Carriere dei magistrati, un referendum pro o contro Giorgia Meloni

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

La resa dei conti è vicina. Per quanto da più parti si continui a ripetere che non va politicizzato né strumentalizzato, il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo finirà per assumere il valore di un giudizio politico su Giorgia Meloni e il suo governo.

Alle urne sono chiamati 46 milioni di elettori in Italia, ai quali si aggiungono oltre cinque milioni di residenti all’estero ammessi al voto per corrispondenza. Dovranno dire sì o no alla riforma, già approvata dal Parlamento, che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, sdoppia il CSM, il Consiglio superiore della magistratura, e istituisce un’Alta corte di disciplina. È facile prevedere che voterà meno della metà degli aventi diritto, ma in questo caso il quorum non è previsto: il risultato è valido qualunque sia il numero dei votanti.

Un campo di battaglia senza esclusione di colpi

Sarà il momento della verità a conclusione di una campagna referendaria trasformatasi nelle ultime settimane in un vero campo di battaglia. La destra al governo, decisa a portare a casa la riforma a ogni costo, ha sferrato i colpi più duri, condensati nell’incredibile uscita di Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, la quale ha invitato a votare sì, perché così «ci togliamo di mezzo la magistratura formata da plotoni di esecuzione».

Questa signora, non a caso ribattezzata “la Zarina” del dicastero guidato da Carlo Nordio, è oggi indagata dalla Procura di Roma per false dichiarazioni al pubblico ministero nell’inchiesta sul caso Almasri, il generale libico arrestato in Italia per crimini di guerra su mandato della Corte penale internazionale, ma prontamente rilasciato dopo una sequenza di gaffes governative e rispedito nel suo paese con un aereo di Stato.

Sulla stessa linea si è mosso lo stesso Nordio con le sue esternazioni ondivaghe. Emblematico il passaggio in cui, parlando delle correnti interne al Consiglio superiore della magistratura, ha evocato un «potere paramafioso», suscitando l’irritazione del presidente della Repubblica.

Articolo per articolo, che cosa prevede la riforma

Come spesso accade, l’informazione mainstream ha preferito inseguire lo scontro politico, alimentato ossessivamente dalla presidente del Consiglio che vede nei giudici un ostacolo all’azione del governo, invece di spiegare davvero il quesito referendario di fronte a un’opinione pubblica mai così disorientata.

La riforma tocca sette articoli della Costituzione, con l’obiettivo generale di ridisegnare l’assetto costituzionale della magistratura. In concreto, se dovessero prevalere i sì, cambierebbe questo. L’articolo 87 viene ritoccato per adeguare le attribuzioni del presidente della Repubblica: non presiede più un solo CSM, ma due distinti Consigli superiori, quello della magistratura giudicante e quello della magistratura requirente.

L’articolo 102 sancisce la distinzione tra carriere dei magistrati giudicanti e requirenti, mentre viene riscritto da cima a fondo l’articolo 104. La magistratura è confermata come ente autonomo e indipendente, con due grandi novità: i componenti dei due CSM sono scelti tramite sorteggio, in parte da un elenco formato dal Parlamento (e qui si nasconde un vero imbroglio, che gioca a favore dei politici), in parte tra magistrati giudicanti o requirenti.

Anche l’articolo 105 viene riscritto. Assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni e conferimento di funzioni spettano ai due nuovi Consigli superiori. Ma soprattutto la giurisdizione disciplinare sui magistrati ordinari viene sottratta ai CSM e trasferita a una nuova Alta corte disciplinare, composta da 15 giudici scelti con sistema misto di nomina e sorteggio.

Gli articoli 106, 107 e 110 vengono adeguati al nuovo impianto, coerentemente con l’esistenza dei due CSM. Il 106 stabilisce inoltre che tra i possibili chiamati agli uffici direttivi vengano inclusi anche magistrati requirenti con almeno 15 anni di funzioni.

La separazione delle carriere già esiste nei fatti

Ma perché il governo punta con tanta insistenza su un provvedimento poco comprensibile e destinato a incidere su una parte esigua dei magistrati? Tanto più che la separazione delle carriere esiste già nei fatti. Gli ultimi dati mostrano con chiarezza quanto il passaggio da una funzione all’altra sia marginale: meno dell’1 per cento dei quasi diecimila magistrati cambia ruolo nel corso della carriera. In particolare, il passaggio da pubblico ministero a giudice si ferma allo 0,21 per cento, mentre quello da giudice a pubblico ministero riguarda lo 0,83 per cento.

I veri nodi della magistratura, come sa chiunque sia mediamente informato o abbia avuto a che fare con la giustizia, sono ben altri: tempi biblici dei processi, profonde disuguaglianze territoriali, uffici da modernizzare attraverso la digitalizzazione degli atti, carenza cronica di personale, fiducia dei cittadini che continua a incrinarsi e, non da ultimo, una spaventosa massa di arretrato. Solo sul civile, a metà 2025, restavano ancora oltre 263.000 fascicoli da smaltire per centrare i target del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Eppure il PNRR ha destinato al miglioramento del sistema giudiziario ingenti risorse: oltre due miliardi e 828 milioni di euro ma, per ora, con risultati quasi nulli.

Franco Gabrielli: «Una scelta di parte che produce sfracelli»

Una voce autorevole come Franco Gabrielli, già capo della Polizia di Stato, ha indicato con nettezza, in un’intervista al “Fatto Quotidiano”, dove sta il vero nodo della questione: «Io voto convintamente no. E non perché ritengo che in questo paese non ci sia il problema della giustizia, ma perché l’indipendenza della magistratura è un bene prezioso, una garanzia per tutti, un valore da preservare sopra ogni cosa. La Carta costituzionale va modificata il meno possibile. Perché, ogni volta che si carica una modifica di aspettative di parte, si fanno sfracelli».

Di sfracello si può parlare eccome, di fronte all’ostinazione e alla fretta con cui il governo Meloni vuole introdurre la separazione delle carriere. Quasi un ordine di scuderia imposto alla maggioranza parlamentare. Il testo varato dal governo è stato approvato senza cambiare una virgola in tutti i passaggi previsti: il 16 gennaio 2025 in prima deliberazione e il 18 settembre in seconda alla Camera dei deputati, il 15 luglio e il 30 ottobre al Senato. Nella storia della Repubblica non era mai accaduto, per una revisione della Costituzione, che un testo venisse approvato integralmente senza alcun ritocco così come lo ha presentato il governo.

Il disegno è chiaro. Come sostiene una compatta schiera di autorevoli magistrati, costituzionalisti e personalità del mondo politico e culturale, l’obiettivo finale è quello di rendere la magistratura meno indipendente e più esposta al potere politico. Del resto, lo ha ammesso persino il ministro Nordio: «La riforma fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale. Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al potere». Insomma, il sottotesto è fin troppo chiaro: il potere legislativo pretende di imporsi su quello giudiziario. In uno Stato di diritto, è una bestemmia istituzionale.

