Se l’Europa vendesse un po’ del debito Usa che ha nelle sue casse

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

Di solito non è una buona idea insultare pubblicamente i vostri creditori, come facevano i moschettieri di Alexandre Dumas alla fine di laute cene e abbondanti bevute in una taverna, gridando: «Oste della malora!» e mettendo mano alle spade. Questo elementare principio sembra essere stato dimenticato a Washington, dove l’amministrazione Trump ha pubblicato, qualche giorno fa, un documento sulla sicurezza nazionale che bistratta e schernisce l’Unione Europea come fosse una qualsiasi repubblica delle banane.

Problema: il debito pubblico federale degli Stati Uniti è oggi nell’ordine dei 38mila miliardi di dollari, secondo una stima ufficiale del Joint Economic Committee del Congresso. Di questi, circa 1.000 miliardi sono detenuti dal Giappone, 760 nelle mani della Cina ma 3.200 circa si trovano nelle cassaforti europee. Il che significa che, se in Europa qualcuno decidesse di venderne delle quantità importanti a Washington sarebbero un po’ in difficoltà per pagare gli stipendi.

Tutto nasce da una questione semplicissima: gli Stati Uniti vivono a credito da decenni. Consumano molto più di quello che producono e colmano la differenza indebitandosi. Lo hanno potuto fare per molto tempo grazie al dominio del dollaro sul sistema finanziario internazionale e al servilismo dei governi alleati, dall’Italia al Giappone. A volte ci sono buone ragioni: la Cina, per esempio, è diventata la fabbrica del mondo grazie al suo ingresso nella World Trade Organization nel 2001, favorito dagli Stati Uniti che hanno delocalizzato laggiù le loro industrie. Il prezzo pagato per questa solida alleanza è stato finanziare il debito pubblico americano, ma questa fase potrebbe finire presto.

Lo stesso vale per l’Europa: i titoli decennali americani di cui sono piene le nostre banche erano il pagamento della presenza militare in Europa, a protezione da un’Unione Sovietica percepita come una minaccia incombente. Oggi la propaganda della Nato descrive la Russia come pronta a mandare i suoi cosacchi ad abbeverare i propri cavalli in Piazza San Pietro ma non è particolarmente convincente, alla luce del fatto che le truppe di Putin, in quasi quattro anni di guerra sono penetrate di poche decine di chilometri in territorio ucraino, mentre la distanza tra il confine russo e la fontana di Trevi è di circa 2.400 chilometri.

Forse la Bce e la Banca d’Italia non venderanno i T-bond che hanno nei loro forzieri, ma la Bundesbank potrebbe fare diversamente, anche perché il riarmo europeo ha bisogno di un sacco di soldi ed è un’operazione essenzialmente tedesca. Giusto per avere un paio di punti di riferimento: la Rheinmetall ha fatturato nel 2024 il 36% in più che nell’anno precedente e i suoi profitti sono aumentati del 61%. Gli ordini di materiale bellico di ogni tipo sono andati alle stelle e l’azienda ha già investito circa 8 miliardi di dollari per aumentare la propria capacità produttiva. Rheinmetall naturalmente non è sola: ci sono anche Hensoldt, Thyssenkrupp e Diehl.

L’entusiasmo del cancelliere Merz per droni, elicotteri e carri armati non è dovuto a un fondato timore di vedere nuovamente i russi a Berlino, come nel 1945, ma piuttosto alla necessità di evitare il collasso dell’industria tedesca, colpita non solo dai dazi americani ma anche da una perdita di competitività in vari settori, in particolare l’auto. Il sostegno all’industria si tradurrà necessariamente in investimenti e sovvenzioni che assorbiranno il risparmio tedesco. I cittadini della Repubblica Federale verrano gentilmente indirizzati verso impieghi dei loro quattrini all’interno dei confini nazionali, certo non più in investimenti Oltreoceano, tanto meno in titoli di stato americani.

Di recente c’è stato a Halifax, in Canada, uno dei tanti forum di discussione tra europei e americani sulle prospettive economiche e militari dell’Occidente. Però i diplomatici e i militari americani non c’erano: o meglio, qualcuno c’era, ma fingendo di essere in vacanza da quelle parti, perché l’amministrazione Trump aveva dato consegne precise: tenersi alla larga da qualunque sede di discussione multilaterale o “globalista”. Il che ha sorpreso solo i più ingenui tra i rappresentanti europei mentre un alto funzionario inglese ha riassunto efficacemente i sentimenti europei di queste settimane nei confronti di Washington: We will not fucking trust you again, ever. Non credo ci sia bisogno di traduzione.

In altre parole, l’amministrazione Trump ha molto bisogno di credito nei prossimi mesi e anni ma non è detto che il mondo sia pronto a fornirglielo.


L’apartheid «democratica» che distingue chi fa parte del “popolo” e chi no

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

Di Neve Gordon, il manifesto

Sotto certi aspetti, la definizione operativa di antisemitismo pubblicata dall’International holocaust remembrance alliance (Ihra) è un grande successo. A pochi anni dalla sua pubblicazione nel 2016, 45 governi l’hanno approvata, compresi gli Stati uniti e 25 dei 27 Stati membri dell’Ue. Negli Usa è stata adottata da 34 Stati tramite leggi o azioni esecutive; otto province canadesi su dieci hanno seguito l’esempio.

E poi 271 governi regionali, locali e municipali nel Regno unito, così come 123 negli Stati uniti, 55 in Argentina, 20 in Canada, 13 in Italia, nove in Germania, otto in Francia, cinque in Australia, tre ciascuno in Spagna e Venezuela e due ciascuno in Brasile e Polonia. In totale 514 enti governativi non federali (compresi organismi regionali, provinciali, statali, di contea e municipali) hanno adottato la definizione.

UN’ALTRA CATEGORIA chiave di adottanti è quella degli istituti di istruzione superiore: 345. Solo nel Regno unito tre quarti delle università. Inoltre una vasta gamma di istituzioni e organizzazioni internazionali, ong, club sportivi e società la stanno utilizzando come quadro di riferimento per identificare episodi di antisemitismo, mentre centinaia di organizzazioni della società civile vi ricorrono nei loro programmi di formazione e istruzione, nonché nelle loro iniziative di definizione delle politiche.

Un risultato notevole, soprattutto considerando che studiosi dell’Olocausto e dei genocidi, esperti del Medio oriente e avvocati di spicco hanno espresso dure critiche verso il tentativo di ampliare il significato tradizionale di antisemitismo. Storicamente l’antisemitismo è stato inteso come una serie di teorie cospirative ripugnanti sul controllo ebraico dei media, della finanza e dei governi, accuse di omicidio rituale, invettive negazioniste dell’Olocausto e caricature disumanizzanti degli ebrei.

Tuttavia, nell’Ihra, l’antisemitismo include anche qualsiasi forma di antisionismo, così come le critiche severe nei confronti di Israele. Molto è stato scritto sull’equivalenza che la definizione traccia tra odio verso gli ebrei e ostilità verso il sionismo (un’ideologia politica) e le politiche di Israele, con commentatori politici e studiosi che hanno espresso la loro opinione sulla validità della definizione e sul tipo di ramificazioni politiche che l’espansione del significato di antisemitismo ha sulla libertà di espressione, la libertà accademica e i diritti dei palestinesi. Eppure poco è stato detto sul motivo per cui la definizione dell’Ihra è stata ripresa dai leader politici di paesi come India, Ungheria, Stati uniti e ora Italia.

