Bruno Giussani: “Sono un resistente tecnologico. Con l’IA ci giochiamo l’integrità cognitiva”

Il suo libro "La mente sotto assedio" è un'analisi lucida e un piccolo manuale di resistenza per non lasciarsi manipolare dall’IA e dai suoi creatori 

Di Luca Indemini, La Repubblica

In un mondo saturo di informazioni, di applicazioni di intelligenza artificiale e definito dagli algoritmi, La mente sotto assedio di Bruno Giussani (Edizioni Casagrande) è una bussola preziosa per cercare di orientarsi. “È un tentativo di mettere ordine tra tanti temi che si sentono sui social o sono parte della narrazione legata alla tecnologia, ma non sono mai chiaramente organizzati. E la gente si sente un po’ persa”. Lo spiega bene il sottotitolo: Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale.

“Abbiamo sempre vissuto la tecnologia come una serie di prodotti che noi acquistiamo, controlliamo, possediamo e ne facciamo quello che vogliamo. Dai social in avanti, e ora ancor di più con chatbot e IA, ci stiamo accorgendo che è la tecnologia che usa noi, ci controlla. E lì ti rendi conto che siamo entrati in una fase nuova, dove il prodotto è diventato piattaforma, dove la tecnologia è l’architettura virtuale nella quale noi viviamo e funzioniamo”.

Fase che ha subito una brusca accelerazione da quando ha iniziato a diffondersi l’idea – spinta soprattutto dalle Big Tech – che l’innovazione è un asset strategico: il primo che arriverà a forme di superintelligenza sarà talmente potente che potrà tenere sotto controllo tutte le altre IA. E la prima conseguenza di questa narrativa è un allentamento della regolamentazione.

Giussani analizza la questione nella prima parte “La minaccia algoritmica” e nella seconda propone un “Piccolo manuale di resistenza”. E offre spunti di riflessione su due livelli: quello individuale e quello collettivo, sociale, normativo, politico.

“Sono partito chiedendomi: cosa succede a noi come umani, a noi come società quando queste tecnologie entrano nella nostra vita? Come trasformano il modo in cui funzioniamo, come trasformano il modo in cui capiamo il mondo?”.

Il primo elemento di cui prendere consapevolezza è che la tecnologia non è mai neutrale. “I software rispecchiano la visione del mondo dei loro creatori e condizionano i nostri comportamenti. Il software è sempre politico” Un avvertimento non certo nuovo, ma troppo spesso inascoltato. Lo scrittore, giornalista ed ex curatore dei TED Talks ticinese cita Neil Postman: “Il tecnopolio è una condizione culturale e mentale consistente nella deificazione delle tecnologia”. Lo scriveva nel 1992 e si sposa benissimo con quella che è oggi la nostra relazione con la tecnologia digitale. E dal sociolgo statunitense, autore di Technopoly, prende anche una possibile risposta: adottare un’attitudine da resistente tecnologico. “Non vuol dire che sono contrario alla tecnologia, sono uno che si interroga su quello che questa tecnologia fa e sul perché è fatta così”.

E arriviamo così alle forme di “resistenza”. Quella individuale rappresenta una sfida improba: “dall’altra parte ci sono ingegneri, designer di interfaccia, psicologi, antropologi, neuroscienziati il cui compito è tenerti incollato allo schermo”. Inoltre, l’IA generativa offre qualcosa di irresistibile: la possibilità di delegare a una macchina tutto lo sforzo, in modo facile e gratuito”.

Ma è fondamentale comprendere che ciò che ci giochiamo in cambio è la nostra integrità cognitiva, la nostra capacità di preservare e controllare i nostri processi mentali, i nostri ragionamenti, la nostra memoria, senza influenze esterne. Chi controlla l’algoritmo, controlla la nostra capacità di leggere il mondo. E il primo passo per difenderci “è fare lo sforzo di capire cosa sta succedendo attorno a noi con queste tecnologie”.

A livello collettivo e politico, tema cruciale è quello della “sovranità digitale”, centrale per l’Europa, estremamente dipendente dalla tecnologia americana, tanto a livello pubblico quanto a livello privato. Quello che serve per contrastare lo strapotere delle Big Tech non è “una nuova piattaforma gigantesca, ma un numero gigantesco di piattaforme”. Si cominciano ad avere esempi di realtà che cercano alternative europee, molti governi locali, i ministeri di alcuni Paesi europei, e anche aziende importanti, come Airbus. Bisogna puntare su sistemi federati, indipendenti, interoperabili (e quindi in grado di dialogare tra loro), trasparenti (soprattutto sull’uso che fanno dei dati) e meglio se open source.

Soprattutto alla base di tutto deve restare l’essere umano e deve essere dotato degli strumenti necessari per gestire questa complessità. È dunque fondamentale che fin dall’adolescenza, quando entrano in contatto con il mondo algoritmico, i ragazzi acquistino consapevolezza. “È importante aiutarli a imparare a usare questi strumenti in modo efficiente, ma anche aiutarli a capire la tecnologia che c’è sotto. Se vuoi usare in modo efficace e cosciente una tecnologia che imita il pensiero umano, devi saper pensare in modo critico. Diversamente sarà la tecnologia che ti usa”.

Nell’immagine: Bruno Giussani


Perfido amianto

Il suo libro "La mente sotto assedio" è un'analisi lucida e un piccolo manuale di resistenza per non lasciarsi manipolare dall’IA e dai suoi creatori 

Un paio di settimane fa, annunciati da un breve comunicato stampa, sono iniziati i «lavori di rimozione e smaltimento delle macerie nell’area dell’ex Macello». Il cielo, con la frequente pioggia dei giorni scorsi, sembra aver voluto complicare a sua volta una situazione che si trascina – per ragioni politiche, giudiziarie e tecniche – da ormai cinque anni. Da quando, con un colpo di testa ancora senza testa, è stato demolito nottetempo e abusivamente un edificio di quel comparto. Anche se è passato qualche anno, non è il caso di ricordare il contesto di quell’evento: sono fatti noti. Mi limito a risollevare un paio di questioni relative allo sgombero dei materiali.

