Danilo Baratti – Estrema destra bloccata, non potrà manifestare a Lugano

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Veronica Noseda – Jack Lang si dimette: davvero la fine di un’epoca

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Violenza, la Russia non è affatto il paradiso raccontato da Vannacci

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Dal nostro corrispondente da Mosca

La decisione di Roberto Vannacci, ex generale della Folgore e ora ex deputato della Lega Nord, di creare una propria formazione di estrema destra in Italia che competa nelle prossime elezioni legislative del 2027 sta, inevitabilmente, destando scalpore.

Il programma “legge e ordine” di Vannacci fa riferimento non solo ad esempi del passato ma anche a Paesi come la Russia odierna di Putin che trova crescenti simpatie in Occidente.

Nel suo fortunato pamphlet “Il mondo al contrario” egli ha espresso chiaramente la sua simpatia per l’attuale regime della Federazione Russa. Sono i regimi autoritari che garantiscono per Vannacci la sicurezza dei cittadini. “Per non parlare della Russia – scrive l’ex paracadutista – ed in particolare di Mosca, dove incontravo, ben dopo l’imbrunire nei grandissimi e bellissimi parchi cittadini, donne sole e mamme con bambini che assaporavano il fresco delle sere estive senza il benché minimo timore di essere molestate da qualcuno. Se la democrazia non riesce a dare risposte concrete soprattutto nei confronti della delinquenza comune e di quei reati, come i furti, che toccano più di ogni altro il cittadino allora l’elettorato si volgerà verso sistemi diversi, verso forme di governo più efficaci nei confronti dei malviventi… Parlando di grandi paesi, Cina e Russia hanno un indice di criminalità notevolmente inferiore ai grandi paesi europei, agli Stati Uniti e al Canada”.

Purtroppo per Vannacci e per chi viene turlupinato nelle sue conferenze, le cose non stanno propriamente così: la Russia che egli racconta è proprio un “mondo al contrario”, un mondo che esiste solo per chi non ha fatto più che quattro passi intorno al teatro Bolshoy o è andato a cenare in qualche ristorante della centrale Via Tverskaya.

Per restare alla cronaca più recente, proprio a Mosca, lo scorso 3 febbraio, due uomini hanno aperto il fuoco contro la polizia, che stava tentando di arrestarli per il rapimento e l’omicidio di una persona nella regione di Penza. La polizia ha poi riferito che i due criminali prima di essere messi fuorigioco avevano ucciso il tassista che li trasportava.

I due malviventi, Mikhail Leontiev e Alexey Lanchikov, erano già stati condannati in precedenza per omicidio e altri reati gravi. Nel 2022 però erano stati graziati perché avevano deciso di entrare nella compagnia di mercenari “Wagner” di Evgeny Prigozhin (tragicamente scomparso assieme ai suoi più stretti collaboratori nel 2023 dopo essere entrato in contrasto con Putin) per partecipare all’invasione dell’Ucraina. Alla scadenza dei contratti erano tornati alla vita civile o, meglio, a quella criminale a cui erano abituati.

Si tratta forse di un caso isolato? No, si tratta piuttosto della triste quotidianità. Il portale russo d’opposizione “Verstka” il 9 dicembre scorso ha pubblicato un’inchiesta sui reati commessi dai veterani della guerra ucraina, da cui è emerso un quadro agghiacciante.

Secondo “Verstka”, che ha spulciato le notizie di cronaca nera della stampa russa degli ultimi 4 anni, “a seguito di reati gravi commessi dai veterani di guerra rientrati in patria, in quasi quattro anni sono decedute almeno 551 persone: 274 persone sono decedute a seguito di 240 omicidi, 163 persone in seguito a lesioni personali gravi, 78 persone in incidenti stradali, 16  sono state vittime di 13 casi di omicidio colposo Quattro persone (tra cui due minorenni) sono decedute a seguito di tre casi di induzione all’uso di sostanze stupefacenti, e due a seguito di omicidi con eccesso di legittima difesa”. Secondo i calcoli di “Verstka”, più della metà delle vittime – 163 persone – sono state uccise da ex detenuti.

Dei 281 militari con precedenti penali che, dopo il ritorno dal fronte, hanno nuovamente ucciso o causato lesioni mortali, almeno 142 erano stati detenuti in colonie penali per reati analoghi.

I feriti e mutilati di questi raid e violenze sono stati migliaia. Si potrebbe sostenere che questa “eccezionalità” sia stata determinata dalla guerra. Tuttavia per la Russia la guerra non è un’eccezionalità ma la normalità. Dal 1991 l’esercito russo ha condotto due guerre in Ucraina e una in Georgia.

Benché il regime di Putin tenti di proporre un quadro idilliaco della propria vita sociale, i numeri, forniti dalle stesse autorità russe, mostrano un quadro che farebbe rabbrividire qualsiasi sovranista europeo.