Quando la giustizia è amministrata da “sfasciacarrozze”

Per capire quanto questo referendum sia inutile e quanto, al contrario, sarebbe necessaria una vera riforma organica della giustizia, bisogna tornare ad alcuni degli interventi varati dalla politica nell’ultimo decennio. Nel 2016, con il governo Renzi, un pacchetto di decreti cancellò o trasformò in illeciti civili e amministrativi una serie di reati minori, tra cui l’ingiuria e il falso in scrittura privata, la guida senza patente, che resta penalmente rilevante solo nelle ipotesi aggravate. La logica di quella stagione era chiara: alleggerire i tribunali, spostare fuori dal penale fatti ritenuti di minore allarme sociale, ridurre il peso dei fascicoli sulla giustizia ordinaria.

Di segno diverso fu l’intervento del governo Draghi con Marta Cartabia alla Giustizia. Nel 2021-22, si mise mano alla macchina giudiziaria, imponendole una corsa contro il tempo per centrare gli obiettivi del PNRR: ridurre entro quest’anno la durata media dei processi del 25 per cento nel penale e del 40 per cento nel civile.

Cartabia si comportò come uno sfasciacarrozze, riscrivendo regole, imponendo filtri e tempi impossibili da osservare nella durata dei processi. In concreto, è stato come schiacciare l’acceleratore con il freno a mano tirato e continuare a guidare. Per evitare che il processo penale, per i reati meno gravi, si trascini all’infinito, è stata introdotta una tagliola temporale nei gradi di giudizio successivi al primo. L’appello deve chiudersi in due anni, il ricorso alla Cassazione in uno. Se ciò non accade, scatta un istituto nuovo, la “improcedibilità”. Tradotto: anni di indagini e di processo rischiano di dissolversi nel nulla e l’eventuale colpevole può farla franca.

Abrogato l’abuso d’ufficio, ora si pensa alle intercettazioni

Nell’ottobre 2022 si sono insediati a Palazzo Chigi altri sfasciacarrozze. La premier Meloni e il ministro Nordio nel 2024 hanno confezionato il loro capolavoro: l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio. Una scelta salutata con entusiasmo da molti amministratori pubblici ed esponenti di destra, centro e sinistra, che possono così continuare i loro intrallazzi clientelari.

L’effetto è devastante in un paese che continua a figurare tra quelli più esposti alla corruzione in Europa. Secondo il Corruption perception index l’Italia, nel 2025, era al 52° posto su 182 paesi nel mondo: peggio, nell’Unione europea, fanno soltanto Ungheria, Bulgaria e Romania.

Mentre un reato usciva di scena, altri entravano, contribuendo a intasare ulteriormente i congestionati tribunali. Già nel 2022 il governo aveva introdotto il cosiddetto reato anti-rave, che non è servito a nulla. Poi, con il decreto sicurezza del 2025, ha allargato ulteriormente il perimetro penale: nuovi reati di detenzione di materiale con finalità di terrorismo, occupazione arbitraria di immobile, rivolta in carcere e un giro di vite anche sui blocchi stradali e ferroviari.

Allo stesso tempo il Governo ha imboccato la strada delle garanzie preventive: prima delle misure cautelari il giudice deve interrogare l’indagato, e l’invito a comparire va notificato con almeno cinque giorni d’anticipo, salvo urgenza. Se quel passaggio manca, l’ordinanza è nulla.

Come se non bastasse, Nordio lavora da tempo per restringere l’uso delle intercettazioni e del trojan, che definisce una “vergogna” e un meccanismo da ridurre, se non eliminare, salvo mafia e terrorismo. Una scelta che finisce per alleggerire soprattutto la pressione investigativa sui reati dei colletti bianchi e sulla corruzione politica.

In sintesi: si proclama la guerra ai tempi morti della giustizia, ma si indeboliscono proprio alcuni degli strumenti più efficaci per scoprire il potere che delinque in giacca e cravatta.

Meloni: «Se vince il no stupratori e pedofili in libertà»

In questo contesto già di per sé deprimente la presidente del Consiglio continua a lanciare anatemi contro la magistratura, alzando ulteriormente i toni negli ultimi giorni della campagna referendaria. Senza mai ammettere che la riforma, se dovesse passare, non renderebbe la giustizia più efficiente per i cittadini. Eppure lo ha riconosciuto persino il ministro Nordio, lo ha sostenuto in aula con brutale schiettezza anche la senatrice leghista Giulia Bongiorno: «Chi è che ha detto che questa riforma incide sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere».

Certo Giorgia Meloni non aveva in mente queste parole pochi giorni fa, il 12 marzo, quando dal palco del teatro Franco Parenti di Milano, scandiva: «Se la riforma non passa, molto probabilmente noi non avremo un’altra occasione. E allora ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno: immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza». Parole incommentabili.

E allora, senatrice Bongiorno, nella lista degli ignoranti va forse iscritta anche la presidente del Consiglio?


Quanto sei strana Svizzera italiana

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 

Il rapporto dei ticinesi con la SSR-RSI è di amore-odio, come dicono i numeri (53.3 NO, 46,7 Si), mentre quello dei moesani è di amore alterno, nel senso che il NO la spunta ma Lostallo e Cama (in minima parte Castaneda) si sono espressi per la castrazione della Radio-TV, un po’ come si fa con i gatti. E allora perché a Oriente, dove l’aria del Ticino arriva solo quando tira forte il vento, il dato è opposto? Perché la Bregaglia respinge l’iniziativa ‘200 fr bastano’ con il 65.95 %,  Brusio con il  61.72, Poschiavo addirittura con il 71.03 % ?

In tutti i sensi gli svizzeri di lingua italiana sono un ‘Sonderfall’ (“un caso speciale”) come si dice spesso a Nord delle Alpi, laddove il termine ‘particolare’ ha spesso una connotazione negativa, tipo ‘inaffidabili, psicolabili, schizofrenici’. Termini che, da un punto di vista numerico-matematico ci possono anche stare, visto che Poschiavo è vicinissimo a Basilea-Città che ha respinto l’attacco della Destra svizzera con il 71.10 %!

Altra incongruenza, altro ‘Sonderfall’, l’UDC grigionese che emana la parola d’ordine SI, la sezione poschiavina NO. Al tempo della campagna ‘NO Billag’ il sindaco di Brusio, Pietro della Cà, eletto con 357 voti su 401 (!) si era pubblicamente opposto al suo partito. Al suo posto è stato eletto un altro UDC, Davide Migliacci (anche lui pro SSR-RSI) che ha avuto meno voti anche perché qualcuno ha pensato che la sua arte di apprezzato cuoco ne avrebbe risentito.

I direttori dei fogli regionali si sono arresi, dichiarando il fatto inspiegabile.

