L’UDC diffama i richiedenti asilo per conquistare il favore della popolazione

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Marcel Dettling, presidente dell’UDC, è stato intervistato a metà aprile nel programma «Samstagsrundschau» della SRF in merito all’iniziativa «Svizzera a 10 milioni». Dettling ha affermato che il grande problema è l’asilo; solo il 17% dei richiedenti asilo verrebbe riconosciuto come rifugiato. Inoltre, l’80% dei richiedenti asilo dipenderebbe dall’assistenza sociale. E che anche chi non ha ottenuto l’asilo potrebbe far ricongiungere la propria famiglia.

Se queste affermazioni fossero vere, la situazione sarebbe preoccupante. Ma la realtà è ben diversa. L’anno scorso il numero di persone nel settore dell’asilo è aumentato di circa 15’000 unità. L’immigrazione nell’ambito del mercato del lavoro è invece aumentata di 75’000 persone. La quota di rifugiati è pari a circa il 14%. Se non si tiene conto della situazione straordinaria dei rifugiati provenienti dall’Ucraina, la percentuale scende all’8%. Alla luce di questa situazione, è strano che l’UDC voglia frenare l’immigrazione soprattutto nel settore dell’asilo.

Più rifugiati riconosciuti

Inoltre la percentuale dei richiedenti asilo riconosciuti come rifugiati è ben superiore al 17%. Negli anni dal 2015 al 2025 è stata tra il 25 e il 40%. La percentuale di coloro che hanno un lavoro è aumentata gradualmente dal 21% nel 2015 al 40% lo scorso anno. Il numero di coloro che non ottengono l’asilo ma non possono essere rimpatriati, ovvero le persone ammesse provvisoriamente con status di protezione, corrisponde a un ulteriore 20% circa. In questo gruppo, l’occupazione è aumentata dal 30 al 45% negli ultimi 10 anni, anche grazie agli sforzi della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Le differenze da un cantone all’altro sono notevoli: nei cantoni della Svizzera tedesca lavorano in proporzione più persone. Nei cantoni di confine di Ginevra e Ticino la percentuale di chi ha un lavoro regolare è la più bassa. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che alcuni datori di lavoro preferiscono assumere frontalieri, più economici, piuttosto che persone che vivono in Svizzera, alle quali dovrebbero essere pagati i salari locali.

Ricongiungimento familiare con grandi ostacoli

Dettling ha anche affermato che le persone ammesse provvisoriamente possono far venire le loro famiglie; ciò è vero solo in parte. Infatti, possono presentare una domanda di ricongiungimento familiare solo dopo cinque anni, e solo se hanno un lavoro, guadagnano abbastanza per mantenere la famiglia e dispongono di un alloggio adeguato. Negli ultimi 10 anni sono immigrate in media 124 persone all’anno grazie al ricongiungimento familiare. Il Parlamento ha recentemente chiesto che il termine per poter presentare una domanda venga raddoppiato a 10 anni: contrariamente alla volontà del Consiglio federale, il ricongiungimento familiare verrebbe reso ancora più difficile anche per le persone ben integrate nel mondo del lavoro.

Fuga dall’arbitrarietà verso uno Stato di diritto

Diffamare i rifugiati è doppiamente sbagliato e ingiusto. Da un lato perché le accuse dell’UDC non sono fondate, dall’altro perché i rifugiati ripongono grandi speranze nello Stato di diritto svizzero, nel quale sono giunti dal loro paese segnato dall’arbitrarietà e dalla violenza. Hanno alle spalle un viaggio pericoloso, intrapreso per poter finalmente vivere qui in sicurezza.

Non tutti coloro che presentano una domanda di asilo in Svizzera lo ottengono; alcuni non sono direttamente perseguitati, ma sono in pericolo a causa della guerra. Queste persone, nella misura in cui nel loro Paese subirebbero violenze o torture, non possono essere rimpatriate. L’UDC vuole cambiare questa situazione con la sua iniziativa: chiede che tutte le persone non riconosciute come rifugiati debbano lasciare la Svizzera. Ciò sarebbe contrario alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, dalla quale la Svizzera sarebbe costretta ad uscire.

Una storia di successo

L’UDC sostiene che arrivano “le persone sbagliate”, anche analfabete. Sì, è vero.

Ci sono uomini e donne con livelli di istruzione molto diversi, anche con un diploma universitario, ma pure analfabeti. Ne ho conosciuti diversi provenienti dall’Afghanistan. Vogliono imparare a leggere e scrivere nella nostra lingua e molti sperano di poter seguire un apprendistato; alcuni ci riescono anche. Solo una dozzina di anni fa ciò era possibile solo se i giovani venivano sostenuti da privati. Nel frattempo la Confederazione, i Cantoni e molti Comuni sono consapevoli che è nell’interesse sia delle autorità che dei rifugiati aiutarli nella ricerca di un posto di apprendistato o di un lavoro. Questo dà fiducia ai rifugiati e i Cantoni e i Comuni devono pagare meno assistenza sociale. Se lavorano, è necessario far venire in Svizzera meno manodopera dall’estero.

La situazione non va idealizzata. Tra i richiedenti asilo ci sono anche persone che preferiscono ricevere l’assistenza sociale piuttosto che lavorare o affrontare lo sforzo di una formazione professionale. Per i volontari che sostengono i richiedenti asilo, ciò può essere molto frustrante. Ridurre l’assistenza sociale è tuttavia opportuno solo in casi eccezionali. Più promettente è il dialogo diretto tra le organizzazioni di assistenza e le autorità con i riluttanti, per mostrare loro cosa c’è in gioco se non cercano di diventare autosufficienti. Tra queste persone ci sono anche dei delinquenti, come in ogni società, anche se una parte di loro è più a rischio di diventare criminale a causa della violenza subita nel proprio Paese o durante il viaggio. Tuttavia, nel complesso, l’integrazione dei rifugiati e della popolazione straniera nel mondo del lavoro in Svizzera è una storia di successo.

