Sergio Rossi – Il tentativo dell’UE di passare da 27 a un solo mercato: “mission impossible”, o quasi

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Il Ticino lo ha detto chiaramente: «Teniamoci stretta la RSI!»

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

Di Annika Lutzke, WOZ

Con 15 gradi e il sole che splende, la gente arriva a poco a poco nella piazza davanti alla stazione. Dagli altoparlanti risuona musica reggae, mentre gli incaricati riempiono instancabilmente palloncini gialli con l’elio. Quella che sembra una festa di strada è in realtà una delle più grandi manifestazioni che Bellinzona abbia visto negli ultimi anni.

Secondo gli organizzatori, sabato 7 febbraio 6000 persone hanno manifestato a favore di una SSR forte e indipendente e contro l’iniziativa dell’UDC che ne prevede il dimezzamento (la polizia ha contato invece 2000 persone). Sui palloncini spiccano cuori rossi che racchiudono il logo della RSI, accompagnato dalla scritta «teniamocela stretta».

Chi non porta un palloncino sventola una bandiera rossa del sindacato dei media SSM. Quest’ultimo ha organizzato un treno speciale (pieno al limite della capienza) che ha attraversato il Ticino con musica e cibo a bordo, portando qui i manifestanti. Circondati da un’atmosfera frenetica, sorge spontanea una domanda: perché l’unica grande manifestazione contro l’iniziativa, in Svizzera non si è formata a Zurigo o a Berna, ma proprio qui in Ticino?

La minaccia della centralizzazione

Dei 7130 dipendenti della SSR, 1124 lavorano alla RSI. A titolo di confronto: la SRF impiega 3148 persone per una Svizzera tedesca più di sedici volte più grande. Il 22% del canone radiofonico e televisivo va al Ticino, anche se la popolazione locale contribuisce solo per circa il 4% al canone. «La gente scende in piazza perché è quiche ha più da perdere», afferma Renata Barella, 59 anni, sindacalista dell’SSM. L’approvazione dell’iniziativa “200 fr. bastano” l’8 marzo e la conseguente limitazione del canone a 200 franchi colpirebbero in modo particolarmente duro la RSI. Secondo la direttrice della SSR Susanne Wille, le produzioni verrebbero centralizzate e i contenuti in lingua italiana verrebbero realizzati a Zurigo invece che in Ticino.

Eppure la RSI è di gran lunga il mezzo di comunicazione più influente del Cantone; oltre ad essa, solo il «Corriere del Ticino» e «laRegione» svolgono un ruolo di rilievo. Se l’iniziativa dovesse portare a una riduzione radicale o alla completa eliminazione dell’offerta in lingua italiana della SSR, secondo Barella alla popolazione non resterebbe altro che affidarsi all’informazione italiana o ai social media. In questo modo andrebbero perse non solo la qualità dei media e le informazioni regionali, ma anche il contesto svizzero.

La sindacalista Barella porta una bandiera dell’SSM sulla spalla destra e tre spille sul petto, una per ciascuno dei tre comitati ticinesi che hanno indetto la manifestazione odierna. Questi rappresentano i gruppi di persone più disparati: uno mette in guardia dall’indebolimento della regione linguistica e culturale ticinese, assumendo toni di patriottismo locale, l’altro sottolinea l’importanza dell’informazione regionale per le associazioni sportive, le iniziative culturali e la vita locale. Oltre un centinaio di associazioni, gruppi e partiti sostengono la manifestazione, dall’Unione dei Comuni Ticinesi all’Associazione Sportiva Basket Stabio, fino all’Unione sindacale svizzera.

Nessuna libertà di espressione per i dipendenti RSI

Renata Barella è impegnata nel terzo comitato, quello sindacale. Si batte per il mantenimento dei posti di lavoro alla RSI, di gran lunga il più grande datore di lavoro nel settore dei media in Ticino e una delle più importanti aziende di formazione del Cantone. La RSI impiega più del doppio delle persone rispetto agli altri media ticinesi messi insieme. Ogni pochi metri Barella indica qualcuno che lavora alla RSI. Sono presenti anche alcuni alti quadri. Circa il 30% dei lavoratori dei media della RSI è sindacalizzato, dice, una percentuale nettamente superiore alla media nazionale, che è di poco inferiore al 15%. «E nel 1998, quando ho iniziato, la situazione era ancora migliore».

Per i collaboratori della RSI la manifestazione è uno strumento fondamentale per esprimere la propria opinione nella lotta contro l’iniziativa. Possono difendersi collettivamente senza esporsi individualmente. Infatti, dall’annuncio della data del voto, valgono le «Linee guida per i collaboratori della SSR prima del voto sull’iniziativa “200 fr. bastano” – in particolare per i social media». In base a queste, i collaboratori della SSR possono informare sul voto, ma non prendere posizione, ad esempio sotto forma di chiare raccomandazioni di voto. «È pesante», dice la sindacalista Barella, «dopotutto si tratta dei loro posti di lavoro». Ora sono quindi le associazioni e i sindacati a dover prendere la parola per conto delle persone interessate.

Il corteo si ferma in Piazza Collegiata, nel centro storico. Gli oratori si posizionano sui gradini della chiesa adiacente, la folla deve stringersi per trovare posto. Asia Ponti, dei Giovani Liberali Radicali Ticinesi, prende la parola: contrariamente ai giovani del suo partito del resto della Svizzera, si dichiara contraria all’iniziativa, sostenendo che il servizio pubblico mediatico è una componente essenziale della democrazia. Seguono i discorsi di un consigliere nazionale ticinese del PLR, di un consigliere comunale del PLR di Lugano e di un ex consigliere di Stato del PPD. Manifestanti piuttosto insoliti. «La difesa della RSI come servizio pubblico unisce», afferma Renata Barella.

Non vengono scanditi slogan. Solo un moderatore grida attraverso gli altoparlanti: «Amiamo la RSI, amiamo il servizio pubblico!» Nel frattempo, Arturo, il gatto a strisce colorate della RSI che ha entusiasmato generazioni di bambini nella Svizzera italiana, si aggira per la piazza. Abbraccia gli oratori, posa per le foto. Il leggendario personaggio inventato oltre cinquant’anni fa rappresenta oggi una RSI che molti vogliono preservare, una RSI com’era una volta.

Come già 35 anni fa

«Il gatto Arturo voterebbe a favore della riduzione del canone», titola invece «Il Mattino della Domenica», il giornale del partito di estrema destra Lega dei Ticinesi, con il caporedattore Lorenzo Quadri, consigliere nazionale della Lega. Secondo le sue dichiarazioni, la Lega ha raccolto 32’000 firme per l’iniziativa SSR – o almeno ha finanziato la loro raccolta.

