Daniele Piazza – La tentazione inconfessabile delle destre “per bene”

L'intervento del giornalista, già corrispondente da Berna, nel dibattito "Remigrazione è deportazione" organizzato dal PS di Lugano e da Naufraghi/e in risposta alla paventata manifestazione neofascista che avrebbe dovuto tenersi in città il 21 febbraio 

Ai dibattito hanno preso parte

  • Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica (guarda il video)
  • Sonia Castro, docente didattica della storia DFA (guarda il video)
  • Daniele Piazza, giornalista a Berna (video in questa pagina)
  • Markus Krienke, professore di filosofia FTL (guarda il video)
  • Willy Lubrini, Mendrisiotto Regione Aperta (guarda il video)


Sergio Rossi – Ticino sempre maglia nera, è il Cantone con più povertà

L'intervento del giornalista, già corrispondente da Berna, nel dibattito "Remigrazione è deportazione" organizzato dal PS di Lugano e da Naufraghi/e in risposta alla paventata manifestazione neofascista che avrebbe dovuto tenersi in città il 21 febbraio 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Sonia Castro – I nuovi fascismi usano la democrazia come un cavallo di Troia

L'intervento del giornalista, già corrispondente da Berna, nel dibattito "Remigrazione è deportazione" organizzato dal PS di Lugano e da Naufraghi/e in risposta alla paventata manifestazione neofascista che avrebbe dovuto tenersi in città il 21 febbraio 

Ai dibattito hanno preso parte

  • Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica (guarda il video)
  • Sonia Castro, docente didattica della storia DFA (video in questa pagina)
  • Daniele Piazza, giornalista a Berna (guarda il video)
  • Markus Krienke, professore di filosofia FTL (guarda il video)
  • Willy Lubrini, Mendrisiotto Regione Aperta (guarda il video)


Il Canton Ticino chiederà di violare la Costituzione federale?

L'intervento del giornalista, già corrispondente da Berna, nel dibattito "Remigrazione è deportazione" organizzato dal PS di Lugano e da Naufraghi/e in risposta alla paventata manifestazione neofascista che avrebbe dovuto tenersi in città il 21 febbraio 

Dunque, la maggior parte dei deputati al Gran Consiglio chiede al parlamento federale di violare la Costituzione, dimenticando l’impegno preso solennemente di rispettarla.

Si tratta naturalmente della decisione sugli Accordi Bilaterali III, per la quale il Consiglio federale propone al parlamento di sottoporla al referendum facoltativo (raccolta di firme e maggioranza del popolo) e non al referendum obbligatorio (votazione in ogni caso e maggioranza di popolo e Cantoni). La decisione spetta al parlamento federale.

La maggioranza del Gran Consiglio chiede al Consiglio di Stato di «esercitare pressione sul Consiglio federale e sull’Assemblea federale affinché, in caso di un’eventuale votazione federale, oltre alla maggioranza del popolo sia richiesta anche la maggioranza dei Cantoni (referendum obbligatorio relativo ai trattati internazionali)».

 Non insisto sul linguaggio vagamente mafioso («esercitare pressione»), ma rileggo i testi costituzionali in merito (art. 140 e 141):

Art. 140 Referendum obbligatorio

Sottostanno al voto del Popolo e dei Cantoni:

[…]

b. l’adesione a organizzazioni di sicurezza collettiva o a comunità sopranazionali;

[…]

Art. 141 Referendum facoltativo

1 Se 50 000 aventi diritto di voto o otto Cantoni ne fanno richiesta entro cento giorni dalla pubblicazione ufficiale dell’atto, sono sottoposti al voto del Popolo:

[…]

d. i trattati internazionali:

1. di durata indeterminata e indenunciabili,

2. prevedenti l’adesione a un’organizzazione internazionale,

3. comprendenti disposizioni importanti che contengono norme di diritto o

per l’attuazione dei quali è necessaria l’emanazione di leggi federali.

Con i Bilaterali III non si tratta di aderire alla NATO o all’Unione Europea Art. 140) , ma di un trattato internazionali secondo l’art. 141 cpv. 1, lett. d.