Pubblicato da Journal21
Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Marcel Dettling, presidente dell’UDC


Uno spettacolo di disumanità

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Una famiglia smembrata: i genitori e un figlio espulsi, gli altri due lasciati in un limbo di sospensione. Non è la prima volta, la storia tristemente si ripete. Eppure, non avrei mai creduto di dover assistere ancora a simili spettacoli di disumanità.

Mi chiedo come possa una democrazia liberale, fondata sull’Articolo 7 della Costituzione — “la dignità della persona va rispettata e protetta” —, arrivare a tanto. Il tutto tra il gaudio di una certa destra che sbandiera la “tradizione” proprio mentre nega la solidarietà, che della tradizione dovrebbe essere il cuore. Dura lex, sed lex, dicono per liquidare la faccenda. Forse però è il caso di ricordare ai disattenti che legalità non significa necessariamente legittimità. Ad abundantiam: sopra la legge esistono i diritti inalienabili della persona. Se non accettiamo questo principio, allora non chiamiamola democrazia liberale: è un’altra cosa.

È, per citare qualcuno, una delle tante manifestazioni della “banalità del male”. Un male che corrode quotidianamente i fondamenti del diritto e che si nutre di disumanizzazione. Nella testa dei burocrati federali e di certa politica, gli espulsi non sono esseri umani con sentimenti, affetti e paure; sono “casi” da smaltire, pratiche da archiviare, “altri” che non ci riguardano perché nati altrove. È quel processo che trasforma l’uomo in oggetto: i migranti come nuovi schiavi della modernità.

La famiglia curda è stata espulsa perché — ci assicurano — la Turchia è una democrazia e le istituzioni locali li accoglieranno. Ai nostri dignitari federali servirebbe un corso di aggiornamento accelerato: dovrebbero imparare che una democrazia liberale è cosa ben diversa da una democrazia elettorale. La Turchia oggi è una “dittatura soft”, un regime coi guanti di velluto dove il voto serve solo a legittimare chi la libertà vuole soffocarla. In quel paese non pensarla come chi sta in alto porta male.

A suggellare questo clima inquietante arriva la dichiarazione del Direttore del Dipartimento delle Istituzioni. Colui che, nonostante i risultati latitanti, insiste a voler continuare a “servire il bene dei ticinesi”, sembra abbia sentenziato: “La competenza è federale, decidono loro”. Vi ricordate l’episodio evangelico di Ponzio Pilato? Siamo lì, al lavacro delle mani.

C’è solo da sperare che non solo i cittadini di buona volontà, ma in primis proprio questo  governo non chini il capo e scenda in piazza a rivendicare i sacrosanti diritti di Zelal e Yekta. Ne ha la facoltà. Aspettiamo da lui  un sussulto di umana dignità: è il minimo sindacale.

Scritto per laRegione

Nell’immagine: Yekta e Zelal Pokerce in uno dei servizi della RSI


Cina, il giano bifronte: da fabbrica a basso costo a superpotenza tecnologic

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Di Lorenzo Lamperti, La Stampa

 

Un tempo, era conosciuto soprattutto come «il marito di Peng Liyuan», la moglie soprano. Oggi, Xi Jinping è secondo molti il leader più potente del globo. «Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento e non prendere mai il comando», recitava il vecchio mantra di Deng Xiaoping. La Cina di Xi invece «osa lottare» per realizzare il suo «sogno», perché sente che il suo momento è arrivato.

Il sogno cinese

La “nuova era” parte da Qufu. Nel 2013, la cittadina natale di Confucio è meta di una delle prime “ispezioni” di Xi dopo la nomina a segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica Popolare. Per decenni, Pechino aveva guardato con sospetto il pensiero confuciano, associandolo al passato imperiale che Mao Zedong voleva distruggere. Xi ha scelto di recuperarlo. Con lui, il Partito non trae più legittimità dalla promessa rivoluzionaria o dalla lotta di classe, ma dalla continuità storica della civiltà cinese. Il marxismo è stato progressivamente assorbito dentro una narrazione più ampia, nazionalista e civilizzatrice. Un melting pot ideologico in cui Xi si propone custode della rinascita storica della Cina dopo il «secolo delle umiliazioni». Qui nasce il “sogno cinese” di Xi: non semplice crescita economica, ma ritorno della Cina al centro del mondo. «La civiltà cinese è l’unica ininterrotta da millenni», ripete spesso Xi, che lo ricordò anche a Donald Trump nella sua precedente visita a Pechino del 2017.

L’economia

Questa trasformazione si riflette nell’economia. Per decenni, la Cina è stata «la fabbrica del mondo», il luogo dove si produceva a basso costo per i consumatori occidentali. Xi ritiene, però, che quel modello sia arrivato al limite e parla di «superamento dell’ossessione del Pil». L’obiettivo è trasformare la Cina da piattaforma industriale dipendente dalle esportazioni a potenza tecnologica autonoma e autosufficiente. Ma la realtà è che il motore cinese resta ancora fortemente trainato dall’industria e dall’export. Nel 2025, la Cina ha registrato un surplus commerciale record di circa 1,19 trilioni di dollari. È il segnale più evidente della sua gigantesca supremazia manifatturiera. Pechino produce ormai quantità enormi di auto elettriche, pannelli solari, batterie, acciaio, chimica avanzata e componenti industriali. Dentro questa trasformazione industriale, le terre rare sono diventate il simbolo della nuova potenza cinese. Per anni considerate un dettaglio tecnico della globalizzazione, oggi rappresentano una vera arma geopolitica. La Cina domina la raffinazione mondiale di materiali fondamentali per elettronica, difesa, auto elettriche, turbine e missili.