Il 9 febbraio il Consiglio comunale di Lugano aveva accolto, senza grandi discussioni, un credito di 527 mila franchi per la bisogna. Credito necessario, data la situazione: almeno su questo non ci piove. Non è mancata qualche osservazione critica. In particolare Carola Barchi (liberale, architetta, che parlava – ha precisato – a titolo personale) aveva giustamente biasimato il Municipio per aver presentato un messaggio impreciso e lacunoso, e la Commissione della gestione (di cui faccio parte anch’io) per aver chiuso un occhio redigendo un rapporto essenzialmente teso a «voltare pagina senza rivangare il passato». Riprendo qualche passaggio del suo intervento: «Ma guarda caso qui si tratta proprio di vangarlo il passato (…) la demolizione è avvenuta non solo senza licenza di costruzione, ma senza nemmeno aver preventivamente verificato se ci fosse la presenza di materiali nocivi.

Grave errore da parte di chi? Del Municipio? Del Cantone? Della polizia? Delle ditte coinvolte? Dei disguidi tecnici di comunicazione tra questi attori? Nessuno ancora lo sa. Unica certezza è che saranno i cittadini a pagare il sovrapprezzo causato da questo errore. Cittadini che, per chi non lo sapesse, sono tenuti, pena una multa pecuniaria, ad osservare le ordinanze cantonali sullo smaltimento delle sostanze nocive».

Barchi segnalava poi un paio di incongruenze del messaggio. Quando il Municipio dice che «dalle prime ispezioni parziali eseguite il 31 maggio 2021 è risultata la presenza di materiali contenenti fibre di amianto fortemente agglomerato» è in contraddizione con il proprio comunicato stampa del 4 giugno 2021, in cui affermava che «una prima perizia parziale non rileva la presenza di amianto sui detriti dell’ex macello».

Ed è inesatto dire che «considerate queste incertezze e lo stato generale dei materiali frantumati, bisogna ricorrere al supporto di una ditta specializzata in bonifiche di amianto e sotto la supervisione di un consulente ambientale specializzato»: infatti, precisava Barchi, «in presenza di sostanze nocive bisogna sempre e comunque far capo al supporto di questi specialisti». E così è.

Indipendentemente dai non detti (o diversamente detti) del Municipio, la presenza di materiali pericolosi tra le macerie è da tempo apertamente riconosciuta anche dall’esecutivo. Erano quindi più che fondati i motivi che avevano mosso la sezione Verdi di Lugano a inoltrare già il giorno dopo la demolizione una denuncia penale «nei confronti di ignoti, da identificarsi presso il Municipio di Lugano» per «i titoli di reato di violazione delle regole dell’arte edilizia (art. 229 CP), esposizione a pericolo della vita altrui (art. 129 CP), delitto contro la legge sulla protezione dell’ambiente (art. 60 LPAmb), ed ogni altro che dovesse emergere».

Premettendo che «l’operazione di demolizione presuppone l’ottenimento di una specifica licenza edilizia (art. 1 LE) e che per ottenere una licenza edilizia per la demolizione di uno stabile antecedente il 1990 è necessario inoltrare, assieme ai soliti documenti, una perizia che attesti la presenza o meno di materiali pericolosi, tra i quali l’amianto», nella denuncia si chiedeva «che le operazioni di eliminazione dei detriti e di ripristino siano immediatamente fermate e che i detriti vengano posti subito sotto sequestro ex art. 263 cpv. 1 lett. a CPP quale potenziale mezzo di prova, nonché ex art. 263 cpv. 1 lett. d in rel. con l’art. 69 CP a scopo di confisca di oggetti pericolosi. Questa misura deve essere adottata senza indugio, visto che i lavori di eliminazione e asporto del materiale della demolizione stanno avanzando molto celermente». Senza questo provvedimento la faccenda sarebbe stata, come si usa dire, messa via senza prete. E senza prove. Poi la procura ha avviato prontamente un’inchiesta d’ufficio con le stesse ipotesi di reato, aggiungendovi quella di abuso di autorità (che l’ex procuratore pubblico Paolo Bernasconi aveva ventilato subito dopo i fatti).

«Dà fastidio che la questione penale sia ancora ferma», dice il sindaco nell’intervista alla «Regione» del 7 maggio (e dà fastidio a tutti, per ragioni anche diverse), ma almeno su una delle ipotesi di reato c’è chiarezza. Ora quel che ci si aspetta dagli inquirenti non è tanto stabilire se è stata violata la legge edilizia, ma sapere a chi si deve precisamente quell’azione sconsiderata.

Tornando all’amianto, è chiaro che il suo smaltimento, indipendentemente da quell’infelice esercizio di carpenteria notturna, sarebbe comunque costato alla città. Ma smantellare ordinatamente una struttura non è come separare sostanze potenzialmente nocive a partire da un ammasso di detriti. Non si sarebbe speso mezzo milione. C’è da augurarsi che se individuati (pia illusione?), i responsabili siano chiamati anche a pagare la differenza. Differenza che, come diceva ancora Carola Barchi, il Municipio avrebbe dovuto, per trasparenza, stimare e indicare nel messaggio.

Danilo Baratti è portavoce dei Verdi di Lugano

Nell’immagine: dopo cinque anni, ruspe ancora in azione, stavolta per ripulire i resti dell’edificio abbattuto


Il Cucù e l’amianto che non c’era…

Il suo libro "La mente sotto assedio" è un'analisi lucida e un piccolo manuale di resistenza per non lasciarsi manipolare dall’IA e dai suoi creatori 


Europa ai margini, perché non è vero

Il suo libro "La mente sotto assedio" è un'analisi lucida e un piccolo manuale di resistenza per non lasciarsi manipolare dall’IA e dai suoi creatori 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

l vertice Usa-Cina ci è stato raccontato attraverso la lente di due superpotenze, guidate da uomini forti, che dettano le sorti del mondo, con un’Europa impotente ed esclusa. È una lettura dominante in Italia, diffusa tra euroscettici dichiarati e non, che vuole apparire come analisi neutrale ma rappresenta poco più di un desiderio autolesionista — dato che, in quanto italiani, siamo europei. Soprattutto è una lettura superficiale e fuorviante.