Gli stessi parlamentari sono coscienti di chiedere una violazione della Costituzione: con un’iniziativa cantonale chiedono infatti di modificarla: 

Art. 140 cpv. 1, lett. b. bis (nuova) 

i trattati internazionali che comportano per la Svizzera un obbligo generale di ripresa dinamica             del diritto di un’organizzazione sopranazionale o internazionale dotata di poteri normativi, che istituiscono meccanismi vincolanti di sorveglianza o di composizione delle controversie idonei a incidere sull’autonomia legislativa o giudiziaria della Confederazione o dei Cantoni; segnatamente gli accordi istituzionali con l’Unione europea.

Allora è esplicito: si intende intralciare il processo di approvazione dei Bilaterali III con l’Unione Europea! In una norma transitoria si chiede addirittura che questo nuovo articolo sia applicato anche dopo un’eventuale approvazione parlamentare o popolare degli accordi, rendendola invalida.

Il furore anti-europeo dei proponenti non permette loro di notare che i criteri per un referendum obbligatorio del loro nuovo testo non si applicherebbero ai Bilaterali III !

Essi infatti non prevedono «un obbligo generale di ripresa dinamica del diritto» dell’UE: negli ambiti regolati dagli accordi la ripresa dell’evoluzione del diritto comunitario sarà recepita dalla Svizzera secondo i suoi metodi democratici e federalisti. In caso di conflitto non saremo più esposti a ritorsioni politiche, ma la composizione delle controversie avverrà innanzitutto in seno al comitato misto dell’accordo in questione. Solo in caso di mancato raggiungimento di un consenso ciascuna Parte potrà sottoporre la controversia a un tribunale arbitrale paritario. Alla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ci si rivolgerà solo per l’interpretazione di una nozione di diritto dell’UE.

Il riferimento («segnatamente») agli accordi istituzionali con l’Unione europea serve solo a creare ambiguità con la prima parte: problema che si vede spesso nel caso di proposte non ben ragionate. L’iniziativa popolare federale «No a una Svizzera membro passivo dell’UE» (detta «iniziativa bussola»!) ha almeno il pregio di evitare queste ambiguità. Ed è stata consegnata l’agosto scorso. Sfugge dunque a questo punto il senso della pasticciata iniziativa cantonale della maggioranza del Gran Consiglio.

Il loro fervore per il referendum obbligatorio non si fonda sull’importanza dell’opinione dei cantoni, ma solo sul peso molto maggiore che i voti in alcuni Cantoni piccoli e tradizionalisti avrebbero nei confronti di altri Cantoni: «Il voto di una cittadina o un cittadino del Canton Uri conta oggi più di trenta volte quello di (per esempio) una o uno zurighese» (dal rapporto di minoranza di Daria Lepori).

Rinunciare ad «esercitare pressione» a Berna e a lanciare iniziative ambigue sarebbe segno di maturità politica per il Gran Consiglio ticinese.

Carlo Lepori, vice-presidente Movimento europeo Svizzera


La tassa Trump: i dazi hanno colpito imprese e famiglie Usa

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Di Roberto Ciccarelli, il manifesto

I dazi di Trump sono stati pagati soprattutto dai consumatori e dalle imprese negli Stati Uniti. Lo ha sostenuto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta al 32° congresso Assiom Forex di Venezia dove ieri ha spiegato il fallimento di uno dei pilastri della narrativa trumpiana: l’idea che le barriere doganali siano un costo per gli altri paesi. I dazi sono invece un «onere» che ha gravato quasi interamente sul suo mercato interno. L’illusione di far pagare il conto agli esportatori stranieri si è infranta contro l’evidenza dei flussi finanziari e dei prezzi al consumo. Gli operatori esteri hanno assorbito appena il 10% del costo delle tariffe, mentre il restante 90% è stato pagato da imprese e famiglie americane.

