«L’UBS dovrebbe essere grata ai contribuenti per la garanzia statale»

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 

Di upg, Infosperber

Le norme patrimoniali proposte dal Consiglio federale per l’UBS vengono presentate come «requisiti estremi» o «variante massima». La richiesta più importante: in futuro l’UBS dovrebbe coprire le proprie filiali estere con capitale proprio fino al 100 per cento, invece che con circa il 60 per cento come finora. Infosperber ha intervistato Marc Chesney, professore emerito di finanza all’Università di Zurigo.

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L’UBS e la lobby Economiesuisse sostengono che le proposte del Consiglio federale «indebolirebbero la competitività della piazza finanziaria svizzera».

Marc Chesney: È paradossale e fuori luogo che la direzione di una grande banca, che dispone di una garanzia statale, avanzi l’argomento secondo cui la competitività rischierebbe di essere indebolita. Si tratta di un argomento pretestuoso. In Svizzera la concorrenza tra le banche è distorta, perché alcune dispongono di tale garanzia statale e altre no. E a livello internazionale la concorrenza è distorta a seconda della solidità finanziaria dello Stato che concede una garanzia alle banche in questione.

Poiché il PIL degli Stati Uniti è circa 30 volte superiore a quello della Svizzera, una banca come l’UBS negli Stati Uniti sarebbe un outsider. Si avventurerebbe su un terreno scivoloso se volesse davvero competere con le grandi banche statunitensi nel settore dell’investment banking. La sua quasi-bancarotta del 2008 lo ha dimostrato chiaramente.

Inoltre ci si chiede perché Economiesuisse – se il suo obiettivo fosse davvero la «competitività della piazza finanziaria svizzera» – sia stata così discreta nella debacle del Credit Suisse. Perché questa associazione di lobby non ha denunciato le irregolarità e gli abusi di questa banca prima del disastro?

UBS ed Economiesuisse sostengono che le direttive del Consiglio federale «renderebbero più costosi i crediti a scapito dell’economia reale».

Una brutta battuta! Perché un maggiore capitale proprio dovrebbe significare meno crediti o crediti più costosi? L’aumento di capitale può avvenire semplicemente tramite l’emissione di nuove azioni. Se ciò non funzionasse, significherebbe che gli investitori non hanno fiducia in questa banca nonostante la garanzia statale. Sarebbe un test interessante…

«Il Consiglio federale va oltre l’obiettivo»Il commento dei media il giorno dopo la conferenza stampa della consigliera federale Karin Keller-Sutter.
«Blick» del 22.4.2026: «La banca del CEO Sergio Ermotti (65) ha reagito con durezza alle proposte del Consiglio federale. A suo avviso, il pacchetto è «estremo», non coordinato a livello internazionale e ignora le critiche emerse durante la consultazione. In casi estremi, ci sarebbero conseguenze tangibili per l’economia svizzera, ha avvertito la banca.»
Titolo su «Finanz und Wirtschaft» del 22.4.2026: «UBS definisce il calcolo del capitale del governo ‹fuorviante›»
«Watson» di CH-Media del 22.4.2026: Con il titolo «‹Dichiarazioni fuorvianti›: ecco come reagisce l’UBS alle misure del Consiglio federale», «Watson» cita Tiana Moser, capogruppo dei Verdi liberali: «Il Consiglio federale sta esagerando.»

Il redattore della «NZZ» Guido Schätti ha criticato la consigliera federale Keller-Sutter, accusandola di voler distogliere l’attenzione dalla propria responsabilità nella debacle del CS. Il Consiglio federale dovrebbe piuttosto essere «grato all’UBS per i suoi servizi durante la crisi». Con le sue rigide direttive, mette a repentaglio la «stabilità della banca».

La direzione dell’UBS dovrebbe piuttosto essere grata ai contribuenti per la garanzia statale!

Spetta al Parlamento decidere sulle proposte del Consiglio federale. Secondo la «NZZ», il Parlamento dovrebbe consentire all’UBS di sostituire una parte del capitale proprio con obbligazioni che, in caso di crisi, verrebbero convertite in capitale proprio. Sarebbe una concessione senza problemi?

Sono molto scettico. Questa possibilità è nota ed è già stata sperimentata, in particolare nel caso del Credit Suisse, dove evidentemente non ha funzionato.

Cosa ne pensa della minaccia più o meno esplicita della grande banca di trasferire la sede all’estero?

Fa parte della tattica della dirigenza di questa grande banca diffondere tali voci e lanciare tali minacce per verificare fino a che punto il governo svizzero sia ancora in ostaggio dell’UBS. Una sede a New York significherebbe che l’UBS non sarebbe più «too big to fail» in Svizzera, ma negli Stati Uniti.

Essere il numero uno in Svizzera offre molti vantaggi. È discutibile se un’UBS, che negli Stati Uniti è un outsider, verrebbe salvata dai contribuenti statunitensi in caso di grave crisi finanziaria. È responsabilità della direzione dell’UBS valutare realisticamente tali rischi.

Come cliente si pensa che una banca con un capitale proprio più solido sia più sicura e attraente.

Come cliente e come contribuente, un maggiore capitale proprio è sicuramente meglio. Per ottenere ad esempio un credito ipotecario, i clienti di una banca devono apportare come capitale proprio almeno il 20-25 per cento del valore dell’appartamento. La situazione è quindi più stabile rispetto a, ad esempio, solo il 3-4 per cento, che è probabilmente l’ordine di grandezza del coefficiente di capitale proprio di molte grandi banche oggi.

Per il contribuente, che risponde dei rischi di una grande banca come UBS, è sicuramente meglio che questa banca si esponga a meno rischi, ovvero che disponga di più capitale proprio.