Il vertice tra il presidente americano Donald Trump e l’omologo cinese Xi Jinping ha riunito le due maggiori potenze al mondo, tant’è che in agenda figuravano tutte le grandi questioni internazionali del momento: dal Medio Oriente a Taiwan, dal commercio all’intelligenza artificiale. È stato un vertice che ha messo in risalto il riconoscimento e il rispetto reciproco tra i due leader.

Xi ha senza dubbio apprezzato l’adulazione di Trump nei suoi confronti, e non ha mancato di lusingarne l’ego. È stato inoltre un vertice senza colpi di scena. In netto contrasto con i consueti sproloqui e i post notturni di Trump, il presidente americano si è comportato quasi come qualunque suo predecessore, attenendosi scrupolosamente alla documentazione fornitagli. Trump sa bene che una sbavatura in Cina — con concessioni inavvertite a Pechino — gli avrebbe causato ulteriori grane in patria, soprattutto al Congresso, e già ne ha abbastanza.

Ma fermarsi qui per affermare che Trump e Xi tengono in mano le sorti del mondo, dalle quali l’Europa è tenuta ai margini, non coglie né quanto è accaduto a Pechino, né la direzione di marcia dell’Europa e del mondo.

È stato un vertice senza esiti concreti, almeno dichiarati. Non c’è stato alcun accordo commerciale. Trump sperava in un nuovo mirabolante deal fatto di acquisti cinesi di Boeing, soia e gas a stelle e strisce. Vaghe promesse sì, ma accordi nessuno. Solo un impegno preliminare ad avviare un Board of Trade tra i due Paesi che, al pari del fantomatico Board of Peace, rappresenta poco più del desiderio di Trump di smantellare il sistema multilaterale. Il fatto che questi board siano vuoti e vacui è irrilevante: ciò che conta non è la pars construens, bensì la pars destruens del sistema multilaterale.

È stato inoltre un vertice che ha messo in luce la drammatica debolezza relativa degli Stati Uniti. Trump si è circondato dei tech-bros della Silicon Valley quasi a voler sottolineare la potenza — e soprattutto la ricchezza — dell’America rispetto alla Cina. Ma con di fronte il solo Xi, ha paradossalmente ottenuto l’effetto contrario. Rispetto al vertice Trump-Xi della sua prima amministrazione nel 2017, oggi siamo in una condizione di sostanziale equilibrio tra i due Paesi, con l’autolesionismo di Trump che sta imprimendo un’accelerazione insperata all’ascesa cinese.

Trump non ha ottenuto alcun favore sul Medio Oriente. Anche qui, vaghe dichiarazioni cinesi sull’importanza della riapertura dello Stretto di Hormuz, ma senza impegni concreti. È vero che, per contro, Trump non ha ceduto ufficialmente su Taiwan: durante il vertice non ha annunciato né la sospensione di due pacchetti di vendite di armi — del valore complessivo di 25 miliardi di dollari — a Taipei, né la propria opposizione all’indipendenza taiwanese. Non sappiamo tuttavia se in privato Trump abbia rassicurato Xi circa un possibile ritardo di quegli ordini — se non altro perché quelle armi servono agli Stati Uniti in Medio Oriente.

Sappiamo invece che, di ritorno da Pechino, Trump ha ribadito la sua convinzione che Taiwan sia troppo lontana dall’America e troppo vicina alla Cina per essere difesa, e che non lo meriterebbe nemmeno, avendo “rubato” agli Usa l’industria dei microchip avanzati. Tutto sommato, Xi non può lamentarsi del vertice.

In sintesi, un nulla di fatto: nessun accordo commerciale, tecnologico o sulle grandi questioni di guerra e pace. Per non parlare dei dossier che in passato comparivano nell’agenda bilaterale, come le discriminazioni contro gli Uiguri o lo status di Hong Kong. La buona notizia è che le due maggiori potenze al mondo sanno che uno scontro diretto non è nei loro interessi. La cattiva è che il G2 si rivela incapace di governare le grandi questioni del nostro tempo.

Non che ci stia riuscendo l’Europa, certamente. Eppure non è corretto concludere che sia semplicemente impotente e passiva. Nella guerra della Russia contro l’Ucraina, è l’Europa a sostenere Kyiv, che in larghissima parte ormai sa difendersi da sola. Il timore di un crollo del fronte ucraino è diminuito sensibilmente, e ciò è accaduto proprio mentre gli Usa si sfilavano: Washington non ha più le carte in mano su quel conflitto. A differenza di quanto avvenuto in Ucraina, in Medio Oriente gli europei non hanno certo brillato negli ultimi anni. Eppure, almeno adesso, stanno lavorando a un piano multilaterale su Hormuz, in vista di una possibile conclusione del conflitto. E nel resto del mondo, gli accordi commerciali raggiunti con i Paesi latinoamericani del Mercosur, così come con Messico, India, Indonesia e Australia, restituiscono un’immagine dell’Europa diversa da quella dell’impotenza che spesso viene raccontata.

Non ci muoviamo né esclusivamente in un G2 che governa il mondo a tavolino, né in un mondo di medie potenze che ridefiniscono le regole creando pesi e contrappesi. Navighiamo in entrambi questi mondi, che competono e coesistono.


Putin vola a Pechino mentre i droni ucraini oscurano i cieli di Mosca

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Di Anna Zafesova, La Stampa

La partenza di Vladimir Putin per Pechino è stata “salutata” dall’Ucraina con uno dei più grandi attacchi su Mosca dall’inizio della guerra: seicento droni lanciati contro infrastrutture militari, industriali e petrolifere della regione di Mosca e la base di Belbek in Crimea, che hanno annerito per ore i cieli russi e causato quattro vittime.

Tre giorni dopo i raid russi su Kyiv, la rappresaglia promessa da Zelensky è arrivata nel punto più sensibile per il Cremlino, il perimetro psicologico del potere putiniano. Mentre Putin vola dall’alleato cinese, la guerra che Mosca racconta come lontana torna a bussare alla capitale.

La visita di Vladimir Putin a Pechino è stata annunciata dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov proprio mentre Donald Trump incontrava Xi Jinping. Non che sia un evento raro: il presidente russo visita la Cina quasi ogni anno, oltre a incontrare il collega cinese in vari vertici internazionali, dove non manca di sottolineare di avere un rapporto privilegiato con lui.

