Epstein files, dominio e privilegio

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

Di Mario Ricciardi, il manifesto

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto. Quando l’occasione richiede un intervento oltre lo scambio di battute con i cronisti, il presidente sembra incapace di seguire una linea argomentativa chiara.E nemmeno di esporre gli obiettivi della sua amministrazione. Affermazioni stravaganti, minacce, parole ripetute in modo meccanico (in particolare i superlativi, per i quali ha un debole) e confusioni tra luoghi (Groenlandia e Islanda) generano allarme e confusione nel pubblico, e provocano costante frustrazione in chi avrebbe il compito di spiegare quel che accade. Ecco perché spesso si affaccia il dubbio che ci sia qualcosa che non va, che Trump non sia del tutto lucido.
L’ipotesi non è priva di senso.

Ci sono anzi diversi fattori che potrebbero rafforzarla. Trump ha tre anni in meno di Mick Jagger, ma non sembra altrettanto in salute. Oltre alla comunicazione, ci sono altri indizi che fanno pensare: si muove lentamente, e in qualche occasione appare disorientato. Insomma ci sono ragioni sufficienti per chiedersi se sia pienamente in possesso delle proprie facoltà, e in grado di adempiere ai doveri del suo ufficio in modo adeguata. Domande che hanno accompagnato con insistenza anche gli ultimi mesi di presidenza del suo predecessore. Potrebbe essere soltanto una coincidenza, ma Samuel Moyn, uno tra i più brillanti storici statunitensi, è convinto che non sia così, e che le condizioni di Biden e di Trump siano la parte più visibile di un fenomeno sociale più ampio, ovvero la trasformazione del paese in una «gerontocrazia», nella quale la distribuzione del potere e della ricchezza sono squilibrate in favore di una generazione a svantaggio della altre.
La tesi di Moyn ha certamente il pregio di riportare al centro della riflessione sulla crisi della democrazia statunitense fattori strutturali rispetto a quelli personali.

Ricorrere alla patologia mentale per spiegare fenomeni politici è una tentazione ricorrente, cui si cede facilmente, perché può essere in qualche misura tranquillizzante, soprattutto in presenza di avvenimenti che turbano la coscienza. Se la «follia» del capo spiega i crimini dei seguaci questo ci lascia la speranza che alla sua caduta le cose possano in qualche modo rimettersi a posto. Se Trump fosse folle, o semplicemente incapacitato da un processo di degenerazione avanzata delle sue facoltà mentali, potremmo confidare nella possibilità che dopo di lui ci sia qualcuno in migliori condizioni. Ponendo il tema del conflitto generazionale (che è anche un conflitto distributivo), Moyn ci spinge a prendere in considerazione la possibilità che le cose non siano destinate a migliorare spontaneamente.

Se rimaniamo sul piano strutturale, dovremmo chiederci tuttavia se la «gerontocrazia» sia la causa efficiente della crisi, o non uno dei suoi sintomi. Le rivelazioni di questi giorni sui contenuti della nuova porzione dei documenti relativi alle attività di Jeffrey Epstein che è stata pubblicata, farebbero pensare che le cose stiano così, e che il punto cruciale non sia lo squilibrio generazionale, ma quello nella distribuzione del potere e della ricchezza. Quel che emerge in maniera chiarissima è una rete molto ampia di persone che hanno in comune posizioni di privilegio – che in parte dipendono dalla ricchezza, in parte dalla posizione politica e sociale – e si sentono esentate dai vincoli giuridici e sociali cui sono sottoposti tutti gli altri. Perseguono il proprio interesse, la soddisfazione dei propri desideri, anche quelli più ripugnanti, e assecondano le richieste di altri che sono parte dello stesso ambiente, e con i quali sono o sperano di entrare in relazioni di scambio proficue.

Anche se al centro sembra esserci il sesso, si direbbe che lo scopo ultimo sia il dominio (sui corpi, sui destini, sugli affetti) da perseguire con vari mezzi che vanno dalle offerte di denaro, alla manipolazione, fino alla violenza. Se ci chiediamo come tutto questo sia diventato possibile, la risposta si trova probabilmente nella «trasmutazione dei valori» avvenuta negli ultimi decenni. Un processo di sostituzione del successo economico a qualunque altro standard sociale. Tutto questo a sua volta ha a che fare con la privatizzazione della politica (che emerge in modo molto chiaro dagli Epstein files) che è stata l’obiettivo perseguito con incessante e spregiudicata determinazione dalla destra statunitense e dalle sue filiali in Europa e nel resto del mondo. Non c’è bene comune, e neppure diritti individuali nel mondo degli Epstein files. Ci sono sfruttati e sfruttatori certamente, e i secondi non si identificano soltanto come una «classe» perché le forme del dominio operano sulle sfere del lavoro, dell’identità (la «razza», la nazionalità, la religione e il genere) e sulla vita stessa.


Olimpiadi invernali Milano-Cortina tra orgoglio, sprechi e ritardi

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Che la festa cominci. Le comunicazioni ufficiali dicono che tutto è pronto. Alle 20 di venerdì 6 febbraio 2026 in mondovisione l’Italia meloniana darà prova della sua capacità organizzativa e del suo orgoglio nazional-sportivo con la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina allo Stadio di San Siro. Per il vecchio glorioso “Meazza” sarà il canto del cigno, perché sulla struttura incombe l’ordine di abbattimento dopo la svendita a Milan e Inter, voluta dal sindaco Beppe Sala, per far posto a un nuovo stadio circondato da “torri” e centri commerciali. Due ore e mezzo di spettacolo all’insegna del tema “Armonia”, con la parata delle delegazioni di atleti e l’esibizione di star del canto.

La chiusura si terrà il 22 febbraio nell’antica Arena di Verona, dove duemila anni fa davano spettacolo i gladiatori. Ma dopo il gran finale non calerà il sipario: dal 6 al 15 marzo si svolgeranno le Paralimpiadi invernali. L’Arena ospiterà l’apertura, Cortina e Val di Fiemme accoglieranno le competizioni fino alla cerimonia conclusiva nel Cortina Olympic Ice Stadium.

I Giochi olimpici invernali Milano-Cortina vanno in scena con un’edizione, la venticinquesima, senza precedenti: gare sparse fra tre regioni, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, dalla grigia Milano alle leggendarie piste di Cortina d’Ampezzo – dove peraltro scarseggia la neve, per cui si è reso necessario l’innevamento artificiale – passando per Livigno, Bormio, Predazzo in Val di Fiemme, Anterselva in provincia di Bolzano.

Sfilano gli atleti, ma non i russi e bielorussi

Ben 2.900 atleti (alle Olimpiadi di Torino di vent’anni fa erano 400 in meno) provenienti da 93 paesi, 1.538 uomini e 1.362 donne, si esibiranno su neve e su ghiaccio in 16 discipline e 116 appuntamenti da medaglia. L’Italia presenta la squadra più numerosa di sempre con 196 atleti, la Svizzera non è da meno e ne schiera 175, confermando il ruolo di protagonista nella tradizione sciistica alpina.

