Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Che la festa cominci. Le comunicazioni ufficiali dicono che tutto è pronto. Alle 20 di venerdì 6 febbraio 2026 in mondovisione l’Italia meloniana darà prova della sua capacità organizzativa e del suo orgoglio nazional-sportivo con la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina allo Stadio di San Siro. Per il vecchio glorioso “Meazza” sarà il canto del cigno, perché sulla struttura incombe l’ordine di abbattimento dopo la svendita a Milan e Inter, voluta dal sindaco Beppe Sala, per far posto a un nuovo stadio circondato da “torri” e centri commerciali. Due ore e mezzo di spettacolo all’insegna del tema “Armonia”, con la parata delle delegazioni di atleti e l’esibizione di star del canto.
La chiusura si terrà il 22 febbraio nell’antica Arena di Verona, dove duemila anni fa davano spettacolo i gladiatori. Ma dopo il gran finale non calerà il sipario: dal 6 al 15 marzo si svolgeranno le Paralimpiadi invernali. L’Arena ospiterà l’apertura, Cortina e Val di Fiemme accoglieranno le competizioni fino alla cerimonia conclusiva nel Cortina Olympic Ice Stadium.
I Giochi olimpici invernali Milano-Cortina vanno in scena con un’edizione, la venticinquesima, senza precedenti: gare sparse fra tre regioni, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, dalla grigia Milano alle leggendarie piste di Cortina d’Ampezzo – dove peraltro scarseggia la neve, per cui si è reso necessario l’innevamento artificiale – passando per Livigno, Bormio, Predazzo in Val di Fiemme, Anterselva in provincia di Bolzano.
Sfilano gli atleti, ma non i russi e bielorussi
Ben 2.900 atleti (alle Olimpiadi di Torino di vent’anni fa erano 400 in meno) provenienti da 93 paesi, 1.538 uomini e 1.362 donne, si esibiranno su neve e su ghiaccio in 16 discipline e 116 appuntamenti da medaglia. L’Italia presenta la squadra più numerosa di sempre con 196 atleti, la Svizzera non è da meno e ne schiera 175, confermando il ruolo di protagonista nella tradizione sciistica alpina.
Non sfileranno alla cerimonia d’apertura, come detto, gli atleti russi e bielorussi, che parteciperanno come AIN, Atleti individuali neutrali, quindi senza diritto alla bandiera e agli inni nazionali.
Così ha voluto, come alle Olimpiadi di Parigi 2024, il CIO, Comitato olimpico internazionale, dopo l’invasione russa in Ucraina, formalizzando in tal modo la protesta contro Vladimir Putin, sul quale pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Tutto, dunque, si svolge – per tornare al tema della cerimonia inaugurale – in piena “armonia” con la lontana decisione del sindaco di Milano, che nel 2022 allontanò dal podio del Teatro alla Scala il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, colpevole di non avere preso le distanze dal presidente del suo Paese. La coscienza è a posto. L’ipocrisia pure.
Avrà invece “diritto di sfilata” la piccola squadra, sette uomini e due donne, d’Israele, il cui primo ministro Benjamin Netanyahu – ricordiamolo – è anch’esso ricercato dai giudici dell’Aja per crimini di guerra, cioè per lo sterminio di palestinesi a Gaza, 70.000 morti, tra i quali 18.000 bambini.
Sentiremo ovviamente l’inno americano e vedremo sventolare la bandiera a stelle e strisce. Chissà se ci sarà qualche fischio di protesta dalle tribune, dopo i fatti di Minneapolis e dopo che l’aspirante al Nobel per la pace Donald Trump, già complice dei raid d’Israele nella Striscia, ha portato a termine il mini-colpo di Stato in Venezuela.
Sul palco delle autorità il 6 febbraio, accanto al presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e ad altri capi di stato e di governo, ci saranno il vicepresidente americano James David Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, sicuramente soddisfatti della presenza della squadra in assoluto più numerosa, 232 atleti, 117 uomini e 115 donne.
La delegazione americana, oltre che dalle guardie del corpo personali e dai servizi dell’intelligence, è accompagnata da alcuni agenti dell’ICE, Immigration and Customs Enforcement, la famigerata agenzia federale trasformata da Trump in un violento strumento di repressione anti-immigrati e di morte, come è accaduto, appunto, a Minneapolis. Prima negata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in un imbarazzante balletto di dichiarazioni contraddittorie, la sua presenza è stata poi confermata dalle autorità americane, sia pure con la rassicurazione che questi agenti rimarranno operativi, soltanto come coordinamento dell’intelligence, all’interno del Consolato USA.
