Cercas: “In Spagna la corruzione scredita la sinistra e mina la democrazia”

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Di Laura Lucchini, La Repubblica

Javier Cercas aveva chiesto le dimissioni di Pedro Sánchez già nel 2025, quando emergevano i primi casi di corruzione. Ora è preoccupato che sia addirittura troppo tardi. «Quello che sta accadendo fa un danno enorme alla democrazia».

Martedi Sánchez riceveva un’ovazione a Roma e ieri…

«Siamo di fronte a un grande contrasto tra la visione che c’è del governo spagnolo fuori dalla Spagna e dentro al Paese. Non è la prima volta che accade, quando un presidente è da tanto tempo al potere, all’estero si vedono solo le cose positive, e dentro solo quelle negative. È stato il caso del primo presidente spagnolo Adolfo Suárez, che alla fine della sua carriera era considerato all’estero un grande statista ma era criticato in patria. È dunque normale che l’opinione su Sánchez sia positiva: la sua posizione sulla guerra in Iran è stata corretta. Quella su Gaza, anche. Lo stesso vale per quella più ambigua sull’aumento delle spese per la Nato – dove ha detto che non pagherà, ma alla fine pagherà. I critici dicono che sono posizioni “gratuite”, che non hanno un prezzo politico. E anche questo è vero: politicamente lo avvantaggiano. Tra le altre cose, perché in Spagna c’è un antiamericanismo molto spiccato. Tutto vero, ma non smettono di essere posizioni corrette».

Non solo, c’è anche l’aspetto economico….

«In Spagna l’economia cresce. È uno dei Paesi che più crescono in Europa. Però quando poi si va a osservare la realtà, ci sono grandi problemi. Aumentano le disuguaglianze, aumenta la povertà infantile. Abbiamo un problema abitativo enorme. I giovani non possono emanciparsi. Il denaro non è distribuito in modo equo. E questo dovrebbe essere un tema della sinistra. Cresce lo scontento».

Fatte le dovute premesse, arriviamo alla corruzione. C’è un effetto deja-vu?

«In questo momento la moglie di Sánchez è imputata. Suo fratello è imputato. Il suo braccio destro, Santos Cerdán, è imputato. Il suo ex braccio destro, José Luis Ábalos, è in carcere. E il braccio destro di quest’ultimo, è anche lui imputato. E infine c’è un episodio orribile: Leire Díez, donna dello Psoe, risulta parte di una rete criminale guidata dal numero due del partito con il fine di screditare giudici, poliziotti e giornalisti che stavano indagando su Sánchez e i suoi».

Si aggiungono le accuse contro José Luis Rodríguez Zapatero…

In un atto di accusa terribile è indagato per traffico di influenze. Per quello che ne so, è un’inchiesta che risale a molto tempo fa. In secondo luogo, è la prima volta che in Spagna viene imputato un ex premier. Gli indizi devono essere molto seri. È un’inchiesta dell’anticorruzione a cui hanno collaborato Francia, Svizzera e Usa. Si tratta di un’inchiesta molto importante che ha a che vedere con i rapporti di Zapatero con il Venezuela. Ma il tema è che Zapatero non è solamente l’ex premier, è l’ispiratore stesso di Sánchez, il suo mentore politico. E qui bisogna ricordare che il Psoe non ha vinto le elezioni, le ha vinte il Partito Popolare. Sánchez è riuscito a mettere insieme una maggioranza che chiamano progressista ma include elementi di destra, come i catalani di Puigdemont. E Zapatero ha contribuito ha configurare questa situazione.

Il Paese non riesce ad arginare la corruzione?

«In Spagna la corruzione è un problema molto serio che non è mai stato affrontato nel modo dovuto. Anche l’ultimo premier, Mariano Rajoy, è finito coinvolto in un caso di corruzione. E il timore è che anche questo primo ministro cadrà per la corruzione. Mi infurio su questo, perché mettere la fine alla corruzione è possibile. Sembra che con la scusa che siamo latini la accettiamo. Se c’è la volontà politica, la corruzione si può ridurre, ma in Spagna non la prendiamo sul serio. E questo è un danno per la democrazia, prima ancora che per la sinistra».

Le ultime elezioni hanno punito la sinistra…

Il Partito socialista è sprofondato proprio nei territori in cui era più forte. In Estremadura e Andalusia ha smesso di essere rilevante. Sánchez pensa che nelle elezioni federali le cose andranno diversamente, ma io credo di no. Alla sua sinistra non c’è nulla e il Partito socialista è in una crisi profonda. Questo è quel che mi fa paura, come elettore di sinistra: che la sinistra diventi totalmente irrilevante. Ho votato Sánchez le due volte che si è presentato. Quando il suo braccio destro è andato in carcere, ho detto che avrebbe dovuto farsi da parte a foavore di qualcun altro. Parliamo dei suoi collaboratori più intimi».

È quello che chiede anche ora? Dimissioni?

«No, non l’ho ancora detto. Forse ora è troppo tardi anche per quello. Sánchez pensa che la paura all’estrema destra possa ancora garantirgli la vittoria. Io credo che non sarà così. Perché c’è un Partito Popolare che può governare da solo. E lo spauracchio della destra funziona una volta sola. Non si può governare con la paura. Mi fa arrabbiare e mi preoccupa molto di più il discredito della democrazia che quello della sinistra. Perché la democrazia è un bene maggiore. Un anno fa c’era metà della legislatura per svoltare e finire nel miglior modo possibile. Ora invece mi sembra tardi».

Nell’immagine: Javier Cercas


Sergio Rossi – Un aiuto alle spese per le cure dentarie

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


L’UBS e la Svizzera – È ora che i cittadini abbiano voce in capitolo

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Di Luciano Ferrari, Journal21

Nelle stanze segrete del Parlamento federale infuria attualmente una «cruda lotta di potere», secondo la NZZ. Si tratta di stabilire se i nuovi accordi bilaterali con l’UE (Bilaterali III) debbano essere sottoposti al referendum obbligatorio e quindi anche alla maggioranza degli Stati. Soprattutto i politici del centro e del PLR sono coinvolti in una disputa imbarazzante e rivelatrice. Dimostrano la profonda e pericolosa divisione nelle loro fila su questo progetto fatidico. E questo a poche settimane dalla votazione sull’iniziativa “per la sostenibilità” lanciata dall’UDC. Con il pretesto di chiedere più democrazia, rischiano di alimentare il sentimento anti-UE, per la gioia delle destre.

È evidente il contrasto con un’altra proposta, altrettanto cruciale per la Svizzera, per la quale non si sente alcuna richiesta di maggiore democrazia e partecipazione popolare. Vale a dire la questione di come debba essere la dotazione di fondi propri dell’unica grande banca internazionale di importanza sistemica rimasta. Questo requisito centrale, che determina la stabilità della piazza finanziaria svizzera e dell’intera economia nazionale, avrebbe dovuto essere regolato in un’ordinanza (Ordinanza sui fondi propri e sulla ripartizione dei rischi delle banche e delle case di investimento, OFR). Ma sotto la pressione del Parlamento e della lobby finanziaria, il Consiglio federale ha «politicizzato» questa decisione e l’ha trasferita dall’ordinanza alla legge sulle banche, cosicché ora non sono le autorità di vigilanza a decidere su questo parametro centrale, bensì il Parlamento. Il lato positivo è che una decisione in tal senso può essere impugnata con un referendum.

All’inizio del mese la Commissione dell’economia del Consiglio degli Stati, competente in materia, ha annunciato di rinviare all’autunno le deliberazioni sui requisiti patrimoniali per l’ultima grande banca svizzera di importanza sistemica a livello internazionale: «Le valutazioni su come strutturare concretamente i requisiti patrimoniali e su quali ulteriori strumenti debbano essere adeguati per raggiungere e mantenere la stabilità della piazza finanziaria sono divergenti», ha affermato la Commissione. In concreto: solo spese e niente di fatto. Anche a tre anni dal crollo del Credit Suisse, dopo approfondite indagini di una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI), innumerevoli studi e perizie, i partiti borghesi stanno prendendo tempo. La Svizzera deve quindi continuare ad attendere una regolamentazione adeguata e urgentemente necessaria della sua più grande banca di importanza sistemica.

«Quo usque tandem?»: per quanto tempo ancora dovrà andare avanti così? Il Consiglio federale è d’accordo e, insieme alle autorità di regolamentazione competenti – la Banca nazionale (BNS), responsabile della vigilanza macroprudenziale sulla piazza finanziaria, e l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA), responsabile della vigilanza microprudenziale – ha discusso approfonditamente i requisiti necessari e definito le misure. In questo contesto, hanno fatto un grande passo a favore di UBS. Ma UBS non intende piegarsi nemmeno a questi requisiti attenuati. Per la banca sono ancora «troppo estremi». Il Consiglio federale si è nel frattempo lasciato destabilizzare al punto che ora è una questione politica: quanto rischio deve assumersi la popolazione svizzera di fronte ad una sempre più grande banca-colosso?