Società

Dietro i numeri, non mancano le tensioni sociali. Nel 2026 circa 12,7 milioni di laureati entreranno nel mercato del lavoro. È una massa enorme di giovani spesso altamente qualificati, ma alle prese con un’economia meno dinamica rispetto al passato. Molti ragazzi cresciuti durante il boom economico stanno sperimentando una realtà diversa da quella promessa ai loro genitori. È anche per questo che negli ultimi anni sono esplosi fenomeni come lo “sdraiarsi”: giovani che rifiutano la competizione estrema del modello cinese, rinunciando volontariamente alla corsa ossessiva a carriera, casa e successo sociale. Xi guarda con preoccupazione a queste tendenze, considerate una minaccia, visto anche il continuo crollo dei matrimoni che si ripercuote sul calo demografico. Un circolo vizioso che frena il grande obiettivo di aumentare i consumi interni.

Controllo e diritti

Xi ha risposto rafforzando il controllo interno. La campagna anticorruzione permanente ha eliminato decine di quadri del Partito e ha disarticolato le correnti. L’esercito è stato ripetutamente epurato: durante il terzo mandato di Xi sono stati rimossi 5 componenti della Commissione militare centrale su 7. La campagna di “rettificazione” delle Big Tech ha colpito figure come Jack Ma e ridimensionato l’autonomia delle grandi piattaforme digitali, riorientandone le attività nei settori ritenuti strategici dallo Stato. Gli spazi di associazionismo indipendente si sono ridotti. Secondo Reporters Senza Frontiere, a fine 2025 erano detenuti 123 giornalisti. Nelle regioni di frontiera come Xinjiang e Tibet, le minoranze vengono “sinizzate” per garantire la sicurezza nazionale, concetto sempre più ampio e prioritario.

Politica estera

Al posto delle tradizionali «opportunità strategiche», Xi ripete spesso che la Cina ha di fronte «sfide», «turbolenze» e «rischi». Questo clima influenza anche la politica estera, diventata più attiva rispetto a quella del passato. La Cina vuole essere percepita come alternativa stabile a un’America considerata in declino e frammentata. I numeri diplomatici raccontano bene questa trasformazione: dal 2013 i leader stranieri hanno visitato la Cina 894 volte, contro 619 visite negli Stati Uniti. La partnership con la Russia di Vladimir Putin è uno degli assi centrali di questa strategia. Xi e Putin si sono incontrati decine di volte, più di qualsiasi altra coppia di leader mondiali contemporanei. Ma la relazione sino-russa resta profondamente pragmatica. La dissoluzione dell’Unione Sovietica è una lezione che Xi non ha mai dimenticato. Per questo, la Cina evita accuratamente alleanze formali rigide e cerca soprattutto di costruire reti globali flessibili, con priorità al cosiddetto Sud globale. Pechino offre infrastrutture, commercio e investimenti senza imporre condizioni ideologiche.

Xi sa che il potere globale si gioca anche sul piano narrativo. Ed è convinto che l’instabilità causata da Trump rafforzi la sua storia,dentro e fuori i confini della sua Cina.


Iran, il contro-bombardamento è l’inflazione negli Usa: +3,8%

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Di Francesca Luci, il manifesto

“Bing, Bing, Gone”: Trump pubblica immagini generate dall’IA che mostrano un attacco laser contro un aereo iraniano dopo aver respinto la proposta di Teheran. La Casa Bianca accusa il mediatore pakistano di tradimento. L’inflazione americana prende il volo e il prezzo del petrolio continua a salire. Trump, frustrato valuta la ripresa delle operazioni militari, mentre i leader iraniani promettono una risposta esemplare a qualsiasi aggressione.

L’inflazione negli Stati Uniti raggiunge il 3,8% ad aprile, il livello più alto degli ultimi tre anni. La guerra con l’Iran ha un costo stimato di 29 miliardi di dollari e fa schizzare i prezzi dei carburanti oltre il 50%, la benzina tocca i 4,50 dollari al gallone e il gasolio raggiunge i 5,64 dollari. Il 58% degli elettori americani disapprova la gestione dell’inflazione di Trump, che ha proposto la sospensione delle tasse federali sui carburanti per alleviare le difficoltà delle famiglie.

LA TREGUA che doveva portare alla fine del conflitto traballa sull’orlo del precipizio. La risposta iraniana alla proposta americana è stata liquidata come «spazzatura». Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso e i mercati energetici si contorcono di paura.

«Non abbiamo chiesto concessioni», ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri iraniano Esmail Baghaei, affermando che il suo Paese rivendica solo i «legittimi diritti» della nazione. Ma Trump non vede diritti: vede una lista di pretese esorbitanti.

«ERANO D’ACCORDO con noi sulla rimozione dell’uranio arricchito», ha detto Trump, «ma hanno cambiato idea perché non l’hanno messo nel documento». Il vero nodo tra le parti è che l’Iran possiede oltre 440 kg di uranio arricchito fino al 60% di purezza. Trump, in accordo con il primo ministro israeliano Netanyahu, vuole che questo materiale venga rimosso dal territorio iraniano. L’Iran, invece, nella sua controproposta non ha nemmeno incluso il tema.

La leadership iraniana è convinta di essere in una posizione di potere per trattare, respingendo le pretese di capitolazione nucleare di Trump. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha rafforzato questo messaggio: «Se si parla di dialogo o negoziazione, ciò non significa resa o ritirata. L’obiettivo è sostenere i diritti della nazione iraniana e difendere gli interessi nazionali con forza risolutiva». Mentre Ghalibaf, presidente del parlamento, ha aggiunto: «Le nostre forze armate sono pronte a rispondere a qualsiasi aggressione».

I PROSSIMI PASSI risultano delicati per l’amministrazione americana. Secondo i media americani, sul tavolo variano da operazioni speciali per asportare l’uranio – idea israeliana che Trump ritiene troppo rischiosa – fino al riavvio dei bombardamenti, colpendo i restanti bersagli militari individuati ma non ancora attaccati.