Ancora una domanda sulle attività di UBS: la grande banca investe in fondi di banche ombra non regolamentate. L’anno scorso UBS ha perso 500 milioni di dollari quando il fornitore automobilistico statunitense First Brand Group, indebitato con fondi delle banche ombra, è fallito. Non si sa per quanti miliardi UBS speculi tramite le banche ombra. Ritiene che sia necessario intervenire?

E come no! È anche paradossale e fuori luogo che una grande banca, che invoca il proprio compito di concedere crediti all’economia reale, sia così attiva nel settore delle banche ombra e nei «crediti privati».

La dichiarazione del presidente della Banca nazionale

Il presidente della BNS Martin Schlegel sostiene chiaramente le proposte del Consiglio federale, come ha dichiarato il 24 aprile alla «NZZ»:

«La copertura completa con capitale delle partecipazioni estere è assolutamente fondamentale. […] Riteniamo che le misure proposte dal Consiglio federale siano proporzionate, mirate ed efficaci per colmare le lacune.»

«Le misure previste non sono nemmeno estreme. I nostri esperti hanno fatto i calcoli: tenendo conto delle riserve, l’UBS dispone già oggi di capitale proprio sufficiente per soddisfare tutte le proposte del Consiglio federale.»

L’ultima parola spetterà al Parlamento.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: il professor Marc Chesney


Una polpetta avvelenata anti-Mattarella?

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Pensavamo di aver archiviato per sempre il teatro dell’assurdo del caso Ruby, l’indimenticabile “nipote di Mubarak”, quando è arrivato il colpo di coda: la grazia con la quale il presidente della Repubblica italiana cancella la condanna a tre anni e undici mesi di reclusione a carico di Nicole Minetti, regista delle vicende di cui fu al centro quella ragazza marocchina finita, assieme a tante altre, nel vortice delle “cene eleganti” e dei “bunga bunga” di Arcore.

Il teatro dell’assurdo ora continua. La grazia è stata concessa dal capo dello Stato il 18 febbraio 2026, su parere favorevole della Procura generale di Milano e del ministero della Giustizia, ma la notizia è emersa oltre due mesi dopo, non attraverso una comunicazione ufficiale del Quirinale – come di solito accade – bensì grazie a uno scoop del Fatto Quotidiano, che ha portato alla luce anche una lunga serie di anomalie, incongruenze, contraddizioni.

Per capire perché questa storia bruci ancora, bisogna tornare al principio. Nicole Minetti, romagnola, laureata in igiene dentale, incontra Berlusconi nel 2008, quando lavora come hostess a uno stand Publitalia. Nel 2010 viene eletta al Consiglio regionale della Lombardia nel listino bloccato collegato a Roberto Formigoni, per il Popolo della Libertà. Non una scalata politica fatta di impegno nelle sezioni, mozioni, congressi e porta a porta. Piuttosto, una salita in ascensore: premi il tasto giusto e ti ritrovi direttamente al Pirellone.

La scena madre di quella farsa arriva nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2010.  Karima El Mahroug, detta Ruby, minorenne, viene trattenuta in Questura a Milano perché sospettata di furto e priva di documenti. Silvio Berlusconi telefona in Questura, sostiene che la ragazza è nipote dell’allora presidente egiziano Hosni Mubarak e chiede che venga affidata a una persona di sua fiducia. Quella persona è Nicole Minetti.

Ne nasce un putiferio politico seguito da una interminabile saga giudiziaria che ancor oggi vede alcuni strascichi, con il processo d’appello per corruzione in atti giudiziari a carico di 22 imputati, tra cui Ruby, in calendario per il prossimo 28 maggio.

La ragazza non è nipote di Mubarak, naturalmente, ma quando l’Italia decide di inciampare nel grottesco lo fa stendendo anche il tappeto rosso. Così qualche tempo dopo, nel 2011, la Camera dei deputati vota il conflitto di attribuzione sul caso Ruby, avallando la tesi (314 sì contro 302 no) secondo la quale Berlusconi avesse agito ufficialmente da presidente del Consiglio per evitare un incidente diplomatico con l’Egitto, profondamente convinto che davvero Ruby (ripetiamolo: di nazionalità marocchina!), fosse la nipote del presidente egiziano. Una pagina che ancora oggi sembra scritta da un giurista in preda a un’allucinazione.

Da quel momento la giovane consigliera regionale diventa uno dei simboli più imbarazzanti del berlusconismo, il cuore di uno scandalo che si consuma ad Arcore all’insegna dei migliori canoni che sono alla base della cronaca mondana: soldi, sesso e potere.

Quando i riflettori dalle stanze orgiastiche della villa berlusconiana si spostano in quelle austere del palazzo di Giustizia, Minetti viene descritta dalla pubblica accusa come la figura di raccordo tra le ragazze e Berlusconi nell’organizzazione degli incontri a luci rosse di Arcore. Lei respinge l’immagine di organizzatrice, sostenendo di aver fatto favori, di essersi mossa in un contesto di conoscenze e amicizie, non in una macchina strutturata. Ma i giudici non le credono: nel 2019 la Cassazione rende definitiva la condanna a due anni e dieci mesi per favoreggiamento della prostituzione. A questa condanna se ne aggiunge una seconda, a un anno e un mese, per peculato nell’inchiesta sui rimborsi del Consiglio regionale lombardo. Il totale fa tre anni e undici mesi.

Pene, peraltro, mai iniziate e che, essendo inferiori ai quattro anni, non sarebbero state espiate dietro le sbarre di un carcere, bensì tramutate in misure alternative quali lavori socialmente utili presso qualche struttura assistenziale o, nella peggiore delle ipotesi, gli arresti domiciliari.

Quando sul quotidiano diretto da Marco Travaglio esplode il caso della concessione della grazia, il Quirinale l’11 aprile emette un irrituale comunicato-stampa: «La concessione dell’atto di clemenza – in favore del quale si è espresso il competente Procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere – si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti che necessita di assistenza e cure particolari, presso ospedali altamente specializzati. La normativa a tutela dei dati sensibili dei minori non consente di rendere noti dettagli sulle condizioni di salute del minore».

