Sergio Rossi – Un “governo” internazionale dell’Intelligenza Artificiale. Ma come, in un mondo sempre più frammentato?

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Cisgiordania: Israele accelera sul piano E1

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

Da ISPIonline

Il governo di Israele procede spedito con il suo piano di divisione della Cisgiordania. Il progetto approvato lo scorso anno per la costruzione di 3.400 nuovi insediamenti nella zona E1 della Cisgiordania prende forma dopo l’annuncio del bando da parte del Ministero delle Costruzioni e dell’Edilizia, che ha indetto una gara d’appalto per le prime 1.234 unità abitative tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumin. La decisione è stata presa in seguito al via libera definitivo dell’Alta Commissione di Pianificazione dell’Amministrazione Civile, un dipartimento del Ministero della Difesa. In questo modo, verrebbe impedita la continuità territoriale palestinese. La Cisgiordania verrebbe spaccata in due, da nord a sud, con l’isolamento di Gerusalemme Est – ipotetica capitale dello Stato di Palestina – rispetto al resto del territorio palestinese. Dal 1967 il corridoio E1 è stato sempre lasciato libero, nell’attesa di arrivare a una soluzione. Di fatto, però, il piano “cancella l’illusione dei due Stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra di Israele”, aveva sentenziato lo scorso agosto in conferenza stampa il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, celebrando la decisione di procedere con il progetto. “Lo Stato palestinese – aveva aggiunto – viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con i fatti. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea”. In una dichiarazione rilasciata alla Cnn, l’ambasciatore palestinese all’Onu Riyad Mansour ha definito la decisione di indire il bando “estremamente pericolosa, irresponsabile e minacciosa. Bisogna fermare tutto questo”.

Una voce inascoltata?

Anche dentro lo Stato ebraico si sono sollevate voci di protesta. Peace Now, organizzazione israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, ha puntato il dito contro il primo ministro Benjamin Netanyahu: “Nel pieno della campagna elettorale, il governo sta cercando di realizzare la visione di annessione dei coloni e di limitare l’azione del prossimo esecutivo”. La scadenza del bando è stata fissata infatti per il 19 ottobre, una tempistica non casuale. Una settimana dopo, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni, per cui sarà molto difficile per il prossimo governo tornare indietro nella decisione. Inoltre, accusa l’ong, giusto un mese fa aveva ricevuto la rassicurazione da parte dell’ufficio del procuratore distrettuale sul fatto che non fossero previste gare d’appalto per la costruzione dei nuovi insediamenti, almeno per i prossimi due o tre mesi. Nel caso, gli era stato assicurato, sarebbero stati informati. Niente di tutto questo è avvenuto: “Solo un mese dopo, la gara d’appalto è stata aperta senza alcun preavviso”, ha spiegato Peace Now in una nota.

Un isolamento ancora maggiore?

Il primo ministro Netanyahu sembra invece intenzionato ad andare avanti. Per decenni il piano relativo all’area E1 è rimasto solo su carta. A idearlo fu nel 1995 l’ex premier Yitzhak Rabin, ma nessun governo israeliano ha deciso di attuarlo a causa delle pressioni esterne. Nell’agosto di un anno fa erano piovute critiche per l’approvazione da parte dell’intera comunità internazionale. Critiche che, dopo l’indizione del bando pubblico, vengono rinnovate con ancor più forza. “Il Regno Unito non resterà a guardare e non accetterà la distruzione della soluzione dei due Stati. Siamo stati chiari nell’opposizione all’E1”, ha affermato il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband. “Tutti gli insediamenti danneggiano tale prospettiva e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”. La condanna è unanime. “Il nostro messaggio è chiaro: non ci devono essere ulteriori passi verso l’annessione della Cisgiordania”, ha sottolineato Sebastian Hille, portavoce del cancelliere tedesco di Friedrich Merz. “Nessun passo formale, ma nemmeno misure politiche, strutturali o di altro tipo il cui impatto conduca in modo sempre più evidente all’annessione”. Questo perché “sono in contrasto con la soluzione dei due Stati”. In una dichiarazione congiunta, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia hanno definito “inaccettabile” i piani di Israele, che “non solo ci allontaneranno ulteriormente dalla pace, ma mineranno ulteriormente la sua reputazione internazionale”. Secondo alcune indiscrezioni, l’Unione europea avrebbe già pronta una lista di sanzioni, anche commerciali, qualora Israele decida di procedere con il progetto dell’E1. A quanto pare, gli Stati Uniti – l’alleato più saldo dello Stato ebraico – non si opporrebbero alle misure di Bruxelles.