UBS vuole espandersi maggiormente nel mercato statunitense

Già pochi giorni dopo la decisione di rinvio del Parlamento, il CEO di UBS Sergio Ermotti ha ribadito di voler portare avanti l’espansione della banca nel mercato statunitense, estremamente volatile. In nessun altro paese al mondo ci sono più super ricchi, il gruppo di clienti più importante di UBS. La grande banca da marzo dispone lì di una licenza bancaria nazionale e intende trasformarsi da gestore patrimoniale specializzato a banca universale. Il mercato americano è considerato particolarmente rischioso. Anche il crollo del CS è stato in ultima analisi innescato da una crisi delle banche regionali negli Stati Uniti nel 2023 e preparato da due grandi fallimenti del CS (Archegos e Greensill) nel mercato statunitense.

L’UBS progetta comunque un’acquisizione bancaria negli Stati Uniti. Vuole avvicinarsi ancora di più «ai maggiori attori mondiali» – a qualunque costo. O meglio, con il gentile (e più o meno volontario) sostegno dello Stato svizzero. È proprio questo che la ministra delle finanze Keller-Sutter rimprovera alla megabanca. Con il suo ostinato rifiuto di coprire interamente con capitale proprio di classe 1 le partecipazioni estere nella casa madre, e quindi le attività estere sproporzionate, l’UBS cerca di scaricare il rischio per la crescita della banca all’estero sui contribuenti in Svizzera: «Di fatto, è il contribuente a sovvenzionare la crescita», afferma Keller-Sutter. Chi vuole ancora più sovvenzioni per l’UBS? Ancora più sostegno statale? Ancora più «politica industriale» in questo settore? Chi ha il diritto di deciderlo? Questa è la domanda centrale.

Posizione dominante in molti settori

Non dimentichiamolo: lo Stato ha creato e fatto crescere proprio quel mostro che ora lo ricatta. Il termine «banca-mostro» (Monsterbank) è stato del resto coniato dalla NZZ nel marzo 2023. L’UBS, nell’acquisizione del CS in primavera, era riuscita abilmente a far valere tutte le sue richieste. Il Consiglio federale era sotto pressione e si è fatto fregare. Il caporedattore di Bilanz, Dirk Schütz, ha riassunto così la situazione: «La strategia dell’attesa aveva regalato all’UBS l’accordo migliore possibile: 35 miliardi di franchi di capitale proprio del CS, aggiramento della Commissione della concorrenza e dei diritti degli azionisti, generose garanzie statali in aggiunta al capitale AT1, piena libertà d’azione in materia di personale.» I soli titoli AT1 svalutati sono stati un ulteriore regalo all’UBS del valore di 16 miliardi di franchi. E non è ancora chiaro, dinanzi al Tribunale federale, chi alla fine pagherà per questo.

Ma anche l’esclusione della Commissione della concorrenza (Comco) non è stata cosa da poco: l’indagine a posteriori delle autorità garanti della concorrenza ha rivelato che, con l’acquisizione del CS, l’UBS aveva raggiunto una posizione dominante in molti settori in Svizzera. Ciò ha ulteriormente aumentato la rilevanza sistemica dell’UBS. Una posizione che la banca può ora sfruttare di conseguenza per esercitare pressione sulla politica. Le associazioni di categoria si lasciano volentieri influenzare dalla banca dominante. Nel settore delle imprese, ad esempio, la nuova UBS detiene una quota di mercato di circa il 40%. Nel settore dei piccoli clienti, nel traffico dei pagamenti e nei conti correnti, raggiunge una quota di mercato di poco inferiore al 30% (se l’UBS fallisse, circa un terzo della popolazione perderebbe il proprio conto bancario). Nel settore dei mutui ipotecari la quota è del 25 per cento. Le quote variano a seconda del cantone. A Ginevra, ad esempio, si attestano sul 50 per cento.

La Comco ha quindi raccomandato alla Finma di effettuare un esame approfondito della situazione concorrenziale; la Finma, però, ha rifiutato. Evidentemente non voleva inimicarsi nuovamente la megabanca (come nel caso del CS). La garanzia statale (non compensata) per l’UBS è stata così nuovamente aumentata in modo massiccio. Ciò non ha reso la banca più riconoscente o modesta. Al contrario: l’arroganza e la sfacciataggine sono cresciute con l’indulgenza delle autorità di vigilanza e la benevolenza del Consiglio federale. Anche perché, grazie alla fusione con il CS, la banca ha fatto un balzo in avanti nella classifica delle maggiori banche mondiali. Nell’aprile 2022 occupava ancora il 34° posto (il CS era allora al 45°). Grazie alla fusione ha guadagnato oltre dieci posizioni e, con un totale di bilancio di oltre 1500 miliardi di dollari, si colloca al 23° posto.

Ma l’appetito viene mangiando. L’UBS prevede entro la fine dell’anno un totale di bilancio di oltre 1700 miliardi di dollari, con un utile che dovrebbe salire a oltre nove miliardi. Il motore principale dell’utile record di 3 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno è stato, tra l’altro, l’investment banking. Il leverage ratio (il coefficiente di capitale proprio non ponderato) si attesta attualmente a un misero 4,4 per cento. Con le condizioni imposte dal Consiglio federale, salirebbe appena al 6 per cento. Non esiste nessun altro paese al mondo che, con una singola banca con oltre il 150% rispetto al prodotto interno lordo, sia esposto a un rischio simile a quello della Svizzera.

I borghesi hanno sempre ceduto

E perché mai la banca gigante non dovrebbe tentare ancora una volta di fregare la Confederazione? Finora ha sempre funzionato, la maggioranza borghese ha sempre ceduto. Da ultimo con la decisione del Consiglio federale ora in esame. In realtà Berna voleva imporre due condizioni: da un lato, le filiali estere (soprattutto quella statunitense) dovevano essere interamente coperte da capitale della casa madre svizzera. In modo che, in caso di crisi, l’attività statunitense non trascinasse con sé nell’abisso l’UBS Svizzera, come è avvenuto per il CS. In secondo luogo, non doveva più essere ammessa una parte del capitale proprio valutabile in modo particolarmente arbitrario, i cosiddetti crediti d’imposta latenti e le spese per software capitalizzate. Come riportato dalla NZZ il 18 aprile, una settimana prima della decisione definitiva del Consiglio federale, gli analisti della banca statunitense Morgan Stanley avevano però proposto di rinunciare alla seconda misura, in base alla quale il fabbisogno di capitale aggiuntivo dell’UBS per la copertura patrimoniale delle filiali estere si sarebbe ridotto a soli sei miliardi. Il Consiglio federale ha poi seguito volentieri proprio questa proposta il 22 aprile.

Dal punto di vista tecnico non è facile determinare con esattezza quale sia il livello di capitale proprio necessario per rendere sufficientemente resiliente una grande banca operante a livello internazionale. Un insegnamento importante tratto dal crollo del CS è tuttavia che è opportuno un certo disaggregamento di questi colossi bancari difficilmente gestibili, poiché nemmeno i vertici aziendali sono in grado di comprendere e valutare con precisione i rischi delle operazioni globali. Dal punto di vista strutturale, tutti i modelli discussi seriamente partono quindi dallo stesso principio: che si tratti di una dotazione di capitale proprio al 100% per le filiali estere, di una scissione dell’investment banking o delle attività negli Stati Uniti (modello Christoph Blocher) o della richiesta di una «struttura di holding pulita» (modello PS): in tutte e tre le varianti si tratta di rendere più trasparente e chiara l’organizzazione interna e la struttura della grande banca. Ciò riduce il rischio di reazioni a catena e di perdite di valore incontrollabili.<

È un cinismo davvero scandaloso quello con cui l’UDC chiede ora, proprio lei, meno «Swissness» nella regolamentazione dell’UBS, dopo aver recentemente preteso ancora più «management svizzero» ai vertici delle grandi banche. Oppure l’inversione di rotta ancora più assurda del PLR, che nella crisi del CS voleva a tutti i costi salvare la casa madre svizzera, mentre ora fa di tutto per indebolire proprio la casa madre dell’UBS con richieste assurde: più capitale AT-1 (titoli ibridi) invece di vero capitale proprio.