Ma l’inchiesta del Fatto Quotidiano mette a nudo una realtà sconcertante. Il motivo umanitario evocato dal Quirinale ruotava attorno a un minore uruguaiano affetto da gravi problemi di salute e bisognoso di cure, figlio adottivo di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani, il discusso erede della dinastia veneziana dell’Harry’s Bar attiva nel settore della ristorazione e degli hotel di lusso. Ma secondo l’inchiesta firmata dal giornalista Thomas Mackinson, alcuni elementi contenuti nella domanda di clemenza sarebbero quantomeno controversi. Il bambino, indicato come abbandonato alla nascita, risulterebbe invece avere genitori biologici in vita; l’iter dell’adozione presenta molte lacune; in aggiunta, sarebbero emersi pesanti dubbi anche sulle ricostruzioni sanitarie e sui passaggi internazionali della vicenda.

A rendere il quadro ancora più scivoloso, il Fatto Quotidiano, citando una fonte, sostiene che nella villa uruguaiana di Cipriani si sarebbero tenute feste con giovani escort e che Minetti avrebbe avuto il compito di selezionare le ragazze. Una ricostruzione che, se confermata, incrinerebbe non poco l’immagine della nuova vita dell’ex-igienista e della “redenzione” post-berlusconiana raccontata, con toni patinati, in un fotoservizio del settimanale mondadoriano Chi.

Minetti ha reagito duramente di fronte a queste rivelazioni per difendere la sua reputazione, annunciando azioni legali: quindi, per ora, siamo nel terreno delle ricostruzioni giornalistiche, non della verità processuale.

Tanto è bastato comunque per indurre gli uffici del Quirinale a intervenire nuovamente, il 27 aprile, con una lettera della presidenza della Repubblica indirizzata al ministero della Giustizia e resa pubblica dall’ufficio stampa, fatto, anche questo, del tutto irrituale: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa».

A questo punto, in attesa che la Procura generale approfondisca la vicenda allargando le indagini anche all’estero, su mandato del ministro Carlo Nordio, si pongono non pochi interrogativi.

È stato un caso di superficialità istituzionale, con carte lette troppo in fretta e controlli suggellati da un burocratico timbro da passacarte? Oppure si tratta di uno scaricabarile perfetto, con il Quirinale in grande imbarazzo che chiede lumi al ministero, il ministero che guarda verso la Procura generale, e la Procura che ricorda di aver seguito la delega ricevuta?

Se la grazia si fondava sulle gravi condizioni di salute di un minore, chi doveva verificare fino in fondo quel presupposto? E se gli elementi fossero davvero inesatti o addirittura falsi, siamo davanti a un errore, a una leggerezza, a una falla procedurale o a una rappresentazione costruita ad arte?

C’è un dato statistico che rende tutto ancora più complesso. Nel primo mandato presidenziale Mattarella ha adottato 35 provvedimenti di clemenza su 2.525 pratiche esaminate; nel secondo mandato, fino al 31 dicembre 2025, 36 su 1.705. Totale: 71 provvedimenti su 4.230 pratiche definite. Nei primi mesi del 2026 se ne sono aggiunti altri quattro, compreso quello di Minetti. Numeri minuscoli, da contagocce istituzionale.

E allora la domanda di fondo resta lì: perché tanta solerzia per un personaggio così controverso? Tanto più che l’atto di clemenza del presidente della Repubblica, di norma, viene concesso al condannato che ne fa richiesta a espiazione della pena già iniziata o in fase avanzata, magari per gravi motivi di salute, e non in via preventiva.

A questo punto emerge l’interrogativo più spinoso: qualcuno ha confezionato una polpetta avvelenata per screditare Mattarella? È una suggestione politica, ovviamente. Ma nel Paese di Sottosopra c’è da aspettarsi anche questo.

Nell’immagine: Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani in Uruguay


Patrick Fischer e la ‘crudeltà’ del giornalismo

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 

Nella Svizzera Tedesca non si parla d’altro, a maggior ragione dopo la sconfitta per 8 a 1 della Nazionale di Cadieux contro la Svezia. L’affaire Fischer è destinato a far parte della storia del giornalismo e fors’anche della nostra Storia tout court;  sarà materia di studio nelle Università; imperversa al ‘Bar del Giambellino’ dove i vari Cerutti Gino cantati da Gaber dicono la loro in barba ai professoroni di etica e deontologia professionale; con esito non molto diverso dal sondaggio ‘Yougov’:  il 47% è d’accordo con il licenziamento, 34% no, gli indecisi sono il 19%.

Non ne esce bene la SSR: la scelta del giornalista Pascal Schmitz di rivelare l”altarino’ di Fischer, è ritenuta scorretta dal 35%, considerata un tradimento della fiducia accordata in un colloquio privato.

E lei, caro lettore ‘mon ipocryte lecteur, mon semblable, mon frère?’, mio simile, mio ipocrita fratello, come diceva Baudelaire? Mettetevi nei panni di Schmitz, laureato in scienze applicate a colloquio con lo svizzero del momento, l’allenatore della Nazionale di hockey Fischer a un mese dai Mondiali nei quali parte con il ruolo di favorito. È importante sapere che Schmitz non è un addetto ai lavori, non mette il puck e il ghiaccio nella minestra, dunque è un giornalista d’inchiesta ‘mordi e fuggi’, domani non deve chiedere un’intervista a Fischer o a Josi, ha le mani libere. Lo specialista dipende da troppi contatti personali e tende a essere omertoso: si pensi a quanti sapevano che i grandi campioni di atletica da loro celebrati erano pieni come un uovo di ‘Dianabol’, ‘Stromba’, ‘Winstrol’ (usato per ingrassare gli animali) eccetera, e non aprivano bocca per mantenere buoni rapporti.