Tuttavia, molto probabilmente gli americani non intraprenderanno azioni importanti prima del viaggio di Trump a Pechino questa settimana. Gli Usa hanno annunciato nuove sanzioni contro dodici individui e società per aver facilitato le vendite di petrolio iraniano alla Cina: un messaggio, ma non una bomba.

Gli Stati uniti sperano che la Cina, maggior acquirente di petrolio iraniano, eserciti pressione su Teheran. Ciò è diventato necessario anche dopo che le nuove rivelazioni hanno messo in dubbio la credibilità dei mediatori pakistani. Secondo fonti di intelligence americane e rapporti citati da Cbs News, il Pakistan avrebbe consentito all’Iran di trasferire e proteggere velivoli militari e da ricognizione nella base aerea di Nur Khan, vicino a Rawalpindi, per sottrarli a possibili attacchi statunitensi o israeliani.

Nonostante la smentita di Islamabad, le tensioni rimangono alte. L’influente senatore conservatore Lindsey Graham chiede di «rivalutare» il ruolo del Pakistan, mentre ambienti della Casa Bianca parlano apertamente di «tradimento» da parte di Islamabad. Lo staff presidenziale dubita che i pakistani abbiano davvero comunicato agli iraniani la serietà delle minacce.

IL CAPO DI UNOPS, l’agenzia delle Nazioni Unite per i progetti di sviluppo, pace e assistenza umanitaria, Jorge Moreira da Silva, ha lanciato un avvertimento: «Abbiamo poche settimane per prevenire una massiccia crisi umanitaria. Potrebbero essere costrette alla fame e alla morte 45 milioni di persone in più». Il blocco dello Stretto mantiene bloccati i carichi di fertilizzanti.

Il Ceo del colosso Saudi Aramco, Amin H. Nasser, ha definito lo shock energetico «il più grande che il mondo abbia mai sperimentato». Anche se lo Stretto riaprisse domani, occorrerebbero mesi per il riequilibrio del mercato. Se il blocco continuasse, la normalizzazione non avverrebbe prima del 2027, con una perdita di circa 100 milioni di barili di petrolio ogni settimana.

IL PARADOSSO È che entrambe le parti affermano di volere la pace: Trump sostiene di dare «ogni possibilità alla diplomazia», mentre l’Iran dice di restare «disponibile al dialogo». Nel frattempo le navi evitano lo Stretto di Hormuz e il prezzo del petrolio continua a salire.


Il nuovo ordine del disordine

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Tutto nasce dal caos. Poi arrivarono la luce e il buio, la terra e il mare, gli dèi, gli uomini, le leggi, gli imperi, le banche centrali, i summit Nato e persino le call su Zoom. L’ordine aveva prevalso. O almeno così ci raccontano le grandi cosmologie, dalla Genesi a Esiodo fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Quello che si sono dimenticate di dirci è che il fenomeno è reversibile: il caos torna. Quasi sempre senza avvisare.

Basta poco, in fondo: è sufficiente che il mondo perda il proprio ordinatore di turno – padreterno, imperatore o poliziotto globale a stelle e strisce che sia – perché si apra il vuoto. Gli Stati Uniti avevano provato a tenere le redini del pianeta e per qualche decennio ci erano anche riusciti, tra portaerei, dollari e McDonald’s in ogni quartiere. Oggi conservano una potenza immensa, ma non riescono più a tradurla in controllo stabile. Chi cresce – la Cina – accumula tecnologia, influenza e muscoli geopolitici a velocità industriale, ma non è ancora in grado di convertire tutta quella massa in un ordine alternativo coerente e riconoscibile per tutti. È lì, nel grande spazio sospeso tra chi non può più e chi non può ancora, che il caos torna ad accomodarsi. Esattamente nel punto della storia in cui ci troviamo noi, intenti a gestire l’ansia del cambiamento, un tweet alla volta.

E dire che i greci ce lo avevano già spiegato benissimo: il caos non è sinonimo di catastrofe, apocalisse o di gente che assalta i supermercati per fare scorte di tonno in scatola e carta igienica. È piuttosto una distesa di possibilità ancora senza mappe, regole o dogane. Il problema è che noi, ossessionati dal controllo e assai meno pazienti di Socrate, non sopportiamo più l’idea di abitare un mondo che non possiamo governare. Così, siccome il caos non riusciamo né a eliminarlo né a ordinarlo, abbiamo deciso di usarlo. Ed è questa la cifra più sottile del nostro tempo: se non si può portare ordine a casa nostra, tanto vale consegnare il disordine direttamente a domicilio altrui. Il conflitto tra potenze in versione Amazon Prime. Meno nobile, certo. Ma apparentemente molto più pratico.

La Russia è maestra del mestiere. Da anni lavora sulle fratture europee con precisione certosina: propaganda, cyberattacchi, rubli ai populismi da Parigi a Budapest, pressione energetica e disinformazione industriale. Ma Stati Uniti e Cina non sono certo da meno quando si tratta di sabotarsi l’uno l’altro, tra accerchiamenti strategici, ricatti commerciali e riarmi che fanno tremare insieme polsi e bilanci. Ognuno impegnato a rompere le uova nel paniere altrui molto più di quanto riesca a tenere in ordine il proprio.

In questo quadro, perfino le guerre cambiano funzione. Non servono più necessariamente a vincere, ma a mantenere l’avversario abbastanza occupato, stressato, polarizzato e dissanguato da impedirgli di rimettere insieme i propri cocci domestici. Un logorio a fuoco lento, somministrato reciprocamente in dosi misurate, come dimostrano l’Ucraina, il Golfo, Taiwan, il Levante e buona parte delle tensioni che attraversano oggi il pianeta.

