Dove sei, Lugano?

Tocca ai partiti di centro (perché la socialdemocrazia già lo fa) erigere un alto argine contro la destra. Tocca a loro smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche 

Dove sei Lugano del Giardino dei Giusti e del festival dei diritti umani? Dove sei città dei convegni sulla pace e la non violenza? Con chi stai, quali sono i tuoi intimi pensieri? Quale virus è penetrato nottetempo nella classe politica che ti guida?

Sono domande che, all’indomani delle polemiche che hanno diviso il Municipio sull’opportunità o meno di reprimere un presidio antifascista non autorizzato, investono altri ordini di riflessione, più ampi e più profondi, perché vanno a toccare le radici della coscienza civile di una collettività. Detto altrimenti: Lugano è ancora una città che intende dirsi antifascista? Ovvero una città che non accetta di precipitare nell’ambiguità, nelle simpatie malcelate, negli ammiccamenti sornioni, al di là delle contingenze e delle provocazioni, delle questioni d’ordine pubblico e del rispetto delle leggi? Perché qui il discorso va oltre lo Stato di diritto, che – siamo d’accordo – va difeso e preservato. Riguarda l’«anima» di una città, che non si vorrebbe diventasse in terra elvetica la culla dell’estremismo neo-fascista e neo-nazista che altrove non trova ascolto.

Si capisce che il clima è mutato. C’è in giro una gran voglia di rifilare un sonoro ceffone a tutti gli antagonisti perturbatori della vita cittadina. La maggioranza del Municipio (quattro a favore, tre contrari) avrebbe voluto scacciare con la forza gli attivisti che si erano radunati, pacificamente, in Piazza Manzoni. Per fortuna la polizia (più assennata dei politici) non è intervenuta (fors’anche per non inondare di lacrimogeni il salotto buono di Lugano, gremito di turisti e «flâneurs»).

L’impressione insomma è che siano venuti meno gli anticorpi, che il cordone sanitario sia caduto, quel che i tedeschi chiamano «Brandmauer» o porta taglia-fuoco. Graffiti, incursioni-lampo in città del gruppo «Junge Tat», oltraggio al monumento Bassanesi a Lodrino, venuta a Mendrisio del generale Vannacci. Lega e Udc non paiono intenzionate a contrastare le seduzioni autoritarie che stanno montando negli Stati confinanti: Italia, Germania, Francia, Austria. Anzi, le osservano con occhi benevolenti. Fino a ieri si trattava di gruppuscoli e di nostalgici dei regimi nazifascisti, torvi e rumorosi ma efficacemente tenuti a bada dalle istituzioni democratiche e dalle culture politiche dominanti: liberali-radicali, democristiane e socialdemocratiche. Ma ora tutto questo si sta sgretolando, sull’onda di un linguaggio che non teme più la riprovazione sociale. Sembra ormai «naturale» inserire nel discorso pubblico concetti ed espressioni come «sostituzione etnica» (ripresa dai nazionalisti francesi) o come «remigrazione» (dal vocabolario della tedesca Afd). Il vocabolario cambia, si fa meno truculento, ma la sostanza rimane.

La propaganda delle destre radicali ha da tempo fatto breccia nelle file della Lega e dell’Udc, partiti che finora non avevano mai aperto le porte a formazioni dichiaratamente «nere» sventolanti bandiere con la croce uncinata. Ma ora, anche qui, i muri appaiono meno solidi. Si vorrebbe ascoltare una condanna chiara e inequivocabile, che però non arriva. Si preferisce rimanere nella zona grigia, luogo in cui proliferano le allusioni, le mezze parole, le formule volutamente equivoche come «anti-antifascismo».

Nell’era della secca polarizzazione destra-sinistra, la partita decisiva si gioca al centro. Tocca ai partiti che storicamente hanno presidiato questo luogo della politica erigere un alto argine contro la destra; tocca a loro (perché la socialdemocrazia già lo fa) smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche.

Giova forse ricordare che l’antifascismo non è un patrimonio che appartiene esclusivamente alle sinistre: nel caso italiano, ad esempio, tutte le forze democratiche hanno dato il loro contributo alla Resistenza, perfino alcune frange monarchiche. Ciò nonostante c’è reticenza a pronunciare quella parola, al punto di provare timore. Per fortuna, anche all’interno del Municipio, sono emerse voci di dissenso. Esemplare, seppur velata di tristezza, quella espressa dal vice-sindaco Roberto Badaracco: «mi auguro che a nessuno dia fastidio l’antifascismo, che dovrebbe essere un valore a destra, come a sinistra, come al centro» (laRegione, 25 febbraio scorso).

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: la manifestazione antifascista di Lugano


Tahar Ben Jelloun: sciiti e sunniti, una frattura antica dietro la guerra

Tocca ai partiti di centro (perché la socialdemocrazia già lo fa) erigere un alto argine contro la destra. Tocca a loro smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche 

Di Tahar Ben Jelloun, La Repubblica

Nell’Islam lo sciismo è la corrente opposta a quella del sunnismo, a cui appartiene la maggior parte dei musulmani. La sunna è la tradizione, l’ortodossia naturale, così come definita dal profeta Maometto.

La comunità sciita più importante vive in Iran e rappresenta il 90 per cento della popolazione del paese. La corrente esiste anche in altri paesi, come l’Iraq, il Pakistan, il Libano e lo Yemen. Per loro, alla morte del Profeta nel 632, avrebbe dovuto succedergli il genero Ali, che fu assassinato nel 661. Per i suoi sostenitori, tuttavia, Ali rimase l’imam che avrebbe dovuto proseguire la missione del profeta Maometto. Anche se, nel Corano, Maometto è designato come l’ultimo profeta rivelatore della terza religione monoteista. Gli sciiti sono i sostenitori di Ali. Dopo la morte del Profeta vengono definiti «i partigiani di Ali» e credono nella sua guida. Attendono e preparano lavenuta del Mahdi, una nuova incarnazione di Ali, che «riempirà la terra di giustizia ed equità». Questa attesa è scandita dall’anniversario della sua morte, celebrato con pratiche che perpetuano un lutto inestinguibile. Come direbbe un umorista parlando dei protestanti: «Gli sciiti sono dei musulmani che si sono messi in proprio!».

