Spese militari, Meloni spegne i mugugni dei suoi

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Persino nella giornata in cui scorrono in tivù le immagini, incommentabili, degli attivisti della Flotilla fermati e umiliati, al di fuori di ogni regola internazionale, dagli sgherri del criminale di guerra Benjamin Netanyahu, il Governo italiano si limita a pigolare qualche timida protesta e a convocare l’ambasciatore israeliano a Roma. Nulla di più. Nessun vero cambio di passo, nessuna sanzione contro Israele, come da tempo chiedono le opposizioni. Solo il consueto esercizio di equilibrismo: indignarsi sottovoce, purché nessuno a Tel Aviv o a Washington si irriti troppo.

Del resto, che dire di fronte alle indecenti affermazioni di Ignazio Benito La Russa, presidente del Senato e dunque seconda carica dello Stato: «Quelle della Global Sumud Flotilla sono manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico; se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare».

Parole e atteggiamenti inaccettabili, che restituiscono l’immagine di un esecutivo in stato confusionale, al limite della deriva, assediato da mille problemi politici sempre più evidenti dopo la sconfitta referendaria di marzo.

La confusione emerge anche da un episodio solo apparentemente marginale, accaduto il 19 maggio al Senato. Per qualche ora, la maggioranza di centrodestra ha assaporato l’ebbrezza della ribellione contro il governo: mettere nero su bianco che destinare il 5 per cento del PIL alle spese militari, come perentoriamente richiesto dalla NATO e dall’amico Donald, non è esattamente una passeggiata salutare. Unico vero disobbediente, come si ricorderà, è stato il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha rifiutato di piegarsi al diktat di Trump, guadagnando consenso interno e credibilità internazionale.

Il contesto al Senato era una mozione sui riflessi economici legati alla sicurezza energetica: tema già abbastanza elastico da contenere gas, bollette, infrastrutture, Ucraina, Medio Oriente, Nato, Stati Uniti. Nella prima stesura del testo firmato dai capigruppo della maggioranza, al punto 8, compariva un passaggio molto chiaro. Il governo veniva invitato a mantenere un impegno “realistico e credibile” in ambito NATO, confermando il raggiungimento del precedente obiettivo del 2 per cento del PIL per la difesa, ma proponendo una revisione dei target più ambiziosi già approvati, a partire dal 5 per cento, alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali. Tradotto: cari alleati, armi sì, ma possibilmente senza trasformare il bilancio dello Stato in una fabbrica di missili.

Poi è accaduto l’inevitabile: qualcuno – presidente del Consiglio e ministro della Difesa – ha letto il testo in tempo reale. E nel nuovo documento distribuito in Aula qualche ora dopo il punto 8 non c’era più. Sparito. Depennato. Sbianchettato con la rapidità con cui, nei palazzi romani, si cancellano le frasi vere quando diventano politicamente scomode.

Il nuovo obiettivo NATO, come si ricorderà, prevede di arrivare entro il 2035 al 5 per cento del PIL: 3,5 per cento per la difesa in senso stretto, cioè forze armate e armamenti, più un altro 1,5 per cento per misure più ampie legate alla sicurezza, come cybersicurezza, infrastrutture critiche, reti energetiche e mobilità militare. Meloni aveva spiegato che il traguardo sarebbe sostenibile grazie alla flessibilità del percorso e aveva assicurato che “non un euro” verrebbe sottratto ad altre priorità. Formula da prestigiatore: aumentare enormemente una voce di spesa, per circa 70 miliardi di euro in dieci anni, senza togliere nulla a tutto il resto.

Il punto 8 diceva, sia pure sommessamente, ciò che molti pensano: raggiungere il 5 per cento è una scelta irresponsabile e impossibile da sostenere. Significa decidere quale idea di Paese finanziare. Carri armati o ospedali? Fregate o scuole e ricerca? Cyberdifesa o contratti di lavoro dignitosi? Certo, l’Europa vive in un mondo instabile, carico di rischi e minacce reali. Washington chiede agli alleati europei di pagare di più, e Trump ha trasformato quella richiesta da semplice sollecitazione in una bolletta geopolitica con scadenza non rinviabile.

Le ragioni di chi, nella maggioranza, ha provato a frenare erano dunque tutt’altro che lunari: sostenibilità dei conti, priorità nazionali, rischio di sacrificare altre spese essenziali. Il ragionamento era semplice: non possiamo presentarci agli elettori dicendo che non ci sono soldi per la sanità, per i trasporti, per l’istruzione, mentre troviamo miliardi per arrivare alla quota NATO da scolari diligenti davanti al bullo americano che detta legge.

Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega, ha provato a derubricare il caso: non era il momento di discutere un tema così delicato mentre si parlava di energia; esistono sensibilità diverse; Crosetto è per la difesa, Giorgetti predica prudenza sui conti, Meloni gioca una partita importante in Europa. Una spiegazione perfetta, perché contiene tutto il caos ordinato del governo: il ministro della Difesa vuole più difesa, il ministro dell’Economia vuole non far saltare i conti, la premier vuole non scontentare né Trump, né gli elettori, né gli alleati, né se stessa.