Una delle ragioni ha a che fare con il modo in cui la definizione promuove una nozione di democrazia compatibile con un regime di apartheid. L’«apartheid democratica» è un regime in cui la nozione di “popolo” non include tutti gli abitanti. Coloro che sono definiti come “popolo” godono dei diritti democratici fondamentali, come l’uguaglianza formale e la libertà. I cittadini e gli abitanti esclusi dal “popolo” possono invece essere classificati come “non-persone” e sono soggetti a una serie di leggi, politiche e/o pratiche che li discriminano e ne garantiscono il dominio.

LE GIUSTIFICAZIONI e i tipi di esclusione, così come i repertori di violenza, che vengono mobilitati per mantenere la sottomissione delle “non-persone” sono dinamici e spesso cambiano nel tempo. La loro manifestazione finale è l’eliminazione.

La definizione dell’Ihra lo fa attribuendo un diritto alla differenza non solo agli individui e ai gruppi, come spesso accade nelle diverse forme di politica identitaria, ma anche agli Stati e opera inquadrando coloro che differiscono dal gruppo dominante o dal “popolo” come una minaccia. Nel quadro dell’Ihra i progetti egualitari che superano le differenze e mirano ad ampliare il concetto di “popolo” per renderlo più inclusivo sono spesso considerati estremamente pericolosi.

L’idea elementare che Israele debba offrire la cittadinanza paritaria ai palestinesi è stata dipinta come la distruzione dello Stato e stigmatizzata come razzista e una forma di annientamento culturale e fisico, perché le richieste di cittadinanza paritaria che ignorano la razza, l’etnia, la religione, ecc. non rispettano la differenza ebraica e porteranno alla fine alla distruzione del “popolo”.

Questa «ansia annichilente», per usare l’espressione di Lara Sheehi, è parte integrante dell’immaginario sionista – che concepisce “il popolo” non solo come composto esclusivamente da ebrei, ma anche come eternamente vittima – ed è sempre stata una componente fondamentale dell’ethos israeliano.

L’ex giudice della Corte suprema israeliana Gabriel Bach, ad esempio, ha espresso l’ansia di Israele per gli incroci interetnici e culturali quando gli è stato chiesto di squalificare la Lista progressista per la pace, partito di sinistra composto da cittadini palestinesi ed ebrei che promuoveva la parità di cittadinanza tra ebrei e palestinesi in Israele e di ampliare il concetto di “popolo” e assegnare i diritti in base alla cittadinanza piuttosto che all’etnia o alla razza.

SECONDO BACH, la Lista progressista metteva in pericolo «l’integrità e l’esistenza dello Stato di Israele, nonché il mantenimento della sua unicità come Stato ebraico, in conformità con l’essenza fondamentale dello Stato espressa nella Dichiarazione di indipendenza e nella legge del Ritorno».

Questo sforzo di proteggere il “popolo” come categoria esclusiva è estremamente attraente per molti leader e movimenti politici di destra, da Le Pen in Francia a Modi in India e ora Giorgia Meloni in Italia. Fornisce loro un modello di come le “democrazie” possano introdurre meccanismi che impediscono ai cittadini indesiderati di accedere ai diritti e continuare a essere considerate democratiche.

La definizione dell’Ihra, ad esempio, sostiene che sia antisemita applicare «due pesi e due misure richiedendo (a Israele) un comportamento che non ci si aspetta né si esige da nessun’altra nazione democratica». Questo esempio riassume la rivendicazione di Israele non alla democrazia, ma alla democrazia ebraica, poiché l’accusa di antisemitismo può essere applicata solo se l’entità è percepita come ebraica. In altre parole, non si direbbe che sia antisemita applicare «due pesi e due misure richiedendo all’Italia un comportamento che non ci si aspetta né si esige da nessun’altra nazione democratica».

Definendo antisemita il fatto di richiedere a Israele un comportamento che non ci si aspetta né si esige da nessun’altra nazione democratica, l’Ihra afferma il carattere ebraico dello Stato senza menzionarlo. In questo modo afferma la differenza di Israele, che comporta la limitazione del “popolo” agli ebrei e il conferimento a loro di diritti e privilegi non concessi ad altri gruppi. Tuttavia, l’esempio richiede che Israele sia trattato come tutte le altre democrazie e in questo modo lo protegge dalle accuse di essere un regime di apartheid e/o uno Stato coloniale, definendo antisemita qualsiasi accusa di non democraticità nei confronti di Israele.

IHRA FINGE di difendere la democrazia, quando in realtà difende un’apartheid democratica. Molti politici di estrema destra trovano la definizione sia attraente che utile. Fornisce una road map per una concezione radicalmente nuova della democrazia, fondata sulla protezione e sul privilegio della differenza piuttosto che sulla nozione liberale di uguaglianza formale protetta dallo Stato di diritto.

Dopotutto la protezione della diversità comporta spesso l’attribuzione di maggiori diritti a un determinato gruppo, ma ora queste relazioni sociali inique possono essere presentate come democratiche e protette con il pretesto che qualsiasi critica a questo modello è razzista. L’ingegnosità di questo esempio dell’Ihra sta nel fatto che, mentre finge di difendere la democrazia – un regime codificato come buono nell’immaginario liberale – in realtà difende una forma di «apartheid democratica».

Sottolineature della redazione


Lo scontro tra Netanyahu e l’IDF sulle responsabilità del 7 ottobre

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

L’individuazione delle responsabilità sugli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 sta creando delle fratture sempre più profonde tra il governo Netanyahu e i vertici dell’esercito israeliano. La posta in palio è politica, come spiega un articolo del Jerusalem Post: sulla ricostruzione di cosa non ha funzionato il 7 ottobre si gioca, infatti, il consenso elettorale di Netanyahu, intenzionato a restare al potere, il desiderio del ministro della Difesa, Israel Katz, di ridisegnare i vertici militari a propria immagine e somiglianza, e il futuro della leadership delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), difesa strenuamente dall’attuale capo di Stato Maggiore, il tenente generale Eyal Zamir. In gioco, scrive JP, non c’è un “disaccordo tecnico su un ruolo o un altro”, ma una “lotta più grande per il controllo dell’IDF da parte del vertice politico”, ovvero il governo.

Ma andiamo con ordine, partendo dall’ultimo atto di uno scontro iniziato in realtà la scorsa estate.

In un intervento pubblico probabilmente senza precedenti, Zamir ha sostanzialmente detto che l’approccio di Netanyahu nei confronti di Hamas ha creato le condizioni per l’attacco del 7 ottobre. Secondo il generale, il premier israeliano pensava di poter controllare il movimento armato tramite i finanziamenti del Qatar, ma così facendo avrebbe invece contribuito al suo consolidamento.

Ripercorrendo le operazioni militari nella Striscia dal 2008, e in particolare dall’Operazione Margine Protettivo del 2014, Zamir ha ricordato – in un passaggio riportato dal maggiore in congedo Sami Turgeman in un rapporto sui fallimenti dell’esercito il 7 ottobre – che erano state «condotte secondo gli obiettivi definiti dal livello politico e su raccomandazione del livello militare, e miravano a indebolire il nemico e ripristinare la deterrenza, non a sconfiggerlo». Ha aggiunto che «l’idea era di tenere Hamas sotto controllo e indebolito, di corromperlo con il denaro. Questo concetto di elusione ha permesso a Hamas di attuare un massiccio rafforzamento militare».

Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ampi settori dell’opinione pubblica israeliana hanno trovato un terreno comune nell’individuare nel primo ministro Benjamin Netanyahu il responsabile principale del fallimento di intelligence e militare israeliana, costato la vita a oltre 1.200 persone, il ferimento di migliaia e la cattura di oltre 200 ostaggi. Le accuse vanno oltre la negligenza, affermando che la strategia di lungo termine da parte di Netanyahu per rafforzare Hamas e ostacolare una soluzione al conflitto israelo-palestinese ha condotto direttamente agli avvenimenti del 7 ottobre.

Come scrivevamo in questo articolo di Maria Chiara Rioli e Roberto Mazza, l’approccio controverso di Netanyahu prevedeva l’isolamento di Gaza, rafforzando il controllo di Hamas, da un lato, e il sostegno al governo economico verso Hamas a Gaza, dall’altro, arrivando anche a garantire fondi qatarioti al gruppo. ll primo ministro israeliano avrebbe usato la vecchia strategia di divide et impera per minare attivamente l’unità palestinese e delegittimare i partner palestinesi. Per farlo, avrebbe scientemente deciso di permettere il rafforzamento e il finanziamento di Hamas.

Questo approccio è stato criticato da ampi settori della politica israeliani, tra cui Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, in passato membri di un governo Netanyahu, o da Yuval Diskin, ex capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza generale, ed Ehud Barak, ex primo ministro, che hanno accusato il premier israeliano di aver contribuito significativamente alla crescita di Hamas, sostenendo che ciò servisse al suo obiettivo di indebolire l’Autorità nazionale palestinese, promuovere un discorso politico basato sull’assenza di alcun partner possibile per raggiungere un accordo e complicare la prospettiva di una soluzione a due Stati, facilitando così a Netanyahu argomentazioni contro negoziati e compromessi.

La grande novità è che per la prima volta queste critiche arrivano dal vertice delle Forze di Difesa Israeliane, istituzione considerata cardine della sicurezza nazionale, a sottolineare la gravità della crisi in corso tra organismi dello Stato. Il generale Zamir, infatti, non si è limitato a ricordare la storia dei rapporti tra Netanyahu e Hamas, ma ha chiesto anche la creazione di una “commissione d’inchiesta esterna, obiettiva” sui fallimenti del 7 ottobre, indipendente dal governo.

L’accertamento della catena di responsabilità di quanto accaduto è terreno di uno scontro politico per ridisegnare i vertici militari da parte di Netanyahu e il ministro della Difesa, Katz. Fa parte di un più ampio sforzo politico per prendere il controllo dell’establishment della difesa, scrive Haaretz in un editoriale: “Il primo ministro cerca di fare all’IDF ciò che il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir sta facendo alla polizia”.

Come già accaduto con le nomine allo Shin Bet (Agenzia di sicurezza israeliana) e al Mossad, Netanyahu e Katz punterebbero a insediare in ruoli critici dell’IDF figure di loro fiducia. Così si spiega l’obiettivo di continuare a distruggere la carriera di altri ufficiali dell’IDF per la loro condotta il 7 ottobre, sebbene la maggior parte o tutti i comandanti centrali dell’IDF coinvolti nel fallimento abbiano già dato le dimissioni o siano stati costretti a lasciare il servizio nel 2024 o all’inizio del 2025. O la bocciatura di alcune promozioni proposte da Zamir, tra cui quella del colonnello German Giltman, accusato da Katz di aver partecipato nel 2023 alle proteste contro la riforma della giustizia. Lo stesso Zamir, ricostruisce JP, era stato messo ai vertici dell’IDF perché ritenuto più vicino ai disegni politici su Gaza di Netanyahu e Katz rispetto al predecessore Herzi Halevi (che premeva per porre fine alla guerra il prima possibile e ottenere il ritorno degli ostaggi). Al suo insediamento Zamir aveva inoltre agevolato il pre-pensionamento di alcuni ufficiali dello Stato Maggiore dell’IDF sgraditi al duo Netanyahu-Katz e la promozione di figure più nelle grazie del premier e del ministro della Difesa.

Ma questo non è stato sufficiente. Il 24 novembre, Katz ha avviato una nuova indagine su due precedenti indagini dell’IDF sul 7 ottobre, condotta dal Ministero della Difesa, e ha congelato tutte le nomine militari. Fonti di alto livello dell’IDF hanno riferito al JP che ciò porterà al pensionamento di molti ufficiali superiori e hanno manifestato la loro preoccupazione per il futuro dell’indipendenza professionale dell’esercito.

La richiesta di Zamir – già respinta da Netanyahu – punta ad arginare tutto questo (oltre che a salvare la sua carriera personale).

Nell’immagine: Eyal Zamir


Tether, offerta vincolante a Exor per acquisire l’intera quota della Juve

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

Di Nicola Balice e Fabrizio Goria, La Stampa

La Juventus non è in vendita. Ma Tether vuole ugualmente provare ad acquistarla, incassando per ora il secco no da parte di Exor. È questa la sintesi delle posizioni ufficiali del socio di maggioranza del club bianconero e del colosso delle criptovalute che sta provando la scalata, al termine di una giornata che ha visto Tether presentare un’offerta vincolante alla holding della famiglia Agnelli-Elkann.

L’annuncio è arrivato direttamente via social dal ceo Paolo Ardoino: «Tether ha inviato una proposta ufficiale ad Exor per comprare la loro intera quota di Juventus», le sue parole riguardanti l’offerta da 1,1 miliardi per il 65,4% delle quote detenute da Exor, alla quale avrebbe poi fatto seguito un’offerta pubblica di acquisto per le restanti azioni allo stesso prezzo per azione (vale a dire di 2,66 euro rispetto alla quotazione ufficiale di ieri da 2,19 euro). Nei piani di Tether, regina delle stablecoin (le cripto agganciate a un asset reale, come dollari Usa nel caso di USDT per Tether), ci sarebbe poi spazio per un immediato e importante investimento per riportare la Juventus ai vertici nel minor tempo possibile, come sempre dichiarato fin dai primi passi compiuti per entrare all’interno del club bianconero: «Sin dall’inizio il nostro obiettivo è sempre stato quello di sostenere la squadra e riportarla alla gloria che merita. Come parte del nostro impegno, se questa transazione andrà a buon fine, Tether investirà un miliardo di euro nel club», ha aggiunto Ardoino, ideatore del programma di sviluppo «Make Juventus Great Again», in pieno stile Trump.

Le intenzioni di Tether però sono destinate a rimanere tali, non avendo fin qui ricevuto alcuna apertura da parte di John Elkann alla vendita delle proprie quote, nemmeno in parte: «Exor non intende vendere la propria partecipazione in Juventus né a Tether né ad altri soggetti», la smentita diffusa da fonti Exor. Ribadendo quindi un messaggio chiaro, che va oltre eventuali speculazioni legate solo alla portata di un’offerta troppo bassa: «La Juventus non è in vendita».

In attesa di tutti i passaggi formali, con il Cda bianconero che ha tempo fino al 22 dicembre per formalizzare il rifiuto all’offerta vincolante di Tether o farla semplicemente decadere, si consolida comunque l’interesse da parte del colosso delle criptovalute nei confronti del club, a poco più di un mese dall’elezione di un suo esponente (il dentista Francesco Garino) all’interno dello stesso consiglio di amministrazione della Juventus, che per la prima volta ha accolto un candidato non in quota Exor. Così Ardoino ha commentato il suo progetto: «Il nostro obiettivo è contribuire positivamente al futuro del club, sostenere le prestazioni sportive al massimo livello e aiutare la Juve a continuare a crescere in modo sostenibile in un panorama sportivo e mediatico globale in rapida evoluzione. Crediamo che la storia della Juventus sia ancora in fase di scrittura e che i suoi prossimi capitoli possano essere definiti da forza, continuità e ambizione».