Nella Svizzera Tedesca il dilemma è dibattuto a livello di professori universitari di giornalismo (Winzens Wyss) e capi-redattori come Dominique Strebel del ‘Beobachter’, quindicinale che si definisce ‘difensore del diritto e della giustizia’.

Ha fatto outing anche lui: ha confessato che quando era giornalista parlamentare, per non guastare i rapporti personali certe notizie le passava ai colleghi, non le firmava lui personalmente.

Entrambi dicono che determinante è l’interesse pubblico di un’informazione che il giornalista è venuto a sapere, non importa in quale contesto.  E poi: una cena nella quale si prepara un documentario sull’uomo Fischer (non solo sul tecnico) e nella quale si toccano vari aspetti di un’intera vita, non si può considerare la faccenda del certificato Covid falso come un’informazione strettamente privata, confidenziale. A maggior ragione se è presente il superiore di Fischer, direttore e responsabile della comunicazione Lars Weibel, che passerà all’Ambrì-Piotta (buona fortuna…) e che ora ha ordinato un’inchiesta che puzza già sin d’ora di zolfo: possibile che nessuno sospettasse dei traffici del noto no-wax Fischer? A questo punto si impone una domanda alla quale solo Fischer può rispondere, se ne è capace: perché ha fatto outing? Ha pagato una penale di 38’910 franchi per aver dichiarato il falso alla Procura di Lucerna, con la legge svizzera è a posto, non con la legge dello sport di cui è sempre stato un radicale difensore: ha escluso dalla Nazionale il maggior talento svizzero, Bichsel, che aveva rinunciato alla maglia rossocrociata per rincorrere le sirene americane, ingaggiato a lautamente pagato.

Fischer è stato rigoroso con se stesso (convinto no-wax) non con gli altri; in modo egocentrico li ha messi in grave pericolo proprio in quel paese, la Cina, che in materia di Covid ne ha viste di tutti i colori, accusato anche di averlo scientemente lasciato uscire dai laboratori.

Se qualcuno avesse spifferato prima e i cinesi l’avessero saputo, la Svizzera sarebbe stata cacciata dalle Olimpiadi sollevando un polverone politico più che sportivo.

Il collega Schmitz, insultato nel peggiore dei modi dai ‘no-vax’ e dai tifosi che già pregustavano il titolo mondiale in Patria, tolto dagli schermi della SSR, ha fatto il suo mestiere, obbligato dalla cruda (non crudele) deontologia professionale.  Rimane un’ultima domanda: se in quella cena Fischer avesse detto in modo esplicito che la storia del certificato falso era da intendere come strettamente confidenziale? Nemmeno in quel caso, secondo il qui presente (occasionale…) frequentatore del ‘Bar del Giambellino’, il giornalista era tenuto a tacere. Chi fa questo mestiere lo deve fare tenendo una distanza di sicurezza, non può essere ‘pappa e ciccia’ con chi intervista.

Io questa distanza non l’ho tenuta nei primi anni, da entusiasta debuttante, quando arrivavo al punto da chiedere l’autografo agli intervistati, mezzo secolo fa: fra i primi a Nembrini, giocatore del Bellinzona, e al mito del basket Wilt Chamberlain, appassionato di atletica.  Il famoso allenatore no-wax sa che quando parla in certi contesti non è nel segreto confessionale, a un giornalista parla ‘urbi et orbi.  Perché lo ha fatto è un’altra storia, molto personale e misteriosa.

Nell’immagine: Patrick Fischer


Trump, marcia indietro sui dazi. “L’Ue non rispetta l’accordo. Da lunedì 25% su auto e camion”

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 

Di Emma Bonotti, La Repubblica

Nuova punizione di Donald Trump all’Europa. “Sono lieto di annunciare che, in considerazione del fatto che l’Unione europea non sta rispettando l’accordo commerciale da noi pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi applicati all’Ue per le auto e i camion che entrano negli Stati Uniti”. Parole lapidarie che il presidente Usa affida al social Truth. “Il dazio sarà aumentato al 25%”. Una mossa che potrebbe sconvolgere l’economia mondiale, già alle prese con le conseguenze della guerra nel Golfo Persico.

Ue: “Dazi inaccettabili, aperte tutte le opzioni”

Rapida la reazione delle istituzioni Ue. Il presidente della Commissione commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange, definisce i nuovi dazi “inaccettabili”, una dimostrazione che gli Stati Uniti sono un partner “inaffidabile”. “Il Parlamento europeo continua a rispettare l’accordo siglato in Scozia, lavorando per finalizzare la legislazione. Mentre l’Ue mantiene gli impegni, la controparte statunitense continua a non rispettarli”, puntualizza il socialista tedesco in un post su X. Schiena dritta e polso fermo: “l’Ue – chiarisce – deve ora mantenere chiarezza e fermezza”.

Dopo poche ore arriva anche la risposta della Commissione. “Qualora gli Stati Uniti adottassero misure incompatibili con la Dichiarazione congiunta, manterremo aperte tutte le opzioni per tutelare gli interessi dell’Ue”, fa sapere un portavoce. “L’Unione europea sta attuando gli impegni assunti nella Dichiarazione congiunta in conformità con la prassi legislativa standard, tenendo costantemente informata l’amministrazione statunitense”, prosegue. “Manteniamo uno stretto contatto con le nostre controparti, anche per ottenere chiarimenti sugli impegni assunti dagli Stati Uniti. Restiamo pienamente impegnati a favore di una relazione transatlantica prevedibile e reciprocamente vantaggiosa”.

I dazi erano al 10%

La scorsa estate, i due partner avevano raggiunto un accordo commerciale, ponendo un punto fermo dopo i tira e molla che avevano seguito il Liberation Day, il giorno in cui una lunga lista di dazi aveva cambiato l’equilibrio economico globale. In particolare, sulle autovetture europee l’Ue aveva ottenuto un dazio di “appena” il 15% contro il 27,5 minacciato da Washington, ma solo dopo aver accettato di imporre una tariffa “zero” sui beni industriali statunitensi e aver introdotto una garanzia per l’accesso preferenziale al mercato per una serie di prodotti ittici e agricoli provenienti dagli Stati Uniti, come la carne di montone o la soia.