Non sfileranno alla cerimonia d’apertura, come detto, gli atleti russi e bielorussi, che parteciperanno come AIN, Atleti individuali neutrali, quindi senza diritto alla bandiera e agli inni nazionali.

Così ha voluto, come alle Olimpiadi di Parigi 2024, il CIO, Comitato olimpico internazionale, dopo l’invasione russa in Ucraina, formalizzando in tal modo la protesta contro Vladimir Putin, sul quale pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Tutto, dunque, si svolge – per tornare al tema della cerimonia inaugurale – in piena “armonia” con la lontana decisione del sindaco di Milano, che nel 2022 allontanò dal podio del Teatro alla Scala il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, colpevole di non avere preso le distanze dal presidente del suo Paese. La coscienza è a posto. L’ipocrisia pure.

Avrà invece “diritto di sfilata” la piccola squadra, sette uomini e due donne, d’Israele, il cui primo ministro Benjamin Netanyahu – ricordiamolo – è anch’esso ricercato dai giudici dell’Aja per crimini di guerra, cioè per lo sterminio di palestinesi a Gaza, 70.000 morti, tra i quali 18.000 bambini.

Sentiremo ovviamente l’inno americano e vedremo sventolare la bandiera a stelle e strisce. Chissà se ci sarà qualche fischio di protesta dalle tribune, dopo i fatti di Minneapolis e dopo che l’aspirante al Nobel per la pace Donald Trump, già complice dei raid d’Israele nella Striscia, ha portato a termine il mini-colpo di Stato in Venezuela.

Sul palco delle autorità il 6 febbraio, accanto al presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e ad altri capi di stato e di governo, ci saranno il vicepresidente americano James David Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, sicuramente soddisfatti della presenza della squadra in assoluto più numerosa, 232 atleti, 117 uomini e 115 donne.

La delegazione americana, oltre che dalle guardie del corpo personali e dai servizi dell’intelligence, è accompagnata da alcuni agenti dell’ICE, Immigration and Customs Enforcement, la famigerata agenzia federale trasformata da Trump in un violento strumento di repressione anti-immigrati e di morte, come è accaduto, appunto, a Minneapolis. Prima negata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in un imbarazzante balletto di dichiarazioni contraddittorie, la sua presenza è stata poi confermata dalle autorità americane, sia pure con la rassicurazione che questi agenti rimarranno operativi, soltanto come coordinamento dell’intelligence, all’interno del Consolato USA.

Rischio incidenti per la presenza dell’ICE

Ciò non basta a rassicurare gli animi nella città Medaglia d’oro per la Resistenza. La presenza dell’ICE legata ai Giochi olimpici è ritenuta inaccettabile da molte forze politiche e associazioni di sinistra e dallo stesso sindaco Sala. Una prima manifestazione di protesta c’è già stata il 31 gennaio. Si è svolta pacificamente e vi hanno partecipato i partiti di opposizione, il sindacato CGIL, l’Associazione nazionale partigiani e alcuni gruppi civici.

Ma è la manifestazione annunciata per il pomeriggio di sabato 7 febbraio da una miriade di sigle di movimenti ambientalisti, collettivi studenteschi, centri sociali, gruppi cosiddetti antagonisti che desta preoccupazione, a pochi giorni dalla guerriglia urbana scatenata a Torino il 31 gennaio da un gruppo di teppisti vestiti di nero e a volto coperto, infiltratisi in un pacifico corteo di trentamila persone che protestavano per lo sgombero del centro sociale Askatasuna.

Il Governo ha messo in campo per la sicurezza delle Olimpiadi 6.000 agenti, appartenenti a Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ai quali si aggiunge un numero imprecisato di tiratori scelti, unità antiterrorismo, artificieri, unità cinofile. A Milano saranno impegnati anche i tremila vigili urbani e saranno operativi giorno e notte due centri per la cybersicurezza e il controllo droni.

Il timore che durante la manifestazione del 7 febbraio entrino in scena gruppi di black block, provocando incidenti come a Torino, è forte. Non sarà soltanto l’ICE a essere presa di mira, la protesta si allargherà a molti temi sociali e politici: a favore della Palestina e contro le politiche del governo Meloni, contro la militarizzazione dei grandi eventi, contro le speculazioni immobiliari, contro le opere inutili e quelle dannose per l’ambiente realizzate in occasione delle Olimpiadi.

 L’inutile pista da bob a Cortina voluta dal “Doge”

A proposito di ambiente, cresce nell’opinione pubblica il dissenso per la realizzazione a Cortina della nuova pista da bob, costata l’abbattimento di oltre 500 larici secolari e 133,6 milioni di euro di finanziamento interamente pubblico, quando invece era possibile restaurare quella vecchia con impegno finanziario di gran lunga inferiore.

Su quest’opera si è ostinatamente impegnato, tra mille polemiche, il tre volte presidente della Regione Veneto, Luca Zaia detto il Doge. L’ha avuta vinta sulle associazioni ambientaliste e sulle persone di buon senso, che facevano notare quanto fosse assurda quella spesa per una disciplina iper-elitaria, praticata in Italia da una cinquantina di atleti, 1.100 in tutto il mondo. Di più: gli amministratori locali, terminate le Olimpiadi, si troveranno ogni anno a pagare un salatissimo conto per la gestione e manutenzione. Ciononostante, alla fine è prevalso l’orgoglio leghista.

Orgoglio, peraltro, che platealmente si scontra con la realtà, ovvero con la situazione delle opere programmate e finanziate, molte delle quali al centro di incredibili ritardi. Mentre i riflettori sono puntati sulla kermesse inaugurale di San Siro, restano infatti in un cono d’ombra cantieri ancora aperti o addirittura mai aperti e conti lievitati, in barba ai proclami governativi che annunciavano Olimpiadi “risparmiose” per lo Stato e gli enti regionali, grazie alla partecipazione dei privati, e a impatto ambientale zero.

Una cabinovia che poggia su un’area franosa

Tanto per restare a Cortina, la costruzione della nuova cabinovia pensata per portare gli spettatori dal paese alle piste delle Tofane dove si svolgono le gare di sci, alleggerendo così la pressione automobilistica sulle strade strette, non soltanto è in alto mare: nel corso dei lavori si è scoperto che i piloni poggiano su un’area soggetta a movimenti franosi.

A nulla erano valse le critiche dei comitati locali che da tempo denunciavano l’instabilità geologica della zona. Così ora i tecnici stanno studiando costosissimi interventi correttivi per il completamento dell’infrastruttura. Gli organizzatori delle gare, di conseguenza, hanno limitato il numero dei biglietti da mettere in vendita e saranno costretti a drastiche restrizioni del traffico locale, nonché a organizzare una gran quantità di bus-navetta. Era prevista inizialmente una spesa di 35 milioni di euro inserita in un piano infrastrutturale da 120 milioni, e per ora è impossibile prevedere il costo finale.