Ma la sincronizzazione così marcata del viaggio a Pechino, annunciato già a febbraio, ovviamente non appare casuale. Il programma della visita di Putin, come è stato annunciato dal Cremlino, non prevede nulla di straordinario: la firma di un «comunicato congiunto e di una serie di documenti bilaterali intergovernativi e interdicasteriali» promette, tradotto dal burocratese di stampo sovietico che Mosca e Pechino condividono, una serie gesti puramente formali. E la cerimonia della «inaugurazione dell’anno dell’educazione russo cinese» chiaramente è stata aggiunta per rimpinguare un’agenda poco promettente, così come le celebrazioni per il 25° anniversario della firma del Trattato di amicizia tra Cina e Russia.

Una visita apparentemente di pura formalità dunque, e perfino lo stesso Putin aveva ammesso, il 9 maggio scorso, dopo la parata in piazza Rossa, di non aspettarsi la firma dell’accordo su un nuovo gasdotto. «Siamo molto vicini a fare un passo importante, se riuscissimo a concordarlo ne sarei molto felice», ha comunicato senza troppo ottimismo.

Pechino non vuole vincolarsi ulteriormente alle forniture di gas e petrolio russe, anche perché il gasdotto sarebbe un investimento plurimiliardario di molti anni, potenzialmente messo a rischio dalle sanzioni sulle esportazioni dell’energia russa: proprio ieri il ministero del Tesoro americano ha ufficialmente revocato l’esenzione sull’embargo al petrolio russo, introdotta da Washington per calmierare il mercato asiatico dopo l’attacco all’Iran. L’India ha già rinunciato all’offerta di gas liquido russo, per non correre rischi, e un possibile “deal” tra americani e cinesi potrebbe includere la clausola di fare meno shopping in Russia.

Del resto, la Cina è già il primo partner commerciale di Mosca, alla quale fornisce un terzo delle importazioni (e più del 90% in alcuni settori, come quello automobilistico), mentre la quota della Russia nei commerci cinesi è di appena il 4%: il manico del coltello non è certamente in mano ai russi.

Non si sa se Putin sappia cosa sia la “trappola di Tucidide”, citata da Xi a Trump, ma probabilmente ha colto perfettamente il senso del discorso sul potenziale conflitto tra la potenza esistente e quella emergente.

Tutta la retorica e la scenografia dell’atteso vertice sinoamericano era progettata per due, e il ruolo della “altra superpotenza” che era stato dell’Urss, e che il dittatore russo per vent’anni aveva provato a recuperare, è stato definitivamente assegnato alla Cina. «Lo status della Russia come nazione di prima grandezza è stato azzerato da Trump e Xi, al loro tavolo non c’è posto per Mosca», scrive il politologo russo in esilio Vladimir Pastukhov.

Il problema è che, come recita un vecchio teorema della diplomazia, se non sei al tavolo potresti essere sul tavolo. La dichiarazione rilasciata all’agenzia ufficiale Xinhua da Wang Yi, il capo della politica estera del partito comunista cinese, è sintomatica in questo senso. Perché rivela che Trump e Xi hanno parlato dell’unico dossier che sta veramente a cuore a Putin, l’Ucraina, e che probabilmente si sono anche accordati su qualcosa.

«Cina e Usa sperano che il conflitto venga regolato e giunga al più presto alla fine, e hanno applicato, ciascuna a modo suo, sforzi significativi per promuovere i colloqui di pace», rivela infatti Wang, convinto che Xi e Putin siano «pronti a sostenere il dialogo e svolgere un ruolo costruttivo nella soluzione politica». Un altro esercizio di linguaggio formale, senza alcuna concretezza, che però suona inquietante. Resta solo da capire se sia più minaccioso per Putin o per Zelensky. Pechino infatti non ha mai appoggiato le rivendicazioni del Cremlino, ribadendo anzi il rispetto per l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma nello stesso tempo i droni russi sono farciti di componenti cinesi, e l’economia russa difficilmente sarebbe sopravvissuta alle sanzioni occidentali senza l’aiuto (per nulla disinteressato) cinese.

Quale sia stata la vera equazione tra Taiwan, Ormuz e Donbas, lo si capirà soltanto dai passi concreti che Xi, Trump e Putin compieranno (o al contrario non faranno) nei prossimi giorni. Quello che è evidente è che il padrone del Cremlino deve ritagliarsi rapidamente uno spazio nuovo, perché nel momento in cui Xi è legittimato a parlare direttamente con gli Usa, la sua utilità di proxy agli occhi dei cinesi diminuisce rapidamente, così come la sua potenziale importanza di alleato da strappare a Pechino, teoria che per dieci anni ha spinto alcuni esponenti conservatori americani a chiudere gli occhi sull’aggressività di Mosca.

Putin deve mostrarsi utile, in un momento in cui cala nei sondaggi, vede la sua economia mostrare il segno meno per la prima volta in tre anni e l’esercito bloccarsi nel Donbas. Il suo comandante dello Stato Maggiore Valery Gerasimov gli ha fatto ieri rapporto su città e villaggi “conquistati” solo sulla carta, una bugia di cui a Pechino si sono sicuramente accorti.

Nell’immagine: droni ucraini su Mosca


Gli Stati Uniti accusano Cuba: “Vuole attaccare Guantanamo”. Si teme l’escalation militare

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Di Lara Lucchini, La Repubblica

Sono ore decisive a l’Avana. A pochi giorni dallo storico atterraggio del direttore della Cia John Ratcliffe con un aereo ufficiale all’aeroporto José Marti, appaiono più chiare le carte del gioco. La posta è alta: a Cuba è stato chiesto di recidere i legami con Cina e Russia. Le rassicurazioni date dai negoziatori non hanno convinto Washington. E se davvero questo mercoledì, come anticipato da molti media, un procuratore della Florida incriminerà Raúl Castro, salterà la trattativa. Lo scenario estremo, evocato dentro e fuori l’isola, è quello del conflitto armato.

