Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo
Dal nostro corrispondente dall’Italia
C’è un Sistema Italia clandestino molto collaudato. A differenza dell’altro, quello ufficiale, pieno di falle, funziona benissimo. Ne sono parte operativa significative rappresentanze di tutte le categorie sociali e produttive. Dal professionista della metropoli all’artigiano del paesino sperduto tra i monti; dal venditore di frutta e verdura alla parrucchiera; dal famoso professore con studio medico privato al pizzaiolo; dal manager al grande imprenditore, magari blasonato – come la storia insegna – con il titolo di Cavaliere del lavoro.
Il Sistema Italia clandestino si chiama “Evasione fiscale” e comprende, sia pure in modo marginale, anche un certo numero di lavoratori dipendenti e pensionati, quelli che, per arrotondare la magra busta-paga, fanno qualche lavoretto in nero. Questa piaga costa allo Stato un centinaio di miliardi di euro di mancate entrate fiscali.
Nell’Italico Suolo funziona così. La lavatrice perde acqua? Chiamo l’idraulico e costui, al momento di pagare, mi dice «100 euro con fattura, 80 se paga in contanti». Sto male, ho bisogno di una visita specialistica con una certa urgenza, il disastrato Servizio sanitario nazionale mi dà l’appuntamento fra un anno e allora che faccio? Mi rivolgo al bravo cattedratico segnalatomi da un amico, mi riceve subito nel suo studio privato in centro e… «300 euro con fattura, 250 se paga cash». È sabato, vado alla solita pizzeria con la famiglia e, al momento di pagare il conto, il cameriere mi porta uno scontrino senza alcuna intestazione o riferimenti fiscali, 150 euro: sull’importo è tracciata una linea a penna con relativa correzione manoscritta, 130 euro. Naturalmente mi fa comodo quello sconticino, pago e ci strappo pure un limoncello gratis. Non vado a riflettere sul fatto che l’idraulico, il professore o il titolare dell’esercizio su quelle somme non pagano un centesimo di tasse. Cioè, rubano allo Stato e ai tanti cittadini onesti.
Il risultato è un paradosso sociale perfetto: chi paga davvero le tasse finanzia i servizi anche a favore di chi evade. Autonomi con casa in città al mare e in montagna e SUV da cinquantamila euro che risultano indigenti, imprenditori che dichiarano meno dei loro dipendenti e magari s’infilano tra i beneficiari dei bonus periodicamente elargiti dai governi di ogni colore. Assurdo.
I dati diffusi annualmente dall’Agenzia delle entrate sono impressionanti. Tanto per fare qualche esempio: lavanderie, bar e pasticcerie dichiarano mediamente un reddito annuo lordo di 12.000 euro, i ristoranti e i tassisti 15.000, le gioiellerie 24.000, le officine-carrozzerie 26.000. Una miseria, considerando che il reddito medio lordo di un lavoratore dipendente – dati ISTAT – è di circa 36.000 euro lordi annui. Non tutti si comportano così, e quindi, trattandosi di medie nazionali, queste categorie – per carità – non vanno criminalizzate. Un dato è però certo: l’Italia, tra i 27 paesi UE, detiene la maglia nera in fatto di evasione.
Ovvio, da quando il mondo è mondo, sin dalle antiche civiltà, il rapporto dell’uomo con le tasse è sempre stato conflittuale. «Date a Cesare quel che è di Cesare», rispose Gesù ad alcuni farisei che cercavano di coglierlo in fallo chiedendogli se fosse giusto pagare i tributi all’imperatore di Roma. E la Costituzione della Repubblica italiana, articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Sicuramente non aveva in mente né i testi evangelici né la Costituzione la cristianissima presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, quando il 27 maggio 2023 a Catania, se ne uscì con una bizzarra quanto infelice affermazione: «La sinistra dice che gettiamo la spugna. Mai! Ma la lotta all’evasione si fa sulle big company, sulle banche. Non sul piccolo commerciante a cui chiedi il pizzo di Stato». Come dire: lo Stato nei confronti delle piccole aziende si comporta come la mafia chiedendo il pizzo. Nello stesso anno, a dire il vero, con le banche il Governo ci aveva provato, ma di fronte alla loro alzata di scudi cambiò idea, la tassa venne prima depotenziata, poi accantonata. Ora, con la legge di bilancio 2026, timidamente ci riprova. Vedremo se riuscirà a ricavare quei quattro-cinque miliardi previsti nella manovra finanziaria sui 44 miliardi di profitti annui degli istituti bancari.
Intanto Pantalone paga, non nel senso dell’antico detto, perché il popolo soltanto in parte dà il dovuto a Cesare. Sono infatti spremuti fino all’ultimo centesimo soprattutto i lavoratori dipendenti e i pensionati, i quali si vedono trattenere direttamente dalla busta-paga l’IRPEF, l’imposta sui redditi delle persone fisiche. Da loro arriva infatti il maggiore gettito. Molte altre categorie riescono allegramente a evadere, grazie a un sistema di dichiarazione dei redditi che fa acqua da tutte le parti, con l’aiuto, spesso, di commercialisti compiacenti che conoscono tutti i trucchi per far pagare meno tasse ai loro clienti.
Soffermiamoci su alcuni numeri. Oggi il contribuente della fascia medio-alta si sente tartassato da un’aliquota massima del 43 per cento, dimenticando che negli anni Settanta del secolo scorso il fisco colpiva molto più duro. Con l’introduzione dell’IRPEF nel 1974, il sistema, a fronte dei tre attuali, prevedeva ben 32 scaglioni, con aliquote dal 10 al 72 per cento, e quel 72 per cento rimase in vigore fino al 1982 per i redditi più elevati, in nome di una progressività rigorosa che chiedeva ai più ricchi, come sarebbe giusto, di finanziare l’ascesa del welfare.
