Gestiamo insieme il caos. Ma Taiwan è la linea rossa

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

Di Simone Pieranni, il manifesto

Non pochi hanno notato che il Tempio del Cielo di Pechino, dove ieri è stato accompagnato in visita Donald Trump, fu voluto dall’imperatore Yongle, terzo della dinastia Ming (dal 1402 al 1424) e in alcuni casi associato proprio a Xi Jinping.

Il Tempio del Cielo è il luogo che unisce visione armoniosa confuciana e gli estremi, cielo e terra, di radice taoista, luogo di antiche preghiere per un buon raccolto. Ma Yongle è stato anche l’architetto della potenza globale cinese, un «legista» nei metodi (proprio come Xi Jinping, ovvero a favore di una società disciplinata, controllata e determinata) e che volle una flotta tecnologicamente fuori scala per l’epoca: centinaia di «navi dei tesori» (baochuan) lunghe tra i settanta e i cento metri secondo le fonti Ming, vere cittadelle galleggianti con cui Pechino impose il proprio sistema tributario dall’Indonesia fino alle coste orientali dell’Africa, proiettando l’ombra dell’Impero sull’intero Oceano indiano.

Quindi, simbologia spinta. E chiarezza immediata: Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo per il primo round di incontri, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale, ovvero Taiwan. Il leader cinese ha specificato che le relazioni tra Cina e Stati uniti hanno un termometro determinato dallo status dell’arcipelago.

I media cinesi riportano che Xi avrebbe detto questo: «Se la questione Taiwan sarà gestita correttamente, le relazioni tra i due paesi possono mantenere una stabilità generale. Se gestita male, i due paesi potrebbero scontrarsi o persino arrivare al conflitto, spingendo l’intero rapporto verso una situazione estremamente pericolosa. L’ “indipendenza di Taiwan” è incompatibile con la pace nello Stretto; mantenere la pace e la stabilità è il massimo comune denominatore tra Cina e Stati uniti. La parte americana deve agire con estrema prudenza nel gestire la questione di Taiwan».

Questa è l’offerta cinese al presidente Trump: basta una parola, più che qualche gesto o atto politico, basta un minimo disimpegno statunitense e il resto andrà da sé. La carta Taiwan indica un elemento piuttosto rilevante di questo summit (che i media statunitensi continuano a definire «ad alta tensione», nonostante il clima in realtà molto disteso, i bambini ad accogliere Trump, gli articoli zuccherosi dei media nazionali eccetera), ovvero la posizione di forza della Cina. Xi Jinping sa che Trump ha bisogno di de-escalation, di probabile aiuto cinese per Hormuz e di dimostrare di saper gestire la complicata relazione con la Cina e di portare a casa qualcosa (acquisti di soia, di Boeing e rassicurazioni sulle terre rare).

D’altro canto Xi Jinping stesso ha bisogno di calma (e magari di nuove aperture sul fronte tech): la disoccupazione giovanile, i postumi della crisi immobiliare e soprattutto i consumi che continuano a non andare come vorrebbe la leadership, a indicare un senso di pessimismo della classe media cinese, suggeriscono la necessità di trovare un modus vivendi con la controparte americana. Dire Taiwan significa anche ricordare agli Stati uniti che è finita l’epoca del chongmei del «fascino per gli Usa» e che ora è la Cina che può dettare i tempi della relazione.

Su Taiwan Trump non ha detto niente, per ora: si è limitato a dire quanto stimi Xi Jinping e quanto la Cina sia bellissima. Parole al miele di fronte a un altro avvertimento di Xi Jinping, che nel suo discorso introduttivo ha usato una delle sue espressioni preferite: bianluan. Bian indica il mutamento dei rapporti di forza, luan l’instabilità che ne deriva se tale processo non è guidato. Nel lessico politico di Xi Jinping, l’espressione (traducibile come «turbolenza» o «caos a seguito di un cambiamento») non descrive un semplice disordine contingente, ma delinea la complessa compenetrazione tra i cambiamenti epocali (bian) della transizione multipolare e il caos sistemico (luan) generato dal declino dei vecchi equilibri, elevando la stabilità a imperativo strategico e ponendo la Cina come l’ancora di certezza necessaria a governare l’entropia della storia contemporanea.

Per Pechino, dire bianluan significa dire a Washington (e al mondo) che la stabilità non è più un dato acquisito, ma un obiettivo da negoziare per evitare che la competizione scivoli nel conflitto.
In questo schema, nel quale Xi Jinping ha citato anche «la trappola di Tucidide», la Cina si autorappresenta come l’unica forza capace di dare una direzione razionale al caos, l’unico «timoniere» in grado di gestire la transizione senza far schiantare la nave contro gli scogli della Storia.

Nell’immagine: Xi Jinping, a destra, e Donald Trump visitano il Tempio del Cielo a Pechino


Fukuyama: “Il crollo degli Stati Uniti è la vera trappola”

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

«Donald Trump è arrivato all’incontro con Xi Jinping molto più debole della controparte cinese. Intrappolato nella guerra in Medio Oriente da cui non sa come uscire. E giù nei sondaggi, reso impopolare proprio dall’aumento dei prezzi prodotto dalla guerra, insieme ai dazi da lui imposti e al peggioramento del suo stato mentale. Al contrario, Xi ha già la strategia economica e militare per affrontarlo». Francis Fukuyama è il politologo di Stanford autore del celebre La fine della Storia e l’ultimo uomo: il saggio scritto nel 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dove sosteneva che il liberalismo democratico non aveva più rivali: «Capolinea dell’evoluzione ideologica dell’umanità». Salvo ammettere, trent’anni dopo ne Il liberalismo e i suoi oppositori: «Le cose sono più complicate».

Xi ha accolto Trump evocando la “trappola di Tucidide”: un invito a non cadere nel fatale errore di essere destinati alla guerra.

«Forse non ci sarà una guerra: ma è difficile evitare la competizione economica e strategica fra due Paesi come Cina e Stati Uniti, che hanno obiettivi e sistemi politici così diversi. Il punto è un altro: Xi ritiene l’America in una fase di declino a lungo termine che in parte imputa proprio a Trump. Così lo lusinga con gesti simbolici, gli dice che sono partner e superpotenze alla pari: ma in realtà sta solo aspettando che l’America s’indebolisca sempre di più».

La strategia di Xi non è però fatta di sola attesa.

«Vuole concessioni su Taiwan. E purtroppo, l’isola è l’unica cosa che oggi Trump può offrirgli per ottenere almeno l’apparenza di un accordo commerciale e un sostegno simbolico all’apertura dello Stretto di Hormuz. A mio avviso, ruota tutto intorno a quello».

