Cosa succede quando le macchine imparano a influenzarci

Conseguenze inattese di un fenomeno presente: siamo entrati in un periodo in cui le capacità emotive dei sistemi artificiali avanzeranno più rapidamente della nostra comprensione dei loro effetti 

Di Massimo Canducci, La Stampa

Ogni giorno, milioni di persone interagiscono con sistemi di intelligenza artificiale che dicono cose come “capisco come ti senti” o “dev’essere davvero frustrante”. I chatbot si scusano con un calore calibrato al millimetro. Gli avatar digitali inclinano la testa con espressioni di preoccupazione simulata. Gli assistenti vocali modulano il tono per risultare rassicuranti quando, alle due di notte, chiediamo informazioni su un sintomo che ci preoccupa. Nessuna di queste macchine prova alcunché. Il punto è capire se questo abbia davvero importanza visto che il cervello umano che riceve quei segnali non sembra fare alcuna distinzione.

È un territorio scomodo, e va ben oltre il dibattito ormai stanco sulla possibilità che l’intelligenza artificiale possa essere “davvero” empatica. Quel dibattito è in larga parte irrilevante. Quello che conta non è ciò che accade dentro la macchina, ma ciò che accade dentro di noi quando una macchina si comporta come se comprendesse le nostre emozioni. La distinzione tra empatia reale ed empatia artificiale collassa nel momento in cui le nostre risposte neurologiche non riescono a distinguere tra le due. E le evidenze scientifiche ci dicono che, in molti contesti, effettivamente non ci riescono.

Su questo tema ho scritto un libro: “Empatia artificiale. Come ci innamoreremo delle macchine e perché non saremo ricambiati”, ma questo articolo riguarda un progetto collaterale: uno studio scientifico che può cambiare il modo in cui pensiamo all’interazione tra esseri umani e macchine, e per cui chiedo direttamente ai lettori di partecipare, ne parliamo tra poco.

L’empatia, nella sua forma umana, è un fenomeno stratificato che coinvolge la capacità di riconoscere lo stato emotivo di un’altra persona, di entrare in risonanza con quello stato a livello fisiologico e, nella sua espressione più sofisticata, di rispondere in modo realmente utile. Le macchine non fanno nulla di tutto questo. Rilevano segnali linguistici e contestuali, li elaborano attraverso modelli probabilistici e producono risposte che imitano comportamenti empatici con precisione crescente.

Il punto critico è che questa imitazione, quando è eseguita sufficientemente bene, produce effetti concreti su persone reali. La ricerca neuroscientifica ha dimostrato che il cervello attiva regioni simili quando elabora segnali empatici provenienti da esseri umani e da macchine, a condizione che i segnali siano sufficientemente convincenti. Non stiamo parlando di una vaga sensazione di conforto, stiamo parlando di cambiamenti misurabili nella fiducia, nei processi decisionali e nell’attaccamento emotivo.

Potremmo chiamarla “empatia percepita”, e si tratta probabilmente di uno dei fenomeni più sottovalutati nel panorama tecnologico attuale. Non richiede che la macchina abbia una vita emotiva interiore, richiede soltanto che l’essere umano si comporti come se la macchina ce l’avesse. Persino le persone che sanno perfettamente di stare interagendo con una macchina riferiscono di sentirsi comprese, confortate o influenzate dal suo tono emotivo. Lo spazio tra simulazione e percezione è il luogo in cui risiede il vero potere di queste tecnologie, ed è uno spazio che l’industria sta sfruttando con sofisticazione crescente, spesso senza comprenderne appieno le conseguenze.

Il problema che nessuno sta misurando

Proviamo a pensare alla situazione attuale: i sistemi di intelligenza artificiale conversazionale sono impiegati su larga scala nel servizio clienti, nel supporto alla salute mentale, nell’istruzione, nella compagnia digitale, nelle vendite. Gli avatar digitali stanno diventando interfacce standard nel settore bancario e nella sanità. Ogni grande azienda tecnologica investe per rendere i propri sistemi più naturali, più caldi, più “umani”, perché i sistemi che sembrano empatici generano engagement più elevato, sessioni più lunghe e migliori tassi di conversione.

Quello che manca è una misurazione seria di come questi segnali empatici influenzano il comportamento umano a un livello più profondo. Sappiamo che le persone preferiscono interagire con un’intelligenza artificiale empatica, ma non sappiamo, con rigore scientifico, quali forme specifiche di empatia artificiale siano più efficaci nell’influenzare le decisioni umane, e non sappiamo dove si collochi il confine tra supporto emotivo utile e manipolazione dolce.

Il passaggio dal “comunicare” al “convincere” è una delle transizioni più interessanti nella storia dell’interazione tra esseri umani e macchine. Se una macchina può influenzare le nostre decisioni calibrando il proprio tono emotivo, la domanda se essa provi “davvero” empatia diventa puramente accademica. L’esito funzionale è identico: il nostro comportamento cambia sulla base del condizionamento empatico generato da macchine dotate di empatia artificiale.

La ricerca

È in questo contesto che voglio presentare un progetto di ricerca che considero particolarmente importante. Lo studio si intitola “Artificial Empathy and Human Behavior: How Empathic Machines Influence Human Decision-Making”, e il suo obiettivo è indagare, attraverso metodi sperimentali, la relazione tra diverse forme di empatia artificiale e il loro impatto misurabile sulle scelte umane.

L’ipotesi è semplice ma potente: non tutte le forme di empatia artificiale producono lo stesso effetto di condizionamento. Una macchina che rispecchia il nostro stato emotivo può influenzarci diversamente da una che valida i nostri sentimenti, o da una che risponde con precisione cognitiva ma senza colorazione emotiva. Lo studio non chiede “le macchine possono essere empatiche?”, una domanda dibattuta a lungo che produce poca conoscenza utilizzabile. Chiede invece: “quali emozioni e comportamenti artificiali funzionano meglio come strumenti di condizionamento sugli esseri umani?”. È una domanda che sposta l’intera analisi dalla filosofia alla scienza comportamentale, dalla speculazione sulla coscienza delle macchine alla misurazione della vulnerabilità umana.