PRIMA CHE LA CORTE SUPREMA degli Stati Uniti li bocciasse, i dazi di Trump si erano già trasformati in una tassa interna occulta che ha alimentato l’inflazione per oltre mezzo punto percentuale, colpendo le fasce di reddito più basse per le quali la spesa in beni di prima necessità incide maggiormente sul reddito disponibile. Mentre il Pil americano è cresciuto del 2,5%, sostenuto da una domanda interna e dagli investimenti nel settore tecnologico, i salariati hanno visto il proprio reddito reale eroso dai prezzi gonfiati. Al contrario di quanto promesso da Trump, la protezione doganale ha agito come un freno strutturale, rendendo le catene di fornitura più opache, lente e costose.

IL DISAVANZO COMMERCIALE degli Stati Uniti è rimasto invariato perché il protezionismo non può correggere squilibri macroeconomici strutturali, come il divario tra risparmi interni e investimenti. In compenso ha caricato di tasse l’importazione di beni di consumo e ha colpito il portafoglio dei propri cittadini, soprattutto quello dei più poveri. In altri termini, la «guerra» trumpiana dei dazi altro non è che una nuova forma di «lotta di classe dall’alto».

PER PANETTA è in corso una «frammentazione» che sta ridisegnando i confini del mercato globale, ma senza arrestarne i flussi. Come evidenziato nella relazione, il Governatore ha sottolineato come il commercio internazionale abbia mostrato una resilienza inaspettata, crescendo del 4% annuo nonostante le barriere protezionistiche. Il sistema si sta adattando attraverso una riconfigurazione delle rotte e l’apertura a nuovi mercati. Panetta ha citato i casi dell’India e dei paesi del Mercosur come esempi di aree che stanno assumendo un ruolo centrale in questa nuova economia degli scambi. Se per i beni di consumo il disaccoppiamento Usa-Cina è un’illusione statistica alimentata dalle triangolazioni — che vedono il Vietnam e il Messico come nodi di un transito di merci che restano cinesi — nei settori tecnologici strategici la rottura è reale. È un mondo diviso in blocchi dove la convenienza economica è sacrificata sull’altare della realpolitik, termine che Panetta ha utilizzato per denunciare un contesto in cui sicurezza e geopolitica sono ormai «componenti essenziali delle scelte economiche».

L’ITALIA si trova su un crinale pericoloso. Panetta ha descritto una realtà che stride con l’ottimismo del governo Meloni. L’attuale modello di crescita basato sulla compressione salariale è insostenibile. Se l’esecutivo celebra i record occupazionali, Bankitalia ha avvertito che l’aumento dei posti di lavoro è solo un palliativo che maschera una produttività stagnante da vent’anni. L’inerzia strutturale, a cui il governo Meloni dà una grande mano, toglie forza contrattuale nel momento in cui l’unica via per sostenere retribuzioni dignitose sarebbe un salto di qualità tecnologico, di cui però non c’è traccia.

IL PROGETTO tracciato da Panetta per evitare il declino – la costruzione di una «sovranità europea» basata su un mercato dei capitali integrato e un debito pubblico comune sovranazionale – si scontra con una realtà politica continentale a sua volta frammentata. L’architettura finanziaria appare ostaggio di governi incapaci di superare i veti incrociati e di attuare un salto d’integrazione, cercato, ma non ancora trovato. La cronaca recente ha mostrato l’Europa di von der Leyen pronta ad accettare i dazi di Trump con la gratitudine di un servo intimorito. Il fallimento (non definitivo) dei dazi trumpiani non basta a realizzare oggi un progetto politico, quello indicato da Panetta che ha ispirato i rapporti di Mario Draghi e di Enrico Letta. L’irrilevanza politica può anzi essere lo stimolo per riaffermare pericolosi primati nazionali in Europa, una deriva alimentata dalla crisi del modello esportatore della Germania, che spinge Berlino a cercare vie d’uscita solitarie a scapito del progetto indicato anche da Panetta.