Cosa fa Tether

Ma cos’è e cosa fa concretamente Tether? La creatura di Ardoino e Giancarlo Devasini, torinese e attuale direttore finanziario, rappresenta la principale stablecoin globale. Tether Holdings gestisce l’emissione di USDT. Inizialmente registrata nelle Isole Vergini Britanniche e ora localizzata a El Salvador, è il centro di comando della nuova finanza decentralizzata mondiale, criticata dalle banche centrali globali per le possibili minacce alla stabilità finanziaria. Resta il fatto che, nonostante l’opacità di fondo, nei primi nove mesi del 2025 i profitti netti hanno già superato i 10 miliardi di dollari. Merito della fanbase dettata dalle nuove generazioni, specie nel Sud-Est asiatico. E ora l’assalto alla Juventus. Già respinto, la linea di Exor è chiara: semplicemente il club «non è in vendita».


Sergio Rossi – Usa-Svizzera: è tornata l’”ansia da dazi”

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Il vero nodo ticinese

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

Il discorso astratto sul debito, secondo cui le entrate fiscali in aumento grazie alla generosità dei ricchi sono state comunque insufficienti per compensare una spesa pubblica “fuori controllo”, si scontra con la cruda realtà delle fragilità strutturali ticinesi. Negli ultimi vent’anni, la crescita della spesa pubblica pro capite del Cantone è stata sostanzialmente in linea con la crescita media nazionale, mentre il debito pubblico complessivo del nostro Cantone, a confronto con quello degli altri cantoni, ha avuto, invece, nello stesso periodo l’evoluzione peggiore. Difficile negare che il disavanzo strutturale accumulato non abbia a che fare con una politica fiscale che, per rendere più attrattivo il nostro Cantone, ha insistito con politiche di sgravi e deduzioni che hanno favorito i contribuenti più facoltosi. Una politica fiscale i cui effetti si sarebbero ormai dovuti vedere, se è vero che la teoria che l’ha ispirata sostiene che l’alleggerimento fiscale di reddito e sostanza dei ricchi sgocciola sull’economia reale, creando occupazione, reddito e crescita. Una teoria che anche da noi ha incassato l’ennesima smentita. Una smentita ancora più cocente se si tiene conto che nel nostro Cantone vi è stato un aumento significativo del numero di contribuenti milionari.

Semmai, nello stesso periodo abbiamo conosciuto un aumento delle fragilità strutturali, a cominciare dai bassi salari, il cui divario rispetto alla media nazionale è addirittura aumentato, alle disuguaglianze di reddito e soprattutto di patrimonio in netta crescita, a tassi di povertà sopra la media nazionale. Sono queste fragilità che da tempo esercitano una pressione crescente sulla spesa pubblica e sociale. Quest’ultima non è affatto un’anomalia, ma il pilastro che rende socialmente ed economicamente sopportabile un mercato del lavoro a basso costo.

Se la spesa sociale in Ticino è più che raddoppiata nell’ultimo decennio, la causa non è l’irresponsabilità finanziaria, ma l’esplosione di bisogni prodotti dallo stesso modello economico liberista che alcuni continuano a difendere: stagnazione salariale, precarizzazione, impoverimento della classe media. Il mercato del lavoro ticinese, retto su occupazione precaria e sulla compressione salariale dovuta anche al frontalierato, regge precisamente perché la spesa pubblica – sotto forma di sussidi, prestazioni integrative e servizi – impedisce a migliaia di persone di scivolare nella povertà.

Il problema, quindi, non è la spesa pubblica in sé, ma il tipo di economia che la rende strutturalmente necessaria. Tagliare le prestazioni sociali significa aggravare gli squilibri, aumentando la pressione sul potere d’acquisto e accentuando la dipendenza da impieghi mal pagati. È una ricetta per il fallimento. La sfida per il Ticino non è solo rendere più efficiente la spesa, ma avviare una coraggiosa riconversione del proprio modello di sviluppo, ponendo al centro la qualità del lavoro, la qualità dell’ambiente, l’innovazione ad alto valore aggiunto e la riduzione delle disuguaglianze.

Il caso ticinese non è un’eccezione isolata, ma la manifestazione acuta di dinamiche nazionali. La Svizzera presenta disuguaglianze strutturali persistenti nonostante la prosperità. La ricchezza patrimoniale è fortemente concentrata molto più del reddito. Le disparità territoriali sono profonde. Un sistema fiscale divenuto meno progressivo e una concorrenza fiscale tra cantoni hanno ulteriormente accentuato le disparità, riducendo la capacità redistributiva dello Stato, destinata ad aggravarsi in conseguenza delle misure austeritarie programmate dalla Confederazione. Già oggi, alcuni dati fotografano un disagio crescente e sistemico: la povertà reddituale in Ticino è salita dal 5,1% (2015) al 6,0% (2021), e raggiungerebbe il 14,6% senza trasferimenti sociali; il 3,8% della popolazione vive in povertà persistente; le famiglie monoparentali sono le più colpite, con un tasso di povertà doppio rispetto alla media; la dipendenza dal sostegno pubblico è massiccia: un terzo dei residenti beneficia di riduzioni dei premi di assicurazione malattia e il 40% è esentato dal pagamento delle imposte sul reddito.

Lo Stato sociale, pur attenuando gli effetti più drammatici della povertà, mostra tutte le sue lacune sistemiche e una capacità redistributiva limitata. È urgente un cambio di paradigma. Non basta tamponare l’emergenza con prestazioni sociali, pur necessarie. Bisogna agire sulle cause strutturali: la precarietà del lavoro, gli elementi regressivi della fiscalità, la bassa qualità occupazionale, un sistema sanitario questo sì fuori controllo. Per il Ticino, questo significa abbandonare il modello “a rimorchio” e investire (massicciamente) in un’economia della conoscenza, dell’innovazione e dell’equità. Solo così si potranno avere finanze pubbliche sane, non perché si spende meno, ma perché si genera più benessere, più giustizia e, in definitiva, più ricchezza per tutti.

Pubblicato da laRegione


Evasione fiscale da 100 miliardi ma l’Italia “premia” chi fa il furbo

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

Dal nostro corrispondente dall’Italia 

C’è un Sistema Italia clandestino molto collaudato. A differenza dell’altro, quello ufficiale, pieno di falle, funziona benissimo. Ne sono parte operativa significative rappresentanze di tutte le categorie sociali e produttive. Dal professionista della metropoli all’artigiano del paesino sperduto tra i monti; dal venditore di frutta e verdura alla parrucchiera; dal famoso professore con studio medico privato al pizzaiolo; dal manager al grande imprenditore, magari blasonato – come la storia insegna – con il titolo di Cavaliere del lavoro.

Il Sistema Italia clandestino si chiama “Evasione fiscale” e comprende, sia pure in modo marginale, anche un certo numero di lavoratori dipendenti e pensionati, quelli che, per arrotondare la magra busta-paga, fanno qualche lavoretto in nero. Questa piaga costa allo Stato un centinaio di miliardi di euro di mancate entrate fiscali.