Qualche dato però si può estrapolare: i grigionesi di lingua italiana situati a Oriente non hanno giudicato la Radio-TV di sinistra, altrimenti l’avrebbero affossata visto che l’UDC da quelle parti è una potenza. Non hanno dato retta a un’inchiesta fatta a Zurigo secondo la quale la maggioranza dei giornalisti si dichiarava di sinistra, sondaggio molto citato dalla destra di Quadri & Co che naturalmente, con l’obiettività e l’onestà che la contraddistingue, non ha mai citato lo studio di Chris Hanretty, docente di scienze politiche all’Università di Londra.

Il sociologo ha analizzato il grado di indipendenza dai poteri forti statali e privati di 36 televisioni pubbliche di tutto il mondo, USA, Asia e Africa comprese: al primo posto figura la SSR con 96 punti su 100; al secondo la NRK norvegese (93 su 100), al terzo la YLE finlandese (92 su 100) al quarto la ZDF tedesca a pari merito con la ABC australiana con 91 punti su 100. 

A proposito del sondaggio zurighese: anche i giornalisti hanno un’opinione politica, chiaro, vale per quelli di sinistra come per quelli di destra, ma la deontologia professionale impone di fare onestamente il mestiere, senza pervertilo a propaganda politica. E non lo fa, perché altrimenti la SSR sarebbe sotterrata sotto valanghe di esposti di Lega, UDC e altri e non potrebbe più lavorare. Seguendo la logica di Quadri & Co, potremmo dire che il 53,3 dei ticinesi è rosso perché ha votato per i ‘fuchi’ $ocialisti di Comano… 

Il dibattito che ha preceduto la votazione dell’8 marzo nella Val Poschiavo si è concentrato sui programmi: il dato decisivo emerso è stato quello del destino della minoranza di lingua italiana in caso di taglio da 300 (a breve) a 200 fr con il timore di un accentramento dei servizi a Zurigo, di una mancata copertura delle valli non solo in caso di vendita a Netflix, Amazon, Sky, Dazn ecc, ma addiritttura in caso di accentramento della SSR a Zurigo. Per lo sport poi la maggioranza da me interpellata nelle bettole (sono originario della Val Poschiavo, ogni tanto torno nel campo e nel bosco) aveva bene in chiaro un dato che è sfuggito agli ‘amici sportivi’ ticinesi.

Lo sport che Marchesi, Chiesa e Pamini in particolare, vogliono cedere ai loro amici privati di Liberty Global ecc, ‘on demand’, a richiesta,  graverà infinitamente di più sulle saccocce rispetto ai 100 fr risparmiati: fr 418 solo per il calcio svizzero, lasciando perdere Olimpiadi, Mondiali ed Europei: la SSR paga da 40 a 50 milioni annui di diritti a seconda degli eventi concomitanti, con l’aggiunta di 170-180 milioni di costi per le produzioni sportive svizzere.

Non ha fatto breccia nemmeno l’estrema disonestà di chi ha affermato (Quadri e Marchesi in primis) che la SSR-RSI impone il canone più alto al mondo facendo spesso un paragone ridicolo, da scolaretti, con l’Austria, paese confinante che ha più o meno lo stesso numero di abitanti, e anche per certi versi la stessa ‘cultura’. Ecco i dati che smentiscono i bugiardi del ‘PRIMA I NOSTRI’: è vero che il canone austriaco è inferiore al nostro (183.6 euro) ma anche le aziende pagano e soprattutto gli austriaci hanno una sola TV, in tedesco, non 3 più una redazione romancia come noi. Per lo stesso motivo anche il confronto del personale è un falso: la SRG 7000 impiegati, l’ORF 4000: ma in Austria c’è un solo programma in tedesco, noi, per gentile concessione di Mamma Elvezia, ne abbiamo uno anche in francese, in italiano e in parte anche in romancio: 3 volte 4’000 impiegati fanno 12’000, più 140 romanci… 

Falso anche il dato sul miliardo e 600 milioni di costo annuo, paragonato al miliardo e 200 milioni degli austriaci, che andrebbe moltiplicato almeno per 3 arrivando a 3 miliardi e 600 milioni, sempre considerando le 3 lingue e il romancio, dato che i marziani Marchesi e Co. non possono conoscere, proveniendo da un altro pianeta [e andrebbe anche tenuto conto della differenza del costo della vita (e della produzione di programmi): indice svizzero 110 , indice austriaco 71.3, ndr].

Lasciando perdere i 235 milioni netti che i ‘balivi’ (Bignasca dixit) del nord ci concedono, ce n’è abbastanza per farci riflettere sul termine ‘Sonderfall’… A meno che non si voglia dar credito a un’ipotesi molto banale, molto terre-à-terre: la Destra ticinese vuol mettere le mani sulla RSI come sostengono, scoprendo infantilmente le carte, Tettamanti e Pamini: ‘ il TG principale non deve dare notizie, le abbiamo già dal telefonino (complimenti…); il TG deve diventare una tavola rotonda’.

Con i due genietti ospiti fissi… ça va sans dire.

Nell’immagine: nella Svizzera italiana solo Bosco Gurin ha votato più massicciamente NO (80%)


Antichissimo proverbio

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 


La grande incognita sulla via di Netanyahu

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 

Di Anna Foa, La Stampa

Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sulla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, che cosa succede in Medio Oriente sugli altri fronti aperti con Israele, Gaza, la Cisgiordania, il Libano? In nessuno di questi settori c’è pace.

A Gaza, nonostante la tregua di ottobre, i bombardamenti erano continuati, certo in proporzione molto minore rispetto al passato, ma abbastanza da far vittime fra i civili, nelle tendopoli già allo stremo.Anche ora non si sono fermati del tutto. Ma il problema maggiore è che con lo stato di emergenza proclamato da Israele all’inizio della guerra sono stati chiusi tutti i valichi, e di conseguenza bloccato l’accesso di tutti gli aiuti, alimentari e medici. Le conseguenze sono evidenti.

In Libano, il governo Netanyahu ha rifiutato la tregua proposta dal governo libanese con la mediazione dei francesi. Una larga fascia del Paese è stata sgomberata, con decine di migliaia di profughi, i bombardamenti si susseguono, la stessa Beirut è sotto attacco. La strategia dell’esercito israeliano è molto simile a quella attuata a Gaza. Finora sono morti oltre 700 libanesi, per lo più civili. Dall’altra parte, i missili iraniani colpiscono con grande intensità il Nord di Israele, determinando anche qui esodi forzati e distruzioni. Gli abitanti del Nord vivono praticamente dentro i rifugi. Ma può bastare a giustificare quello che sta succedendo in Libano? Ed è con le bombe che si fermano le bombe?