Il commento – Di Caterina Roggero, Senior Research Fellow ISPI“L’intensificarsi delle violenze in Cisgiordania non è solo collegato alle dinamiche pre-elezioni delle forze politiche israeliane, ma anche a quelle del campo politico palestinese, che si appresta a due tornate – tra novembre e gennaio prossimi – che potrebbero essere cruciali. Secondo gli ultimi sondaggi palestinesi, la sfiducia a Gaza e in Cisgiordania nei confronti sia di Hamas che di Fatah, si è accresciuta e l’incapacità dell’Autorità palestinese nel contrastare i soprusi dei coloni non fanno che peggiorare la percezione di insicurezza e la mancanza di prospettive. La condanna dei paesi europei che si sta levando contro l’inumanità di azioni e dichiarazioni di esponenti politici israeliani per essere veramente efficace potrebbe avere una pars construens spingendo per la liberazione dell’unico leader palestinese che gode del 40% del consenso degli intervistati e che potrebbe, forse, dare una scossa alla politica palestinese, Marwan Barghouti.”
Un problema ingestibile?

L’espansione territoriale dei coloni israeliani in Cisgiordania è un fenomeno decennale, che sotto i vari governi guidati da Netanyahu ha subito un’accelerazione. Ora appare un problema ingestibile, anche perché a fomentarlo sono gli stessi esponenti dell’esecutivo. Negli ultimi giorni ha tenuto banco l’assedio del villaggio di Qusra, a sud di Nablus, dove alcune famiglie palestinesi sono state assediate dai settler, costrette a rimanere nelle loro case per non perdere la propria terra. Scene che hanno suscitato l’indignazione internazionale. Tra gli ostaggi dei coloni ci sono anche palestinesi statunitensi, portando l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, a condannare le violenze di quelli che ha definito “terroristi israeliani”. “Il fatto che qualcuno venga a prendersi la terra e la casa, a spaventare la famiglia per costringerla ad andarsene, costituisce una violazione non solo della legge umana, ma anche della legge di Dio”. Il governo israeliano però non sembra voler ascoltare. Il ministro della Difesa, Israel Katz, vorrebbe infatti trasferire le competenze sull’ordine pubblico nei territori occupati alla polizia e non all’esercito. In questo modo si possono perseguire i civili che commettono reati e, allo stesso tempo, limitare le critiche rivolte all’Idf per il mancato intervento contro i coloni.


Trump, il presidente nel suo labirinto

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

Di Ezio Mauro, la Repubblica

Come se fosse precipitato dentro un romanzo sudamericano, Donald Trump è oggi prigioniero del suo labirinto. L’uomo più potente del pianeta, che ha trasformato la dottrina americana in forza, la politica in comando, le alleanze in dominio, non riesce a districarsi dal disordine mondiale che ha creato con le sue stesse mani scambiando alleati e avversari, dirottando l’intesa storica con l’Europa, logorando il concetto stesso di Occidente, abiurando la concezione della regola democratica come principio ordinatore del mondo.

Anche la rappresentazione di sé che nasce da questo procedere erratico è contraddittoria e ambivalente, fino all’ambiguità: il grande mediatore mediorientale, il pacificatore del conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina, il pretendente al Nobel per la pace si alterna al grande giustiziere, all’uomo che cambia il destino del mondo (e il nome di terre, laghi e mari) con un tratto di penna sulla carta geografica, annettendosi lo stretto di Hormuz, minacciando perennemente di prendersi la Groenlandia, avvertendo l’Oman che può «farlo saltare per aria» se non si allinea al volere della Casa Bianca.