Così, settimana dopo settimana, il domenicale attacca la RSI, svelando presunti intrecci tra la SSR e il PS, dove la S del PS viene sistematicamente sostituita dal simbolo del dollaro e il partito viene criticato per il suo sostegno finanziario agli oppositori dell’iniziativa.

Tuttavia, dai bilanci della campagna referendaria pubblicati la scorsa settimana dal Controllo federale delle finanze emerge che la casa editrice del «Mattino», la Meutel 2000 SA, ha investito 300’000 franchi nella campagna a favore dell’iniziativa 200 fr. bastano”. Meutel 2000 SA è quindi il secondo maggior finanziatore dei sostenitori dell’iniziativa, dopo l’Unione svizzera delle arti e mestieri.

Dietro la casa editrice c’è Antonella Bignasca Danzi, nipote dell’imprenditore edile e fondatore della Lega Giuliano Bignasca, scomparso nel 2013. L’impegno contro la SSR non è quindi una sorpresa: già 35 anni fa Giuliano Bignasca chiedeva pubblicamente di «usare il canone Billag per costruire aeroplani di carta» [semmai lo è la disponibilità di questi mezzi per la piccola casa editrice di un settimanale gratuito con limitate potenzialità pubblicitarie, ndr].

«Non può continuare così»

La resistenza nelle strade di Bellinzona è alimentata non da ultimo dalla preoccupazione che la minoranza linguistica e culturale della Svizzera perda ulteriore visibilità e rappresentanza con un indebolimento della RSI. Secondo l’appello alla manifestazione, l’emittente deve rimanere un servizio pubblico, vicino alla gente, alla regione e alla vita quotidiana. Eventuali riforme della RSI vengono in gran parte ignorate in questa giornata. Anche per la sindacalista Renata Barella la priorità è chiaramente la sopravvivenza della RSI, perché «ciò che non esiste più non può più essere criticato».

La SSR è già impegnata in una profonda ristrutturazione: il progetto, che la direttrice Susanne Wille chiama eufemisticamente «Enavant» – in romancio «avanti» –, prevede la fusione delle redazioni, la riduzione dell’offerta informativa e culturale e una drastica riduzione dei posti di lavoro. Wille agisce in questo senso in anticipo rispetto alle richieste del consiglio federale, che ridurrà il canone radiotelevisivo a 300 franchi nei prossimi anni.

Non è chiaro quali saranno le conseguenze di queste misure di risparmio per la RSI. «Quel che è certo», afferma Barella, «è che la Svizzera italofona ne risentirà pesantemente». Lo conferma anche uno studio dell’istituto di ricerca BAK Economics: i piani di risparmio avranno il maggiore impatto economico sul Ticino. Il futuro sembra quindi poco roseo per le trasmissioni di produzione complessa e i format di lunga durata della RSI.

Renata Barella vuole però aspettare prima l’8 marzo. A seconda dell’esito della votazione, le misure di risparmio assumeranno una dimensione completamente diversa. Ma una cosa è già certa per la sindacalista: «La RSI dovrà cambiare. Con un budget ridotto non potrà continuare come oggi». Anche se il prossimo 8 marzo dovesse vincere il NO.

Traduzione e sottolineature a cura della redazione


La TSI non era la Televizije Sovetski Soyuz. Eppure…

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

“Che ritmo ci comanda, lo devi sapere”, affermava lo strano poeta-mercenario Archiloco, morto in guerra nel 645 a.C.; quel ritmo (destino) che nel 1972 per ordine alfabetico precipita un debuttante accanto alla Tsi/Televizije Sovetski Soyuz nello stadio olimpico di Monaco di Baviera.

Sentendomi parlare italiano, il collega Evgeny mi chiede degli “azzurri”. Quando gli dico che sì, lo posso aiutare, ma commento per la Svizzera italiana, mi fa: “La vostra lingua maggioritaria non è il tedesco?”. “Vero, ma francese e italiano hanno uguali diritti, senza dimenticare i romanci: siamo in 330’000, seguiti in TV da 30’000”. E lui: “Io commento in russo per 50/60 milioni. Con le sue Repubbliche e le sue lingue, l’URSS dovrebbe avere almeno 10 postazioni”.

Il ragazzo proveniente da Zalende Cà da Tsura (passata da 40 a 10 residenti) si vergognava del suo privilegio, di cui hanno goduto e godono moltissimi altri giovani della Svizzera italiana che non devono andare a Roma (Cinecittà), a Parigi o a Londra per svolgere una trentina delle 74(!) professioni offerte a pochi passi da casa.

Con una ‘ristrutturazione’ (?) che cancella 700-750 posti interni ed esterni alla Rsi dovranno emigrare, o cambiare mestiere. Ci vizia una generosissima Mamma Elvezia con una perequazione di 235 milioni annui, tolti dai 930 che incassa la ricca TV di Zurigo. La quale comprensibilmente ce li dà ‘obtorto collo’, a ‘co’ stort’. Quante volte, e non solo da loro, mi è stato rinfacciato il privilegio: “Voi Tessiner, vous les Tessinois…” E io, vanamente, a dire che la Rsi non rappresenta un cantone, ma la Svizzera italiana. La nostra destra rifiuta 235 milioni (assistenzialismo da ‘fra cercott’, dice) mentre accetta (eccome!) milioni di perequazione da Cantoni e Banca Nazionale. Sicuri di essere sani?


«Frattura tra Usa e Europa», le due vie di Merz e Macron

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

Di Sebastiano Canetta, il manifesto

Uniti sotto l’ombrello nucleare e pure nella risposta da dare agli Usa, ma per niente concordi sulla postura da assumere come nazioni leader della nuova Europa. Come una partita di ping-pong geopolitico il presidente francese Emmanuel Macron chiude la prima giornata della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco rispondendo al cancelliere Friedrich Merz che l’aveva aperta con la conferma della frattura tra Usa e Ue e dichiarando la volontà di super-potenza della Germania. Una dura replica, quella di Merz, all’intervento dello scorso anno del vicepresidente Usa, J.D, Vance che aveva sancito l’inizio del disordine globale.

«Il riarmo dei singoli stati europei è un errore; serve una difesa europea; è tornata la deterrenza nucleare» e il climax del premier francese che boccia i piani in solitaria di Berlino anche sul fronte del comune caccia militare da cui la Germania si è appena defilata. Poi rivendica il ruolo dell’Europa senza cui «non ci sarà alcuna pace». Il contrario dell’autarchico Merz, convinto invece di un’ altra visione, eccetto che sugli Usa. «Lasciatemi cominciare con l’amara verità: fra Europa e Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente J.D. Vance, lo aveva detto con estrema chiarezza qui a Monaco un anno fa. Aveva ragione».