Lo scorso 31 ottobre la Russia ha consegnato all’ONU i dati sugli omicidi commessi nel Paese nel 2024. Secondo tali informazioni i delitti mortali sono stati 11327, con un aumento di oltre 1500 casi rispetto all’anno precedente. Secondo alcune fonti, un così netto aumenti delle morti violente sarebbe da attribuire all’aggiunta nella statistica dei civili morti durante i combattimenti nel Kursk e a causa dei bombardamenti ucraini sul territorio russo, che da quest’anno sarebbero computati come “attentati terroristici”. Tuttavia il ministero degli Interni russo aveva dichiarato in precedenza che tali decessi in zone di guerra erano stati complessivamente solo 253.

Questi numeri comunque non rendono l’idea delle dimensioni della violenza omicida in Russia se non comparandoli con quelli del Vecchio Continente. Sempre secondo i dati dell’ONU in Europa sono stati compiuti lo scorso anno 0,94 omicidi ogni 100.000 abitanti (in Italia 0,54), mentre in Russia sono stati ben 12,88 ogni 100.000, ovvero 13 volte di più (e 25 volte più che in Italia).  Anche prendendo in esame solo Mosca e San Pietroburgo il tasso di omicidi è superiore di due volte e mezza rispetto a quello dell’Unione Europea.

Il Ministero degli Interni russo ha dichiarato recentemente che nel 2025 c’è stata una riduzione del 7,3% dei reati penali ma la “TASS”, l’agenzia di stampa ufficiale russa, ha riconosciuto che si è osservato un aumento di reati gravi e particolarmente gravi (627,9 mila in totale), il dato più alto degli ultimi 15 anni. Il maggior numero di reati in termini di numero assoluto di reati sono avvenuti a Mosca, nella regione della capitale, e nella provincia di Krasnodar. Si tratta di un trend classico dei Paesi autoritari dove i reati più efferati (malgrado vengano raccontati quasi esclusivamente solo sui giornali “tabloid”) aumentano sempre di più mentre soprattutto nei centri cittadini si riduce la criminalità spicciola (malgrado ciò anche il fenomeno delle bande giovanili extra-legali è in crescita).

In Russia anche il femminicidio è di casa. Malgrado nelle regioni russe non europee le vittime degli omicidi non vengano ancora statisticamente suddivise per genere, risulta che le donne uccise in Russia nel 2024 siano state 2046; ma il dato più agghiacciante è quello delle morti causate da violenza domestica, pari a 963 casi (il 47% del totale). Di queste, 530 sono state uccise dai partner (ex o attuali mariti, conviventi o fidanzati), e altre 433 sono state uccise da familiari.

Malgrado ciò la TV russa ci racconta ogni sera del clima di paura che si vive in Italia mostrandoci le immagini di degrado della Stazione Termini o delle periferie milanesi.

La Russia di oggi, per fortuna, non è più quella degli anni ’90 del secolo scorso, quando vigeva un clima che ricordava la Chicago degli anni ’30 del secolo scorso e dove la criminalità stava distruggendo ogni parvenza di coesione sociale. La legalità è aumentata e la violenza da allora si è ridotta. Ma non è il paradiso che dipinge colui che forse vorrebbe forse diventare un novello Mussolini o Stalin. Il putinismo non è stato la soluzione di tutti i mali:  e le centinaia di migliaia di morti provocati dalla guerra del governo russo ce lo stanno tutti i giorni a ricordare.

Nell’immagine: una scena dal film “Brat” di Aleksej Balabanov, 1997


Cisgiordania, annessione silenziosa

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Da ISPIonline

Secondo un copione già seguito in passato, Israele ha annunciato nuove misure unilaterali che rafforzano notevolmente il suo controllo sulla Cisgiordania. La decisione, il cui testo non è stato pubblicato ma di cui si trovano ampie ricostruzioni sulla stampa locale e internazionale, facilita l’acquisizione di terre palestinesi da parte di coloni israeliani, attraverso l’abrogazione diun divieto decennale sulla vendita diretta di terreni della Cisgiordania, e attraverso la declassificazione dei registri catastali locali. Entrambe le novità introdotte sono state denunciate da chi lamenta come, rendendo pubbliche le identità dei proprietari palestinesi, d‘ora in poi coloni e società immobiliari potranno prendere di mira individui specifici esercitando pressioni per forzarli a vendere i propri terreni. Fino ad ora, i coloni potevano acquistare case solo da società registrate su terreni controllati dal governo israeliano. L’iniziativa, inoltre, autorizza le forze israeliane (Idf) a condurre operazioni di controllo e demolizioni nelle zone A e B della Cisgiordania che, in base agli accordi di Oslo, dovrebbero essere sotto il controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). Le nuove misure sono state approvate domenica in una riunione a porte chiuse del gabinetto di sicurezza del primo ministro Benjamin Netanyahu. Le autorità israeliane non hanno precisato quando entreranno in vigore, tuttavia, secondo il quotidiano Ha’aretz, non necessitando di ulteriori approvazioni potrebbero diventare operative in qualunque momento.

Un’annessione di fatto?