Gli americani hanno già bloccato il pacchetto di armi da 11 miliardi di dollari destinato a Taipei.

«Xi ne vuole la cancellazione. Vedremo a breve se lo stop diventerà vincolo permanente o se gli americani manterranno la promessa fatta ai taiwanesi. Mi sorprenderebbe vedere il pacchetto arrivare a destinazione: l’americano deve dare a Xi l’impressione che il vertice sia andato bene. D’altronde, a Trump non importa sostenere le democrazie nel mondo. Per lui, Taiwan è un Paese come un altro, sebbene non sia così per altri americani e amici degli americani nella regione, come Corea e Giappone. Ma è chiaro che oggi l’America non intende intraprendere guerre in difesa di Taiwan; anche se il suo esercito si prepara all’eventualità da anni».

Pechino farà pressioni sull’Iran affinché riapra almeno Hormuz?

«Non ha poi così tanta influenza su Teheran. Di certo non interverrà militarmente per riaprire lo Stretto. Tutt’al più dirà qualcosa di generico sull’importanza della libertà di navigazione e della pace. Non mi aspetto altro».

Trump è arrivato in Cina con una delegazione di alto livello composta da Ceo industriali: Elon Musk, Tim Cook, Jensen Huang…

«Credo che mirino principalmente a proteggere gli investimenti americani esistenti, più che voler spingere il Dragone ad aprirsi a nuovi capitali Usa. Sia Tesla che Apple hanno già importanti interessi in Cina e vogliono tutelarli. Trump sta cercando, semmai, di svincolare l’economia americana da quella cinese. E vuole Pechino fuori dal loro settore tecnologico. Non vedo il preludio di un impegno economico profondo. Altra cosa è il settore agricolo, i cui prodotti sono la principale esportazione americana in Cina».

Cosa porteranno a casa i due leader?

«La Cina vuol solo guadagnare tempo: nell’attesa che gli Stati Uniti si danneggino ulteriormente da soli e declinino come superpotenza. Poi, certo: Trump parlerà del più grande accordo commerciale mai concluso nella storia anche se si tratta solo di un po’ di soia. Ma da questo meeting non uscirà nulla di significativo a lungo termine».

Lei ha detto più volte che la “fine della Storia” è solo rimandata: perché, nonostante l’ascesa della Cina, l’assenza di equilibrio interno dei poteri la rende vulnerabile a errori catastrofici. Ne è convinto anche ora che l’America sta commettendo gli stessi errori?

«La seconda amministrazione Trump sta effettivamente cercando di minare i propri meccanismi di controllo ed equilibrio di potere interno. Ma sono convinto che le istituzioni americane resisteranno. Trump verrà bocciato alle elezioni di metà mandato e questo metterà un limite ai danni che può causare. Certo, nel frattempo ha bloccato i finanziamenti alla ricerca scientifica. E, a lungo termine, questo indebolirà molto gli Stati Uniti rispetto alla Cina. Insomma, il progresso verso la “fine della Storia” non è fermo, ma certo, incontra ostacoli importanti».

Nell’immagine: Francis Fukuyama


Il G2 e la vittoria della Cina ai punti. Così il summit cancella l’Occidente

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Il vertice fra le due massime potenze mondiali ha prodotto pochi risultati concreti e ha segnato una drastica correzione di rotta degli Stati Uniti nella politica verso la Cina. Pechino è passata da principale rivale negli equilibri mondiali a pari grado con cui dividersi la supremazia sul resto del mondo. La gara fra i due continua, è inevitabile, ma senza troppa fretta. Questo sta benissimo a Xi che guarda all’ascesa irresistibile della Cina in tempi medio-lunghi. Va meno bene a Trump che ha preoccupazioni molto più immediate: Hormuz, prezzo della benzina, elezioni di medio termine. Sulle quali, anche volendo, Pechino gli può essere poco d’aiuto.

Il confronto era impari, Trump che partiva in svantaggio. Vi è rimasto. Guadagna un paio di grosse partite commerciali (soia e Boeing) ma a prezzo di due grosse concessioni: silenzio su Taiwan e trasferimenti di tecnologia. Che erano l’ossatura della politica Usa bipartisan di contenimento geopolitico e strategico della Cina.

Pareggio sullo scacchiere commerciale-energetico. I dazi americani restano fermi, il livello a cui Trump li ha alzati non frenano le esportazioni cinesi sul mercato americano. In compenso Pechino continua a fornire le terre rare indispensabili per soddisfare la crescente domanda americana acuita, nel settore difesa, dai vuoti di magazzino causati dalla guerra con l’Iran. Washington esce dal vertice con un bilancio positivo in affari, specie a breve, incassando qualche vago dividendo politico sull’Iran e trincerandosi nel silenzio trumpiano sulla patata bollente, Taiwan.

Questa visita non era cominciata bene per Taipei. Trump non aveva firmato l’autorizzazione alla vendita a Taiwan di un pacchetto di forniture militari del valore di undici miliardi dollari. Glielo avevano chiesto più di una ventina di senatori dei due partiti. Si sarebbe presentato a Pechino su una posizione di continuità e di fermezza, gli dicevano. Li ha ignorati. Autorizzerà al ritorno, dopo le smancerie con Xi, invitato a Washington per una visita di restituzione il 24 settembre? Intanto, il non voler ripetere la stagionata, dal 1972, posizione Usa sull’isola è stato certamente un contentino all’ospitante Xi Jinping che ne aveva fatto l’unica nota dura in un’accoglienza super complimentosa.

Sì, su Taiwan Marco Rubio ha borbottato che non ci sono cambiamenti nella linea Usa ma le parole del segretario di Stato non valgono il silenzio del suo Presidente. Il quale, ha fatto sapere il segretario al Tesoro, Scott Bessent – nell’amministrazione Trump tutti fanno di tutto e uno solo decide – di Taiwan parlerà «dopo» – che può essere oggi ancora da Pechino o chissà quando dall’Air Force One, Washington o Mar-a-Lago. Quello che dirà è importante. Se anche si limiterà allo standard «non appoggiamo l’indipendenza di Taiwan», senza arrivare al «siamo contrari all’indipendenza di Taiwan» come Xi auspicherebbe di sentire, il gesto politico, non solo di cortesia, l’ha già fatto col non rispondere alle domande subito dopo l’incontro, quando invece sarebbe stato cruciale un «ho reiterato al presidente Xi la posizione americana».