MERZ HA APERTO la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, quest’anno intitolata «Under Destruction», ripartendo dal punto esatto in cui si era chiusa l’ultima edizione, con la presa d’atto ufficiale della distanza siderale che separa le due sponde dell’Atlantico disunite ormai da una marea di differenze. «La battaglia culturale del movimento Maga non è la nostra», è la prima snocciolata dal capo di governo tedesco di fronte alla settantina di leader mondiali a cui ha voluto trasmettere la svolta politica di Berlino. Il plurale significa Europa, ma Merz, che si proclama paladino del contrasto all’ideologia fascio-populismo, ha in mente innanzitutto la Germania.

Nel disordine mondiale il cancelliere si offre per trasformare il suo Paese in una grande potenza con «il ruolo guida dell’ordine mondiale». Per questo «faremo della Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa» sottolinea attirandosi a breve giro le ire sui social dell’ex presidente russo Dmitry Medvedev che ha caricato una foto di Merz vestito da nazista: «Calmati, pazzo scatenato: siamo nel 2026, non nel 1933!».

Eppure secondo il cancelliere il ruolo di super-potenza deve essere «esercitato non da soli bensì in partnership con gli alleati» a cominciare dal presidente francese. Proprio a Macron il cancelliere ha chiesto di potere spostare la Bundesrepublik sotto l’ombrello nucleare, mentre non ha pronunciato una parola sul futuro dell’Ue e tantomeno sull’Onu.

Diversamente da Macron, secondo Merz il nuovo ordine mondiale d’ora in poi dovrà essere incardinato su «una forte rete di partenariati globale, in questo senso «Canada e Giappone, Turchia, India e Brasile in futuro svolgeranno un ruolo chiave. L’integrazione europea e i patti transatlantici non sono più sufficienti a preservare la nostra libertà» è la chiosa del leader sempre più neocon e sempre meno democristiano.

COSÌ LONTANO, a proposito, da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ieri intervenuta in tandem con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, nel panel destinato al riarmo europeo, l’unico vero piano (anche di traino economico) perseguito dalle due Bruxelles per il resto tutt’altro che influenti nel processo della Conferenza.

«DA ANNI SENTIAMO che tutto lo spettro politico, sia all’interno della nostra alleanza sia fuori, avverte come l’Europa debba fare di più per la sua difesa» è il mantra quasi monocorde di Von der Leyen, mentre Rutte si fa ancora una volta da portavoce delle strigliate dell’amministrazione Trump: «Abbiamo avuto anni, anzi decenni, di lamentele da parte degli Stati Uniti perché noi europei non stiamo spendendo abbastanza per la difesa. Ora la musica è cambiata».

Anche e soprattutto sotto il profilo geopolitico, come dimostra la clamorosa presenza fra gli invitati del vertice del figlio dell’ultimo scià di Persia, Reza Pahlavi, intervenuto nel pomeriggio per offrire la sua versione dell’Iran, che non è come minimo quella degli iraniani almeno a giudicare dalla manifestazione fuori dall’Hotel Bayerisch, sede del summit, con i cartelli: «Né con gli Ayatollah, né con lo Scià».

L’erede Pahlavi fa più rumore di Anna Rathert, Rüdiger Lucassen e Heinrich Koch: i tre rappresentanti di Afd per la prima volta invitata ufficialmente alla Conferenza. Si tratta di illustri sconosciuti con zero ruoli di rilievo ai vertici del partito guidato con piglio ultra-dirigenziale da Alice Weidel e Tino Chrupalla dove sono decisamente sorpresi per la singolare scelta.

Nell’immagine: il discorso di apertura del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco


India, l’oro blu contaminato

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Di Marco Santopadre, il manifesto

Le élite indiane hanno eletto l’acqua minerale a nuovo status symbol. Nei quartieri della upper class si moltiplicano le degustazioni di marche locali ed europee guidate da veri e propri sommelier. In India il mercato delle minerali vale già 5 miliardi di dollari ogni anno e nel 2026 si prevede una crescita del 24%. I prezzi partono da 20 centesimi ma le marche premium, che rappresentano un mercato da 400 milioni, partono da 3 dollari a bottiglia e alcune acque importate, come la statunitense Saratoga Spring, costano 27 dollari al litro. Eppure le vendite aumentano rapidamente.

PER QUESTO LE MULTINAZIONALI STRANIERE come Pepsi e Coca Cola e quelle locali, Tata in testa, investono risorse crescenti. Di contro, nel gigante asiatico l’acqua potabile non è accessibile alla maggior parte del miliardo e mezzo di abitanti, costringendo chi può permetterselo a ricorrere a quella imbottigliata oppure a filtri di potabilizzazione. Chi non può permettersi fonti alternative deve bere l’acqua del rubinetto che però è fonte di un numero crescente di infezioni, anche mortali.

Nell’arco di un solo mese, dall’inizio di dicembre del 2025 al 7 gennaio scorso, sono morte almeno 19 persone e altre 3500 si sono ammalate a causa dell’acqua contaminata. Il caso più grave si è verificato a Indore, città del Madhya Pradesh dove tra il 31 dicembre e il 6 gennaio sono morte 17 persone e altre 200 sono state ricoverate. Secondo la rivista Down to Earth, nelle quattro settimane a cavallo di capodanno, i casi di avvelenamento si sono verificati in 11 stati dell’Unione Indiana. Se esteso al 2025, il bilancio è di 34 morti e 5500 intossicati.

L’ACQUA POTABILE DISTRIBUITA NELLE CASE causa diarrea e febbre e infezioni gastro-intestinali, quando non tifo ed epatite. In quasi tutti i casi, è stata contaminata dalle acque reflue a causa di condutture obsolete e danneggiate. Molte città utilizzano reti di distribuzione che risalgono a 40 anni fa e che hanno ricevuto una manutenzione scarsa. Un grave problema, calcolando che nel 2030 oltre il 40% della popolazione vivrà nelle città, intensificando la pressione sui servizi idrici.

LA MOLTIPLICAZIONE DEI CASI di avvelenamento indica, rileva Down to Earth, «un fallimento sistemico della governance idrica urbana piuttosto che carenze isolate, sollevando preoccupazioni sulla violazione del diritto fondamentale all’accesso all’acqua potabile». Nel 2021 il governo federale ha lanciato un piano diretto a rendere sicuro l’approvvigionamento idrico nel paese, ma secondo dati del 2024 meno del 10% delle amministrazioni comunali coinvolte affermava di poter fornire acqua pulita al 100% dei residenti.