Nell’immagine: Fabio Panetta, governatore Banca d’Italia, al congresso Assiom Forex


Lo scisma transatlantico

L'intervento del giornalista, già corrispondente da Berna, nel dibattito "Remigrazione è deportazione" organizzato dal PS di Lugano e da Naufraghi/e in risposta alla paventata manifestazione neofascista che avrebbe dovuto tenersi in città il 21 febbraio 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Martedì 24 febbraio scocca il quarto anniversario del fallito colpo di Stato russo a Kiev. L’Operazione militare speciale che secondo Putin avrebbe riportato l’Ucraina nella sfera imperiale russa si è trasformata in una carneficina infinita senza sbocco strategico. Americani e britannici, informati nei dettagli dell’invasione russa, erano convinti che nel giro di un paio di settimane un oligarca filorusso, Viktor Medvedchuk, avrebbe formato a Kiev una giunta di obbedienza moscovita. Bidenoffriva a Zelensky di trasportarlo a Leopoli, che Putin prometteva di non toccare perché “polacca”, o di rifugiarsi all’estero per allestire un governo in esilio. L’obiettivo degli americani era di impantanare i russi in Ucraina come i sovietici in Afghanistan (1979-89) per indebolirli. Armando gli ucraini per questo, non per vincere. Sei anni all’obiettivo.

Era il 24 febbraio 2022. Quel giorno alla sede diplomatica italiana a Mosca l’addetto militare Roberto Vannacci assicurava l’ambasciatore Giorgio Starace che i russi sarebbero penetrati in Ucraina «come un coltello nel burro». Convinzione diffusa tra gli atlantici. Per Mosca si trattava della restituzione con interessi del colpo di Stato a Kiev appoggiato otto anni prima da Washington e Londra sull’onda dell’Euromaidan. Al culmine di quegli eventi, il vicesegretario di Stato Usa Victoria Nuland, mente dell’operazione, era stata intercettata mentre scandiva al telefono il famoso «Europa vaffanculo!».

Oggi quel «Fuck off Europe!» è il basso continuo del modo americano di rapportarsi agli “alleati” europei. La rottura transatlantica preannunciata da Nuland ha (auto) escluso gli europei dai tavoli negoziali con cui Trump cerca di fermare la guerra trattando direttamente con russi e ucraini.

Ne consegue scisma transatlantico. Esito della differenza di interessi e di valori tra americani ed europei. Ancor più forte all’interno dell’Unione Europea, motore che ha invertito la rotazione: ci divide anziché unirci. Tra gli esangui leader continentali nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Attenderemo a lungo un Carney europeo che abbia il coraggio di chiamare il bluff.

Quanto agli americani, non sopravvalutiamo Trump. È dalla fine della guerra fredda che a Washington si è deciso di ridurre l’impegno in Europa. Per il semplice motivo che gli Stati Uniti stavano da noi non per i nostri begli occhi ma per proteggersi dai sovietici. L’equazione nucleare concordata con Mosca prevedeva che lo scambio di atomiche sarebbe avvenuto sul continente europeo, non in America né in Unione Sovietica. Tutto tragicamente logico. I nostri governi ne erano perfettamente coscienti.

La pietra d’inciampo su cui è franata la famiglia euroatlantica è la Russia. Per gli Stati Uniti la guerra di Ucraina ha dimostrato che Mosca non potrà mai dominare l’Europa, visto che al quarto anno di guerra non ha preso nemmeno tutto il Donbass. Ma se nessuno minaccia l’Europa, argomentano a Washington, perché e da chi dovremmo difendervi? Molti europei obiettano: dei russi non possiamo fidarci. Senza di voi americani non possiamo difenderci. Eppoi con voi in Europa per ottant’anni non ci siamo fatti la guerra. Se ci abbandonate rischiamo di ricominciare. Né ci rassicura il riarmo della Germania, che potrebbe culminare nell’atomica tedesca.

Il disimpegno americano non sarà tanto quantitativo quanto strategico. L’Europa che interessa il Pentagono è quella che affaccia sull’Artico, nuovo baricentro geopolitico dove si deciderà la competizione tra Cina e Stati Uniti e dove Trump vorrebbe contare su Putin per contenere Xi in proiezione polare. Vasto programma. Per il momento l’America ci offre il comando Nato di Napoli — occasione da sfruttare — e ci invita a spostare truppe (alpine?) nel Grande Nord — opzione discutibile.