Sono 98 le opere pubbliche e private previste dal piano olimpico. Di queste, soltanto 40 sono pronte, quelle relative alle gare sportive, anche se si è dovuto lavorare fino all’ultima ora, come nel caso dell’arena da 1.600 posti di Santa Giulia a Milano, dove si svolgeranno le gare su ghiaccio. Un’affannosa corsa contro il tempo per un’opera realizzata da operatori privati, i cui costi sono lievitati da 180 a quasi 300 milioni. Per facilitare la conclusione dei lavori in tempo, lo Stato ha messo mano al portafoglio con 30 milioni stanziati in Finanziaria, che sono andati ad aggiungersi ad altri contributi pubblici.

Speculazioni attorno al villaggio olimpico

Unica eccezione relativa alla tempistica è il villaggio olimpico al vecchio scalo ferroviario milanese di Porta Romana, dove alloggeranno 1.400 tra atleti e tecnici sportivi, consegnato addirittura con un anticipo di tre mesi alla Fondazione Milano-Cortina 2026 dalla COIMA SGI di Manfredi Catella. Questa società, detto per inciso, è tuttora al centro dell’inchiesta giudiziaria sull’urbanistica milanese, aperta due anni fa, che ha portato ad arresti eccellenti e al sequestro di numerosi cantieri.

La proprietà del villaggio farà capo, per trent’anni, a fondi immobiliari gestiti da COIMA. Le sei palazzine realizzate, costate 250 milioni di euro, verranno trasformate in uno studentato universitario, con 1.700 posti-letto resi disponibili a prezzo d’affitto – si fa per dire – calmierato: tra i 430 e i 680 euro al mese, un costo sicuramente inferiore agli standard da rapina milanesi, ma pur sempre non alla portata di molti studenti.

Nel corso dei lavori sono spuntati i soliti extra-costi per decine di milioni, che verranno pagati dallo Stato e dal Comune. Morale della favola: il pubblico mette a disposizione gratuitamente il terreno pronto e infrastrutturato, il privato costruisce e incassa la rendita immobiliare futura, gli sforamenti ricadono sul pubblico.

Di più, il villaggio olimpico si è rivelato un ennesimo caso di “gentrificazione”. Ha fatto da miccia immobiliare provocando un forte aumento degli affitti e del costo degli alloggi, costringendo i residenti a spostarsi in periferia o fuori città. La rigenerazione urbana trasforma un quartiere popolare in una speculazione finanziaria in piena regola.

Lo scandalo delle 58 “incompiute”

Le 58 opere non concluse o neppure iniziate sono la fotografia di un Paese che va a caccia di “grandi eventi” per finanziare interventi che dovrebbero rientrare nella normale gestione di una città, di un piccolo paese, di un territorio. Come è accaduto a Roma con il Giubileo 2025.

Nel carrozzone delle Olimpiadi è finito di tutto, ad iniziativa di amministratori e politici famelici: sottopassaggi, rotonde, varianti stradali (quella di Cortina, del costo di 677 milioni di euro, sarà pronta nel 2032!). E i costi per lo Stato, secondo alcuni calcoli sommari, ammonterebbero fino ad ora a circa quattro miliardi di euro.

Intanto, come previsto, la Fondazione Milano-Cortina 2026 presieduta da Giovanni Malagò, tranne sorprese, si scioglierà qualche mese dopo la fine dei Giochi, cioè dopo la rendicontazione. Così avrebbe dovuto essere anche per l’ente statale SIMICO, Società infrastrutture Milano-Cortina. Di fronte al flop delle “incompiute”, il Governo ha messo le mani avanti e ha deciso di prorogarla fino al 2033. Così ci sarà ulteriore spazio per clientelismo e malaffare.

Insomma, ci troviamo di fronte a un ennesimo fallimento politico, economico e morale. Il giornalista Giuseppe Petrobelli lo ha puntigliosamente documentato in un libro di 360 pagine, da poco pubblicato da PaperFirst con il titolo “Una montagna di soldi. Sprechi, incompiute e affari: lo scandalo delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026”. Ma la maggioranza degli italiani, ormai, è rassegnata e non si scandalizza più di nulla.

Nell’immagine: lo scempio per l’inutile pista da bob in un servizio di Report


La popolazione svizzera spreca più cibo di quanto immagina

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

Di Kristian Foss Brandt, Swissinfo

Un nebbioso martedì mattina, nei pressi di Friburgo, alcune auto arrivano al centro di raccolta rifiuti locale. I bagagliai si aprono e i sacchi di spazzatura atterrano sul cemento. Gli abitanti del posto smistano velocemente cartone, metallo e vetro – l’ultimo passaggio visibile del processo di riciclaggio.

Mancano i rifiuti domestici, che di solito vengono buttati più vicino a casa. Dall’esterno non si vede cosa contengano quei sacchi, ma alcune persone se ne sono fatte un’idea.

Ogni dieci anni, infatti, le autorità federali commissionano uno studio in cui ricercatori e ricercatrici aprono migliaia di sacchi della spazzatura in tutto il Paese, ne smistano e pesano il contenuto e lo classificano fino ai singoli elementi. I dati raccolti costituiscono la base del Rapporto sulle perdite alimentari, che fotografa lo spreco alimentare in Svizzera.

L’ultima indagine mostra che la quantità di cibo buttato nel Paese, pur essendo diminuita, è ancora elevata. La Confederazione rimane lontana dai propri obiettivi di riduzione dello spreco alimentare.

“Non siamo sulla buona strada”, afferma Claudio Beretta, scienziato ambientale che studia lo spreco alimentare in Svizzera da oltre un decennio ed è l’autore principale dell’ultimo rapporto federale. “Il cambiamento va nella direzione giusta, ma è ancora troppo limitato”.

Per anni l’attenzione si è concentrata sui settori più facili da misurare e regolare, come la distribuzione e la produzione alimentare. Ma la ricerca mostra sempre più chiaramente che l’impatto ambientale più rilevante è quello delle cucine domestiche, ed è lì che si trova il maggiore potenziale di riduzione dello spreco.

Costi finanziari e ambientali

Lo spreco avviene in ogni fase del sistema alimentare: nelle aziende agricole, durante la lavorazione e il trasporto, nei supermercati e nelle case. Nel 2017 il Governo svizzero si è impegnato a dimezzare entro il 2030 la perdita di cibo evitabile. Da allora, però, la riduzione complessiva è stata di appena il 5%.

Secondo l’ultimo rapporto di monitoraggio, i rifiuti alimentari domestici sono diminuiti del 12% in dieci anni. Ma le famiglie sono ancora responsabili della parte più rilevante dell’impatto ambientale dello spreco, perché gli alimenti consumati nelle case incorporano le emissioni generate nelle fasi precedenti della filiera.

E la quantità di cibo buttato nelle case elvetiche resta significativa. Ogni persona nel Paese spreca una media di circa 600 franchi di cibo commestibile all’anno. Un rapporto del 2024 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) stima che in Svizzera si producano 119 chilogrammi di rifiuti alimentari pro capite, contro 107 chilogrammi in Italia e una media di circa 80 chilogrammi nell’Europa occidentale.