IN MOLTE ZONE, POI, NON SOLO ESISTE un grave problema di contaminazione, ma spesso l’acqua corrente non è disponibile affatto. «L’acqua arriva una volta ogni tre giorni e, anche in quel caso, l’acqua pulita dura solo un’ora», racconta alla CNN un residente del quartiere Sharma di Delhi. «È difficile lavarsi. A volte l’acqua è nera. Ci laviamo una volta ogni quattro o cinque giorni». Ravinder Kumar è uno dei milioni di residenti della capitale indiana che devono fare i conti con le carenze idriche provocate dall’aumento dei livelli di ammoniaca nel fiume Yamuna.

IL CORSO D’ACQUA, CONSIDERATO SACRO, fornisce il 40% dell’approvvigionamento idrico della capitale indiana ma deve fare i conti con un livello altissimo di inquinamento, provocato da decenni di scarichi di sostanze chimiche tossiche. A testimoniare il degrado del fiume uno spesso e maleodorante strato di schiuma bianca che ne ricopre la superficie. La contaminazione, causata dall’ammoniaca proveniente dagli scarichi industriali, è tale che a gennaio l’amministrazione ha dovuto chiudere sei dei nove principali impianti idrici della megalopoli abitata da 20 milioni di persone, lasciando a secco per giorni 43 quartieri.

NEL 1993 L’AMMINISTRAZIONE LANCIO’ un grande piano di bonifica diretto a modernizzare il sistema di depurazione degli impianti fognari che sversano nello Yamuna, ma nonostante gli ingenti finanziamenti la condizione del fiume è peggiorata. Il governo cittadino ha promesso di raddoppiare la capacità di trattamento delle acque reflue e di realizzare reti fognarie in tutte le colonie abusive della città entro il 2028. Gli abitanti, obbligati a comprare acqua in bottiglia, sono scettici.

IN GENERALE, L’INDIA affronta una gravissima crisi idrica, con il 18% della popolazione mondiale che dispone soltanto del 4% delle risorse idriche complessive. L’India è tra i 25 paesi al mondo che affrontano uno stress idrico «estremo», con il consumo di acqua che cresce al doppio del ritmo della popolazione. Mentre il 70% dell’acqua disponibile è contaminata, 21 grandi città rischiano l’esaurimento delle falde acquifere entro il 2030. Sotto accusa c’è soprattutto la coltivazione intensiva di riso. L’India ha conquistato un solido primato nella produzione e nell’esportazione del cereale, superando la Cina con 20 milioni di tonnellate venduti all’estero, ma a costo di uno sfruttamento insostenibile delle falde acquifere che si stanno prosciugando rapidamente, soprattutto negli stati del Punjab e dell’Haryana.

ANCHE SE I SUSSIDI STATALI favoriscono nettamente il riso rispetto ad altre colture che consumano molta meno acqua, le spese di gestione delle risaie continuano a salire. Il governo cerca di compensare l’aumento dei costi concedendo maggiori incentivi sull’elettricità che serve a pompare l’acqua da pozzi sempre più profondi, con il risultato che le falde vengono sfruttate sempre più intensamente. Secondo i dati governativi riportati da Reuters, in Punjab e in Haryana viene prelevata rispettivamente il 35% e il 57% dell’acqua in più rispetto a quella che le falde riescono a garantire, con conseguenze devastanti.

MA NON C’E’ SOLO L’AGRICOLTURA INTENSIVA a saccheggiare le riserve idriche del paese. Sotto accusa sono finite anche le multinazionali, per lo più straniere, che producono bevande zuccherate e alcoliche estraendo crescenti quantità di acqua. Dopo decenni di completa deregulation, il governo federale e quelli statali stanno imponendo norme sempre più restrittive. Secondo la legge federale, ad esempio, tutte le entità industriali e commerciali che intendono estrarre l’acqua dalle falde acquifere devono installare sistemi di raccolta dell’acqua piovana ed utilizzare «le più recenti tecnologie per l’efficienza idrica in modo da ridurre la dipendenza dalle risorse idriche sotterranee». Ma gli stabilimenti che producono bevande entrano comunque in competizione diretta, oltre che con le infrastrutture turistiche e altre industrie, anche con gli agricoltori e i residenti, che si rivolgono alle autorità per limitare l’attività delle multinazionali.

Nell’immagine: un uomo è seduto su un carrello carico di bottiglie d’acqua potabile a Prayagraj, in India


Il Fronte Nazionale Elvetico al Municipio di Lugano: «Vergogna!»

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

E poi non venite a dirmi che non ci sono più certezze!

Il Municipio di Lugano, perfettamente allineato con sé stesso e con il suo pensiero di destra, ha negato l’autorizzazione allo svolgimento della Marcia per la patria e la remigrazione prevista sabato 21 febbraio e promossa dal Fronte Nazionale Elvetico con la partecipazione dell’ Active Club Helvetia e Schweizer Nationalisten. In mancanza di un comunicato ufficiale, fanno fede le parole dettate dal sindaco Foletti e dalla municipale Valenzano Rossi ai vari mass-media; i quali hanno affermato che il Municipio «non è entrato nel merito delle posizioni e delle rivendicazioni dei tre gruppi che avrebbero voluto la marcia, ma ha voluto soltanto tutelare l’ordine pubblico». Esso non «prende le parti né di chi promuove la marcia né dei contromanifestanti. La manifestazione non è stata autorizzata in ragione dei rischi di scontri che sussistono».

In buona sostanza il Municipio di Lugano ha deciso di negare l’autorizzazione non per i contenuti della manifestazione, ma per il pericolo di scontri tra i manifestanti e le contromanifestazioni chiamate dalla parte opposta.

