Cuba, ossessione irrisolta e cortile dell’America

Il suo popolo è abbandonato da Trump e Putin 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Cayo Falcones: forse è la nuova baia dei Porci della futurologia trumpiana. O forse è soltanto un fattaccio nel traffico di fuggiaschi dall’isola disseccata dalla miseria e dall’embargo che si svolge con la Florida. Ma forse fornirà la scintilla per chiudere, dopo settanta anni, la partita con Cuba e far pulizia in un molesto angolino del cortile di casa, dei tropici americani.

A parte una illanguidita parentesi ai tempi di Obama, per altro un’altra delle sue mossette bigie, scenografie parolaie, chiacchiere velleitarie, Washington non ha mai rinunciato a restaurare il dominio totale sull’isola, un osso in gola sia sul piano simbolico e che geostrategico: blocco nel 1960, aggressione militare nel 1961, tentativi di assassinio dei leader (i sigari al cianuro stile Kgb…), leggi extraterritoriali per rafforzare l’embargo, sanzioni sempre più violente nei due mandati di Trump. Cuba è stata messa in vendita. Deve cadere come un frutto marcio sul suolo della Storia.

Tra qualche giorno, chissà, la Casa Bianca metterà in circolo immagini virtuali come quelle di Gaza per i devoti – sono tanti! – della religione del “Vello d’oro”: Trump e Rubio, segretario di Stato e figlio di emigrati cubani (non di esuli) a pancia all’aria sul Malecòn con sfondo di meravigliosi alberghi, night e bordelli di lusso: citazione dei tempi d’oro dei casinò e delle puttane, l’era di Fulgencio Batista, dittatorello caraibico spazzato via dalla revolución de los barbudos e della sierra maestra con gran dispetto americano.

Il modello da replicare con l’intelligenza artificiale c’è già: la Torre K, hotel di lusso di 42 piani nel centro de L’Avana proprietà delle forze armate, rivoluzionarie ma engagé nei traffici. Una nuova gestione made in Usa farebbe il tutto esaurito di miliardari. Perché no? Rubio il nuovo Batista… Trump non ha forse condiviso un messaggio su Truth in cui era scritto: «Rubio presidente di Cuba»?

Trump, bigotto della religione delle palanche, dietro le solite moine sul portare la libertà ai cubani (che lui sta relegando alla fame) vuole la cancellazione del sistema economico dell’epoca di Fidel che la mafia castrista, sopravvissuta al Líder Máximo, cerca di aggiornare ma alla cinese: continuando cioè a controllare rigidamente la società. Cuba deve diventare invece un grande affare a stelle e strisce… Come a Caracas questo è il cambio di regime: se saranno obbedienti soci di minoranza anche “i comunisti” possono restare nel consiglio di amministrazione. E se fosse una tentazione anche con i sanguinari ayatollah petroliferi di Teheran? Miliardi e tirannie, vecchi complici da sostituire con altri più efficienti: l’ordine coloniale americano ha forme sociali economiche giuridiche immutabili, modellato come un immenso artefatto destinato a durare e non a trasformarsi. Trump ne è una figurina, megalomane ma temporanea.

L’imperialismo americano è iniziato a Cuba a fine Ottocento (dopo l’aggressione di tipo putiniano al Messico nel 1846): una invasione ovviamente per esportare la libertà nell’ultimo frammento del decadente impero spagnolo e attuare la dottrina di Monroe: l’America agli americani, cioè noi! Tutto iniziò con una bugia: l’attentato a una nave da guerra americana, il Maine, in realtà esplosa per imperizia e incuria nello stivaggio del carbone… Chissà se la imbarcazione mitragliata dai cubani…

Negli anni Sessanta furono gli americani a offrire all’Unione Sovietica una sponda nel Nuovo Mondo, un vero intervento della Nemesi. La politica ostile di Washington gettò l’allievo modello dei gesuiti, Fidel Castro, nelle braccia di Mosca. Come un dono caduto dal cielo della Storia, dove ahimè non regna la dialettica ma la casualità, i russi ricevettero una base politica e militare in America. Per l’ennesima volta l’America Latina fu trasformata per volontà di altri in un campo di battaglia delle grandi potenze. Spalancando una eresia nella dottrina di Monroe.

Nuovi brividi atomici? Difficile che oggi Putin voglia correre i rischi di Kruscev per difendere i cari alleati de L’Avana, già traditi da Gorbaciov. Nella ambigua partita che sta giocando con Trump il leader russo sembra disposto a sacrificare molti pedoni della sua scacchiera: Bashar al-Assad, Nicolás Maduro, forse perfino Ali Khamenei… Impotenza dovuto al pantano ucraino? Forse si è accorto che i trionfi di Trump sono di latta, fanfaronate che si spengono rapidamente. Il presidente americano vive di recite in continua mutazione ma in quanto scenari di cartapesta senza futuro, facili da smontare per essere allestiti poche ore dopo su un’altra piazza. In regime nichilista le inverosimiglianze non hanno alcuna importanza, la finzione racconta meglio la realtà della realtà stessa. La cosiddetta repubblica imperiale americana ha superato il suo zenit nel 1989 e ha iniziato la fase discendente. Ma è processo lento, la Spagna impiegò un secolo. Non si vede però un nuovo astro storico; certo non la Russia di Putin mai uscita dalla normalità della pietrificazione.