Nell’Italico Suolo funziona così. La lavatrice perde acqua? Chiamo l’idraulico e costui, al momento di pagare, mi dice «100 euro con fattura, 80 se paga in contanti». Sto male, ho bisogno di una visita specialistica con una certa urgenza, il disastrato Servizio sanitario nazionale mi dà l’appuntamento fra un anno e allora che faccio? Mi rivolgo al bravo cattedratico segnalatomi da un amico, mi riceve subito nel suo studio privato in centro e… «300 euro con fattura, 250 se paga cash». È sabato, vado alla solita pizzeria con la famiglia e, al momento di pagare il conto, il cameriere mi porta uno scontrino senza alcuna intestazione o riferimenti fiscali, 150 euro: sull’importo è tracciata una linea a penna con relativa correzione manoscritta, 130 euro. Naturalmente mi fa comodo quello sconticino, pago e ci strappo pure un limoncello gratis. Non vado a riflettere sul fatto che l’idraulico, il professore o il titolare dell’esercizio su quelle somme non pagano un centesimo di tasse. Cioè, rubano allo Stato e ai tanti cittadini onesti.

Il risultato è un paradosso sociale perfetto: chi paga davvero le tasse finanzia i servizi anche a favore di chi evade. Autonomi con casa in città al mare e in montagna e SUV da cinquantamila euro che risultano indigenti, imprenditori che dichiarano meno dei loro dipendenti e magari s’infilano tra i beneficiari dei bonus periodicamente elargiti dai governi di ogni colore. Assurdo.

I dati diffusi annualmente dall’Agenzia delle entrate sono impressionanti. Tanto per fare qualche esempio: lavanderie, bar e pasticcerie dichiarano mediamente un reddito annuo lordo di 12.000 euro, i ristoranti e i tassisti 15.000, le gioiellerie 24.000, le officine-carrozzerie 26.000. Una miseria, considerando che il reddito medio lordo di un lavoratore dipendente – dati ISTAT – è di circa 36.000 euro lordi annui. Non tutti si comportano così, e quindi, trattandosi di medie nazionali, queste categorie – per carità – non vanno criminalizzate. Un dato è però certo: l’Italia, tra i 27 paesi UE, detiene la maglia nera in fatto di evasione.

Ovvio, da quando il mondo è mondo, sin dalle antiche civiltà, il rapporto dell’uomo con le tasse è sempre stato conflittuale. «Date a Cesare quel che è di Cesare», rispose Gesù ad alcuni farisei che cercavano di coglierlo in fallo chiedendogli se fosse giusto pagare i tributi all’imperatore di Roma. E la Costituzione della Repubblica italiana, articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Sicuramente non aveva in mente né i testi evangelici né la Costituzione la cristianissima presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, quando il 27 maggio 2023 a Catania, se ne uscì con una bizzarra quanto infelice affermazione: «La sinistra dice che gettiamo la spugna. Mai! Ma la lotta all’evasione si fa sulle big company, sulle banche. Non sul piccolo commerciante a cui chiedi il pizzo di Stato». Come dire: lo Stato nei confronti delle piccole aziende si comporta come la mafia chiedendo il pizzo. Nello stesso anno, a dire il vero, con le banche il Governo ci aveva provato, ma di fronte alla loro alzata di scudi cambiò idea, la tassa venne prima depotenziata, poi accantonata. Ora, con la legge di bilancio 2026, timidamente ci riprova. Vedremo se riuscirà a ricavare quei quattro-cinque miliardi previsti nella manovra finanziaria sui 44 miliardi di profitti annui degli istituti bancari.

Intanto Pantalone paga, non nel senso dell’antico detto, perché il popolo soltanto in parte dà il dovuto a Cesare. Sono infatti spremuti fino all’ultimo centesimo soprattutto i lavoratori dipendenti e i pensionati, i quali si vedono trattenere direttamente dalla busta-paga l’IRPEF, l’imposta sui redditi delle persone fisiche. Da loro arriva infatti il maggiore gettito. Molte altre categorie riescono allegramente a evadere, grazie a un sistema di dichiarazione dei redditi che fa acqua da tutte le parti, con l’aiuto, spesso, di commercialisti compiacenti che conoscono tutti i trucchi per far pagare meno tasse ai loro clienti.

Soffermiamoci su alcuni numeri. Oggi il contribuente della fascia medio-alta si sente tartassato da un’aliquota massima del 43 per cento, dimenticando che negli anni Settanta del secolo scorso il fisco colpiva molto più duro. Con l’introduzione dell’IRPEF nel 1974, il sistema, a fronte dei tre attuali, prevedeva ben 32 scaglioni, con aliquote dal 10 al 72 per cento, e quel 72 per cento rimase in vigore fino al 1982 per i redditi più elevati, in nome di una progressività rigorosa che chiedeva ai più ricchi, come sarebbe giusto, di finanziare l’ascesa del welfare.

Il presente è meno ideologico. La legge di bilancio 2026 si guarda bene dall’innalzare il tetto del 43 per cento per i redditi più elevati, e prova a dare un segnale di alleggerimento al ceto medio: la seconda aliquota, applicata ai redditi tra 28.000 e 50.000 euro, scenderà dal 35 al 33 per cento, con il beneficio che si azzera oltre i 200.000 euro di reddito. Un ritocco di due punti che non rivoluziona il sistema e racconta bene l’equilibrismo di Meloni, la quale elargisce una “mancia” massima di 400 euro annui a coloro che rientrano in quella forbice.

A fotografare nel dettaglio con la consueta chiarezza le contraddizioni del sistema fiscale è il recente Rapporto 2025 sulla spesa pubblica e sulle entrate, realizzato dal Centro studi itinerari previdenziali. Basato sulle dichiarazioni dei redditi 2023 presentate nel 2024, esso offre un quadro difficile da contestare: la gran parte del welfare italiano è finanziata da una minoranza di contribuenti. Meno del 20 per cento degli italiani garantisce la maggior parte del gettito che paga sanità, pensioni, scuola e assistenza. Il resto del Paese contribuisce in misura molto ridotta, spesso nulla.

L’ammontare totale dei redditi dichiarati nel 2023 ha superato i 1.028 miliardi di euro, in aumento del 6 per cento rispetto all’anno precedente. Un dato che, confrontato con l’inflazione, rivela un’economia stagnante. I redditi nominali sono cresciuti quasi quanto l’aumento dei prezzi, con un risultato reale vicino allo zero. Mentre il Paese discute di tasse troppo alte, il Rapporto rileva che il problema principale non è la pressione fiscale in sé, bensì la distribuzione estremamente sbilanciata del carico.

L’IRPEF ha generato 207 miliardi di entrate. Tuttavia, su circa 59 milioni di residenti e 42,6 milioni di persone che hanno presentato la dichiarazione dei redditi, i contribuenti che hanno versato almeno un euro sono 33,5 milioni. Più del 40 per cento della popolazione, dunque, non ha redditi imponibili ed è fiscalmente a carico di altri.

La distribuzione per fasce di reddito mostra uno squilibrio evidente. Il 37,9 per cento dei contribuenti dichiara redditi inferiori ai 15.000 euro e concorre appena con l’1,2 per cento dell’IRPEF totale. Chi guadagna tra i 15.000 e i 20.000 euro, contribuisce relativamente poco: circa 5 milioni di persone versano in media 1.800 euro di IRPEF l’anno, garantendo nel complesso appena una piccola quota.

Il peso fiscale si concentra invece sulle fasce medio-alte. Il 22,7 per cento degli italiani con redditi tra i 20 mila e i 29 mila euro copre il 17,5 per cento del gettito; chi guadagna tra 29.000 e 35.000 euro contribuisce per il 13,1. È sopra i 35.000 euro che si trovano le risorse decisive: il 17 per cento dei contribuenti sostiene quasi due terzi dell’intera IRPEF. I cittadini con reddito superiore a 100.000 euro, circa 700.000 persone (l’1,65 per cento del totale), versano oltre il 22 per cento delle imposte, con una media di 44 mila euro l’anno.