Che l’esecutivo luganese si preoccupi della sicurezza della città è buona cosa e ne siamo tutti felici; ma che lo stesso non si interessi minimamente dei messaggi politici che questi tre gruppi di estrema destra veicolano da tempo, è una nostra forte preoccupazione. I municipali dovrebbero sapere (in quanto la polizia comunale ha fatto un’indagine presso quella federale) che gli slogan razzisti urlati da questi fascistelli vestiti  «con l’abito della festa per dichiararsi figli fedeli della patria» (cit.) potrebbero scontrarsi con ciò che è sancito nell’articolo 261bis del Codice penale svizzero, che punisce i discorsi razzisti in pubblico e l’ incitamento all’odio. Nel sito internet della Confederazione dedicato alla Commissione federale contro il razzismo, l’articolo del Codice penale «definisce il delitto come perseguibile d’ufficio, vale a dire che chiunque può denunciare al posto di polizia più vicino o al giudice istruttore un fatto che ritiene rappresentarne un’infrazione». Secondo lo storico Damir Skenderovic, la remigrazione invocata da questi gruppi «è un termine apertamente razzista: serve a costruire una gerarchia all’interno della società in base all’origine e alla cultura, a stabilire chi appartiene legittimamente alla comunità nazionale e chi no, chi può stare e chi deve andarsene. In questa logica, solo i ‘veri’ svizzeri avrebbero pieno diritto di cittadinanza nel nostro Paese»

Preoccupa che il Municipio di Lugano non abbia espresso una sola parola sui messaggi di odio, che non sono delle semplici opinioni, veicolati dal Fronte Nazionale Elvetico e compagnia bella, quando alcuni mesi fa la stessa autorità politica si è permessa di «manifestare [ohibò, anche loro?] le proprie riserve» sulla «Lettera aperta a tutti i cittadini della Svizzera in favore del popolo palestinese» non al Collegio docenti della Scuola media di Viganello, estensore della lettera, ma addirittura al Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.

Meno male che ci sono i “cattivi” della sinistra, che con le loro paventate contromanifestazioni hanno permesso al Municipio luganese di buttare la palla in tribuna invocando l‘ordine pubblico. Eh già: non ci fosse «il pericolo di scontri tra i manifestanti e le contromanifestazioni chiamate dalla parte opposta» (Ticinonews, 12 feb.), l’estrema destra urlante slogan razzisti e xenofobi avrebbe ricevuto l’autorizzazione a sfilare per le vie cittadine. Ironia della sorte, dopo aver ricevuto il niet del Municipio, il Fronte Nazionale Elvetico ha definito l’esecutivo luganese «una vergogna» .


Povera Svizzera

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

Quando si parla di povertà si utilizzano cifre e percentuali. Ma dietro ogni numero c’è una storia, una persona. Per avere cognizione di causa è quindi utile, se non necessario, ascoltare le storie di chi è confrontato con la povertà. Il Monitoraggio della povertà in Svizzera, pubblicato alla fine dello scorso anno dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), ha fatto bene a introdurre il rapporto con testimonianze di persone che vivono o hanno vissuto la povertà.

“Solo tre anni fa la mia situazione economica è diventata precaria, quando mio marito e io ci siamo separati. Vivevamo insieme in una vecchia casa nel Canton Argovia. Quando se n’è andato, da un giorno all’altro ho dovuto pagare tutte le bollette da sola. Per fortuna sono potuta rimanere nella casa, in questo modo risparmio ancora oggi sull’affitto. Ma questo significa anche che non posso mai scivolare nell’aiuto sociale, se no perderemmo la casa” (Elisabete, 44 anni, Argovia).

“Ho avuto sempre dei problemi con i servizi sociali. Mi davano 980 franchi per i bisogni primari, l’appartamento e la cassa malati erano presi a carico. Visto che mia moglie e io ci dividevamo l’autorità parentale, i figli passavano la metà del tempo con me e i 980 franchi non bastavano per niente. Per due anni ho litigato fino a quando i servizi sociali hanno iniziato a calcolare le spese per i miei figli come bisogno primario” (Alfred, 63 anni, Zurigo).

“Capisco che tanti giovani non vogliono il sostegno dell’aiuto sociale, perché si vergognano. Gli consiglio però di non aspettare troppo a lungo e di prendere in mano la propria vita il più velocemente possibile. Sennò, prima o poi, si imbocca una strada sbagliata. Perché in situazioni di povertà le occasioni perse sono la cosa peggiore (D., 29 anni, Ticino).

“Attualmente guadagno circa 3 mila franchi al mese. L’aiuto sociale me ne dava 2677 con cui dovevo pagare tutto da sola, anche l’affitto e la cassa malati. Oggi non sono più così povera, ma ‘solo’ a rischio povertà: si tratta di un importante miglioramento” (Nadja, 24 anni, Argovia).

Ridurre la povertà obiettivo mancato

Il Monitoraggio della povertà è un rapporto minuzioso e ricco (più di 600 pagine) curato dall’UFAS su mandato della Commissione della scienza, dell’educazione e della cultura del Consiglio degli Stati. Lo scopo è di fornire alla Confederazione, ai Cantoni e ai Comuni conoscenze utili per definire e gestire le politiche di lotta alla povertà. È solo uno strumento, si tratta ora di vedere se sarà utile alla politica per correggere la povertà che nel nostro Paese è ormai diventata strutturale. Negli ultimi anni, dal 2014 al 2017, il tasso di povertà reddituale è aumentato, per poi attestarsi a un livello tra l’8 e il 9% circa. Vale a dire che più di 700 mila persone sono considerate povere, fra queste figurano 100 mila bambini.

Una considerazione importante dello studio è che “l’obiettivo di lungo periodo di ridurre la povertà, che la Svizzera si è impegnata a raggiungere nel quadro dell’attuazione della ‘Strategia per uno sviluppo sostenibile 2030’ e nel programma di legislatura del Consiglio federale, resta però nettamente mancato”.

È ormai chiaro, da anni, che la definizione di povertà non può far riferimento solo al denaro disponibile per una persona o per una famiglia. Il concetto è multidimensionale: “una persona è considerata povera se il reddito dell’economia domestica in cui vive, dopo aver considerato tutte le entrate (compresi i trasferimenti e le prestazioni sociali), è inferiore al minimo vitale sociale. Oltre alle condizioni finanziarie, che costituiscono il fulcro della definizione di povertà, vengono considerati anche altri sei ambiti fondamentali della vita: formazione, attività lucrativa, salute, alloggio, relazioni sociali e partecipazione politica”.

Per definire la povertà in Svizzera l’Ufficio di statistica considera due dati: il minimo vitale sociale che ammonta a 2779 franchi mensili per persona, oppure la soglia di povertà, 2315 franchi. Si distinguono i due dati perché il secondo esclude i premi dell’assicurazione obbligatoria delle cure medico sanitarie, mentre il primo li include.

I dati servono per dare una misura del fenomeno. Però è importante sottolineare che vi è un numero consistente di persone che vivono appena al disopra della soglia di povertà. Secondo l’Ufficio di statistica oltre 1,4 milioni di persone in Svizzera vivono appena al di sopra della soglia di povertà. Si tratta di circa il 16% della popolazione. Un altro fenomeno, indica il monitoraggio, è che “la povertà in Svizzera è raramente duratura, ma spesso si ripresenta. La ricerca attuale mostra che circa la metà delle persone che escono da una situazione di povertà vive un altro episodio entro cinque anni. Inoltre, più è lungo il periodo di povertà e più si riducono le possibilità di superarlo. Circa un decimo delle persone colpite da povertà reddituale resta in questa situazione per molti anni.”