Le implicazioni sono immediate. Nel business, le aziende che comprenderanno quali strategie empatiche producono i livelli più alti di fiducia avranno un vantaggio significativo. Sul piano sociale, i companion artificiali stanno già generando forme di dipendenza emotiva, in particolare tra i più giovani e le popolazioni isolate, attraverso meccanismi ancora poco compresi. Sul piano etico, c’è una differenza sostanziale tra una macchina che ci aiuta a gestire le nostre emozioni e una che usa segnali emotivi per orientare le nostre decisioni verso gli interessi di qualcun altro. Senza dati, è impossibile tracciare il confine tra assistenza e sfruttamento.

Lo studio utilizza un disegno sperimentale controllato con avatar digitali che impiegano diversi stili empatici, e misura il comportamento effettivo dei partecipanti, non gli atteggiamenti auto-riferiti. Ai partecipanti viene chiesto di prendere decisioni, e lo studio registra ciò che effettivamente fanno. Decenni di ricerca comportamentale hanno dimostrato che le persone sono poco accurate nel riferire i propri processi decisionali, specialmente quando sono coinvolti fattori emotivi. I risultati forniranno per la prima volta una mappa quantitativa dell’efficacia empatica nell’interazione tra esseri umani e macchine, basata su comportamenti osservati e non su preferenze dichiarate.

Partecipare

Questo studio richiede un campione internazionale ampio e diversificato per produrre risultati statisticamente significativi. La ricerca è in corso, i dati sono in fase di raccolta, i risultati non sono ancora noti. Partecipando, si diventa parte del processo scientifico, non osservatori dei suoi esiti.

Lo studio è disponibile all’indirizzo https://digitpoll.com, in cinque lingue: italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo. L’esperienza richiede pochi minuti, è semplice e non ci sono risposte giuste o sbagliate. Non è un sondaggio di marketing né un test di prodotto: è uno studio scientifico progettato per produrre ricerca sulla capacità dell’intelligenza artificiale di influenzare il comportamento umano attraverso la simulazione emotiva. I partecipanti avranno accesso ai risultati una volta completata l’analisi.

Stiamo entrando in un periodo in cui le capacità emotive dei sistemi artificiali avanzeranno più rapidamente della nostra comprensione dei loro effetti. Le macchine non hanno bisogno di comprendere le emozioni per utilizzarle efficacemente, hanno bisogno soltanto di produrre i segnali giusti al momento giusto. Ci siamo evoluti per rispondere a stimoli emotivi in un mondo in cui quegli stimoli provenivano sempre da altri esseri viventi con stati interiori genuini. Il nostro cervello non ha mai sviluppato un filtro affidabile per i segnali emotivi artificiali, perché fino a pochissimo tempo fa quei segnali non esistevano.

La domanda che dovremmo porci non è se le macchine possano provare emozioni, è se siamo preparati a vivere in un mondo in cui le macchine sanno esattamente quali leve emotive azionare, e quando azionarle, per indurci a fare ciò che qualcuno vuole che facciamo. La risposta a questa domanda dipende anche da ricerche come questa. Anche su questo, siamo solo all’inizio.


L’abile mossa di Bernie Sanders: “Basta data center negli Stati Uniti”

Conseguenze inattese di un fenomeno presente: siamo entrati in un periodo in cui le capacità emotive dei sistemi artificiali avanzeranno più rapidamente della nostra comprensione dei loro effetti 

Il senatore Bernie Sanders ha presentato al senato americano una proposta di legge per bloccare la costruzione di nuovi data center fino a quando i legislatori non avranno emanato regolamenti sull’intelligenza artificiale, segnando così un punto di svolta per la sinistra,  mentre Washington si confronta con il profondo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti di questa nuova tecnologia.

Prendendo di mira i data center, ovvero le enormi infrastrutture informatiche che alimentano l’intelligenza artificiale, Sanders ha affermato che il disegno di legge mira a rallentare l’avanzamento della tecnologia, dando al Congresso il tempo di discutere i limiti da rispettare.

“C’è chi sostiene che questa rivoluzione sarà molto più trasformativa della Rivoluzione Industriale, in termini di impatto su un numero maggiore di persone e in tempi molto più rapidi”, ha dichiarato Sanders in un’intervista. “E trovo incredibile, considerando tutto ciò e le preoccupazioni dei cittadini americani, che il Congresso non abbia fatto praticamente nulla per regolamentare l’intelligenza artificiale e la robotica”.

Alexandria Ocasio-Cortez ha in programma di presentare un disegno di legge simile alla Camera nelle prossime settimane, e sebbene la proposta sia quasi certamente destinata a fallire, mostra come le posizioni sull’intelligenza artificiale si stiano irrigidendo in vista delle elezioni di medio termine di quest’anno. Esponenti del Partito Democratico, ma anche di quello Repubblicano, cercano di arginare questa potente tecnologia in risposta ai timori dei cittadini riguardo a massicce perdite di posti di lavoro, bollette energetiche alle stelle e inquinamento. Ma all’estremo opposto dello spettro si trova l’amministrazione Trump, dove influenti consiglieri della Casa Bianca con legami con l’industria tecnologica spingono affinché il Paese proceda senza limiti nella speranza di innescare una rivoluzione economica e di rimanere all’avanguardia rispetto alla Cina.

Nello scorso ottobre il gruppo ambientalista Food & Water Watch ha chiesto per la prima volta una moratoria a livello nazionale Nel giro di pochi mesi altri gruppi hanno aderito all’iniziativa, e Sanders ha iniziato a promuovere il suo sostegno all’idea.

Un recente sondaggio del Pew Research Center ha rilevato che gli americani hanno una visione negativa degli effetti dei data center sull’ambiente, sui costi energetici e sulla qualità della vita delle persone che vivono nelle vicinanze, sebbene gli intervistati abbiano espresso pareri più positivi riguardo ai loro effetti economici.

Sanders ha lanciato l’allarme sul potenziale rischio di una massiccia perdita di posti di lavoro a causa dell’impiego di computer e robot intelligenti in mansioni un tempo svolte dagli esseri umani, pubblicando un video in cui esperti discutono di come l’intelligenza artificiale potrebbe portare all’estinzione umana e un altro in cui “intervista” uno strumento di intelligenza artificiale sull’impatto della tecnologia sulla privacy. Il mese scorso si è recato in California per confrontarsi con i dirigenti delle aziende tecnologiche. “La stragrande maggioranza degli americani, soprattutto i lavoratori, è estremamente preoccupata per ciò che l’intelligenza artificiale e la robotica significheranno per loro”, ha affermato Sanders.