Ma Donald non è nuovo all’uso del silenzio su capisaldi della politica estera Usa. Alla Nato tutti aspettano ancora di sentirgli dire due paroline: «Articolo 5». Con i tempi che corrono sull’Atlantico sorprenderebbe sentirle da lui al prossimo vertice di Ankara (7-8 luglio). Evadere la parola «Taiwan» è l’equivalente sul Pacifico: mette in soffitta le vecchie alleanze e i vecchi impegni.

Non c’è solo Taiwan. Il resto della regione, dal Giappone al Vietnam, guardava con estrema attenzione a questa visita. La tradizionale politica americana di sicurezza in Asia è sempre stata incardinata sulla deterrenza della Cina. Quanto ancora? Identico interrogativo che ci poniamo in Europa riguardo alla deterrenza della Russia. A Pechino, Donald Trump ha mostrato di anteporre gli affari alla strategia. «Incontri eccellenti in cui il presidente Trump è stato incredibile» ha detto Jensen Huang, ad di Nvidia, sulla scalinata dalla Grande sala del popolo di Pechino dove Xi Jinping aveva ricevuto il presidente americano accompagnato da una folta delegazione di ceo (Tim Cook, Elon Musk, Larry Fink).

Se lo dice Jensen Huang che non ha nemmeno bisogno di interprete (è taiwanese di nascita) l’incontro deve essere veramente stato eccellente. Per lui. Significa che adesso Nvidia, che ha già avuto da quest’amministrazione la luce verde alla vendita alla Cina dei chips avanzati H200, può esportargli anche gli avanzatissimi Blackwell?

C’erano tutti, o quasi, tutti i ceo Usa che vedono nella Cina il grande partner e non il temibile rivale. Forse sovrapponendo l’oggi al domani, i dividendi di fine anno all’investimento nel futuro delle loro aziende. Essi vendono ed esportano tecnologia. Pechino ne ha una domanda enorme. E loro vogliono soddisfarla e guadagnare. Meno restrizioni incontrano meglio è. Anche se quelle restrizioni sono poste nell’interesse e per la sicurezza nazionale. Fanno, dopo tutto, il loro mestiere: l’interesse delle enormi imprese tecnologiche delle quali sono alla guida e dei loro azionisti. L’interesse nazionale dovrebbe essere il mestiere… beh del presidente degli Stati Uniti.

Non è un mistero che Donald Trump non sia turbato dalla fattispecie dell’interesse privato in atti d’ufficio. Ci naviga. Ma in questa visita, affrontata in affanno come Teheran si è affrettata a ricordargli – «Hormuz è nostro» ha tuonato – c’è anche tutta la nuova strategia americana, messa per iscritto nel Nss di dicembre, di scendere a patti (leonini) con le altre grandi potenze, cioè Cina e Russia, in un mondo spartito in zone d’influenza. Questo fa di Pechino un potenziale partner col quale ci si può mettere d’accordo. In un “deal” tutte le pedine intermedie sono poi spendibili, se il prezzo è giusto. Anche Taiwan. Anche Kiev. E gli alleati, asiatici o europei? Servono molto meno. Se non per raccattare i cocci, a richiesta. Non hanno nemmeno un autocrate inossidabile, e ammirato, a rappresentarli. Ben venga invece il G2. Inaugurato a Pechino, magari ci sarà posto anche per Vladimir. Addio al G7. Donald ha fatto sapere che parteciperà in video. Anche se cambiasse idea, Mario Draghi ha ragione: l’Europa è rimasta sola. Deve correre ai ripari. Presto. Gli altri non aspettano.


Il dopo Keir Starmer: svolta o salto nel vuoto?

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

Sono giorni turbolenti a Westminster, degni di una sceneggiatura cinematografica. Eppure è la dura realtà, che conferma come il Regno Unito sia intrappolato in una crisi politica continua. Il Primo Ministro Keir Starmer, salito al potere nel 2024 con una maggioranza schiacciante, aveva promesso di non infliggere al Paese il caos visto sotto la leadership conservatrice, che in 10 anni ha visto avvicendarsi cinque primi ministri, tre dei quali non hanno completato l’intero mandato. Gli elettori avevano premiato i laburisti dopo 14 anni all’opposizione, proprio perché cercavano una leadership più posata e responsabile. Ma le riforme non sono arrivate con la rapidità desiderata; se si chiede al cittadino medio come sia evoluta la sua vita sotto il governo laburista, difficilmente si sentirà dire che sia migliorata.

Gli elettori sembrano sempre meno disposti ad accettare l’argomento secondo cui il governo ha ereditato un Paese in difficoltà dai conservatori e che la Brexit  abbia inciso sull’economia più di quanto si riconosca pubblicamente. Eppure, si tratta di fattori reali. A questi si sono aggiunti la pandemia, la guerra in Ucraina ed ora il conflitto in Medio Oriente, che rendono complesso sostenere la crescita economica.

All’opposizione, il Partito Laburista aveva un solo slogan: cambiamento. Al governo sembra difficile trasformare le promesse in realtà. I critici ricordano però che i laburisti hanno avuto 14 anni per prepararsi a governare, eppure una volta arrivati al potere sono apparsi privi di idee incisive, di una visione chiara. La tattica più riconoscibile di Starmer è diventata l’inversione a U. Persino i parlamentari a lui fedeli ammettono, dietro le quinte, di avere difficoltà a spiegare gli obiettivi del governo. Solo sull’aumento delle tasse, sembra dimostrare una certa consistenza, malgrado l’impegno a non incrementare la pressione fiscale; Il debito pubblico è elevato, le risorse sono scarse, ma resta il fatto che gli elettori faticano a pagare le bollette e anche per questo hanno punito il partito di Starmer nel test elettorale di metà mandato.

Il primo ministro britannico continua a sostenere di poter realizzare il cambiamento promesso, nonostante la pesante sconfitta elettorale abbia innescato una vera ribellione all’interno del Partito laburista. Oltre 80 deputati hanno chiesto le sue dimissioni, mentre diversi sindacati hanno messo in discussione la sua capacità di guidare il partito fino alle elezioni generali del 2029. Anche sul fronte governativo non sono mancate le scosse, con alcune dimissioni ministeriali motivate da una crescente mancanza di fiducia nella guida del primo ministro.

Starmer resiste, convinto che il problema non sia la leadership in sé. E se da un lato la sua ostinazione è percepita da molti come arroganza e distanza dalla realtà, per altri è naturale chiedersi se un cambio al vertice basterebbe a risolvere le difficoltà del partito e del Paese?