Ma sarebbe per noi imperdonabile lasciare che l’Ucraina finisca di bruciare. Equivarrebbe ad accettare la destabilizzazione permanente di tutte le terre comprese tra Trieste e la Russia. Non abbiamo bisogno di una Grande Balcania sul fronte orientale. Una vera pace è impossibile. È invece imperativa una tregua paneuropea garantita da America, Russia e Cina per impedire la balcanizzazione delle Ucraine e favorirne la ricostruzione. Per noi gli ucraini non sono mujahidin e i russi non sono sovietici. Roma se ci sei batti un colpo.

Nell’immagine: Leopoli (Ucraina), 21 febbraio: l’omaggio alle tombe dei soldati ucraini morti in guerra 


Non tutto sullo stesso piano!

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Dopo qualche esitazione, Lugano ha deciso: niente sfilata dell’estrema destra neofascista e neonazista. E con perentoria sentenza è pure vietato il presidio antifascista. Precisano le Autorità cittadine: non interessano i contenuti e soprattutto non si parteggia né per gli uni né per gli altri; quello che importa è l’ordine pubblico e l’incolumità delle persone e delle cose. Mi chiedo: e l’incolumità delle idee che reggono il nostro Stato di diritto chi la protegge dalle aggressioni? Al netto della violenza degli imbecilli per professione (che restano imbecilli e non hanno appartenenza politica) non si può porre sullo stesso piano, come sembra dire il Municipio di Lugano, le manifestazioni antifasciste e le manifestazioni nazifasciste.

Per una ragione elementare: le prime sono per lo Stato di diritto, le seconde contro lo Stato di diritto, le prime rivendicano il rispetto della dignità delle persone e pretendono meno massacri di Gaza in giro per il mondo, le seconde difendono le discriminazioni, l’espulsione di massa (detta, con termine gentile, remigrazione), il suprematismo bianco, il diritto all’odio. E i simboli esibiti da questi ultimi non lasciano dubbi sul tipo di società che gli “etnopatrioti” dalla mente ottenebrata intendono perseguire. Quindi dire che ogni manifestazione deve godere della libertà di espressione e le distinzioni non sono lecite è segno di analfabetismo politico. John Stuart Mill (1806-1873) , economista e massimo esponente del liberalismo, con la sua celebre “teoria del danno”(harm principle) ci insegna che la libertà è sacra e può essere limitata quando determinati comportamenti minacciano gli ordinamenti democratici che debbono garantire la libertà di tutti.

Al netto dei citati imbecilli che fanno della violenza la loro meta, chi sfila per Gaza, con la testa sulle spalle e con netta coscienza del problema, non contesta lo Stato di diritto, al contrario lo rivendica. Chi sfila con le croci celtiche, gli Eia Eia Alalà, le mascelle prominenti e tutto l’armamentario che ben conosciamo manifesta tutt’altre intenzioni, piuttosto malevoli nei confronti del nostro ordinamento. Li mettiamo sullo stesso piano?

Tanto tempo fa – metà anni Settanta – conobbi Leo Valiani: nominato da Pertini senatore a vita, tra i grandi dell’antifascismo e della Resistenza, pagò con il confino e la prigione le sue convinzioni. Delle sue lezioni ricordo una frase insistita: democrazia e libertà si possono spezzare in ogni momento ed è necessario difenderle ogni giorno. Era, Leo Valiani, l’intellettuale impegnato che difese le sue convinzioni con l’azione. Ci insegna che non si difende le nostre democrazie mettendo tutto sullo stesso piano.

