la fonduta valdostana, la bagnacauda piemontese, le trofie al pesto liguri, il risotto giallo milanese (da solo o con l’ossobuco), la cotoletta, i pizzoccheri della Valtellina, i canederli trentini, lo strudel dell’Alto Adige, il baccalà alla vicentina?
Chi può battere i tortellini e le tagliatelle al ragù dell’Emilia-Romagna, la ribollita toscana, la costata alla fiorentina, la pasta alla carbonara, all’amatriciana, al cacio e pepe della capitale? Che dire della mozzarella di bufala campana, delle orecchiette con le cime di rapa della Puglia, della caponata e degli arancini siciliani, del “porceddu” sardo?
E non parliamo dei formaggi e dei vini, rispetto ai quali, negli ultimi decenni, i cugini francesi hanno perso punti a dismisura.
Il comitato dei saggi dell’United Nation Educational, Scientific and Cultural Organization ha inserito dunque la cucina italiana nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, che affianca quella più importante e conosciuta dei beni materiali (iniziata nel 1979 con l’arte rupestre della Valcamonica) nella quale figurano una cinquantina di centri storici, monumenti, siti archeologici, paesaggi italiani.
Le motivazioni, in sintesi, ruotano attorno ad alcuni concetti base. Viene riconosciuta la tradizione culinaria italiana non soltanto per la varietà e la qualità dei piatti caratteristici delle 20 regioni, ma soprattutto in quanto pratica sociale e comunitaria, rito collettivo e familiare che rispetta la biodiversità, le tecniche artigianali. L’Italian Cooking, sottolinea inoltre l’UNESCO, favorisce la trasmissione intergenerazionale di saperi e di gesti che hanno un diretto impatto sull’inclusione sociale.
Parole lusinghiere e sacrosante, nulla da eccepire. Ma esse appaiono come una narrazione edulcorata, adatta più ai dépliant turistici che a una vera tutela culturale di un settore che nasconde non pochi problemi riguardanti, tanto per fare un esempio, la ristorazione, le politiche e le filiere agricole, la precarietà dei lavoratori stagionali. In altre parole, una narrazione inutile.
Nasce a questo punto un interrogativo. A che cosa servono realmente i riconoscimenti UNESCO della lista dei beni immateriali? Se analizziamo alcuni degli ultimi inserimenti, limitandoci a quelli italiani, sorge più di un dubbio, unito a qualche ironico sorriso. L’anno scorso era stata elevata a patrimonio dell’Umanità la tecnica costruttiva della pietra a secco, nel 2023 la tradizione del canto lirico italiano, nel 2021 la cerca e la cavatura del tartufo. E prima ancora: la pratica sportiva dell’alpinismo, l’arte del pizzaiolo napoletano, la dieta mediterranea, la liuteria di Cremona, le macchine processionali a spalla, la vite ad alberello di Pantelleria, il rito giubilare della Perdonanza celestiniana e – udite udite – la falconeria, intesa come relazione ancestrale tra uomo e rapaci.
Diciamo la verità: un elenco tanto bizzarro quanto surreale. Il rischio è che il riconoscimento UNESCO, da originario strumento di tutela culturale, diventi un’etichetta promozionale piegata alle pressioni economiche e territoriali, alle spinte di strampalati comitati promotori e di lobbies poco trasparenti. Insomma, non vorremmo che l’UNESCO diventasse un carrozzone all’italiana, una fabbrica di patacche.
Alla fine di questo bellicistico 2025, auguriamoci allora che qualcuno, per porre fine a queste liste, faccia una proposta seria, ultimativa e onnicomprensiva, candidando a patrimonio dell’Umanità il pianeta Terra. Papa Francesco, l’autore dell’enciclica Laudato si’, da Lassù impartirebbe di sicuro la sua benedizione apostolica. Urbi et orbi.
Nell’immagine: italico orgoglio