Un Paese che spreca perché può permetterselo

A spiegare in parte questo spreco eccessivo è il benessere economico del Paese. Le famiglie svizzere, infatti, spendono solo il 7-9% del loro reddito per la spesa alimentare. Nelle nazioni in cui questa quota è maggiore, lo spreco è decisamente più limitato.

“Se il cibo pesa poco sul portafoglio, le persone tendono a buttarne di più”, osserva Beretta.

Un modo per ridurre lo spreco di cibo è limitarne l’acquisto. Subito prima dello scorso Natale un sondaggio Collegamento esternocondotto da Too Good To Go (un’azienda impegnata nella riduzione dello spreco alimentare) ha rilevato che il 41% delle persone in Svizzera compra più cibo del necessario durante le feste.

Un altro modo per ridurre lo spreco è valutare se il cibo sia davvero andato a male prima di buttarlo. Uno studio dell’Università delle scienze applicate di Zurigo (ZHAW) mostra che circa il 20% dello spreco alimentare domestico nasce da un’interpretazione errata delle date di “preferibilmente entro” riportate sulle confezioni. Questa dicitura, infatti, non si riferisce alla sicurezza del prodotto, ma alla sua qualità. Dopo quella data i consumatori e le consumatrici dovrebbero controllare il cibo per assicurarsi che non sia andato a male, non buttarlo automaticamente.

“La data di scadenza è quella che riguarda la sicurezza”, spiega Beretta. “Il resto si riferisce alla qualità. Le persone possono fidarsi dei propri sensi”.

Anche le aspettative dei consumatori e delle consumatrici sull’aspetto dei prodotti freschi contribuiscono allo spreco. In Svizzera molti acquirenti sono abituati a frutta e verdura impeccabili alla vista. Gli alimenti che non hanno l’aspetto “giusto” hanno maggiori probabilità di restare sugli scaffali e di finire buttati.

Alcuni rivenditori hanno cercato di ridurre i propri sprechi, ad esempio allentando gli standard estetici, congelando la carne prima della data di scadenza e rendendo più efficiente la logistica. Secondo l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), il cibo buttato nella vendita al dettaglio è diminuito di circa il 20%.

Ma l’impatto ambientale dei negozi è marginale rispetto a quello delle famiglie, responsabili di quasi la metà dello spreco alimentare. Questi progressi, quindi, non compensano l’entità dei rifiuti domestici.

Per anni gli sforzi per ridurre il cibo buttato si sono concentrati sui settori più facili da regolamentare e monitorare. Secondo esperti ed esperte è fondamentale che le persone capiscano non solo come si produce lo spreco alimentare, ma anche dove.

“Il problema principale è che molte persone credono che il problema riguardi altri luoghi, come i ristoranti e i supermercati, ma non la propria casa”, afferma Ladina Schröter, responsabile dei programmi per le famiglie di foodwaste.ch, un’organizzazione che mira a ridurre lo spreco di cibo in Svizzera.

Piuttosto che ripetere generici messaggi di sensibilizzazione, foodwaste.ch si concentra sul fornire consigli pratici, aiutando le famiglie a pianificare i pasti, conservare correttamente il cibo e interpretare in modo adeguato le date riportate sulle confezioni.

L’organizzazione inoltre invita le persone a prendere nota del cibo che buttano, un esercizio che aiuta a rendersi conto di quanto si sprechi davvero. L’obiettivo non è la perfezione, ma la ripetizione: piccoli cambiamenti che, nel tempo, diventano abitudini.

“Non c’è una soluzione unica”, sottolinea Schröter. “Lo spreco alimentare avviene in molti modi, perciò servono tanti piccoli cambiamenti, da ripetere e consolidare”.

Le esperienze di altri Paesi suggeriscono che questa strategia può funzionare nel lungo periodo: lo spreco alimentare domestico è diminuito dove gli sforzi sono stati costanti e prolungati nel tempo, piuttosto che limitati a singole campagne.

Nei Paesi Bassi, ad esempio, ogni anno viene organizzata a livello nazionale una “Settimana di Azione” durante la quale comuni, negozi, scuole e ristoranti rilanciano messaggi contro lo spreco alimentare. Nel Regno Unito la campagna di lungo corso “Love Food, Hate Waste” ha unito finanziamenti pubblici a strumenti pratici (come misurazioni frequenti nelle case), aiutando i consumatori e le consumatrici a capire non solo che lo spreco esiste, ma anche come si produce.

In Giappone la riduzione dello spreco alimentare è diventata legge, con l’obbligo di misurare i rifiuti a livello comunale e di coinvolgere attivamente la popolazione. In Danimarca, invece, il recupero del cibo è ormai una norma sociale, sostenuta da reti comunitarie e da piattaforme come Too Good To Go.

Queste diverse iniziative nazionali non sono accomunate da una singola politica o idea, ma dalla costanza: investimenti continuativi, messaggi ripetuti e iniziative capaci di crescere nel tempo. La Svizzera, al contrario, ha spesso sperimentato iniziative efficaci senza però portarle avanti su scala nazionale in modo duraturo.

Il nodo irrisolto

Al centro di raccolta vicino a Friburgo, una donna risponde alla domanda su cosa potrebbe aiutarla a sprecare meno cibo: “Penso che dovrei fare la spesa più spesso, ma comprando quantità più piccole ogni volta”.

È una risposta semplice che rispecchia quanto emerge dai dati: le decisioni quotidiane – quanto cibo si compra, come si conserva e come si pianificano i pasti – incidono sullo spreco lungo l’intero sistema alimentare.

La Svizzera ha ancora tempo per raggiungere gli obiettivi prefissati per il 2030. Il suo successo dipenderà meno dall’aumento della consapevolezza delle persone e più dalla capacità del Paese di affrontare in modo sistematico lo spreco alimentare domestico, tramite politiche durature, finanziamenti adeguati e un impegno a lungo termine, piuttosto che con campagne isolate.


Nel mondo torna l’incubo della bomba atomica

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

Di , La Stampa

Per alcuni decenni abbiamo visto il mondo, e il nostro posto in esso, attraverso le lenti della guerra fredda e soprattutto della paura atomica. Alcune generazioni di americani, russi, europei sono arrivati alla età matura messi davanti a crisi incessanti e alla minaccia dell’annientamento istantaneo come condizione normale della vita di ogni giorno.

Per quanti sono nati nella guerra fredda e per quanti sono stati cacciati in essa da una Storia implacabile questa era la realtà centrale del loro tempo. L’Apocalisse, per follia, per scelta deliberata, per un errore tecnico, era diventata un elemento permanente del loro frasario mentale, limitando gli orizzonti esistenziali a problemi di sopravvivenza, sul sottile discrimine tra saviezza e demenza.

Per lungo tempo vi sono stati fondati motivi per temere che la guerra fredda potesse agglutinarsi in catastrofe, con il ricorso a quelle armi estreme che incombevano, sempre pronte, nelle loro guaine di cemento. Tuttavia i due giganti atomici, Urss e Stati Uniti, timorosi dell’enormità dei loro stessi poteri di distruzione, si sono sempre ritratti prima che il confronto portasse a un conflitto aperto.