Dunque, di fronte alle quotidiane aggressioni che le democrazie liberali debbono sopportare, ben vengano le manifestazioni a sostegno e a difesa di libertà e democrazia. E si sfili a protestare verso chi ritiene che la politica della forza è quella che conta. E, per favore, non si invochi la quiete pubblica per giustificare ogni forma di disimpegno: può apparire come una resa alla brutalità degli imbecilli e una ottusa incapacità di distinguere fra amici e nemici. Non lo dico io, lo dice la storica Anna Foa: è necessario ricordare i principi su cui è stata costruita nel 1945 la nostra resurrezione: è necessario per poter immaginare nuovamente un futuro. Fin che siamo ancora in tempo.

Scritto per laRegione

Nell’immagine: il Popolo e Libertà del 26 gennaio 1935, in seguito al tentativo di assalto dei fascisti luganesi al Gran Consiglio, respinto con fermezza dalla popolazione: “I fascisti hanno provocato. La lezione che hanno ricevuto è stata dura”


Il remigrazionista

L'intervento del giornalista, già corrispondente da Berna, nel dibattito "Remigrazione è deportazione" organizzato dal PS di Lugano e da Naufraghi/e in risposta alla paventata manifestazione neofascista che avrebbe dovuto tenersi in città il 21 febbraio 


Marco Chiesa, riflesso cristallino della politica UDC. Al servizio dei potenti

L'intervento del giornalista, già corrispondente da Berna, nel dibattito "Remigrazione è deportazione" organizzato dal PS di Lugano e da Naufraghi/e in risposta alla paventata manifestazione neofascista che avrebbe dovuto tenersi in città il 21 febbraio 

L’intervento di Marco Chiesa apparso sul Corriere del Ticino del 18 febbraio contribuisce, in modo neppure troppo velato, a normalizzare la presenza e l’azione di organizzazioni fasciste attive sul territorio. Non si tratta di una semplice opinione, bensì di una constatazione: sostenere che tali forze avrebbero quantomeno rispettato la procedura di autorizzazione, mentre gli antifascisti si collocherebbero fuori dal perimetro della legalità per non aver richiesto un permesso nell’esercizio di un diritto costituzionale fondamentale, equivale a diffondere l’idea che il cosiddetto “Fronte nazionale elvetico” risulterebbe, dopotutto, più rispettabile perché conforme all’ordinamento giuridico.

Si sorvola inoltre su un elemento tutt’altro che secondario: il presidio antifascista rappresenta anche una risposta alle decisioni del Municipio di Lugano, che aveva negato l’autorizzazione a una manifestazione di matrice fascista per ragioni di ordine pubblico, e non certo perché i contenuti promossi contrastano radicalmente con i principi dell’ordinamento democratico e legale, tanto evocati dallo stesso Chiesa. D’altra parte, da un sostenitore di Roberto Vannacci difficilmente ci si potrebbe attendere una posizione diversa.

Il contributo di Chiesa offre ulteriori spunti di riflessione, utili per comprendere la natura dell’UDC e l’orientamento dei suoi dirigenti più oltranzisti. Il partito si presenta come difensore dei “valori nazional-popolari”, accuratamente rivestiti di una retorica interclassista, ma svolge in realtà il ruolo di forza politica di riferimento nell’attuazione di politiche neoliberali, il cui obiettivo concreto è la tutela degli interessi della borghesia. Lo scritto di Chiesa costituisce un esempio emblematico dell’ambiguità e delle distorsioni narrative attraverso cui l’UDC tende a occultare e confondere il proprio ruolo politico.

Nel passaggio dedicato ai possibili disagi derivanti dal presidio antifascista previsto per oggi, sabato 21 febbraio, Chiesa afferma che «ogni franco speso per contenere disordini è un franco sottratto a scuole, anziani, manutenzione e sicurezza quotidiana». È opportuno ricordare che Marco Chiesa ricopre la carica di municipale responsabile delle finanze cittadine. Nel maggio 2025 ha presentato un primo pacchetto di tagli strutturali alla spesa pubblica per il triennio 2025-2027, per un ammontare di 13,8 milioni di franchi.