A differenza di quelli messi in atto in passato, quello attuale pare un tentativo dichiarato di estendere il controllo israeliano sull’intera Cisgiordania in termini di legislativi, pianificatori e di sicurezza. Tra le misure introdotte dal governo israeliano c’è la cancellazione del requisito di un “permesso di transazione” per completare qualsiasi acquisto immobiliare, riducendo di fatto la supervisione volta a prevenire frodi e abusi, un fenomeno comune nella compravendita di proprietà che i palestinesi non vogliono vendere. Richiedere un permesso consentiva inoltre al Ministero della Difesa di rifiutare l’acquisto di proprietà in aree sensibili. A preoccupare gli osservatori internazionali è anche l’apertura alla consultazione pubblica dei registri catastali, un obiettivo di lunga data del movimento per gli insediamenti. Finora, tali registri erano sigillati, rendendo difficile per i potenziali acquirenti rintracciare i proprietari e forzarli a vendere. Le nuove misure inoltre, pongono di fatto sotto il controllo israeliano anche zone delle aree A e B, pari a circa il 40% della Cisgiordania, il cui controllo amministrativo in base agli accordi di Oslo spetta all’Autorità Nazionale palestinese. Le modifiche porranno anche quelle aree sotto il controllo delle Idf – con il potere di demolire le strutture palestinesi esistenti, compresi siti archeologici e culturali, in violazione delle norme ambientali e delle risorse idriche. L’Ong israeliana Peace Now ha affermato che la decisione rischia di provocare il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese e comporta l’imposizione di “un’annessione di fatto”, accusando l’esecutivo israeliano di “aver infranto ogni possibile ostacolo contro un massiccio furto di terre palestinesi in Cisgiordania”.

Da occupazione ad annessione?

La decisione del governo israeliano – denunciata e condannata da diversi paesi arabi, dal Regno Unito e dalle Nazioni Unite – ha avuto conseguenze pratiche immediate. Nelle ore successive all’annuncio è stata registrata un’impennata delle violenze, già a livelli record da mesi. Tuttavia, i promotori della legge – i ministri Bezalel Smotrich e Israel Katz – l’hanno presentata come “un passo verso la trasparenza e il riscatto delle terre”. Il ministero degli Esteri israeliano ha poi affermato di aver corretto una “distorsione razzista” che “discriminava ebrei, americani, europei e chiunque non fosse arabo per quanto riguarda gli acquisti immobiliari in Giudea e Samaria”. Smotrich e Katz, osserva il New York Times, “hanno definito ‘ostacoli legali’ quelli che, nei fatti, sono gli accordi di Oslo del ‘93 e che – con il nuovo pacchetto di misure – vengono essenzialmente cancellati”. Al termine della seduta di gabinetto a porte chiuse con cui domenica è stata approvata la decisione, Smotrich ha commentato: “Stiamo radicando le nostre radici in ogni parte della Terra di Israele e seppellendo l’idea di uno Stato palestinese”. Con le elezioni generali previste al più tardi per il 27 ottobre, il leader del partito Sionismo religioso sembra voler sfruttare quelli che potrebbero essere i suoi ultimi mesi in carica per far sigillare il controllo israeliano sull’intera Cisgiordania.

Regole da rispettare?

La nuova misura è stata approvata e annunciata tre giorni prima dell’incontro tra Netanyahu e Donald Trump a Washington. Ciononostante, funzionari della Casa Bianca hanno ribadito l’opposizione del presidente americano all’annessione israeliana della Cisgiordania. “Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario citato dal sito di notizie Axios. Ma nonostante le dichiarazioni di Trump dello scorso anno, gli insediamenti in Cisgiordania si sono espansi al ritmo più rapido da quando è iniziato il monitoraggio. Inoltre, per le Nazioni Unite le decisioni del gabinetto di sicurezza costituiscono una chiara violazione degli accordi di Oslo e del diritto internazionale, secondo cui una potenza occupante non può modificare le leggi vigenti se non per motivi di sicurezza o a beneficio della popolazione locale. Il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha invitato Israele a “revocare immediatamente le misure” ribadendo che tutti gli insediamenti della Cisgiordania occupata “non hanno alcuna validità legale e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale” comprese le risoluzioni delle Nazioni Unite. Senza contare Gerusalemme Est, circa tre milioni di palestinesi vivono in Cisgiordania, insieme a più di 700mila israeliani che vivono in insediamenti illegali in base al diritto internazionale.

Il commento di Sara Isabella Leykin, ISPI MENA Centre

“Le decisioni adottate domenica dal Gabinetto di Sicurezza israeliano rappresentano l’ultimo passaggio di un trend avviato ben prima dell’attuale legislatura, ma che negli ultimi anni ha conosciuto una significativa accelerazione. Esse incidono su alcuni degli aspetti più sensibili e simbolici della questione israelo-palestinese: dalla compravendita di terre ai luoghi di culto, come la Tomba dei Patriarchi, fino alle città sante, come Hebron/Al-Khalil. Il tempismo di queste misure appare tutt’altro che casuale, arrivando a pochi giorni dal viaggio di Netanyahu a Washington per incontrare Trump, che ha già espresso contrarietà a iniziative di questo tipo. Non è neppure casuale che questa accelerazione avvenga a pochi mesi dalle elezioni di ottobre, in un contesto in cui aumentano i dubbi sulla tenuta dell’attuale coalizione e sulla possibilità di portare avanti simili iniziative nel prossimo futuro”.