Il rifiuto di Meloni e Crosetto di aprire davvero a una revisione dice però molto. Per la presidente del Consiglio, tornare indietro sul 5 per cento significherebbe indebolire la credibilità costruita nei vertici internazionali, soprattutto con l’amministrazione Trump e dentro la NATO. Per Crosetto, vorrebbe dire colpire il cuore della linea difensiva del governo: l’Italia deve aumentare la spesa militare, modernizzare apparati, industria, capacità operative, e non può apparire come l’alleato che firma a L’Aja e poi chiede lo sconto appena rientra a Roma. Visto da Palazzo Chigi e dal ministero della Difesa, il punto 8 non era una riflessione prudente, ma una mina sotto il tavolo.

Così la maggioranza ha corretto la maggioranza. Un atto di disciplina interna travestito da riformulazione tecnica. Il testo è stato ripulito, il governo ha evitato di auto-smentirsi e le opposizioni hanno avuto gioco facile nel denunciare la giravolta, sottolineando le divisioni interne e la contraddizione tra propaganda sovranista e obbedienza atlantica.

Alla fine resta questo: il 5 per cento del PIL per difesa e sicurezza è ancora lì. Meloni e Crosetto non vogliono arretrare da questa follia che manderebbe l’Italia a carte e quarantotto. Per ora ha vinto la linea dell’impegno internazionale, con tanto di trombe e trombettieri, nella politica come nell’informazione. Ma il punto 8 cancellato dalla mozione non è affatto morto. È stato soltanto sepolto in fretta sotto il tappeto rosso dell’affidabilità atlantica. Il problema, però, tornerà presto a galla. E la domanda resta la più semplice: dove trovare quella montagna di soldi?


Anna Foa: «Dalle parole si passi ai fatti: il boicottaggio di Israele»

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Di Roberto Della Seta, il manifesto

«Il trattamento riservato agli attivisti rapiti da Israele in acque internazionali, il video girato e diffuso da Ben Gvir che li calpesta e dileggia, mi mettono i brividi nella schiena. Ma rappresentano solo un piccolo esempio di quanto capita tutti i giorni a migliaia di palestinesi nelle carceri israeliane. Ho apprezzato le reazioni indignate di tanti nel mondo, ho apprezzato particolarmente le parole di Mattarella. Ora mi auguro che dalle parole di condanna si passi ai fatti: e i fatti devono essere il boicottaggio economico di Israele».

Sulla conversazione con Anna Foa, pensata per raccontare il suo rapporto ricco e complicato con l’essere ebrea, è piombato come una bomba lo spettacolo raccapricciante del fascista Ben Gvir che tortura in diretta video centinaia di persone disarmate catturate illegalmente dallo Stato israeliano.

Ma il filo delle parole autobiografiche di Foa non è così lontano dalla tragica attualità di questi anni. Comincia ricordando: «Se venivano amici miei a casa, anche nei primi anni del liceo, mio padre chiedeva sempre: è ebreo? E io non capivo: perché domanda se è ebreo?». «Mio padre» era Vittorio Foa, ebreo non credente, la madre di Anna era Lisa Giua, non ebrea.

«Io nasco non ebrea da un punto di vista rabbinico, però mia madre non era cattolica perché era figlia di vecchi socialisti che non l’hanno neanche battezzata, dunque non ho mai avuto influenze familiari cattoliche. Mi sono sempre sentita ebrea, da piccola ho passato molto tempo con i nonni Foa. Mia nonna mi faceva mettere di profilo e mi diceva: i nazisti con questo naso ti avrebbero mandato subito a Auschwitz. Era una nonna sarcastica. A sei anni ci siamo trasferiti da Torino a Roma, per me è stato un cambiamento molto forte. Nel mio ambiente familiare torinese si parlava tutti i giorni di resistenza, di ebrei antifascisti, a Roma erano temi sconosciuti. Per me essere ebrea voleva dire stare dentro un’ottica di memoria soprattutto antifascista: le leggi razziali, i miei zii scappati in America».

Anche tuo padre si sentiva ebreo?

Aveva un legame molto complicato con l’ebraismo. Nipote di rabbino, figlio di una donna sostanzialmente atea e pure lui non credente, fratello di un’altra che animava un gruppo di giovani ebrei torinesi religiosi ma anticonformisti. Era decisamente critico su Israele, non ci andò mai fino a quando venne a trovare me che ci vivevo. Venne con la sua seconda moglie Sesa Tatò e la figlia di Sesa, Daniela, mentre loro se ne andavano in giro mio padre mi chiese di accompagnarlo al muro del pianto: lì si è commosso. Vittorio era decisamente un ebreo diasporico, non è mai stato sionista.

Tu a un certo punto hai “scoperto” Israele.

Ho cominciato ad andarci perché avevo un compagno israeliano e a metà degli anni ’80 mi sono convertita. Facevo la spola tra Italia e Israele, lì passavo tutto il tempo in biblioteca: la mia adesione completa all’ebraismo è passata dalla storia, dal mio mestiere. Nei primi tempi in Israele abitavo a Gerusalemme in una casa vicino ai quartieri arabi. Mi accorsi allora di andare d’accordo solo con gli ebrei israeliani non religiosi, quelli religiosi mi sembravano appartenere a un mondo del tutto estraneo al mio. Del resto la mia è stata una conversione non nata da motivazioni religiose, ma dettata da un desiderio di identità e anche dal bisogno di sentirmi dentro una dimensione fatta di regole con cui misurarmi. Ricordo che una volta ne parlai con Natalia Ginzburg sotto l’ombrellone su una spiaggia a Sperlonga. Era molto curiosa, mi chiese «tu allora credi in Dio?». Risposi «no, perché dovrei credere in Dio? Nessuno mi ha chiesto se credo in Dio». E anche da ebrea convertita che passava tanto tempo in Israele non ho mai spesso di considerarmi un’ebrea della diaspora. L’ebraismo della diaspora pensa il mondo in modo abissalmente distante da quello degli ebrei d’Israele, il dramma è che la diaspora è finita con la Shoah, ha perso non solo sei milioni di esseri umani ma cultura, prospettiva politica, nella sua larga maggioranza si è identificata con Israele. E se Israele come motore dell’ebraismo crolla, è facile che tu ebreo diasporico ti aggrappi al crollo, perché non hai più niente a cui aggrapparti fuori.