Riuscirono a mantenere la pace perché sapevano che uno scontro nell’età nucleare era intollerabile. Provocazioni che in un periodo precedente avrebbero portato a dichiarazioni di guerra vennero attenuate e camuffate come accade in occasione della crisi dei missili a cuba nel 1962.

Avevano entrambe una salutare paura di non sopravvivere. La Bomba, ponendo la minaccia della distruzione totale, ha contribuito a mantenere una pace scomoda. La sicurezza era la gagliarda figlia del terrore e la sopravvivenza la sorella gemella dell’annientamento.

Un processo di sublime ironia con sotterranei spasimi di autodistruzione. Il disarmo, faticoso, parziale, fu il modesto riverbero di quella angoscia. Iniziò nel 1972 con la firma del primo trattato per il controllo degli armamenti atomici. Immagini scolorite, sorrisi di fantasmi: Nixon scialbo, con l’ombra dei meandri foschi del Watergate e Breznev, ancora gioviale ed esuberante sotto le sue cespugliose ciglia.

Da domani, se non ci saranno colpi di scena all’ultimo minuto per qualcosa che gli faccia vece, dovremo riscoprire quei datati spaventi. Perché scade il “New Start”, l’ultimo trattato per la limitazione degli armamenti strategici sottoscritto nel 2010 da Obama e Dmitri Medvedev. Allora faceva “l’americano” e occupava, per finta, la carica di presidente per consentire a Putin di scavalcare i limiti costituzionali dei mandati. Lo Start fissò limiti numerici ai missili balistici intercontinentali montati su rampe, bombardieri e sommergibili. Erano previste anche ispezioni per verificare il rispetto degli accordi e lo scambio di informazioni tra le parti. Era poco? Era molto? Era qualcosa che ora sembra paradisiaca preistoria. Su cui è calata come una mannaia l’era dei torbidi, il dopo attacco russo all’Ucraina. Il trattato ha già perso alcuni pezzi, Mosca si è rifiutata di accogliere una ispezione americana e ha sperimentato armi micidiali che non rientrano nel trattato, come nuovi tipi di missili ipersonici e da crociera. Anche se propone di continuare, di fatto, a osservare le regole estinte. Trump che punta alle sue guerre stellari con la creazione del sistema anti missile Golden Dome che dovrebbe garantire all’America la invulnerabilità, ha sorvolato con una frasetta lapalissiana, vagamente beffarda: “Se il trattato scade, scade. Ne faremo uno migliore”. Fine.

Mentre il secolo già affonda la fine del disarmo non interessa le masse. Di più, infastidisce le luminarie del palcoscenico. Disturba ricordare che senza trattati il dubbio atomico si ispessisce. L’importanza delle armi nucleari nell’equilibrio del potere mondiale durante la prima guerra fredda era stato via via declinante.

Le atomiche non avevano alcun valore nella risoluzione dei contrasti politici tra i due grandi. La Bomba aiutava a mantenere la pace e a congelare lo status quo politico. Semmai li ha costretti a scendere a livello dei piccoli e a combattere con le armi convenzionali. Dovevano battersi in vietnam o in Afghanistan sul terreno scelto dai guerriglieri. Disponevano di una potenza senza precedenti nella Storia ma non riuscivano a imporre la loro volontà a società tecnologicamente arretrate di pochi milioni di abitanti. Non servivano nemmeno ad essere brandite come un “bluff” contro l’altra potenza atomica perché nessuno crede a un bluff che comporta la minaccia di un suicidio.

Ma oggi è ancora così? La guerra fredda è stata una lotta per il potere mondiale ma ancor più è stata una lotta tra ideologie; la lotta, credevano i contendenti, per l’anima del genere umano. Nell’età della Forza pura, tra oltranze titaniche e spossatezze morali, esiste ancora questo limite e le atomiche non sono forse diventate armi come le altre? Siete sicuri che siano chiacchiere pessimiste? e come fate a esser così sicuri? Mentre l’irrompere della Cina che presto potrebbe disporre a sua volta di mille ordigni complica i giochi pericolosi.

Ecco che il riarmo, un abbecedario di imbecilli che, a cavallo di una palla di cannone, novelli Munchausen, viaggiano il globo a rotta di collo, si estenderà, secondo un rassegnato automatismo, anche agli arsenali della apocalisse. Torneremo agli anni Cinquanta, alla celluloide di Stranamore ai rifugi antiatomici che abbelliscono le proposte immobiliari al saccheggio dei supermercati cercando sullo scaffale miracoli antiradiazioni.

La fine del mondo diventa di nuovo un problema pubblico che riguarda gli uomini e le loro azioni e non palingenesi assai future legate a un infelicissimo dio o a forze cosmiche. Come le anime di Dante ci prepariamo a condannarci alla abolizione del futuro, ma al contrario di loro non potremo neppure assistere a questo impensabile evento.

Da quattro anni viviamo in una epoca atroce in cui nella guerra il ricorso alla Bomba è evocato come presente e possibile. Ma noi ci rifiutiamo di vedere la grande macchia che si estende sopra il pianeta. Sotto la maschera di spregevoli ideologie pseudomoderne tornano nel nuovo millennio vecchie e terribili realtà che lo stupido ottimismo dell’abbondanza facevano ritenere sepolte. Viviamo un vero Ritorno dei tempi.


Algoritmi distorti e pedopornografia, guai francesi per Musk

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

Di Marco Schiaffino, il manifesto

Grossi guai per la piattaforma social X e, visto il carattere delle accuse, per lo stesso Elon Musk. Nella giornata di ieri, infatti, le sedi francesi di X sono state oggetto di una perquisizione da parte dell’unità per il cybercrimine della gendarmeria ed Europol, che segna un cambio di passo nelle indagini aperte dalla Procura parigina lo scorso gennaio 2025.

Il procedimento, avviato dalla sezione per la lotta alla criminalità informatica della Procura di Parigi, ha preso le mosse da numerose segnalazioni e ipotizza una serie di reati che coinvolgono diversi aspetti dell’attività di X. Non si tratta quindi delle solite «regole europee» contro cui si è scagliato più volte Donald Trump e lo stesso Musk, accusando l’Unione di ostacolare l’attività delle big tech statunitensi. In sintesi: niente multe, ma il rischio di un processo penale.

MA DI COSA È ACCUSATO MUSK? Alcune delle accuse fanno riferimento a una sorta di “responsabilità oggettiva” in qualità di gestore della piattaforma social, come nel caso del «concorso nella detenzione, diffusione, offerta e messa a disposizione di immagini di minori di carattere pedopornografico». Qualcosa di molto simile all’ipotesi accusatoria che aveva portato all’arresto del fondatore di Telegram Pavel Durov nell’agosto del 2024, considerata da molti come una evidente forzatura.