Non solo mancanza di denaro

La povertà non è una semplice mancanza di denaro. Per esempio circa la metà delle persone colpite da povertà reddituale soffre di malattie croniche e il 10% rinuncia a visite necessarie dal dentista o dal medico per motivi finanziari. L’alloggio è ormai diventato un problema per la maggioranza delle famiglie a basso reddito. Il 90% delle economie domestiche povere – rivela il Monitoraggio – spende più del 40% del proprio reddito per l’alloggio. E, molto frequentemente, le famiglie povere devono convivere in abitazioni sovraffollate.

“Le storie delle persone povere – sostiene l’UFAS – mostrano con chiarezza che a essere determinante non è soltanto la quantità di denaro fruibile, ma anche la gamma delle possibilità di cui si dispone per condurre una vita autodeterminata e appagante e partecipare alla vita sociale. Questo è il concetto fondamentale dell’approccio delle capacità dell’economista e premio Nobel Amartya Sen”.

La formazione è strettamente legata alla povertà, perché ha un effetto determinante sulle opportunità di una persona sul mercato del lavoro. In Svizzera esiste una forte correlazione tra estrazione sociale e opportunità di formazione di bambini e giovani. Qui si dimostra che le posizioni liberali, che contrastano le politiche inclusive a scuola, possono contribuire a causare povertà. “Il 9,6 % delle persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni senza una formazione postobbligatoria – dice il rapporto – è colpito da povertà. A presentare il rischio di povertà più basso (5,6%) sono invece le persone con un titolo di studio terziario”.  “In questo contesto – sottolinea UFAS – la sensibilizzazione degli insegnanti è un possibile approccio per evitare che i bambini provenienti da economie domestiche a basso reddito ricevano sistematicamente valutazioni troppo basse. Un altro fattore è la composizione sociale delle classi. Quali possibili contromisure  per contrastare la segregazione sociale nelle scuole si può ad esempio considerare l’estrazione sociale  sia nell’assegnazione delle classi che nella definizione del bacino d’utenza, perseguire l’eterogeneità sociale come uno degli obiettivi centrali nella politica di sviluppo urbano e erogare risorse supplementari alle scuole”.

Puntare sulla formazione

Ecco un bel tema per le autorità scolastiche elvetiche. Inclusione attiva per frenare l’impoverimento. Eterogeneità per sostenere la coesione sociale. C’è molto da fare anche perché “circa il 10% degli adolescenti e dei giovani adulti non consegue un titolo di studio di livello secondario entro i 25 anni. L’obiettivo di politica formativa del 95%, fissato da Confederazione e Cantoni, non è quindi raggiunto”.

La formazione è un punto cardine della lotta alla povertà e rimane un caposaldo della democrazia. Risparmiare sulla scuola è un delitto.

Altro aspetto che riguarda la povertà è il lavoro. L’attività lucrativa è fondamentale per permettere  ai cittadini di non finire in povertà. Ma non è una certezza perché sappiamo, da decenni, che siamo confrontati con il fenomeno dei working poor. “Nel 2023 circa 168 mila persone di età compresa tra i 18 e i 64 anni erano colpite da povertà lavorativa nonostante l’esercizio di un’attività lucrativa. Se vi si aggiungono i familiari delle economie domestiche coinvolte, circa 300 mila persone, tra cui circa 78 mila figli a carico, vivono in economie domestiche colpite da povertà reddituale”.

La rete di salvataggio del sistema di sicurezza sociale svizzero, costituito dalle assicurazioni e dalle prestazioni sociali, contribuisce in modo sensibile ad evitare la povertà, anche se l’obiettivo  consiste nel compensare perdite finanziarie dovute a disoccupazione, malattia, invalidità, perdita del partner. “Senza alcuna prestazione sociale, – afferma il Rapporto – il 16% della popolazione residente permanente che vive senza rendite di vecchiaia si ritroverebbe in una situazione di povertà”.

Chiedere aiuti sociali non è sempre facile. Molte persone hanno vergogna oppure non sono in grado di destreggiarsi fra ostacoli amministrativi. Infatti tra il 20 e il 40% circa delle persone che hanno diritto alle prestazioni sociali legate al bisogno non ne usufruisce.

La povertà è una sfida a livello politico. Il Monitoraggio curato dall’UFAS offre una serie di indicazioni utili per far fronte a questo fenomeno. Abbiamo visto, in breve, i fattori che possono determinare povertà. “La prospettiva multidimensionale del Monitoraggio mette in evidenza la stretta correlazione tra ambiti diversi della vita. Questo incide sulla politica di lotta alla povertà: per ottenere effetti duraturi, il ricorso ai singoli interventi mirati si presta soltanto in misura limitata. È importante invece adottare approcci interconnessi e coordinati sul lungo periodo”.

Basta soldi all’esercito

L’UFAS conclude invitando la politica ad affrontare  in modo articolato la lotta alla povertà. La formazione è un aspetto fondamentale, come pure l’attenzione alla qualità delle condizioni di lavoro, soprattutto con i tempi parziali; le persone sole o le economie domestiche monoparentali vanno protette sistematicamente e bisogna tener conto delle differenze regionali, così come della condizione dei cittadini stranieri che vivono in Svizzera. Bisogna anche facilitare l’accesso alle prestazioni sociali, perché sono troppe le persone che non ne usufruiscono pur avendone diritto.

Il Monitoraggio non affronta nel dettaglio le politiche per ovviare alla povertà. Lo fa invece la Caritas, anche di più e meglio di quanto faccia la sinistra, sottolineando, in un recente documento, come intervenire. Caritas denuncia il divario crescente tra ricchi e poveri e sottolinea che “come società dobbiamo garantire una maggiore uguaglianza delle opportunità e un maggiore equilibrio”. Costo della vita, cassa malati, mercato immobiliare, stipendi troppo bassi, minimo vitale insufficiente, carente sostegno alle famiglie. “I ricchi vengono agevolati – afferma Caritas – i poveri penalizzati: le famiglie povere non beneficiano dell’attuale tendenza agli sgravi fiscali, un aumento dell’IVA invece colpisce molto più duramente rispetto ai ricchi”. “Occorre prevenire l’ulteriore aumento della disuguaglianza, eventualmente introducendo imposte più elevate sul patrimonio o sulla successione”.