In Cisgiordania intanto la situazione precipita ogni giorno di più. Gli attacchi dei coloni ai villaggi beduini sono ormai continui, con l’attivo supporto dell’esercito. Quello che fino a non molti anni fa si definiva l’esercito più morale del mondo brucia case, terrorizza bambini, picchia e ammazza uomini, aggredisce vecchi, senza alcuna vergogna. L’obiettivo è cacciare i palestinesi dalle loro terre e costruirvi insediamenti. Solo due giorni fa la comunità di pastori di Al-Aqaba, nella valle del Giordano, riferisce un articolo di Matan Golan su Haaretz, è stata ripetutamente aggredita da esercito e coloni, e costretta ad andarsene.

La brigata dell’esercito che ha affiancato i coloni è un reparto, la Netzah Yehuda Battalion, di cui fanno parte sia sionisti religiosi(come Ben Gvir per intenderci) sia ultraortodossi immessi nell’esercito volontariamente nonostante la loro esenzione dal servizio militare. Sono stati ripetutamente accusati di violazione dei diritti umani nei confronti dei palestinesi, violenze, uccisioni, ma senza conseguenze. Combattono credendo fermamente, con la loro battaglia, di affrettare l’avvento del Messia, di far parte di quelle violenze, la guerra fra Gog e Magog, che ne precederebbe l’apparire. Ne è stato molto ben scritto ieri da Fabiana Magrì su queste pagine. L’avvento del Messia non è solo un momento puramente religioso, esso sbarazza Israele da liberal e democratici, e prepara un regime assolutamente teocratico basato sulla parola di Dio. Non a caso una delle ultime manifestazioni contro Netanyahu prima del Sette ottobre aveva come motto “L’Iran è qui”.

In questo contesto di una guerra portata avanti su più fronti e di un esercito sempre più infiltrato da religiosi estremisti e messianici, cosa fa il governo di Netanyahu? Ha ripreso con vigore il suo attacco alla democrazia, approfittando della disattenzione interna e del ricompattamento della popolazione al governo, naturale in un Paese in guerra, oltre che del divieto di raduno emesso all’inizio della guerra, che impedisce ogni manifestazione. La legge che limitava i poteri della Corte Suprema rispetto all’esecutivo, contro cui la società israeliana aveva manifestato per mesi e mesi nel 2023, viene riproposta al Parlamento, mentre va avanti la legge voluta dal ministro Ben Gvir sulla pena di morte, che introdurrà anche in Israele come in Cisgiordania l’apartheid, sancendo norme diverse per i palestinesi e per gli ebrei. È invece ferma la legge sul servizio militare degli ultraortodossi, una ricompensa data loro per il supporto che forniscono al governo. Il Paese la vorrebbe con forza, perché non tollera l’idea che gli ultraortodossi si salvino studiando il Talmud dal destino dei suoi figli spediti in guerra. Anche se l’idea di un esercito con un gran numero di soldati che combattono in nome di Dio non può che preoccupare.

La guerra è una necessità vitale per il primo ministro e per la sua permanenza al governo. La guerra contro l’Iran, poi, una guerra contro il grande nemico di Israele, quello che da decenni ne minaccia la fine, è una guerra che ha visto al suo inizio un sostegno notevole fra la popolazione, che sta ora però cominciando ad accorgersi che non sarà una guerra facile. Il sostegno alla guerra sta diminuendo, anche se lo stato di emergenza impedisce ogni reazione. Il Paese è fermo, tutto è chiuso, si entra con grande difficoltà, e uscirne è quasi impossibile. La grande incognita è cosa succederà se Trump se ne tirerà fuori e Israele si ritroverà senza alleati sotto i missili iraniani. Basterà a Netanyahu presentare ai suoi elettori una vittoria in Libano per far dimenticare un fallimento in Iran? O Israele continuerà la guerra da sola e Netanyahu farà proprio il motto biblico “Muoia Sansone con tutti i Filistei”?


Jürgen Habermas, l’ultimo dei grandi

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 

Di Stefano Petrucciani, il manifesto

Jürgen Habermas è stato uno dei più grandi pensatori del ventesimo e del ventunesimo secolo. La sua opera ha pochi eguali per vastità e profondità. Nella sua lunga vita di uomo e di studioso (era nato nel 1929 a Düsseldorf) Habermas ha attraversato diversi campi del sapere (dalla filosofia alla sociologia, dalla linguistica alla teoria politica) lasciando in ognuno di essi una traccia indelebile. Come tutti i veri grandi, Habermas era anche una persona di straordinaria disponibilità e cortesia: amava discutere, con affabilità e simpatia, prendeva sul serio e rispettava ogni interlocutore. Praticava insomma davvero quella «etica del discorso» che dà il titolo ad uno dei suoi libri più significativi.

LA SUA FORMAZIONE era stata tutta all’impronta del marxismo critico. Nel 1956 era entrato come assistente nell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, dove era apprezzato da Adorno, meno da Horkheimer che lo riteneva troppo «estremista». Una delle sue prime ricerche sociali la dedicò al tema «Studenti e politica».

Habermas cominciò ad affermarsi come un protagonista del dibattito nella Germania Federale con la sua tesi di abilitazione, che divenne un libro molto importante tradotto in Italia con il titolo Storia e critica dell’opinione pubblica. Già in questo testo, uscito in Germania nel 1962, Habermas sviluppava una delle sue idee di fondo, che troverà poi piena esplicazione nel libro sulla democrazia (intitolatato Fatti e norme) pubblicato trent’anni dopo. Habermas si concentra sull’opinione pubblica perché, per lui, il cuore della democrazia non sono tanto le sue istituzioni formali (Partiti e Parlamenti) quanto il dibattito che si svolge nella sfera pubblica, la partecipazione dei cittadini, lo scambio di argomenti senza il quale la democrazia fallisce, si riduce a propaganda e a manipolazione.

LE TRASFORMAZIONI della sfera pubblica al tempo della rete (alle quali aveva dedicato un suo recentissimo volumetto) certamente lo spaventavano. Ma Habermas era (nonostante fosse allievo di Horkheimer e Adorno) alieno da ogni catastrofismo. Non ha mai abbandonato la fiducia nella ragione discorsiva, anche quando le dinamiche della storia e della società sembravano metterla davvero in crisi.

Sebbene si fosse formato nell’ambito del marxismo critico, Habermas fu anche, dalla metà degli anni Sessanta fino alla sua recentissima Storia della Filosofia (di cui sono apparsi in italiano, per ora, i primi due volumi presso Feltrinelli), un critico molto attento e sottile del pensiero di Marx. Il punto che egli rimproverava al filosofo di Treviri si può riassumere con il titolo di una sua famosa conferenza: «Lavoro e interazione». Per Habermas, Marx aveva tentato di comprendere la storia e l’emancipazione umana mettendo al centro una sola categoria fondante, quella del lavoro. Habermas proponeva invece un paradigma dualistico. Le società umane sono tenute insieme, da un lato, dal lavoro e dalla produzione, dall’altro dalle interazioni tra gli individui regolate da norme sociali e morali. Questa seconda dimensione del sociale non si può spiegare esaurientemente in base alla prima, cioè quella del lavoro, ma ha una sua propria logica autonoma che va ricostruita come tale.