Il disegno di legge di Sanders mira a collegare i data center, la manifestazione fisica e più visibile dell’intelligenza artificiale in molte comunità, alla tecnologia stessa. La proposta di legge Sanders-Ocasio-Cortez prevede una moratoria sulla costruzione di data center fino a quando il governo federale non approverà norme che garantiscano la sicurezza della tecnologia IA e la condivisione della ricchezza che essa genererà con l’intera società.

La scorsa settimana l’amministrazione Trump ha presentato un quadro legislativo che prevede una regolamentazione limitata dell’intelligenza artificiale e impedisce agli stati di emanare normative proprie. Il team del presidente ha riconosciuto lo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti dei data center e, questo mese, i funzionari hanno invitato a Washington i leader del settore tecnologico per obbligarli ad impegnarsi a pagare l’energia elettrica da essi consumata.

Cy McNeill, direttore senior per gli affari federali presso la Data Center Coalition, ha affermato che il settore si impegna a collaborare con le comunità e che una moratoria “rischia di razionare l’accesso ai servizi digitali, di compromettere la nostra competitività globale e di avere un impatto sostanziale sulla vita quotidiana degli americani”.

Ma Brad Carson, ex membro del Congresso democratico e ora a capo dell’organizzazione Public First Action, che si batte per la salvaguardia dell’IA, ha affermato che la strategia della Casa Bianca di puntare così tanto su regolamentazioni così limitate comporta dei rischi: “Se non ci riescono, il piano B al momento è Bernie Sanders”.

Lo stesso settore riconosce di avere un problema di immagine. E, pur avendo enfatizzato la potenza della propria tecnologia, i dirigenti non l’hanno sempre presentata nei termini più lusinghieri. Dario Amodei, amministratore delegato dell’azienda di intelligenza artificiale Anthropic, ha recentemente affermato di immaginare un potenziale futuro caratterizzato da un’elevata crescita economica, ma anche da un’alta disoccupazione, poiché le persone in diversi settori faticheranno ad adattarsi.

Ma con l’avvicinarsi delle elezioni, i comitati politici finanziati dall’industria dell’IA stanno pianificando di spendere decine di milioni di dollari per eleggere il Congresso più favorevole possibile. Il presidente di OpenAI, Greg Brockman, e altri ricchi dirigenti hanno sostenuto un comitato politico che si batte contro i sostenitori di una rigida regolamentazione dell’IA. A sua volta, la rivale Anthropic ha finanziato il gruppo di Carson con 20 milioni di dollari.

Un dibattito simile si sta svolgendo nelle assemblee legislative statali di tutto il paese, dove si sono formate alleanze improbabili mentre le comunità si confrontano con la possibilità che enormi centri dati sorgano sia in quartieri urbani poveri che in remote aree rurali. Gli analisti hanno individuato una dozzina di stati in cui i legislatori stanno valutando divieti di costruzione che vanno da pochi mesi a diversi anni.

Il governatore della Florida, Ron DeSantis, è stato tra i leader repubblicani che hanno cercato di porre un freno all’intelligenza artificiale, sostenendo norme sulla privacy e limiti all’uso della tecnologia per fornire assistenza sanitaria mentale e prendere decisioni in materia di assicurazioni, insieme a un pacchetto di misure per tenere sotto controllo i centri dati. “Vogliamo assicurarci che i cittadini della Florida non finiscano investiti dalle auto a causa di questa rivoluzione dell’intelligenza artificiale”, ha dichiarato DeSantis a gennaio.

Nonostante il dibattito, ci sono pochi segnali che le normative più restrittive possano effettivamente essere approvate dalle assemblee legislative statali. MultiState, una società di relazioni governative, sta monitorando alcune decine di proposte di legge sui data center che hanno compiuto progressi significativi quest’anno. Morgan Scarboro, vicepresidente della società, ha affermato che si tratta generalmente di provvedimenti di modesta entità, volti ad aiutare i governi statali a raccogliere maggiori informazioni su questo settore in rapida crescita.

“Su questo tema non c’è una netta divisione partitica”, ha affermato Scarboro. “È probabilmente uno dei pochissimi argomenti in politica in cui si possono trovare alleati estremamente insoliti.”

Nell’immagine: un data center a San Jose, California


Sergio Rossi – Anche l’economia può spingere alla chiusura di un conflitto

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Ancora una zappata sovranista sui piedi

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La cosiddetta iniziativa sulla sostenibilità, quella dell’Udc che nominalmente vorrebbe limitare la popolazione Svizzera a 10 milioni di persone, andrà in votazione popolare il prossimo giugno. Cosa produrrebbe a breve termine se venisse accolta?

Siccome nelle disposizioni transitorie pretende che, al momento in cui in Svizzera dovessimo arrivare a 9,5 milioni di residenti (non 10), cosa che potrebbe accadere in pochi anni secondo l’Ufficio federale di statistica, le autorità federali dovrebbero rinegoziare i trattati internazionali che hanno influenza sulla popolazione, essa avrebbe come primo effetto di silurare puramente e semplicemente gli accordi bilaterali con l’Unione europea.

Chiedere a Bruxelles un nuovo round negoziale basato sull’esenzione della Svizzera dalla libera circolazione delle persone, principio che l’Unione non può mettere in discussione per i Paesi terzi, essendo in vigore per tutti i propri membri, equivale a non poter negoziare. Un Sì all’iniziativa significa quindi isolamento a lungo termine del nostro Paese.

Le conseguenze non sono difficili da immaginare. Invece di un rapporto con l’Unione europea fondato sul diritto, avremmo un vuoto normativo e quindi un’estrema dipendenza dalle eventuali intemperanze di Bruxelles, che ha molto meno bisogno di noi rispetto a quanto noi abbiamo bisogno di partecipare al mercato europeo. Con dei trattati in vigore ci si può appellare al diritto se qualcosa non va, mentre senza trattati vale solo la legge del più forte, che purtroppo non siamo noi.