Questa radiografia – per così dire – “neutra”, non tiene conto della massiccia evasione. In ognuna di queste fasce, infatti, si nascondono centinaia di migliaia di contribuenti che hanno presentato dichiarazioni false o infedeli, non pagando il dovuto, o non pagando affatto. Persino nella fascia più bassa. E ciò suona come un insulto nei confronti dei contribuenti onesti e di coloro – quasi sei milioni di cittadini – che vivono sotto la soglia di povertà assoluta.

Il Rapporto denuncia anche l’impatto negativo dei condoni fiscali, strumento che piace molto a Giorgia Meloni e ancor più al vicepremier Matteo Salvini. Le sanatorie e le rottamazioni dei debiti con il fisco, pensate per recuperare crediti difficilmente esigibili, finiscono per premiare i contribuenti inadempienti e penalizzare chi paga regolarmente. In altre parole: lo Stato, escluse poche eccezioni (insolvenza dovuta a cause imprevedibili) premia chi fa il furbo. La conseguenza, spiegano gli esperti, è un incentivo implicito a frodare il fisco, alimentando un’economia sommersa stimata in oltre 200 miliardi di euro.

Il documento evidenzia infine uno squilibrio territoriale. Il Nord Italia contribuisce in proporzione molto di più alle entrate, mentre il Sud riceve più risorse. Un dualismo strutturale che pesa sulla percezione di equità tra cittadini e territori e che, secondo il Rapporto, indebolisce la tenuta del patto sociale.

Sullo sfondo resta la questione più urgente: la sostenibilità del welfare. L’Italia, con un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa e una popolazione sempre più anziana, spende in misura costantemente crescente per sanità e assistenza. Le uscite crescono più velocemente delle entrate, mentre il debito pubblico ha superato i 3.000 miliardi di euro.

Gli autori del Rapporto suggeriscono alcune proposte: abolire i condoni, rafforzare i controlli antievasione, semplificare l’IRPEF, incentivare l’occupazione regolare e concentrare l’assistenza su chi ne ha davvero bisogno. Insomma, è necessaria una riforma profonda del welfare e del sistema fiscale. Sono necessarie scelte coraggiose perché, se le tasse continuano a pagarle in pochi e la spesa sociale aumenta, non sarà possibile sostenere a lungo questo squilibrio. Ma Giorgia Meloni e i suoi ministri, in ben altre faccende affaccendati, non sembrano cogliere questa sfida.


Investire nei media di servizio pubblico è un imperativo economico. Ecco perché

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

Il rapporto “The Economic Imperative of Investing in Public Interest Media” (L’imperativo economico degli investimenti nei media di interesse pubblico), pubblicato dall’UER (l’Unione Europea delle Radiotelevisioni pubbliche) ridefinisce il sostegno ai media indipendenti e affidabili non come un sussidio, ma come un investimento economico intelligente che rafforza i mercati, la democrazia e la stabilità sociale. In questo articolo Radka Betcheva, responsabile delle relazioni con i membri dell’UER per l’Europa centrale e orientale, spiega perché questo studio è un potente strumento nella difesa dei Servizi pubblici radiotelevisivi e per contrastare l’argomento populista del “perché pagare se non lo uso?”.

In tutta l’Europa centrale e orientale, i media di servizio pubblico (PSM) sono sottoposti a crescenti pressioni politiche ed economiche. I meccanismi di finanziamento vengono messi in discussione, i canoni di licenza contestati e sempre più voci chiedono: “Perché dovrei pagare per qualcosa che non uso?”. Allo stesso tempo, le piattaforme digitali e i giganti tecnologici globali dominano i mercati pubblicitari e catturano l’attenzione del pubblico, distruggendo il modello pubblicitario che ha sostenuto per decenni i media liberi e indipendenti.

Per rispondere in modo efficace, abbiamo bisogno di argomenti forti. Questo è esattamente ciò che offre The Economic Imperative of Investing in Public Interest Media.

Un appello economico di alto livello

Redatto da 11 economiste/i di spicco, tra cui i Premi Nobel Joseph Stiglitz e Daron Acemoglu, il documento ridefinisce i media come infrastrutture pubbliche essenziali. Considera l’informazione come un input fondamentale per la crescita economica, la governance e la fiducia. Poiché l’informazione è un bene pubblico che i mercati non sono in grado di fornire in quantità e qualità sufficienti, investire nei media non è una distorsione del mercato, ma una correzione del fallimento del mercato. Poiché un’informazione affidabile va a vantaggio di tutti, i governi hanno sia il diritto che la responsabilità di garantirne la disponibilità.

Contributo alla prosperità

L’evidenza empirica dimostra che la libertà dei media è correlata positivamente alla crescita economica. Una ricerca condotta in 97 paesi ha rilevato che un calo della libertà di stampa può danneggiare il tenore di vita. I media di interesse pubblico migliorano anche la trasparenza, il flusso di informazioni e la prevedibilità, riducendo i costi di transazione e rendendo i mercati più efficienti.

Promuovere il buon governo e creare fiducia

I media indipendenti promuovono il buon governo e la fiducia sociale, due pilastri fondamentali delle economie dinamiche. Gli studi collegano costantemente la libertà dei media a un maggiore controllo della corruzione. Quando i cittadini hanno accesso a informazioni affidabili, possono chiedere conto ai funzionari pubblici del loro operato e garantire che i fondi pubblici siano utilizzati in modo efficiente. Media forti consentono quindi di risparmiare denaro riducendo gli sprechi e gli abusi.

Informazione, produttività e innovazione

Gli economisti osservano che il vero valore dei media di interesse pubblico va oltre il PIL. Informazioni affidabili generano ampi guadagni in termini di produttività. Durante la pandemia di COVID-19, una comunicazione accurata in materia di salute ha ridotto i contagi e sostenuto la produttività. In India, l’ampliamento dell’accesso alla radio regionale ha aumentato i raccolti degli agricoltori fino al 15%, a dimostrazione del fatto che informazioni oggettive migliorano direttamente i mezzi di sussistenza e la produzione.

Lotta alla disinformazione e protezione della democrazia

I media di interesse pubblico sono anche l’antidoto più efficace alla disinformazione, un fenomeno che comporta costi economici reali. Solo nel 2024, 90 paesi sono stati oggetto di manipolazione informativa straniera attraverso 38.000 canali. Tali interferenze minano la fiducia, destabilizzano la democrazia e distorcono i mercati. La disinformazione alimenta la polarizzazione e l’incertezza, minando l’elaborazione delle politiche e la fiducia degli investitori. I media di interesse pubblico rafforzano l’ambiente informativo, limitando le falsità e proteggendo sia la democrazia che la stabilità economica.

Affrontare i rischi a lungo termine: clima e sostenibilità

La disinformazione ostacola anche l’azione sul cambiamento climatico e altri rischi a lungo termine. Senza una copertura affidabile, gli elettori e i responsabili politici potrebbero sottovalutare l’urgenza di agire. La posta in gioco economica è enorme: senza misure decisive, il reddito globale potrebbe diminuire del 19% entro il 2050 e fino al 50% del PIL entro il 2100. I media di interesse pubblico sono fondamentali per costruire il consenso informato necessario per la sostenibilità e la stabilità a lungo termine.