Secondo i sondaggi, Starmer è il Primo Ministro meno popolare della storia. Attaccato dai tabloid sin dal primo giorno, non ha mai convinto, non piace. Per molti, le sue più grandi colpe sono la mancanza di carisma e di abilità comunicativa, necessarie per fermare l’avanzata della destra populista di Nigel Farage, che ha raccolto centinaia di seggi anche nelle roccaforti laburiste, diventando una forza più credibile e una minaccia concreta.

Sembra contare poco che Farage sia stato tra gli artefici della Brexit, accusata da molti di aver indebolito l’economia del Paese. E altrettanto limitato appare l’impatto delle polemiche che lo riguardano per aver accettato una controversa donazione da cinque milioni di sterline da parte di un magnate delle criptovalute residente in Thailandia. Le  lotte intestine e la percezione di un sistema in decadenza non fanno che giocare a favore del suo partito, Reform UK. Resta da capire se gli aspiranti a Downing Street siano davvero in grado di scongiurare uno scenario che vedrebbe Farage avvicinarsi al potere.

La verità è che si discute di sostituire Starmer da mesi. Lo scandalo legato alla controversa nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore britannico negli Stati Uniti, nonostante i suoi legami con il defunto pedofilo Jeffrey Epstein, ha rischiato di costargli la leadership. A quella crisi è sopravvissuto, ma le difficoltà non hanno fatto che intensificarsi. C’è la crescente convinzione che Starmer rappresenti un peso elettorale, ma c’è anche una riluttanza all’idea di rimuoverlo, perché gli elettori non premiano i partiti che appaiono caotici e divisi.

Ciò che ha trasformato la frustrazione in rivolta, è la risposta di Starmer ai risultati del voto. Si è assunto la responsabilità per la sconfitta elettorale, ma con un tono di sfida, che non è piaciuto. Ha parlato di rimanere a Downing Street per un decennio. Ha descritto la rabbia degli elettori come parte di una “curva di apprendimento”. Ha sostenuto che la soluzione non fosse un cambio di direzione, ma una maggiore urgenza nella stessa direzione. Ciò che davvero si voleva dal Primo Ministro era una spiegazione che non è arrivata su come intende migliorare la vita dei cittadini.

Ma chi può fare meglio di Starmer? Esiste una figura in grado di coniugare credibilità, chiarezza e carisma elettorale?  Anche se un eventuale successore fosse in grado di imprimere una nuova direzione, ci vorranno mesi prima di ristabilire fiducia tra gli elettori, tra i colleghi e anche tra quegli investitori utili a rilanciare l’economia. L’instabilità ha un costo, e il timore è che si voglia  sostituire un problema con un altro.

Nell’immagine: Keir Starmer alla Camera dei comuni


Luca Steinmann – Armenia, gli appetiti dei vicini e lo scontro interno fra pro-Europa e filo-russi

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

Sullo stesso tema leggi anche il reportage di Luca Steinmann per Naufraghi/e
Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Armenia, tra pace e repressione

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Sullo stesso tema guarda anche il colloquio di Aldo Sofia con Luca Steinmann

Yerevan. Situato su una bassa collina rocciosa che affiora dalla pianura, il monastero di Khor Virap sembra emergere dalla stessa terra che lo sostiene. Le mura in tufo rosso della chiesa, accese dalla luce del tardo pomeriggio, assumono un colore simile a quello delle rocce in cui il complesso è incastonato. Su un lato, sulla sommità dell’altura, si innalza una grande croce dalla quale sventola la bandiera armena. Dall’altro, volgendo lo sguardo verso sud, si staglia l’immenso profilo del monte Ararat: un massiccio vulcanico ricoperto di neve che, con i suoi oltre 5.000 metri di altezza, domina il monastero e l’intero orizzonte.

Luogo simbolico delle origini del popolo armeno, l’Ararat è emblema nazionale e incarna un diffuso sentimento di malinconia e sconfitta. Il monte si trova infatti in territorio turco, un Paese con cui l’Armenia ha avuto a lungo un rapporto doloroso, segnato dal genocidio del 1915 e, negli ultimi anni, ulteriormente inasprito dal sostegno della Turchia all’Azerbaigian, le cui offensive militari hanno inflitto pesanti perdite a Yerevan.

Oggi, a seguito delle sconfitte belliche, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sta negoziando una pace punitiva con l’Azerbaigian, accettando quasi tutte le richieste di Baku e del suo alleato turco. Tra queste non vi sono solo imposizioni geopolitiche e militari, ma anche simboliche: Pashinyan ha ordinato la rimozione del simbolo dell’Ararat dai passaporti e dai francobolli, come gesto di rinuncia a un’icona nazionale legata a territori oggi fuori dai confini.

Molti armeni vivono queste scelte come un segno di dolorosa sottomissione, e ciò sta generando forti proteste, soprattutto in vista delle elezioni nazionali previste per l’inizio di giugno. Il primo ministro viene accusato di eccessiva accondiscendenza verso i nemici, così come di aver instaurato un clima sempre più autoritario, con arresti di attivisti, oppositori politici ed esponenti del clero che potrebbero ostacolare i negoziati. “Repressione in cambio di pace”, sostengono alcuni.

Nonostante ciò, Pashinyan riceve il sostegno dell’Unione Europea, che lo appoggia soprattutto per il tentativo di svincolare l’Armenia dall’influenza russa e avvicinarla a Bruxelles. Finora, l’Unione non ha espresso critiche nei confronti del governo armeno, ma gli sta anzi destinando ingenti finanziamenti.

Un’identità legata alla Chiesa

Per comprendere la complessa matassa geopolitica in cui oggi si trova l’Armenia bisogna partire proprio da Khor Virap. Accanto alla chiesa si trova un antico pozzo-prigione dove, secondo la tradizione, nel III secolo d.C. venne imprigionato per 13 anni San Gregorio Illuminatore, il patriarca degli armeni, per essersi rifiutato di abbandonare il Cristianesimo. San Gregorio riuscì poi a guarire miracolosamente il sovrano che lo aveva incarcerato, ottenendo così la sua conversione e la professione del Cristianesimo nell’intero regno. L’Armenia divenne il primo Stato al mondo ad adottare ufficialmente questa religione. Qui San Gregorio istituì la Chiesa apostolica armena, autonoma rispetto a Roma.

Con la fine del regno, la Chiesa assunse un ruolo che andò ben oltre la sfera religiosa: per secoli fu il punto di riferimento e di protezione per le comunità armene prive di un proprio Stato e spesso perseguitate, disperse tra Caucaso, Medio Oriente, Russia e Iran. Per questo la pressione odierna sul clero da parte del governo è ben più di una questione politica: è una profonda ferita identitaria.