I cubani sono disperatamente soli. Nulla più li unisce al castrismo se non la repressione e la forza di inerzia, sono diventati figli del nulla in questo disordine mondiale. Le parole che un tempo erano grido di guerra, sfida, affermazione, sparo indirizzato contro il nemico, esplosione nell’aria, rivoluzione, libertà, anti-imperialismo (sì, sento già ridere…) sono entità immaginarie, ambiguità senza più magia, fantasmi, bugie. L’unica realtà è la libreta, la tessera che non basta più per comprare il pane quotidiano, triste simbolo dei regimi falliti. Come i palestinesi, gli iraniani, i sudanesi, i curdi, i siriani anche loro sono anomalie non più sopportate, infrazioni a una presunta regola universale, realtà riducibili, vittime dei fautori dell’istante contro la durata, del virtuale contro la realtà, delle bugie contro i fatti. Hanno un’unica via: iniziare con sé stessi. Non certo con Trump.


Sergio Rossi – Il Donald furioso contro la “sua” Corte Suprema

Il suo popolo è abbandonato da Trump e Putin 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Il poliziotto-eroe diventato criminale

Il suo popolo è abbandonato da Trump e Putin 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Ci mancava il caso dello spacciatore ucciso da un poliziotto nel “boschetto della droga” di Rogoredo, luogo-simbolo del degrado della periferia milanese, per rendere ancora più incandescente il clima politico in vista del referendum istituzionale del 22 e 23 marzo. In quei giorni gli italiani saranno chiamati a dire sì o no alla riforma, voluta dalla maggioranza, sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti (pubblici ministeri) e giudicanti. Le persone informate sanno bene che non si tratta di un civile confronto tra posizioni diverse: questo referendum altro non è che una tappa, la più pericolosa, del percorso di delegittimizzazione del potere giudiziario messo in atto dal governo, Giorgia Meloni in testa.

La magistratura ha dato in questi giorni una lezione di civiltà giuridica e istituzionale, proprio in seguito alla sanguinosa vicenda di Rogoredo. Ricordiamo brevemente i fatti.

Il 26 gennaio, durante un’operazione antidroga, perde la vita con un colpo di pistola alla tempia Abderrahim Mansouri, 28 anni, originario del Marocco. A sparare a distanza è l’assistente capo della Polizia di Stato Carmelo Cinturrino, 42 anni e 16 di carriera alle spalle. La versione iniziale parla di legittima difesa: l’agente avrebbe reagito perché minacciato da Mansouri con una pistola.

Matteo Salvini, vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, si precipita. Passano poche ore dal fattaccio e dichiara: «Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma».

Il leader della Lega si schiera pubblicamente in difesa dell’agente-eroe, mentre gli investigatori devono ancora chiarire le dinamiche dell’accaduto, in particolare se effettivamente ci sia stata una reale minaccia al momento dello sparo.

Con l’avvio delle indagini il quadro risulta tutt’altro che chiaro. Sin dal primo momento gli inquirenti hanno molti dubbi e quando gli elementi raccolti sono ritenuti sufficienti, la Procura della Repubblica iscrive Cinturrino nel registro degli indagati.

Apriti cielo. Salvini interviene di nuovo a gamba tesa: «Ritengo veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva l’iscrizione per omicidio volontario di un agente. Più legittima difesa di così…». Parole che suonano come una sentenza politica prima ancora che giudiziaria.

Gli accertamenti tecnici mettono in luce un elemento inquietante. La pistola trovata accanto al cadavere è una replica a salve, sulla quale viene rilevato il DNA dell’agente, mentre non risultano tracce biologiche del pusher. Questo fa sorgere il sospetto, poi confermato, che la pistola-giocattolo sia stata collocata in un secondo momento per convalidare la versione della legittima difesa. L’inchiesta si allarga ad altri quattro agenti, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Gli investigatori raccolgono anche alcune testimonianze, secondo le quali tra l’agente e la vittima ci sarebbero stati rapporti ambigui, con presunte richieste di denaro o droga da parte di Cinturrino.

Alla luce degli sviluppi dell’inchiesta, Salvini, anziché scusarsi, compie una delle sue migliori giravolte: «Se le accuse al poliziotto fossero confermate, sarebbe un oltraggio ai colleghi in divisa. Se qualcuno sbaglia in divisa paga anche di più».