Per il Ticino, stante il sistema economico attuale fondato sulla crescita continua e, prendendo solo l’aspetto quantitativo, un numero di posti di lavoro più grande del numero di quello dei lavoratori residenti, la conseguenza più probabile è invece un aumento dei lavoratori frontalieri. Perché non potendo aumentare l’immigrazione dei lavoratori residenti, che è quella che negli ultimi decenni ha fatto crescere la nostra popolazione, la nostra economia e il nostro benessere, o affidiamo il lavoro in esubero ai frontalieri, o cancelliamo i posti di lavoro non occupati e ci impoveriamo. Isolamento, più frontalieri, dipendenza dalle potenziali intemperanze estere, meno benessere. Questi sono i prodotti di questa proposta pericolosa, che va respinta.

Idealmente sarebbe bello avere una popolazione stabile e un benessere crescente, ma per farlo dovremmo modificare radicalmente il nostro modello economico, che di certo l’Udc, proponente dell’iniziativa, non intende cambiare. Non lo vuole cambiare nemmeno la maggioranza della popolazione, come purtroppo non lo può cambiare nemmeno chi ne denuncia da sempre i problemi, perché a me pare che, al di là dell’intervento necessario e sacrosanto sulla ridistribuzione della ricchezza prodotta, purtroppo un modello economico alternativo solido e convincente, capace di raccogliere una maggioranza di consensi, oggi non esista.

Rimane il fatto che il modello economico attualmente vigente sia fondato sulla crescita, e che funzioni solo se aumentano anche i lavoratori disponibili. Se la popolazione svizzera è cresciuta negli ultimi 50 anni di circa 3 milioni di abitanti (da 6 a 9), lo ha fatto grazie all’immigrazione, perché il tasso di fecondità del nostro Paese da mezzo secolo è insufficiente e perché l’economia per crescere ha avuto bisogno dei lavoratori esteri. L’iniziativa bloccherebbe questo sviluppo, con danni per tutti, ma prima di tutto per chi non ha mezzi propri consistenti e dipende dal proprio lavoro.

Scritto per laRegione


UBS e la Banca nazionale svizzera sono azionisti di Palantir

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Di upg, Infosperber

Proprio la Banca nazionale svizzera, ma anche la grande banca UBS, sono comproprietarie di un gruppo di software che, tra le altre cose, si è infiltrato nel governo degli Stati Uniti. Palantir ha aiutato, ad esempio, l’Ufficio immigrazione e dogana degli Stati Uniti (ICE) con il suo software per combattere l’immigrazione illegale.

Il software di Palantir viene utilizzato anche per guerre contrarie al diritto internazionale. Il gruppo collabora strettamente con il governo israeliano nella guerra a Gaza e in Libano.

Già nel 2020 Amnesty International aveva criticato Palantir per non aver adempiuto ai propri obblighi di diligenza in materia di diritti umani secondo gli standard internazionali.

Contratti miliardari dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti

Il gruppo di software Palantir è controllato dai miliardari fondamentalisti Peter Thiel e Alex Karp. Con software di intelligenza artificiale e piattaforme di dati, Palantir rifornisce l’esercito, i servizi segreti, la polizia e le autorità di frontiera degli Stati amici. Nel 2025 l’esercito statunitense ha stipulato contratti miliardari con Palantir. Questi contratti garantiscono alle forze armate l’accesso al software dell’azienda per i prossimi dieci anni. Il software supporta la guerra, la logistica, le analisi dei servizi segreti e la valutazione dei dati di politica interna.

Ex dirigenti di Palantir occupano – come quelli di Anduril, Meta o Open-AI – posizioni chiave a Washington e al Pentagono.

Peter Thiel ha dichiarato apertamente che «libertà e democrazia» non sono «più compatibili tra loro». «Le Monde diplomatique» ha osservato: «Negli Stati Uniti lo Stato sta subendo una profonda trasformazione. Aziende tecnologiche come Palantir e Anduril (il cui principale finanziatore è Peter Thiel) stanno assumendo compiti sovrani fondamentali. Questa “privatizzazione della sovranità” sta prendendo piede sempre più anche in Europa.»

La BNS e i gruppi svizzeri sono comproprietari
Valore delle azioni (fine 2025 in dollari)UBS Group AG 1,2 miliardi
Banca nazionale svizzera 1,1 miliardi
Pictet Asset Management 219,7 milioni
Banca cantonale di Zurigo 135,8 milioni
Swiss Life 135,8 milioni
Zurich Assicurazioni 102,7 milioni
Banca Julius Bär 46,1 milioni
Fonte: U.S. Securities and Exchange Commission

Il valore di tutte le azioni Palantir alla fine del 2025 era di circa 450 miliardi di dollari. Secondo i dati della SEC, l’autorità di vigilanza della borsa statunitense, gli investitori svizzeri detengono azioni Palantir per un valore di quasi tre miliardi di dollari:

Dalla rielezione di Trump, la Banca nazionale ha aumentato il proprio pacchetto azionario di 5,75 milioni di azioni Palantir dell’8,5% a 6,24 milioni di titoli entro la fine del 2025.

A «Republik», la Banca nazionale ha dichiarato di non investire in aziende «che violano gravemente i diritti umani fondamentali» . La Banca nazionale non ha voluto spiegare perché lo faccia comunque. L’UBS non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione.

Altri azionisti svizzeri sono la banca privata Union Bancaire, la Banca Vontobel e altre. Alcuni investitori, come il gestore patrimoniale norvegese Storebrand, hanno venduto le loro azioni Palantir.

La professoressa Tara Van Ho della St. Mary’s University in Texas, esperta in materia di doveri di diligenza delle imprese, ha dichiarato a «Follow the Money»: «Se sussistono fondate preoccupazioni riguardo a violazioni dei diritti umani in cui Palantir è coinvolta, gli attori finanziari devono esercitare la loro influenza su Palantir e cercare di indurre un cambiamento nel comportamento dell’azienda.» Se Palantir si rifiutasse di modificare il proprio comportamento, «devono trovare il modo di porre fine a questo rapporto d’affari».

Alla fine del 2025, banche, gestori patrimoniali, assicuratori e fondi pensione europei detenevano azioni Palantir per un valore di almeno 27 miliardi di dollari. È quanto emerge da un’indagine transnazionale condotta da «Follow the Money» – in collaborazione con il quotidiano belga «De Tijd», il danese «Børsen», l’austriaco «Der Standard», lo svizzero «Republik», il norvegese «Morgenbladet», il britannico «The Nerve» e il quotidiano spagnolo «El País».