Che l’escalation è arrivata a un punto critico lo dimostrano le ultime rivelazioni di Axios. L’agenzia stampa Usa ha ricevuto informazioni secondo cui l’esercito cubano avrebbe acquistato trecento droni e starebbe discutendo le ipotesi di un attacco alla base americana di Guantanamo, alle imbarcazioni militari statunitensi al largo della Florida e addirittura a Key West. «Queste informazioni di intelligence potrebbero diventare un pretesto per un’azione militare degli Stati Uniti», ammette la stessa Axios.

È però importante ripercorrere le tappe degli ultimi giorni per capire come questa settimana sarà decisiva. È mercoledì e Donald Trump è in viaggio verso la Cina. Dalla Casa Bianca spicca un’offerta: 100 milioni di dollari di aiuti umanitari per l’isola in cambio di riforme; passano le ore e risponde il presidente Miguel Díaz-Canel: «Gli aiuti non troveranno né opposizione né mancanza di gratitudine». È giovedì, primo di due giorni di un blackout generale che stringe in una morsa letale tutta l’isola: nei frigoriferi marcisce il cibo rimasto, la gente non può cucinare, non si può lavare, Cuba è paralizzata, manca tutto; e il ministro dell’energia annuncia la fine dell’ultima goccia di carburante. Per strada scoppiano le proteste.

È la notte tra giovedì e venerdì in Italia quando all’aeroporto dell’Avana atterra un aereo bianco e azzurro come quello presidenziale e la scritta United State of America. Una scena senza precedenti negli ultimi decenni, destinata a diventare icona del momento critico. La delegazione di Ratcliffe nelle foto ha i volti oscurati. Tra quella cubana spicca Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote prediletto e guardia del corpo di Raúl, detto “el Cangrejo” per quella malformazione alla nascita che gli ha dato sei dita e l’eterna protezione del nonno.

Nell’incontro i cubani erano chiamati a documentare di non essere una minaccia esistenziale per gli Usa. Sul tavolo c’erano anche gli aiuti. Ma qualcosa va storto. Ratcliffe accusa Cuba di ospitare stazioni di spionaggio russe e cinesi che minacciano gli interessi americani nella regione. Poche ore dopo alcuni media americani ricevono una fuga di notizie dalla Florida: un procuratore si prepara a incriminare Raúl Castro, ancora ritenuto il tessitore occulto delle sorti dell’isola. L’episodio dell’incriminazione è emblematico. Molti cubani in esilio in Florida incarnati da Marco Rubio sono pronti a festeggiare. Si tratta dell’abbattimento nel 1996 di due voli dei cosiddetti “Hermanos del Rescate” un’organizzazione di esuli – accusata dai cubani di essere legata alla Cia – che tra le altre cose lanciava volantini anticastristi sull’isola. Tra i media e gli account su X dei dissidenti il tema diventa virale, e la parola d’ordine è: “20 maggio”, mercoledì. La data in cui Cuba festeggia l’indipendenza.

Cuba ha interi musei dedicati ai tentativi falliti della Cia di rovesciare il regime. L’ex capo dell’intelligence cubana Fabian Escalante ha scritto un libro sui “634 modi di uccidere Fidel”, che è stato un best seller anche negli Usa. Ma un’incriminazione contro Raúl che compie 95 anni il prossimo mese significherebbe la rottura di ogni trattativa, e nella peggiore delle ipotesi, il conflitto.

Per la Cnn, che all’Avana ha mantenuto un ufficio, «nell’isola fervono i preparativi per fronteggiare l’invasione». Circolari vengono diramate con l’ordine di prepararsi al peggio. La dottrina della Difesa di Cuba si basa sul concetto di “guerra di tutto il popolo”, e si articola su quattro pilastri: mobilitazione dell’intera popolazione, guerriglia, difesa territoriale decentralizzata, resistenza prolungata contro l’invasione.

Da giorni la tv trasmette immagini delle esercitazioni dei cittadini per difendere strada per strada l’isola, si vedono muovere antichi armamenti sovietici, spesso più vecchi dei soldati che li operano. Alcuni invocano lo scenario Vietnam.


Tra metaverso e digital twin Siemens reinventa l’industria con la “physical AI”

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Di Vittorio Emanuele Orlando, La Repubblica

Non chiamatela fabbrica. Tutto l’immaginario fordiano novecentesco di operai che ripetono gesti sempre uguali tra macchinari in movimento, rumore, fumo, scintille viene ribaltato nel Campus Tecnologico Siemens di Erlangen, in cui l’azienda ha investito mezzo miliardo di euro per trasformarlo nel nucleo delle tecnologie per il metaverso industriale. Obiettivo: una compenetrazione sempre più spinta tra mondo fisico e digitale.

Un modello di applicazione dell’intelligenza artificiale molto tedesco, che assomiglia più a quello cinese che alla GenAI made in Usa: meno fashionable, senza l’hype che circonda i chatbot, ma più calato nel mondo produttivo: il caro “vecchio” machine learning, innestato sulla robotica e alimentato dalle innovazioni nell’hardware: le GPU di Nvidia e, appunto, il metaverso industriale. “Che, a differenza di quello consumer, non è mai stato meglio. D’altronde chi mai si berrebbe una bibita nel metaverso?”. Parole di Floriano Masoero, ceo di Siemens Italia e nostro anfitrione nella visita a Erlangen.

L’ unione di bit e chiave inglese

Insomma, la physical AI. L’unione di bit e chiave inglese, dell’immaterialità dell’IT con la concretezza dell’OT (Operational technology). Per operare con successo questa unione è necessaria l’esperienza del mondo modellato a misura d’uomo, che è poi quello in cui l’IA si trova a operare. Insomma, a un certo punto dal metaverso, per quanto industriale, bisogna uscire, per passare alla “realtà reale”. Ed è qui che Siemens può calare l’asso di un’esperienza – e di un parco clienti – di oltre un secolo, sui cui si innesta l’evoluzione nella fabbrica di Erlangen, la “Siemensstadt” bavarese.