Di qui la lunga riflessione che Habermas ha dedicato, in dialogo con il suo amico Karl-Otto Apel, più anziano di lui e scomparso nel 2017, al tema dell’etica. La sua prospettiva, come accennato prima, è quella di un’etica del discorso. In parole semplici, ciò vuol dire che il rispetto che si deve a tutte le persone, che costituisce il nucleo dell’etica, si radica in ultima analisi nella dimensione del linguaggio. È nel dialogo, nello scambio di argomenti e di ragioni che ha la sua base la necessità di prendere sul serio ogni interlocutore, che è appunto il vero nocciolo della morale.

LA VICENDA DI HABERMAS, intellettuale sempre impegnato senza risparmio nel dibattito pubblico, è stata segnata anche da memorabili polemiche. Da giovanissimo cominciò attaccando Heidegger, che non era riuscito a dire una chiara parola di autocritica sulla sua adesione al nazismo. Non mancò di scontrarsi, lui intellettuale di sinistra, con l’estremismo del movimento studentesco del Sessantotto. Negli anni Ottanta, contro Ernst Nolte, si impegnò nella discussione sul revisionismo storico, che equiparava nazismo e comunismo. Memorabile rimane la sua polemica contro il postmoderno, consegnata al libro intitolato Il discorso filosofico della modernità, apparso in Italia nel 1987. Lì Habermas, irritato dalla moda postmodernista, ne aveva per tutti: non risparmiava Nietzsche e Foucault e arrivava persino a rimproverare i suoi maestri (Horkheimer e Adorno) per avere aperto la strada ai postmoderni con la critica della ragione che avevano sviluppato nella Dialettica dell’illuminismo.

IL SUO IMPEGNO PIÙ RECENTE lo aveva portato su nuovi fronti. Con il suo ottimismo della ragione, credeva molto nelle potenzialità dell’Europa, anche se ne criticava da sempre la deriva tecnocratica. Ma il suo ultimo grande lavoro, incredibile per un uomo di novant’anni, è la monumentale Storia della Filosofia. Habermas ne ripercorre da par suo l’intera vicenda, dal pensiero mitico fino alla contemporaneità. Tra i motivi che lo hanno spinto a questa grande impresa c’era soprattutto l’idea che, di fronte a un mondo complicato come quello contemporaneo (segnato anche da riprese religiose e da fondamentalismi) fosse necessario interrogarsi daccapo sul millenario rapporto tra la ragione e le religioni, andando oltre il vecchio illuminismo e cercando di mostrare che le due dimensioni non si erano solo scontrate, ma anche arricchite attraverso processi di apprendimento reciproco. Forse non si sbaglia se si dice che con Habermas se ne va l’ultimo dei grandi maestri.


Chi ci guadagna dalla guerra di Trump? Lui stesso, i suoi principali sostenitori, e Vladimir Putin

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 

Di Robert Reich, Substack

La guerra all’Iran costa agli Stati Uniti circa 1 miliardo di dollari al giorno. Il bilancio del Pentagono quest’anno è di circa 1.000 miliardi di dollari, e Trump vuole altri 500 miliardi. A causa della guerra, il costo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile e il prezzo medio di un gallone di benzina alle pompe negli Stati Uniti è ora di 3,67 dollari, in aumento rispetto ai 2,92 dollari di prima della guerra.

La pressione sul bilancio federale ha fornito ai repubblicani una scusa per chiedere ulteriori tagli agli aiuti federali alle persone bisognose. JD Vance ha recentemente dato il via a una “guerra contro gli sprechi e le frodi” annunciando la sospensione dei pagamenti Medicaid al Minnesota, accusando il programma di essere pieno di frodi perpetrate da “cattive persone della nostra società che vogliono arricchirsi”.

Ma se volete trovare veri sprechi e frodi, non cercate oltre il “Dipartimento della Guerra” di Pete Hegseth.

Una nuova analisi condotta dall’organizzazione di controllo governativo Open the Books ha rilevato che, alla fine dell’anno fiscale 2025, il Pentagono di Hegseth aveva speso: quasi 100.000 dollari per un pianoforte a coda Steinway da collocare nella residenza del capo di stato maggiore dell’Aeronautica; 60.719 dollari in mobili da ufficio di alta gamma, tra cui almeno una lussuosa sedia Aeron da 1.844 dollari; 12.540 dollari per espositori a tre piani per cesti di frutta; 2 milioni di dollari per granchi reali dell’Alaska, 6,9 milioni di dollari per code di aragosta, 15,1 milioni di dollari per bistecche di costata e 1 milione di dollari per salmone; 124.000 dollari per macchine per gelato; e 26.000 dollari per tavoli per la preparazione del sushi.

Il Pentagono ha fallito ogni audit da quando è stato legalmente obbligato a presentarli nel 2018, e i rapporti dicono che continuerà a fallirli almeno fino al 2028.

I profitti in forte crescita degli appaltatori militari sono favoriti dal loro quasi monopolio sulla produzione per la difesa. A partire dagli anni ’90, il numero di appaltatori principali per il Dipartimento della Difesa si è ridotto da 55 a cinque.

Questi giganti hanno speso di più per arricchire i propri investitori che per espandere la produzione. Tra il 2020 e il 2025, i principali appaltatori militari hanno dedicato 110 miliardi di dollari al riacquisto di azioni e ai dividendi — più del doppio di quanto hanno speso in spese in conto capitale — il che ha fatto salire il valore delle loro azioni e i pacchetti retributivi dei loro amministratori delegati.

E chi sono i loro maggiori investitori e amministratori delegati? I fedelissimi di Trump.

Oracle di Larry Ellison fornisce alla macchina da guerra di Hegseth infrastrutture cloud e software aziendale. (Promemoria: Ellison è la seconda persona più ricca d’America e un fedele di Trump sul punto di possedere un impero mediatico composto da CBS, CNN, TikTok, Comedy Central e HBO).

SpaceX di Elon Musk si è aggiudicata contratti per miliardi di dollari per il lancio di satelliti sensibili e la sorveglianza spaziale. xAI di Musk ha ricevuto un contratto dal Pentagono per sviluppare strumenti avanzati di IA. (Promemoria: Musk è la persona più ricca del mondo e ha speso un quarto di miliardo di dollari per far rieleggere Trump nel 2024.)