A Musk e all’ex amministratrice delegata di X Linda Yaccarino, però, vengono contestati anche altri reati con connotazioni decisamente più “politiche”. Tra questi la distorsione degli algoritmi di X, che il magistrato sintetizza come «alterazioni dei sistemi di trattamento automatizzati dei dati» e dei dati stessi. Non è difficile indovinare, dietro il tono tecnico-giuridico del comunicato stampa, l’insinuazione che Musk abbia approfittato del suo ruolo per orientare i contenuti di carattere politico sul social network.

ALTRI FILONI DELL’INDAGINE, invece, potrebbero essere destinati a fare giurisprudenza in un settore, quello dell’intelligenza artificiale, in cui il quadro normativo è ancora a uno stato embrionale.

L’ipotesi di reato fa infatti riferimento diretto alle attività di Grok, il chatbot alimentato dall’intelligenza artificiale che Musk ha integrato nel suo social network. La prima accusa è quella di aver provocato «lesioni dell’immagine della persona» attraverso gli ormai famigerati deepfake, per cui X in queste settimane è finita sotto la lente d’ingrandimento delle procure di mezza Unione europea.

Ma i problemi non si limitano alla disinvoltura con cui il chatbot asseconda le richieste di creazione di immagini di nudo non consensuali. Nel mirino della procura c’è anche l’attitudine di Grok a riportare informazioni inaccurate su temi politicamente sensibili o, per dirlo con le parole della procuratrice Laure Beccauau, di rendersi responsabile di «contestazione crimini contro l’umanità». In altre parole, Grok sarebbe negazionista e la responsabilità, stando alle accuse, sarebbe di Musk e Yaccarino.

L’EVENTUALE CONFERMA in Tribunale di un impianto logico di questo genere, al netto dell’esito di un eventuale processo, potrebbe avere un impatto tutt’altro che trascurabile su come potrà evolvere l’AI nel prossimo futuro.

Il proprietario di X e l’ex dirigente sono stati convocati a Parigi per il prossimo 20 aprile. Con loro anche alcuni dipendenti della piattaforma X, che saranno ascoltati in qualità di testimoni.


Honduras, Asfura giura da solo davanti a un po’ di generali

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

È iniziata in apparente solitudine la presidenza di Nasry Asfura in Honduras. Al chiuso di un parlamento blindato invece che (come di norma) allo stadio nazionale; e senza l’obbligo della diretta a reti unificate. Con neppure un capo di stato che vi abbia assistito, neanche delle piccole nazioni confinanti; a malapena c’erano i loro ambasciatori. E soprattutto in assenza della sua predecessora Xiomara Castro, che ha parlato di «governo de facto» scaturito da un «mostruoso broglio elettorale imposto da fuori». Proprio lei che aveva battuto nettamente Asfura quattro anni fa e al cui insediamento aveva partecipato nientemeno che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris.

Tutto è stato ricondotto all’oligarchico bipartitismo, protrattosi per oltre un secolo nella persistente banana republics centroamericana. Con il ricompattamento nel Congresso dell’ultradestra del Partido Nacional (per l’appunto di Asfura) e del moderato (di nome) Partido Liberal di Salvador Nasralla, dichiarato sconfitto da un impresentabile Consiglio elettorale per appena lo 0,7% dei voti, dopo un mese di riconteggi e palesi irregolarità. Un Nasralla, popolare conduttore sportivo tv, che nel 2022 si era alleato con la Castro per favorire la nascita di un governo progressista (salvo abbandonarla a metà mandato) che tentasse di mettere mano al paese con più poveri (il 60% degli 11 milioni di abitanti) e violento dell’America Latina dopo Haiti.

Xiomara che ha promesso che, non si sa come, «la lotta continuerà», ha amministrato tra mille difficoltà e qualche modesto risultato rifacendosi sul golpe subito nel 2009 dal marito Manuel Zelaya (anch’egli originariamente liberale) che pagò l’essersi alleato col venezuelano Hugo Chavez. Ma, sconfitta nettamente la sua candidata Rixi Moncada (del Partido Libertad y Refundación, giunta terza) ha dovuto lasciar fare, non controllando esercito e apparati di sicurezza; i cui generali, invece sì, erano presenti alla cerimonia. E a maggior ragione per essere invisa all’amministrazione Trump avendo rotto le relazioni con Taiwan per stringerle (per la prima volta) con Pechino.

Asfura, impresario edile di 67 anni, sindaco della capitale Tegucigalpa (dove è stato inquisito per riciclaggio) si è limitato a parlare di «riconciliazione nazionale» e «riduzione del bilancio statale». Ed ha azzerato lo stato di emergenza in 3/4 del paese che aveva dimezzato gli omicidi ma non il drammatico fenomeno delle estorsioni. Prima dell’assunzione dei poteri Asfura si era recato a Washington per riunirsi col Segretario di stato Marco Rubio, il ministro della guerra Hegseth e quello al commercio Lutnick. Per poi andare in Israele dove, lui di discendenza palestinese, si è “prostrato” di fronte a Herzog e Netanyahu.

Il tutto, per ora, nel silenzio di Donald Trump che durante la campagna elettorale aveva minacciato di scatenare «l’inferno» con tagli (al posto di incrementi) degli aiuti Usa in caso di una sua sconfitta. Per poi decretare clamorosamente, il primo dicembre scorso (a scrutinio dei voti appena iniziato) l’indulto e la liberazione del padrino di Asfura, l’ex (per due volte consecutive, violando la costituzione) presidente Juan Orlando Hernández; condannato a 45 anni di carcere per narcotraffico dallo stesso tribunale di New York che dovrà ora giudicare l’ex capo di stato venezuelano Nicolás Maduro. Il tycoon ha accusato Joe Biden di averlo inquisito inventandosi tutto, per poi farselo estradare negli Usa da Xiomara. Come a dire che per l’attuale inquilino della Casa Bianca la lotta ai narcos viaggia secondo due pesi e due misure. Come pure nel caso del narco/governo del giovane oligarca Daniel Noboa in Ecuador.

C’è chi prevede che il basso profilo (loro malgrado) del ritorno al potere dello scorso martedì dei nazionalisti honduregni, sarà riscattato da un prossimo rientro “trionfale” in patria di Hernández dagli Stati Uniti. Sta di fatto che le deportazioni di migrantes dagli States, le cui rimesse familiari coprono quasi un terzo dell’intero pil, saranno ridotte. Anche se i peones honduregni dovranno continuare a lavorare nelle piantagioni di banane, zucchero e olio di palma delle multinazionali dei gringos. Invece di coltivare riso e fagioli di cui si nutrono mezzogiorno e sera a caro prezzo poiché importati. Mentre resterà salda a Palmerola l’unica base militare della U.S. Force nel subcontinente.

Da ultimo, staremo a vedere cosa succederà con il lancio sperimentale di decine di Zede (zone franche sovranazionali di sviluppo economico, simili ai paradisi fiscali dei Caraibi) autorizzate a suo tempo da Hernández per favorire nuovi e controversi business stranieri. E che il governo della Castro era riuscita in buona misura a cancellare.