Seguendo l’approccio Green Lean Digital, che combina tecnologie innovative e pratiche sostenibili, la fabbrica elettronica, da poco nominata Digital Lighthouse Factory dal World Economic Forum, ha aumentato la produttività del 69%, riducendo nel contempo il consumo energetico del 42% nell’arco di quattro anni. Qui, in ambiente quasi totalmente robotizzato, sono prodotti gli inverter, quei dispositivi che trasformano la corrente da continua in alternata, indispensabili in ogni motore che abbia una minima complessità (tutti quelli che non si limitano a un on/off) per dire loro come girare. Mobilità, automazione, energia, macchine che servono per produrre altre macchine – settore in cui l’Italia è il terzo Paese al mondo dopo Cina e Germania. Tutti settori che non possono fare a meno degli inverter.

Tutto ha un gemello digitale

Ma l’innovazione più impressionante è l’uso dei digital twin, cioè i gemelli digitali. Di tutto: dal singolo componente alla scheda alla fabbrica stessa. Lo scopo? Ridurre i tempi (di design, di sviluppo, di produzione…), i costi, l’impatto ecologico, il time-to-market, la manutenzione, il lavoro umano. In modo sostanziale.

Perché è chiaro che avere un modello digitale che si comporta come quello fisico è una svolta: “Dove prima servivano decine di prototipi ora ne basta uno – spiega Masoero -.E soprattutto il digital twin serve ad addestrare l’IA, per esempio facendo prelevare e manipolare al robot virtuale nel metaverso oggetti disposti casualmente in un contenitore, il che consente tra l’altro una enorme flessibilità in fase di produzione, non essendoci bisogno di programmazione esplicita dei robot”.

Champagne tedesco

“We drink our own champagne – conclude l’AD di Siemens Italia -. Progettiamo, proviamo, produciamo e – soprattutto – usiamo internamente le cose che ci servono, e i miglioramenti che otteniamo oltre a venderli sul mercato li inseriamo al nostro interno, innescando un circolo virtuoso. Un esempio? La logistica, che non è il nostro core business ma che abbiamo dovuto ottimizzare per adeguarla alle necessità della nuova fabbrica. E così siamo riusciti ad automatizzare tre processi che altrove sono ancora manuali: scegliere l’imballo quando arriva un ordine, prendere le partirichieste tra oltre 10mila e impacchettarle nel modo più efficiente possibile. Risultato: +125% di produttività, e -25% di emissioni di CO2, perché riempiendo le scatole nel modo più efficiente si fa viaggiare molta meno aria”.

 


Sergio Rossi – Opportunità e rischi delle banche digitali

Il suo libro "La mente sotto assedio" è un'analisi lucida e un piccolo manuale di resistenza per non lasciarsi manipolare dall’IA e dai suoi creatori 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Trump, il declino dello spirito del caos

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Di Ezio Mauro, la Repubblica

Come se la politica fosse ridotta a incantesimo — il nome che diamo alle grandi suggestioni di massa quando non le sappiamo spiegare — , improvvisamente il sortilegio che ha liberato lo spirito imperiale di Donald Trump sembra spezzarsi, rivelando la fragilità del progetto onnipotente, testimoniata dalla sua inconcludenza, dalla sproporzione tra gli annunci e i risultati, dalla debolezza strategica di un leader che apre una crisi dopo l’altra senza riuscire mai a chiuderle.

In realtà non è così semplice interpretare la deriva di un fenomeno politico che ha deviato il corso del secolo, e che può ancora tenere in scacco l’America e il mondo. Certamente il presidente degli Stati Uniti, nell’affanno dei sondaggi sfavorevoli con midterm che si avvicina, ha ridimensionato inconsciamente la sua leadership parlando di «declino» americano (anche se lo ha attribuito interamente all’eredità negativa di Biden) e soprattutto ha trasmesso l’impressione fisica, antropologica, di cercare nel vertice di Pechino con Xi Jinping qualcosa di più di un’intesa: quasi un appoggio, forse un sostegno a distanza. Addirittura una sponda.

Questa condizione di necessità denuncia la solitudine in cui si muove il capo della Casa Bianca dopo aver disarticolato la rete di alleanze internazionali costruite nel dopoguerra, e dopo aver disattivato il circuito occidentale che garantiva la persistenza attiva di una cultura della democrazia come risorsa permanente.

È una solitudine anche tecnica, perché le centrali operative dell’amministrazione americana sono state svuotate dall’alto dalla gestione personale e individuale di tutti i dossier da parte del presidente, e sono state esautorate dal basso con la discesa in campo dei suoi inviati speciali nelle aree di crisi, trasformati in plenipotenziari occasionali e mediatori improvvisati.

Un Trump indebolito, dunque, alle prese con tutti i segnali di una crisi che sconcerta, perché ribalta nel vuoto il titanismo autoritario di chi vuole tutto, non concede nulla, e si prende ciò che crede, solo perché gli serve. Ma leggere questo passaggio ricorrendo alle categorie extra-politiche della leadership trasformata in suggestione e dell’istinto convertito in carisma mitizza tutto e non spiega niente, perché accetta di mantenere l’esperimento Trump nel registro leggendario dell’eccezione, della rappresentazione e dell’illusione: mentre in realtà la politica può smontare l’epica e tornare alla realtà, spiegando il tutto.

Trump è in difficoltà perché il saldo tra il nuovo e il caos è diventato negativo. Il grande spettacolo del leader trasformato in performer non funziona più. Il suo continuo sfondamento del limite gli consentiva di spuntare ogni giorno in una zona imprevista del campo con una nuova pretesa, un’altra minaccia, un diverso nemico da colpire. Prometteva di esplorare l’inaudito, di conquistare l’impensabile, dunque di attraversare ogni volta la linea rossa del possibile e del consentito. La stessa destra nelle sue mani si trasformava andando oltre se stessa, spostando non solo il confine dell’estremismo, ma la sua natura identitaria.

È evidente che a questo punto Trump fuorusciva addirittura dalla politica in un continuo esperimento che evocava Marte e la Groenlandia, voltava le spalle a Zelensky e applaudiva Putin, trattava i nuovi imperatori come partner e i vecchi alleati come sudditi, imponeva i dazi e annunciava il superamento della democrazia, cercava il Nobel per la pace alzando in volo i bombardieri. Soprattutto demoliva i punti di resistenza del sistema (che coincidevano con gli istituti di garanzia democratica) spianandolo e preparandolo all’avvento della nuova era.