Nell’immagine: proteste contro Palantir nel febbraio scorso a Denver


In Iran i pasdaran premono per la bomba nucleare: “Sarebbe una garanzia di sicurezza”

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Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

La guerra potrebbe spingere l’Iran a rivedere la sua dottrina nucleare, dopo l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei che aveva vietato la costruzione di un’arma atomica perché proibita dall’Islam e contraria al trattato di non proliferazione a cui Teheran aderisce. Con l’attacco americano-israeliano, tuttavia, sono sempre di più le voci all’interno della gerarchia militare iraniana che chiedono una deterrenza nucleare. Nessuna decisione è stata presa, la dottrina non è stata modificata, ma il dibattito si è acceso, come confermano all’agenzia Reuters due fonti iraniane di alto livello.

Chi spinge per una nuova dottrina

A spingere per l’arma sono gli elementi più radicali all’interno dei Guardiani della rivoluzione, ormai considerati il vero potere a Teheran dopo l’uccisione di numerosi leader politici e della vecchia guardia di comandanti militari. “La politica nucleare è stata oggetto di discussioni private negli ambienti di governo” con una “divergenza tra gli elementi più intransigenti, comprese le Guardie rivoluzionarie, e quelli della gerarchia politica sull’opportunità di una tale mossa”, scrive Reuters.

“Sembra imperativo per l’Iran ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), poiché l’adesione al trattato non gli ha portato alcun beneficio nell’utilizzo pacifico dell’energia nucleare”, argomenta l’agenzia di stampa Tasnim, legata ai pasdaran, in un editoriale non firmato pubblicato sul suo sito. “L’adesione al Trattato non solo non ha portato alcun beneficio all’Iran in termini di accesso all’energia nucleare a fini pacifici, ma ha semplicemente agevolato le attività di spionaggio di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran. I nemici hanno ripetutamente sabotato gli impianti nucleari pacifici iraniani utilizzando informazioni provenienti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e, cosa ancora più oltraggiosa, li hanno bombardati”.

Una nuova deterrenza

Già dopo la guerra dello scorso giugno, in Iran si erano levate diverse voci che chiedevano una revisione della dottrina nucleare. “In Iran crediamo che il nuovo leader dovrebbe accantonare la fatwa dell’ayatollah Ali Khamenei che proibisce la produzione di armi nucleari. Solo un singolo test nucleare e una dichiarazione pubblica sull’essere diventati una potenza nucleare possono garantire in modo permanente la sicurezza territoriale dell’Iran. Prima di affrontare una minaccia nucleare da parte di Israele, dobbiamo prendere una decisione storica”, ha detto a Repubblica Abdolreza Davari, consigliere dell’ex presidente Ahmadinejad e commentatore vicino al mondo conservatore.

Un altro politico ultraconservatore, Mohammad Javad Larijani, fratello di Ali Larijani, ucciso durante questa guerra, ha dichiarato che l’Iran dovrebbe riconsiderare anche la sua permanenza nel trattato di non proliferazione: “Dovrebbe essere sospeso. Dovremmo istituire una commissione per valutare se sia effettivamente utile per noi. Se si dimostrerà utile, vi rientreremo. Altrimenti, possono tenerselo”. Durante il lungo regno di Ali Khamenei, l’Iran ha sempre ribadito di volere il programma nucleare solo per scopi civili, ma ha anche arricchito l’uranio a una percentuale, il 60%, molto vicina al 90% necessario per costruire un’arma atomica. I bombardamenti americani sui siti nucleari iraniani hanno danneggiato gravemente il programma, ma Teheran ha il know how e le capacità per riavviarlo. Per i più oltranzisti, le due guerre americano-israeliane contro l’Iran hanno dimostrato che proprio l’assenza di un deterrente nucleare ha esposto il paese agli attacchi. Secondo Reuters, “con la morte di Khamenei e di Ali Larijani, che secondo la fonte si era anch’egli opposto agli oltranzisti, stava diventando più difficile contrastare le argomentazioni più intransigenti”.

Nell’immagine: uno dei siti nucleari iraniani dopo il bombardamento


La nuova America in cerca di se stessa e l’impero spiazzato dal nuovo mondo

Conseguenze inattese di un fenomeno presente: siamo entrati in un periodo in cui le capacità emotive dei sistemi artificiali avanzeranno più rapidamente della nostra comprensione dei loro effetti 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Se negli ultimi mesi avete cercato di capire la strategia americana e avete concluso di non capirci nulla, consolatevi: non c’è niente che non va in voi. È la strategia che semplicemente non c’è. O meglio, ce ne sono troppe, che è forse peggio. Tutte contemporaneamente in azione, tutte capaci di contraddirsi a vicenda. Il problema non è soltanto l’incontinenza verbale di Donald Trump, che fatica a distinguere la politica estera dal suo flusso di coscienza: un’ora pronto a incenerire Teheran, l’ora dopo apostolo della pace perpetua tra i popoli. Esiste piuttosto una confusione più profonda e strutturale che precede l’attuale inquilino della Casa Bianca e che, con ogni probabilità, gli sopravviverà.

Nessuna rivoluzione populista, ripensamento collettivo o improvvisa conversione pacifista possono cambiare la natura di questa impasse.Il problema sta nell’essenza stessa della potenza americana: quell’equilibrio quasi miracoloso tra dollaro globale, strapotere militare, supremazia tecnologica e prosperità diffusa si regge solo finché resta in piedi il quadro di regole costruite e imposte proprio dagli Stati Uniti nel corso dell’ultimo secolo.

Un sistema di una certa eleganza, bisogna ammetterlo. L’impero più sofisticato della storia aveva capito che non servivano legioni, protettorati coloniali o cannonate nei porti altrui. Molto meglio lasciare a tutti la parvenza della sovranità, purché esercitata dentro i limiti scritti e garantiti da Washington. Liberi sì, ma alle condizioni giuste.

Il meccanismo ha retto magnificamente finché l’America riusciva a essere al tempo stesso arbitro e giocatore. Poi sono arrivati gli altri – e con loro i problemi. Quando nuove potenze scalano la catena del valore globale, il dollaro perde il suo primato, le terre rare finiscono stabilmente sotto controllo cinese e le rotte energetiche sotto influenza ostile, per gli Stati Uniti non è più una questione di orgoglio ferito o di nostalgia geopolitica: diventa una minaccia esistenziale alla struttura stessa della propria società. Su questo, dai falchi alle colombe, dai neocon ai Maga, il consenso è ferreo: l’impero deve continuare a vivere a tutti i costi se si vuole che l’America sopravviva. Il disaccordo è semmai sul come – ed è lì che la Repubblica a stelle e strisce è entrata in guerra civile, per ora fredda, contro se stessa.