Sull’accordo di Turnberry – dal nome dei campi da golf di Trump in Scozia in cui è stato siglato – pesa anche il giudizio della Corte Suprema, secondo cui il presidente non aveva l’autorità legale per dichiarare un’emergenza economica e imporre dazi sulle merci Ue. Allora il presidente aveva preparato un’altra misura, basata sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974, per imporre tariffe del 10%, anche se solo per 150 giorni.

Dopo diversi rinvii, lo scorso marzo il Parlamento Ue ha recepito l’accordo siglato da Ursula von der Leyen in estate, pur introducendo numerosi paletti per proteggere l’economia del Blocco da nuovi squilibri (le cosiddette clausole sunrise e sunset). L’iter non è ancora concluso: per entrare in vigore l’accordo deve essere infatti firmato da tutti e 27 gli Stati membri.

La reazione dei produttori

Acea, l’associazione europea dei produttori d’auto, esorta i legislatori ad approvare la norma il prima possibile perché, avverte la direttrice generale, Sigrid de Vries, “tornare a tariffe del 27,5% e una controversia commerciale a tempo indeterminato avrebbe conseguenze gravissime sui costruttori europei, sui loro lavoratori e sull’economia del continente in generale”.

Preoccupata anche l’associazione automobilistica tedesca, Vda. La presidente Hildegard Mueller teme che i dazi aggiuntivi avrebbero un costo enorme per l’Europa e un impatto rilevante per i consumatori Usa. Ma nei confronti di Trump tiene toni più concilianti, esortando entrambe le parti ad avviare rapidamente dei colloqui e a rispettare l’accordo commerciale esistente.

L’invito a “produrre negli Usa”

Adesso Trump torna a cambiare le carte in tavola, favorendo ancora una volta le aziende che hanno esternalizzato le proprie attività oltre oceano. “È pienamente inteso e concordato che, se produrranno auto e camion negli stabilimenti statunitensi, non ci sarà ALCUN DAZIO”, prosegue nel post. “Molti stabilimenti automobilistici e di camion sono attualmente in costruzione, con oltre 100 miliardi di dollari investiti, un RECORD nella storia della produzione di auto e camion. Questi stabilimenti, con personale americano, apriranno presto. Non c’è mai stato nulla di simile a ciò che sta accadendo oggi in America!”.

Tra le case maggiormente impegnate nella campagna americana c’è sicuramente Stellantis. Lo scorso autunno il gruppo ha annunciato un investimento di 13 miliardi di dollari negli Stai Uniti, il più grande mai compiuto dall’azienda sul suolo americano in oltre 100 anni di storia. Di recente, anche Mercedes-Benz ha alzato l’asticella: la casa tedesca, che ha appena festeggiato 30 anni di produzione negli Usa, ha annunciato investimenti per sette miliardi entro il 2030.

Rischio rincari negli Usa

Quantificare l’impatto delle parole di Trump non è un’impresa semplice. In primo luogo, il tycoon punta il dito contro l’intero Blocco, rendendo più complicato individuare la causa scatenante di questo attacco e quindi i bersagli che intende colpire. Inoltre, molte delle case automobilistiche europee – a cominciare da Stellantis, Bmw, Volkswagen, e Mercedes-Benz – già hanno stabilimenti negli Stati Uniti e producono lì buona parte delle vetture poi vendute sul mercato locale. Renault, invece, fa parte del gruppo dei grandi assenti.

Le conseguenze potenziali sono pesanti. Una misura al 25% renderebbe più costose per i consumatori statunitensi le auto prodotte in Europa: le aziende potrebbero scegliere se assorbire una parte del costo, riducendo i margini, o scaricarlo sulla popolazione con aumenti di prezzo. In entrambi i casi, il colpo arriverebbe su un settore già sotto pressione per una transizione elettrica che arranca, concorrenza cinese e costi industriali elevati.

Un mercato da 40 miliardi di euro

Il Paese a stelle e strisce è, dopo il Regno Unito, il secondo mercato per le auto europee, con una quota che nel 2024 sfiorava il 22% dell’export. Quell’anno – dati Acea – quasi 800 mila nuovi veicoli (757.654 per l’esattezza) sono stati venduti dal Vecchio continente al Nuovo mondo, per un valore di circa 40 miliardi di euro (38,9 miliardi). Al contrario, le macchine Usa che sono arrivate in Europa erano meno di 200 mila (169.152), per un valore di 7,8 miliardi. Quasi un quinto. Potrebbe essere questa disparità ad aver scatenato l’ira di Trump. Ma i contorni dell’accusa sono ancora troppo opachi. Per capirlo, non resta che aspettare.

Rischio industriale e politico per l’Ue

Per l’Ue il rischio è industriale e politico. I dati Acea mostrano che nel 2025 l’export automobilistico europeo ha già subito forti pressioni con un calo del 6,2% e quello verso gli Stati Uniti del 21,4%, effetto diretto dei dazi introdotti l’anno precedente.

Sul piano commerciale, Bruxelles potrebbe reagire con contromisure, aprendo una nuova fase di guerra tariffaria transatlantica. Un’escalation rischierebbe di allargarsi oltre l’auto, coinvolgendo acciaio, alluminio, agroalimentare, tecnologia e beni industriali. Proprio lo scenario che l’accordo del 2025 avrebbe dovuto evitare.


Attacco criminale a chi difende i diritti umani

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Di Luigi Ferrajoli, il manifesto

L’aggressione israeliana alle navi della Freedom Flotilla, avvenuta l’altra notte in acque internazionali al largo di Creta, è un atto di pirateria, che dà la misura del disprezzo criminale del diritto e dei diritti cui è pervenuto il governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Le imbarcazioni della Flotilla stavano dirigendosi a Gaza per manifestare la loro solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e per recare ad essa cibo, acqua potabile e medicinali, a garanzia del loro diritto alla salute e alla sussistenza.