Si smarrisce il ruolo del presidente americano in questo passaggio della storia, la parte che intende sostenere sulla scena mondiale: e infatti non si capisce più se nell’ultima telefonata con Putin sul rischio di un attacco della Russia a Paesi Nato, Trump parlava a Mosca come garante dell’Occidente, o pensava di rassicurare l’Occidente come garante del Cremlino.

Il risultato di questa confusione politica è la perdita di autorità interna e internazionale della leadership del presidente, vale a dire l’indebolimento dell’America. Qualunque Stato canaglia oggi può pensare di tener testa agli Stati Uniti in un conflitto da remoto, se è in grado di reggere il peso di morti e devastazioni, perché come dice la lezione del 2026 le bombe da sole non risolvono le crisi, se manca la politica.

E infatti proprio qui sta il cuore del problema. In questo passaggio progressivo dall’ordine al disordine c’è una continua rinuncia alla politica, intesa come costruzione di un sistema di convivenza civile: sostituita dalla libertà della forza. Il pensiero di Trump, ma più ancora dell’intero movimento Maga, è riassunto nel documento sulla National Security Strategy del novembre 2025, che traccia la nuova dottrina della Casa Bianca, ponendo le basi dell’America First con la critica alle élite americane del dopoguerra che concepivano gli Stati Uniti come garanti generali dell’ordine liberale nel mondo.

Oggi l’America si ritira, perché non c’è più un ordine internazionale da difendere, ma ci sono soltanto interessi nazionali da perseguire: «I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano sulle proprie spalle l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti». Nello stesso tempo l’America trumpiana si ritira anche dalla «scommessa sbagliata» sulla globalizzazione e il libero commercio, indicati come causa dell’indebolimento della classe media e della base industriale degli Stati Uniti.

Gli interessi sostituiscono i principi e legano insieme la sicurezza del Paese, il commercio, l’industria e l’identità nazionale come un bene unico da tutelare, perché sotto minaccia. Di conseguenza non ci sono più alleanze da privilegiare, obblighi di sicurezza internazionale da garantire, valori da difendere. Ognuno pensi per sé, visto che l’America non vuole più pensare il mondo così com’è stato disegnato nel dopoguerra, e anzi ha cancellato la lavagna del Novecento, ripiegando su sé stessa.

C’è in questo disimpegno un’evidente sfiducia nella Nato, ma c’è soprattutto una nuova esplicita diffidenza nei confronti dell’Europa, vista ideologicamente da Washington come una terra che ha perso la fiducia a in sé stessa, fino ad essere minacciata da una «civilizational erasure», una cancellazione di civiltà, a causa dell’immigrazione, del crollo della natalità, dell’indebolimento delle identità nazionali a cui si oppongono soltanto «i partiti patriottici europei», unico motivo di ottimismo per la Casa Bianca.

Trump cerca dunque nella destra estrema europea un punto di resistenza alla traiettoria della Ue, boicottata come soggetto politico, perché la nuova America guarda all’Europa come un insieme di nazioni sovrane allineate strategicamente con gli Stati Uniti, nulla più. Perde valore l’intesa atlantica, il riconoscimento di una comunità di destino basata su ideali di libertà e sul valore universale della democrazia nel riconoscimento del diritto e dei diritti: sostituita dall’idea di «civiltà», selettiva, nazionale, identitaria, definita soltanto da una comunanza di interessi da difendere, dentro un quadro di equilibrio internazionale da ricostruire tra gli imperi, cominciando da una nuova «stabilità strategica» con la Russia.