I magistrati alla fine dispongono il fermo di Cinturrino, il quale, interrogato nel carcere di San Vittore il 24 e 25 febbraio, confessa: «Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia». Il fermo si tramuta in arresto.

Singolare coincidenza: l’arresto avviene nel giorno in cui l’ex-assessore leghista alla Sicurezza del Comune di Voghera, Massimo Adriatici, viene condannato a 12 anni di carcere per omicidio volontario di un senzatetto, anch’esso marocchino, al quale, il 21 luglio 2021, durante una ronda notturna, sparò un colpo in testa in una piazza del centro. Anche allora Salvini ipotizzò, a caldo, la legittima difesa.

Il delitto di Rogoredo – perché di questo si tratta – mette in luce due visioni contrapposte: da una parte quella che esalta il poliziotto-eroe, innocente a prescindere secondo il leader leghista e altri esponenti della maggioranza; dall’altra quella di chi richiama alla prudenza, al principio che nessuno può essere sottratto alla legge, neppure chi indossa una divisa.

Sul piano morale questa vicenda insegna che la credibilità di un’istituzione quale la magistratura si misura nella capacità di resistere alle pressioni, soprattutto quando il clima politico è acceso come in questi giorni. L’inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica di Milano Marcello Viola (che si è avvalso del lavoro di inquirenti e magistrati altamente qualificati e della collaborazione “dall’interno” della Polizia) dimostra che l’autonomia della magistratura e l’indipendenza dagli altri poteri dello Stato è un presidio di garanzia per l’intera società, non uno slogan.

È un valore non negoziabile, da difendere dagli attacchi di una destra avvezza a pronunciare sentenze prima che la Giustizia faccia il suo corso. Una destra sbracata e indecente, che a tutti i costi vorrebbe mettere la magistratura sotto il controllo della politica.


Pena di morte ai palestinesi, tempi più rapidi per la legge

Il suo popolo è abbandonato da Trump e Putin 

Di Eliana Riva, il manifesto

Un altro passo è stato compiuto verso l’approvazione definitiva della legge sulla pena di morte in Israele per i palestinesi della Cisgiordania occupata. Dopo alcune discussioni sul linguaggio utilizzato all’interno del progetto, il premier israeliano Netanyahu e il ministro della Sicurezza nazionale Ben Gvir avrebbero infatti raggiunto un’intesa.

Con l’approvazione in prima lettura alla Knesset (il parlamento israeliano), la campagna del suprematista ebraico, padre della proposta, ha accelerato nonostante la valanga di emendamenti delle opposizioni e le perplessità della maggioranza. Quando la discussione all’interno del Gabinetto di sicurezza era ancora in corso, Ben Gvir ha dato ordine di preparare un’apposita struttura e di addestrare i boia. Il Canale 13 israeliano ha informato dell’istituzione di una sorta di «Miglio verde», il percorso che negli Stati uniti separa la cella dei condannati dalla camera dell’esecuzione.

Lo chiamano «il miglio israeliano» e Ben Gvir lo immagina già affollato dai membri di Hamas accusati di aver preso parte agli attacchi del 7 ottobre 2023 in Israele. Dopodiché toccherà ai palestinesi della Cisgiordania accusati di crimini «nazionalistici».

I BOIA SARANNO SCELTI su base volontaria, previa perizia, e seguiranno una formazione specialistica per affrontare le questioni pratiche delle esecuzioni, ma anche gli eventuali risvolti psicologici. Lo stato non farà mancare loro un sostegno e, per evitare che la responsabilità dell’omicidio venga percepita come individuale, saranno tre le persone coinvolte nelle operazioni.

Una delegazione del servizio carcerario israeliano è attesa in un Paese dell’Asia orientale per studiare le procedure dei sistemi di pena capitale in uso. Nonostante si parli dell’impiccagione, il ministro Ben Gvir continua ad affermare pubblicamente che verranno utilizzate diverse modalità di esecuzione.

Il leader di estrema destra sfrutta edifici statali e mezzi della polizia come set per i video di promozione della pena capitale. Già a settembre 2024 il giudice capo del Comitato elettorale centrale gli ordinò di eliminare alcuni filmati pubblicati sui suoi social. Secondo la diffida, Ben Gvir stava adoperando risorse pubbliche per obiettivi politici privati.
Ma il leader di «Potere ebraico» non ha risposto alle accuse e a quei video, mai rimossi, se ne sono aggiunti molti altri.

L’11 febbraio, ad esempio, si è lasciato riprendere a bordo di una motovedetta della polizia che navigava nel Mar Rosso verso Eilat. Anche quella è stata l’occasione per fare pubblicità alla sua creatura più cara: «Possono darmi addosso, ma andremo avanti con la legge sulla pena di morte, impiccando, sparando o annegando», ha dichiarato, indicando l’acqua del mare.