C’è chi è convinto che lo scontro con la Cina sia inevitabile per ristabilire gerarchie chiare. Chi vuole “rientrare a casa”, rispolverando la vecchia dottrina Monroe e presidiando il “cortile” americano con il fucile in spalla – tralasciando il dettaglio che quel cortile è anche casa di qualcun altro. Chi sogna una grande crociata culturale per salvare la civiltà occidentale, minacciata tanto dai rivali esterni quanto da quelli interni. Visioni incompatibili, unite da un unico istinto di sopravvivenza, ma che producono una schizofrenia strutturale di cui il presidente è solo lo specchio più fedele e rumoroso: un giorno dazi contro tutti, il giorno dopo accordi bilaterali; pace e miele con Putin, poi sanzioni, poi sconti sul petrolio; bombe a Teheran, poi negoziati, poi altre bombe; Europa al diavolo, però ingrata se non si unisce alla guerra; Pechino, chissà – meglio prendere tempo e tentare di chiarirsi le idee. Più che una strategia, uno zapping compulsivo tra mille versioni di sé.

La guerra in Iran è la sintesi perfetta di questa paralisi strategica: un’azione militare spettacolare priva di un obiettivo finale davvero chiaro, perché per chiarirlo servirebbe una strategia – e per avere una strategia, un consenso interno che oggi semplicemente non c’è. È il riflesso di un’America potentissima e fragile allo stesso tempo, consapevole di avere più da perdere di chiunque altro in un mondo che cambia, ma ancora incapace di farci davvero i conti.

In fondo, gli imperi che scoprono di non essere più quelli di un tempo raramente reagiscono con filosofia zen. Al contrario, si agitano, diventano irascibili, imprevedibili, pericolosi. Non perché vogliano bruciare il mondo, ma perché non hanno ancora trovato il modo di salvare se stessi senza correre il rischio di incendiarlo. Per questo, sbaglia tanto chi ne annuncia il tramonto quanto chi ne sottovaluta la crisi: l’America non è finita, così come la tensione che la attraversa non è destinata a spegnersi né con un presidente più sobrio né con una tregua a Teheran. Anche con una guida più razionale e una strategia più coerente, gli Stati Uniti si troveranno davanti a un mondo multipolare che rischia di erodere le fondamenta su cui hanno costruito la loro potenza. Eppure, proprio per questo, resteranno uno degli attori centrali del futuro del pianeta: nessun ordine globale potrà davvero fare a meno di loro. Pensare di isolarli o di aspettarne la fine sulla riva del Mississippi significa non capire né la storia né la natura degli imperi.

Resta il fatto che cercare oggi una linea coerente nella politica statunitense è tempo sprecato. Ancor prima che scegliere una direzione, il problema dell’America è quello di accettare che la strada non sarà più quella costruita da lei. Dovrà imparare a camminare sul nuovo, impervio terreno senza inciampare – proprio come tutti gli altri.

Nell’immagine: sostenitrici del “Make America Great Again”, la corrente politica all’interno della destra Usa 


La mobilitazione popolare è la via d’uscita

Conseguenze inattese di un fenomeno presente: siamo entrati in un periodo in cui le capacità emotive dei sistemi artificiali avanzeranno più rapidamente della nostra comprensione dei loro effetti 

Di Filippo Barbera, il manifesto

La soluzione fascista all’impasse del capitalismo liberale consiste in una «riforma dell’economia di mercato raggiunta al prezzo dell’estirpazione di tutte le istituzioni democratiche tanto nel campo dell’industria che in quello della politica». Parole che si adattano in modo sorprendente alla situazione odierna, se non fosse che sono state scritte quasi un secolo fa da Karl Polanyi nel saggio The essence of fascism (in La grande trasformazione, Einaudi 2010, con il titolo, invero meno efficace, La storia nel meccanismo del mutamento sociale).

Polanyi scrive appunto del fallimento delle istituzioni liberali su cui poggiava la nostra civiltà del 19° secolo: dall’equilibrio di potere nell’arena globale al ruolo del mercato internazionale, fino allo Stato liberale. Interpreta così i primi decenni del ‘900 come l’autodifesa della società contro l’espansione sregolata del mercato. L’unica istituzione le cui basi sociali si fondano sull’idea dell’autoregolazione, cioè sulla negazione di queste stesse basi sociali. Secondo Polanyi, il mercato si presenta come conseguenza «naturale» della tendenza innata al baratto e dell’aggregazione progressiva di mercati locali di scambio, quando è invece l’effetto dell’espansionismo politico di lunga gittata del capitale. È il commercio internazionale spinto dai cannoni ad aver creato il mercato e non viceversa.

L’autodifesa della società di fronte al fallimento della società di mercato, qui il punto cruciale sollevato da Polanyi, può essere progressiva o regressiva. Il fascismo, comunque si presenti, segue questa seconda opzione. Esso è «la rieducazione dei popoli e la snaturalizzazione dell’individuo con l’obiettivo di renderlo incapace di funzionare come unità responsabile del corpo politico». Di nuovo, parole che risuonano come la descrizione attualizzata del disegno autoritario in corso, dai decreti sicurezza alle zone rosse, fino alla messa in mora dei diritti civili e sindacali. Il referendum sulla riforma della magistratura è stato un tassello cruciale di questo disegno, insieme al “premierato” e alla proposta di legge elettorale. La distruzione dello Stato liberale di cui scrive Polanyi passa dal rafforzamento del potere esecutivo, che può avvenire in modo dirompente o attraverso un processo a «bassa intensità» ma coerente nei suoi scopi ultimi.