Come hai vissuto il 7 ottobre e quanto successo dopo?

Il 7 ottobre è stato un grande trauma anche per me, ma poi subito ho vissuto come un trauma altrettanto grande quello che Israele faceva a Gaza. Non ho mai creduto che la reazione di Israele fosse giustificata, e lì ho cominciato a pensare di scrivere questo libro, Il suicidio di Israele, un libro su Israele per la prima volta in vita mia. Ho riflettuto a lungo sulla storia del sionismo, il mio giudizio si è «radicalizzato». È evidente che c’è stato anche un movimento sionista democratico, per esempio con Brit Shalom che sognava un mondo straordinario, una specie di paradiso in terra. Però poi se ti fermi un attimo sul ‘48 resti sconvolto dai modi della Nakba, dell’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, sconvolto dal fatto che gli arabi espulsi non sono mai potuti tornare, sconvolto dalle case rubate e con ancora il cibo sulla tavola. Dopodiché io credo che i palestinesi come gli ebrei dovrebbero smettere di guardare indietro, alla Nakba come alla Shoah: dovrebbero guardare avanti, dovrebbero rinunciare a un eccesso di vittimismo.

Tra i paradossi su cui si fonda Israele c’è che mio figlio che ha un quarto di sangue ebraico ha il diritto costituzionale di diventare cittadino e uno che nasce e cresce lì ma non ha una goccia di sangue ebraico no. È razzismo?

È razzismo, ed è razzismo da subito. Basti pensare alle leggi militari imposte ai «cittadini palestinesi» – gli arabo-israeliani, ma li chiamavano così per sottolineare che erano “altro”- fino al 1966. Da subito lo Stato di Israele ha coltivato l’idea che “gli altri”, i palestinesi, siano irrimediabilmente nemici. Non si consente al figlio di venire a salutare la madre morente, e così si costruisce un muro incrollabile di odio. Fatico a dire che il sionismo è tutto coloniale, forse bisogna metterci dentro qualche diversa impronta, però difficilmente poteva andare in un’altra direzione.

Davvero non poteva andare diversamente?

Occasioni ce ne sono state: ci sono state nel ’67 se Israele avesse deciso di non prolungare l’occupazione della Cisgiordania, ci sono state nel ’48 e anche prima. Sicuramente però il disastro del «suicidio di Israele» ha radici lontane. Oggi la possibilità di un «altro sionismo» mi sembra morta, forse è morta definitivamente con l’omicidio di Rabin. Restano in Israele, e vanno sostenute con tutte le forze, persone che credono ancora nella possibilità di vivere insieme e con pari diritti ebrei e palestinesi: i gruppi di ebrei per esempio che si organizzano per proteggere i palestinesi dai coloni in Cisgiordania. Poi però c’è il grosso della società israeliana che non sembra capace di reagire.

Temi un’ondata di antisemitismo in Europa?

Di sicuro c’è una marea montante e crescerà ancora se Israele continuerà le sue aggressioni. Una via decisiva per contrastare questa minaccia è sottolineare di più il rapporto fra razzismo e antisemitismo. Vengono spesso raccontati come problemi separati, questo consente alla destra che è razzista di ergersi a campione della lotta all’antisemitismo e poi alimenta un suprematismo ebraico vittimista per cui colpire un ebreo è più grave che colpire un nero per razzismo. Così si conferma l’idea degli ebrei privilegiati, una radice dell’antisemitismo.

Nell’immagine: Nablus, l’arresto di un palestinese nel campo profughi di Balata durante un rastrellamento dell’esercito israeliano


Per salvare Israele va accettata la realtà

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Di Gad Lerner, il manifesto

La società israeliana è malata nel profondo. Magari bastasse sanzionare il ministro Ben-Gvir, divenuto indispensabile al premier più longevo della storia di un paese intriso di violenza, dal quale sempre più numerosi emigrano quelli che possono e al quale iniziano a voltar le spalle perfino le destre nazionaliste che ne ammiravano la brutalità.

Non era un destino segnato, ma sta accadendo.

Per quanto sia doloroso ammetterlo, la trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni. Lo cogli nello scherno diffuso per gli aravim (pochi chiamano i palestinesi col loro nome); nella tracotanza dei coloni che ormai inquina l’operato dei giovani militari; nello sfoggio impunito della crudeltà vissuta come manifestazione di potenza, nel disprezzo misogino per l’Europa femmina sottomessa; nel gusto di offendere le religioni altrui.