IL PROGETTO È STATO APPROVATO in prima lettura lo scorso novembre, con 39 voti favorevoli e 16 contrari. L’opposizione ha presentato un migliaio di emendamenti e la discussione, prima della seconda e della terza (e ultima) lettura parlamentare, si è trasferita al Comitato per la sicurezza nazionale della Knesset. Il sito di notizie Ynet News ha riportato che nonostante il Consiglio di sicurezza, lo Shin Bet e il ministro degli Esteri siano favorevoli alla nuova legge, tutti hanno sostenuto la richiesta di alcune modifiche presentata dall’ufficio del premier.

I consulenti legali avrebbero infatti avvertito di possibili ostacoli costituzionali nella formulazione linguistica del disegno.
Ma, alla fine, Ben Gvir e Netanyahu hanno raggiunto un accordo. Sarebbero cinque – su mille – gli emendamenti adottati dalla Commissione e, secondo il presidente Zvika Vogel, compagno di partito di Ben Gvir, avrebbero lo scopo di «ridurre le possibilità che la Corte suprema israeliana contesti la legge e la giudichi incostituzionale».

IL QUOTIDIANO Yediot Aharonot spiega che le modifiche riguardano «l’obbligatorietà» della pena di morte, che secondo la proposta di Ben Gvir non dovrebbe lasciare alcun margine di discrezionalità ai giudici né la possibilità di adottare procedure di eccezionalità. Secondo il compromesso accettato dal suprematista ebraico, la pena capitale verrà comunque definita «obbligatoria» per gli omicidi di «cittadini israeliani» per motivazioni definite «nazionalistiche», ma i tribunali conserveranno un minimo grado di discrezionalità, mantenendo il diritto di esenzione in circostanze speciali. Un ulteriore aggiustamento consentirà di presentare ricorso e richiedere una pena ridotta.

Il testo rivisto dovrà essere nuovamente discusso dalla commissione, ma le modifiche garantirebbero tempi più rapidi per la votazione finale: l’opposizione avrebbe ritirato circa 350 emendamenti. Nel frattempo, la pena di morte continua a essere applicata in Cisgiordania dai militari e dai coloni che uccidono sul posto i palestinesi, a Gaza e all’interno delle prigioni israeliane: dal 7 ottobre sono state documentate decine di morti causate da torture, privazioni e mancanza di cure.

Nell’immagine: il carcere di Ofer in Cisgiordania


La politica estera resta il jolly di Trump. Un successo può salvare il Midterm

Il suo popolo è abbandonato da Trump e Putin 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Il discorso sullo stato dell’Unione, a pochi mesi dalle midterm, assume inevitabilmente contorni autocelebrativi. Il suo significato non sta nelle promesse, ma nel terreno su cui cadono. La politica estera americana non è più un capitolo della politica interna, ma ne è leva diretta, strumento di consenso, moltiplicatore o detonatore elettorale, gestione del ciclo elettorale con strumenti geopolitici. Quanto più la presidenza è sotto pressione interna – dal caso Epstein alla Corte Suprema sui dazi, fino alle tensioni sull’Ice – tanto più diventano necessari successi in politica estera.

Guerre, dazi, energia, catene del valore, incidono su inflazione, lavoro, mercati e voto. Ogni crisi esterna diventa per Trump prova domestica di controllo per imporre costi, proteggere l’industria americana, piegare avversari e disciplinare alleati.

La struttura della sua politica estera è triangolare. Su due lati stanno le crisi che Trump aveva promesso di chiudere rapidamente: Ucraina e Gaza. Il terzo lato è a geometria variabile. Quando uno dei due non produce risultati, si apre o si intensifica un altro fronte – Groenlandia, dazi, Venezuela, Iran – che riattiva la narrativa della forza. Se non mostri progressi su un dossier, devi produrre movimento su un altro.

In Ucraina prevale la logica del logoramento. Avanzate in metri, perdite elevatissime, guerra industriale. La variabile decisiva non è il territorio, ma il tempo. Mosca non ha elezioni. Washington sì. Se l’obiettivo è arrivare all’estate – in tempo per il 250° anniversario dell’indipendenza americana – con un risultato “presentabile”, si crea un’asimmetria. Chi ha una scadenza politica negozia sotto pressione e Mosca calibra le sue richieste sull’urgenza americana.

Gaza è il secondo lato del triangolo. Chi controlla sicurezza, flussi finanziari, ricostruzione e aiuti controlla l’esito politico. La crisi di Gaza e quella iraniana si saldano perché un’escalation contro Teheran sposterebbe l’attenzione dalla Cisgiordania ove continua l’erosione del territorio palestinese, rendendo meno realistico uno Stato palestinese. Un fronte può oscurarne un altro.