Pubblicato da il manifesto
Nell’immagine: il presidente Nasry Asfura


Gobbi e Zali bocciati in aritmetica (e non solo)

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

Ci risiamo. I due consiglieri di stato leghisti, Gobbi e Zali, si rifanno vivi. Non con decisioni politiche significative relative ai loro dipartimenti (ma chi governa cosa dei i due?). Più tipicamente, con un’altra bischerata. L’ultima risale a giugno dell’anno scorso, quando si sono inventati l’arrocco, la “tragicomica” (NZZ) proposta di scambiarsi i dipartimenti, poi corretta e adottata solo in parte. Aspettiamo ancora di vedere i risultati di questo teatrino.

Ora, il Consiglio di Stato ha comunicato di opporsi all’iniziativa “200 franchi bastano!”, in votazione il prossimo 8 marzo, ricordando che la nostra comunità linguistica risulta favorita perché “riceve un contributo del 22% di fronte a proventi raccolti pari al 4%” e subirebbe “conseguenze molto drastiche in termini occupazionali”.

Specifichiamo con un paio di cifre, per rendere meglio l’idea. I 930 milioni di franchi del bilancio SSR è così ripartito: Svizzera tedesca 560, Romandia 115, Svizzera italiana 235  e 20 milioni alla Svizzera romancia.

I due “bambela”, come li chiama il loro giornale, comunicano sul Mattino che sostengono l’iniziativa dell’UDC “200 franchi bastano!” perché “la riduzione del canone non significa l’estinzione del servizio pubblico che continuerebbe a disporre di risorse significative”. Qui siamo di fronte a un problema di aritmetica elementare. La coppia leghista non riesce a fare un facile calcolo: 200 franchi sono circa il 60% di 335. Quindi, invece di ricevere 235 milioni di franchi, la RSI ne riceverebbe 141. Molto probabilmente anche meno, perché la perequazione finanziaria potrebbe essere messa in discussione. Inoltre, meno soldi corrispondono a meno posti di lavoro. Si tratta di 990 unità lavorative a tempo pieno che potrebbero ridursi a 600 (nella migliore delle ipotesi) o a molti meno, verosimilmente. E questi tagli non colpirebbero solo l’odiata RSI, ma anche i media privati, come si è già visto in questi giorni con i primi licenziamenti a Teleticino.

Dimezzare, o quasi, risorse e personale è “disporre di risorse significative”?

Attenti a quei due: non sanno far di conto! La Lega si lamenta da trent’anni con i “balivi di Berna” (secondo il loro vocabolario) che non concedono aiuti al Cantone, ma poi, quando Ticino e Grigioni sono favoriti, sputa nel piatto.

Gobbi e Zali si dissociano dalla decisione del Consiglio di Stato, quindi non rispettano la collegialità. L’intelligenza artificiale ci dice che “il Consiglio di Stato ticinese (come organo esecutivo cantonale, sul modello federale) deve attenersi al principio di collegialità, che impone ai suoi membri di difendere esternamente le decisioni prese dal Collegio, anche se personalmente dissenzienti”.

La norma sulla collegialità non è così assoluta, infatti dal Regolamento sull’organizzazione del CdS si legge che i consiglieri “in principio devono essere solidali con i colleghi e con le deliberazioni del Collegio. Un membro del CdS può, informandone il Collegio, esprimere le proprie divergenze di voto e di opinione. In caso di votazioni o di elezioni il CdS può darsi delle regole di comportamento che vincolano il Collegio”.

In una risposta a un’interrogazione dei leghisti Quadri e Caverzasio del 2011, il Governo scrive: “Almeno tacitamente, i membri del Consiglio di Stato devono sostenere le decisioni del Collegio, prese a maggioranza in una procedura confidenziale: una volta adottate, queste decisioni diventano un atto del Governo ed ogni Consigliere di Stato è tenuto di regola a difenderle anche se nell’occorrenza s’è trovato in minoranza”. La dottrina più recente “propende per un’applicazione meno rigida del principio di collegialità, che consenta ad un membro del Governo di esprimere, seppur con una certa cautela, le proprie divergenze e di rendere pubblico il suo dissenso rispetto alla decisione della maggioranza del Collegio”.

Come abbiamo visto rimane il vincolo che chi si dissocia è tenuto a informare preventivamente il Collegio. Lo hanno fatto i due leghisti? E gli altri tre consiglieri hanno concesso la possibilità di esprimersi contro la decisione anche se avrebbero potuto “vincolare il Collegio”?

I leghisti dimostrano, ancora una volta, di usare il doppio binario, stanno al governo e giocano all’opposizione. La sinistra è diventata ligia e disciplinata all’inverosimile. Al punto che l’estate scorsa la consigliera di stato socialista ha assecondato l’arrocco perché “uno strappo, una prova di forza, lo sfruttamento di questa occasione per isolare la Lega, non sarebbe nell’interesse del Paese”.

Non varrebbe la pena, ogni tanto, che la consigliera di stato “si sdraiasse sui binari”?

Intanto, l’attenzione per l’interesse del Paese per i due leghisti si declina invitando a rinunciare a centinaia di milioni di franchi a beneficio del Ticino e a buttare sul lastrico 500 dipendenti (e altri lavoratori dell’indotto) della RSI e dei media privati.

A proposito di collegialità, a livello nazionale c’è l’esempio di Christoph Blocher – come ricorda il professor Pascal Sciarini – “che si era reso colpevole di numerose rotture della collegialità o di pratiche al limite di questa, come le fughe di notizie ai giornali. L’incapacità di Blocher di rispettare le regole del gioco governativo è stato denunciato dagli altri partiti di governo e ha provocato la sua caduta”.

Quando apriranno gli occhi Carobbio, De Rosa e Vitta?

Nell’immagine: attenti a quei due: non sanno far di conto!


Codini al vento

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 


La pancia, quasi sempre cattiva consigliera

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

In una votazione che sarà, purtroppo, in parte decisa dalle pance più che dalle teste, cerco di introdurre un elemento che porti anche i più recalcitranti a riflettere. Le pance dei più distratti e delle persone che oggettivamente faticano a pagare il canone – nessuno ne mette in dubbio l’esistenza, se nel nostro Paese la povertà è in costante aumento – vengono abilmente (qualcuno dirà colposamente) sollecitate facendo capo a una ritrita serie di luoghi comuni.

Limitandoci alla nostra RSI, l’elenco è lungo e ben conosciuto: “sono più di mille”; “sono tutti di sinistra”; “per finanziarsi non devono muovere un dito, tanto i soldi gli piovono dal cielo”; “noi siamo obbligati a pagare il canone e loro guadagnano salari principeschi”. Argomenti che non mancheranno di fare presa.

Le persone che vivono in povertà in Svizzera sono oltre l’8%; in Ticino la quota è ancora superiore, vicina al 14%: quasi 50 mila persone che fanno grande fatica.