Sono comportamenti di una minoranza soltanto degli israeliani? È vero. Quasi certamente il prossimo settembre si svolgeranno elezioni democratiche che potrebbero spedire a casa Netanyahu? È vero. Sono falliti i tentativi di minare per legge le funzioni di garanzia della Corte suprema? È vero. Ma la dissennatezza con cui il governo ha concepito una sequenza di guerre senza fine nel tentativo di saziare il bisogno di sicurezza degli israeliani angosciati dalla minaccia esistenziale del 7 ottobre lascia presagire quel che i regimi fascisti hanno sempre fatto quando restano isolati e sfiduciati: rivolgere le armi contro il nemico interno. Una guerra civile scatenata dai coloni e dalle milizie di Ben-Gvir non sarebbe eventualità remota allorquando una nuova leadership israeliana – a ciò costretta da Usa e Ue – decretasse concessioni territoriali in favore di un nascituro Stato palestinese.

Se e come la fascistizzazione sia reversibile è dunque l’interrogativo del momento. Di fronte al quale non possiamo rimanere solo spettatori. Sono necessarie pressioni efficaci dall’esterno – stop a rifornimenti militari e accordi commerciali – da parte dei governi alleati la cui benevolenza ha indotto fin qui Israele a concepire un progetto di egemonia regionale al tempo stesso delinquenziale e irrealizzabile. Ma è dentro al mondo ebraico che si gioca la partita determinante sul futuro di uno Stato che – persistendo nell’espansionismo suprematista e nella persecuzione dei palestinesi – altra scelta non avrebbe che trasformarsi definitivamente in regime autoritario. Mi ha colpito verificare, durante una visita recente, quanto sia diffuso anche fra gli oppositori di Netanyahu (che sono la maggioranza) e fra gli illuminati cercatori di pace con i palestinesi (che oggi sono una minoranza) l’istinto di negazione dei crimini perpetrati dalle forze armate israeliane. Assumere consapevolezza di quanto Israele sia caduto in basso significherebbe veder crollare l’idea che ti eri fatto del luogo a te più caro, spesso l’approdo cui la tua famiglia era giunta dopo immani sofferenze. Dal quale andarsene per molti è impossibile e, per chi può, equivale comunque a un fallimento.

Per quanto faticoso, il superamento dell’istinto di negazione della realtà è indispensabile a rafforzare le difese immunitarie, di fronte al degrado di civiltà. Non è un problema nuovo quello del fascismo e del fanatismo in Israele. Nuovo semmai è il pericolo di risultare sprovvisti di anticorpi. Già nel 1934, appena fuggito a Tel Aviv dalla Germania nazista, lo psicanalista Erich Neumann scriveva a Gustav Jung: «Tutto spinge verso il fascismo, indipendentemente dal punto di partenza. Gli ebrei si stanno amalgamando in una società orribile». Ma lo stesso Neumann fornì poi un apporto culturale prezioso all’edificazione di una società aperta. Il 7 giugno 1967, quando il primo reparto israeliano si aprì un varco nella Città vecchia di Gerusalemme, Shlomo Goren, rabbino capo dell’Idf, lanciò l’idea di demolire le moschee edificate sulla spianata in cui sorgeva l’antico Tempio: «Così ci libereremo del problema una volta per tutte», spiegò. Ma fu minacciato di arresto immediato, se avesse osato divulgare il suo folle proposito. Quella dotazione di laicità rischia di essere venuta meno nell’Israele i cui governanti idolatrano la santità della terra conquistata.

Nell’immagine: festeggiamenti per il Jerusalem Day, davanti il Muro del Pianto

 


Putin e l’eredità di Norimberga

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Di Marco Mondini, La Repubblica

Qualcuno l’ha già chiamata «la Norimberga di Putin». Ma è una definizione riduttiva. E ottimistica al tempo stesso. Ottimistica perché la decisione del Consiglio d’Europa di istituire un Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina difficilmente troverà un’applicazione concreta, almeno nel prossimo futuro.

Nel 1943 la decisione di processare i capi della Germania nazista per i loro crimini in quello che sarebbe poi stato il tribunale militare internazionale di Norimberga venne assunta da una coalizione composta dalle principali potenze militari globali.

Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e i loro alleati minori litigavano su tutto, avevano visioni del mondo anche molto diverse e non di rado i loro leader erano già persuasi che si sarebbero trovati prima o poi su fronti contrapposti. Ma all’epoca erano uniti da due solide convinzioni.

La prima, che qualsiasi disaccordo dovesse passare in secondo piano rispetto all’urgenza di schiacciare l’impero totalitario di Hitler e dei suoi servitori (Mussolini compreso). La seconda, che insieme avevano non solo la possibilità, ma la ragionevole certezza di poterlo fare.

Quando Roosevelt, Churchill e Stalin si riunirono a Teheran, alla fine di quell’anno, la sconfitta del Terzo Reich era già un obiettivo a portata di mano. L’Asse aveva perso il Nord Africa, l’Italia si era arresa, la Wehrmacht era stata sconfitta nella battaglia di Kursk. Era solo una questione di tempo prima che le truppe statunitensi e britanniche, francesi e russe mettessero le mani sui vertici dello Stato tedesco e del partito nazista. Almeno, quelli che non si erano già suicidati.

I ministri degli esteri europei che il 15 maggio, a Chisinau, hanno deciso di sfidare con l’arma del diritto internazionale la logica brutale del neoimperialismo russo e di mettere sotto processo l’invasione dell’Ucraina del 2022, sanno invece che la forza non è dalla loro parte.