La «stabilità» sostituisce l’«ordine», che era costruito su regole, istituzioni, diritto internazionale, alleanze, convenzioni, organismi sovranazionali di prevenzione dei conflitti: la stabilità invece può reggersi sul puro equilibrio dei rapporti di forza. È un salto rilevante. L’America era una superpotenza anche perché aveva saputo capitalizzare la vittoria nella seconda guerra mondiale nel concetto di Occidente, capace di proiettare i suoi valori in un vero e proprio ordine internazionale fino alla caduta del muro di Berlino nell’89 e oltre, nel nuovo secolo.

Oggi la nuova America pensa di poter garantire il proprio ruolo imperiale fuori da quell’ordine e senza quei valori. Si spezza una linea che da Roosevelt arriva fino a Biden, e non riguarda solo la politica internazionale, ma anche la concezione che l’America ha di sé stessa.

Roosevelt si siede al tavolo di Jalta nel febbraio ’45 portando con sé la carta coperta della bomba atomica — quindi il segreto della potenza finale e assoluta — ma capisce che la sicurezza è indivisibile e l’interesse americano può essere tutelato solo da un ordine mondiale condiviso, anche se questo limita la sovranità della superpotenza. Il potere dei Tre Grandi si sottopone a un concordato, auto-limitandosi, perché la costruzione di un ordine riconosciuto e accettato aumenta la sua forza. Fino al rovesciamento di Trump, che vede nell’ordine internazionale un ostacolo al libero dispiegarsi della potestà di comando, e ribalta la storia.

È qui che il presidente americano si sta smarrendo. A differenza dei suoi predecessori ha cancellato la regola in nome di un esercizio sovrano del comando, ha rifiutato ogni coscienza del limite, ha respinto il canone democratico come principio-guida delle sue scelte, ha trasformato gli alleati storici in sudditi, ha applaudito i dittatori, è uscito dal sentiero dell’Occidente, insofferente ai suoi principi, e infine ha infranto l’ordine internazionale in cui custodivamo la nostra fragile convivenza. L’unica mappa che gli è rimasta è sé stesso: che è anche il cuore del problema. Ecco perché non riesce a uscire dal suo labirinto.

Nell’immagine: Trump cambia nome al Lago Ontario


Agli Usa il petrolio del Venezuela: “Abbiamo raddoppiato le nostre riserve”

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Di Paolo Mastrolilli, la Repubblica

NEW YORK – Donald Trump lo ha annunciato come «il più grande accordo petrolifero della storia mondiale», che «raddoppia le riserve americane» e di conseguenza «abbasserà sostanzialmente i prezzi della benzina per tutti i nostri cittadini». I critici lo bocciano come un atto coloniale, che legittima il dominio sul Venezuela di un regime violatore dei diritti umani, e conferma come la politica estera degli Stati Uniti sia basata solo sugli interessi economici e non sui principi. Parliamo dell’intesa che darà agli Usa accesso a 65 miliardi di barili, attraverso una joint venture che segna anche un cambiamento filosofico di Washington verso un approccio statalista finora inedito, con possibile impatto sull’Eni.

«Gli Usa – ha scritto Trump sul suo social – hanno appena stipulato un accordo col Venezuela, il più grande della storia mondiale!». Quindi ha spiegato che «attraverso una partnership con imprese private, assicura il controllo di maggioranza statunitense su oltre 65 miliardi di barili di riserve di petrolio comprovate in Venezuela, senza alcun costo per il contribuente americano. Questa storica transazione più che raddoppia le riserve Usa, aumenta notevolmente la nostra fornitura di petrolio e abbasserà sostanzialmente i prezzi della benzina, nel lungo periodo, contribuendo ad indirizzare il Venezuela verso un enorme successo e grande prosperità».

Delcy Rodriguez, che ha preso il posto del presidente Maduro dopo il suo arresto a gennaio, ha spiegato che «metterà le nostre immense riserve al servizio dello sviluppo nazionale». Secondo il New York Times attirerà investimenti per oltre 100 miliardi di dollari e ricavi da 209 miliardi per lo stato. Secondo il Wall Street Journal, Caracas concederà ad una joint venture composta dall’imprenditore locale Alejandro Betancourt López e dal governo Usa il permesso di sfruttare 17 campi petroliferi per cento anni, facendola diventare la seconda al mondo, dopo i sauditi di Aramco. Washington avrà il 55% e potrà usare il greggio per riempire le sue riserve strategiche. In totale circa 65 miliardi di barili, rispetto ai 300 miliardi che secondo le stime sono ancora inutilizzati in Venezuela. Gli Usa hanno riserve per 46 miliardi e ciò fa capire le proporzioni.