Tali misure incidono direttamente anche sulla scuola, sugli aiuti sociali, sulla cultura e sul personale comunale. Tra gli esempi più significativi figurano l’eliminazione dei fondi per la settimana di colonia a Mascengo destinata alle classi di quarta e quinta elementare, la riduzione dei contributi per le attività extrascolastiche degli allievi delle scuole medie, nonché consistenti decurtazioni ai finanziamenti destinati alla Fondazione per la Facoltà dell’Università della Svizzera italiana, al Museo d’arte della Svizzera italiana (MASI) e al LAC Lugano Arte e Cultura. Parallelamente, il Municipio ha annunciato interventi sul personale, prevedendo di non sostituire le partenze dovute a pensionamenti o ad altre ragioni.

Si delinea così un progressivo deterioramento del servizio pubblico e delle condizioni di lavoro dei dipendenti comunali: una riduzione dell’organico inevitabilmente compromette la qualità e la continuità delle prestazioni offerte alla cittadinanza. Nel preventivo 2026 è stato inoltre prospettato un secondo pacchetto di tagli, per complessivi 22,9 milioni di franchi da realizzarsi tra il 2028 e il 2030. A ciò si aggiunge l’aumento del moltiplicatore d’imposta per le persone fisiche, entrato in vigore il 1° gennaio 2026, giustificato dalla necessità di finanziare i costi del PSE. In questo caso, evidentemente, non emergono particolari remore nel sottrarre risorse alla popolazione attraverso una contrazione dei servizi e un incremento del carico fiscale.

L’UDC, del resto, ha costruito una parte rilevante del proprio consenso sostenendo con fermezza politiche di riduzione della spesa pubblica. L’azione di Chiesa si inserisce coerentemente in questa linea.

Nel medesimo intervento, Chiesa esprime accorate preoccupazioni per i presunti disagi subiti dalla cittadinanza luganese a causa di manifestazioni non autorizzate: «In mezzo ci sono i cittadini: residenti bloccati da vie occupate, commercianti che vedono svanire la clientela, persone che hanno semplicemente diritto a vivere la città senza transenne e sirene»
Una sensibilità che appare tuttavia selettiva. Il giorno successivo, sempre sul Corriere del Ticino, veniva pubblicato un avviso relativo al corteo dei tifosi in occasione dell’incontro tra FC Lugano e FC Lausanne-Sport, con la previsione di blocchi totali e chiusure stradali estese: «Corteo dei tifosi: le strade chiuse / In occasione dell’incontro di calcio che si terrà domenica 22 febbraio alle 16.30, tra il FC Lugano e il FC Losanna, saranno da prevedere disagi alla circolazione stradale a causa del corteo della tifoseria ospite. Dalle 14.55 fino alle 15.45, la tifoseria dell’ospite si sposterà a piedi per raggiungere Cornaredo” e via di questo passo…

In circostanze simili, le limitazioni alla circolazione e i costi per l’ordine pubblico non sembrano più suscitare analoga indignazione. I cittadini non vengono più descritti come ostaggio degli eventi, né le risorse impiegate per la gestione della sicurezza vengono presentate come sottratte ad altri ambiti essenziali. Al contrario, tali eventi vengono frequentemente associati a ricadute economiche positive per la città.

I dirigenti dell’UDC destano preoccupazione non solo per la progressiva legittimazione di orientamenti politici sempre più autoritari e repressivi, ma anche per gli effetti concreti delle politiche promosse. Dietro la retorica della difesa del “popolo ticinese” si consolidano misure che incidono negativamente sulle condizioni di vita e sui diritti di chi dispone unicamente del proprio reddito di salariato. In un contesto di crescente disagio sociale, i responsabili vengono individuati altrove: nei lavoratori stranieri, nei movimenti che rivendicano maggiori diritti, o in chi denuncia le disuguaglianze.

Un’analisi attenta della linea politica dell’UDC consente invece di individuare con chiarezza gli interessi effettivamente tutelati: quelli delle classi dominanti.

Matteo Poretti, sindacalista, è responsabile MPS del Luganese
Nell’immagine: disagi per i cittadini. Manifestazione politica? No, partita di calcio


Ezio Mauro – La democrazia non è una risorsa naturale. È una costruzione umana, e richiede fatica

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