Limitare il potere di mercato e consentire la regolamentazione

Un’altra funzione cruciale dei media di interesse pubblico è quella di contrastare l’eccessivo potere di mercato nell’economia digitale. Le società possono regolamentare solo ciò che comprendono. Fornendo ai cittadini e ai responsabili politici informazioni affidabili, i media di servizio pubblico consentono un controllo efficace di settori come l’intelligenza artificiale e le grandi tecnologie. Una regolamentazione intelligente, a sua volta, sostiene la concorrenza leale e frena le disuguaglianze. Senza tali contrappesi, i mercati digitali rischiano di diventare esclusivi anziché inclusivi.

Il costo del monopolio e della cattura dei media

I mercati sbilanciati verso l’alto e dominati da poche piattaforme sono inefficienti e socialmente rischiosi. Distorcono la concorrenza, allocano in modo errato i profitti e soffocano l’innovazione. Le aziende dominanti possono anche modellare o sopprimere la copertura mediatica per proteggere i propri interessi: una forma moderna di controllo dei media che aumenta le disuguaglianze e indebolisce la democrazia. I media di interesse pubblico contribuiscono a contrastare questi effetti diversificando le voci, garantendo la trasparenza e mantenendo le informazioni come risorsa pubblica piuttosto che come monopolio privato.

Regolamentare le Big Tech e sostenere gli ecosistemi dell’informazione

Gli economisti chiedono che le piattaforme digitali contribuiscano finanziariamente alla sostenibilità dell’ecosistema dell’informazione. Le piattaforme traggono un enorme valore dai contenuti pubblici e dall’attenzione dei cittadini, ma restituiscono poco ai sistemi che sostengono la qualità e la fiducia. Il rapporto propone strumenti quali tasse sui servizi digitali, sistemi di condivisione dei ricavi e fondi per i media di interesse pubblico finanziati in parte dalle aziende tecnologiche. Ciò è in linea con iniziative europee come il Digital Markets Act e l’European Media Freedom Act: modi pragmatici e fiscalmente responsabili per sostenere i media indipendenti.

Efficienza, legittimità ed efficacia in termini di costi

Infine, il rapporto affronta la questione della legittimità. Secondo gli autori, sostenere i media di interesse pubblico è uno dei modi più efficaci in termini di costi per rafforzare le economie e le democrazie. I benefici vanno ben oltre gli utenti diretti: una migliore governance, una riduzione della corruzione, una maggiore produttività e una maggiore fiducia producono un valore economico misurabile. Il rapporto confuta in modo decisivo l’argomento “perché pagare se non lo uso”, dimostrando che gli investimenti nei media generano esternalità positive in tutta la società. Tutti traggono vantaggio dalla stabilità e dalla prevedibilità che derivano da un processo decisionale ben informato.

Questo rapporto offre un quadro d’azione basato su dati concreti. Parla il linguaggio dell’efficienza, degli investimenti e della correzione del mercato, non dell’ideologia. Fornisce ai ministeri delle finanze e ai responsabili politici una motivazione credibile per un finanziamento stabile e indipendente dei media di servizio pubblico. Soprattutto, rafforza il principio secondo cui media di servizio pubblico forti e indipendenti sono presupposti indispensabili per mercati efficaci, fiducia sociale e resilienza democratica.

Traduzione e sottolineature a cura della redazione
Nell’immagine: le RTV di servizio pubblico che fanno parte dell’UER


Cedere il Donetsk? «Solo il popolo ucraino può rispondere»

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Per Volodymyr Zelensky è il momento di fare chiarezza con l’Ucraina. Ciò che resta del Donetsk verrà ceduto o no alla Russia? «Credo che il popolo ucraino risponderà a questa domanda. Attraverso le elezioni o un referendum, ma deve esserci una posizione del popolo». La dichiarazione ha spiazzato tutti, soprattutto gli avversari, nessuno immaginava questo ennesimo colpo di scena che demanda una decisione altamente impopolare. Il richiamo alla decisione collettiva difficilmente potrà essere osteggiato, persino dai vertici militari più intransigenti. A essere maliziosi potremmo anche vederci una mossa elettorale geniale o disperata e una cosa non esclude l’altra. Gli Usa stanno esercitando pressioni per la firma di un accordo? Non proprio, «non c’è un ultimatum» ma Washington vuole chiarezza entro Natale. E poi la novità: la «zona economica libera» nei territori attualmente contesi, con il ritiro delle forze ucraine e il divieto di ingresso per i soldati russi.

LA CONFERENZA STAMPA che il presidente ucraino ha tenuto ieri a Kiev fa chiarezza su molti punti. Il caos degli ultimi giorni era stato sfruttato dai nemici per accusarlo e persino tra chi gli è ancora fedele iniziava a serpeggiare un certo malcontento. Zelensky invece ha voluto palesare il lavoro svolto finora – almeno la parte pubblicabile – e dimostrare che non solo qualcosa si sta muovendo, ma che «è il momento di restare uniti». Innanzitutto una conferma: mercoledì è stato effettivamente presentato un «piano di pace rivisto» agli Usa. Si tratta «del punto di vista ucraino ma conteneva anche questioni europee e quindi rifletteva anche un punto di vista europeo». Non è un piano definitivo ma una risposta «a quanto precedentemente ricevuto» da Kiev. Il leader ucraino ha confermato che i «due punti chiave di disaccordo sono i territori del Donetsk, e tutto ciò che è correlato, la centrale nucleare di Zaporizhzhia».

AI RUSSI NON VERRÀ CHIESTO di ritirarsi dal Donbass e dalle posizioni occupate nel Kherson e Zaporizhzhia (le 4 regioni inserite da Putin nella costituzione russa come territori della Federazione) ma di lasciare le aree controllate a Kharkiv, Dnipropetrovsk e Sumy. Ma di questo Zelensky non si è mostrato contento, chiarendo indirettamente il motivo del mancato accordo: «Perché la controparte non si ritira per la stessa distanza nella direzione opposta?».

Per gli Usa le forze ucraine devono lasciare il Donetsk e il patto è che i russi non entrino in questo territorio già chiamato «zona economica libera»
Volodymyr Zelensky

Ai giornalisti il presidente ha ribadito, come già sostenuto qualche giorno fa, di non avere il diritto «costituzionale» né «morale di cedere la terra ucraina», e che «solo i cittadini ucraini devono avere l’ultima parola». In ogni caso sembra che sulla riduzione dell’esercito si sia trovato un punto d’incontro e che gli effettivi potranno essere mantenuti a 800mila unità (e non dimezzati come chiedeva Mosca). L’altra questione irrisolta è quella delle garanzie di sicurezza che sono «tra gli elementi più critici per tutti i passi successivi». Zelensky ne ha parlato ieri con una nutrita delegazione Usa, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario della Guerra Pete Hegseth, gli inviati della Casa bianca Steve Witkoff e Jared Kushner e i generali Keane e Grynkewich e da Josh Gruenbaum, commissario del Servizio di acquisizioni federali.

LA DOMANDA che il presidente ucraino si pone è «quali azioni intraprenderanno i partner se la Russia decidesse di lanciare nuovamente la sua aggressione». Kiev aspetta (e spera) che si possa mettere per iscritto, tramite accordi vincolanti, soprattutto l’impegno degli Usa a intervenire in caso di recrudescenza del conflitto. Nel frattempo, con i capi della coalizione dei Volenterosi, Francia Gran bretagna e Germania, l’Ucraina sta lavorando per «assicurare che le garanzie di sicurezza includano componenti serie di deterrenza europea e siano affidabili». Non si nomina il contingente di pace anglo-francese che i due Paesi si starebbero preparando a inviare sul campo il giorno dopo la firma del cessate il fuoco e sul quale il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha ribadito «sarebbero obiettivi legittimi».