SSR “sbilanciata a sinistra”? Diverse ricerche lo smentiscono chiaramente

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Di Upg, Infosperber

Il Consigliere nazionale dell’UDC Thomas Matter, in qualità di presidente di una banca, rappresenta gli interessi del settore finanziario. Un’intervista a tutta pagina con Matter sui quotidiani Tamedia titolava: “Stai davvero dicendo che la SSR (Società svizzera di radiotelevisione) non ha una mentalità di sinistra?” Le redattrici del «Tages-Anzeiger» Anja Burri e Claudia Blumer hanno lasciato senza risposta la domanda provocatoria di Matter, senza pretendere da lui esempi concreti della presunta deriva a sinistra.

Matter ha affermato di non guardare più “praticamente mai” i programmi della SRF. Accende la televisione solo “per un documentario interessante o un evento sportivo”. Ciononostante, ha continuato: “Ogni volta che trasmetto un notiziario, capisco entro due minuti cosa pensa politicamente il presentatore, grazie alle sue osservazioni e alle sue frecciatine”.

A Matter non sono stati chiesti esempi specifici della “spostamento a sinistra” nell’intervista a pagina intera. Ha visto un’indicazione della “tendenza a sinistra” nel fatto che “i socialdemocratici e i Verdi stanno combattendo con le unghie e con i denti la nostra iniziativa”. Tutto qui.

La ricerca sui media contraddice questa affermazione

Non è giusto accusare la SSR di una tendenza politica di sinistra. Ad esempio, il telegiornale della SRF diffonde spesso ingenuamente dichiarazioni delle maggioranze borghesi negli organi esecutivi e nelle agenzie governative.

Le ricerche sui media non mostrano alcuna “tendenza verso sinistra”:

  • Il Centro di ricerca per la sfera pubblica e la società (fög) dell’Università di Zurigo ha esaminato i resoconti di 23 importanti media svizzeri su 44 referendum tra il 2018 e il 2023, concludendo che quelli di SRF e RTS sono giornalisti imparziali. La SRF, secondo il fög, riporta i referendum in modo politicamente neutrale e rispecchia la maggioranza politica dell’elettorato. Gli studi dimostrano, ha inoltre affermato il fög, che i media tendono a trattare in modo più positivo proposte socio-politiche come il “matrimonio per tutti” o l’iniziativa sull’assistenza infermieristica rispetto a proposte repressive in materia di sicurezza o migrazione. Ciò corrisponde alle tendenze sociali e non ha nulla a che fare con l’appartenenza politica. I sostenitori dell’iniziativa del dimezzamento ribattono che il fög stesso è “di sinistra”. La loro logica: chiunque non rilevi una “tendenza a sinistra” nella SSR deve essere a sua volta di sinistra.
  • L’Istituto di Scienze Politiche dell’Università di Zurigo aveva già valutato i dati delle analisi VOX nel 2014 e concluso: “Non ci sono prove empiriche della tendenza a sinistra della SSR”. La sinistra e il centro si considerano svantaggiati: “Si lamentano del fatto che i rappresentanti dell’UDC siano favoriti in programmi di discussione come ‘Arena’ e che gli argomenti trattati coincidano spesso con l’agenda dell’UDC”.
  • Per svolgere al meglio il suo ruolo di quarto potere, la SSR deve denunciare debolezze e clientelismo e analizzare criticamente le decisioni discutibili del Consiglio federale, del Parlamento e dei governi cantonali. Poiché questi organi esecutivi sono nella maggior parte dei casi dominati dal centro-destra, potrebbero recepire le critiche in modo errato. Tuttavia, la SSR tende a informare in modo più vicino al governo.
  • L’autovalutazione media di tutti i giornalisti intervistati su una scala da 0 a 10 (0 all’estrema sinistra, 10 all’estrema destra) è 4,02, ovvero leggermente a sinistra del centro , ma non “tre quarti a sinistra”, come avevano riportato alcuni organi di informazione.
  • Tuttavia, anche un’autovalutazione media, leggermente di sinistra, all’interno delle redazioni non si traduce in un output di sinistra partigiano, perché norme professionali come la separazione tra notizie e commenti, la supervisione editoriale, la possibilità di rivolgersi all’Organo di mediazione e all’Autorità Indipendente di Ricorso lo impediscono [Nella Svizzera italiana nel 2024, ultimo anno per il quale i dati sono disponibili, non vi sono stati casi in cui l’Organo di mediazione abbia ritenuto fondate le censure sollevate dai reclamanti, che sono stati in tutto una decina, ndr].

Secondo le analisi dei media, l’accusa di “televisione di stato di sinistra” è uno strumento strategico utilizzato dai partiti di destra in molti paesi europei per fare pressione sui media del servizio pubblico.

In Svizzera questa narrazione è già stata utilizzata nel contesto della campagna No-Billag. L’IPZ sostiene che non si tratti tanto di una diagnosi empirica, quanto di una delegittimazione dei servizi pubblici motivata politicamente.