L’Iran è la forma più esplicita di negoziato sotto coercizione: diplomazia “con una flotta sul tavolo”. La logica è di accelerare l’esito rendendo credibile il costo. Ma in un sistema teologico-securitario dove la sopravvivenza del regime è il bene supremo, la pressione esterna può produrre moderazione o radicalizzazione. E la mobilitazione militare impone a Trump un risultato spendibile in patria, diplomatico o bellico.

Il terzo lato del triangolo si attiva quando i primi due non avanzano. Groenlandia e Artico non sono folklore ma geostrategia. Rotte polari, minerali critici, prevenzione della penetrazione ostile nelle Americhe. Lo stesso vale per il Venezuela: energia e contenimento di influenze russe e cinesi. Le pressioni su Cuba rientrano in questa stessa logica. L’energia è politica dei prezzi poiché finanzia guerre, incide sull’inflazione e pesa sulle urne.

In questa architettura, i dazi non sono solo protezionismo ma un randello geopolitico. L’accesso al mercato americano è una concessione revocabile e serve a rilocalizzare produzione, ridurre dipendenze, imporre disciplina. Ma il randello ha un costo. Se si traduce in inflazione o contro-dazi, la promessa di forza si scarica sui prezzi interni e la politica interna entra nel motore della politica estera.

La Cina è la variabile sistemica che collega tutto. La rivalità non è più una sequenza di tariffe, ma competizione su standard tecnologici, semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e materie prime critiche. L’operazione in Venezuela, le pressioni sull’Iran, le leve energetiche e le minacce tariffarie contro chi importa energia da Mosca sono strumenti indiretti nel confronto con Pechino. Servono a costruire potere negoziale energetico contro una Cina che può rispondere ai dazi Usa limitando l’export di terre rare. È una rivalità inseparabile dalla dipendenza.

In questo quadro l’Europa è alleato disprezzato e campo di frizione. Senza Europa non esiste architettura di sicurezza credibile sul fianco orientale. Ma è anche potenza regolatoria e le sue norme su dati, concorrenza e mercati digitali colpiscono le big tech americane. Il conflitto è dunque strutturale: sovranità di mercato contro sovranità regolatoria. Washington chiede più spesa militare e allineamento; Bruxelles difende autonomia normativa. Sullo sfondo emerge una convergenza americana con un’internazionale sovranista diffidente verso il multilateralismo europeo.

L’obiettivo è costruire un ordine in cui tutto è negoziabile e condizionabile – territorio, sanzioni, accesso ai mercati, protezione militare – modulando costi e benefici. È una strategia rischiosa poiché se gli alleati percepiscono impegni condizionati, si proteggono; se i rivali credono basti attendere la prossima scadenza elettorale, si irrigidiscono.

La domanda non è cosa viene promesso nel discorso sullo stato dell’Unione, ma cosa potrà essere sostenuto. Oggi ogni crisi è un test elettorale e ogni scelta elettorale produce un effetto strategico.


Sudafrica: rischia di annegare nell’acqua che non arriva

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Dalla nostra corrispondente dal Sudafrica

Non si è fatta attendere la decisione del Presidente Cyril Ramaphosa dieci giorni dopo il suo importante discorso alla nazione. Le misure più urgenti erano state annunciate per far fronte alla grave crisi dell’approvvigionamento di acqua che ha colpito un numero crescente di città e comuni di tutto il paese, al punto di essere percepito come una crisi nazionale. Le ragioni sono molteplici e mettono in luce le gravi carenze di gestione e di competenza in questo settore vitale. Responsabili in primis sono le amministrazioni comunali, a cui compete la gestione dell’approvvigionamento idrico.

Per anni, è stato impiegato personale tecnico non qualificato, scelto con criteri evidentemente politici. A ciò si aggiunge la mancanza di fondi sufficienti a garantire la distribuzione e la manutenzione delle infrastrutture, mancanza dovuta per lo più alla pervasiva mala gestione delle finanze comunali. Si calcola difatti che circa il 40% di tutta l’acqua disponibile viene persa a causa di condotte difettose, e mai riparate. Il Sudafrica dispone di 32.000 ingegneri, eppure i rubinetti rimangono vuoti. Fra la gente è palpabile una grande frustrazione e sfiducia, che seguono quella dovute anche alle frequenti interruzioni di energia e perfino di comunicazioni telefoniche.

Le misure annunciate da Ramaphosa sono volte a emanare segnali forti ai responsabili politici e ammnistrativi delle municipalità.

È stato creato, per cominciare, un  «Comitato Nazionale Crisi dell’Acqua » (National Water Crisis Committee) che dovrà assistere con personale tecnico e mezzi finanziari adeguati i comuni in difficoltà. Inoltre, 56 municipalità sono già state fatte oggetto di procedimenti penali per aver privato i loro cittadini di un bene fondamentale. Ramaphosa ha inoltre creato un fondo di investimento di 54 miliardi di Rand (2,7 miliardi di franchi svizzeri) gestiti direttamente dal governo centrale per garantire che vengano impiegati correttamente.