I paesi del Consiglio che hanno voluto la creazione del nuovo Tribunale, dalla piccola Andorra al Regno Unito, e l’Unione Europea che lo sostiene, non potranno marciare domani su Mosca per catturare Vladimir Vladimirovich e i suoi consiglieri, e trascinarli in un’aula giudiziaria per rispondere delle proprie colpe.

Non fosse altro perché l’arsenale di quello che una volta era l’Occidente liberale e democratico è oggi in mano a un autocrate in potenza di nome Donald Trump, che ha ben poco interesse nel promuovere l’operato di una corte davanti alla quale potrebbe prima o poi finire. Come imputato.

Eppure, come ha detto Alain Berset, che del Consiglio d’Europa è il segretario generale, la decisione di istituire il Tribunale speciale «rappresenta comunque giustizia e speranza». La speranza, prima di tutto, di riaffermare la validità dei cosiddetti principi di Norimberga.

Ottant’anni fa Robert Jackson e gli altri accusatori dei gerarchi nazisti alla sbarra affermarono che l’arbitrio del potente non poteva essere più accettato come norma delle relazioni internazionali. Che il «delitto contro la pace» doveva divenire il pilastro di una nuova giustizia. E che aver intrapreso guerre di aggressione sarebbe stato considerato da quel momento in avanti un «crimine supremo che contiene in sé il male accumulato di tutti gli altri crimini», e chi lo aveva commesso andava punito.

Nel 1950 le Nazioni Unite avrebbero fatto propri questi principi e trasformati nella fondazione giuridica ed etica di un nuovo ordine globale. Poi sono arrivati i nostri anni e di quel sogno di ordine e giustizia è rimasto poco.

I nuovi tiranni non si sono limitati a ignorarlo per lanciare le proprie campagne imperiali, dalla Georgia al Donbass, passando per Gaza. Lo hanno deriso così tanto da generare l’opinione che crederci sia, più che inutile, ridicolo.

Per questo parlare di un tribunale «per Putin» è riduttivo. Perché il problema non è solo giudicare e punire il presidente della Federazione russa per i crimini di guerra compiuti nell’Ucraina occupata, e per i quali è già ricercato dalla Corte penale internazionale. Il problema è stabilire che l’eredità di Norimberga non è morta. Che qualcuno ha ancora il coraggio di battersi per un mondo retto dal diritto, e non solo dalla forza bruta.


Kiev: «Centinaia di russi uccisi» Mosca sfoggia i missili atomici

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Di Sabato Angieri, il manifesto

La notizia, se confermata, sarebbe di quelle che diventano pietre miliari nelle cronache di una guerra. «Le forze speciali ucraine hanno colpito il quartier generale dell’Fsb russo nel villaggio di Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson, provocando circa un centinaio fra vittime e feriti», ha scritto nel primo pomeriggio di ieri Volodymyr Zelensky. Si tratterebbe dell’attacco singolo più devastante subito dai militari di Mosca dall’inizio della guerra. Il problema è, appunto, come confermare.

«COMBATTENTI del Centro operazioni speciali ‘A’ delle Ssu (forze speciali dei servizi segreti militari, ndr)» spiega Zelensky, «hanno distrutto un sistema missilistico terra-aria Pantsir-S1», ovvero un dispositivo da 20 milioni di dollari, oltre al centro di comando dell’Fsb (intelligence russa). «I russi devono sentire che devono porre fine a questa loro guerra. Le sanzioni a medio e lungo termine dell’Ucraina continueranno a funzionare». A corroborare questo messaggio esplosivo il leader ucraino allega un video che mostra sia la zona dell’attacco – costa orientale del Kherson, poco a nord della Crimea – sia il bersaglio, con una rilevazione satellitare e l’esplosione finale. Alcuni analisti confermano che le coordinate e le immagini degli edifici colpiti coincidono con quelle mostrate nel video. Si tratta di una struttura alberghiera situata sulla costa e formata da diversi edifici.

Gli ucraini ritengono che parte di quei palazzi fossero diventati il centro di comando per le azioni della polizia segreta russa nell’area. Se (e perché) vi si trovassero così tanti individui come sostiene Zelensky è tutto da stabilire. Al momento in cui questo articolo è andato in stampa da Mosca non era ancora arrivato nessun commento sull’accaduto e anzi, l’attenzione del Cremlino e delle agenzie di stampa russe era tutta rivolta alle esercitazioni nucleari in corso, definite «le più massicce degli ultimi anni».

VLADIMIR PUTIN e il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, le cui forze armete hanno partecipato alle manovre, hanno assistito in videoconferenza ai lanci di diversi vettori, considerati il fiore all’occhiello dell’ingegneria militare russa contemporanea. Come scrive l’agenzia Interfax: «un missile intercontinentale balistico Yars è stato lanciato dal cosmodromo di Plesetsk sul poligono di Kura, in Kamchatka. Dal Mare di Barents un sommergibile nucleare strategico ha lanciato un missile intercontinentale Sineva e una fregata della marina militare ha lanciato un vettore ipersonico Zircon con obiettivo il poligono di Chizha. Infine, un jet Mig-31 ha lanciato un missile ipersonico Kinzhal». All’elenco non manca nesusno degli spauracchi evocati dai falchi russi negli ultimi mesi.