Quanto possa essere fondamentale la copertura patrimoniale completa delle filiali estere lo dimostra, tra l’altro, il fallimento di un ultimo tentativo da parte della dirigenza del CS, nell’agosto-settembre 2022, di liberarsi dalla spirale discendente. Nel suo libro sul crollo del Credit Suisse, il caporedattore di Bilanz Dirk Schütz descrive come la prevista vendita della banca d’investimento statunitense sia fallita in ultima analisi a causa di una copertura patrimoniale insufficiente: «E qui è emerso un problema specifico: la struttura complessa del CS, con una casa madre e diverse filiali, ha fatto sì che, in caso di vendita di determinate parti, il fabbisogno di capitale aumentasse. La banca voleva vendere completamente la sua divisione Securitized Products (filiale per i prodotti cartolarizzati, una delle unità più redditizie del CS). Ma poiché ciò avrebbe comportato un calo delle entrate nella casa madre, sarebbe stato necessario più capitale». La FINMA ha posto il veto e ha chiesto prima un aumento di capitale. Ciò, però, ha accelerato la spirale discendente.

I membri del Consiglio degli Stati vogliono già stendere un paracadute di salvataggio

I politici borghesi dovrebbero quindi smetterla con i loro giochetti e sostenere almeno le proposte del Consiglio federale, già più volte ridimensionate e indebolite. Chi cerca compromessi ancora più favorevoli per la banca aumenta enormemente il rischio per i contribuenti. In linea con questo, la commissione del Consiglio degli Stati vorrebbe concederle una garanzia di liquidità da centinaia di milioni (il cosiddetto Public Liquidity Backstop). Un paracadute di salvataggio per il quale l’UBS non vuole pagare, o meglio, pagherebbe solo nel caso in cui il danno fosse ormai fatto e la megabanca dovesse ricorrere a questa garanzia.

I partiti borghesi dovrebbero essere giudicati in base a un accordo di questo tipo in occasione delle elezioni del 2027. Poiché la commissione del Consiglio degli Stati intende affrontare nuovamente la questione del capitale proprio solo in autunno e il Consiglio nazionale entrerà in gioco non prima della sessione invernale del 2026 o di quella primaverile del 2027, la regolamentazione bancaria sarà all’ordine del giorno in tempo per le elezioni federali del 2027. Dato che le autorità di regolamentazione non si ritengono in grado di dare indicazioni chiare alla banca gigante, i cittadini dovrebbero poter esprimere la propria opinione al riguardo. Perché alla fine saranno loro a doverne pagare le conseguenze.

La stessa arroganza dei manager del CS nei confronti della FINMA

Come guida possono servire le conclusioni dell’editoriale della NZZ del 15 aprile 2023, quando lo spauracchio del fiasco del CS era ancora vivo nella memoria di tutti: «Ma non si dovrebbe ora serrare i ranghi e schierarsi senza riserve dietro al nuovo gigante UBS, per una piazza finanziaria forte? Questo non sarebbe altro che una variante elvetica di politica industriale. Una cosa del genere si addice male a un Paese in cui si è giustamente scettici nei confronti del gigantismo. La piazza finanziaria è al servizio dei clienti, non il contrario. Se avesse deciso il mercato, dopo il 2008 (crollo di UBS) e il 2023 (crollo di CS) non ci sarebbero più grandi banche (…). Una grande banca rischia di sovraccaricare un piccolo Stato. Spetta quindi al management della nuova «banca-mostro» dimostrare di avere i rischi sotto controllo, e che la Svizzera sta meglio con lei che con banche di dimensioni più compatibili con il Paese.»

La dirigenza dell’UBS, con il suo atteggiamento ostinato, non ha ancora fornito questa prova. I responsabili dell’UBS preferiscono continuare a scaricare il rischio sul piccolo Stato. Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta il CS è caduto in ultima analisi a causa di una deroga nel calcolo del capitale proprio. I banchieri del CS si erano comportati con grande arroganza nei confronti delle autorità di regolamentazione e della politica. Ora si osserva nuovamente la stessa impertinenza. I responsabili dell’UBS non accettano l’autorità degli organi di regolamentazione svizzeri e chiedono un «trattamento speciale». Questo è già andato male una volta.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la consigliera federale Karin Keller-Sutter e Daniela Stoffel, segretaria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (SIF), al termine di una conferenza stampa del Consiglio federale sulla modifica della legge sulle banche (copertura patrimoniale delle partecipazioni estere nella casa madre delle banche di importanza sistemica) e sulla modifica dell’ordinanza sui fondi propri, mercoledì 22 aprile 2026 a Berna


Nelle celle di Israele neanche la violenza è uguale per tutti

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Di Andrew Francisco, il manifesto

Erano passate circa quarantasei ore dal nostro sequestro quando la donna mascherata con il megafono è comparsa sopra di noi, sulla passerella della nostra nave-prigione israeliana.

A quel punto, più di qualche compagno era riuscito a sbirciare sotto uno dei nostri dormitori improvvisati e a intravedere una lunga striscia verde di terra. Per due giorni avevamo letto il sole come un presagio, cercando di capire se ci stessero portando verso l’Egitto, Cipro, la Grecia o Israele. Sud significava una forma di speranza. Nord un’altra. Est significava la cosa che nessuno di noi voleva dire troppo ad alta voce.

Nelle ultime ore del viaggio, la nave si muoveva inequivocabilmente verso est. E tuttavia una parte di noi continuava a sperare che ci stessimo sbagliando. Poi la donna ha guardato giù dal suo trespolo e ha annunciato: «Buongiorno, e benvenuti in Israele».

È SEGUITA una conferma silenziosa. Le teste si sono abbassate. Gli occhi di alcuni si sono riempiti di lacrime. Sapevamo, o credevamo di sapere, dove ci stavano portando. Ma sentirlo annunciare dall’alto, con quel tono quasi allegro, ha reso il terrore ufficiale.

Eravamo più di duecento, stipati dentro un rettangolo d’acciaio a cielo aperto. Sei container erano stati disposti in modo da creare un cortile-prigione sul ponte della nave. Il filo spinato lamato ne coronava la sommità. Una dozzina di bagni chimici riempiva lo spazio vuoto. Sopra di noi, soldati mascherati pattugliavano con fucili d’assalto. Due cannoni ad acqua restavano puntati su di noi.

Da un container sotto il ponte di comando, i nostri carcerieri uscivano con caffè e snack, si sedevano su sedie di plastica a guardarci, fotografarci e ridere, come se fossimo animali in un serraglio.

Attraverso il megafono, la donna mascherata ci ha detto che la nave avrebbe attraccato presto ad Ashdod. Saremmo stati portati via e sottoposti alle procedure dell’immigrazione. Ci ha esortati a collaborare. Non opponete resistenza. Non cantate. Non intonate «Free Palestine». Obbedite agli ordini, ha detto, e non vi sarà fatto del male.

Uno dei miei compagni, Marco, un attivista italiano di straordinario coraggio e lucidità morale, ha preteso che lei ci desse la sua parola. Non voleva soltanto un’istruzione. Voleva una garanzia. Lei gliel’ha data. Se avessimo obbedito, ha promesso, non saremmo stati feriti.

Alcuni di noi volevano crederle. La nostra era la «migliore» delle due navi-prigione che trasportavano i 430 membri della nostra flottiglia verso un destino incerto. È una frase oscena, ma vera. Sulla nostra nave, persone erano state colpite e mutilate. Eravamo stati inzuppati di acqua fetida. I nostri vestiti caldi ci erano stati portati via. Eravamo stati costretti a dormire alle intemperie, ammassati dentro container sporchi sul ponte della nave, che si allagava quando il mezzo navale anfibio si immergeva oltre una certa profondità. Ci erano stati negati cibo, acqua, servizi igienici, cure mediche e riparo adeguati.

MA RISPETTO ai compagni sull’altra imbarcazione, eravamo stati risparmiati. Non eravamo stati tutti picchiati, colpiti ripetutamente con il taser fino a perdere conoscenza, o costretti ad ascoltare ora dopo ora le grida di persone a cui erano già state spezzate costole e altre ossa. Questo era l’universo morale che Israele aveva creato: un luogo in cui essere colpiti, spogliati, congelati, affamati e rinchiusi poteva ancora contare come il destino «migliore».

Quando la donna mascherata ha promesso che l’obbedienza ci avrebbe protetti, alcuni di noi hanno creduto, o hanno voluto disperatamente credere, che esistesse ancora un limite.

Non l’abbiamo mai più vista.

Dopo che i marinai israeliani hanno ormeggiato la nave, siamo stati radunati dietro una linea di nastro adesivo sul ponte della nave. Davanti a noi sono comparsi uomini armati e corazzati, forse a due metri di distanza, con fucili d’assalto e fucili a pompa puntati verso i nostri volti. Io ero seduto a gambe incrociate vicino alla prima fila, con solo una o due file di persone tra me e questi uomini appena arrivati, ancora più militarizzati.

Un soldato teneva in mano una pila di passaporti e ha cominciato a chiamare i nomi. All’inizio, il procedimento sembrava quasi ordinato. Veniva chiamato un nome. La persona si alzava, ritirava il passaporto e scompariva attraverso la porta aperta in uno dei container. Il primo nome chiamato è stato quello di una donna francese la cui coscia era stata squarciata due giorni prima. Abbiamo applaudito per lei. Abbiamo applaudito anche per gli altri, offrendo il più piccolo gesto pubblico di coraggio a persone che camminavano verso un ignoto che noi non potevamo vedere.