La loro pratica dell’islam si distanzia dall’ortodossia principale, quella sunnita. Essi considerano lo sciismo come un “istinto di sopravvivenza”

Si oppongono ai paesi musulmani sunniti come, per esempio, l’Arabia Saudita.

Queste due concezioni dell’islam sono contrapposte da secoli. Se non si considera l’opposizione fra sunniti e sciiti non si può comprendere la geopolitica dei paesi del Golfo.

I principali paesi del Golfo – Arabia Saudita e Qatar – avevano chiesto a Donald Trump di non bombardare l’Iran, perché sapevano che ci sarebbero state rappresaglie da parte del paese dei mullah. Esattamente quello che si è verificato all’indomani dell’intervento di Stati Uniti e Israele contro l’Iran: alcune basi americane in Arabia Saudita e in Qatar sono state bombardate dall’esercito iraniano, che ha colpito altri siti americani in Bahrein, ad Abu Dhabi e a Dubai.

Questa guerra è stata voluta principalmente da Netanyahu che, ossessionato dalla minaccia iraniana, sogna da decenni di farla finita con un paese di 90 milioni di abitanti, governato da un regime religioso, ben strutturato, ben insediato e abbastanza solido. Ne sia prova il fatto che, dopo l’assassinio della guida suprema Ali Khamenei e del suo governo, il regime è stato decapitato ma la resistenza dello Stato iraniano appare evidente: il regime non è caduto.

Israele ha trascinato Trump in questo conflitto. Il regime iraniano è indebolito ma resiste, attaccando, oltre al territorio israeliano, basi e ambasciate americane. La situazione è caotica e non si vede come questa guerra possa ragionevolmente terminare. Alla fine sarà il popolo a decidere, ma prima bisogna che il regime rinunci alla repressione sistematica e ad uccidere ogni oppositore.

Di tutti i paesi musulmani, l’unico che ha espresso la propria solidarietà all’Iran è il Pakistan. Certo, in Iraq lo sciismo è fiorente e il paese, distrutto dall’America nel 2003, oggi sopravvive grazie agli aiuti, politici e religiosi, dell’Iran. Lo stesso vale per lo Yemen, che sostiene l’Iran. Quanto a Hezbollah, in Libano, Israele lo bombarda quotidianamente, distruggendo anche edifici residenziali nel centro di Beirut.

Ma tutto ciò ha poca importanza di fronte a una situazione come quella attuale, in cui i bombardamenti israeliani si fanno sempre più violenti e determinati a distruggere l’Iran. Particolarmente preso di mira è il programma nucleare iraniano a fini bellici. Il regime iraniano, che aveva previsto questo tipo di attacchi, ha trasferito tutto il lavoro sul nucleare in bunker sotterranei che le bombe non possono raggiungere. Questo è quanto hanno dichiarato di recente gli esperti.

Oggi più che mai i regimi sunniti di tutto il mondo hanno condannato gli attacchi iraniani verso stati sovrani come Qatar, Bahrein, Arabia Saudita e Kuwait.

Il Marocco, che ha sottoscritto gli accordi di Abramo nel dicembre del 2020, si tiene alla larga dal conflitto, anche perché ha rotto ogni relazione con il regime iraniano da più di dieci anni. Il paese ha manifestato il proprio sostegno agli stati del Golfo attaccati dall’Iran. Il re Muhammad VI, in qualità di Comandante dei fedeli, è un sunnita di rito malechita, il rito equilibrato e moderato dell’islam pacifico: non può certo aderire all’ideologia sciita, che perpetua il lutto per la morte di Ali in quanto profeta successore di Maometto. Ogni relazione con l’Iran si è dimostrata impossibile, a causa della pervasività dello sciismo.

Lo sciismo nel Maghreb non esiste, è persino combattuto, ovvero proibito.

Ora, dopo la morte della Guida suprema, il regime si riconsolida. Ahmad Jannati, un membro di spicco del clero iraniano, ha dichiarato: «I movimenti filoamericani prenderanno il potere, dovremo dire addio a tutto». L’attuale combattimento è motivato da questa paura: veder scomparire non soltanto gli esiti della rivoluzione del 1979 ma anche la rilevanza dello sciismo nel mondo. Ora come ora non sappiamo fin dove si spingerà il loro istinto di sopravvivenza.

Nell’immagine: Tahar Ben Jelloun


Da «umanitaria» a «preventiva» ma sempre illegale

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Di Luca Baccelli, il manifesto

«Stiamo massacrando l’Iran» ha dichiarato, fra l’altro, Donald Trump. La brutalità della politica estera Usa è del tutto conclamata, l’affermazione degli interessi americani e di Israele non trova limiti spaziali, temporali, giuridici. E del resto, al netto dei tratti psicotici del personaggio, Trump ha candidamente dichiarato che non ha bisogno del diritto internazionale, e si è posto al di fuori di esso con la convocazione del suo Board of Peace. Il suo sodale Netanyahu, d’altronde, è un ricercato.

Eppure c’è chi trova giustificazioni per questa azione sconsiderata, divenuta guerra regionale, carica di rischi per l’intero pianeta e già catastrofica anche sul piano economico. Al comprensibile giubilo di oppositori e vittime del regime per l’uccisione della guida suprema Khamenei, fa eco la narrazione dei commentatori mainstream. E la presidente Roberta Métsola ha dichiarato che per il parlamento europeo «il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne per giustificare un regime tirannico».

Sembra di trovarsi di fronte a una coazione a ripetere. Fin dall’alba dell’imperialismo europeo, la sottomissione e la colonizzazione dei popoli, con l’effetto collaterale dei massacri di innocenti, è stata giustificata anche con l’eliminazione dei tiranni, di sistemi politici aberranti, di costumi barbarici. Fra quelli che il teologo Francisco de Vitoria considerava «titoli legittimi» per la conquista spagnola dell’America c’erano le «leggi tiranniche che violano i diritti degli innocenti»: i sacrifici umani. I potenziali beneficiari non avrebbero potuto opporsi, magari preferendo il rischio di avere il cuore strappato dal petto alla certezza di essere sottomessi: «Nessuno ha il diritto di immolarsi in sacrificio». Peraltro la conquista avrebbe permesso l’accesso a una compiuta umanità per gli indigeni, considerati «come bambini».