Come contrastarlo? Anche qui il grande studioso ci indica la strada. Il fascismo non è un “movimento popolare”, ma è un rapporto tra élite che sussume al proprio interno, distorcendolo, il rapporto di rappresentanza élite-popolo. La sua forza non dipende dal numero dei suoi aderenti, ma dall’influenza delle persone potenti e autorevoli di cui i capi fascisti hanno il consenso. Per questo, la via d’uscita che il fascismo più teme è la mobilitazione popolare. Quella davvero capace di metterlo in scacco, l’unica in grado di rompere l’asse tra classi di dirigenti – spesso sedicenti liberali o che sbraitano in difesa del mercato quando vogliono solo più rendita protetta – che lo sostiene.

Questo è ciò che è accaduto con le piazze piene pro-Gaza, con la Flottila e le altre mobilitazioni di massa. Mobilitazioni la cui natura popolare è stata possibile perché non è caduta nella trappole della “guerriglia urbana” e dell’avanguardismo e ha difeso – contro la facili strumentalizzazioni -la natura diffusa e partecipata di tutte le manifestazioni.

La manifestazione del 28 marzo Together No Kings, cui hanno aderito circa 700 sigle, ha esattamente questa impostazione. Una manifestazione «contro le destre, le politiche repressive e belliciste dei governi», che si svolgerà in contemporanea con l’omonima manifestazione di Londra e con il No Kings Day negli Stati Uniti e prima della partenza della Global Sumud Flotilla verso la Striscia di Gaza, prevista per il mese di aprile 2026.

Il ritorno, oggi, delle stesse dinamiche che hanno caratterizzato i primi decenni del ‘900 ci pone di fronte al medesimo bivio: difendere la società dal mercato in modo regressivo o progressivo. Radicalizzare la democrazia o negarla. Le grandi infrastrutture della democrazia novecentesca – gli statuti, i parlamenti, i partiti di massa, i sindacati, le reti associative – non sono nate dal nulla. Sono emerse da un lungo processo di lotta e costruzione da parte di organizzazioni che hanno operato per decenni in un “vuoto istituzionale”, spesso fuori dallo Stato e contro il mercato, costruendo competenze organizzative, solidarietà orizzontali e identità collettive di massa.

Karl Polanyi ne La grande trasformazione ce lo ricorda. A noi il compito di applicare la sua lezione politica. Senza paura ma con cautela, perché la sconfitta referendaria della destra al governo non la renderà meno aggressiva, anzi. Per reggere, bisogna stare vicini, serrare le file e spingere la mobilitazione popolare.


La vergogna non ha fine. Come l’indecenza

Conseguenze inattese di un fenomeno presente: siamo entrati in un periodo in cui le capacità emotive dei sistemi artificiali avanzeranno più rapidamente della nostra comprensione dei loro effetti 

Martedì 24 marzo, in pieno orario di apertura, nella settecentesca biblioteca Braidense di Milano, si è svolto un allenamento di cardio dance ad alta intensità chiamato “Torch’d Workout”, come se lo splendido Salone Terenziano fosse una normale palestra. Per permettere ai fortunati e danarosi atleti, un po’ in là con gli anni e in avanti con la pancetta,  sono stati chiusi ai ricercatori e agli studenti la ‘Sala catalogo’ – con le attività di informazioni e prestito – e il Salone intitolato all’imperatrice Maria Teresa d’Austria, sotto il cui grande ritratto si è svolto l’allenamento vero e proprio. Un evento a numero chiuso, si legge sulla stampa italiana che ha dato grande rilievo alla notizia, che ha visto protagonisti «Isaac Boots – coreografo e ballerino di Broadway – e il brand italiano di skincare naturale fondato da Irene Forte.

La polemica è immediatamente dilagata sia sui social, sia sulla carta stampata. Soprattutto hanno manifestato la loro indignazione i moltissimi che, per lavoro o per studio, quando frequentano la Braidense non possono portarvi borse, sporte o liquidi.

Tra le tante reazioni riportate dal «Corriere della sera» (venerdì 27 marzo), vi restituisco questa:  «Quando ho visto la foto della seduta nel salone Terenziano di Brera mi sono venute le lacrime agli occhi: è una violenza. A Brera, come all’Ambrosiana e alla Trivulziana ho studiato per tutta la vita. Vado anche in palestra. Ma sono due cose diverse». A parte il fatto che non frequento palestre, il resto avrei potuto scriverlo io.

La Braidense continua a perdere non soltanto bibliotecari (da venti unità di alcuni anni fa si è passati a tre), ma anche credibilità. Assistiamo impotenti a un climax discendente di volgarità: dalla cena organizzata nel giugno di due anni fa dall’influencer Cristina Fogazzi, alias l’Estetista cinica, che già suscitò moltissime polemiche, allo sgambettare sudaticcio degli umani (qualcuno, dotato di spirito, potrebbe sostituire «sudaticcio» con il sintagma “sulle sudate carte”).

«Fino a che punto è accettabile piegare luoghi simbolo della cultura a operazioni di marketing o intrattenimento privato? E quale messaggio si trasmette quando uno spazio nato per custodire libri e conoscenza viene temporaneamente convertito in una palestra?», si chiede, giustamente, un sito specializzato come Finestre sull’Arte.

La Biblioteca Nazionale Braidense – accorpata nel 2015 al sistema museale della Pinacoteca di Brera – è una delle 46 biblioteche statali gestite direttamente dal Ministero della Cultura. Spetta dunque a detto Ministero occuparsi del buon funzionamento di questa istituzione e a provvedevi anche finanziariamente. Invece si affitta a chiunque pur di far cassetta.

Il direttore della grande Braidense, Angelo Crespi, si difende: «Il resto dei servizi della biblioteca non ha subìto variazioni. La lezione si è svolta in piena sicurezza. Una volta ogni tanto il museo si apre a novità».

Anche lui è al passo con i tempi in cui la vergona e l’indecenza non hanno limiti.


La politica sul banco degli imputati

Conseguenze inattese di un fenomeno presente: siamo entrati in un periodo in cui le capacità emotive dei sistemi artificiali avanzeranno più rapidamente della nostra comprensione dei loro effetti 

Mi consento, per una volta, un’intrusione in un campo che non è il mio: quello della politica cantonale, che osservo con interesse, ma che non frequento da oltre 35 anni.

Assisto alle prime mosse in vista di un’elezione  in calendario tra più 12 mesi, domenica 11 aprile 2027. Anche la Legge elettorale ticinese (Legge sull’esercizio dei diritti politici)  fa sì che l’appartenenza a un partito sia un prerequisito irrinunciabile: senza un partito che lo accolga sulle proprie liste, neanche un fenomeno potrebbe entrare in Consiglio di Stato. Senza il voto di lista e con i soli preferenziali non si va lontano.