I soldati sono diventati impazienti. Forse le persone si muovevano troppo lentamente. Forse gli applausi li irritavano. Forse non ci voleva nulla per farli scattare. Il soldato che teneva i passaporti ha interrotto la procedura e ha ordinato a tutti di uscire sul ponte della nave.

MENTRE le persone uscivano dai container, ha indicato un uomo magro, bello, dalla pelle scura, apparentemente arabo, con una barba leggera e i capelli brizzolati. A differenza di quelli i cui nomi erano stati chiamati dai passaporti, lui non è stato scelto tramite un documento o una procedura. È stato scelto con un gesto.

«Tu. Vieni qui».

Quando è arrivato a portata di mano, diversi soldati lo hanno afferrato, lo hanno spinto attraverso la porta aperta e lo hanno trascinato fuori dalla nostra vista.
Subito dopo abbiamo sentito urla da gelare il sangue. Non erano solo grida di paura. Era il suono di una sofferenza animale, di quell’uomo brutalizzato oltre ciò che, dietro una lamiera sottile, potevamo ancora immaginare.

Per un secondo, la folla non ha capito cosa stesse ascoltando. Poi la consapevolezza ci ha colpiti come una mazzata.
«Tortura!»
«Basta!»
«Vergogna!»

Le persone hanno cominciato ad alzarsi. La protesta si era appena formata quando dalla linea dei soldati esplose verso la folla un colpo da fucile a pompa.

Ero a circa un metro da Emir quando l’ho visto piegarsi all’indietro. Ho visto il suo volto deformarsi mentre cadeva nell’onda di corpi attorno a lui. Più tardi, dopo la nostra evacuazione in Turchia, ho visto la ferita nella sua gamba, grande come una moneta da due euro, lo stesso disegno che tanti compagni portavano addosso per i proiettili d’acciaio rivestiti di gomma e munizioni simili. Ma in quel momento, tutto ciò che sapevo era che un altro uomo dalla pelle scura era stato colpito da distanza ravvicinata.

I SOLDATI si sono precipitati dentro la folla, hanno afferrato Emir e lo hanno trascinato via per i piedi. Urlava mentre lo tiravano attraverso la stessa porta aperta, la sua voce che svaniva in grida così acute da far sembrare che il pestaggio continuasse anche mentre lo portavano via dalla nave.

In quell’istante è cambiato tutto.

Non eravamo più soltanto prigionieri miserabili a cui venivano negati cibo, acqua, riparo, medicine, servizi igienici e sonno. Abbiamo capito che ciò che ci attendeva oltre quella soglia era terrore organizzato, immotivato, sadico. Qualunque regola avessimo immaginato esistesse ancora era sparita.

La procedura è ripresa. Il soldato chiamava i nomi dai passaporti. Le persone si alzavano e avanzavano. Ma gli applausi erano diminuiti. La nostra solidarietà visibile si è ritirata in gesti più piccoli: uno sguardo, una mano su una spalla, una stretta fugace.

Quando è stato chiamato il mio nome, ho cercato Abdessmad, un marocchino calvo, dalla barba folta, di cuore caldo, che viaggiava con passaporto francese. Ci eravamo conosciuti solo pochi giorni prima a Marmaris, quando eravamo stati assegnati alla stessa barca a vela, Josef. Parlava correntemente francese, tedesco e arabo, ma solo un po’ d’inglese. Io non parlo nessuna delle sue lingue. La prigionia aveva reso la lingua meno importante. Ci capivamo nel modo in cui ci si capisce quando l’unica vera conversazione è la sopravvivenza.

Durante l’intercettazione di due giorni prima, Abdessmad era stato colpito due volte alla schiena come ritorsione per aver gettato i nostri cellulari in mare, così che i commando non potessero sequestrarli. Anche allora, era rimasto dolce e gentile.

Mentre mi alzavo, gli ho toccato la spalla. Mi ha offerto il miglior sorriso spezzato, impaurito e incoraggiante che è riuscito a trovare. Presi il passaporto. Poi attraversai la porta.

APPENA OLTRE, ci aspettavano decine di soldati mascherati. Mi hanno spinto la testa verso il basso. Mi hanno strattonato in avanti. Mi hanno forzato le mani dietro la schiena e le hanno sollevate in alto, mentre mi spingevano il collo e il viso verso il ponte d’acciaio della nave sotto di me. Il dolore è stato immediato e acuto. Avevo già deciso che non avrei urlato. Mi sono aggrappato a quella decisione con tutte le mie forze.

Non sono rimasto a lungo in piedi. I soldati mi hanno stretto i polsi con fascette di plastica il più forte possibile e mi hanno trasportato in un modo che mi ha fatto pensare che gli arti potessero separarsi dal torso. Il dolore ha preso il sopravvento così completamente che il tempo è scomparso.

Da qualche parte in quella nebbia, i miei carcerieri mi hanno portato giù dalla barca e dentro un piccolo spazio dalle pareti bianche, a terra, che più tardi avremmo battezzato «la tenda della tortura».

«Che cosa hai addosso?» mi ha urlato un soldato nell’orecchio. «Niente», ho deglutito. «Non ho niente».

I colpi sono arrivati rapidamente: alla testa, alle braccia, alle gambe, al petto. Mi hanno lasciato cadere, rialzato, contorto, tirato. Non ero più una persona capace di muoversi. Ero una bambola di pezza nelle mani di uomini che sembravano provare piacere nel trovare nuovi modi per infliggere dolore.

A un certo punto, due soldati mi hanno aperto le gambe con forza mentre un altro mi teneva sospeso in aria. Hanno tirato così forte che ho pensato che l’inguine mi si sarebbe strappato. Attraverso il dolore e la violazione, ho capito che quello doveva essere una specie di perquisizione.

Poi è arrivato il colpo finale. Ha colpito il lato destro della gabbia toracica, più netto e più deliberato degli altri. Non posso dire se fosse un calcio o un pugno. Conosco soltanto la sensazione dell’osso che si spezza sotto la pelle, così chiara, secca e violenta che avrei giurato di averla sentita, come un ramo che si rompe sotto un piede.

SONO SICURO che anche il soldato l’ha sentito, perché dopo quel colpo il pestaggio è cessato. Sono stato rimesso in piedi, stordito e appena cosciente per il dolore. Il soldato si è chinato vicino al mio orecchio e ha sussurrato, in inglese: «Welcome to Israel».

Da lì sono stato trascinato in una tenda molto più grande, dove decine di miei compagni erano già costretti nella posizione inginocchiata che il ministro israeliano della sicurezza Itamar Ben-Gvir avrebbe di lì a poco mostrato al mondo. Da qualche parte tra la nave e quella tenda, le mie fascette di plastica si erano spezzate. Durante il pestaggio avevo anche perso il passaporto. Ho detto, ansimando, qualcosa a proposito. In qualche modo, una volta a terra, mi è stato restituito.

Ho detto: «Grazie». Ancora non lo capisco. Non capisco perché, in quelle condizioni, dopo essere stato picchiato e spezzato dallo stesso apparato che ora mi rimetteva davanti il passaporto, in me sia sopravvissuto un riflesso di cortesia. Forse il dominio insegna al corpo a recitare gratitudine per la più piccola interruzione della crudeltà. O forse il mio passaporto rappresentava ancora qualcosa di cui avevo disperatamente bisogno per sopravvivere, qualcosa a cui nessuna brutalità poteva togliere del tutto significato.

Nonostante quella confusione, ho capito presto il dono di quelle fascette spezzate. Le mie mani erano libere. Potevo sentire le dita. Potevo torcere la plastica deformata in modo che, a uno sguardo, sembrasse ancora legarmi. Potevo usare i gomiti per togliere un po’ di peso dalle ginocchia e dalla schiena.

ATTORNO a me, altri non hanno avuto la stessa fortuna. Dopo qualche tempo, la mia fila è stata spinta a calci verso il lato sinistro della tenda, premuta contro un’altra linea di corpi. Le urla continuavano da ogni direzione, punteggiando il lamento da sirena dell’inno nazionale israeliano messo in ripetizione. Le donne urlavano in un registro diverso, il suono di una violazione più profonda. Non osavo sollevare la testa. Muovevo soltanto gli occhi e il collo quanto bastava per vedere la testa calva e la grande barba accanto a me.

Era Abdessmad.

Aveva le mani legate dietro la schiena con fascette di plastica. Poiché non poteva usare i gomiti, doveva sostenere il corpo con la fronte premuta contro il cemento ruvido e ghiaioso. Non sono riuscito a guardargli direttamente le mani, ma ho potuto intravedere abbastanza pelle di un viola scuro per capire cosa stesse succedendo. Il suo corpo era stato costretto in una posizione calcolata per produrre pura agonia.