Vitoria non era un intellettuale organico della Conquista e criticava suoi aspetti più sanguinari. Eppure ha elaborato un schema che si è ripetuto più volte. Si trattava sempre di liberare i popoli barbari, volenti o nolenti, e di portare la civilizzazione, il «fardello dell’uomo bianco». Fino alle guerre umanitarie o per l’espansione della democrazia e all’eliminazione dei nemici. Con omicidi mirati come nel caso di Bin Laden o processi farsa come nel caso di Saddam Hussein. E, a proposito di giustificazioni, Israele ha definito l’aggressione dell’Iran un’azione «preventiva».

La criminalizzazione della guerra di aggressione è stata un punto di svolta nel diritto internazionale. Un progresso decisivo rispetto al reciproco riconoscimento del diritto di farsi la guerra da parte degli Stati sovrani; l’introduzione di un parametro giuridico, tutt’altro che una riproposizione «discriminatoria» della teoria della guerra giusta come obiettava Carl Schmitt.

Stabilita nel trattato Briand-Kellog del 1928, innerva la Carta delle nazioni unite, dall’articolo 2 che vieta anche la minaccia della forza al 51 che ammette la legittima difesa solo se si è subita un’aggressione effettiva, in attesa dell’intervento del Consiglio di sicurezza.

Sappiamo com’è andata: le guerre di aggressione e le invasioni di paesi sovrani si sono ripetute negli anni della Guerra fredda, con la copertura del potere di veto dell’uno o dell’altro membro permanente del Consiglio di sicurezza. E si è anche cercato di ridefinire la nozione di aggressione. Un pioniere è stato Michael Walzer, anche lui intellettuale progressista, che ha rilanciato la teoria etica della guerra giusta in esplicita contrapposizione al «paradigma giuridico». Guerra giusta è la risposta all’aggressione, ma «l’aggressione ha inizio prima ancora che si spari il primo colpo o si oltrepassi un confine» e l’intervento preventivo è legittimo «in (probabile) assenza anche di una qualsiasi immediata intenzione di lanciare un tale attacco o avviare una tale invasione»: basta una «minaccia sufficiente». Come nel caso della Guerra dei Sei giorni del 1967: un’aggressione secondo il diritto internazionale, una guerra giusta per Walzer.

L’idea della legittima difesa preventiva ha fatto strada. La ritroviamo all’epoca di George Bush Jr. («La nostra miglior difesa è un buon attacco»), applicata nel 2003 con l’aggressione all’Iraq. La minaccia sarebbe consistita nel possesso di armi di distruzioni di massa e poi nella «intenzione» di averle dato che non erano state mai trovate, come oggi nel presunto programma nucleare bellico iraniano. A Trump è bastata «la sensazione» che l’Iran potesse colpire per primo.

La costante rimane la pratica dei doppi standard, eclatante nelle posizioni di leader dell’Ue, della Nato e di molti paesi europei che non hanno perso occasione di condannare la Russia per l’invasione dell’Ucraina, cui sono state garantite risorse e armi, mentre balbettano di fronte alle azioni di Trump e Netanyahu e ipotizzano di scendere al loro fianco.

Nell’immagine:  una manifestazione in reazione agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, lunedì 2 marzo 2026 a Los Angeles.


Libreria Hoepli: crisi e futuro incerto per un simbolo svizzero di Milano

Tocca ai partiti di centro (perché la socialdemocrazia già lo fa) erigere un alto argine contro la destra. Tocca a loro smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche 

Di Michele Novaga, TVsvizzera.it

La sua unica e spaziosa sede di via Hoepli a Milano, situata nel cuore della città, accoglie oltre 100’000 libri e riviste italiani e internazionali, distribuiti su cinque piani ed esposti su oltre due chilometri di scaffali.

Libreria e casa editrice sin dagli albori – dal primo titolo del 1871 Primi elementi di lingua francese ai primi manuali come il Manuale dell’ingegnere civile e industriale del 1877, la cui versione aggiornata è tutt’ora in catalogo – fino ai titoli di oggi, la Hoepli è sempre stata un punto di riferimento di studenti, insegnanti, studiosi, bibliofili e lettori occasionali.

Un rapporto con la città che non si è mai interrotto nemmeno negli anni bui della Seconda guerra mondiale quando la sede di via Berchet, nella quale si era trasferita dal primo storico indirizzo di Galleria de Cristoforis negli anni Trenta, fu bombardata. Una casa editrice che vanta in catalogo decine di migliaia di titoli e che è un punto di riferimento per manuali tecnici e pratici e ricettari caratterizzati da un linguaggio chiaro ma autorevole, codici giuridici, dizionari e grammatiche, testi universitari, saggi di ingegneria, arte e fotografia.

Una libreria con oltre 150 anni di storia

La notizia della chiusura della Hoepli è giunta come un fulmine a ciel sereno e sta destando stupore e inquietudine nelle istituzioni e nella società. Solo qualche anno fa, nel 2020, la Hoepli aveva festeggiato i suoi 150 anni di storia tutta milanese con una lectio magistralis di Marcus Chown al Planetario, museo che il fondatore della libreria Ulrico Hoepli aveva voluto regalare alla città nel 1930 e ancor oggi luogo frequentatissimo da studiosi e scolaresche che vogliono conoscere l’affascinante mondo dello spazio.

“Hoepli non è solo una libreria, è un luogo dove si è sempre prodotto del pensiero, un fondamento della città; una parte storica di Milano oltre che una delle mie due librerie preferite che si caratterizza, tra le altre cose, per la competenza dei suoi commessi”, – spiega a tvsvizzera.it lo scrittore e intellettuale milanese Luca Doninelli – per cui la chiusura della libreria Hoepli sarebbe un colpo orrendo per Milano. “È – continua – come se eliminassero la Scala o il Piccolo Teatro. È il segno di una città la cui classe dirigente storica, la grande borghesia illuminata, ha abdicato al suo ruolo di guida morale”.

Entrare alla Hoepli è un’immersione nei libri. Le vetrine alte e larghe raccontano, con i suoi volumi esposti, la storia di Milano. Accanto al libro appena uscito intitolato “Bella Milano” che ritrae la città con le viste più belle, il mitico dizionario Milanese-Italiano di Cletto Arrighi: un sempreverde la cui prima edizione marchiata Hoepli e già premiata allora, risale al 1896. L’odore puro della carta e il candore delle pagine si scontrano con gli occhi preoccupati dei dipendenti riuniti in un capannello improvvisato vicino alla cassa per confrontarsi sulle ultime vicende societarie all’indomani dell’incontro sindacale del 18 febbraio. In bilico ci sono 89 lavoratori e altrettante famiglie che hanno ricevuto un avviso di cassa integrazione che, secondo quanto scrive il quotidiano milanese Il Giorno, dovrebbe durare 13 settimane.