Tra Russia e Turchia

L’Armenia ha ritrovato l’indipendenza solo all’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica che nei decenni precedenti aveva controllato i suoi territori, entrando in una condizione geopolitica estremamente complessa. Un Paese piccolo, con una superficie di meno di 30mila chilometri quadrati, privo di risorse naturali rilevanti e di sbocchi sul mare, confinante con Turchia, Iran, Georgia e Azerbaigian. Da allora, Yerevan ha mantenuto fortissimi legami con la Russia sul piano economico, da cui è dipendente, e su quello politico almeno fino al 2018, quando Pashinyan è salito al potere.

51 anni, ex giornalista, Pashinyan venne incarcerato nei primi anni 2000 per il suo ruolo nelle mobilitazioni contro l’allora l’establishment filorusso. Nel 2018 ha guidato le proteste di massa che portarono alle dimissioni del governo e alla sua ascesa a primo ministro, intraprendendo un progressivo percorso filoccidentale.

Negli ultimi trent’anni l’Armenia è stata in guerra con l’Azerbaigian, Stato nato anch’esso dalla dissoluzione dell’URSS e legato strettamente alla Turchia, con la quale condivide affinità linguistiche, culturali e religiose, riassunte nello slogan “due Stati, una nazione”.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, le tensioni latenti tra comunità armene e azerbaigiane esplosero rapidamente in violenze reciproche, alimentate dalla presenza di consistenti minoranze nei rispettivi territori: gli armeni massacrarono ed espulsero gli azerbaigiani, gli azerbaigiani massacrarono ed espulsero gli armeni, mentre chiese e moschee vennero distrutte e vandalizzate da entrambe le parti.

Epicentro del conflitto fu il Nagorno Karabakh, regione a maggioranza armena ma assegnata all’Azerbaigian in epoca sovietica e riconosciuta dal diritto internazionale come parte di quest’ultimo. Alla dissoluzione dell’URSS gli armeni vi fondarono l’Artsakh, repubblica de facto indipendente ma strettamente legata a Yerevan, con cui condivideva anche le forze armate. La minoranza azerbaigiana venne espulsa.

Negli ultimi dieci anni l’Azerbaigian, con il sostegno turco, ha conquistato progressivamente il territorio, fino a prendere il pieno controllo del Nagorno Karabakh nel 2023, provocando l’esodo di circa 120.000 armeni verso l’Armenia e minacciando di continuare l’avanzata fino a Yerevan.

Di fronte alla superiorità militare azerbaigiana, Pashinyan ha firmato un cessate il fuoco e avviato negoziati per un trattato di pace fortemente favorevole a Baku, assumendo di fatto il ruolo di esecutore sul piano domestico delle direttive impartite dall’Azerbaigian. Recentemente ha addirittura dichiarato che il Nagorno Karabakh “non è mai appartenuto all’Armenia” adottando in toto la narrazione dell’ex nemico.

Le direttive dell’Azerbaigian

“L’Armenia firmerebbe la pace già domani”, sostiene oggi il governo di Yerevan, che ha fretta di arrivare ad un accordo che, seppur svantaggioso, le garantirebbe la stabilità necessaria per attrarre sempre più investimenti europei necessari per allentare la dipendenza economica da Mosca. Baku, però, continua a imporre condizioni aggiuntive, tra cui una modifica costituzionale che escluda ogni rivendicazione su territori oggi fuori dai confini nazionali, come l’Ararat e il Nagorno Karabakh. Secondo l’Azerbaigian, solo una riforma irreversibile può garantire che futuri cambi di potere in Armenia – come la rimozione di Pashinyan – non facciamo riemergere ambizioni irredentiste. Il premier armeno ha quindi promesso che, se vincerà le elezioni di giugno, indirà un referendum per modificare la costituzione in questo senso.

Avvicinandosi al voto, descritto dal governo come una scelta tra guerra e pace, aumentano le pressioni delle autorità contro le opposizioni politiche e in generale contro le organizzazioni che si oppongono a questa linea filoccidentale e conciliante con l’Azerbaigian. A finire nel mirino sono soprattutto oppositori politici, preti e sfollati del Nagorno Karabakh.

La svolta autoritaria

La scorsa settimana, mentre all’interno di un grande centro congressi di Yerevan Pashinyan riceveva l’endorsement dei vertici dell’Unione Europea, all’esterno decine di manifestanti protestavano contro quella che definiscono una deriva autoritaria del Paese.

A manifestare erano soprattutto sfollati del Nagorno Karabakh, convocati da Artak Beglaryan e Gegham Stepanyan, due ombudsman dell’ex repubblica dell’Artsakh, figure indipendenti incaricate della tutela dei cittadini. I due avevano tentato di entrare nel centro congressi per consegnare una lettera di denuncia, ma le autorità lo hanno impedito.

“In Armenia ci sono persecuzioni politiche e una forte pressione contro i leader dell’opposizione. Quello che sta accadendo non ha nulla a che vedere con la democrazia”, ha denunciato Stepanyan in quell’occasione.

Dal 2023 il governo armeno ha arrestato circa sessanta persone legate all’opposizione, tra esponenti politici, società civile, clero e rappresentanti degli sfollati. Giustificate con accuse di corruzione o reati comuni, molti osservatori internazionali li interpretano come un tentativo indebolire il dissenso, soprattutto in vista delle elezioni.

Tra gli arrestati figura anche Samvel Karapetyan, uno dei principali candidati di opposizione. Miliardario armeno con importanti interessi in Russia, è da quasi un anno agli arresti domiciliari per aver accusato il governo di “aver dimenticato la storia millenaria dell’Armenia” e di “attaccare la Chiesa”. Le autorità hanno interpretato le sue dichiarazioni come un invito alla sovversione, accusandolo di “appelli pubblici alla presa illegale del potere”, boicottando così la sua campagna elettorale.

Le frasi incriminate di Karapetyan si riferiscono al fatto che, negli ultimi mesi, sono stati arrestati una quindicina tra vescovi e sacerdoti. Perfino il Catholicos Garegin II, la massima autorità religiosa considerata il “Papa degli Armeni”, è stato sottoposto a un divieto di espatrio. Il governo li ritiene vicini alla Russia e li accusa di fungere da canale d’influenza del Cremlino. I critici ritengono che il governo voglia impedire che la Chiesa funga da trait d’union per le eterogenee opposizioni a Pashinyan.