Pensavo di conoscere il dolore. Guardando lui, ho capito che era in un luogo ben oltre ciò che io avevo ancora sperimentato. Quest’uomo gentile, il mio compagno di barca, il mio amico, l’uomo a cui avevo toccato la spalla prima di attraversare la soglia, era piegato in una postura di tortura a pochi centimetri da me. E io non potevo fare nulla.

Ho trascorso la mia vita professionale come difensore pubblico. Ho costruito la mia identità nello stare accanto alle persone in gabbia, alle persone brutalizzate dal potere statale, alle persone che il mondo ha deciso di non vedere. Questa vocazione è parte del motivo per cui mi sono trovato su una flottiglia, a bordo di qualche decina di barche malandate, in sfida all’assedio israeliano di Gaza.

È PARTE del motivo per cui la Palestina conta per me. Ma lì, sdraiato accanto ad Abdessmad, incapace di liberargli le mani o alleviare il suo dolore, ho provato l’impotenza più completa che abbia mai conosciuto.

Con il dono non meritato di una mano libera, ho spinto il suo passaporto verso il suo volto.

«Alza la testa», ho sussurrato. I nostri occhi si sono incontrati per un istante. «Andrew?» ha detto. «Per favore, Andrew, le mie mani».

«Come?» ho sussurrato. «Chiedi loro di aiutarmi con le mani».

Voleva che chiamassi le guardie. Aveva troppa paura per farlo da solo. Sapeva, come lo sapevo io, che l’attenzione di quegli uomini avrebbe portato più probabilmente dolore che sollievo. Ma il dolore alle mani era diventato così insopportabile che mi chiedeva di correre quel rischio.

Non volevo parlare. Ogni istinto dentro di me pretendeva silenzio. Ma un’altra parte di me, la parte che avevo passato la vita a credere fosse il nucleo di ciò che sono, non poteva rifiutarglielo.
Quando il paio successivo di anfibi è entrato nel mio campo visivo ristretto, ho costretto le parole a uscire.

«Signore, per favore aiuti quest’uomo. Per favore, aiuti le sue mani».

Silenzio. Gli anfibi sono passati oltre.

Ci ho riprovato, un po’ più forte.

«Per favore aiuti le sue mani, signore. Per favore».

Niente. Ho aspettato un altro paio di anfibi. «Le sue mani», ho detto ancora. «Per favore, aiuti le sue mani».

Questa volta ho ottenuto attenzione. Un colpo mi è arrivato sulla sommità della testa. «Le sue mani», ho piagnucolato. «Aiuti le sue mani».

Poi Abdessmad ha urlato con tutto il fiato dei suoi polmoni torturati, un urlo fermo, acuto e ininterrotto. «Le sue mani!» ho gridato insieme a lui. «Qualcuno aiuti le sue mani!»

Di nuovo, nulla.

«Mi dispiace», alla fine ho ansimato trattenendo le lacrime. «Mi dispiace tanto di non poterti aiutare».

Siamo rimasti in quella tenda forse un’ora, forse di più. Alla fine Abdessmad è stato trascinato via. Le sue urla, a quel punto, erano diventate un gemito più debole. La mia scorta è venuta a prendermi: una piccola soldatessa, saltellante e ridacchiante di gioia davanti alla nostra miseria, pronta a guidarmi nella fase successiva del procedimento.

QUELLA FRASE conta: la fase successiva del procedimento. Perché ciò che accadde dopo non fu disordine. Fu presa in carico. Fu burocrazia. La tenda della tortura, la tenda in cui ci costringevano in ginocchio, la tenda dove ci spogliavano e ci perquisivano, i tavoli dell’immigrazione, le udienze legali, il trasporto carcerario, le celle di detenzione, le visite consolari, i documenti di deportazione. Ogni fase aveva i suoi rituali e il suo personale. Alcuni erano apertamente sadici. Altri annoiati. Altri inscenavano la legalità sopra le urla, efficienti e vuoti.

Ma la macchina non smetteva mai di muoversi.

Qualche ora dopo, dopo le procedure dell’immigrazione ad Ashdod e prima degli orrori che ci attendevano nella prigione di Ktzi’ot, ho rivisto Abdessmad dentro un trasporto blindato affollato. Diciotto di noi erano stipati in una cella minuscola, con mani e gambe ormai serrate in pesanti ferri d’acciaio. La sua fronte era visibilmente scorticata a sangue. Mi ha riconosciuto subito. E poi ha sorriso.

Nel suo inglese limitato, Abdessmad ha detto alle persone attorno a noi che io lo avevo aiutato. Mi ha quasi spezzato. Non avevo fatto quasi nulla. Gli avevo fatto scivolare un passaporto sotto la testa. Avevo implorato uomini che mi avevano picchiato di allentargli le mani. Avevo fallito. Eppure eccolo lì, ancora sofferente, a ringraziarmi per un gesto così piccolo da sembrare indegno della sua gratitudine.

In quel momento ho capito, senza alcun dubbio, che lui avrebbe fatto lo stesso per me. Questa è la solidarietà: non uno slogan, non un coro, non una rappresentazione di coraggio, ma la decisione di restare responsabili gli uni degli altri anche quando la responsabilità è stata resa quasi impossibile. Abdessmad mi ha ricordato perché ero lì. Mi ha dato abbastanza forza per affrontare ciò che stava arrivando.

DENTRO quel trasporto carcerario c’erano messaggi incisi sulle pareti, graffiati in arabo dalle persone che erano state in quella gabbia prima di noi. Non potevo leggerli. Ma sapevo cosa significavano.

Non eravamo le prime persone trasportate in quel modo, e non eravamo le persone per cui quella macchina era stata costruita. Eravamo perlopiù volontari internazionali bianchi provenienti dai paesi del Nord, persone con credenziali solide e governi che, alla fine, potevano essere messi nell’imbarazzo di interessarsi. Eravamo passeggeri temporanei. Stavamo ricevendo una versione attenuata, protetta dai nostri passaporti, del trattamento riservato ai palestinesi.

Le pareti conoscevano già le persone per cui quella macchina era stata costruita.

Fu lì che la verità più grande si posò su di me. I nostri passaporti non ci avevano protetto dall’essere picchiati. Non ci avevano protetto dall’umiliazione sessuale, dalle ossa rotte, dal terrore o dal piacere sadico dei nostri carcerieri. Ma ci avevano protetto con la cosa che ai palestinesi è così spesso negata: una via d’uscita.

È per questo che scrivo. Non perché ciò che è accaduto a noi sia eccezionale, ma perché è ordinario. I leader israeliani e i loro difensori hanno cercato di fare di Ben-Gvir il centro della storia. Ma Ben-Gvir non ha costruito la macchina che ci ha tenuti prigionieri. Non ha inventato le gabbie, le posizioni di stress, le perquisizioni in cui ci costringevano a spogliarci, l’umiliazione sessuale, le catene, i pestaggi, le udienze performative o la crudeltà burocratica che ci ha spinti da una fase alla successiva. Ha fatto ciò che fanno gli uomini come lui. L’ha celebrata. L’ha filmata. Ha trasformato la nostra sofferenza in spettacolo.

Ma la macchina era già lì. Era lì prima che arrivassimo ad Ashdod, prima che la nostra flottiglia salpasse da Marmaris, prima che Ben-Gvir sovrastasse i nostri corpi legati e inginocchiati e ci schernisse per le sue telecamere. Ciò che abbiamo vissuto non era una deviazione dal sistema. Era il sistema, brevemente rivolto contro persone i cui passaporti rendevano la violenza più difficile da ignorare per i governi occidentali.PER SETTANTOTTO ORE, le forze israeliane ci hanno trattati con un livello di crudeltà che molti di noi non avrebbero mai immaginato di sperimentare personalmente. E tuttavia eravamo protetti. Non sembra vero nelle mie costole. Non sembra vero quando ricordo le mani di Abdessmad, il volto di Emir, le urla dietro la parete metallica, o i compagni le cui ferite dovrebbero coprire di vergogna ogni governo che continua ad armare e proteggere Israele.

Ma è vero. Eravamo protetti perché i nostri governi conoscevano i nostri nomi, perché i giornalisti facevano domande, perché gli avvocati erano in attesa, perché i nostri passaporti restavano, per quanto imperfettamente, una pretesa sull’attenzione di stati che preferirebbero non vederci ma non possono fingere che non esistiamo.

Gli uomini e le donne i cui messaggi in arabo erano graffiati sulle pareti di quel trasporto carcerario non erano passeggeri temporanei della macchina, diretti a visite consolari e voli di deportazione. Erano i bersagli designati della macchina, le persone per cui erano state costruite le gabbie, le catene, le posizioni di stress, gli interrogatori, le umiliazioni e le finzioni legali.