Le origini della crisi

La crisi della storica libreria milanese, diventata una istituzione simbolo dell’integrazione della comunità svizzera a Milano, è cominciata qualche tempo fa e trova origine anche nella composizione del pacchetto azionario che per il 75% è in mano ai tre fratelli Hoepli – Matteo Ulrico, Barbara e Giovanni, Presidente, vicepresidente e direttore esecutivo che rappresentano la quinta generazione degli Hoepli- e per il 25% in possesso dei Nava, i loro cugini.

Proprio nelle divisioni interne alle due famiglie di azionisti e nelle scelte imprenditoriali sarebbe da ricercare la causa della situazione attuale: le trattative di cessione della libreria avviate dagli Hoepli avrebbero incontrato l’opposizione dei Nava. E a nulla sarebbero valse le offerte milionarie a due cifre formulate da alcuni colossi dell’editoria italiana per rilevare la libreria e tutto il pacchetto azionario. E intanto l’ultimo bilancio fotografa perdite per circa un milione di euro.

“Penso che una città con una forte cultura e con una forte base universitaria, debba avere delle librerie iconiche come ce ne sono nelle grandi città globali. Luoghi dove le persone si trovano a proprio agio magari pensate in modo moderno con caffetteria, poltrone, per favorire una semplice interazione perché l’intercultura è un elemento centrale delle città globali” – racconta a tvsvizzera.it Francesco Billari, milanese e rettore dell’università Luigi Bocconi. “La Hoepli è una di queste ed è cresciuta con la città anche in quanto libreria internazionale: quando si voleva cercare un libro da tutto il mondo si andava alla libreria Hoepli, un punto di riferimento in una posizione molto centrale nella città. Milano ha bisogno di molti luoghi di incontro, luoghi dove tra l’altro, così come nella libreria Hoepli, si possono trovare anche libri in inglese perché abbiamo bisogno di luoghi bilingue”.

La partita si deciderà nella prossima assemblea straordinaria degli azionisti che potrebbe tenersi nella settimana tra il 9 e il 13 marzo. Se la libreria Hoepli andrà verso la liquidazione volontaria, un pezzo importante della storia e della cultura di Milano potrebbe essere cancellato per sempre.

Nell’immagine: la sede attuale della libreria


I sogni bagnati degli ultra-libertari

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Di Jürg Müller-Muralt, Infosperber

Una nave arriverà! Ma non quella leggendaria nave che «la ragazza del Pireo» aspetta e che la cantante tedesca Lale Andersen canta nel 1960. Si tratta invece di quella dello zurighese Frank Binder, miliardario erede del gruppo farmaceutico Merck. Nel 2029 sarà pronta. Il più grande yacht del mondo sarà lungo 324 metri, quasi quanto la portaerei statunitense Gerald R. Ford (337 metri) e 51 metri più lungo del Titanic. Questo sogno galleggiante per super ricchi ospiterà 130 appartamenti di lusso, comprese piscine, teatri, cinema, biblioteca, ospedale, ristoranti, cantina, night club, palestre, centri benessere, elicotteri, sottomarini e altre cose utili.

Il giornalista americano e vincitore del Premio Pulitzer Evan Osnos ha recentemente dichiarato in un’intervista ai giornali Tamedia: «Un superyacht è in definitiva un’enclave mobile, un piccolo stato galleggiante. (…) Negli Stati Uniti alcune aziende promuovono apertamente concetti come quello dello “stato rete”, entità politiche che ricordano più club esclusivi che comunità. Accesso in cambio di capitale, appartenenza invece di cittadinanza. La fantasia di fondo rimane la stessa: isolamento, controllo, selezione».

Lontano dalla gente comune

Questi sono i sogni proibiti dei super ricchi e dei libertari: lontano dalla gente comune, dentro città di lusso isolate ed esclusive. Lo storico canadese Quinn Slobodian ha esaminato le idee e le pratiche di queste correnti libertarie radicali nel suo libro dal titolo eloquente «Capitalismo senza democrazia. Come i radicali del mercato vogliono smembrare il mondo in micronazioni, città private e paradisi fiscali» (Berlino, 2023). Egli mostra come le idee di questi circoli mirino a separare il capitalismo dallo Stato democratico.

Il punto di partenza è la tesi secondo cui numerosi pensatori e investitori libertari, del calibro del multimiliardario Peter Thiel, ritengono che libertà e democrazia siano incompatibili. Vogliono creare spazi in cui la logica di mercato possa funzionare senza controllo democratico. Ai loro occhi, lo Stato come meccanismo di regolazione e compensazione ha fatto il suo tempo. Partecipazione democratica, istruzione pubblica, diritti delle minoranze, diritti dei lavoratori, protezione dell’ambiente: tutta roba inutile.

Quota annuale invece di tasse

Le micronazioni e gli esperimenti statali libertari non sono idee nuove. La novità, tuttavia, è che «gli anarco-capitalisti e gli imprenditori stanno cercando di realizzare le loro utopie tecnologiche con molto più denaro», come si legge in un articolo dei giornali Tamedia. Spesso si sostiene che con queste città private si voglia replicare il successo di zone economiche speciali come Hong Kong e Singapore. Lì si creerebbe una prosperità che potrebbe riversarsi sulle aree circostanti.

Le città private, tuttavia, fanno un passo decisivo in più: «Queste città non sono governate dai politici, ma dalle aziende. Non ci sono tasse, ma i residenti pagano una quota annuale». Anche Donald Trump apprezza questa idea. Nel 2023 ha annunciato che, dopo la sua vittoria elettorale, avrebbe costruito dieci cosiddette Freedom Cities.

Una città privata nel paradiso delle palme

Esistono già esempi di città di questo tipo, come California Forever vicino a San Francisco, la città desertica saudita di Neom, o Prospera in Honduras. Nel novembre 2025, la SRF ha trasmesso un servizio al riguardo: «Città privata nel paradiso delle palme: come le élite tecnologiche cercano di sottrarre una città privata in Honduras al controllo dello Stato».