L’iniziativa è statale, ma Trump si augura che spinga anche i privati ad investire nel Paese, come la Chevron che sta trattando nuovi interventi. Prospettive che interessano anche all’Eni: «Stiamo lavorando – commenta la compagnia italiana – con le controparti venezuelane e con tutte le Autorità coinvolte per contribuire al rilancio del settore energetico del Paese, a beneficio della sua popolazione e della sicurezza energetica internazionale. Attualmente non siamo nella posizione di commentare i prossimi passi ma ne comunicheremo i dettagli una volta finalizzati».


Domenica, pausa vigile

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

“Siamo un po’ stanchini”, come direbbe Forrest Gump.
Quindi da domani, 5 luglio 2026, per tutte le domeniche fino a quella del 30 agosto, ci prendiamo una pausa. Solo la domenica. Oltretutto si tratterà di una “pausa vigile”.

Cioè: interverremo comunque con commenti e analisi anche nel settimo giorno qualora l’attualità lo imponesse per notizie particolarmente importanti e assolutamente non trascurabili.
Quindi date sempre un’occhiata a “Naufraghi.ch”, anche nel giorno in cui riposò pure il padre eterno.
Noi possiamo solo sperare che almeno per un giorno stia zitto anche l’altro padre eterno (tale si considera) che sta alla Casa Bianca. Ne beneficeremmo davvero tutti.
Buona estate.


La scuola che dovrebbe venire

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

Durante il prossimo anno scolastico, che sarà anche anno elettorale, si parlerà molto di scuola. Molti politici vorranno dire la loro nella speranza di raccogliere un qualche voto. Che la scuola vada profondamente riformata è assodato, ma la direzione da prendere richiede approfondimenti che vadano oltre l’interesse politico.

Durante i miei anni di insegnamento ho sentito spesso colleghi lamentarsi perché gli studenti non studiano abbastanza. Ma è normale che non studino. Spesso gli allievi hanno ogni giorno 7-8 ore di lezione, alle quali bisogna aggiungere i tempi di viaggio, che per alcuni possono arrivare anche alle due ore giornaliere. Ora, tutti noi abbiamo seguito delle conferenze. Personalmente dopo 40-60 minuti la mia capacità di concentrazione diminuisce velocemente. Pretendere quindi che degli allievi seguano attentamente 7-8 ore di lezione è assurdo. Ho avuto occasione di fare lezione durante le ultime due ore del pomeriggio e il rendimento è a livello di stato comatoso. Inoltre, gli allievi sono costantemente bombardati di prove scritte, che nella maggior parte dei casi significa che la loro attenzione è focalizzata sull’acquisizione delle nozioni necessarie per superare la prova, nozioni che poi vengono immediatamente dimenticate perché presto ci sarà un’altra prova scritta in un’altra materia. In realtà oggi le scuole medie e medie superiori sono semplicemente una fabbrica di nozioni, quasi tutte inutili. Ad esempio, che senso ha anticipare di un anno l’apprendimento del tedesco alla scuola media?

Per capire qualcosa di serio sulla scuola di oggi è utile guardare e soprattutto ascoltare cosa dice il professor Umberto Galimberti in questo video.

La lucida descrizione della scuola attuale, compreso ruolo di genitori e insegnanti, è per certi versi disarmante, ma dovrebbe essere il punto di partenza per tutti coloro che si occupano di scuola e che ne vogliono parlarne non solo per racimolare un qualche voto, magari parlando di professori fannulloni, con 4 mesi di vacanza.