Scrivo perché li ho sentiti. Non direttamente, non pienamente, non abbastanza. Ho sentito la loro eco in quel trasporto. Li ho visti sui muri della prigione. Li ho visti nei murales a Ktzi’ot, dove immagini di distruzione erano esposte come trofei, dove paesaggi urbani apparivano ridotti in macerie sotto didascalie in arabo che annunciavano «La nuova Gaza». Li ho visti nella brutalità speciale diretta contro compagni arabi, musulmani, neri, di pelle bruna e asiatici.

I governi occidentali non possono rispondere esprimendo preoccupazione, accettando le rassicurazioni di Israele e andando avanti. Non possono fingere che Ben-Gvir sia il problema mentre continuano ad armare, finanziare, giustificare e proteggere diplomaticamente l’apparato statale che lui contribuisce ad amministrare. Non possono condannare lo spettacolo preservando il sistema che ha reso possibile lo spettacolo.

LA RICHIESTA non può essere soltanto che gli internazionali vengano trattati meglio la prossima volta. Il sistema carcerario israeliano deve essere aperto a ispezioni internazionali indipendenti. Le accuse di tortura, violenza sessuale, abusi razzializzati, negazione di cure mediche e morti in custodia devono essere indagate come crimini, non gestite come problemi di pubbliche relazioni.

Devono essere accertate le responsabilità per la tortura degli attivisti della flottiglia. Ma se la responsabilità si ferma a noi, riprodurrà la stessa gerarchia che ha permesso a questo sistema di prosperare. La nostra sofferenza conta perché ogni sofferenza conta. Non conta di più perché siamo occidentali, internazionali o perché abbiamo passaporti potenti.

La richiesta centrale deve restare la liberazione palestinese: la fine dell’assedio di Gaza, la libertà per i prigionieri palestinesi e la fine dell’architettura carceraria di dominio sulla vita palestinese.

Pensavamo che i nostri passaporti ci avrebbero protetto. Non ci sbagliavamo.

Ci hanno protetto. Ci hanno protetti dalla permanenza. Ci hanno protetti dalla sparizione. Ci hanno protetti dall’essere inghiottiti interi.

I palestinesi meritano più di un testimone che è passato per un breve tratto attraverso la macchina ed è sopravvissuto per descriverla in prima persona.

Meritano di essere liberi.

Andrew Francisco, cittadino statunitense, è stato catturato dalla marina israeliana il 18 maggio scorso insieme a oltre 430 attivisti della Global Sumud Flotilla

Nell’immagine: gli attivisti della Flotilla ad Ashdod


Una dottrina militare per l’Ai, ecco la sfida che attende Nato e Ue

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Di Mariarosaria Taddeo, La Stampa

A margine di una recente cyber wargame (un’esercitazione su conflitti informatici) del Pentagono, Brandon Pugh, principal cyber advisor del Segretario dell’esercito degli Stati Uniti, ha dichiarato: «Il grado di coinvolgimento umano dovrebbe variare a seconda della situazione in cui siamo? Se siamo sotto una raffica di attacchi cyber in tempo di conflitto, forse la propensione al rischio è diversa da quella di un normale tempo di pace». A marzo 2026, il capo della tecnologia del Pentagono Emil Michael ha esteso la stessa logica all’uso dell’intelligenza artificiale (Ai) per rispondere a missili ipersonici. Tradotto, significa ridurre il controllo umano proprio quando serve di più.

È un paradosso che nasce da una visione iper-ottimista dell’Ai nella difesa e da una lettura scorretta del principio di necessità. È il tipo di paradosso che l’Europa dovrebbe considerare con attenzione, mentre discute di una Nato eurocentrica e di una propria forza di difesa.

Pugh si riferisce a sistemi Ai usati in contesti cyber, ma sappiamo che il Dipartimento della Difesa (DoD) sta valutando di estendere l’autonomia operativa dell’Ai in ambito cinetico. Nel 2023, la direttiva 3000.09 rimuove l’operatore umano dalla definizione di arma autonoma, nel 2025 istituisce il Defense Autonomous Warfare Group, con mandato di costruire un’infrastruttura Ai agentica per la kill chain.

La dottrina Usa concepisce l’Ai come capacità decisiva, d’imprescindibile valore strategico per mantenere il vantaggio sugli avversari. Ne segue che qualsiasi limitazione (anche quelle che derivano dal controllo) del suo uso è un rischio per la difesa. Non stupisce quindi che l’Executive Order 14179 del 2025 rimuova la governance definita da Biden sull’Ai e imponga alle agenzie di rivedere e rimuovere le misure considerate ostacoli all’innovazione, incluse quelle a tutela dell’etica.

Tuttavia, l’Ai da sola non determina le sorti di una guerra. È il caso dell’Iran. Grazie a Maven di Palantir e Claude di Anthropic, gli Usa hanno colpito 1000 obiettivi in 24 ore, 11000 in 40 giorni, comprimendo la kill chain a tempi senza precedenti. Ma il bilancio è drammatico: nessuna vittoria lampo, lo Stretto di Hormuz chiuso per mesi, alleati imbarazzati, crisi energetica all’orizzonte. Senza governance, la forza applicata alla velocità produce errori al ritmo dell’automazione. Il potenziale dell’Ai nella difesa è vasto, ma non è miracoloso.

La visione iper-ottimista del potenziale dell’Ai in difesa porta ad una lettura superficiale ed erronea del principio di necessità, l’altro aspetto di questo paradosso. Nella tradizione della guerra giusta, il principio di necessità permette di ricorrere a misure altrimenti vietate. Ed è spesso invocato come un permesso per ignorare o modificare principi e regole.

A leggere le parole di Pugh viene in mente l’ultima sigaretta di Zeno. C’è sempre occasione per un’ultima sigaretta giustificata dall’eccezionalità del momento, e ogni volta l’ultima diventa la penultima. Le sigarette si accumulano, le eccezioni si normalizzano e l’abitudine prende il posto della regola.

È un errore avvalorato dalla letteratura. Segue alla dottrina della suprema emergenza di Walzer (filosofo americano della guerra giusta), per cui davanti a una minaccia esistenziale e in assenza di alternative anche i divieti più solenni possono cedere. Walzer fissa criteri stringenti, ma li affida al giudizio politico, concentrando in una sola autorità chi li definisce, chi ne verifica l’occorrenza e chi li applica. È così che il criterio si convalida da solo. Ogni invocazione apre la porta alla successiva, sigaretta dopo sigaretta.

Letta correttamente, la necessità è un trigger non un permesso; è una condizione che permette un diverso assetto di governance, con oneri di prova, scadenze, e autorità terze deputate ad azionarlo. In questa forma il principio governa l’eccezione invece di legittimarla, e traccia la linea che separa una difesa Ai-centred capace di proteggere le democrazie liberali da una che, nel difenderle, ne dissolve i principi e opera con logiche paradossali.

La questione ha una valenza politica, non solo concettuale o normativa, perché motiva il sostegno al progetto per una Nato eurocentrica e per una difesa europea. Entrambe sono opportunità per cogliere il potenziale (realistico) dell’Ai in difesa, farne uno strumento di efficacia in un quadro di responsabilità.

Nato e Ue potrebbero definire una dottrina militare per l’Ai su questa linea, fondata sui valori della dignità umana e delle democrazie liberali, creando un’alternativa valida alla dottrina americana e ai suoi paradossi. Una Nato eurocentrica e una forza di difesa europea sono la condizione che rende evitabile una deriva autoritaria del continente, non il suo preludio, come una certa pigrizia analitica vorrebbe far credere.


Israele avanza in Libano, Trump avverte Netanyahu: “Niente bombe su Beirut”

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

E la chiamano tregua. Hezbollah bersaglia con i droni a fibra ottica il nord di Israele, Netanyahu ordina alle sue truppe di oltrepassare la yellow line e di spingersi di nuovo sopra il fiume Litani, bombardamenti nel sud del Libano e nella Valle della Bekaa, ordini di evacuazione per 19 villaggi, almeno 30 morti, tra cui due bambini. Ma, formalmente, il cessate il fuoco è ancora in vigore. E il negoziato di Washington tra Libano e Stato ebraico va avanti.

«Stiamo intensificando le operazioni di terra e rinforzando la zona cuscinetto in Libano per proteggere le nostre comunità del nord», annuncia a metà pomeriggio il premier israeliano dopo la riunione con i vertici della Difesa. «Lavoriamo a soluzioni innovative contro i droni esplosivi». Di questo si tratta, in sostanza.