La Palantir Technologies di Peter Thiel si è aggiudicata contratti di difesa multimiliardari, tra cui un accordo da 10 miliardi di dollari con l’esercito degli Stati Uniti per fornire analisi dei dati basate sull’intelligenza artificiale e software per integrare sistemi di IA, sorveglianza e gestione del campo di battaglia. (Promemoria: Thiel è un miliardario che ha contribuito con 1,25 milioni di dollari alla campagna presidenziale di Trump del 2016, compreso 1 milione di dollari a un super PAC pro-Trump, e poi 10 milioni di dollari per far eleggere JD Vance al Senato degli Stati Uniti nel 2022.)

Da non dimenticare le grandi compagnie petrolifere, che ora godono di profitti eccezionali grazie all’impennata dei prezzi globali del petrolio. (Ricordiamo che Trump ha chiesto ai dirigenti delle compagnie petrolifere 1 miliardo di dollari per la sua campagna del 2024, in cambio di favori non resi noti.)

Tra gli altri che traggono vantaggio dalla situazione c’è Jared Kushner, genero di Trump e uno dei principali negoziatori del governo statunitense in Medio Oriente, che sta raccogliendo freneticamente almeno 5 miliardi di dollari o più per la sua società di private equity da governi del Medio Oriente, compreso il Fondo di investimento pubblico dell’Arabia Saudita.

Infine, c’è Vladimir Putin, l’alleato a volte presente, a volte assente di Trump. In sole due settimane di guerra, la Russia ha incassato circa 6,9 miliardi di dollari grazie all’aumento dei prezzi del petrolio e all’allentamento delle sanzioni.

Cosa fare? Come minimo, il Congresso dovrebbe:

  • Vietare agli appaltatori della difesa di effettuare donazioni elettorali o di esercitare pressioni sul Congresso. Perché i contribuenti dovrebbero sovvenzionare queste attività?
  • Tassare i profitti straordinari derivanti dalla guerra di Trump (o da qualsiasi guerra). L’America ha già applicato in passato tasse sui profitti straordinari in tempo di guerra. Data l’entità degli attuali profitti straordinari, ne abbiamo nuovamente bisogno.
  • Tagliare il bilancio della difesa. Iniziare tagliandolo del 10 per cento ogni anno in cui non supera le verifiche contabili. Ciò è particolarmente importante durante l’era Trump-Hegseth con il gonfiamento della difesa.

Finché Trump e i suoi repubblicani controllano il Congresso e il ramo esecutivo, queste riforme non hanno alcuna speranza. Tuttavia, i democratici dovrebbero proporle e spingere affinché vengano approvate. Lasciamo che Trump e i suoi repubblicani votino pubblicamente contro di esse.

Robert Reich è stato Segretario del Lavoro nel governo Clinton, ed è saggista e autore di documentari

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: una vera fotografia pubblicata dalla Casa Bianca


Sergio Rossi – La scure sulla VW, 50.000 posti di lavoro soppressi nei prossimi 5 anni

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Per qualcuno è più cuccagna che per altri

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 

In un contributo sul CdT del 6 marzo 2026 intitolato “L’albero della cuccagna”, Tito Tettamanti ha svolto una sua personalissima analisi sui quasi 50 miliardi di sovvenzioni versati ogni anno dalla Confederazione a diversi tipi beneficiari (cantoni, persone fisiche e persone giuridiche). Dopo aver premesso che “impegno e capacità di faticare sono ormai fuori moda” – come dire che vi sarebbe chi non merita tali sovvenzioni – il facoltoso opinionista ha selettivamente scelto con il più classico dei “cherry picking” alcune sovvenzioni (apparentemente anche discutibili, ma è difficile valutare senza conoscere i dettagli) per mostrare come lo Stato Confederale starebbe spendendo soldi pubblici senza criterio.

Dopo aver fondamentalmente gettato discredito sullo Stato e anche sui beneficiari stessi delle sovvenzioni (l’allusione di essere degli scansafatiche è evidente), sul finale del suo contributo Tettamanti critica anche i partiti, rei a suo dire di preferire la distribuzione di facili sovvenzioni al duro lavoro di convincimento sul campo per raccogliere voti dalla cittadinanza.

“Tutti riuniti quindi attorno all’albero della cuccagna di facile accesso”, sentenzia Tettamanti. “Ma i soldi?”, si chiede: “Quelli ci sono, li ha lo Stato”, si risponde; concludendo poi con un provocatorio: “Purtroppo non è vero, perché sono i nostri e cominciano a scarseggiare”.

Aldilà della stranezza di sentire una delle persone più facoltose del nostro paese affermare che anche i suoi soldi comincerebbero a scarseggiare, come se egli fosse “uno di noi”, l’aspetto che più fa riflettere è l’incessante accanimento contro lo Stato, al quale anche una persona colta come Tettamanti si presta, andando così a nutrire il reiterato ritornello che lo Stato metta le mani nelle tasche di cittadini e cittadine.

Poco importa se la stragrande maggioranza di quella “cuccagna” alla quale Tettamanti fa riferimento, sia utilizzata per finanziare gli aiuti sociali (AVS, PC, sussidi ai premi malattia, asilo, …), la formazione e la ricerca (università, fondo nazionale di ricerca), la mobilità (stradale, ferroviaria), l’agricoltura, la cooperazione allo sviluppo, l’economia, l’ambiente, la cultura, la sicurezza e via dicendo. Per inciso, parte di queste sovvenzioni sono i soldi che negli ultimi 30 anni gli altri cantoni svizzeri sono stati più bravi ad incassare rispetto al Ticino, risanando così i loro debiti. Perché Tettamanti sottace tutte queste cose e ne evidenzia altre?

Il perché è evidente. Per togliere credito allo Stato e far credere poi che questo credito vada perlopiù nelle tasche delle persone “comuni”.

Certo, è più facile andare a porre l’attenzione sullo Stato, per definizione pubblico, che gestisce ca. 80-90 miliardi di franchi a livello federale (48 miliardi dei quali vengono redistribuiti alla popolazione) e ca. 140-150 miliardi a livello cantonale e comunale (parte dei quali provengono dalle citate sovvenzioni federali). Sembra però dannatamente più difficile o addirittura impossibile, per Tettamanti, porre l’attenzione su come vengono gestiti e investiti i ca. 5000 miliardi che in Svizzera sono nelle tasche dei privati e la cui distribuzione segue un po’ il principio della media di Trilussa. Come mai questi soldi non vengono mai considerati per cercare di mettere qualcosa in più nelle tasche delle persone comuni?

È strano che Tettamanti non parli mai di “cuccagna” quando le persone molto facoltose (fisiche o giuridiche che siano) beneficiano di generosi sgravi fiscali che riducono la possibilità dello Stato di garantire una più equa ridistribuzione della ricchezza prodotta da tutte le persone.

Sembrano allora molto attuali le parole scritte da Cesare Beccaria venticinque anni prima della Rivoluzione francese. Un tempo in cui si lottava per riequilibrare le immense disuguaglianze di allora riformando la concezione dello Stato: “Le leggi (anche quelle fiscali, ndr) sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità della nazione, ed il sovrano è il legittimo depositario ed amministratore di quelle; ma non bastava il formare questo deposito, bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare, il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi ancora quella degli altri” (Dei delitti e delle pene, Cesare Beccaria, 1764).