“La SSR trascura le città e informa troppo dall’alto verso il basso”

Matthias Zehnder, ex caporedattore della «Basellandschaftliche Zeitung» e ora presidente dell’associazione «Bajour», che pubblica un giornale online, aveva già dichiarato nel 2021:

“Molto più importante della sinistra o della destra oggi è l’alto e il basso. Si potrebbe semmai accusare la SRF di concentrarsi troppo sulla classe alta nei suoi dibattiti, e di dare troppo poca voce alle persone con un basso livello di istruzione, o a chi è colpito dalla povertà.

Un problema simile si pone con il contrasto tra città e campagna. Il divario tra città progressiste e aree rurali conservatrici si sta ampliando, non solo in questioni socio-politiche. Nella politica svizzera, la popolazione rurale è strutturalmente avvantaggiata: la maggioranza dei cantoni e la rappresentanza di due membri di ogni cantone nel Consiglio degli Stati conferiscono ai cantoni rurali più potere e influenza rispetto alle città.

Proprio come l’UDC accusa la televisione svizzera di essere di sinistra, si potrebbe accusare la SRF di concentrarsi troppo su una popolazione rurale di mezza età e di trascurare i giovani progressisti delle città.”


Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la Consigliera nazionale Magdalena Martullo-Blocher. Nel programma quotidiano “SRF Börse” vengono intervistati quasi esclusivamente CEO e analisti bancari. Non c’è da stupirsi: questo notiziario del canale televisivo “di sinistra” è sponsorizzato da banche e istituti finanziari. Anche il programma “Eco Talk” della SRF presenta principalmente rappresentanti del mondo imprenditoriale


Naufraghi/e: siamo ancora a galla

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 


I nostri e i vostri cinque anni

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Naufraghi/e compie cinque anni. Fatto che ancora registriamo con un po’ di stupore. All’inizio nessuno di noi avrebbe creduto a tanto. Siamo una piccola realtà editoriale. Che però riesce a farsi sentire. Un traguardo, non possiamo che ripeterlo a ogni anniversario, reso possibile dalla fiducia dei nostri lettori e lettrici, e dalla passione professionale di un gruppo di collaboratori. I primi ci garantiscono anche, con le loro donazioni, spesso modeste ma sempre preziose, un minimo di sopravvivenza economica (possiamo disporre di un budget di circa 1.600 fr. al mese); i secondi con un lavoro per lo più volontario non retribuito, tranne per chi campa ancora di questa professione.

È il mix della nostra sopravvivenza. Premiata da un numero di fedeli lettori, quotidianamente dalle 1.200 alle 1.800 persone visitano gli articoli ospitati da Naufraghi/e, sette giorni su sette, praticamente tutto l’anno. In una situazione in cui tutto cambia velocemente, mettendoci alla prova costantemente. Un costante turbinio di novità.

Cinque anni fa uscivamo dalla pandemia da Covid-19, e molti ripetevano “nulla sarà come prima”, intendendo che saremmo stati migliori nei rapporti interpersonali e con una maggiore sensibilità sociale. Previsione in gran parte fallace. E il nome del nostro giornale nacque forse per la consapevolezza dell’arrivo di un mondo più complicato e pericoloso.

Ci siamo ritrovati a veleggiare addirittura in un mondo peggiore. Attorno a noi sono nate o cresciute democrazie indebolite, regimi autoritari, guerre guerreggiate alle porte di case e guerre commerciali. Novità che hanno creato contrapposizioni anche all’interno del nostro paese. Un vortice di novità e di problemi che hanno costretto il mondo dell’informazione a letture attente e impegnative di un “mondo in sospeso” dagli sbocchi imprevedibili. Abbiamo cercato di rendervi conto di questa tempesta di fatti e notizie, anche ‘imbarcando’, per una lettura differenziata, opinioni diverse e contrastanti.

Impostazione che sembra gradita visto che anche le iscrizioni alla nostra newsletter non fanno che aumentare. Certo, non c’è giorno in cui non ci interroghiamo sui nostri limiti. Su quanto si potrebbe fare di più e di meglio. Ma per ora rimaniamo ancorati al vecchio detto “l’ottimo è nemico del bene”. Quindi piedi per terra e modestia. Corroborate dalle vostre osservazioni e dalle vostre critiche. Di cui avremo sempre bisogno. Per poter accendere future candeline lungo il nostro percorso.

Quindi e semplicemente: grazie.

Nell’immagine: in 5 anni 10135 immagini, ma anche e soprattutto 2695 “Naufragi”, 552 “La matita nell’occhio”, 473 “Ospiti e opinioni”, 491 “Tre domande a…”, 3472 “Il meglio letto e visto per voi”…


Uno strumento per allenare lo spirito critico

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Cosa penso della votazione sul dimezzamento del canone Rsi? Voto no. Non bisogna essere uno specialista della materia per capire il danno che può fare un’iniziativa di quel genere a uno dei pilastri della democrazia matura: la buona informazione per tutti e al di sopra di tutto. Ciò è soprattutto vero in un Paese come il nostro, con tante diversità, dove il collante è rappresentato da una sorta di patriottismo costituzionale, fatto di pragmatismo, di valori condivisi, di rispetto delle differenze, di adesione ai principi del federalismo. È questo lo scopo primo del canone della radiotelevisione. Certo!