Stavano dunque esercitando un diritto fondamentale universalmente riconosciuto da tutte le carte costituzionali e internazionali e solennemente esplicitato da quella che è stata chiamata «Dichiarazione sui difensori dei diritti umani», adottata all’unanimità dall’Assemblea generale delle nazioni unite con la Risoluzione numero 53/144 dell’8 marzo 1999.

Dopo aver riconosciuto «l’importante ruolo di individui, gruppi e associazioni nel contribuire all’effettiva eliminazione di tutte le violazioni dei diritti umani», questa Dichiarazione stabilisce, nel suo primo articolo, che «tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale».

Ebbene, contro questi «difensori dei diritti umani», chiamati da Israele «terroristi», sono stati messi in atto, dalla Marina israeliana, una lunga serie di reati: lo speronamento e l’abbordaggio di 21 imbarcazioni della Flotilla; la distruzione dei loro motori e dei loro sistemi di navigazione e di comunicazione; l’abbandono dei loro occupanti in un mare in tempesta; il sequestro di persona di 175 attivisti – 211 secondo la Global Sumud Flotilla -, tra cui 23 italiani, 15 francesi e 30 spagnoli; infine, la minaccia di un trattamento analogo alle altre imbarcazioni della Flotilla, ove non cambiassero rotta.

È chiaro che simili crimini sono stati commessi dal governo israeliano – ed altri ancora lo saranno in futuro – nella convinzione della totale impunità, o peggio della connivenza delle potenze occidentali e della totale ineffettività del diritto internazionale.

Per questo sono necessarie risposte adeguate da parte di tutti i paesi civili: non solo la condanna dell’aggressione, ma la liberazione immediata dei «difensori dei diritti umani» sequestrati, il risarcimento dei danni alle loro imbarcazioni aggredite e, soprattutto, la garanzia del loro diritto, giacché di un diritto si tratta, di portare a termine, unitamente a tutti gli altri attivisti dell’intera Flotilla, la loro operazione umanitaria – la fornitura di cibo e di medicinali – in favore del tormentato popolo palestinese.

In assenza di queste risposte, la connivenza dell’Unione ruropea si trasformerebbe in complicità. Sono in gioco non soltanto la libertà e i diritti degli attivisti della Flotilla. È in gioco la nostra stessa civiltà giuridica. L’aggressione a quanti portano aiuti e solidarietà, cibo e cure mediche a un popolo che da più di due anni è martoriato dai massacri, dalle devastazioni, dalla fame e dalle malattie, equivale a un’aggressione a tutti i nostri conclamati valori.

Stiamo assistendo, d’altro canto, a una escalation nella violazione del diritto internazionale e nella crescita della disumanità e della barbarie. Contro questa disumanità e contro questa barbarie, la Freedom Flotilla esprime una protesta – la più efficace e coraggiosa – che è sorretta dai milioni di manifestanti che, in Italia e in Europa, già si sono mobilitati e torneranno a mobilitarsi.

Sarebbe l’ennesimo segno di distanza dei nostri ceti politici dalle nostre società, se i nostri governi, l’Unione europea, il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale dell’Onu non condannassero duramente questi crimini e non invocassero, oltre alla loro immediata cessazione, l’intervento della Corte internazionale di Giustizia, oltre che delle diverse giurisdizioni nazionali.

In difesa, a questo punto, della loro stessa identità democratica.


Papa Leone, schiaffo a Trump: in West Virginia nomina vescovo un ex immigrato illegale

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 

La Repubblica

Un ex immigrato illegale vescovo della West Virginia. Sembra anche uno schiaffo al presidente americano Donald Trump l’ultima nomina di papa Leone XIV. Nel Paese delle spietate retate dell’Ice il pontefice americano ha scelto di affidarsi, per la West Virginia, a Evelio Menjivar-Ayala, 55 anni, emigrato negli Stati Uniti nel 1990, che nel 2023 era diventato il primo vescovo salvadoregno negli Stati Uniti come ausiliare per l’Arcidiocesi di Washington.

Menjivar-Ayala arrivò negli Usa senza documenti, nascosto dentro il bagagliaio di un’auto. E negli ultimi mesi ha pubblicamente invitato i cattolici a prendere posizione contro il trattamento riservato agli immigrati da Trump. Quando fu nominato vescovo ausiliare da Papa Francesco, Menjivar descrisse i suoi tre tentativi falliti, da adolescente, di fuggire dalla violenza e dalla guerra civile per raggiungere gli Stati Uniti, riuscendo infine ad arrivare a Los Angeles per ricongiungersi con la sorella. Lavorò come addetto alle pulizie, nell’edilizia e in altri impieghi prima di trasferirsi nel Maryland e infine rendersi conto della sua vocazione al sacerdozio.

La nomina di Boxie III

Il papa ha inoltre elevato al rango di vescovo – come ausiliare a Washington al posto di Menjivar-Ayala – il cappellano della Howard University, Robert Boxie III, 46 anni, che ha definito gli attacchi alla diversità “antiamericani” e “anticristiani”. Boxie ha parlato di progresso razziale e del Voting Rights Act — che la Corte Suprema ha significativamente indebolito mercoledì – e ha espresso preoccupazione per gli attacchi dell’amministrazione Trump agli sforzi per promuovere diversità, equità e inclusione, suggerendo che il percorso della nazione verso il progresso razziale stia “regredendo”.

Le nomine sottolineano e proseguono gli sforzi di Leone per promuovere membri del clero statunitense che si esprimono apertamente su ambiti in cui la Chiesa entra in conflitto con le politiche dell’amministrazione Trump, segnala il Washington Post.