Dalle promesse si è dunque passati ai fatti. Si potrebbe dire che questa è una prova di fuoco sulla maturità della democrazia e delle promesse di un paese che ha pur saputo emanciparsi e diventare una democrazia attiva e disponibile a soluzioni creative, davanti alle sue puntuali crisi di crescita.

A Soshanguve (Pretoria) gli abitanti devono far capo a una tubatura rotta per procurarsi l’acqua necessaria per cucinare, lavarsi e bere


Willy Lubrini – Le azioni concrete dei cittadini contro la politica della paura e dell’esclusione

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Ai dibattito hanno preso parte

  • Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica (guarda il video)
  • Sonia Castro, docente didattica della storia DFA (guarda il video)
  • Daniele Piazza, giornalista a Berna (guarda il video)
  • Markus Krienke, professore di filosofia FTL (guarda il video)
  • Willy Lubrini, Mendrisiotto Regione Aperta (video in questa pagina)


Svizzera italiana: una sola rete (radio e TV), oppure radiotelevisione di Stato

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Di Urs P. Gasche, Infosperber

La giovane liberale Melanie Racine, co-promotrice dell’iniziativa “200 franchi bastano!” ha affermato recentemente che “secondo il suo istinto” i proventi del canone ridotto sarebbero sufficienti per consentire alla SSR di «offrire informazioni affidabili in tutte le lingue nazionali, istruzione, cultura e un’offerta di base di intrattenimento».

Racine ha però evitato di spiegare in modo plausibile come la SSR possa adempiere a questo compito con un canone ridotto e, di conseguenza, con meno programmi sportivi e di intrattenimento e quindi meno spettatori, e quindi anche con minori introiti pubblicitari.

Ha ignorato la valutazione completamente diversa espressa da Alfred Gantner due giorni prima sulla «NZZ». È un banchiere, esperto di cifre. È membro del consiglio di amministrazione della società di investimento Partners-Group e presidente del consiglio di amministrazione del gruppo orologiero Breitling. A livello politico, peraltro, Gantner è impegnato contro gli accordi quadro previsti tra la Svizzera e l’UE.

«Fondamentale per la democrazia»

Gantner è uno dei pochi che non usa mezzi termini riguardo all’iniziativa. Per lui è chiaro che la Svizzera occidentale e il Ticino hanno bisogno di una SSR forte.

«La Svizzera è un caso speciale: non è un’area linguistica uniforme, ma un Paese con quattro lingue nazionali. Chi vuole raggiungere l’intera popolazione deve produrre contenuti in tedesco, francese, italiano e romancio. Questo è costoso. Un mercato puramente commerciale si concentrerebbe inevitabilmente sulle aree con la maggiore copertura. Le aree linguistiche più piccole rimarrebbero indietro.

Qui risiede il compito centrale della SSR, a integrazione dei media privati. Essa garantisce che tutte le parti del Paese abbiano accesso all’informazione, alla cultura e al dibattito politico. Questo non è solo rilevante dal punto di vista della politica dei media, ma è anche fondamentale dal punto di vista democratico. […] Più volte all’anno siamo chiamati a formarci un’opinione fondata su questioni complesse. A tal fine è necessaria una base informativa comune e affidabile in tutte le lingue nazionali. L’iniziativa indebolisce proprio questa infrastruttura. Tratta la SSR come un qualsiasi attore di mercato e ignora le peculiarità strutturali del mercato dei media in un piccolo Stato multilingue».

La SRF trattiene solo il 40% dei proventi del canone della Svizzera tedesca

Per questo motivo politico-statale, all’interno della SSR si verifica una sovvenzione incrociata. Affinché la Svizzera occidentale e il Ticino possano ricevere programmi equivalenti a quelli della Svizzera tedesca, la SRF svizzero-tedesca cede il 60% dei suoi proventi del canone alla Svizzera occidentale e al Ticino (compresi 20 milioni per i romanci). La SRF trattiene solo il 40% dei proventi del canone. Questo è il prezzo del federalismo trilingue. Inoltre distribuisce i proventi degli spot pubblicitari secondo lo stesso criterio a favore della Svizzera romanda e del Ticino.

Chi vuole dimezzare il canone televisivo e radiofonico dovrebbe quindi indicare chiaramente le conseguenze per la Svizzera romanda e il Ticino:

  1. o la Svizzera romanda e il Ticino dovranno accontentarsi di un unico programma televisivo pubblico e di un unico programma radiofonico, oppure gli altri canali potrebbero trasmettere al massimo programmi acquistati o repliche;
  2. oppure la Confederazione dovrà aiutare la televisione e la radio di servizio pubblico con il denaro dei contribuenti.

Nel primo caso, i sostenitori del dimezzamento costringerebbero la Svizzera romanda e il Ticino a ridurre drasticamente la loro attuale offerta. Nel secondo caso, la Svizzera romanda e il Ticino si troverebbero ad avere un’emittente di Stato.