Se però l’origine del caos è strutturale, storica e probabilmente inevitabile, è altrettanto vero che oggi trova interpreti particolarmente spregiudicati. Leader che si percepiscono come figure eccezionali di una fase irripetibile, decisi a cavalcare il disordine con la sicumera di chi si è già prenotato un posto nei libri di storia. Convinti che il vecchio mondo sia morto e che soltanto loro abbiano la forza di traghettare il proprio popolo oltre l’imprevedibile tempesta del presente. Una schiera di Mosè contemporanei armati di bastone nucleare, intelligenza artificiale e culto della personalità, in marcia verso una terra promessa che forse non vedranno mai personalmente, ma che certamente porterà il loro nome scolpito sugli archi di trionfo.

Putin è persuaso di star salvando la Russia dalla dissoluzione storica e dall’irrilevanza perpetua; Trump ha deciso di rifondare l’America demolendola pezzo per pezzo; Netanyahu agisce come se Israele fosse costantemente a trenta secondi dalla fine della civiltà e Xi Jinping ha trasformato la Cina in una gigantesca macchina di controllo ideologico, dove ogni purga è pura igiene patriottica. Un esclusivo club del “dopo di me, il diluvio” che negli ultimi anni ha fatto incetta di iscritti – chi prima chi dopo – dall’India all’Argentina, dalla Turchia all’Ungheria, passando per Brasile e Corea del Sud.

Figure diversissime, con obiettivi spesso incompatibili, accomunate però dalla pericolosa convinzione di essere investite di una missione eccezionale, sospesa tra il profetico e il martirio autocelebrativo, purché ben remunerato. Del resto, di fronte alla grandezza del compito – divino o storico che sia – che sarà mai un’elezione persa, una costituzione aggirata o qualche centinaio di migliaia di morti in più? Con il mondo così sottosopra, è perfino possibile che qualcuno di loro riesca davvero nel proprio intento. La storia, come sempre, distribuirà assoluzioni e necrologi a tempo debito. In attesa del verdetto, però, è difficile ignorare il pericolo enorme prodotto da chi usa il caos come strumento politico, finendo inevitabilmente per moltiplicarlo, mentre l’avvento del famoso nuovo ordine latita ancora.

Volendo parafrasare la vecchia massima secondo cui i politici pensano alle prossime elezioni mentre gli statisti alle prossime generazioni, il sospetto è che i nostri “agenti del caos” contemporanei abbiano preso la lezione un po’ troppo alla lettera. Se questo è il prezzo dei nuovi messia, è meglio avere qualche visionario in meno e qualche semplice politico in più.


Lionel Barber: “La Brexit ci ha reso una nazione instabile guidata da politici mediocri”

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Lionel Barber, 71 anni, di cui 16 come direttore del Financial Times fino al 2020: francamente, lei cosa ne pensa di Keir Starmer?

«È un leader di second’ordine e un terribile comunicatore di terz’ordine. Non ha i fondamentali per essere un leader. Non sa raccontare una storia. Non convince nessuno ed è circondato da persone mediocri. È un politico sintetico, non naturale. I britannici non lo amano: Sir Keir è una persona rispettabile, ma non lega con la gente comune. È un ex procuratore, un legale, uno che piace più ai giudici che alla giuria».

Quindi quello di Starmer è innanzitutto un problema di comunicazione? Oppure è un politico negato?

«Ovvio che ha anche grossi deficit politici. Non vogliamo un leader performante come Berlusconi, assolutamente no, una persona seria va benissimo. Ma deve sapere parlare al popolo, e poi Starmer ha certamente commesso anche molti errori, soprattutto all’inizio del suo mandato, con la legge di bilancio e i controversi tagli al welfare. Non puoi fare sempre retromarcia, per poi chiedere scusa: gli elettori si accorgono della debolezza di un leader, vedono subito il suo sangue… E tutto ciò nonostante una maggioranza monstre ai Comuni per il Labour. Insomma, in molti si sono progressivamente stufati di Starmer, perché oramai sanno che hanno scelto il leader e premier sbagliato».

Ieri però Starmer ha reagito al “golpe”, in modo sorprendente, e ora sembra resistere.

«Perché a lui non c’è una alternativa ovvia. Non sappiamo davvero chi sono questi rivali. Il Labour è tornato al governo nel 2024, dopo 14 anni di astinenza al potere: non hanno alcuna esperienza pregressa. Nessuno sa se uno tra Burnham, Rayner o Streetingpossa essere davvero meglio di Starmer».

Sir Keir è finito?

«No. È gravemente ferito, ma non ancora politicamente morto. Nonostante la furia di molti elettori, i media contro di lui, tutte le dimissioni di sottosegretari di queste ore, un centinaio di deputati che vogliono cacciarlo, Starmer resiste. Anche perché i suoi rivali sono molto divisi e non hanno il sostegno di almeno 81 deputati, come da regole interne al Labour. Ieri speravano che fosse Sir Keir a fare un passo indietro, dopo la rivolta interna degli ultimi due giorni. Invece, Starmer ha reagito e dunque resisterà ancora un po’. Anche perché, come dice lui stesso, “c’è da essere seri e non possiamo permetterci instabilità, con una pesantissima crisi alle porte, in arrivo dal Medio Oriente”».

Crede che il Regno Unito sia diventato un Paese ingovernabile dopo la Brexit?

«Ingovernabile no. Ma di certo oggi siamo addirittura più instabili dell’Italia. E siamo un Paese spaccato, soprattutto per la radicalizzazione collettiva che ha provocato Brexit, in mano a una classe politica davvero di basso livello. I problemi secondo me arrivano ancora da più lontano, ossia dalla crisi finanziaria del 2008, che ha reso la Gran Bretagna più povera e più debole, basti pensare alla City di Londra che non è più il colosso di una volta. Siamo in un mondo post-globalizzazione, con l’immigrazione diventata un altro tema estremamente divisivo. Ma la Brexit ha prosciugato energia al Regno Unito ed eliminato una generazione molto talentuosa di politici: per questo, incolpo soprattutto Boris Johnson».