LE FORZE BIELORUSSE si sono limitate a un «missile balistico con il sistema Iskander-M dal sito di Kapustin Yar». Alle esercitazioni hanno preso parte «circa 65.000 militari, 200 lanciatori e 8 sottomarini strategici». Inoltre, secondo Lukashenko, Minsk si sta preparando «completamente» a una guerra, «e se ci sarà o meno non dipende da noi, non abbiamo intenzione di combattere con nessuno se nessuno ci tocca».

Immediata la risposta di Kiev: «la leadership bielorussa stia attenta, ci saranno conseguenze in caso di azioni aggressive contro l’Ucraina e il nostro popolo». Prescindendo dalla postura aggressiva del boiardo di Putin a Minsk, l’avvertimento che i russi stanno lanciando con queste manovre militari è chiaro. Sebbene, come dichiarato dal Cremlino, non intendono «lasciarsi coinvolgere in una corsa agli armamenti», questo dispiegamento di mezzi e missili vuole dimostrare che la Russia è pronta a qualsiasi scenario e non è debole come ormai azzardano molti in Occidente.

IN MANIERA speculare, l’annuncio di Zelensky di ieri è un duplice monito. Per i nemici: possiamo colpirvi dovunque, non solo sulle raffinerie a migliaia di chilometri dalla frontiera (come a Syrzan la scorsa notte), ma anche nei centri di comando sul campo teoricamente protetti dalla massima segretezza e dalla contraerea. Per gli alleati: non è vero – come sostiene la controparte – che ormai abbiamo perso e sul campo stiamo semplicemente arginando l’inevitabile avanzata russa. Kiev vuole dimostrare nei fatti ciò che Zelensky ripete da mesi in ogni riunione internazionale: «con armi e fondi possiamo fermare la Russia». O, perlomeno, strappare un accordo che non sia una resa mascherata, come voleva Donald Trump.

A HELSINGBORG, in Svezia, ieri si è aperta una due giorni di ministeriale della Nato con una cena informale Consiglio Nato-Ucraina, ma le riunioni vere e proprie sono attese per oggi. Tra i temi principali degli incontri il disimpegno Usa dall’Europa e la strategia di deterrenza contro la Russia. Il tutto in preparazione del vertice Nato di Ankara previsto per il 7-8 luglio. A conclusione del summit odierno si terrà una riunione informale ospitata dai ministri degli Esteri di Svezia e Turchia con i membri del gruppo E5 (Germania, Regno Unito, Francia, Polonia e Italia) piùl’Olanda.

Nell’immagine: l’attacco ucraino a Kerson 


Sergio Rossi – Dieci milioni di abitanti bastano… per il caos e la decrescita economica

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


IA e disuguaglianze

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Il termine “jobpocalypse” – crasi tra job e apocalypse – condensa efficacemente una diffusa narrativa contemporanea sulla presunta fine del lavoro sotto l’impatto dell’intelligenza artificiale. Una narrativa che tende ad attribuire alla tecnologia effetti automatici sull’occupazione, prefigurando scenari di distruzione massiccia di posti di lavoro. Eppure, come suggerisce l’analisi di John Burn-Murdoch sul Financial Times del 27 aprile 2026 a cui si deve il termine, gli effetti delle innovazioni tecnologiche sono raramente immediati e lineari: essi dipendono dal contesto istituzionale, dagli assetti produttivi e dalle scelte politiche entro cui tali tecnologie vengono introdotte.

Da questo punto di vista, il caso ticinese, descritto recentemente da Katharina Fontana sulla Neue Zürcher Zeitung, appare particolarmente significativo. Il problema strutturale del Cantone non deriva infatti – almeno per ora – da una sostituzione tecnologica diffusa, bensì da un modello economico che continua a basarsi, in larga misura, sulla disponibilità di manodopera frontaliera a basso costo e su segmenti produttivi caratterizzati da un ridotto valore aggiunto. Ne emerge un quadro paradossale: un’economia dinamica sotto il profilo dell’attività e dell’integrazione transfrontaliera, ma che non genera salari sufficientemente elevati, prospettive professionali attrattive e buone traiettorie di mobilità sociale. Il risultato è una diffusione del lavoro povero, erosione del potere d’acquisto, precarizzazione e allontanamento di giovani altamente formati.

In questo quadro, l’intelligenza artificiale rischia di rappresentare un acceleratore di dinamiche già in atto. Nei settori a basso valore aggiunto, infatti, l’IA potrebbe non modernizzare realmente il modello produttivo, ma semplicemente renderlo più efficiente nel produrre bassi salari, intensificare i ritmi di lavoro e comprimere i salari. Parallelamente, i comparti più avanzati – biotecnologie, farmaceutica, ricerca, alta formazione – continueranno probabilmente a generare competenze elevate e talenti qualificati che però, in assenza di un ecosistema economico capace di valorizzarli pienamente, tenderanno, almeno in parte, a essere assorbiti altrove. Il rischio è dunque quello di un’accentuazione del dualismo economico e sociale: da una parte eccellenze imprenditoriali e formative altamente integrate nei circuiti globali; dall’altra una vasta area di occupazioni fragili sottoposte a forte pressione salariale e alla minaccia di sostituzione dei posti di lavoro con l’introduzione massiccia di dispositivi di intelligenza artificiale.< Vecchia tattica per una nuova strategia.