La  prospettiva di un’azione politica efficace da parte della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni contro la povertà è più che mai fosca. Il bilancio della Confederazione prevede tagli e risparmi anche sulla formazione e sugli aiuti sociali. Ci dicono che i miliardi devono andare a favore del riarmo, come suggeriscono Trump e Von der Leyen, comperando armi negli Stati Uniti. La politica neoliberista di questi ultimi decenni ha prodotto povertà, ha bloccato salari e stipendi della classe media e ha reso più ricchi i super ricchi.

Fra cinque anni ci sarà un nuovo Monitoraggio della povertà: si faranno passi avanti nella lotta per migliorare le condizioni di vita dei più fragili?

Pubblicato da Quaderni alternativi
Nell’immagine: grafico dal servizio del TG RSI


Immagini, testi, voci: ormai tutto è vero e tutto è falso

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

Un articolo di Aisha Down, del quotidiano inglese The Guardian, riferisce di un’analisi pubblicata da esperti di IA, secondo la quale le frodi deepfake sono ormai diventate “industriali”, poiché “gli strumenti per creare falsificazioni su misura, persino personalizzate, sfruttando, ad esempio, video deepfake di giornalisti svedesi o del presidente di Cipro, non sono più di nicchia, ma economici e facili da implementare su larga scala.”

Questa analisi è stata realizzata dall’AAI Incident Database, che registra la storia collettiva dei danni verificatisi nel mondo reale a causa dell’implementazione di sistemi di intelligenza artificiale, analizzando esempi recenti di “furto d’identità a scopo di lucro”, tra cui un video deepfake del premier dell’Australia Occidentale, Robert Cook, che promuove un programma di investimenti, e medici deepfake che promuovevano creme per la pelle.

Qui siamo nel campo delle attività criminali. Gli esempi citati fanno parte di una tendenza in cui i falsificatori utilizzano strumenti di intelligenza artificiale ampiamente disponibili per perpetrare rapine sempre più mirate. “L’anno scorso – citiamo – il responsabile finanziario di una multinazionale di Singapore ha versato quasi 500.000 dollari a dei truffatori durante quella che credeva fosse una videochiamata con i dirigenti dell’azienda. Si stima che i consumatori britannici abbiano perso 9,4 miliardi di sterline a causa di frodi nei nove mesi fino a novembre 2025″.

Il problema principale, tuttavia, è che “le capacità hanno improvvisamente raggiunto un livello tale che praticamente chiunque può produrre contenuti falsi”, ha affermato Simon Mylius, ricercatore del MIT che lavora a un progetto legato all’AI Incident Database”. Le frodi, le truffe e le manipolazioni mirate “hanno costituito la percentuale maggiore degli incidenti segnalati al database in 11 degli ultimi 12 mesi. Questa tecnologia è diventata molto accessibile, al punto che non esistono più barriere”.

Secondo Fred Heiding, ricercatore di Harvard che studia le falsificazioni basate sull’intelligenza artificiale citato dal Guardian, “queste tecnologie stanno diventando così economiche ed accessibili che ormai quasi chiunque può realizzarle, e per qualsiasi scopo. I modelli stanno diventando davvero efficaci, molto più di quanto pensi la maggior parte degli esperti”.

E come chiunque può constatare quotidianamente, per poco che utilizzi un qualsiasi “social”, il loro impiego va ormai ben oltre il campo delle truffe. Si è esteso e potrà estendersi ulteriormente ad altri ambiti.

La ricerca riportata dal Guardian segnala un fenomeno che potrebbe avere conseguenze estreme: quando non sarà più possibile (come è già oggi in molti casi) distinguere fra vero e falso, cosa ne sarà del dibattito pubblico e politico, dei processi elettorali, della società in generale?

Con la sparizione di un terreno solido di fatti e ragionamenti seri su cui basare la nostra vita pubblica e privata finiremo tutti in una grande palude.

Nell’immagine: finalmente anche gli asini volano


La trincea della fame

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

Di Andrea Spinelli Barrile, il manifesto

«C’è un vero e proprio sistema per adescare le persone e poi ucciderle, un programma per reclutare illegalmente gente di origine africana e trasformarla in carne da cannone». Samoei, 25 anni, parla con il manifesto collegandosi da Dubai, l’atmosfera attorno a lui è sfocata e gialla, la camera d’albergo sciatta ma accogliente. «Un’agenzia di reclutamento di Nairobi mi ha contattato al telefono» racconta, ricordando che sei mesi fa era un disoccupato in cerca di impiego: «Mi hanno offerto un corso di formazione all’estero, in Bielorussia, per lavorare nella sicurezza. Ho pensato fosse una buona occasione, che sarei finito fuori da qualche banca a controllare i metal detector, ma volevano mandarmi in guerra a combattere e sono scappato». Samoei racconta che l’offerta era irrinunciabile, 185.000 scellini al mese, più di 1.200 euro, e una formazione di due mesi all’estero, vitto e alloggio inclusi. E qualcosa di strano: «Ho firmato dei documenti incomprensibili, non ho nemmeno letto il contratto, non era in inglese». Era cirillico.

SAMOEI È UNO delle centinaia di keniani attirati dall’esercito russo nel suo arsenale di carne da cannone da macellare in Ucraina orientale: secondo una stima dell’ambasciata keniana a Mosca, sono almeno 82 i keniani coinvolti nelle operazioni militari russe in Ucraina. A novembre, il ministero degli esteri ne stimava «almeno 200 attivi». Alcuni sono morti, molti sono feriti, quasi tutti cercano disperatamente di andarsene: a novembre le autorità ucraine stimavano in oltre 1.400 i cittadini provenienti da vari paesi africani arruolati dalla Russia e, il 6 novembre, una dichiarazione dalla presidenza del Sudafrica parlava dell’attivazione di canali diplomatici per rimpatriare 17 persone, arruolate con la promessa di alti salari e rimaste bloccate sul campo di battaglia.

L’ADESCAMENTO avviene, ad esempio, tramite sponsorizzate su Instagram, TikTok e Telegram, che promuovono il programma denominato Alabuga start, che recluta in Africa giovani donne per lavorare nella Zona economica speciale di Elabuga, in Tatarstan, mille chilometri a est di Mosca. Gli algoritmi di queste piattaforme, in Uganda, Ruanda, Kenya, Sud Sudan, Sierra Leone e Nigeria, propongono agli utenti contenuti che violano i codici di condotta. Sul canale Telegram di Alabuga start non ci sono solo annunci: si racconta, ad esempio, di un evento di reclutamento organizzato in Uganda e a cui ha partecipato un’influencer sudafricana, Bassie (800mila follower su TikTok). Vincere un biglietto per Elabuga è facilissimo: basta completare un semplice giochino e superare un breve test di vocabolario russo per accedere al programma di studio-lavoro. Ma a Elabuga c’è uno dei principali complessi militari-industriali russi, che produce droni per l’esercito, e sono decine le giovani donne africane finite ad assemblarli per salari da fame su turni insostenibili, lavorando con sostanze pericolose, senza protezioni.