Così oggi la Gran Bretagna è meno influente nel mondo, e con la reputazione internazionale danneggiata?

«Sì. Gli investitori ci puniscono, perché l’instabilità politica provoca anche quella finanziaria. Certo, siamo ancora molto attivi in politica estera, vedi con l’Ucraina, nonostante un alleato come gli Stati Uniti trumpiani che vuole umiliarci. Tuttavia, più in generale, siamo diventati un Paese poco serio. Altrimenti, entità irresponsabili come Farage e i Verdi di Zack Polanski non otterrebbero così tanti voti, e gli indipendentisti non avrebbero potuto rivincere in Scozia, dopo i recenti disastri che hanno combinato».

Starmer è uno dei pochi leader di centrosinistra rimasti in Europa. Se cadesse lui, anche il Regno Unito finirebbe nelle braccia della destra, in questo caso Nigel Farage?

«Non credo, ci sono ancora molte incognite. Ma, sì, Farage e il suo partito Reform UK potrebbero entrare in un governo al prossimo giro. Magari in una coalizione di destra con i conservatori. Vede? Siamo diventando sempre più come l’Italia. Ma senza la pasta buona».

Nell’immagine: Lionel Barber


Sergio Rossi – Allora “spacchettiamo” ?

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


A novant’anni dalla guerra di Spagna

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Ricorre quest’anno il novantesimo anniversario della Guerra di Spagna (17 luglio 1936-1° aprile 1939), generata da un colpo di stato a cui si oppose un popolo deciso a battersi per la libertà e la giustizia sociale. La guerra civile ebbe una forte valenza internazionale, al punto da diventare il laboratorio di un conflitto che di lì a pochi anni avrebbe incendiato l’Europa e il mondo intero. Lo lotta tra fascismo e antifascismo mobilitò a fianco della Seconda Repubblica 35’000 combattenti provenienti da più di 50 Paesi. Inseriti in improvvisate milizie durante l’“estate dell’anarchia”, essi  furono in buona parte inquadrati a partire dall’autunno 1936 nelle Brigate internazionali, integrate a loro volta l’anno successivo nel ricostituito Ejército popular.

La guerra fu totale, combattuta sul piano militare, economico, politico e ideologico, coinvolgendo a sostegno della Repubblica anche le migliori forze della cultura dell’epoca. Il potere mobilitante delle immagini (pittura, fotografia, cinema, grafica cartellonistica) ebbe un potente ruolo propagandistico e pedagogico per la causa democratica, per la resistenza dei soldati e della popolazione civile oltre che negli appelli alla solidarietà internazionale.

In campo repubblicano, su impulso dei vari ministeri, delle organizzazioni politiche e sindacali, ma anche su spontanea iniziativa di vari movimenti sociali, furono prodotti dai 1500 ai 2000 manifesti, che ebbero soprattutto a Barcellona, ma anche a Valencia e Madrid i centri propulsori più vivaci.

Dalla Svizzera partirono circa ottocento volontari antifascisti e un’ottantina dal Ticino. Quest’ultimi sono ricordati al Monte Ceneri dal monumento scolpito da Flavio Paolucci in memoria dei caduti, inaugurato l’8 ottobre 1978, mentre le fonti che documentano l’impegno ideale dei combattenti sono conservate presso la Fondazione Pellegrini Canevascini all’Archivio di Stato. Nel vecchio borgo di Biasca un’opera è dedicata a tre volontari del luogo, all’ingresso del cimitero di Castel S. Pietro un altro mosaico ricorda tre ulteriori combattenti per la libertà.

Grazie alla diligenza con cui conservò l’eredità spirituale del padre Elio, che realizzò sul fronte di Aragona il suo apprendistato di medico al fronte, Mattia Canevascini ha donato all’Associazione degli Amici del Ceneri otto manifesti della Guerra di Spagna per abbellire la sua sede e poter essere ammirati dai suoi visitatori. Ogni immagine è oggi accompagnata da una scheda descrittiva che comprende i dati tecnici essenziali, il contesto, la committenza e l’autore.

I manifesti esposti rappresentano alcuni temi forti della cartellonistica della guerra civile spagnola.

In primo luogo la dimensione internazionale della lotta antifascista e lo sforzo per ricostituire l’esercito popolare. La mostruosità dell’aggressione dei “nazionalisti” guidati dal generale Franco e dei loro sostenitori è sottolineata in diverse opere, anonime o di noti grafici (Jacint Bofarull, Josep Renau, Antonio Cavañate).

Un secondo argomento di grande attualità è costituito dai bombardamenti dell’aviazione nazifascista sulla popolazione civile a Madrid a partire dal novembre 1936 e l’evacuazione di madri e bambini verso zone più sicure: il Levante attorno alla nuova capitale Valencia (in cui si distinse anche “Ayuda suiza” diretta da Rodolfo Olgiati) e la Catalogna. Una regione quest’ultima di tre milioni di abitanti allo scoppio delle ostilità, che accolse nel 1938 circa un milione di rifugiati, attraverso un enorme sforzo di solidarietà.

Tra i temi sociali, in generale ben rappresentati dai manifesti spagnoli (l’accesso alla terra e la socializzazione della proprietà, i diritti e i doveri dei lavoratori, la lotta all’analfabetismo), nella succinta esposizione al Ceneri emerge l’appello per il primo Congresso delle donne catalane nel 1937. Esso raccolse al Palau de la musica 800 delegate di associazioni politiche e sindacali per la costituzione dell’Unió de Dones de Catalunya, che all’insegna del motto “unità e vittoria” svolse un intenso lavoro durante il conflitto, affiancandosi a Mujeres libres di matrice libertaria.