Rischio incidenti per la presenza dell’ICE
Ciò non basta a rassicurare gli animi nella città Medaglia d’oro per la Resistenza. La presenza dell’ICE legata ai Giochi olimpici è ritenuta inaccettabile da molte forze politiche e associazioni di sinistra e dallo stesso sindaco Sala. Una prima manifestazione di protesta c’è già stata il 31 gennaio. Si è svolta pacificamente e vi hanno partecipato i partiti di opposizione, il sindacato CGIL, l’Associazione nazionale partigiani e alcuni gruppi civici.
Ma è la manifestazione annunciata per il pomeriggio di sabato 7 febbraio da una miriade di sigle di movimenti ambientalisti, collettivi studenteschi, centri sociali, gruppi cosiddetti antagonisti che desta preoccupazione, a pochi giorni dalla guerriglia urbana scatenata a Torino il 31 gennaio da un gruppo di teppisti vestiti di nero e a volto coperto, infiltratisi in un pacifico corteo di trentamila persone che protestavano per lo sgombero del centro sociale Askatasuna.
Il Governo ha messo in campo per la sicurezza delle Olimpiadi 6.000 agenti, appartenenti a Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ai quali si aggiunge un numero imprecisato di tiratori scelti, unità antiterrorismo, artificieri, unità cinofile. A Milano saranno impegnati anche i tremila vigili urbani e saranno operativi giorno e notte due centri per la cybersicurezza e il controllo droni.
Il timore che durante la manifestazione del 7 febbraio entrino in scena gruppi di black block, provocando incidenti come a Torino, è forte. Non sarà soltanto l’ICE a essere presa di mira, la protesta si allargherà a molti temi sociali e politici: a favore della Palestina e contro le politiche del governo Meloni, contro la militarizzazione dei grandi eventi, contro le speculazioni immobiliari, contro le opere inutili e quelle dannose per l’ambiente realizzate in occasione delle Olimpiadi.
L’inutile pista da bob a Cortina voluta dal “Doge”
A proposito di ambiente, cresce nell’opinione pubblica il dissenso per la realizzazione a Cortina della nuova pista da bob, costata l’abbattimento di oltre 500 larici secolari e 133,6 milioni di euro di finanziamento interamente pubblico, quando invece era possibile restaurare quella vecchia con impegno finanziario di gran lunga inferiore.
Su quest’opera si è ostinatamente impegnato, tra mille polemiche, il tre volte presidente della Regione Veneto, Luca Zaia detto il Doge. L’ha avuta vinta sulle associazioni ambientaliste e sulle persone di buon senso, che facevano notare quanto fosse assurda quella spesa per una disciplina iper-elitaria, praticata in Italia da una cinquantina di atleti, 1.100 in tutto il mondo. Di più: gli amministratori locali, terminate le Olimpiadi, si troveranno ogni anno a pagare un salatissimo conto per la gestione e manutenzione. Ciononostante, alla fine è prevalso l’orgoglio leghista.
Orgoglio, peraltro, che platealmente si scontra con la realtà, ovvero con la situazione delle opere programmate e finanziate, molte delle quali al centro di incredibili ritardi. Mentre i riflettori sono puntati sulla kermesse inaugurale di San Siro, restano infatti in un cono d’ombra cantieri ancora aperti o addirittura mai aperti e conti lievitati, in barba ai proclami governativi che annunciavano Olimpiadi “risparmiose” per lo Stato e gli enti regionali, grazie alla partecipazione dei privati, e a impatto ambientale zero.
Una cabinovia che poggia su un’area franosa
Tanto per restare a Cortina, la costruzione della nuova cabinovia pensata per portare gli spettatori dal paese alle piste delle Tofane dove si svolgono le gare di sci, alleggerendo così la pressione automobilistica sulle strade strette, non soltanto è in alto mare: nel corso dei lavori si è scoperto che i piloni poggiano su un’area soggetta a movimenti franosi.
A nulla erano valse le critiche dei comitati locali che da tempo denunciavano l’instabilità geologica della zona. Così ora i tecnici stanno studiando costosissimi interventi correttivi per il completamento dell’infrastruttura. Gli organizzatori delle gare, di conseguenza, hanno limitato il numero dei biglietti da mettere in vendita e saranno costretti a drastiche restrizioni del traffico locale, nonché a organizzare una gran quantità di bus-navetta. Era prevista inizialmente una spesa di 35 milioni di euro inserita in un piano infrastrutturale da 120 milioni, e per ora è impossibile prevedere il costo finale.