Ci dicono di votare sì perché occorre tagliare i rami secchi, eliminare gli sprechi che tolgono soldi dalle tasche della gente e tanti programmi costano e hanno poca audience: così dicono gli iniziativisti e in tanti, in buona fede, approvano. Argomenti pretestuosi che, consapevolmente o inconsapevolmente, assorbono il vento ispiratore che viene da lontano: è il vento delle destre poco liberali che vede il servizio pubblico come un costo e non come una infrastruttura democratica e civica di fondamentale importanza.

Là dove il venticello non trova ostacoli fa piazza pulita dell’indipendenza dell’informazione perché lo spirito critico dei cittadini è mal tollerato. Le destre illiberali proclamano il loro pensiero con uno slogan ripetuto all’infinito: il popolo ci ha eletti e chi vince comanda! Il risultato sono i deserti informativi (news deserts) dove i mezzi di informazione sono finanziati e controllati da chi comanda. E il canone va ridotto o addirittura abolito non per dare qualche soldo ai cittadini ma per togliere indipendenza ai mezzi di informazione. Gli esempi li conoscete: in buona metà dei Paesi Ue si sta andando di buona lena in quella direzione. In prima fila le democrazie illiberali conclamate. In sostanza la televisione pubblica non è – per usare il linguaggio di Eduardo De Filippo – un innocuo “elettrodomestico”, bensì uno strumento per allenare lo spirito critico di tutti noi cittadini, perché senza il dissenso quotidiano la democrazia muore.

La radiotelevisione pubblica ha il dovere dell’imparzialità: non significa chiamarsi fuori, ma prendere posizione, sempre e in ogni momento, a difesa della Costituzione liberale. “La Costituzione – ce lo ricorda un insigne costituzionalista, Piero Calamandrei – è un pezzo di carta (e) perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno”.

Il vecchio direttore della Bbc indicava le tre funzioni essenziali della radiotelevisione pubblica: informare per consentire di approfondire e capire; educare allo spirito critico perché non si tratta di dare alla gente ciò che la gente vuole ma ciò di cui ha bisogno; intrattenere con garbo e intelligenza.

Gli iniziativisti assicurano: ciò che non potrà fare la televisione pubblica lo faranno le radiotelevisioni private. Sciocchezze! La logica delle radiotelevisioni private, grandi o piccine che siano, è imposta dal mercato, dai vincoli di pubblicità e di redditività. Il compito della radiotelevisione pubblica – e su ciò, credo, tutti concordiamo – è di produrre ciò che è socialmente e culturalmente utile a tutta la collettività e anche i piccoli hanno diritto al loro spazio. Per questa ragione la radiotelevisione pubblica è definita tecnicamente un bene meritorio: non deve rincorrere la redditività ma difendere il pluralismo delle voci, anche di quelle più discoste e minoritarie.

Quindi la radiotelevisione pubblica non è, e non deve essere mai, al servizio di chi governa lo Stato, bensì al servizio della Costituzione. Lo ribadiva fin dal 1984 Norberto Bobbio: una televisione pubblica debole è una televisione in balìa del potere politico o del mercato. Oggi il fenomeno è in corso e le avvisaglie le avvertiamo anche in Svizzera.

L’ambizione è di fare della radiotelevisione pubblica non un’espressione dei principi costituzionali liberali, ma un’emanazione del potere politico e un’espressione di chi comanda. Loro, non ve lo diranno mai, vi spiegheranno che si tratta di razionalizzare, di dare efficienza ed efficacia ai mezzi informativi: in realtà dà fastidio, a questi signori, la dimensione critica della sfera pubblica. Meglio ridurla, contenerla, metterla sotto comando. Esagero ed enfatizzo i pericoli in agguato? Forse. Intanto votiamo no, poi magari diamoci da fare per migliorare la qualità del servizio pubblico, per passare da un buon servizio pubblico a un ottimo servizio pubblico. Ma questa è un’altra faccenda.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: illustrazione dal sito no-signal.ch


Il Bitcoin e “la spirale della morte”. Cosa può accadere alla criptovaluta

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Di Walter Galbiati, La Repubblica

La discesa sembra essersi assestata, ma il movimento al ribasso che ha recentemente colpito la più celebre delle criptovalute ha portato qualche osservatore a lanciare presagi funesti.

Il Bitcoin ha subito il suo peggior crollo dal 2022, scendendo venerdì scorso sotto la soglia psicologica dei 70mila dollari fino a quasi 60mila, azzerando tutti i guadagni ottenuti dalla rielezione di Donald Trump nel 2024. E segnando un calo di oltre la metà rispetto ai massimi storici di oltre 127.000 dollari dello scorso ottobre.

La classifica. Tra gli asset a maggiore capitalizzazione la criptovaluta ha perso ben sei posizioni e oggi con un valore di mercato intorno ai 1.400 miliardi di dollari è tredicesima, dopo Tesla che capitalizza 1.500 miliardi.