Renato Simoni è storico


L’unanimità per non fare niente: l’ipocrisia dell’Europa su Israele

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Di Widad Tamimi, il manifesto

Il Consiglio affari esteri non è stato solo l’ennesimo esercizio di equilibrismo diplomatico, ma il riflesso di un’Europa profondamente spaccata, che riesce a trovare l’unanimità solo sul «perimetro minimo» della condanna morale, lasciando intatti i nodi strutturali del conflitto.

Il via libera alle sanzioni contro i coloni è stato reso possibile solo dal terremoto politico in Ungheria. Per quasi due anni, il governo di Viktor Orbán aveva bloccato ogni misura contro le colonie illegali. Con il giuramento del nuovo primo ministro Péter Magyar, la delegazione ungherese ha rimosso il veto, permettendo all’Alta rappresentante Kaja Kallas di annunciare il passaggio dallo stallo ai fatti. Tuttavia, Magyar ha già chiarito che Budapest resterà pragmatica e non appoggerà misure più drastiche, segnando una continuità parziale con il passato.

Il vero fallimento politico riguarda la proposta di Spagna, Irlanda e Slovenia di sospendere l’Accordo di associazione Unione europea-Israele. Questo trattato è il cuore dei privilegi commerciali di Tel Aviv in Europa: sospenderlo significherebbe isolare economicamente Israele.

L’idea era di imporre dazi elevati sui beni prodotti in Cisgiordania per «differenziarli» da quelli israeliani. Chiedere che i prodotti provenienti dai territori occupati abbiano certificati di esportazione rilasciati dall’Autorità palestinese. Sebbene queste misure richiedano solo una maggioranza qualificata (e non l’unanimità), la mancanza di appoggio da parte dei principali partner commerciali europei ha fatto slittare ogni decisione a data da destinarsi.

Per bilanciare politicamente le sanzioni ai coloni, il Consiglio ha approvato contestualmente nuove misure contro i vertici di Hamas. Questa «equivalenza» è stata però respinta dal ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar, che ha accusato l’Ue di creare una «distorta equivalenza morale» tra cittadini israeliani e terroristi. Il risultato è che l’Europa si ritrova attaccata da Israele per aver fatto troppo poco, e criticata dalle organizzazioni internazionali (Amnesty in primis) per non aver fatto nulla di concreto.

Mentre la pressione popolare cresce per la tragedia a Gaza e l’espansione del progetto coloniale E1 in Cisgiordania, l’Unione europea sceglie la strada della sanzione individuale e simbolica. La diplomazia lascia così intatti i nodi strutturali che alimentano il conflitto in Medio oriente.

Organizzazioni come Amnesty International accusano Bruxelles di ipocrisia: le sanzioni ai singoli coloni sono «cerotti su una ferita aperta», mentre il sostegno strutturale allo Stato che permette l’espansione dei coloni rimane intatto.

Si punisce la «mela marcia» (il colono violento) per salvare l’intero albero (il rapporto commerciale e politico con lo Stato di Israele). Il Consiglio dell’11 maggio conferma così l’incapacità cronica dell’Ue di agire come attore geopolitico autonomo, preferendo il conforto di una nota stampa unanime all’onere di una scelta coraggiosa.

Nell’immagine: “A bloodthirsty love” di Laika a Bruxelles


Il lungo tramonto dell’America Maga

Il presidente dell’UDC considera i richiedenti asilo un grave problema e la causa della forte immigrazione. Dare la colpa ai rifugiati è possibile solo perché Dettling non esita a utilizzare cifre false 

Di Alan Friedman, La Stampa

Circa diciotto mesi fa pubblicai un libro nel quale sostenevo che, nel suo secondo mandato, Donald Trump avrebbe accelerato lo smantellamento del sistema multilaterale, scatenato nuove guerre commerciali, aumentato il rischio di conflitti militari, normalizzato la violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e accelerato il declino dell’impero americano, già indebolito da decenni di eccessi strategici e profonde divisioni interne. Scrissi anche che il principale beneficiario di tutto questo sarebbe stata la Cina.

Avrei voluto sbagliarmi.

La seconda presidenza Trump ha fatto esplodere gran parte dell’ordine mondiale costruito nel dopoguerra, ha delegittimato le Nazioni Unite, indebolito la Nato, rafforzato enormemente Russia e Cina e inaugurato un pericoloso Nuovo Disordine Mondiale nel quale la forza prevale sul diritto e il diritto internazionale conta sempre meno.

Per la prima volta nella storia, un presidente degli Stati Uniti ha abbracciato apertamente autocrati, mentre contemporaneamente insultava alleati democratici e indeboliva il sistema di alleanze occidentali che Washington stessa aveva costruito in ottant’anni.

Assistiamo ormai a una rottura profonda con molti dei valori morali e democratici sui quali si fondava l’Occidente del dopoguerra.

Trump ha trattato ripetutamente i più stretti partner del G7, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada e Giappone, come servi o avversari. Ha ridotto la fiducia degli alleati nell’Articolo 5 della Nato. Ha indebolito l’Alleanza Atlantica più di qualunque presidente americano dalla sua fondazione nel 1949. E ha finito per offrire agli europei l’argomento più convincente possibile per smettere di contare su Washington e organizzare finalmente una difesa europea autonoma. Da Minneapolis alla Groenlandia, dal Venezuela a Cuba, l’autorità morale degli Stati Uniti, già compromessa da Iraq e Afghanistan, appare oggi profondamente indebolita. Nel 2026, sotto Trump, Washington conserva ben poca credibilità, sia presso gli amici sia presso gli avversari.

E oggi, sullo sfondo di tutto questo, l’America assomiglia a una superpotenza intrappolata nelle sabbie mobili. L’Iran è quelle sabbie mobili.