Marco Noi è granonsigliere e coordinatore Verdi del Ticino

Nell’immagine: Pieter Brueghel il Vecchio, “Il Paese di Cuccagna” (1550)


Ma il vincitore sarà davvero Putin?

Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana 

Dal nostro corrispondente da Mosca

La crisi nel Golfo Persico ha reso ancora più spregiudicata l’articolazione tattica in politica estera del Cremlino. 

Dall’arrivo di Donald Trump la Russia ha perso due affidabili alleati (Siria e Venezuela), la situazione Iran resterà a lungo in bilico e il presidente americano ha promesso a breve anche per Cuba “importanti novità”. Un quadro inedito per un’amministrazione americana che aveva promesso il massimo di isolazionismo ai suoi elettori. Per Mosca il cuneo in cui muoversi diventa sempre più angusto ed esige rapidi cambi di orientamento e zig-zag improvvisi.

Così, dopo aver denunciato “l’aggressione americana e israeliana all’Iran” e aver espresso le sentite condoglianze per la morte di Khamenei sono arrivate le aperture all’Europa sui flussi di gas e petrolio (con accordi a lungo temine e “non inquinati dalla politica”) e la lunga telefonata tra Putin e Trump sulla situazione internazionale. Di scambi tra Iran e Ucraina i due presidenti non hanno parlato ma se il conflitto nel Golfo dovesse essere archiviato a breve, Trump potrebbe tornare con maggiore vigore sull’agenda dell’Europa Orientale. I due non si fidano l’uno dell’altro, ma parlano  la lingua (simile) “dei bulli”.  

Putin non ha perso tutte le speranze che la teocrazia di Teheran resista. Le indiscrezioni apparse sulla stampa internazionale in questi giorni a proposito del tentativo russo di assistere l’alleato iraniano nel conflitto in corso sono state confermate da importanti funzionari russi.  

Andrey Kolesnik, membro della commissione parlamentare per la difesa, in un’intervista a “Lenta.ru” ha affermato che la Russia fornirà all’Iran assistenza militare e anche di altro tipo, poiché i due paesi sono legati da un trattato che riguarda anche la sicurezza russa. 

Secondo il parlamentare, la Russia potrebbe non inviare le proprie forze armate nella zona di guerra, ma sarebbe in grado di fornire l’assistenza necessaria in termini di attrezzature di vario tipo, in particolare per quanto riguarda l’aviazione.

“Il nostro Paese – ha aggiunto Kolesnikov – non può permettere la distruzione dell’Iran. I nostri sistemi antimissili per la contraerea S-300 sono già lì. Penso che forse invieremo anche qualcosa di più moderno, tipo gli S-400”. Non si sa se queste armi abbiano dato buona prova di sé sui cieli di Teheran ma è certo che se il conflitto dovesse proseguire oltre le 4-6 settimane pronosticate da Donald Trump, la Russia cercherà dei canali appropriati per tentate di rendere la vita dura a israeliani e americani nel Golfo: nei limiti ovviamente di quanto in grado di fare, senza che Mosca giunga a una rottura né con l’area turcofona né con le petromonarchie arabe. 

Il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha definito uno degli obiettivi dell’operazione di Israele e degli Stati Uniti quello di creare una frattura tra i vari Paesi del Golfo Persico, dove negli ultimi anni si è assistito a un positivo processo di normalizzazione.

il senatore Dmitry Vasilenko, capo del gruppo di cooperazione russo con l’Assemblea del Consiglio Islamico, ha sostenuto su “News.ru” che gli “Stati Uniti speravano di indebolire l’Iran, ma finora non ci sono riusciti. Gli USA puntavano a una catastrofe umanitaria in Iran che non è ancora avvenuta. E penso che non accadrà, perché stiamo facendo tutto il possibile affinché l’Iran resista. Naturalmente aiuteremo l’Iran, che è un nostro vero alleato…l’Iran non è stato sconfitto, anzi sta già intraprendendo misure di risposta di natura militare”.

In precedenza, l’esperto militare e caporedattore della rivista “Difesa Nazionale” Igor Korotchenko, in un’intervista al quotidiano “Parlamentarskaya Gazeta”, aveva sottolineato che, in termini di armamenti, l’Iran punta principalmente sui complessi missilistici operativi-tattici e sui droni kamikaze del tipo “Shahed” ma può contare anche su tecnologie russe. 

È chiaro, in questo quadro, che la Russia può fornire anche quel supporto logistico e satellitare di cui l’Iran ha assolutamente bisogno, come ha giustamente sostenuto il “Washington Post”.

Allo stesso tempo il Cremlino ha chiaro che, senza il supporto della Casa Bianca, un accordo vantaggioso in Ucraina non può essere portato a casa. Così l’ordine di Putin ai suoi collaboratori è stato quello di denunciare sì l’attacco americano in Iran ma senza mai nominare personalmente il presidente Trump. Molti potrebbero pensare che si tratti di dettagli, ma dettagli non sono. Il Cremlino vuole mantenere, fino a che sarà possibile, buone relazioni personali con il Presidente americano. 

I test da superare sono ancora molti. In primo luogo quello di Cuba. Il destino dell’isola caraibica ha un significato particolare e simbolico per Mosca. Perderla senza avere contropartite sarebbe un’ulteriore affronto difficile da digerire. 

Putin cerca anche di capire se l’aumento dei prezzi e del gas a cui stiamo assistendo possa essere il classico “bicchiere mezzo pieno” per la Russia. 

Il prezzo del greggio russo è aumentato da meno di 40 dollari al barile nel mese di dicembre a circa 62, prima per i timori di guerra e poi a causa dell’interruzione di quasi tutto il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, in cui cui transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio.

Il petrolio russo viene ancora scambiato con uno sconto considerevole rispetto al “Brent” l’“Urals” è ora al di sopra dell’asticella dei 59 dollari al barile ipotizzato nel piano di bilancio del Ministero delle Finanze russo per il 2026, quando le entrate fiscali derivanti dal petrolio e dal gas rappresentano un po’ di più del 30% del bilancio federale russo. Una vera ciambella di salvataggio, anche se non è per nulla detto che le cose si incanalino nella direzione sperata da Mosca (che prevede tra l’altro l’ipotesi di una guerra lunga). Il finanziamento dell’invasione in Ucraina potrebbe tornare ad essere sostenibile, ma a patto di trovare altre 100.000 reclute entro l’estate.

Secondo Denis Kasyanchuk, esperto economico della rivista moscovita “The Bell” “la carenza di petrolio dal Medio Oriente potrebbe essere compensata dalla Norvegia, che è un grande esportatore di petrolio. E ci sono anche dei paesi asiatici che esportano petrolio”.