Nell’immagine: il vescovo della West Virginia Evelio Menjivar-Ayala


Sergio Rossi – Festa del lavoro e IA: se la grande rivoluzione ucciderà gli impieghi

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Se l’algoritmo mette a rischio oltre il 40 per cento dei posti

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 

Di Sara Tirrito, La Stampa

l 2026 è l’anno in cui i licenziamenti causati dall’intelligenza artificiale hanno smesso di essere una previsione e stanno diventando annunci ufficiali. Solo nell’ultima settimana, Meta e Microsoft hanno comunicato insieme quasi 20mila tagli. Dal 20 maggio, la società guidata da Mark Zuckerberg eliminerà il 10% della propria forza lavoro globale, circa 8mila dipendenti. La casa tech fondata da Bill Gates ha invece lanciato il primo programma di uscite volontarie nella sua storia, rivolto a circa il 7% dei dipendenti americani. Nello stesso periodo, Nike ha annunciato 1.400 esuberi nel dipartimento tecnologico. Prosegue poi il piano di ristrutturazione annunciato da Amazon a ottobre, che promette di abbattere 30mila posti, con trattative sindacali già in corso anche nella sede di Milano.

Quattro tra le maggiori Big Tech – Alphabet, Microsoft, Meta e Amazon – hanno in programma di spendere insieme circa 700 miliardi di dollari in infrastrutture Ai nel solo 2026. I mercati finanziari hanno benedetto i tagli: le azioni Meta hanno guadagnato il 4% e quelle Microsoft il 3% nei giorni successivi agli annunci. Per Wall Street, meno lavoratori e più Ai significa margini più alti.

Per la prima volta dall’inizio del monitoraggio portato avanti dalla piattaforma Challenger, Gray & Christmas, l’Ai guida la classifica delle motivazioni dichiarate nei piani. Dal 2023 quasi 100mila persone sono rimaste a casa per ragioni legate agli algoritmi. A marzo, circa 15.340 licenziamenti sui 60.620 totali – il 25% – sono stati esplicitamente attribuiti all’intelligenza artificiale. «Le aziende stanno spostando i budget verso gli investimenti in Ai a spese dei posti di lavoro – ha detto Andy Challenger, chief revenue officer della società -. La sostituzione vera e propria dei ruoli è visibile nelle aziende tech, dove l’Ai può rimpiazzare funzioni di codifica». Il sito di monitoraggio Layoffs.fyi ha contato 70.474 tagli nel settore tech nei soli primi tre mesi del 2026, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2025. Se il settore tecnologico è tra i più colpiti, non è l’unico. Le offerte per ruoli che richiedono competenze Ai sono cresciute del 67% anno su anno, mentre quelle per l’ingegneria software tradizionale sono calate del 23%. Secondo un Working Paper dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), le categorie più vulnerabili sono impiegati amministrativi, data entry clerk, analisti finanziari e sviluppatori software. L’Ilo segnala anche un divario di genere: il 4,7% delle lavoratrici rientra nella categoria di esposizione massima contro il 2,4% degli uomini, rapporto che nei Paesi ad alto reddito sale a quasi tre a uno.

Le grandi istituzioni avevano già inquadrato il fenomeno tempo fa. Il Fondo Monetario Internazionale mesi fa calcolava che quasi il 40% dell’occupazione globale è esposta all’Ai, percentuale che nelle economie avanzate sale al 60%. Un documento Fmi del gennaio 2026 rileva che nelle regioni con alta domanda di competenze Ai, l’occupazione nelle professioni più vulnerabili è inferiore del 3,6% dopo cinque anni, con effetti concentrati soprattutto sui giovani e sui ruoli entry-level.

Secondo il World economic forum, circa il 54% degli executive si aspetta che l’Ai sostituirà posti di lavoro esistenti, solo il 24% prevede che ne creerà di nuovi. La lettura più cauta viene da Goldman Sachs: per i suoi analisti, se l’utilizzo attuale dell’intelligenza artificiale fosse esteso uniformemente all’economia americana, solo il 2,5% dell’occupazione sarebbe a rischio di sostituzione diretta. Non c’è ancora correlazione statistica tra esposizione tecnologica e indicatori macroeconomici, ma esiste un segnale precoce: la disoccupazione tra i lavoratori di 20-30 anni nelle professioni tech è aumentata di quasi tre punti percentuali dall’inizio del 2025. «Non sono ancora chiari gli effetti di produttività dell’Ai – dice Francesco Trentini, economista del lavoro all’Università Bicocca di Milano e coordinatore della ricerca al Randstad Research Institute – sembra prematura l’idea che si possa arrivare a tagliare posti di lavoro per questa ragione. L’Ai è utilizzata spesso come copertura per riorganizzazioni previste per altri fini». C’è chi vede in questa pratica una sorta di Ai-washing o, come il venture capitalist Marc Andreessen «una comoda giustificazione per ristrutturazioni motivate principalmente dalle sovra-assunzioni del periodo pandemico e dalla crisi economica». «Per integrare in modo positivo l’Ai bisognerebbe considerare almeno due fasi – spiega Trentini – una prima in cui i dipendenti familiarizzano con gli strumenti e una seconda in cui si ridisegna il processo di lavoro». Il limite è avere abbastanza risorse per gestire la transizione. «Con il calo delle nascite – spiega Trentini – l’Ai sarà un potente alleato nel sostenere la produttività, ma a patto che venga introdotta per aumentare le capacità del lavoratore e a parità di occupazione. Nel lungo periodo sarà importante capire come mantenere il know how nelle imprese e l’engagement dei lavoratori, che saranno la risorsa scarsa, da tutelare, del futuro».