Sono 98 le opere pubbliche e private previste dal piano olimpico. Di queste, soltanto 40 sono pronte, quelle relative alle gare sportive, anche se si è dovuto lavorare fino all’ultima ora, come nel caso dell’arena da 1.600 posti di Santa Giulia a Milano, dove si svolgeranno le gare su ghiaccio. Un’affannosa corsa contro il tempo per un’opera realizzata da operatori privati, i cui costi sono lievitati da 180 a quasi 300 milioni. Per facilitare la conclusione dei lavori in tempo, lo Stato ha messo mano al portafoglio con 30 milioni stanziati in Finanziaria, che sono andati ad aggiungersi ad altri contributi pubblici.
Speculazioni attorno al villaggio olimpico
Unica eccezione relativa alla tempistica è il villaggio olimpico al vecchio scalo ferroviario milanese di Porta Romana, dove alloggeranno 1.400 tra atleti e tecnici sportivi, consegnato addirittura con un anticipo di tre mesi alla Fondazione Milano-Cortina 2026 dalla COIMA SGI di Manfredi Catella. Questa società, detto per inciso, è tuttora al centro dell’inchiesta giudiziaria sull’urbanistica milanese, aperta due anni fa, che ha portato ad arresti eccellenti e al sequestro di numerosi cantieri.
La proprietà del villaggio farà capo, per trent’anni, a fondi immobiliari gestiti da COIMA. Le sei palazzine realizzate, costate 250 milioni di euro, verranno trasformate in uno studentato universitario, con 1.700 posti-letto resi disponibili a prezzo d’affitto – si fa per dire – calmierato: tra i 430 e i 680 euro al mese, un costo sicuramente inferiore agli standard da rapina milanesi, ma pur sempre non alla portata di molti studenti.
Nel corso dei lavori sono spuntati i soliti extra-costi per decine di milioni, che verranno pagati dallo Stato e dal Comune. Morale della favola: il pubblico mette a disposizione gratuitamente il terreno pronto e infrastrutturato, il privato costruisce e incassa la rendita immobiliare futura, gli sforamenti ricadono sul pubblico.
Di più, il villaggio olimpico si è rivelato un ennesimo caso di “gentrificazione”. Ha fatto da miccia immobiliare provocando un forte aumento degli affitti e del costo degli alloggi, costringendo i residenti a spostarsi in periferia o fuori città. La rigenerazione urbana trasforma un quartiere popolare in una speculazione finanziaria in piena regola.
Lo scandalo delle 58 “incompiute”
Le 58 opere non concluse o neppure iniziate sono la fotografia di un Paese che va a caccia di “grandi eventi” per finanziare interventi che dovrebbero rientrare nella normale gestione di una città, di un piccolo paese, di un territorio. Come è accaduto a Roma con il Giubileo 2025.
Nel carrozzone delle Olimpiadi è finito di tutto, ad iniziativa di amministratori e politici famelici: sottopassaggi, rotonde, varianti stradali (quella di Cortina, del costo di 677 milioni di euro, sarà pronta nel 2032!). E i costi per lo Stato, secondo alcuni calcoli sommari, ammonterebbero fino ad ora a circa quattro miliardi di euro.
Intanto, come previsto, la Fondazione Milano-Cortina 2026 presieduta da Giovanni Malagò, tranne sorprese, si scioglierà qualche mese dopo la fine dei Giochi, cioè dopo la rendicontazione. Così avrebbe dovuto essere anche per l’ente statale SIMICO, Società infrastrutture Milano-Cortina. Di fronte al flop delle “incompiute”, il Governo ha messo le mani avanti e ha deciso di prorogarla fino al 2033. Così ci sarà ulteriore spazio per clientelismo e malaffare.
Insomma, ci troviamo di fronte a un ennesimo fallimento politico, economico e morale. Il giornalista Giuseppe Petrobelli lo ha puntigliosamente documentato in un libro di 360 pagine, da poco pubblicato da PaperFirst con il titolo “Una montagna di soldi. Sprechi, incompiute e affari: lo scandalo delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026”. Ma la maggioranza degli italiani, ormai, è rassegnata e non si scandalizza più di nulla.
Nell’immagine: lo scempio per l’inutile pista da bob in un servizio di Report