Questa era la vera cifra del trumpismo: trasformare la destra in quella che abbiamo chiamato «la fabbrica del nuovo» e coinvolgere in questo impeto l’intera società americana, anche la parte che non lo approvava politicamente, grazie alla forza dell’innovazione. È come se il presidente avesse individuato una sorta di nuova frontiera immateriale, qualcosa che esiste da sempre e per sempre nel profondo dell’anima dell’America e che la spinge a sporgersi oltre il confine, ad andare più in là, a esplorare forzando il limite.

E qui sta la vera ragione dell’adesione al progetto trumpiano da parte del capitalismo tecnologico della Silicon Valley, lo spettacolo indecoroso di un capitalismo innovatore e nello stesso tempo irresponsabile, che non sente il dovere di difendere dall’attacco del presidente la democrazia in cui ha prosperato: perché preferisce lucrare l’abbattimento del confine tra tecnica e politica, che consente di trasformare la tecnologia nell’ultima ideologia, partecipando direttamente alla re-distribuzione delle quote del potere, e addirittura alla riscrittura delle tavole della legge.

Oggi questi soggetti insieme americani e universali sono i primi a rendersi conto che il trumpismo non riesce a tenere il ritmo dell’accelerazione promessa e s’incaglia. Il meccanismo si è inceppato, rallenta, sfasa i tempi tra la distruzione — facile — degli assetti esistenti e la difficile ricostruzione di un nuovo ordine mondiale. Si misura il costo di questa distonia e di questo divario, si somma il prezzo del caos, si calcola il peso della nuova insicurezza americana, e si ottiene la cifra del vuoto di governo.

La fabbrica del nuovo, alla resa dei conti, produce più sganghero che innovazione. Il dispositivo è in atto, va avanti, ma la fase in cui stiamo entrando è la più pericolosa, perché l’innovazione che demolisce l’esistente senza realizzare se stessa rischia di produrre deformazione, e nient’altro. In più non sappiamo come reagirà il titanismo al fallimento, o almeno all’incompiuta, comunque alla mediocrità anonima dei risultati.

Quello che appare certo è che intanto si sono indeboliti i meccanismi democratici di salvaguardia, le istituzioni terze, gli organismi arbitri, che dovrebbero intervenire proprio nei momenti decisivi di reset del sistema. Rischiamo di assistere, come ultimo atto, a un corpo a corpo tra la forza declinante e la democrazia risorgente: con lo spirito del caos che difficilmente accetterà di rientrare da solo nella bottiglia da cui è fuoruscito stravolgendo il mondo.


La miglior difesa del Libano: uno Stato non settario

Il suo libro "La mente sotto assedio" è un'analisi lucida e un piccolo manuale di resistenza per non lasciarsi manipolare dall’IA e dai suoi creatori 

Di Lorenzo Trombetta, il manifesto

La difesa del Libano di fronte a Israele passa oggi prima di tutto dalla costruzione di uno Stato capace di mobilitare risorse interne e far fronte a qualsiasi minaccia esterna. È questa la tesi di Hadi Hosni, 35 anni, dirigente di «Cittadini e cittadine nello Stato» (Muwatinun wa Muwatinat fi Dawle, Mmfd), partito libanese fondato dieci anni fa dall’economista e antropologo sociale Charbel Nahhas, già ministro del Lavoro. Mmfd rivendica una composizione trasversale alle appartenenze comunitarie e prova a preparare la costruzione di uno Stato civile come unica alternativa all’attuale sistema comunitario, sempre più in crisi ma incapace di uscire dallo stallo aggravato dalla nuova devastante guerra di Israele.

«Nell’immediato serve una tregua reale, stabile e prolungata con Israele». Una tregua che, nella lettura di Hosni, deve servire a passare da una resistenza delegata a Hezbollah a una difesa nazionale fondata sulla capacità produttiva, fiscale e militare dello Stato. «Gli Stati possono negoziare con altri Stati solo quando hanno qualcosa da offrire – dice – Quando producono qualcosa. Non quando consumano soltanto e diventano una specie di appendice di altri Stati».

PER REALIZZARE questo obiettivo bisogna però rivoluzionare l’architettura politica libanese. «Il sistema non è un gruppo di individui che tiene il potere con un bastone in mano e che reprime il resto della società. Il sistema – afferma – è in tutte le relazioni dentro la società, tra gli individui e i gruppi, a tutti i livelli. Il sistema è la logica che domina tutta la società». Invece di vivere in un paese fondato sulla comune appartenenza dei cittadini a un progetto di Stato, da almeno trent’anni il Libano galleggia in quella che Hosni chiama una «tregua tra comunità», dentro un assetto che «come spighe di grano, si piega a seconda delle forze esterne».

Molti osservatori chiamano questa capacità «resilienza». Per Hosni si tratta invece di dipendenza organizzata da attori esterni, priva di autonomia produttiva interna. «Questa flessibilità non ha una forza di spinta interna. Serve ad assorbire le crisi. Eppure, quando ci sono tempeste come quelle che stiamo vivendo, il grano rischia di spezzarsi». Il Libano, prosegue, è l’unico paese con un sistema che attira fondi in maniera simultanea dagli Stati uniti e dall’Iran.

«Una parte si appoggia a Washington e l’altra a Teheran ma entrambe le parti siedono assieme nello stesso governo. Mentre lo Stato rinuncia a governare la società. Mentre i capi-bastone, ciascuno dentro la propria colonna comunitaria, si limitano a distribuire i soldi, forti di aiuti e protezioni straniere».

Questo stato di cose è ora in crisi. Dal default finanziario emerso nel 2019, con l’ondata di proteste di ottobre e poi la pandemia, fino alla guerra regionale aperta dal 7 ottobre 2023 e ancora in corso, il sistema libanese ha subito scossoni senza precedenti. Pesa soprattutto l’esodo dei giovani: secondo dati della Sicurezza generale libanese citati da Hosni, dal 2022 a oggi sono partiti 800mila libanesi.

«L’EMIGRAZIONE travolge tutto, travolge anche la base popolare di questi leader», dice. I leader politico-comunitari conoscono la profondità della crisi: «Noi ci parliamo continuamente. Sono angosciati, terrorizzati. Sanno che il sistema è bloccato, ma non riescono a cambiarlo. Temono di soccombere, anche fisicamente, se provassero a opporsi alla sua logica interna».