Queste dinamiche si intrecciano inoltre con questioni sociali già oggi molto visibili. I recenti interventi di Ivo Durisch (La ricchezza se ne va, 7 maggio 2026) e Luca Maghetti (laRegione, 11 maggio 2026) mostrano bene come il Ticino sia attraversato da una doppia frattura: da un lato la crescente concentrazione della ricchezza e dei rendimenti patrimoniali; dall’altro l’estensione di forme di fragilità economica legate al lavoro, alla salute e all’invalidità. Durisch ha evidenziato come nel Cantone il reddito da capitale continui a crescere molto più rapidamente del reddito da lavoro, con l’aggravante di disuguaglianze di rendimento all’interno della stessa classe di proprietari di capitali (chi ha più sostanza, ha rendimenti superiori rispetto a chi ne ha meno). Maghetti, dal canto suo, richiama il rischio che malattia e invalidità si trasformino sempre più in fattori di impoverimento sociale, mettendo il dito su una tara del nostro sistema di sicurezza sociale: lo statuto professionale acquisito nel mercato del lavoro determina la misura finanziaria della protezione sociale, secondo il principio del welfare meritocratico-occupazionale. Quest’ultimo, teorizzato dal sociologo britannico Richard Titmuss, concepisce lo Stato sociale come un’appendice del mercato del lavoro, per cui le prestazioni sociali dipendono in larga misura dall’attività lavorativa e sono collegate al reddito o alla posizione professionale.  Di nuovo una disuguaglianza nella disuguaglianza.

Il punto è che questi fenomeni non sono separati. Un’economia fondata sul contenimento dei salari, sull’erosione della sicurezza sociale e sulla riduzione della redistribuzione attraverso la fiscalità tende inevitabilmente a produrre maggiore fragilità sociale, soprattutto in un contesto caratterizzato dall’aumento di una serie di spese vincolate – casse malati, affitti, energia, trasporti – che gravano in misura crescente sui bilanci delle economie domestiche. In assenza di una trasformazione del modello di sviluppo, l’intelligenza artificiale rischia allora di rafforzare una traiettoria già consolidata: polarizzazione sociale, ulteriore erosione della classe media e dipendenza da segmenti economici a basso valore aggiunto.

La questione centrale diventa perciò politica. Si tratta di chiedersi quale modello istituzionale ed economico sarà in grado di far fronte ai cambiamenti in atto e di orientare tali cambiamenti verso risultati socialmente sostenibili. Ciò implica una politica industriale attiva, investimenti massicci nell’innovazione, nella ricerca, nell’educazione, ma anche interventi redistributivi e di rafforzamento del potere d’acquisto. Invece si tagliano fondi alla ricerca e alla formazione e si tergiversa sull’introduzione di un tetto massimo della quota di reddito da destinare ai premi di cassa malati, privilegiando le deduzioni fiscali che favoriscono le classi di reddito elevate. Di nuovo una disuguaglianza nella disuguaglianza.


In ginocchio e derisi dal ministro israeliano. Ecco come sono stati accolti in Israele i pacifisti della Flotilla

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Sui metodi adottati da Israele nei confronti dei militanti della Flotilla bloccati e deportati in Israele, ecco alcune immagini significative. Qui il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, uno dei leader più radicali dei partiti nazional-religiosi, e legato ai coloni, deride gli arrestati, costretti ad ascoltarlo rimanendo in ginocchio e con le mani legate.

Ben-Gvir si era già esibito in questo tipo di “accoglienza” nell’agosto dello scorso anno (ce ne ha parlato uno dei partecipanti alla Flotilla di fine agosto 2025 nell’intervista di oggi). Stavolta, persino il premier Netanyahu ha dichiarato che il suo ministro “ha commesso un errore”. Parole, le sue, evidentemente necessarie per calmare le proteste di diversi governi europei dopo la diffusione del filmato.

 

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Le decine di arrestati, in acque internazionali, quindi in modo assolutamente illegale, dovrebbero essere espulse in tempi rapidi. Anche se c’è preoccupazione per alcuni militanti che erano già stati espulsi l’anno scorso, con relativo bando di ritentare l’iniziativa di rompere l’assedio di Gaza. Un divieto che potrebbe ora pesare sulla loro sorte immediata.

Intanto, a livello politico generale, si registra un forte contrasto fra Stati Uniti e Israele. Secondo diverse fonti, in una lunga telefonata fra i due alleati, Netanyahu ha espresso al capo della Casa Bianca la sua forte contrarietà per il possibile accordo fra gli Stati Uniti e l’Iran sulla fine della guerra in corso. A una domanda dei giornalisti sulla correttezza dell’informazione, Donald Trump ha risposto seccamente: “Nessun problema, Netanyahu farà quello che gli dirò di fare, è una brava persona”.

Sembrerebbe dunque che dopo la perfetta sintonia sulla necessità di scatenare il conflitto in corso contro la Repubblica islamica, fra i due “alleati” vi sia  ora una profonda frattura, dovuta in particolare alla necessità, per il presidente USA, di uscire da una “trappola” in cui si era cacciato soprattutto dopo le insistenze di Netanyahu, che gli aveva garantito una rapida e facile vittoria nella guerra che doveva abbattere il regime degli ayatollah,  imporre un ‘cambio di regime’, e soprattutto di privare Teheran della possibilità di continuare nel suo programma atomico.


Israele, la deriva morale è un macabro spettacolo

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Di  Widad Tamimi, il manifesto

Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.

Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».

Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.