Chi invece è tornato a qualche mese fa è il segretario della Nato Mark Rutte, che ieri ha rispolverato diversi ritornelli del riarmo europeo: «Siamo il prossimo obiettivo di Mosca» perciò bisogna «virare verso una mentalità di guerra», «il tempo di agire è ora ed è necessario aumentare la spesa militare», «la sicurezza dell’Ucraina è la nostra sicurezza».

UN ULTERIORE CHIARIMENTO è arrivato sulle dinamiche delle discussioni. «Attualmente, il piano di pace contiene 20 punti» dice Zelensky, «costantemente elaborati e aggiornati. Ma questa è la base su cui si baserà il numero corrispondente di documenti di un possibile accordo di pace». Perciò il piano non è un documento unico, «ma un complesso di documenti». Inoltre, «contiene diversi elementi, come: l’economia e la ripresa postbellica, le garanzie di sicurezza e altri elementi stabiliti dal quadro del documento di base, e poi, in base a questo o quel punto che richiede dettagli, verrà redatto un altro documento separato», ha spiegato Zelensky. Ciò spiegherebbe anche la differenza di versioni e la confusione sul numero di punti nel testo (28, 16, 20, 7…).

A sera la portavoce della Casa bianca, Karoline Leavitt, ha chiarito che però Trump ne ha abbastanza: «È frustrato (da ucraini e russi, ndr), se c’è una chance reale di firmare un accordo di pace, se pensiamo che quegli incontri siano degni di qualcuno, manderemo un rappresentante».

È UNA RISPOSTA CHIARA ai Volenterosi che avevano più volte chiesto un incontro con il presidente Usa, magari questo fine settimana e in una località europea da stabilire. Ma il gruppo e i vertici Ue proseguono sulla linea del sostegno a Kiev fino a una «pace giusta», concetto che come il piano di pace sembra mutare continuamente.


Fra Usa e Cina una partita a scacchi ma non alla pari

Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo 

, La Stampa

Immaginate due giocatori seduti a un tavolo da gioco, tra di loro una scacchiera, la partita già avviata. Il primo ha più pezzi a disposizione: l’economia più grande del pianeta, capacità tecnologiche straordinarie, una rete di alleanze e di basi militari che si estende su mezzo mondo. Il secondo dispone di opzioni per ora più limitate e di un sistema attraversato da fragilità strutturali: ha un’economia che cresce a ritmi impressionanti, ma non ha ancora colmato il divario con l’avversario, mentre la sua popolazione invecchia rapidamente e le tensioni sociali pesano sul quadro complessivo. Eppure, come spesso accade nelle sfide complesse, non è il tavolo da gioco a rivelare chi stia davvero conducendo la partita, ma il modo in cui i due contendenti occupano la sedia. Il primo è nervoso: cambia posizione di continuo, si distrae, corregge, improvvisa. Il secondo resta composto, lo sguardo fisso, concentrato, come se la superficie della scacchiera — o, se preferite, la griglia dello xiangqi (gli scacchi cinesi, n.d.r.) — custodisse un disegno più lungo che solo lui riesce a vedere. La competizione tra Stati Uniti e Cina oggi assomiglia, più che a una gara di potenza, a una questione di postura.

Nelle ultime settimane, il giocatore orientale ha fatto due mosse che raccontano esattamente questo. Dopo che la premier giapponese Takaichi ha dichiarato che Tokyo sarebbe pronta a intervenire militarmente in caso di attacco cinese a Taiwan, Pechino ha risposto con una reazione tanto risoluta quanto, per molti, inaspettata: una retorica durissima che ha riesumato i fantasmi della guerra del secolo scorso, accompagnata da misure economiche mirate. Abbastanza da infliggere un costo reale a Tokyo, non abbastanza da far deragliare la situazione. Il messaggio era rivolto al Giappone, certo, ma pensato anche per chi lo ascoltava da Washington: la Cina non accetta interferenze né ambiguità su ciò che considera il proprio interesse strategico fondamentale, e segnala di essere pronta ad agire con durezza se questo viene messo in discussione. Una postura lucida, preparata, calibrata persino nel modo di gestire la reazione emotiva.

La seconda mossa è arrivata sul terreno delle materie prime strategiche. Quando, in risposta alle restrizioni americane sui semiconduttori, la Cina ha sospeso l’export di gallio, germanio e antimonio verso gli Stati Uniti, non ha semplicemente imposto una ritorsione commerciale: ha mandato un segnale strategico a più livelli. Ha mostrato, anzitutto, che si prepara da tempo al confronto: la mossa è stata possibile solo grazie a vent’anni di accordi minerari in Africa e Asia centrale, investimenti massicci nella raffinazione, sviluppo di una domanda interna sufficiente a non dipendere dai mercati occidentali. La decisione prova che per Pechino l’economia è parte della propria potenza e che, se un interesse vitale è in gioco, è pronta a pagarne il prezzo. Inoltre, il fatto che abbia revocato la misura dopo l’incontro tra Xi e Trump ha rivelato che la Cina sa usare le sue leve con freddezza — mostrando forza o ragionevolezza a seconda di ciò che il momento richiede. Ancora una volta, la differenza non sta nel gesto in sé, ma nella calma con cui è stato eseguito.

Dall’altra parte del tavolo, la scena è diversa. Il giocatore occidentale appare in affanno, costretto a rincorrere una crisi dopo l’altra — la guerra in Europa, l’escalation in Medio Oriente, tensioni che si riaffacciano in America Latina — mentre in casa le polarizzazioni trasformano ogni dossier internazionale nel riflesso deformato di battaglie tutte interne. Ha più risorse a disposizione, questo è fuori discussione, ma sembra muoversi senza una direzione riconoscibile: ogni Amministrazione rimette mano alla strategia come se la partita ricominciasse da zero, le istituzioni faticano a coordinarsi, e troppo spesso chi siede al tavolo non è d’accordo su quale sia la vera posta in gioco. Per trent’anni, del resto, non è stato necessario fare di meglio. Si dava per scontato che la partita non si sarebbe mai giocata davvero — che l’interdipendenza economica avrebbe reso l’avversario cinese un alleato, che la propria superiorità fosse una condizione permanente e non un vantaggio da difendere. Ma mentre Washington teorizzava, Pechino studiava il gioco, muoveva in silenzio e si preparava al momento in cui la competizione sarebbe ricominciata sul serio.

Quel momento è arrivato e la partita è entrata nel vivo. L’America può ancora vincerla — ha i margini, il talento e una capacità di reinventarsi che sarebbe un errore sottovalutare. Ma qualcosa di fondamentale deve cambiare, e non riguarda la disposizione dei pezzi, bensì proprio il modo in cui si siede a giocare. Deve smettere di reagire e tornare a costruire, guardando l’insieme invece della singola casella e accettando che dall’altra parte c’è un avversario formidabile, che gioca per vincere e che si è preparato a lungo per farlo. Per ora, chi osserva da fuori vede un giocatore che muove con calma geometrica e un altro che rincorre, cercando di capire cosa stia accadendo. Non è una sentenza: le partite si ribaltano, e a volte basta una sola mossa brillante a cambiare l’andamento della sfida. Ma per modificare la propria posizione occorre prima saperla riconoscere.

Nell’immagine: rappresentazione realizzata con l’AI