Sul podio svetta l’oro con 35.200 miliardi, seguito dall’argento a 4.630 miliardi e da Nvidia 4.620 miliardi. In mezzo tra il primo e tredicesimo posto si posizionano a scendere Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon, Tsmc, Saudi Aramco e Broadcom.

La liquidazione. Secondo i dati di Coinglass, in sole 24 ore tra giovedì e venerdì scorso sono stati liquidati circa 1,25 miliardi di dollari di posizioni in Bitcoin. Una corsa alle vendite che ha portato qualche nube sinistra sulla criptovaluta.

Le Cassandre. A parlare attraverso Substack è stato Michael Burry, il gestore di hedge fund diventato famoso per la sua scommessa contro il mercato immobiliare statunitense prima della crisi del 2008.

“La spirale di morte”. Burry ha sostenuto che il crollo del Bitcoin potrebbe trasformarsi in una “spirale di morte” che si autoalimenta, generata da vendite su vendite tali da infliggere danni duraturi alle aziende che hanno trascorso l’ultimo anno accumulando il token.

Giù la maschera. Con questo crollo, il Bitcoin avrebbe finalmente gettato la maschera. Per Burry la criptovaluta si è rivelata un asset puramente speculativo, non riuscendo a diventare una vera alternativa a oro e argento, investimenti che tendono a decollare quando tutto crolla.

Non è l’oro digitale. Il Bitcoin non è stato capace di cavalcare quelli che sono i tipici fattori trainanti dei metalli preziosi come la debolezza del dollaro o il rischio geopolitico. In uno scenario di tensioni globali e di deprezzamento del biglietto verde, oro e argento hanno raggiunto livelli record.

Non sale, ma scende. La criptovaluta, invece di seguire l’andamento dei metalli preziosi, ha virato al ribasso, anzi lo stesso Bitcoin utilizzato per investire in oro e argento sarebbe stato tra le cause del recente storno dei due metalli.

Oro e argento tokenizzati. Secondo Burry, i tesorieri aziendali e gli speculatorihanno dovuto ridurre il rischio vendendo posizioni redditizie in futures su oro e argento tokenizzati.

Questi futures su metalli tokenizzati non hanno a garanzia i veri metalli fisici, ma possono ugualmente influire sul trading di oro e argento, causando secondo il gestore di hedge fund “una spirale di morte collaterale”.

Il rischio buco. “Sembra che alla fine del mese siano stati liquidati fino a un miliardo di dollari in metalli preziosi a causa del calo dei prezzi delle criptovalute”, ha scritto Burry.

E ha aggiunto che se il Bitcoin dovesse scendere a 50.000 dollari, i miner della criptovaluta, come Mara Holdings e Riot Platforms, potrebbero fallire, mentre “i futures su metalli tokenizzati crollerebbero in un buco nero senza acquirenti”.

I pericoli per Strategy. A farne le spese potrebbero essere anche le società fortemente esposte sulla criptovaluta, come Strategy, la prima e più grande società di tesoreria Bitcoin al mondo.

Cosa fa Strategy. “Perseguiamo – scrive la società nella sua presentazione – strategie di innovazione finanziaria volte a generare valore dai nostri investimenti in Bitcoin, tra cui lo sviluppo e l’emissione di nuovi strumenti a reddito fisso che offrono agli investitori diversi livelli di esposizione economica al Bitcoin”.

Una scommessa. Di fatto utilizza finanziamenti tramite debito e nuove emissioni di azioni per comprare Bitcoin e dare rendimenti, operando come una scommessa a leva sul prezzo della criptovaluta.

Il portafoglio. Secondo l’ultima trimestrale pubblicata il 5 febbraio scorso che ha chiuso il bilancio 2025, Strategy aveva in portafoglio 713.502 Bitcoin per un controvalore ai prezzi attuali di quasi 50 miliardi di dollari, che equivale più o meno alla capitalizzazione di Borsa della società pari a 46 miliardi.

Raccolta e acquisti. Nel corso del 2025 Strategy ha raccolto 25,3 miliardi di dollari di capitale per comprare Bitcoin e solo nel mese di gennaio ne ha acquistati 41mila che oggi valgono 2,8 miliardi.

La perdita. Eppure, il quarto trimestre non si è chiuso bene perché la società ha riportato per gli aggiustamenti di portafoglio sul Bitcoin una perdita di 12,4 miliardi di dollari.

Finché riesce a garantire i dividendi la società dovrebbe stare in piedi e il suo numero uno, Michael Saylor, ha assicurato che la società dispone di una riserva pari a 2,25 miliardi di dollari, che garantisce una copertura di circa 2,5 anni per i dividendi sulle azioni privilegiate e gli interessi sul debito.

L’avvertimento. Burry, però, ha messo in guardia Strategy e tutte le società che hanno le criptovalute tra i propri asset. Se il Bitcoin dovesse scendere di un altro 10%, la più grande tesoreria aziendale di criptovalute al mondo finirebbe in rosso per miliardi e “troverebbe i mercati dei capitali sostanzialmente chiusi”.