Ma non ci si accontenta solo di progetti sulla terraferma. Già nel 2008 Peter Thiel ha fondato il Seasteading Institute. Secondo la pubblicità sul proprio sito web, questo istituto persegue una variante radicale delle città private sotto forma di isole galleggianti completamente privatizzate: «Seasteading è il concetto di costruire insediamenti sul mare al di fuori della giurisdizione degli Stati nazionali esistenti. Poiché tutta la terraferma è già stata suddivisa, i mari offrono nuovi spazi in cui è possibile raggiungere una vera indipendenza e sperimentare nuovi modelli di governo più liberi.»

Struttura parallela allo Stato

Anche in Europa si sta lavorando da tempo a progetti di questo tipo. Ad esempio nella graziosa città di Döbeln, nella Sassonia Centrale. Qui ha sede la Cooperativa civica Mittelsachsen (BüG). Essa intende creare apertamente strutture parallele allo Stato, come si legge sulla sua homepage: «L’auto-organizzazione volontaria di cittadini determinati e quindi l’elusione dell’arbitrarietà statale aumenterà nella misura in cui diminuirà la fiducia nell’azione dello Stato. Questo approccio può essere ampliato e istituzionalizzato, attraverso la fondazione di una cooperativa civica. (…) La BüG offre una struttura parallela di convivenza come alternativa alle istituzioni esistenti. Nel senso di «vivere e lasciar vivere», essa sostiene la libertà contrattuale, la proprietà privata e l’economia di mercato».

«Le tasse sono un furto»

Secondo il quotidiano «Sächsische Zeitung», la cooperativa è sostenuta dall’iniziativa Atlas, di orientamento libertario di destra. Come cofondatore della cooperativa viene citato un certo Titus Gebel. Secondo Wikipedia, l’imprenditore e giurista tedesco è stato presidente del consiglio di amministrazione della holding Deutsche Rohstoff AG e amministratore delegato della Rhein-Petroleum GmbH. L’uomo è una figura centrale nel movimento delle città libere; è infatti presidente della Free Cities Foundation, dove convergono i fili di questo movimento libertario. Le organizzazioni partner sono il già citato Seasteading Institute, ma anche organizzazioni come Staatenlos. Quest’ultima promuove slogan come: «Le tasse sono un furto – scappa» e «Aiuta le persone che pensano liberamente a vivere una vita senza confini. Ottimizzata dal punto di vista fiscale. In tutto il mondo».

L’Istituto Liberale libertario

Anche in Svizzera esiste un’organizzazione collegata alla «Free Cities Foundation» che si occupa delle questioni care agli amanti della libertà libertaria: il Liberale Institut di Zurigo. Dal 2020 il direttore di questo istituto è Olivier Kessler. Kessler è diventato noto al grande pubblico come copresidente dell’associazione per l’abolizione dei canoni radiofonici e televisivi (iniziativa No Billag). Ha guidato la campagna referendaria per questa iniziativa popolare, che è stata chiaramente respinta dal popolo e dai Cantoni il 4 marzo 2018.

Secondo la Wochen-Zeitung del 2 marzo 2017, Kessler ha paragonato la riscossione dei canoni per la SSR a una rapina: «Non c’è alcuna differenza, tranne che una è un furto criminale e l’altra è un furto legittimato dallo Stato». Kessler si definisce «coerentemente liberale», ma è anche vicino al pensiero libertario. È infatti senior advisor della «Free Cities Foundation».

Obiettivo: «Un Comune libero e autonomo» in Svizzera

Nell’autunno 2022, il Liberale Institut ha organizzato il primo Free Economic Forum. L’evento si è tenuto nel castello di Schauensee a Kriens, nel Canton Lucerna. Nella lettera di invito si legge: «Sono attualmente in corso iniziative per la creazione di una nuova comunità libera, autofinanziata, aperta a tutti i gruppi della popolazione e largamente autonoma all’interno di un cantone disposto ad accoglierla. La comunità libera dovrebbe basarsi su un contratto civico che rappresenti un accordo comune per la protezione della libertà, della vita e della proprietà e che si ricolleghi allo storico giuramento secolare della Confederazione». A Kriens sono intervenuti Benjamin Mudlack dell’iniziativa libertaria di destra Atlas e Titus Gebel, presidente della «Free Cities Foundation».

Sforzi finora senza esito

A quanto pare questa iniziativa ha dato pochi frutti. A una domanda in merito posta da «Infosperber», Kessler ha risposto in modo piuttosto laconico: «Non siamo a conoscenza dello stato attuale dei progetti in corso. Non li seguiamo nemmeno noi stessi». In effetti, finora non ci sono indicazioni che un progetto concreto di questo tipo sia già stato realizzato o almeno sancito giuridicamente in Svizzera. Tuttavia, ci sono già discussioni e dibattiti al riguardo. L’indirizzo più importante in questo senso è, come già detto, il Liberale Institut.

Effetto sostenibile a livello ideale

Il libertarismo non è ancora così radicato né in Svizzera né in Europa. Come forza politica, non ha ancora preso piede. Non dispone di strutture istituzionali degne di nota e attualmente rimane un fenomeno di nicchia come ideologia politica. Tuttavia, «il libertarismo in Europa ha già avuto un effetto sostenibile a livello ideale», scrive il politologo Justus Seuferle nel Philosophie Magazin. «Ha reso popolare la presunta contraddizione tra ordine e libertà. È riuscito a mettere in contrapposizione libertà e bene comune senza nemmeno essersi sviluppato come forza politica».

«Fianco scoperto verso il fascismo»

Alan Posener, tra l’altro ex commentatore capo del «Welt am Sonntag», scrive nel suo blog: «I libertari rendono assoluta la critica allo Stato democratico, che considerano un nemico, e si alleano in nome della libertà con le forze più reazionarie, anche perché, in definitiva, come i reazionari, disprezzano le masse, detestano i deboli e adorano i forti. Per questo hanno un fianco scoperto verso il fascismo. (…) Elon Musk, Peter Thiel, J.D. Vance, Steve Bannon e altri proclamano un’era post-liberale, Donald Trump e Viktor Orban aprono la strada a questa era e troppi libertari li acclamano o spianano loro la strada, facendo spazio ai nemici della libertà in nome della libertà di espressione. Il dominio dei superuomini non porterà però più libertà, ma meno. I loro utili idioti dovrebbero rifletterci».