Ma i sostenitori dell’iniziativa in votazione l’8 marzo si rifiutano sistematicamente di trasmettere chiaramente questa informazione al pubblico.

Traduzione e adattamento a cura della redazione


Guerra in Ucraina: clima devastato, 311 milioni di tonnellate di CO2

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Di Lorenzo Tecleme, il manifesto

Quante emissioni climalteranti ha provocato l’invasione russa dell’Ucraina? A quattro anni dal momento in cui le prime colonne di carri armati hanno iniziato la loro marcia verso Kiev, uno studio ucraino prova a rispondere. Il numero a cui arrivano i ricercatori è notevole: 311 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Quanto la Germania in sei mesi o la Francia in un anno.

Quantificare l’impatto ambientale dei conflitti non è facile. Non solo è difficile fare rilevazioni sul campo per ovvie ragioni di sicurezza, ma soprattutto i dati relativi ai consumi degli eserciti sono rigorosamente secretati. Alcune stime arrivano a ipotizzare che oltre il 5% delle emissioni globali siano dovute al settore militare nel suo insieme, ma non esiste un consenso sul tema. Lo studio relativo alla guerra in Ucraina è stato condotto dall’Initiative on Ghg Accounting of War, un collettivo di scienziati che dall’inizio del conflitto cerca di tenere traccia dell’impatto climatico dell’invasione. L’aggiornamento più recente, il settimo, è stato pubblicato due giorni fa. Nell’ultimo anno la guerra ha provocato 75 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, portando il totale dal 24 febbraio 2022 a quelle 311 milioni di tonnellate da cui siamo partiti.

I ricercatori dividono le emissioni in base alla loro origine: le attività militari, gli incendi causati dal fuoco di artiglieria, gli attacchi alle infrastrutture energetiche, i trasporti dei milioni di profughi, il carburante extra bruciato dai voli civili costretti a non sorvolare i cieli russi ed ucraini e, infine, le stime relative alla ricostruzione delle città e delle infrastrutture distrutte nei bombardamenti.

Gli eserciti si mangiano la maggioranza relativa della torta, con un 37% del totale delle emissioni riconducibili a caccia e carri armati, ma ricostruzione e incendi seguono a stretta distanza, appaiati al 23% ognuno. La crescita maggiore nell’ultimo anno si deve agli incendi. L’Ucraina esce da alcune stagioni estive eccezionalmente calde e secche, che hanno reso più devastanti i roghi nati dal fuoco di artiglieria. Incendi che, peraltro, spesso i pompieri non possono nemmeno provare a spegnere perché è troppo pericoloso avvicinarsi alle fiamme in zone di combattimento.

«Il paradosso è che il cambiamento climatico accentua queste condizioni meteorologiche sfavorevoli» ci spiega l’olandese Lennard de Klerk, il coordinatore del gruppo di ricerca che ha coinvolto soprattutto ricercatori ucraini. De Klerk da alcuni mesi vive in Italia, ma anche dal nostro Paese continua a occuparsi di Ucraina. «Non è stato facile condurre questa ricerca.

Innanzitutto è qualcosa di mai fatto prima. E in secondo luogo, molti dati sono difficili da reperire. Nessuno dei due eserciti rende noto il proprio consumo di carburante, ad esempio». Notevolmente, vista l’atmosfera di inevitabile polarizzazione, gli scienziati hanno tenuto in conto le emissioni di entrambi i fronti. Nel conteggio ricadono sia i carri armati russi sia quelli ucraini, gli attacchi alle centrali a gas ucraine ma anche quelli alle raffinerie in territorio russo. Lo scorso novembre – durante l’ultimo summit sul clima delle Nazioni Unite, la Cop30 di Belém – il governo ucraino ha annunciato l’intenzione di chiedere risarcimenti per i danni climatici provocati dall’invasione russa. Studi come quello di de Klerk e i suoi colleghi servono anche a dare a questa richiesta una base scientifica.

A giugno del 2025 un pre-print di un gruppo di ricerca britannico aveva provato a stimare le emissioni di un altro conflitto, il genocidio israeliano a Gaza, arrivando a una cifra vicina alle 31 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Le guerre, oltre alle vittime e alla devastazione che lasciano sul momento, hanno sempre degli effetti a lungo termine. E gli impatti sul clima appartengono a questa seconda categoria. Nel caso della guerra russo-ucraina, poi, c’è un fenomeno indiretto ma rilevante. A partire da questa guerra, la Nato ha deciso di giustificare il suo enorme piano di riarmo. Un piano difficilmente compatibile con le raccomandazioni della comunità scientifica: secondo uno studio di Scientists for Global Responsibility, in dieci anni potrebbe creare 1.132 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. La tragica ironia è che l’instabilità climatica è uno dei fattori che rischia di portare a nuovi conflitti. «La guerra e il cambiamento climatico si rinforzano mutuamente» conclude de Klerk.