Il presente è meno ideologico. La legge di bilancio 2026 si guarda bene dall’innalzare il tetto del 43 per cento per i redditi più elevati, e prova a dare un segnale di alleggerimento al ceto medio: la seconda aliquota, applicata ai redditi tra 28.000 e 50.000 euro, scenderà dal 35 al 33 per cento, con il beneficio che si azzera oltre i 200.000 euro di reddito. Un ritocco di due punti che non rivoluziona il sistema e racconta bene l’equilibrismo di Meloni, la quale elargisce una “mancia” massima di 400 euro annui a coloro che rientrano in quella forbice.
A fotografare nel dettaglio con la consueta chiarezza le contraddizioni del sistema fiscale è il recente Rapporto 2025 sulla spesa pubblica e sulle entrate, realizzato dal Centro studi itinerari previdenziali. Basato sulle dichiarazioni dei redditi 2023 presentate nel 2024, esso offre un quadro difficile da contestare: la gran parte del welfare italiano è finanziata da una minoranza di contribuenti. Meno del 20 per cento degli italiani garantisce la maggior parte del gettito che paga sanità, pensioni, scuola e assistenza. Il resto del Paese contribuisce in misura molto ridotta, spesso nulla.
L’ammontare totale dei redditi dichiarati nel 2023 ha superato i 1.028 miliardi di euro, in aumento del 6 per cento rispetto all’anno precedente. Un dato che, confrontato con l’inflazione, rivela un’economia stagnante. I redditi nominali sono cresciuti quasi quanto l’aumento dei prezzi, con un risultato reale vicino allo zero. Mentre il Paese discute di tasse troppo alte, il Rapporto rileva che il problema principale non è la pressione fiscale in sé, bensì la distribuzione estremamente sbilanciata del carico.
L’IRPEF ha generato 207 miliardi di entrate. Tuttavia, su circa 59 milioni di residenti e 42,6 milioni di persone che hanno presentato la dichiarazione dei redditi, i contribuenti che hanno versato almeno un euro sono 33,5 milioni. Più del 40 per cento della popolazione, dunque, non ha redditi imponibili ed è fiscalmente a carico di altri.
La distribuzione per fasce di reddito mostra uno squilibrio evidente. Il 37,9 per cento dei contribuenti dichiara redditi inferiori ai 15.000 euro e concorre appena con l’1,2 per cento dell’IRPEF totale. Chi guadagna tra i 15.000 e i 20.000 euro, contribuisce relativamente poco: circa 5 milioni di persone versano in media 1.800 euro di IRPEF l’anno, garantendo nel complesso appena una piccola quota.
Il peso fiscale si concentra invece sulle fasce medio-alte. Il 22,7 per cento degli italiani con redditi tra i 20 mila e i 29 mila euro copre il 17,5 per cento del gettito; chi guadagna tra 29.000 e 35.000 euro contribuisce per il 13,1. È sopra i 35.000 euro che si trovano le risorse decisive: il 17 per cento dei contribuenti sostiene quasi due terzi dell’intera IRPEF. I cittadini con reddito superiore a 100.000 euro, circa 700.000 persone (l’1,65 per cento del totale), versano oltre il 22 per cento delle imposte, con una media di 44 mila euro l’anno.
Questa radiografia – per così dire – “neutra”, non tiene conto della massiccia evasione. In ognuna di queste fasce, infatti, si nascondono centinaia di migliaia di contribuenti che hanno presentato dichiarazioni false o infedeli, non pagando il dovuto, o non pagando affatto. Persino nella fascia più bassa. E ciò suona come un insulto nei confronti dei contribuenti onesti e di coloro – quasi sei milioni di cittadini – che vivono sotto la soglia di povertà assoluta.
Il Rapporto denuncia anche l’impatto negativo dei condoni fiscali, strumento che piace molto a Giorgia Meloni e ancor più al vicepremier Matteo Salvini. Le sanatorie e le rottamazioni dei debiti con il fisco, pensate per recuperare crediti difficilmente esigibili, finiscono per premiare i contribuenti inadempienti e penalizzare chi paga regolarmente. In altre parole: lo Stato, escluse poche eccezioni (insolvenza dovuta a cause imprevedibili) premia chi fa il furbo. La conseguenza, spiegano gli esperti, è un incentivo implicito a frodare il fisco, alimentando un’economia sommersa stimata in oltre 200 miliardi di euro.
Il documento evidenzia infine uno squilibrio territoriale. Il Nord Italia contribuisce in proporzione molto di più alle entrate, mentre il Sud riceve più risorse. Un dualismo strutturale che pesa sulla percezione di equità tra cittadini e territori e che, secondo il Rapporto, indebolisce la tenuta del patto sociale.
Sullo sfondo resta la questione più urgente: la sostenibilità del welfare. L’Italia, con un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa e una popolazione sempre più anziana, spende in misura costantemente crescente per sanità e assistenza. Le uscite crescono più velocemente delle entrate, mentre il debito pubblico ha superato i 3.000 miliardi di euro.
Gli autori del Rapporto suggeriscono alcune proposte: abolire i condoni, rafforzare i controlli antievasione, semplificare l’IRPEF, incentivare l’occupazione regolare e concentrare l’assistenza su chi ne ha davvero bisogno. Insomma, è necessaria una riforma profonda del welfare e del sistema fiscale. Sono necessarie scelte coraggiose perché, se le tasse continuano a pagarle in pochi e la spesa sociale aumenta, non sarà possibile sostenere a lungo questo squilibrio. Ma Giorgia Meloni e i suoi ministri, in ben altre faccende affaccendati, non sembrano cogliere questa sfida.