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Un microstato galleggiante: il futuro yacht del miliardario zurighese Frank Binder


Sergio Rossi – Una nuova guerra del Golfo, e sono guai economici per tutti

Tocca ai partiti di centro (perché la socialdemocrazia già lo fa) erigere un alto argine contro la destra. Tocca a loro smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


SSR – Il nostro voto conta il doppio

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Sono circa 433 000. Vivono, lavorano o studiano e pagano le imposte in Svizzera. Pagano anche il canone RTV! La maggior parte di loro però non potrà votare contro l’iniziativa 200 fr bastano perché non hanno la nazionalità elvetica. Eppure, anche per loro la RSI è davvero preziosa!

Ci pensino bene tutti coloro che hanno figli, parenti o amici italofoni, svizzeri o italiani, che vivono oltre Gottardo. Vogliamo privarli del canale che parla la loro lingua, dei documentari, dello sport, dei film, del Peo e dei giochi in cui scoprono tante curiosità sul nostro paese?  Non sono proprio i promotori dell’iniziativa a voler imporre agli immigrati addirittura l’assimilazione… (o l’espulsione). Non sanno che la SSR in lingua italiana è un prezioso strumento di integrazione? Lo pensa anche Steven Tirrito, vicepresidente di GIR Svizzera (Giovani italiani in rete): “Attraverso la comunicazione e i media si gioca anche l’accesso alla cultura, ai saperi e ad un’apertura sul mondo. Penso quindi che sia necessario perseverare e difendere la natura del servizio pubblico dei media, l’accessibilità libera a tutte e a tutti, mediante la diffusione, attraverso il proprio palinsesto, della lingua italiana, quale esercizio di democrazia linguistica”.

Bisogna ricordarlo anche a chi ritiene sprecata la consistente fetta di canone, il 22%, che la SSR spende per la RSI mentre al Sud delle Alpi ne incassa solo il 4%. Ma se si tiene conto anche di chi il canone lo paga oltralpe risulta che il pubblico potenziale della RSI supera sicuramente l’8%, il doppio. Anche per questo il multilinguismo della SSR è importante.

Caso mai si può obiettare che la RSI dovrebbe tener maggiormente conto di tutto il pubblico italofono della Svizzera perché, aggiunge ancora Tirrito “sicuramente la maggior parte dei giovani italiani segue la RSI prettamente per una questione di lingua. Ma notiamo una certa difficoltà negli italiani che vivono qui a seguirIa, perché è molto incentrata sulla Svizzera italiana. Mancano spazi dedicati agli italofoni che non vivono in Ticino.”

Ricordiamolo, la SSR produce nelle quattro lingue 17 programmi radiofonici e 7 televisivi, oltre alle offerte online come Swissinfo e tvsvizzera.it. Questo multilinguismo rappresenta il 40% dei suoi costi globali, che non sono quindi paragonabili a quelli dei paesi che ci circondano e che producono programmi in una sola lingua. Ecco perché 200 franchi non bastano!

La verità è che anche in Svizzera l’audiovisivo è minacciato dall’ombra che nei paesi europei si allunga contro il servizio pubblico. Si tratta dunque di non darla vinta a chi vuole applicare la legge del più forte anche nell’ambito dei mass-media per condizionare i contenuti dell’informazione e accaparrarsi le fette di mercato che producono più profitti, aprendolo ai grandi gruppi stranieri. Altro che risparmio per le famiglie: si finirebbe col pagare di più per intrattenimento e sport forniti dalle emittenti private.

Anche se gli ultimi sondaggi lasciano sperare in una bocciatura di questa nefasta iniziativa meglio non dormire sugli allori: l’8 marzo ogni voto conta e nella Svizzera italiana conta il doppio perché ci esprimiamo anche per chi oltre Gottardo paga il canone ma non può votare.

Nell’immagine: percentuale di italofoni nei cantoni svizzeri


Spagna, un esempio di fermezza

Tocca ai partiti di centro (perché la socialdemocrazia già lo fa) erigere un alto argine contro la destra. Tocca a loro smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche 

Di Massimo Adinolfi, La Repubblica

Poi c’è il riflesso qui da noi, in Italia. Ma intanto vale la pena leggere il fermo e vigoroso discorso al Paese del premier spagnolo, Pedro Sánchez: questa guerra è illegale, ha detto, viola il diritto internazionale e non promette nulla di buono. Aumenta l’insicurezza nell’area, fa molte vittime innocenti, e costa cara anche a noi europei. Non condividere la scelta degli Stati Uniti e di Israele non significa avere simpatie verso «il terribile regime degli ayatollah», un regime «che reprime e uccide brutalmente i propri cittadini». Ma questo non autorizza Stati Uniti e Israele a bombardare l’Iran, né dai bombardamenti si può credere che verrà la stabilità dell’area. È già successo, ci siamo già passati, quando fu rovesciato Saddam Hussein. Ne vennero la recrudescenza terroristica e una grave crisi migratoria, «un mondo più insicuro e una vita peggiore».

La questione viene però rigirata così: ha voglia Sánchez ad appellarsi, a reclamare e a esigere, l’ordine internazionale non esiste più. Confidare in esso, nella legalità internazionale, è esercizio vano, vuota retorica. Si sta o di qua o di là: o con Usa e Israele, con la democrazia e contro le dittature; oppure di là, con i nemici dell’Occidente, con i regimi dittatoriali e le autocrazie, ieri con Maduro e oggi con Khamenei, padre e figlio.

Il discorso di Sánchez ha il merito di sottrarsi a un simile, pernicioso aut-aut, per la migliore delle ragioni possibili: per la contraddizione che nol consente. Perché non si può stare dalla parte delle democrazie, sollevarne il vessillo, intestarsene le ragioni, in breve: dirsi democratici, senza darsi al tempo stesso l’obiettivo e indicare i mezzi con cui costruire «un ordine internazionale più giusto».