Gli sfollati del Nagorno Karabakh

Marut Vanyan è un giornalista fuggito, come tutti i suoi connazionali, dal Nagorno Karabakh nel 2023. “Fino ad allora tutti gli armeni ci consideravano dei figli prediletti da proteggere. Oggi è cambiato tutto. Pashinyan ed i suoi seguaci ci ritengono un intralcio alla pace con l’Azerbaigian. Parlare di Nagorno Karabakh è diventato sconveniente”.

Oggi le autorità dell’Artsakh, dopo lo scioglimento ufficiale della repubblica, continuano le loro attività in una sorta di parlamento in esilio a Yerevan, che punta a tutelare i diritti e le esigenze degli sfollati e a fare pressione sul governo, anche a livello internazionale, per il diritto al ritorno in condizioni di sicurezza e dignità, la liberazione dei prigionieri politici armeni detenuti in Azerbaigian e la preservazione del patrimonio culturale e religioso armeno in Nagorno Karabakh.

L’esecutivo di Pashinyan li considera con crescente ostilità, rifiutando di riconoscerli come un governo in esilio e mostrando totale chiusura sia sul tema del diritto al ritorno, sia sulle denunce relative alla distruzione di chiese e monumenti armeni in corso nei territori passati sotto il controllo azerbaigiano.

Secondo l’ombudsman Artak Beglaryan, “parlare del Nagorno Karabakh è ormai visto come un ostacolo agli accordi di pace” e che chi lo fa è sempre più soggetto a pressioni. Numerosi leader degli sfollati del Nagorno Karabakh sono stati imprigionati dopo avere preso parte a manifestazioni antigovernative, considerate sovversive.

Il sostegno dell’Unione Europea

“È ipocrita che l’Unione Europea sostenga la democrazia, i diritti umani e una vita dignitosa per gli ucraini nel loro Paese, ma non per gli armeni. Per questo siamo molto frustrati”, continua Beglaryan, secondo il quale la UE sta ignorando la svolta e deriva autoritaria del governo armeno che invece appoggia perché continui a distanziarsi dalla Russia.

Negli ultimi anni l’Unione ha rafforzato il proprio sostegno finanziario all’Armenia nel quadro del progressivo distacco da Mosca attraverso un pacchetto da circa 270 milioni di euro destinati alla stabilità economica e sociale e alla riduzione della dipendenza dalla Russia. Bruxelles punta, inoltre, a mobilitare altri 2,5 miliardi di euro in investimenti complessivi in energia, infrastrutture e industria; sul piano della sicurezza ha stanziato circa 20–30 milioni di euro per capacità logistiche e difensive. Parallelamente si discute anche di un possibile percorso verso la liberalizzazione dei visti Schengen.

La Commissione Europea mantiene anche rapporti eccellenti con l’Azerbaigian, divenuto dopo le sanzioni alla Russia un fornitore strategico di idrocarburi per diversi Paesi europei.

In questo contesto, il progressivo distacco armeno da Mosca e l’apertura verso la pace con Baku sono parte di una stessa strategia geopolitica.

“Io ho sempre creduto nei valori europei, nell’idea che quando l’Unione Europea parla di libertà e democrazia lo faccia davvero”, conclude amaramente Beglaryan. “Ma oggi vedo che questi valori sembrano contare solo quando servono come strumento di pressione su Paesi con agende geopolitiche diverse”.

Verso le elezioni

Nonostante l’impopolarità in ampie fette di popolazione, i sondaggi danno Pashinyan in vantaggio, favorito dall’arrivo dei miliardi europei e dalla frammentazione dell’opposizione, che esprime un alto numero di candidati premier, alcuni legati al Cremlino. La riconferma dell’attuale governo consoliderebbe il mandato per modificare la costituzione che porterebbe alla firma della pace e spianerebbe la strada all’occidentalizzazione. Il futuro geopolitico dell’Armenia si decide nel prossimo mese.

In gioco, però, non c’è solo il futuro geopolitico dell’Armenia ma la ben più profonda ridefinizione dell’identità nazionale di un popolo che per secoli ha avuto la Chiesa, non lo Stato, come punto di riferimento. Gli attacchi contro il clero hanno dunque innalzato lo scontro interno ad un livello mai raggiunto prima. Se Pashinyan si confermerà alle elezioni riceverà un forte mandato popolare per procedere verso gli accordi di pace, la svolta filoccidentale ma anche la reinvenzione identitaria. Che passa attraverso la riduzione dell’influenza del clero e la rinuncia perenne a simboli, come l’Ararat e il Nagorno Karabakh, a lungo considerati irrinunciabili.

In cambio si prospetta una pace punitiva con l’Azerbaigian e miliardi in arrivo dall’Unione Europea.

Nell’immagine: panorama dalla finestra del monastero (tutte le fotografie sono di Shant Khatcherian)


I destini incrociati

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Iran, commercio e Intelligenza artificiale: il summit di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump riflette le priorità dei due grandi rivali, accomunati da una accesa competizione su ogni fronte ma anche dal bisogno di affrontare assieme l’incertezza globale. L’Iran è in cima all’agenda di entrambi perché Trump ha bisogno di chiudere la guerra con un successo e il negoziato per ottenerlo è affidato al Pakistan, braccio di Pechino, così come a Xi serve il petrolio di Teheran per sostenere il proprio pil e dunque ha interesse a far cessare le ostilità, liberando la circolazione a Hormuz. L’ostacolo maggiore, per entrambi, sono i Guardiani della rivoluzione che ora comandano a Teheran, fino al punto da aver trasformato la Repubblica islamica in una dittatura militare, e dunque non possiamo escludere che Xi e Trump tentino di concordare una transizione capace di far coincidere gli interessi energetici cinesi con quelli strategici americani. Anche perché Pechino sulla necessità di impedire a Teheran di diventare una potenza nucleare ha sempre avuto, sin dai tempi di Barack Obama,una posizione assai simile a Washington. E sul tavolo delle crisi regionali non c’è solo l’Iran perché la Cina si offre di mediare anche in Ucraina — aver fatto arrivare a Vladimir Putin oltre 15000 soldati nordcoreani significa essere entrata in partita — mentre la sua priorità resta la riunificazione con Taiwan: Xi è determinato “a dirlo con chiarezza a Trump” secondo fonti diplomatiche a Pechino.