Queste situazioni meritano rispetto, ma nessuna strumentalizzazione. Per chi dispone di mezzi  finanziari minimi, come per chi è in là con gli anni e vive in periferia o in solitudine,  i programmi della RSI sono un accompagnamento  importante e prezioso che ne frena, almeno in parte, l’esclusione sociale. Toglierglieli, riducendo drasticamente l’offerta, è indegno di un politico responsabile, ma è proprio quanto otterrebbero coloro che oggi fingono di voler far risparmiare 135 franchi all’anno a chi è in difficoltà. Il classico regalo avvelenato.

Poi ci sono, tra i fautori dell’iniziativa 200 franchi bastano, altre categorie: coloro che non hanno ottenuto, per se stessi o un loro parente, un posto di lavoro alla RSI; quelle ditte/imprese grandi e piccole che non si sono viste assegnare un mandato/incarico; gli organizzatori di eventi d’ogni genere che la RSI non ha coperto con un servizio. Anche su queste categorie di arrabbiati punta il fronte del sì. Oltre che su coloro che non mancano di esprimere – privatamente o scrivendo ai giornali – la loro delusione per qualche programma che non li ha soddisfatti. Anche la RSI, in cui ho lavorato per decenni, qualche volta ha sbagliato nella sostanza e nei toni. Anche da Comano non tutte le ciambelle escono col buco. Quando accade, bisogna riconoscerlo, senza se e senza ma, per non passare per arroganti. Non per questo, l’8 marzo, dovremo buttare il bambino con l’acqua sporca.

Da cittadino, mi auguro che alla tentazione di un sì scioccamente punitivo si sappia sottrarre compatta la classe politica svizzera italiana. PS e PLR, nei loro recenti Comitati cantonali, lo hanno fatto: il Centro dovrebbe aggiungersi il 4 febbraio prossimo.

Oltre a quelle di principio, vi è una ulteriore ragione per votare NO: grazie al Federalismo e al fatto che nella Svizzera quadrilingue si produce, appunto, in 4 lingue, non in una soltanto come in Germania, Francia, Italia (regolarmente tirate in ballo perché lì il canone è più basso), la ripartizione dei mezzi è di 22 a 4 in nostro favore (paghiamo il 4% del canone complessivo incassato dalla SSR e riceviamo in cambio il 22%). Si tratta di un rarissimo caso in cui la cosiddetta perequazione finanziaria va a vantaggio della nostra minoranza: il resto della Svizzera riconosce il ruolo e l’importanza di una RSI forte e sufficientemente dotata di mezzi, e noi Svizzeri italiani diciamo “no grazie”? Autolesionismo, pura follia.

Un pensiero, infine, proprio a quei politici che oggi rappresentano la Svizzera italiana nel Parlamento federale. Tutti indistintamente proprio grazie all’esistenza della RSI, ai suoi microfoni e alle sue telecamere, si sono fatti conoscere.

Provincialismo? Forse, ma anche strumento, la RSI, che dà loro una visibilità che i politici dei Cantoni d’oltralpe neppure si sognano. Anche grazie alla RSI (e alle radiotelevisioni private complementari: Radio Ticino, Radio 3i, Teleticino, che fanno un ottimo lavoro), questi eletti possono confrontarsi e spiegarsi – sollecitati con criteri giornalistici – davanti all’opinione pubblica.

Un privilegio da non buttare, eppure alcuni di loro (penso ai due rappresentanti ticinesi al Consiglio degli Stati) questa emanazione del Federalismo svizzero fanno tutto il possibile per ridimensionarla ulteriormente. Loro, che dell’autonomia-indipendenza-forza della Svizzera si dichiarano i primi paladini, ma vogliono consegnare il Servizio pubblico radiotelevisivo (in sostanza il principale strumento di informazione) a non meglio definiti privati (magari nemmeno svizzeri: Google? Facebook?) che, legittimamente dal loro punto di vista, risponderebbero a criteri privati: commercializzazione, profitto, contenuti decisi dai like e dai clic. Il contrario, insomma, dell’autonomia/credibilità   che oggi vengono riconosciute alla SSR-RSI.

Ma perché questa scelta? Con quale visione? Con quali alternative? Questo ancora non ce lo hanno detto. La pancia insinua e distrugge. Solo usando la testa, la ragione, il cervello eviteremo un disastroso autogol.

Nell’immagine: il classico regalo avvelenato


Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: benvenuti nella nuova Gaza

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

Di Nello Scavo, Avvenire

Il quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera. Era la vista migliore di Gaza. Tra la battigia e le rovine non saranno neanche dieci metri. Verde smeraldo da una parte, polvere grigia dall’altra. «Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie». Il tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza metteva in guardia: «Non parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno». È il modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose. Come quando bisogna ripulire la scena di un delitto. La conferma arriva dalle parole di Ali Shaath, ingegnere civile palestinese ed ex viceministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore del comitato tecnocratico di quindici membri. «Se portassi dei bulldozer e spingessi le macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare», ha detto nel corso di incontri a porte chiuse nei giorni scorsi. Prima, aveva aggiunto, «servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per gli sfollati».

Non è come usare le rocce per costruire frangiflutti. Diversi report Onu e di organismi internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose. Soprattutto, ci sono resti umani. Lo spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle responsabilità. Una colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari. Ma nel piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla. Solo grattacieli, alberghi, porti turistici, centri commerciali. Stime Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024. Poche settimane fa questo ordine di grandezza aveva superato i 60 milioni. Per Ali Shaath, «Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni». Le Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, andrà avanti fino al 2040.

I bulldozer sono al lavoro da settimane. I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati. Le prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine egiziano. Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il mare, avverte una valutazione di Unep, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, solleverebbe un mucchio di domande: alterazione dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse marine. Il “master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi possano essere riservati quartieri popolari sul mare. La prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri. Alle loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno facilmente occupazione: prima nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in Usa”. Una cosa non cambierà: il muro israeliano resterà al suo posto. La gente della Striscia potrà accogliere vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da nessuna parte.

Al chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali, volumi, tempi. «Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe spingersi verso il mare anche di 200 metri», dice un tecnico palestinese incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere. E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire. Tra i nomi più quotati per la spartizione di Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per «Ricostruzione di Gaza, accelerazione economica e trasformazione». Il progetto mostrato ad Avvenire parla di «70-100 miliardi di dollari di investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti privati». Uno dei più grossi affari immobiliari di sempre. «Il finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi “pacchetti” per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello».

Al contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole. Oppure accettare il “pacchetto” per togliersi di torno: «5.000 dollari a persona. Affitto sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel terzo anno, 25% nel quarto anno). Sussidio alimentare per il primo anno». Secondo le stime dei futuri palazzinari della Striscia, «si presume che del 25% dei cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare». In altri termini, quasi 400 mila abitanti in meno. E una riviera costruita su un cimitero.

Nell’immagine:  un’illustrazione contenuta nel progetto “Great” che scommette sul trasferimento di quasi un quarto dei residenti e la realizzazione di edifici residenziali e alberghieri di lusso da offrire agli stranieri a Gaza