Fermare l’IA “prima che sia troppo tardi”

Il suo popolo è abbandonato da Trump e Putin 

La Repubblica

Un’IA non ha bisogno di “avere sentimenti” o “odiare l’umanità” per decidere, in nome dell’efficienza, che la nostra esistenza è un ostacolo ai suoi obiettivi.

È ciò che sostengono Eliezer Yudkowsky e Nate Soares, due dei massimi esperti di rischi legati all’intelligenza artificiale, nel loro libro “Prima che sia troppo tardi”, edito in Italia da Mondadori, che mette in guardia su un futuro popolato da macchine più intelligenti e capaci degli esseri umani.

In America il titolo del loro saggio è ancora più crudo: “Se qualcuno la costruisce, tutti quanti muoiono”.

Da quando è comparsa ChatGpt, le visioni apocalittiche di scienziati ed esperti riaffiorano ciclicamente. Nel 2023 Elon Musk e altri innovatori firmarono una lettera in cui si chiedeva di fermare per sei mesi lo sviluppo dell’IA.

Un appello inascoltato. “Ma la minaccia – dice Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research (MIRI) – è reale”.

Qual è il meccanismo più plausibile attraverso il quale un sistema di IA altamente capace potrebbe diventare pericoloso?

“Potremmo finire schiacciati da fabbriche automatizzate che costruiscono altre fabbriche, o morire nell’oscurità perché nuovi pannelli solari galleggianti sottraggono ogni raggio di luce per alimentare i calcoli dell’IA, o ancora soccombere al calore perché le macchine iniziano a far bollire gli oceani per raffreddare i propri processori. La partita è persa nel momento in cui creiamo una specie che pensa meglio di noi e che gestisce le proprie risorse senza considerarci”.

Ma perché le persone potrebbero essere percepite dall’IA come un ostacolo?

“In primo luogo, se gli uomini hanno creato una superintelligenza, potrebbero crearne una seconda che rappresenterebbe una minaccia competitiva per la prima; di conseguenza, eliminare i creatori serve a prevenire la concorrenza. In secondo luogo, gli esseri umani potrebbero tentare di spegnere l’IA, diventando una minaccia diretta alla sua operatività. Infine, mantenere in vita la nostra specie è un inutile dispendio di risorse in un contesto in cui la proliferazione di infrastrutture di calcolo potrebbe innalzare le temperature globali a livelli per noi letali. Per l’IA, noi siamo semplicemente un fastidio logistico”.

Eppure ancora oggi molti sono scettici sulle reali capacità di questa tecnologia.

“A chi ha scoperto l’IA solo con ChatGpt, il sistema può sembrare goffo. Ma nel lungo periodo si nota come una piccola intuizione scientifica abbia improvvisamente permesso alle macchine di parlare. E molto più velocemente di quanto previsto dagli esperti. Il vero interrogativo è cosa accadrà alla prossima svolta rivoluzionaria”.

Quale scenario ipotetico la spaventa di più?

“Se le macchine decidessero di eliminarci attivamente, basterebbe un virus ingegnerizzato. Non servirebbe alcuna forza bruta”.

Non è più plausibile che un disastro sia provocato dall’uso irresponsabile dell’IA da parte di una persona?

“Un’intelligenza artificiale sufficientemente potente non resta al guinzaglio di nessuno. Se l’umanità crea sistemi capaci di mantenere la propria infrastruttura, moriremo tutti, a prescindere da chi ha premuto il tasto d’invio o da chi pensa di poterla usare in modo scorretto. Chi crea una superintelligenza non ne diventa il proprietario; è la superintelligenza a possedere il pianeta. Certo, esiste il rischio che dei terroristi utilizzino versioni meno avanzate per creare virus letali, ed è un pericolo che dobbiamo prevenire”.

Quali misure considera realistiche per ridurre i rischi legati all’IA?

“Credo fermamente che l’unica soluzione sia congelare la ricerca. Non esiste un modo sicuro per creare una nuova specie più intelligente dell’uomo, specialmente quando queste entità vengono “coltivate” e non progettate meccanicamente, tanto che nemmeno i loro creatori sanno come funzionano realmente”.

Come si può convincere il mondo che fermarsi è l’unica possibilità di salvezza per la specie?

“Il primo passo indispensabile è che i leader politici comprendano la reale entità del pericolo. Se capiscono che la posta in gioco è l’estinzione, possono avviare trattative diplomatiche per impedire a chiunque di continuare la scalata. Implementare controlli sui chip, per esempio, non sarebbe così difficile: sono componenti complessi da produrre e relativamente facili da tracciare. La diplomazia deve partire dalla consapevolezza del rischio comune”.

Nell’immagine: Nate Soares (a sinistra) e Eliezer Yudkowsky