DIVERSO IL DESTINO per gli uomini. Martin Macharia Mburu era uno di loro: ha lasciato il Kenya il 21 ottobre 2025 e la sua storia è diventato il primo caso di pubblico dominio di un keniano rimasto ucciso mentre combatteva per l’esercito russo. Non l’unico: gli ultimi sono Clifton Nyapara Mogesa, 28 anni, Ombwori Denis Bagaka, 39 anni, e Wahome Simon Gititu, 35 anni, i cui corpi sono stati recuperati dai soldati ucraini nella regione di Donetsk, pochi giorni fa, «attirati nella guerra della Russia contro l’Ucraina in Qatar, dove lavoravano per società di sicurezza» secondo l’intelligence di Kiev. Evans Kibet ha 36 anni, una vita dedicata al mezzofondo. Oggi è un prigioniero di guerra in Ucraina occidentale, dopo aver disertato dai russi nella regione di Kharkiv e vagato due giorni nei boschi: «Sono stato ingannato» ha raccontato all’Abc. Un uomo, a luglio, lo contattò per offrirgli un viaggio a San Pietroburgo e soldi per partecipare a un evento di atletica: gli è stata poi proposta l’estensione del visto e un lavoro di un anno. Dopo la consegna del passaporto per gli adempimenti burocratici è cominciato l’inferno: gli è stato comunicata la sua coscrizione, ha ricevuto un addestramento di una settimana ed è stato mandato in prima linea. «Non è un bel posto, lì puoi solo aspettare la morte. Usano tecniche brutali, è un tritacarne» ha raccontato.

«CI SONO ANCHE tanti mercenari» dice al manifesto Samoei, che dopo l’addestramento in Bielorussia è riuscito a riprendersi i documenti tornando a Dubai, da dove oggi sta cercando un modo, i soldi, per tornare in Kenya: «Si faceva chiamare Mick» ci ha detto, rivelando il nome del suo reclutatore. «Un tizio magro, baffi sottili e capelli castani», l’identikit di Mikhail “Mick” Lyapin, secondo molti un ex-dipendente dell’ambasciata russa a Nairobi, arrestato ed espulso dal Kenya a ottobre per aver arruolato decine di persone: il suo arresto è coinciso con la scoperta, ad Athi-river, a sud di Nairobi, di 21 persone in attesa di partire per la Russia, arruolati con la promessa di un lavoro all’estero ben retribuito.

VSEVOLOD TKACHENKO, ambasciatore russo a Nairobi, ha negato che Lyapin fosse legato all’ambasciata e manifestato una posizione contraria alla coscrizione forzata di cittadini stranieri ma, tre giorni fa, il ministro degli esteri keniano Musalia Mudavadi ha annunciato un imminente viaggio a Mosca: «Assistiamo a perdite di vite umane e ho intenzione di recarmi a Mosca per sottolineare che si tratta di un fenomeno che deve essere fermato». Negli ultimi due mesi oltre 30 cittadini keniani sono stati evacuati dalla Russia e secondo Nairobi sono almeno 600 le agenzie di reclutamento, ora chiuse, che hanno ingannato i keniani con promesse di lavoro fasulle. Mudavadi ha promesso che esorterà le autorità russe ad abbandonare le pratiche di reclutamento illegale discutendo nuove politiche per i visti e accordi bilaterali di lavoro che stabiliscano il divieto di coscrizione militare.

IN UN’INTERVISTA recente sui media russi, il più noto trafficante d’armi del mondo, Viktor But, ha detto di avere riaperto canali e attività in Africa, citando proprio Sudafrica e Kenya e parlando anche di «relazioni bilaterali»: chissà che non abbia cambiato business.

Nell’immagine: nello smartphone un mercenario keniano in Ucraina


Sudafrica, va l’economia nonostante due grandi piaghe

I leader dell'Unione Europea impegnati in una serie di summit per cercare la quadratura del cerchio sul problema della competitività 

Dalla nostra corrispondente dal Sudafrica

Il discorso alla nazione del presidente Cyril Ramaphosa alla nazione era molto atteso. Sono difatti molti e urgenti I problemi che affliggono società ed economia del Sudafrica. I più vistosi, allo stato attuale, la penuria di acqua e il dilagare della criminalità.

Per l’approvvigionamento di acqua – sintomatica la penuria idrica che dura oramai da settimane in varie parti della città-faro di Johannesburg – il presidente pone la responsabilità sui governi di città e comuni che ha duramente criticato per l’inerzia e l’incompetenza, minacciando l’intervento diretto del governo centrale  per ristabilire i servizi essenziali.

Per ciò che concerne il crimine, ha annunciato l’intervento dell’armata nei punti più caldi, e contro il crimine organizzato. Parimenti si rafforzeranno i controlli alle frontiere per contrastare l’immigrazione clandestina.

Ramaphosa punta molto su quella che ha definito una trasformazione digitale, che però non significa la visione di una Silicon Valley sudafricana, ma si riduce, invece, alla digitalizzazione di determinati servizi statali (come l’emissione di visti d’entrata del paese).

Non ci sono grandi novità riguardanti le rilevanti partecipazioni statali, che non verranno privatizzate, ma si aprono diversi canali per partecipazioni di operatori commerciali privati, allo scopo di renderle più efficienti. Ramaphosa ancora una volta ha lodato apertamente il ruolo delle donne, sempre più attive e presenti nei vari settori dell’economia. Tre dei suoi consiglieri tra i più lodati sono difatti donne.

Per quanto concerne l’economia Ramaphosa ha sottolineato con soddisfazione la crescita registrata nel 2025, con un bilancio pubblico positivo, un miglioramento del rating di credito, e l’inflazione più bassa degli ultimi vent’anni.

Trent’anni dopo la nuova Costituzione del Sudafrica, Ramaphosa ha voluto sottolineare l’importanza di non accettare dettami da « nazioni potenti » (tutti sanno a chi si riferisce) : in Sudafrica non c’è posto per i « bulli » (e qui, di nuovo, è facile capire a chi si riferisce) ha detto raccogliendo un fragoroso applauso.

Nell’ambito del Governo di Unità Nazionale, che include il principale partito di opposizione (la Democratic Alliance), Ramaphosa ha dimostrato in questo importante appuntamento di sapersi destreggiare con la virtuosità di un vecchio legionario della politica.