Chi altro rischia. Si stima che altre 200 società quotate abbiano investito in Bitcoin e, se i cali continuassero, i gestori delle tesorerie potrebbero vedersi costretti a liquidare le criptovalute, innescando un ulteriore ribasso. Ma l’impatto non dovrebbe essere tale da sconvolgere il mercato.

Nessun rischio sistemico. La capitalizzazione di 1.500 miliardi di dollari del Bitcoin, l’esposizione limitata delle famiglie e la scarsa diffusione tra le aziende suggeriscono che qualsiasi effetto rimarrà probabilmente contenuto.

Il perché del crollo. Secondo gli analisti il crollo è frutto del calo degli afflussi, del deterioramento della liquidità e di una perdita di appeal e avvertono che senza un nuovo catalizzatore di attenzione, la moneta virtuale potrebbe continuare ad avvitarsi.

I rialzisti. Non tutti, però, sono d’accordo sulla traiettoria che il Bitcoin avrà da qui a fine anno. C’è infatti chi pensa che si tratti solo di uno storno temporaneo, e salutare, dovuto alla carenza di liquidità e che a breve il token tornerà a correre.

La stima di Bernestein. L’analista Gautam Chhugani managing director della casa di investimento Bernestein e specializzato nei digital asset, prevede che per fino anno il Bitcoin arriverà a 150mila dollari.

L’allineamento astrale. Secondo l’analista, il momento è propizio perché tutte le stelle sono allineate con un presidente Usa favorevole alle criptovalute, lo sviluppo degli Etf, l’adozione della valuta come riserva istituzionale, la possibilità di inserirla nei piani pensionistici e sostenitori del calibro di BlackRock o Strategy.

In o aut. Per questi motivi, il Bitcoin dovrebbe solo salire. Ma se poi, nonostante la congiuntura favorevole, qualcosa dovesse andare storto, avrà avuto ragione la Cassandra Burry e la “spirale della morte” potrebbe a quel punto essere davvero vicina.


Bismarck, Netanyahu e l’arte di procurarsi una guerra

Il Municipio ha negato l'autorizzazione. Motivo: problemi di ordine pubblico per l'annunciata contro-manifestazione di gruppi antagonisti. Ma ci sarebbe ben altro da dire sui motivi per bloccare gli slogan razzisti di "patria e remigrazione". Confermata invece per sabato 21 febbraio la conferenza di socialisti e verdi su questo fenomeno preoccupante e su come contrastarlo democraticamente 

Di Giordano Stabile, La Stampa

Mai credere a una notizia finché non viene smentita, diceva Otto von Bismarck. Il suo capolavoro fu farsi dichiarare dalla Francia una guerra che era lui a volere a tutti i costi e che portò alla nascita del secondo Reich tedesco. Qualcosa di simile ha di sicuro in mente Benjamin Netanyahu mentre si dirige alla Casa Bianca. Un secondo round, questa volta decisivo, con il nemico esistenziale, l’Iran. Ma non può essere lui, in questo momento, ad aprire il conflitto e ad apparire nemico della pace. Le preoccupazioni israeliane emergono con sempre maggiore forza sui media, e riguardano una possibile intesa Usa-Repubblica islamica. Le ha fatte trapelare a Ynet una fonte governativa: «C’è il timore che i negoziati in Oman portino a un accordo non buono per noi. Non sono colloqui tra Witkoff, Kushner e gli iraniani. Ci sono di mezzo i turchi, il Qatar, i sauditi e gli egiziani. Ci sono molti attori regionali che influenzano Trump».

Questa è la principale variante che riduce i margini di manovra di Israele. Un inedito blocco turco-arabo sta emergendo nella regione e ha isolato gli Emirati, la maggiore sponda nel Golfo per Gerusalemme. L’altro elemento è militare. Lo ha riassunto l’analista Ron Ben-Yishai sul sito specializzato Israel Radar: «L’Iran produce centinaia di missili balistici ogni mese. I siti di produzioni sono sparsi in tutto il Paese, e questo rende più difficile distruggerli. La qualità dei missili non è eccelsa, ma la quantità può saturare le difese aeree. Ogni ritardo negli eventuali raid americani permetterà a Teheran di aumentare il suo arsenale, e di far pagare un prezzo più alto agli Usa e ai suoi alleati in caso di scontro».

Le previsioni su quello che accadrà hanno uno spettro amplissimo. L’ipotesi più accreditata è quella di un blitz di portata limitata da parte di Trump, dopo un probabile stallo nei negoziati, con una risposta iraniana altrettanto contenuta. Ma c’è chi non esclude un’azione innescata dalla stessa Israele con un successivo coinvolgimento statunitense. I tempi sono stretti, però. Nella seconda metà di febbraio navi cinesi e russe si uniranno alle iraniane per manovre nel Golfo e nell’Oceano indiano. Gli incrociatori lanciamissili di Pechino sono dotati di moderni radar e sistemi di ricognizione elettronica in grado di tracciare gli aerei americani. Si rischia una collisione tra grandi potenze. Se questi scenari verranno smentiti con forza a Washington, da Trump e King Bibi, potremo cominciare a preoccuparci.

Nell’immagine: Otto von Bismarck e King Bibi