Da qui nasce l’immobilismo attuale: il capo-bastone prende tempo, alimenta ansia e paura, scarica le colpe sull’altra comunità. Proprio lo spettro del conflitto intestino – realtà storica del Libano tra il 1975 e il 1990 – resta uno degli ultimi strumenti in mano ai leader politico-confessionali. «Ci troviamo in una situazione di stallo a somma zero». I due schieramenti, quello sovranista sostenuto dagli Stati uniti e quello della resistenza sostenuto dall’Iran, restano uno di fronte all’altro, «come in un tiro alla fune permanente», mentre «la gente scivola nella disperazione».

È dentro questa crisi che Israele sta facendo di tutto per spingere il Libano al collasso interno. Secondo Hosni, l’avanzata israeliana non si misura tanto in chilometri occupati o in case abbattute, quanto nell’impatto politico che la sua strategia sta avendo tra i libanesi. Nel 2006, afferma, Israele colpiva infrastrutture in tutto il Libano. Oggi lavora in modo diverso: punta ad amplificare l’idea che esistano zone sicure e zone esposte, comunità protette e comunità sacrificabili, villaggi cristiani come Rmeish da presentare come salvabili e altri territori da consegnare alla distruzione.

«Stanno lavorando sulla divisione interna – dice Hosni – e finora stanno riuscendo». L’obiettivo è spingere ogni gruppo a cercare protezione fuori dallo Stato, dentro appartenenze verticali, separate, comunitarie, ciascuna appesa al proprio capo, al proprio sponsor, alla propria paura, fino a riaprire lo spettro della guerra civile.

A questo punto la domanda è inevitabile: qual è l’alternativa? «Prima di tutto bisogna fermare questa guerra. Con Israele serve una tregua prolungata». Poi bisogna «avviare assieme tre percorsi: censimento, che manca da quasi cento anni; servizio militare e civile obbligatorio per cittadine e cittadini; mobilitazione delle risorse attraverso un sistema fiscale equo e ben organizzato, del tutto inesistente in Libano».

IL CENSIMENTO servirebbe a rompere il legame automatico tra individuo e comunità. «Attualmente, nasci e nello stato di famiglia ti mettono una targhetta: è come se ti facessero l’esame del sangue, e il tuo sangue risultasse sciita, druso, maronita, sunnita». Bisogna invece registrare gli individui in base al luogo di residenza, non all’appartenenza comunitaria. Ma come si può organizzare un censimento in poco tempo, in un paese presentato come privo di risorse? «Se ci si organizza bene è sufficiente un coprifuoco di 24-48 ore, con l’esercito che passa casa per casa e censisce gli individui».

Le risorse, dice, ci sono: nel 2025 il Libano ha importato beni per 21 miliardi di dollari ed esportato per circa tre miliardi. Il deficit è stato compensato per lo più dalle rimesse e dalle spese della diaspora. «In Libano le risorse non mancano. Manca però uno Stato che sappia come mobilitarle con una legittima politica fiscale».

Allo stesso tempo, il servizio militare e civile obbligatorio per donne e uomini servirebbe a rafforzare gradualmente l’esercito, assorbendo anche quei giovani che oggi militano nelle file di Hezbollah, e a rimettere in piedi le amministrazioni civili, ancor più indebolite dalla crisi finanziaria. Per Hosni è necessario «voltare pagina rispetto al paradigma di Taif», l’accordo che ha chiuso formalmente la guerra civile e legittimato la convivenza tra esercito nazionale e resistenza armata parallela.

«Non è questione di liberarsi di Hezbollah – dice – ma dell’idea che ci sia una resistenza distinta dall’esercito», e dunque una società spaccata tra chi combatte e chi pensa ad altro. La sovranità statale, aggiunge Hosni, non può nascere dalla sconfitta o dall’esclusione di una o più comunità. Eppure oggi la dinamica va nella direzione opposta. «L’esercito si è ritirato, come se non fosse affare suo, mentre Hezbollah è rimasto al sud». Questo approfondisce la frattura interna e rafforza tra gli abitanti del sud l’idea che lo Stato protegga altri libanesi, non loro.

MA IN UN LIBANO che sin dalla nascita, cento anni fa, ha sempre avuto un esercito con le armi spuntate e ostaggio di volontà straniere, come si costruiscono forze armate degne di questo nome? «Da quando sono nato non ho mai sentito parlare, né dai sovranisti né dai sostenitori della resistenza, di finanziamento dell’esercito», risponde Hosni. Nelle leggi di bilancio non si indicano mai le risorse interne necessarie.

Eppure, anche senza poter raggiungere la parità con Israele, «da qualche parte bisogna cominciare»: smettere di elemosinare conferenze dei donatori, fondi dagli Stati uniti e dai suoi alleati, finanziamenti iraniani a Hezbollah o deleghe di stabilità a forze internazionali come Unifil. La strada, per lui, è la mobilitazione delle risorse interne attraverso «una politica fiscale equa, trasparente e organizzata», capace di attivare nelle persone «il sentimento di appartenenza allo Stato» e l’idea che «c’è qualcosa su cui stiamo lavorando insieme».

Perché nessuno propone una simile ricetta? Perché il sistema verticale e comunitario la rende quasi impossibile. Hosni cita il sindaco di New York Zohran Mamdani: un politico può tassare gli appartamenti di grande valore sapendo di perdere una minoranza di proprietari molto ricchi e guadagnare una maggioranza di affittuari. Per un capo-bastone libanese sarebbe un suicidio politico.

Il suo recinto comunitario racchiude interessi contraddittori: proprietari e affittuari, chi paga i generatori e chi li possiede, chi importa carburante e chi subisce il costo dell’elettricità. Ogni scelta fiscale colpirebbe una parte della sua base senza garantirgli consenso altrove. Per questo, dice Hosni, preferisce non cambiare nulla. Per Hosni e Muwatinun è da quella struttura verticale che bisogna cominciare: la difesa del Libano di fronte a Israele passa, prima di tutto, dalla costruzione dello Stato.

Nell’immagimne: soldati libanesi in un checkpoint a Beirut