Hezbollah sta usando un’arma che è stata sperimentata in Ucraina e che ha sorpreso le Israeli defense forces (Idf): piccoli quadricotteri pilotati non tramite segnali radio, reti cellulari o satellitari, ma grazie a sottili cavi in fibra ottica che eludono i sistemi di intercettazione elettromagnetica. Si definiscono Fpv (First person view) e sono telecomandati con visori digitali simili a quelli dei videogiochi. «Mediamente il cavo misura 15 chilometri, ma con i droni più grossi arrivano fino a 25», spiega il generale israeliano in pensione Giora Eiland, ex direttore del Consiglio nazionale di sicurezza. «Con questi, Hezbollah è riuscito a uccidere già 11 soldati».

Lo Stato maggiore israeliano si è fatto trovare impreparato, al punto — ha rivelato l’emittente pubblica Kan — di dover contattare i pescatori del Mar di Galilea per farsi dare reti da pesca con cui innalzare barriere di protezione per mezzi e posizioni. Evidentemente però non bastano. «Ancora oggi il 50 per cento dei droni Fpv raggiunge l’obiettivo», dice il generale Eiland.

È il motivo per cui le Idf ieri hanno ricevuto l’ordine di avanzare in direzione di Nabatiye, ordinandone l’evacuazione, e hanno varcato la linea gialla dietro cui si erano attestate dopo la tregua del 16 aprile scorso: demarca una zona di occupazione profonda una decina di chilometri in territorio libanese. La logica è la stessa della yellow line a Gaza, ma gli attori in campo sono diversi. A differenza di Hamas (che ieri ha subito un raid aereo a Gaza in cui potrebbe essere morto Mohammed Odeh, nominato comandante delle Brigate Qassam appena una settimana fa), la milizia sciita riesce ancora a colpire pesantemente.

Negli ultimi nove giorni, contestualmente allo stallo del negoziato tra Stati Uniti e Iran, Hezbollah ha intensificato gli attacchi, allargando il raggio di azione: prima si era concentrato sulle truppe Idf in Libano, ora sulle comunità israeliane oltre la frontiera. «Per mettere pressione sugli americani, l’Iran, come sempre, ha attivato i proxies», sostiene Sarit Zehavi, presidente di Alma, centro di analisi geopolitiche. «Le nostre forze armate vorrebbero riprendere l’offensiva su Beirut, dove Hezbollah ha i comandi, ma se questo accadesse l’Iran incolperebbe Israele per il collasso della trattativa con gli Stati Uniti». Non a caso, Trump al telefono ha ribadito a Netanyahu l’ok all’operazione di terra, ma non a bombardare la capitale libanese.


Israele pagherà il prezzo della “pace”?

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Ora non è più il caso di azzerare in poche ore (nuclearmente?) una civiltà millenaria, quella persiana. La volitiva politica americana del momento, in pochi giorni è passata dalla massima minaccia alla strategia della pazienza, che applicata a Trump sembra pura ironia. Da alcuni giorni viene ripetuto il mantra “gli Stati Uniti sanno aspettare”. Ma ogni attesa deve avere una fine oltre che un fine. Ora si contano i giorni, se non le ore, per l’annuncio dell’accordo Usa-Iran. Sbocco di un conflitto cominciato con tre protagonisti (gli aggressori Usa-Israele, e l’aggredita Persia islamizzata), ma che nel frattempo ha lasciato per strada lo Stato ebraico. Perché non v’è dubbio: per come si configura, anche nella sua versione meno morbida, l’intesa Washington-Teheran è vista come una sconfitta da Tel Aviv. “Il peggiore degli accordi possibili”, lo ha già qualificato pubblicamente “Bibi” Netanyahu, che si sente tradito da Trump.

Stavolta sarebbe inimmaginabile il doppiogiochismo israeliano del recente passato, quando Tel Aviv benediceva a parole i passi dell’amico-protettore, ma che poi, nella realtà, procedeva sulla sua strategia. Infatti, la tregua in Libano era fatta di pesanti bombardamenti di Tsahal sul massacrato Paese dei Cedri; il monito per cui mai Israele dovrebbe procedere all’annessione della Cisgiordania si è trasformato in continue aggressioni israeliane contro i villaggi palestinesi, impuniti e  senza precedenti per estensione e brutalità; mentre la gratuita violenza contro i sequestrati dell’ultima Flotilla ha mostrato o confermato, come scrive Gad Lerner, quanto Israele si sia “fascistizzato”. Sbocco quasi inevitabile se si pensa che oggi Israele è considerato modello da sostenere e difendere in funzione anti-islamica (e anti-sinistra) da tutte le ultra-destre europee, che fino a tempi recenti non avevano pudori a manifestare il loro anti-semitismo e il loro anti-americanismo.

Claudicanti, se non chiaramente sconfitti militarmente, gli Stati Uniti in qualche modo tradiscono l’obiettivo israeliano di un annientamento della dittatura degli ayatollah: da sostituirsi con un “regime change” che avrebbe dovuto modificare per sempre la teocrazia, sradicandone le combattive radici islamiche, per storia, teologia e interessi pratici da sempre in contraddizione con l’islam largamente maggioritario di matrice sunnita-saudita. Ambizione fallita, sempre che le bozze del memorandum d’intesa (comunque transitoria) circolati nelle ultime ore si confermassero. L’Iran sciita ne potrebbe uscire addirittura politicamente rafforzata. Sia per sostanza e capacità militare di intimorire le monarchie arabe della regione irrigidite militarmente; sia per aver raccolto internamente adesioni inaspettate da quella parte di opinione pubblica che riscopre l’orgoglio della lontana potenza persiana (“America come l’antica Roma”, proclamano i comunicati del regime).

Si vedrà se la presunta pazienza trumpiana (sempre fragilissima visti i cangianti umori del Capo della Casa Bianca), se l’apparente solida resilienza di ayatollah e nuovo esercito iraniano; se il guinzaglio stavolta tenuto stretto dalle mani trumpiane sul collo di Netanyahu a cui piacerebbe sbertucciare ogni accordo Usa-Iran, insomma se tutto questo basterà a produrre il “piccolo miracolo” che definire pace sarebbe decisamente troppo, ma che certificherebbe come nemmeno una superpotenza può imbarcarsi in una guerra con la certezza di vincerla.

Scritto per laRegione

Nell’immagine: bandiera libanese insanguinata


Degni compari

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 


Serve un limite all’Ai e tocca alla politica metterlo

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Di José Tolentino de Mendonça*, La Stampa

Nomen omen, il nome è un presagio, una sorta di indicazione stradale o di missione annunciata. Se possiamo dire che ciò vale per i nomi in generale, a maggior ragione quest’idea è vera in relazione al nome che un Papa sceglie, tanto più che lo fa in totale libertà. Il nome, inatteso, scelto da Papa Prevost ha suscitato perciò una grande curiosità che trova ora una risposta incisiva nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, presentata nel mese in cui si celebra il 135° anniversario dell’Enciclica Rerum Novarum. Se con la sua coraggiosa presa di posizione sulla questione operaia, Papa Leone XIII apriva la modernità «a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”» (MH, 3), Papa Leone XIV vuole oggi che quell’audacia di visione sulla realtà concreta non vada perduta, perché crede che essa sia parte integrante della vocazione della Chiesa. È questa la convinzione profonda che guida il programma pastorale del suo pontificato e trova nel suo nome una limpida chiave di lettura.

Leone non teme l’enormità del compito di interpretare i problemi del nostro tempo, fissando apertamente lo sguardo su uno scenario ambiguamente carico di speranze e paure. Né teme di apparire profeticamente in controtendenza, con un discorso che alcuni interessati contesteranno come «cupo o pessimista». In realtà, egli interpreta il presente non «come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva» (MH, 210). È questa combinazione profetica di coraggio spirituale e intelligenza storica che, va detto, fanno di questa enciclica uno dei testi più importanti del XXI secolo, un manifesto umanista che mette a fuoco la domanda epocale su cui siamo oggi chiamati a decidere il futuro stesso dell’umanità: che «cosa voglia dire custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Nella passività generalizzata di opinioni pubbliche disinformate e indifferenti e nel ritardo di governanti in affanno di discernimento, la voce della chiesa si leva, attraverso l’enciclica, al servizio di tutta l’umanità, testimone disarmato e disarmante ma potente del dovere di non subordinare l’essere umano alla potenza della macchina: il dovere inderogabile di rimanere umani.

Il pericolo è che i vantaggi economici del formidabile progresso tecnologico in atto rendano ciechi nei confronti dei rischi di un suo decorso privo di regole: non possiamo ignorare, mette in guardia il Papa, che in questa quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo con la transizione digitale, la dignità umana sia esposta ad una minaccia radicale.Le potenzialità di questo nuovo strumento sono tante, ma altrettanti sono i pericoli. Per questo, sin dalla prima frase dell’enciclica si afferma che ci troviamo confrontati con «una scelta decisiva» (e la parola «scelta» ricorre undici volte nel testo).