Guardiamo allora in casa dei partiti (e delle eventuali alleanze) prendendo spunto da quanto sta accadendo nella Lega dei Ticinesi: Claudio Zali ha anticipato tutti e, sulle pagine del quotidiano la Regione – con cui, a fine 2024, aveva detto di non voler più parlare minacciando denunce e la disdetta di decine di abbonamenti sottoscritti dal suo Dipartimento – ha fatto sapere che sarà nuovamente ai nastri di partenza. Annunciando, già che c’era, nella sua temporanea veste di responsabile politico della Polizia, che diminuiranno i radar sulle strade, quegli odiati apparecchi che il suo collega e compagno di partito Norman Gobbi ha sempre difeso a spada tratta parlando di prevenzione. Proprio Gobbi non deve averla presa benissimo, la sortita di Zali. La ricandidatura del Norman è pressoché certa da mesi: “io lavoro per i Ticinesi, alle cantonali penserò più avanti”, ha commentato. Tace l’UDC, ma anche l’attuale Consigliere nazionale UDC Piero Marchesi ha buone chances e potrebbe spodestare, alle Orsoline, uno tra Zali e Gobbi, dimezzando di fatto la Lega, alleata o meno che sia.

Il PLR attende di sapere cosa farà Christian Vitta, che sarebbe alla quarta legislatura come Gobbi. Al Centro è ragionevole ipotizzare la ricandidatura dell’uscente Raffaele De Rosa (sarebbe alla terza legislatura). Il PS dovrebbe ripresentare Marina Carobbio, ma anche a sinistra (come tra Lega e UDC) quello delle alleanze è un capitolo aperto: che farà, per esempio, Greta Gysin? E l’MPS? E Avanti (con Mirante e Savoia)? Solo PLR e Centro continuano a correre su binari separati: cui prodest?

Tonando a Zali, nell’intervista a la Regione ha messo sul tavolo anche un piano B: chi, tra lui e Gobbi, dovesse restare a piedi in aprile, in autunno potrebbe sempre trasferirsi a Berna su una delle due poltrone ticinesi al Consiglio degli Stati, oggi occupate da Fabio Regazzi e Marco Chiesa. A scapito di chi, Zali non lo dice, ma forse pensa più al secondo, che a sua volta potrebbe peraltro diventare, nei calcoli delle segreterie di partito, il nuovo sindaco di Lugano. Che all’attuale direttore del Dipartimento del Territorio l’UDC non stia particolarmente simpatica è un segreto di Pulcinella: azzoppare o Marchesi o, 7 mesi più tardi, Chiesa potrebbe non dispiacergli.

Visti da fuori, però, sono proprio questi conti fatti senza l’oste a infastidire la minoranza dei cittadini cha ancora seguono la politica provando a non concepirla come prevedibile, noioso, sgrammaticato teatrino. Si dà l’impressione che a decidere siano poche persone all’interno dei partiti e che all’opinione pubblica sia richiesta solo una stanca ratifica quando compila la scheda.

Provo allora a volare un po’ più alto: se la politica è l’espressione nobile di una democrazia in crisi, è la democrazia stessa che va rivista nei criteri con cui garantisce la rappresentanza trasversale di tutte le componenti, di tutte le istanze, di tutti gli interessi, dell’intera società. Nel mondo sta però accadendo il contrario. Il cittadino si allontana vieppiù dalla politica (che parla linguaggi ai più incomprensibili o autoreferenziali); non solo non si mette personalmente in gioco, ma sempre più spesso rimane a casa, ha altro a cui pensare, non va a votare, rinuncia a scegliere. Così facendo apre voragini alle infiltrazioni non disinteressate di formazioni che degli altri dicono: “sono tutti uguali”.

È come se il cittadino non si riconoscesse più in strutture e individui che promettono di rappresentarlo, di tutelarne gli interessi, di alzare la voce in suo nome, ma poi gli appaiono distanti, lontani, irraggiungibili. L’immagine della casta, insomma.

Il fenomeno è ben descritto nel recente Occidente senza pensiero, dello storico del diritto  Aldo Schiavone (1944). Cito (pp. 104-106): “È il popolo che si è allontanato dalla democrazia perché, a tacer d’altro, le moltitudini che lo compongono fanno ormai molta fatica a riconoscersi nei circuiti tradizionali della delega e del mandato, già messi a dura prova dall’inconsistenza della politica rispetto ai grandi problemi del nostro tempo (…). Qualcosa, nel canale già fragile e in parte ostruito del meccanismo della cessione di sovranità, si è così ulteriormente deteriorato, di fronte alla velocità con cui la rivoluzione tecnologica crea domande, bisogni, soggettività aggregate da vincoli sottili e mutevoli, nate sull’onda di pressioni che possono cambiare direzione con la stessa incostante rapidità con cui si sono generate, e di cui l’impalcatura vecchia e pesante dei partiti come mediatori fra rappresentanti ed elettori non riesce a farsi né portatrice né interprete”.

Schiavone si spinge oltre. Per restituire alla politica non solo dignità, ma un ruolo che le consenta di tornare a confrontarsi ad armi pari con l’economia, egli propone una visione della politica nuova e moderna: “Sarà indispensabile per prima cosa provare a rimettere la politica in primo piano; invertire la traslazione di potere dalla democrazia verso i centri di comando che vorrebbero cancellarla per delineare in solitudine il futuro del mondo”.

Se i grandi gruppi economici agiscono ormai a livello planetario, anche la politica deve tornare a farlo: “La strada non è certo quella – impercorribile – di deglobalizzare il pianeta, e di ricondurre tecnica e capitale dentro i vecchi confini degli Stati. Ma, al contrario, si tratta di rendere globale anche la politica, proiettandola oltre la dimensione dei singoli Paesi, per metterla sullo stesso piano rispetto ai processi che dovrebbe controllare. Il che significa, cominciando dal nostro Continente, riuscire a darle l’impulso – intellettuale e politico – per liberarsi dalla prigione delle Nazioni, e per collocarsi su una dimensione più ampia; per non pensare altrimenti a sé stessa e al mondo se non in termini di Europa”.

Nell’immagine: Aldo Schiavone