Tuttavia la Russia cercherà sicuramente di sfruttare il varco che si è aperto e l’improvviso volo del ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó a Mosca ha avuto un evidente significato economico oltre che politico. Putin ha garantito al diplomatico ungherese che gli idrocarburi russi raggiungeranno Budapest alle stesse condizioni e prezzi del passato e ha liberato due cittadini ungheresi che avevano combattuto a fianco degli ucraini. In cambio – evidentemente -Orbán continuerà a fare le barricate a Bruxelles sulle nuove sanzioni contro la Russia. 

Il Paese magiaro è comunque solo una goccia nel mare della domanda crescente di gas e greggio di queste ore. Kasyanchuk ritiene che “gli sconti sul petrolio russo non stanno diminuendo, perché su di esso si applica un tetto massimo, che attualmente è di poco superiore ai 44 dollari”. Trump nella sua chiamata con Putin avrebbe promesso di allentare le sanzioni sul greggio russo comminate all’India, ma la volubilità del capo della Casa Bianca fa pensare a una decisione che potrebbe essere rapidamente mutata. 

Naturalmente si dovranno attendere, all’inizio di aprile, i dati relativi alle entrate petrolifere e del gas per il mese di marzo, ma detto ciò non è assolutamente certo che i fondi che il bilancio russo potrà incamerare per la crisi iraniana consentiranno di coprire il deficit accumulatosi negli ultimi mesi. E resta il rischio che le petroliere con petrolio siberiano possano essere semplicemente sequestrate. 

L’esperto di “The Bell” pensa che “questa è una situazione piuttosto interessante, poiché all’inizio dello scorso anno si è intensificato il passaggio delle petroliere della flotta ombra sotto la giurisdizione russa. In teoria, ciò potrebbe proteggere le petroliere dai sequestri. Tuttavia, a quanto pare, questa variante non offre ancora una protezione efficace e questa tendenza non è molto diffusa”.

Nel caos globale anche le previsioni più scontate potrebbero rivelarsi errate o fallaci. E alla fine le contorsioni tattiche di Putin potrebbero diventare un boomerang. 


Il costo della guerra e chi ne paga il prezzo

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Di Francesco Vignarca, il manifesto

Undici miliardi e trecento milioni di dollari. In sei giorni. Non è il Pil annuo di un piccolo Stato, ma quanto hanno già bruciato gli Stati uniti nella cosiddetta «Operazione Epic Fury» di attacco all’Iran. Si tratta di circa un miliardo di dollari al giorno solo per i costi operativi diretti; una cifra comunque incompleta perché non include i mesi di preparazione che hanno preceduto i primi bombardamenti dello scorso 28 febbraio.

C’è un rituale ineludibile che accompagna ogni guerra statunitense: la minimizzazione iniziale dei costi. Nel 2003 l’amministrazione Bush garantì che la guerra all’Iraq sarebbe costata al massimo cinquanta miliardi. Sarebbe stata una «passeggiata». Vent’anni dopo, la stima complessiva diretta e indiretta supera gli 8mila miliardi di dollari. Ma ciò non impedisce all’amministrazione Usa di replicare lo stesso schema: quella in Iran è un’altra guerra integralmente scelta e non «obbligata» (perché agita senza che ci fosse una minaccia imminente) con una leadership immotivatamente ottimista sui risultati tattici e strategici e una scarsa pianificazione. E addirittura il Congresso Usa, pur sollecitato a stanziare un supplemento di fondi in emergenza, mostra già alcune resistenze bipartisan.

Il Center for Strategic and International Studies ha stimato il costo delle prime cento ore di guerra in 3,7 miliardi di dollari, di cui tre miliardi corrispondono al solo valore di missili, bombe e intercettori consumati. Degli 11,3 miliardi già citato per la prima settimana scarsa, ben 5,6 sarebbero da ascrivere all’aver «bruciato» munizioni. Facile arrivarci con prezzi unitari di questo tipo: un missile Tomahawk di RTX costa 2,2 milioni; un intercettore del sistema THAAD di Lockheed Martin vale 12,7 milioni; uno per il Patriot tre milioni. Riserve ammassate in decenni vengono consumate nel giro di giorni. Sul fronte opposto, un drone d’attacco iraniano costa appena 35mila dollari a unità. Quando un intercettore che costa milioni è necessario per abbatte un drone da poche decine di migliaia, l’equazione «economica» della guerra è sbilanciata in partenza.

Poi c’è il lungo periodo. Nell’area operativa di «Epic Fury» sono coinvolti oltre 50mila militari americani, esposti a contaminanti e tossine. Se questi veterani chiederanno benefici a un tasso simile a quello delle Guerra del Golfo almeno un terzo sarà ammissibile a un qualche sostegno a vita, aggiungendo tra i 600 e i mille miliardi al costo totale di questa guerra nei prossimi decenni. In un paese già soffocato da un debito pubblico di 37mila miliardi di dollari (dieci volte il livello del 2003). E senza contare i costi indotti dalle conseguenze del conflitto: prezzi del petrolio più alti, inflazione, incertezza per le imprese e minor crescita. Un conto salato che potrebbe di gran lunga superare quello delle spese militari dirette. C’è poi la dimensione ambientale: i bombardamenti su impianti nucleari e raffinerie rilasciano sostanze tossiche le cui ricadute si misurano in decenni, mentre il carburante bruciato da portaerei, bombardieri e migliaia di missili contribuisce in modo tutt’altro che trascurabile alle emissioni climalteranti.

A fronte di questi costi, chi guadagna? In Borsa i titoli dei principali produttori d’armi statunitensi sono tutti saliti e i vertici delle maggiori aziende sono già stati convocati alla Casa bianca per un impegno a quadruplicare la produzione militare. Ben prima del conflitto in Iran, Trump aveva richiesto un aumento del 50% del già mostruoso bilancio del Pentagono: da mille a 1.500 miliardi, il maggiore incremento percentuale dal 1951. Nel contesto bellico e «militarizzato» (anche comunicativamente) attuale sarà molto più probabile l’approvazione della richiesta senza dibattito sulle priorità alternative, mettendo un’ipoteca sul futuro: una volta fissato un nuovo livello di spesa si consolida negli anni ed è estremamente difficile da ridurre.

Ma le prospettive di pace (o anche solo di «stabilizzazione» di una regione) non sono questione di quante bombe si hanno in magazzino. Piuttosto dipendono da scelte politiche, da interessi economici, di chi «paga il prezzo» (diretto o indiretto, economico o sociale). La carenza vera di questo periodo storico e politico non è di munizioni: è di saggezza, di rispetto del diritto, di prospettiva diplomatica. E tutte queste cose non si possono comprare da Lockheed Martin.

Nell’immagine: il cacciatorpediniere USS Frank E. Petersen mentre lancia un missile Tomahawk