In realtà, la Spagna e Pedro Sánchez hanno più di un motivo per opporsi alle richieste americane e resistere alle pressioni minacciose di Donald Trump. Non è solo questione di orgoglio nazionale, benché anche quello non guasti (che facciamo? Lo spieghiamo ai sovranisti di casa nostra?): pesa una posizione geografica esposta sul versante mediterraneo, che ha sempre suggerito alle potenze del fianco europeo meridionale — quindi anche all’Italia — atteggiamenti meno contundenti verso l’altra sponda del mare e verso il vicino Oriente; conta un rapporto preferenziale con il mondo latino-americano, in gran parte di lingua spagnola, che ha nelle sue corde forti retaggi anti-coloniali e storiche diffidenze verso gli Usa, la potenza egemone; nel caso del premier socialista, infine, ha un peso anche la grande facilità con cui può marcare le distanze dalla destra e dire una cosa di sinistra: dopo tutto, del trio delle Azzorre che volle l’intervento in Iraq faceva parte l’allora primo ministro Aznar, leader dei popolari spagnoli.

Oltre a tutto ciò, però, sta il punto di fondo, che non parla solo spagnolo perché riguarda anche noi, anche l’Italia. Si può essere infatti i più realisti del mondo, non fermarsi neppure un momento a fare il conto delle vittime, rimanere convinti che l’arricchimento dell’uranio perseguito dalla Repubblica islamica rappresenti una minaccia imminente ed attuale — che è cosa difficile a sostenersi, peraltro, almeno da parte americana, se valgono qualcosa le dichiarazioni di Trump, che dopo i bombardamenti del giugno scorso aveva parlato di «distruzione totale» del programma nucleare iraniano — ma non si può fingere di non sapere che manca un pezzo essenziale a una simile giustificazione dell’intervento militare in corso: quello politico, quello relativo non all’ordine internazionale che non c’è, ma all’ordine internazionale che si vuol costruire, posto almeno che se ne voglia costruire uno.

Il no alla guerra di Sánchez non è né ingenuo né imbelle: è il no a uno sparo nel buio. Ed è anche una posizione decisa, risoluta, che ha il pregio non piccolo della chiarezza e della fermezza. La stessa che si poteva apprezzare nelle parole pronunciate qualche settimana fa dal premier canadese, Mark Carney, nell’intervento a Davos. Anche nel suo discorso, la spaccatura dell’ordine mondiale, «la fine di una bella storia e l’inizio di una realtà brutale», non metteva capo al semplice allineamento — «ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi» — ai desiderata di Washington, ma alla costruzione di un nuovo ordine basato su regole in cui «le potenze medie» — come il Canada, o come la Spagna, sarebbe bello poter dire: come l’Italia — provano a riconquistare la propria autonomia strategica.

Il riflesso da noi, dicevamo. Il riflesso, per ora, non è in nulla simile alla schiena dritta di Carney o al rifiuto opposto da Sánchez. Non somiglia neppure alla posizione di Downing Street, tesa a tutelare gli interessi britannici nell’area, o a quella franco-tedesca, la cui dottrina della sicurezza sta prendendo forma — in tema di nucleare e di riarmo — senza che l’Italia giochi un ruolo significativo. Certo, nessuno è in grado di fare previsioni attendibili, ma intanto la stazione metereologica di Roma non dice né che farà brutto né che farà bel tempo. Dice piuttosto: non pervenuto. E, al fondo, abbiamo scelto un’altra postura, molto più disponibile a spiegare le ragioni di Trump e degli Usa, che non a comporre le ragioni di una solidarietà europea. Così, mentre altri indossano l’elmetto, noi abbiamo messo su, un poco imbarazzati, il cappellino rosso di The Donald.

Nell’immagine: Pedro Sanchez


Teocrazia Usa contro gli ayatollah: il disegno è divino

Tocca ai partiti di centro (perché la socialdemocrazia già lo fa) erigere un alto argine contro la destra. Tocca a loro smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche 

Di Luca Celada, il manifesto

La segnalazione giunta lunedì da un sottufficiale di un’unità militare statunitense, ha denunciato il discorso pronunciato di un comandante che, rivolto alle truppe, ha definito la guerra contro l’Iran degli ayatollah «parte del disegno divino» e ha aggiunto che il presidente Donald Trump «è stato unto dal Signore per accendere il faro-sentinella che segnala l’inizio del ritorno di Cristo in Terra».

È stata solo una delle molte segnalazioni ricevute negli ultimi giorni dalla Military Religious Freedom Foundation, un’associazione che opera per la pluralità religiosa nelle forze armate. Un portavoce ha parlato di «centinaia» di messaggi simili.

Per molti quadri nell’esercito che risponde al ministro che porta tatuato sul bicipite la dicitura «Deus Vult» e sul petto lo stemma dei crociati, la deflagrazione mediorientale scatenata da Israele e Usa rappresenterebbe dunque la guerra profetizzata dall’antico testamento, ad esempio in passaggi come Ezechiele 38-39. Lo scontro finale fra forze del bene e del male è raffigurato nel libro dell’apocalisse come conflitto fra popolo eletto e una confederazione di nazioni nemiche.

Mentre prosegue il paradossale balletto dei mutevoli obbiettivi e finalità, emerge, in fondo non meno plausibile come movente, il fanatismo irrazionale che pervade il regime Trump e la corrente integralista religiosa della sua coalizione. A questa appartiene il “ministro della guerra” Pete Hegseth, seguace di Douglas Wilson, teologo e predicatore “post millenarista” dell’Idaho. Hegseth, che ha istituito regolari sedute di preghiera al Pentagono, oltre che militarista e convinto interventista, è fautore di dottrine apertamente teocratiche ispirate a sette evangeliche.

L’escatologia avventista evangelica è particolarmente incentrata sul giudizio universale. In quella cosmologia lo scontro militare di Armageddon prelude al “rapimento” (l’ascensione) dei fedeli come ricompensa divina. Un avventismo endemico negli ambienti del cristianesimo fondamentalista americano. La teologia evangelica, in cui spesso risalta un’ossessione con la “fine dei giorni”, è stata cooptata come elemento coesivo dall’estrema destra e fondamento ideologico delle “battaglie” culturali sin dalla Reagan revolution degli anni 80.

La visione fosca e implacabile, con radici puritane mutuate dai revival pentecostali e carismatici, costituisce da allora la matrice teologica e baricentro motivante del movimento conservatore e negli anni ha normalizzato vedute estreme sull’apocalisse prossima ventura che prelude alla grande tribolazione e alla seconda venuta di Cristo in terra.