«Chi sono i padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.

Ogni sua visita ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.

L’effetto reale è la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili – medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.

Le immagini arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44 diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.

Al di là della retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo, la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.

Il video di Ben Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente, sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.

Nell’immagine: mani alzate davanti ai soldati dell’Idf che assaltano le imbarcazioni della Sumud Flotilla


Quell’odio che isola Israele dal mondo. L’antisemitismo sollecitato dove non c’è

Ma quei miliardi promessi agli USA per armi e difesa rimarranno una pesante pietra d’inciampo per il governo 

Di Anna Foa, La Stampa

Il ministro israeliano Ben-Gvir ha visitato nel porto israeliano di Ashdod gli attivisti della Flotilla rapiti dall’IDF in acque internazionali, legati e costretti a stare inginocchiati col volto a terra in una posizione quanto mai umiliante. Il ministro, non nuovo a simili azioni nei confronti di detenuti ammanettati, li ha violentemente irrisi. Lo vediamo in un video che non è un falso creato dall’Ai, ma un video autentico, divulgato sul sito ufficiale di Otzmà Yehudit, il partito di Ben-Gvir. Una donna che ha cercato di resistere all’ordine di inginocchiarsi e che ha gridato «Palestina libera» è stata buttata a terra con violenza dai soldati, mentre Ben-Gvir commentava: «Ben fatto, Tovà».

Il video fa male al cuore, e lo dico questa volta anche parlando, oltre che da essere umano, da ebrea. Ma non solo. È una bomba gettata in un contesto incandescente. Sollecita l’antisemitismo, lo crea dove non c’è. Isola, se ancora ce ne fosse bisogno, Israele dal resto del mondo, lo designa definitivamente come uno Stato canaglia, illustra pubblicamente come in Israele si trattano i prigionieri. È il Male rivendicato con orgoglio.

Di fronte a fatti del genere, gli ebrei della diaspora non possono che rivoltarsi, gridare che queste pratiche, volute sì da un ministro estremista ma messe in atto senza proteste dai soldati di quello che ama definirsi «l’esercito più morale del mondo», sono aberranti. Se non lo fanno, non possono che esserne complici. Ma se non lo fanno, lasceranno anche che ovunque il mondo ebraico sia assimilato a questo orrore. Lasceranno che tutta la diaspora sia trascinata nell’abisso.

Intendiamoci. Queste pratiche non sono nuove. Solo che oggi hanno colpito persone che venivano da tanti Paesi del mondo, disarmate, e che Israele non aveva il minimo diritto, non che di arrestare, nemmeno di fermare. Purtroppo, finché sono state attuate nelle carceri, su palestinesi per la maggior parte incarcerati senza accuse e senza colpe, su bambini, su anziani, e finché nelle carceri gli abusi, anche quelli sessuali, sono diventati la norma, sono state negate, messe in discussione, celate. Oggi, sono sbandierate con orgoglio da un ministro.

Ma non solo lui. In coda ad un post sui social di Gad Lerner, commenti indescrivibili di sostegno a Ben-Gvir in ebraico. La propaganda si è messa rapidamente in movimento. Tacciono finora i commenti dei nostri sostenitori del governo israeliano, ebrei o meno. Su Pagine Ebraiche di oggi, un breve riferimento che narra i fatti e che definisce eufemisticamente l’irrisione di Ben-Gvir come una «presa in giro», nessun commento. Ma cosa deve succedere perché gli ebrei italiani si ribellino a chi sta distruggendo con i palestinesi anche Israele, quando l’azione di Ben-Gvir è stata condannata perfino dal ministro degli Esteri di Israele, Sa’ar.

Credo che dobbiamo sperare che le reazioni dei Paesi che hanno dei loro cittadini fra i rapiti spingano a prendere finalmente una posizione chiara sulla politica del governo israeliano.

Non è più tempo di aspettare. Bisogna boicottare l’economia di Israele, non solo i prodotti che provengono dai territori occupati. Impedire la vendita di armi. Che i Paesi che ancora non lo hanno fatto, l’Italia in primis, riconoscano lo Stato di Palestina. Che il mondo intero, come l’anno scorso, scenda in piazza a protestare. Che i governi chiedano l’immediata liberazione dei loro cittadini illegalmente detenuti. Meloni e Tajani hanno, devo ammetterlo, pronunciato parole molto dure. Ma serve che queste parole diventino atti concreti.

Sappiamo che non tutti gli israeliani approvano Ben-Gvir. Che in tanti protestano, manifestano, si schierano a difesa dei palestinesi, cercano di proteggerli. Ma nel 66 d.C., non tutti gli abitanti del regno di Giuda approvavano gli estremisti quali gli zeloti e i sicari. Molti fautori della pace e della moderazione furono uccisi dagli estremisti, come nel 1995 è stato assassinato Rabin. Ma gli zeloti hanno prima spinto alla guerra contro Roma e poi alla distruzione del Regno di Giuda.

Riusciranno gli zeloti di oggi, distruggendo l’etica, il diritto, l’umanità, a coinvolgere il mondo nel loro suicidio, a renderci tutti responsabili delle loro colpe, dei genocidi che commettono? Per questo dobbiamo tutti, ebrei o non ebrei che siamo, alzare alta la voce. A questo punto, è un dovere.

Nell’immagine: proteste a Tel Aviv contro il primo ministro Benjamin Netanyahu