1 Maggio utopia

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 


Studenti ticinesi lontani dal Ticino

Le lamentele riguardo a una minore competitività sono fuori luogo, afferma il professore emerito di finanza nell'intervista a Infosperber 

Venerdì 24 aprile, Modem (Rete Uno) ha proposto il tema “La demografia ticinese sotto la lente” in collegamento da San Gallo, con la presenza di alcuni studenti ticinesi che frequentano l’ateneo. L’intento della trasmissione era di cercare di capire perché una parte importante degli studenti ticinesi non tornano in Ticino alla fine dei loro studi e se esistono delle strategie per invertire la rotta. Diciamo subito che – a nostro parere – i risultati non sono stati positivi. Dopo un’analisi dettagliata e razionale della demografia ticinese da parte di Elio Venturelli, il seguito degli interventi non ha fatto altro che ripercorrere la narrazione mainstream ticinese, trattando temi non pertinenti.

Per capirci meglio è necessaria una breve parentesi “didattica”. Gli economisti (e affini) si dividono sostanzialmente in due filoni: da una parte gli ortodossi che si rifanno alla scuola neoclassica che predica l’equilibrio dei mercati e la concorrenza perfetta quando lo stato non interviene. Detto altrimenti l’economia sarebbe molto simile a una scienza esatta dove tutto è spiegabile razionalmente. L’ortodossia economica comprende la grande maggioranza degli studiosi (attorno all’80%), presenti sia nelle università (come San Gallo) sia nella società. La loro forza è addirittura aumentata negli ultimi decenni. Basti pensare che sempre meno atenei tengono corsi di economia keynesiana elaborata dal maggiore economista del secolo scorso, John Maynard Keynes che, è bene sottolinearlo, non era un estremista ma un liberale britannico.

D’altra parte abbiamo gli eterodossi, cioè studiosi che cercano di proporre una lettura della realtà economica e sociale più articolata, certo con meno sicurezze, ma con conclusioni più complesse ma più conforme ai problemi reali. Tuttavia le loro conclusioni sono quasi sempre ignorate dal potere mainstream proprio perché rimettono in discussione le “certezze” dell’ortodossia economica e politica.

Cinquant’anni fa, Angelo Rossi, pubblicò un libro “Un’economia a rimorchio”, che ancora oggi viene ripreso regolarmente anche da coloro – suppongo – che non lo hanno mai letto. Le sue analisi sono condivisibili, ma nel frattempo alcuni economisti e studiosi eterodossi hanno pubblicato saggi e articoli – naturalmente ignorati – che vanno oltre il concetto di economia a rimorchio, mentre ancora oggi dobbiamo confrontarci con un pamphlet sconcertante (per le sue banalità): il famigerato “Libro bianco” del professor Pellanda.

Ma torniamo a Modem e al secondo ospite che ha spiegato agli allievi di San Gallo che devono tornare in Ticino per contribuire alla digitalizzazione della nostra economia. Vediamo la definizione di digitalizzazione della Treccani: Tradurre le informazioni nel linguaggio dei computer. Digitalizzare un suono, un’immagine o un testo significa trasformarli in una sequenza di numeri espressi in formato binario, vale a dire in un segnale che può essere archiviato o modificato con un computer, conservato più a lungo, o trasmesso a distanza in modo più efficiente. A parte il fatto che una simile richiesta potrebbe al limite essere rivolta a degli studenti di informatica e non a quelli di economia, posso immaginare che gli studenti si siano detti “forse è meglio che non torniamo in Ticino se queste sono le prospettive”. Mentre invece chi si è formato in Ticino, deve andarsene. Esempio personale: uno studente con un master in informatica all’Usi con specializzazione nelle biotecnologie non riesce a trovare lavoro e sta pensando seriamente di andarsene. Chiaramente è un caso singolo, ma quanto comune?

Infine il terzo ospite che ha parlato della necessità di assicurarsi un capitale per la pensione. A ragazzi di 20-25 anni? Siamo all’assurdo. A questa età bisognerebbe fornire loro spunti per immaginare un futuro interessante, stimolante, magari anche utopico, ma non parlare di pensione. Se prima gli studenti hanno pensato che forse è meglio non tornare in Ticino, adesso possiamo immaginare che stiano valutando che forse è meglio lasciare la Svizzera.

Cosa sarebbe stato utile dire per invogliare i giovani studenti a tornare? Tanto cose, ma essendo studenti di economia posso immaginare una cosa del genere. “Cari studenti, se avete un progetto e volete tornare il Cantone ha creato un fondo di 100 milioni di franchi. I vostri progetti saranno esaminati da 5 esperti internazionali che se li giudicheranno promettenti vi daranno tutto l’aiuto necessario per realizzarli”.

Naturalmente c’è anche da sperare che gli studenti ticinesi fuori cantone non seguano i dibattiti politici cantonali, dove si parla soprattutto di riduzione della spesa pubblica, di riorganizzazione dell’amministrazione pubblica, di riduzione della fiscalità (per i milionari), di frontalieri, mentre non si parla di innovazione, di formazione (seria), di ricerca, di apertura internazionale, di sviluppo culturale.

Il Ticino avrebbe bisogno di una po’ di economia eterodossa come ad esempio la Teoria evoluzionista che si rifà a Schumpeter e all’idea di distruzione creativa: “La distruzione creativa è un concetto economico introdotto da Joseph Schumpeter (1883-1950) che descrive il processo incessante attraverso il quale l’innovazione tecnologica e imprenditoriale rivoluziona la struttura economica dall’interno, distruggendo le vecchie imprese e creandone di nuove. È il motore del capitalismo, dove il nuovo sostituisce il vecchio”. Proprio quanto accade in Ticino!

Concludo consigliando una lettura per i nostri economisti e politici neoliberisti: Cara Dabrowski and Philipp Heimberger, Achieving geoeconomic goals by boosting the economy without raising the public debt ratio? New evidence on the effects of public investment in the European Union. Policy Note/Policy Report No. 99, October 2025. Il documento, di una ventina di pagine, è scaricabile gratuitamente.

Nell’immagine: una festa dell’Associazione Studenti Ticinesi a Zurigo