L’apoteosi trumpista ha permesso l’inserimento di esponenti integralisti e cristo-nazionalisti (l’accezione più estrema e dottrinaria) ad ogni livello del governo. Da Mike Johnson “speaker” della Camera, che parla apertamente di «possessione demonica» dei membri dell’opposizione (e che ieri ha definito «difettosa» la religione islamica), a Russell Vought, il potente direttore dell’ufficio del bilancio e metodico picconatore dello stato amministrativo e assistenziale. Personaggi spesso legati alla Heritage Foundation, think tank “aggregatore” di pensiero neo reazionario e di area integralista.

Il movimento contiene anche un’influente ala cristo-sionista che ha esponenti come Mike HuckAbee, ex telepredicatore e governatore dell’Arkansas, attuale ambasciatore a Gerusalemme (e forte sostenitore del movimento dei coloni in Cisgiordania).

La convergenza fra oltranzismo religioso di estrema destra israeliana e americana trova una saldatura nell’attuale guerra e nella condivisa sintonia “profetica”. Dall’idea di “grande Israele” alla profezia del Monte del Tempio, che considera la ricostruzione del ritorno del messia degli Ebrei.

Resta naturalmente l’ironia dell’allineamento di queste correnti dietro a un apostata antitetico a ogni concetto di pietà religiosa. Donald Trump è tuttavia elevato dalla teo-ideologia, a “vascello imperfetto” del disegno divino, un accettabile compromesso. In ambienti sionisti, intanto, il presidente americano è paragonato al benefattore Re Ciro, il sovrano persiano riverito per aver liberato gli Ebrei dalla prigionia babilonese.

Hegseth è principale fautore della forza militare come strumento di dominio e di quest’ultimo come dimensione sostituiva della politica. È sua la ricorrente formulazione del “FAFO” (fuck around and fund out – «fai il furbo e vedrai»). Solo ieri ha dichiarato che l’Iran sarà «controllato a distanza» dalla supremazia militare Usa. Ma le espressioni di forza bruta non sono mai lontane da suggestioni apocalittiche e religiose che considerano una prossima distruzione del mondo un’auspicabile realtà teologica. Convinzioni che, con eccezionalismo e militarismo, accomunano le due potenze che hanno innescato la polveriera iraniana.

Lasciare le sorti del mondo in mano a chi considera predestinato e inevitabile la sua distruzione non è mai stato saggio. Perseverare nell’ignavia e nell’acquiescenza sembrerebbe davvero suicida.

Nell’immagine: cappelli con la scritta “Dio, armi e Trump” e “Gesù è il mio salvatore, Trump è il mio presidente” vengono venduti durante un comizio elettorale per l’ex presidente Donald Trump


La scomparsa dei conservatori

Tocca ai partiti di centro (perché la socialdemocrazia già lo fa) erigere un alto argine contro la destra. Tocca a loro smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche 

Basterebbe leggere alcuni articoli su quotidiani o riviste di peso (che rilevano, documentano, criticano e alle volte allarmano) per rendersi conto della crescita o del successo della estrema destra. Attualmente ci si accorge poi che l’egemonia politica ed anche culturale planetaria degli Stati Uniti pone i fari sulla nebulosa di intellettuali e “influencer” reazionari che gravitano attorno al trumpismo, facendone i promotori e gli artefici di una restaurazione della tradizione, invocando a sostegno Bibbia o valori cristiani o risvegliando la cosiddetta “fede morta dei viventi”.

Ci si interroga sulle ragioni. Risulta allora scombussolante rilevare come si punti spesso il dito più sulla sinistra che sulla destra, quasi che la sinistra ne fosse responsabile e causa: che cosa ha sbagliato la sinistra, non si è appannata, non ha forse dimenticato o abbandonato le classi popolari, non si è lasciata invischiare dal “social-liberalismo”, dall’economia della gratuità” che per essere tale opprime e deprezza innanzitutto il lavoro o dall’individualismo trionfante, dal ciascuno per sé?

Corre un filo di paradosso in tutto questo. Infatti, perché non ci si chiede: che cosa non ha funzionato nella destra? Perché la destra risulta incapace o più irretita di fronte alla crescita e al successo delle idee reazionarie, idee e pratiche che stanno campando nei partiti cosiddetti borghesi, nelle istituzioni politiche, economiche, finanziarie?

Ci sono due sorta di risposte. L’una da destra: la preoccupazione e l’arroccamento della destra sull’estrema destra, sono provocati dall’affermarsi di idee di fondo socialiste o comuniste o semplicemente dall’ “eccesso di Stato”, come necessità di difesa comune. L’altra da sinistra: sono le vittorie culturali ed economico-sociali della sinistra che spingono i conservatori a rivelarsi per quel che sono, assommandosi, senza più ritegno, alla destra estrema.

Quello che con l’immancabile inglese è stato definito ”backlash” culturale (cioè contraccolpo, reazione o, con terminologia trumpiana, “kissing my ass” o, diremmo più educati, ”rinculo”) avrebbe dunque aperto le porte alla diffusione delle idee reazionarie. Tralasciando tuttavia tra le due letture, una terza, più importante, ancora tutta da scrivere: quella della scomparsa dei conservatori.

Distinguere un conservatore da un reazionario non dovrebbe essere difficile. Essere reazionario vuol dire sostenere e difendere opinioni che cozzano contro il “politicamente corretto”, si tratti di razzismo, di emigrazione, di genere o di sessimo, di origini identità nazionalismo patriottismo escludenti. Essere conservatore vuol dire rispettare e volere che si rispetti un assieme di diritti, di norme morali e sociali (ciò che, a dire il vero, non impedisce ch’esse possono anche diventare discriminanti). Quindi, la vera realtà è che abbiamo perso i conservatori. In tal modo, quasi per scherzo o reazione della storia, rispunta e cresce la conservazione del peggio, come l’erba gramigna che invade e si confonde con il prato verde.

Un grande storico vivente, il francese Patrick Boucheron, dice che è spesso preso dagli incubi storici (les cauchemars de l’histoire). Uno di questi “incubi” è l’incapacità dei conservatori a resistere alle spinte reazionarie. Ciò che appartiene, più che all’immaginario antifascista (come alcuni vorrebbero far credere) a una realtà storica, a quanto accadde negli anni Trenta.

Pubblicato da Area