Il secondo tavolo dei leader che si incontrano per la prima volta dal 2017 è il commercio: la contesa sui dazi si sovrappone all’ipotesi di commesse da capogiro perché Trump ha bisogno di riequilibrare il deficit bilaterale così come per Xi è impellente continuare a vendere in America per sostenere una crescita che stenta, creandogli seri rischi in un sistema di governo che non tollera scosse.

Ad accomunare crisi regionali e commercio è l’approccio opposto dei leader rivali perché il presidente americano ha fretta di ottenere risultati capaci di essere visibili, percepiti negli Usa in tempo utile per le elezioni di Midterm, a novembre, per il rinnovo parziale del Congresso mentre il leader cinese ha un orizzonte assai più lungo perché punta a raggiungere il primato della ricchezza entro metà secolo. Sullo sfondo di una competizione serrata perché Xi ha l’ambizione di costruire un nuovo ordine multipolare capace di trasformare l’Occidente in una reliquia della Storia mentre Trump è convinto di poterlo fronteggiare eridimensionare con un contenimento globale, dall’Indo-Pacifico al Mediterraneo.

C’è però il terzo, e più decisivo, tavolo del summit attorno al quale Trump e Xi siedono con evidente grinta ma anche con la consapevolezza di avere bisogno l’uno dell’altro e, soprattutto, di non avere entrambi troppo tempo a disposizione. Si tratta dell’Intelligenza artificiale perché quando, pochi giorni fa, il vicepresidente JD Vance ha chiamato alla Casa Bianca i ceo dei giganti della Silicon Valley per discutere di “Mythos” si è trovato davanti ad una sorpresa che allarma Washington quanto Pechino. “Mythos”, infatti, è il più recente modello di IA, annunciato da Anthropic il 7 aprile, con la capacità straordinaria di correggere le vulnerabilità di ogni software ad un ritmo mai visto. Ciò significa che l’IA per la prima volta è in grado di migliorarsi da sola, schiudendo le porte a un’accelerazione della rivoluzione digitale di tale portata da indurre Anthropic a non renderla pubblica, temendone le conseguenze. Washington e Pechino, protagoniste della sfida per la leadership nell’IA, si rendono così conto che una pericolosa linea rossa è stata superata e dunque si impone l’urgenza di una sorta di pax digitale.

Anche perché, se guardiamo da vicino tale competizione sulla mappa delle nuove tecnologie, ci accorgiamo che nessuno dei due Grandi può fare a meno dell’altro: se Pechino controlla gran parte dell’estrazione delle terre rare, dall’Estremo Oriente all’Africa, Washington è in netto vantaggio sulle manifatture dei microchip grazie a California e Taiwan; se nella creazione di data center Usa e Cina sono testa a testa, gli i-cloud più potenti sono a stelle e strisce mentre la tecnologia cinese, come insegna TikTok, ha dei luoghi impenetrabili per gli occidentali così come le università cinesi hanno un vantaggio schiacciante nel numero annuale di laureati nelle materie scientifiche. Insomma, è il terreno dell’IA che dimostra in maniera lampante come Cina e Usa abbiano bisogno di quella capacità di “cooperare nella competizione” che si era già affacciata durante la prima amministrazione Trump e viene ora ribadita da crisi regionali che rischiano di trasformarsi in guerre permanenti a bassa intensità e dalla necessità di un riequilibrio del commercio globale. Ecco perché Elizabeth Economy, la sinologa più apprezzata nei centri studi di Washington, osserva che “il risultato più importante per Trump e Xi è che il summit si svolga” consentendo a entrambi di avere l’interlocutore indispensabile — anche se forse non troppo gradito — per affrontare la transizione globale.


Al Aqsa, sfida allo status quo

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Alla vigilia della Marcia delle bandiere, momento clou delle celebrazioni dell’ultradestra israeliana per il Giorno di Gerusalemme, Yitzhak Wasserlauf, ministro per lo sviluppo delle aree periferiche, ieri è entrato sulla Spianata della moschea di Al Aqsa e vi ha pregato in violazione dello status quo del sito religioso, terzo luogo santo dell’Islam, «per il bene del popolo di Israele, per i soldati delle Forze armate e per la guarigione di tutti i feriti». Wasserlauf ha esortato il pubblico a visitare e pregare sulla Spianata, considerata dai religiosi ebrei il luogo dove sorgeva il biblico Tempio, per assistere a quella che ha definito la «rivoluzione» contro regole e intese internazionali messa in moto dal ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir. «È commovente vedere ogni volta tanti ebrei pregare sul Monte del Tempio», ha affermato Wasserlauf, per sottolineare la fine di fatto del divieto per gli ebrei di pregare nel sito islamico, nel quadro dell’intesa del 1967 con la Giordania – custode dei luoghi santi islamici e cristiani a Gerusalemme – secondo la quale i musulmani pregano sulla Spianata, gli ebrei al Muro del Pianto e i cristiani al Santo Sepolcro.

All’inizio di quest’anno, la polizia israeliana aveva permesso per la prima volta di portare sulla Spianata fogli guida per le preghiere ebraiche, in una decisiva deviazione dallo status quo. A febbraio, le autorità israeliane hanno esteso di un’ora l’orario di visita mattutino per gli ebrei durante il Ramadan, approvando per la prima volta una misura di questo tipo nei giorni del mese sacro islamico.

Wasserlauf, con la sua «visita», ha voluto anche confermare indirettamente che l’obiettivo è quello di scardinare in via definitiva le intese con la Giordania e di portare la Spianata di Al Aqsa a una situazione analoga a quella di Hebron. Nel 1994, nella città della Cisgiordania meridionale, dopo la strage di 30 palestinesi compiuta dal colono israeliano Baruch Goldstein, il sito della Tomba dei Patriarchi, rimasto per secoli sotto il controllo delle autorità islamiche, fu diviso in due parti tra ebrei e musulmani. Una «spartizione» della Spianata, già luogo di stragi di palestinesi, potrebbe innescare una crisi profonda segnata da manifestazioni e scontri violenti a Gerusalemme e in tutto il mondo islamico.

Eppure la destra religiosa israeliana continua a tirare la corda. Ora con maggiore forza, per l’approssimarsi delle elezioni politiche. Previsto ufficialmente il 27 ottobre, il voto potrebbe essere anticipato al primo settembre se la crisi di governo causata dall’uscita dalla maggioranza del partito religioso Degel Hatorah, dovuta alla mancata approvazione della legge che prevede l’esenzione dei giovani ultraortodossi dal servizio di leva, sfocerà, forse già la prossima settimana, nella mozione di sfiducia al premier Netanyahu che stanno preparando i partiti di opposizione. Con elezioni entro qualche mese, gli estremisti di destra, con in testa i coloni, non perderanno occasione per puntare all’escalation contro gli «arabi», cioè i palestinesi, a Gerusalemme e in Cisgiordania.