La follia di una guerra voluta da Benjamin Netanyahu e priva di una logica strategica coerente è ormai evidente a tutti. Trump si è inflitto danni enormi anche sul piano interno, il prezzo della benzina punta verso i cinque dollari al gallone, la stagflazione colpisce l’economia e molto probabilmente in autunno perderà il controllo del Congresso. Ma resta comunque nello Studio Ovale. E governa sempre più attraverso impulso, rabbia, rancore e improvvisazione più che attraverso una strategia coerente.

Proprio come il suo amico Vladimir Putin, convinto di poter assistere a una parata trionfale a Kyiv tre giorni dopo l’invasione del 24 febbraio 2022, anche Donald Trump ha giocato molto male le sue carte da quando ha ordinato gli attacchi contro gli ayatollah il 28 febbraio 2026. Ha scoperto che i Pasdaran, usando con estrema abilità la carta dello Stretto di Hormuz, oggi dispongono di più carte strategiche di lui. Trump appare paralizzato. Non sa più bene come uscirne.

La sua cerchia è dominata da fedelissimi, ideologi radicali ed ex conduttori di Fox News privi di esperienza politica, come Pete Hegseth. Marco Rubio si è ormai completamente subordinato agli istinti politici di Trump, sperando di essere consacrato erede del trumpismo nel 2028 al posto di JD Vance. E poi ci sono figure come Jared Kushner e l’onnipresente Steve Witkoff, uomini d’affari immobiliari il cui ruolo finisce sempre più per confondere diplomazia, interessi privati e fedeltà personale.

L’ultima risposta iraniana ai tentativi sempre più frenetici degli Stati Uniti di ottenere un cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz rappresenta un’altra significativa umiliazione per Washington. I Pasdaran giocano a scacchi. Trump sembra giocare a dama. O forse a bocce. L’Iran ha usato la leva di Hormuz con notevole abilità strategica. In un solo colpo è diventato il dominus del passaggio marittimo più importante del pianeta. Una potenza regionale in ascesa. Gli Stati Uniti si trovano oggi intrappolati nelle sabbie mobili iraniane.

Ma quando la più grande superpotenza militare del mondo finisce bloccata in uno stallo con una potenza regionale come l’Iran, quello stallo diventa esso stesso una forma di sconfitta. Trump può minacciare nuovi bombardamenti. Può ordinare ulteriori attacchi. Ma almeno per ora appare bloccato. Nel frattempo il suo presunto amico Vladimir Putin continua ad armare e sostenere Teheran mentre dissangua l’Occidente in Ucraina. E l’altro suo presunto amico, Xi Jinping, osserva silenziosamente da Pechino cercando appena di nascondere la propria soddisfazione.

Xi è entusiasta. Questa settimana si prepara ad accogliere Trump a Pechino. In realtà la Cina non ha quasi bisogno di fare nulla. Limitandosi a restare paziente e disciplinata, Pechino sta vincendo la battaglia globale delle narrative contro gli Stati Uniti.

Soft power. Questa è una delle grandi ironie geopolitiche del nostro tempo. L’America, un tempo percepita come garante del diritto internazionale, oggi appare impulsiva, destabilizzante e irresponsabile. La Cina, una brutale dittatura monopartitica che reprime il dissenso e soffoca le libertà interne, riesce invece sempre più a presentarsi all’estero come l’attore razionale, stabile e affidabile. Nel mondo frammentato di oggi, molti Paesi considerano ormai la Cina un partner commerciale più affidabile degli Stati Uniti. È Pechino a parlare il linguaggio della stabilità, della prevedibilità e della continuità economica. È la Cina a invocare pubblicamente il diritto internazionale e il multilateralismo, mentre Washington li ignora quando risultano scomodi. È la Cina a guidare la corsa mondiale nelle energie rinnovabili, nelle auto elettriche, nelle batterie e nella pianificazione industriale strategica.

Per decenni, nonostante tutte le sue ipocrisie, gli Stati Uniti hanno rappresentato qualcosa di più della semplice forza. L’America simboleggiava un sistema di alleanze, regole, istituzioni e valori democratici che, pur applicati in modo imperfetto, hanno garantito un periodo di stabilità e prosperità globale senza precedenti nella storia moderna. Tutto questo oggi sta finendo. Sotto Trump, gli Stati Uniti vengono percepiti sempre meno come una potenza stabilizzatrice e sempre più come una fonte di instabilità globale. In Europa, governi che per generazioni hanno contato istintivamente su Washington iniziano finalmente a contemplare un futuro prossimo nel quale l’America non sarà più considerata affidabile. In Asia, gli alleati cercano di coprirsi le spalle. Nel Sud globale, molti Paesi non vedono più una democrazia-guida, ma un impero in declino che reagisce con rabbia contro la storia stessa.

Nel frattempo, la Cina sorride. Dopo essere stato accolto e blandito questa settimana dalla sofisticata leadership cinese, Trump potrebbe perfino finire per ringraziare Xi Jinping per aver contribuito a convincere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz. Oggi tutto sembra possibile. Pechino ha ricevuto pochi giorni fa il ministro degli Esteri iraniano. Colloqui cordiali, certamente dedicati anche alle guerre in Iran e in Libano e all’imminente visita di Trump in Cina.

La più grande eredità storica di Trump potrebbe essere proprio questa, aver contribuito a trasformare la Cina nell’unica potenza che oggi appare adulta e razionale. Attraverso le sue azioni, Trump ha sostanzialmente abdicato alla leadership americana di quello che un tempo veniva chiamato il “mondo libero”, consegnandone una parte significativa a Pechino. Gratis.

Gli imperi raramente crollano in un singolo momento drammatico. Più spesso declinano lentamente attraverso esaurimento strategico, arroganza e ferite autoinflitte. L’Impero Romano non si svegliò una mattina scoprendo di essere caduto. Semplicemente smise, poco alla volta, di imporre rispetto, disciplina e legittimità. L’impero americano non è ancora finito. Ma manca poco.