Se ci limitiamo a guardare i risultati dei test Pisa, la scuola svizzera e ticinese non ne esce male, ma è una scuola nozionistica che non sviluppa l’individuo e il senso critico (sempre che a qualcuno interessi ancora). È un modello formativo che sostanzialmente è rimasto uguale a quello pensato all’inizio dell’800, aggiungendovi solo nuove materie e aumentando le ore di insegnamento. Oggi la società è talmente complessa che diventa fondamentale imparare metodi di lettura della realtà e non solo nozioni. Nei miei 20 e passa anni di insegnamento l’unica cosa che è aumenta è la burocrazia scolastica e la standardizzazione, colpa anche di corsi di abilitazione irrazionali.

Molti citano i paesi nordici come possibile modello da seguire. In Svezia fino ai 12 anni non vengono assegnati voti agli allievi, poi vengono assegnate delle valutazioni che vanno dalla A alla F che è l’unico voto insufficiente. L’obiettivo è quello di portare tutti gli allievi alla fine del percorso obbligatorio allo stesso livello di conoscenze di base, e per raggiungere questo scopo sono presenti figure specifiche che aiutano gli allievi a superare le difficoltà. In Finlandia lo stipendio dell’insegnante è particolarmente attrattivo e il ruolo dell’insegnante (come in tutti i paesi nordici) all’interno della società gode di un’elevata considerazione, tanto da attirare nella scuola i migliori studenti delle università. In Finlandia poi esiste un premio salariale per coloro che hanno più di 20 allievi per classe. Le ore di insegnamento vanno dalle 13 ore settimanali (in Svezia per gli insegnanti della lingua madre) a 21-22 per altre materie. Le ore totali di lezione vanno dalle 28 alle 30 ore settimanali ma alle 15 le lezioni terminano. In Ticino vanno oltre le 33 ore e spesso si arriva a 35.

A questo punto mi permetto di avanzare una proposta per le scuole medie e medie superiori. Alla mattina 4 ore di 45 minuti. Al lunedì, martedì, giovedì e venerdì sempre 2 ore di matematica e 2 di italiano, mentre al mercoledì mattina ci si concentra su una lingua straniera, scelta dagli allievi. Sul mezzogiorno sempre due ore scolastiche di pausa mentre al pomeriggio gli allievi scelgono dei corsi opzionali in base ai loro interessi, con l’obbligo però di scegliere durante i 4 anni alcuni corsi obbligatori quali storia, geografia o altro. Chiaramente una proposta del genere (indicativa), non ha alcuna possibilità non solo di essere concretizzata ma nemmeno di entrare in discussione. Tuttavia una riforma profonda che si focalizzi sull’apprendimento del ragionamento e non sulle nozioni sarebbe indispensabile.

Oggi in un negozio di paese dovevo pagare 13.75. Ho dato alla giovane apprendista 53.75 e la ragazza ha dovuto chiamare il titolare perché non era capace di calcolare a mente il resto. Si è giustificata dicendo che in matematica ha sempre avuto pessimi insegnanti ma evidentemente non è così: ha semplicemente frequentato una scuola che non ha saputo fornire gli strumenti basilari. Molti anni fa ho insegnato contabilità e aritmetica in una scuola per apprendisti di commercio. Alla fine ho dovuto fare un test che consisteva in due esercizi del tipo “se da un rubinetto escono 20 litri di acqua in 20 minuti, quanti ne escono in 2 ore e 20 minuti”. Nelle due ore della prova solo metà della classe è riuscita a risolvere un problema. Altro esempio: in una mia classe a fine anno c’era una ragazza largamente insufficiente e quindi le ho fatto un’interrogazione per migliorare la nota. Dopo un anno di economia politica in cui ho spiegato almeno una ventina di volte che il reddito nazionale è uguale al consumo (C) più investimenti (I) più spesa pubblica (G), la ragazza mi ha detto che C era il capitale (evidentemente non era interessata alla materia e io non sono stato capace di coinvolgerla). Devo dire che ho anche assegnato durante una prova scritta un 6+ (o 6.5 non ricordo esattamente) a una ragazza perché dopo aver riletto il suo lavoro ho ritenuto che io non sarei stato capace di fare di meglio. Non so bene cosa questa ragazza, molto intelligente e con grandi capacità di analisi e di ragionamento, abbia poi fatto nella vita ma dalle poche informazioni che ho credo che le sue capacità non siano state valorizzate anche perché la scuola non dava molto peso alle sue attitudini ben fuori dal comune. Un po’ come un ragazzo super dotato per lo sport che non viene valorizzato dalla società in cui milita e quindi alla fine abbandona o rientra nella media. Ho anche avuto studenti che per uno dei lavori dell’ultimo anno (8 ore alla settimana) non erano capaci di scrivere 3-4 pagine in un italiano comprensibile.