Un primo test è previsto oggi e domani con il Giorno di Gerusalemme, che celebra l’occupazione della zona Est, palestinese, della città e la sua «riunificazione» sotto controllo israeliano avvenuta durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Lunedì, l’Ong Beyadenu ha chiesto alla polizia di consentire agli ebrei di salire al Monte del Tempio per questo appuntamento annuale, durante il quale il sito è solitamente chiuso agli ebrei in base agli accordi con il Waqf giordano. La richiesta ha ricevuto il sostegno di ministri e parlamentari.

Intanto, a partire da questo pomeriggio fino a notte, migliaia di israeliani, in prevalenza giovani, si recheranno sventolando la bandiera di Israele alla Porta di Damasco, nel cuore della Gerusalemme araba, e da lì andranno verso il Muro del Pianto. La Città Vecchia, abitata in buona parte da palestinesi, sarà vuota, con i negozi chiusi: la popolazione non si muoverà da casa. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le aggressioni ai palestinesi che si avventurano in strada nel Giorno di Gerusalemme.

Coloni all’attacco anche in Cisgiordania, nei pressi di Jaljulia, a nord di Ramallah. Ali Kaabneh, 16 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze militari israeliane intervenute a sostegno dei coloni. Anche in questa occasione i coloni hanno sostenuto di essere entrati nel villaggio per recuperare alcune pecore rubate dai palestinesi. Un pretesto che usano spesso per giustificare le loro scorribande. Nel frattempo, denunciano i palestinesi, sono state rubate 700 pecore a Sinjil.

A Nablus, il ministro israeliano Smotrich, uno dei più oltranzisti del governo Netanyahu, alla testa di migliaia di coloni, si è recato in visita alla Tomba di Giuseppe, auspicando l’instaurazione di una «presenza ebraica permanente» nel sito religioso. «La nostra presenza qui è una chiara dichiarazione che il popolo di Israele sta tornando alle proprie case», ha affermato Smotrich, impegnato a recuperare consensi: i sondaggi lo danno al momento fuori dalla Knesset.

Nell’immagine: Gerusalemme, il ministro israeliano Yitzhak Wasserlauf ieri sulla Spianata delle moschee


Musk, Cook e Mr Nvidia: Big tech sull’Air Force One per Pechino e scatta la corsa agli affari

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Se non otterrà da Xi una svolta nelle relazioni con l’Iran, Trump conta almeno di tornare dalla visita in Cina con una manciata di risultati commerciali per poter rivendicare la vittoria economica. Lo ha ammesso lui stesso, quando smentendo via social di essersi dimenticato a casa il ceo di Nvidia Huang, ha esaltato la delegazione di grandi imprenditori portata al suo seguito: «La prima cosa chi chiederò a Xi sarà aprire il suo Paese, affinché queste persone brillanti possano realizzare le loro magie, portando la Repubblica popolare ancora più in alto».

È una storia lunga e fondamentale anche sul piano politico, perché Trump deve in buona parte la doppia elezione presidenziale proprio al risentimento provocato nella classe media e lavoratrice dalla globalizzazione, con la relativa ondata di trasferimenti all’estero dell’occupazione nel settore manifatturiero. Senza l’enorme successo ottenuto dalla Cina, Donald probabilmente non sarebbe mai comparso nei radar degli americani. Ora però deve mantenere la promessa di essere l’unico in grado di invertire questo fenomeno, cosa che non sta accadendo, perché almeno finora i posti di lavoro non sono tornati nelle fabbriche e il surplus commerciale cinese è aumentato, anche senza avere più l’accesso di un tempo al mercato americano.

Nell’ottobre scorso lui e il rivale Xi avevano firmato una tregua a Busan, abbassando i nuovi dazi americani sotto la soglia superiore al 100% minacciata da Trump, in cambio della sospensione delle limitazioni imposte dai cinesi sulle forniture di terre rare, essenziali per il settore tecnologico, e perciò usate da Pechino come arma per costringere il capo della Casa Bianca a ripiegare verso ragionevolezza e praticità. L’intesa scade in autunno e la visita sarà l’occasione per iniziare a discuterne il rinnovo. Il presidente americano però vuole di più, perciò si è portato dietro una delegazione di ceo che oltre a Huang e al riabilitato Elon Musk, include anche Tim Cook di Apple, Larry Fink di Blackrock, Stephen Schwarzmann di Blackstone, Kelly Ortberg di Boeing, Brian Sikes di Cargill, Jane Fraser di Citibank, Chuck Robbins di Cisco, Jim Anderson di Coherent, H Lawrence Culp di GE Aerospace, David Solomon di Goldman Sachs, Jacob Thaysen di Illumina, Michael Miebach di Mastercard, Dina Powell McCormick di Meta, Sanjay Mehrotra di Micron, Christiano Amon di Qualcomm, Ryan McInerney di Visa. Un gruppo selezionato dove c’è tutto, dalle banche ai fondi di investimento, passando per tecnologia digitale e spazio.

Trump vorrebbe che la Cina si aprisse davvero a queste aziende, senza le pretese avanzate finora su partecipazioni societarie e condivisione delle tecnologie. Il suo sogno poi sarebbe che la produzione tornasse negli Usa, ma tale sembra destinato a restare, perché i dazi non bastano a compensare i vantaggi generati dai costi bassi della manodopera, per non parlare del fatto che i giovani americani non muoiono dalla voglia di riandare in fabbrica.

Nel frattempo il presidente vorrebbe tornare negli Usa con l’impegno della Repubblica popolare a comprare beni americani per almeno 30 miliardi di dollari, dalla soia coltivata dagli agricoltori del Midwest agli aerei della Boeing. Per rendere questi scambi più costanti e strutturati, Washington punta a creare un Board of Trade e un Board of Investment, affinché i due governi abbiano gli strumenti per proseguire e intensificare gli scambi. Altre volte, però, Xi ha promesso acquisti mai fatti, e con il surplus commerciale salito sopra i 1.200 miliardi di dollari, ha dimostrato di poter rimpiazzare il mercato Usa con altri, colpiti e irritati dai dazi. L’America invece non può ancora fare a meno delle terre rare cinesi, per quanto stia cercando di rimpiazzarle, perciò rischia di trovarsi in mano meno carte di quelle vantate da Trump.


Sergio Rossi – Preventivi da paura ma poi consuntivi felici

IL SORPASSO Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music