Scelta tra il sistema della meritocrazia (che il Papa definisce un’ideologia particolarmente insidiosa, perché sostituisce l’ontologia con l’efficacia della prestazione) e il riconoscimento della dignità inalienabile della persona umana; scelta tra la concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochi (aziende e piattaforme tecnologiche…) e la destinazione universale dei beni; scelta tra il duplice errore di demonizzare o idolatrare gli strumenti da un lato e la strategia pubblica di governarli con criteri trasparenti e democratici dall’altro; scelta tra l’accelerazione del paradigma tecnocratico puro e duro e l’impegno per lo sviluppo umano integrale. Investire semplicemente la tecnologia di un potere messianico (l’enciclica parla del rischio di una «divinizzazione») significa pretendere surrettiziamente che essa possa sostituire o trascendere l’umano.

La tecnologia non è neutra, perché assume la posizione ideologica e gli interessi di chi la concepisce, la finanzia, la possiede, la regola o la utilizza. In quanto tale, «non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito» (MH, 206).

Si comprende, quindi, come l’approccio metodologico della Magnifica Humanitas sia promuovere una riflessione di natura culturale, analizzando ad esempio alcuni dei dispositivi teorici che fungono da bandiera per i centri di potere tecnologico e colonizzano gli immaginari espressi sui social network e nei media. Il messaggio veicolato da quest’ideologia tecnologica è un’allucinazione del futuro, in cui si vendono sempre più i vantaggi dell’indiscriminato potenziamento meccanico dell’uomo e della sua ibridazione con l’automazione e si confeziona un’idea contraffatta di progresso come superamento dell’umano. È un insidioso humus ideologico che trova crescente espressione e nelle diverse correnti del transumanesimo e del postumanesimo.

Di fronte a questo scenario distopico, una delle proposte forti del Papa è quella di sottolineare il ruolo chiave dell’educazione, poiché al momento ci troviamo impreparati a governare la svolta storica che stiamo vivendo.L’educazione è davvero centrale, perché se non ci educhiamo come esseri umani, liberi, consapevoli e responsabili, la macchina finirà presto per educarci come utenti e manipolarci come algoritmi, senza che ce ne rendiamo conto. È urgente, quindi, un’educazione alla convivenza responsabile con il digitale, senza temere di introdurre misure regolative di sobrietà, protezione e limitazione. La difesa dell’umano nell’era digitale è una questione pubblica, poiché l’Intelligenza Artificiale può essere un’alleata o un acceleratore di catastrofi sociali. Sta alle società e a ciascuno di noi fare la propria parte.

Papa Leone XIV fa appello alla coscienza globale. Ed è essenziale il modo in cui lo fa. Contrariamente agli autoritarismi esasperati di tante leadership contemporanee, con il suo stile umile e fermo, Leone ci offre un documento epocale che non procede per diktat e ultimatum ma fornisce strumenti di riflessione e decisione autonoma e creativa: una piattaforma spirituale e culturale per cominciare a lavorare seriamente tutti insieme sul nostro comune futuro.

*José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicasteroper la Cultura e l’Educazione


Gli integralisti di Silicon Valley «oltre i limiti dell’evoluzione»

Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare” 

Di Luca Celada, il manifesto

Da qualche giorno Garden Grove, un sobborgo di Los Angeles non lontano da Disneyland, è nella morsa di una catastrofe al rallentatore. Una falla in un gigantesco serbatoio industriale contenente metacrilato di metile ha provocato una reazione chimica.

Un inesorabile progressivo riscaldamento minaccia di fare esplodere il silos. Le autorità hanno evacuato 50mila abitanti dai quartieri circostanti mentre pompieri e scienziati tentano di scongiurare il peggio. Nel frattempo, è trapelato che la società responsabile, la Gkn Aerospace, è fornitrice di materiali alla Anduril per velivoli autonomi abilitati all’IA, eufemismo per i droni assassini. Come la Palantir di Peter Thiel, la Anduril ha scelto un nome legato al Signore degli Anelli – la spada del «giusto» re Aragorn. Ma al momento la spada con cui è associata è soprattutto quella damoclea che ha appeso sulla città a rischio catastrofe ambientale.

La paradossale situazione che ha costretto tante persone ad evacuare le proprie case sembra una significativa metafora per i pericoli dell’incipiente complesso silicon-industriale, specie per quanto riguarda le applicazioni militari della intelligenza artificiale cui Papa Leone ha rivolto particolare preoccupazione nella sua Magnifica humanitas.

IL PONTEFICE AMERICANO avrà sicuramente avuto in mente i killer robot Anduril quando ha esortato industriali e governanti a «disarmare» l’intelligenza artificiale, sottolineando che «nessun algoritmo può rendere la guerra moralmente accettabile». È una materia in cui il Ceo dell’azienda californiana, Palmer Luckey, di contro rappresenta l’antipode. Con la sua camicia hawaiiana d’ordinanza, bermuda e infradito con cui usa condurre riunioni ed interviste, il manager è sintesi dell’etos della Silicon Valley neo reazionaria che abbina estetica surfista, suprematismo capitalista ed una inquietante assenza di scrupoli.

Come molti suoi colleghi, Luckey afferma invece che sia assolutamente prioritario per gli Usa «vincere la corsa all’IA» contro i propri avversari, compreso delegare «decisioni letali» agli algoritmi che guidano i suoi velivoli. Secondo Luckey «non vi è superiorità morale nell’utilizzare tecnologia inferiore». Il Luckey-pensiero sembra sintetizzare sia il rischio di uno sviluppo «amorale» che il concetto di guerra come paradigma inevitabile e pervasivo.

Degno collega di Luckey e massimo ideologo del tech come espressione di supremazia occidentale è Alex Karp, Ceo di Palantir, l’azienda di sorveglianza totale che dai primi appalti per dipartimenti di polizia e reparti dell’esercito è passato in pochi anni a sistemi di gestione militare in teatri come Ucraina e Gaza (dove ha assistito l’Idf nell’individuare obbiettivi) alla fornitura di sistemi di sorveglianza all’intero apparato di sicurezza nazionale impegnato nella «grande deportazione» – il cosiddetto «sistema operativo integrato dello stato». Ad oggi il valore complessivo degli appalti governativi per l’azienda fondata da Peter Thiel supera i 3 miliardi di dollari, mentre i suoi sistemi di analisi di dati mediante IA stanno rapidamente diventando insostituibili.

Oltre che fonte di utili per, Karp la guerra è business model e articolo di fede del comparto tecnologico. «Sembra che una guerra su larga scala tra alcune delle grandi potenze mondiali sia solo una questione di tempo», ha dichiarato. «Palantir sarà una di quelle aziende in prima linea nella difesa della civiltà occidentale. Non possiamo permettere la parità. I nostri avversari non hanno i nostri scrupoli morali. Se siamo alla pari, approfitteranno della nostra gentilezza, della nostra bontà». Quella contro «l’errore dell’empatia» è una crociata principale della fazione reazionaria del tech e quella che ha, ad esempio, messo JD Vance (il vicepresidente finanziato da Thiel) in rotta di collisione con il Vaticano di Leone.

PER ZELO IDEOLOGICO gli integralisti di Silicon Valley non si distinguono molto dalle sette messianiche che sono l’altra colonna portante della Trump coalition. Ovviamente il loro fanatismo è rafforzato per alcuni da un evidente interesse economico, ma anche prendendolo in considerazione è sorprendente la rapidità della conversione conservatrice della Valley. Ancora nel 2020 la maggior parte dell’industria sosteneva il partito democratico – solo quattro brevi anni prima della processione di tutti i maggiorenti digitali all’insediamento di Trump. Se per alcuni – Bezos, Zuckerberg, Pichai – si può pensare ad un patto faustiano di puro interesse, per altri, come Andreesen e Musk, il sodalizio sembra davvero ideologico o, nel caso soprattutto di Thiel, appassionato di anticristo ed escatologia, teologico.

Le idee suprematiste ed antidemocratiche del fondatore di Palantir vanno oltre la nota citazione sull’«incompatibilità della libertà con la democrazia», per delineare una dottrina che sembra abbinare progresso tecnologico, antimodernità e bizzarre nozioni transumaniste (o «postumanesimo» per citare nuovamente i moniti della Magnifica humanitas). E proprio mentre il Vaticano scendeva in campo con il suo monito, Thiel spingeva ancora l’acceleratore con un progetto che sembrava pensato per dar vita e corpo al monito di Leone sui pericoli di una scienza amorale. A Las Vegas domenica sono andati in scena i primi Enhanced Games, una specie di olimpiade gladiatoriale in cui una quarantina di atleti sono stati pagati profumatamente per competere dopo aver assunto per mesi un cocktail di sostanze dopanti – testosterone, anabolizzanti e stimolanti. Lo slogan dell’evento, pensato per dimostrare il «pieno potenziale umano» e «superare i limiti dell’evoluzione» era «il progresso non ha bisogno di permesso».

Nell’immagine: Robot