Ecco perché è fondamentale una conoscenza approfondita della lingua madre (che poi favorirebbe anche l’apprendimento di altre lingue) e della matematica, che serve a imparare a ragionare su problemi via via più complessi.

Una cosa però è certa: parlare di scuola e della sua riforma è complicato, ma se poi ogni partito presenta la sua “ricetta” che quasi sempre ha scopi elettorali, le soluzioni razionali, in linea con le necessità del mondo reale, diventano impossibili.

Nell’immagine: una classe in  Finlandia


Il patto che manca

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

Il con­tri­buto di Alex Fari­nelli (laRe­gione 24 ago­sto 2026) in rispo­sta a quello di Ivo Duri­sch (19 ago­sto 2026) parte da una pre­messa con­di­vi­si­bile: nes­suno vuole descri­vere il Ticino come un ter­ri­to­rio di sole filiali senza auto­no­mia e nes­suno pre­tende che una mul­ti­na­zio­nale tra­sfe­ri­sca qui il pro­prio quar­tier gene­rale mon­diale. C’è un prin­ci­pio di pro­por­zio­na­lità da con­si­de­rare. Ma la domanda vera posta da Ivo Duri­sch non era ‘quanta atti­vità eco­no­mica riu­sciamo ad atti­rare’ – ne abbiamo atti­rata, con i risul­tati che sap­piamo – bensì chi la con­trolla, e chi ne trat­tiene l’utile. Ci sem­bra che spo­stare il piano dalla pro­prietà all’indotto aggiri la que­stione. Pren­diamo sul serio l’argo­mento più forte di Fari­nelli, quello impli­cito nell’esem­pio di Goo­gle e Zurigo: anche quando il cen­tro deci­sio­nale sta altrove, restano salari, for­ni­tori, con­su­lenti, inve­sti­menti.

In altre parole, un indotto reale. È vero, ed è un effetto impor­tante che sarebbe sba­gliato igno­rare o, peg­gio, negare. Ma è pro­prio ciò che scrive e docu­menta Ivo Duri­sch a mostrarne il limite, con­te­stual­mente al Can­ton Ticino: il segreto ban­ca­rio è finito, i miraggi fiscali del lusso e della moda sono sva­niti, e con essi buona parte dell’indotto che gene­ra­vano. Un indotto assi­mi­la­bile a una ren­dita di posi­zione, valida fin­ché le con­di­zioni (locali, nazio­nali, inter­na­zio­nali) restano favo­re­voli. Vale la pena essere pre­cisi sul mec­ca­ni­smo – tec­nico – su come si distri­bui­sce il valore all’interno di un gruppo. Quando una filiale tici­nese opera come pro­dut­tore o pre­sta­tore di ser­vizi viene remu­ne­rata secondo il metodo ‘cost plus’ richia­mato da Duri­sch: un mar­gine cal­co­lato sui costi soste­nuti, men­tre royal­ties su mar­chi e bre­vetti, com­mis­sioni di gestione e il mar­gine resi­duo restano presso chi con­trolla la pro­prietà intel­let­tuale e il mer­cato.

Il risul­tato è che l’utile impo­ni­bile local­mente può restare mode­sto anche quando l’atti­vità pro­dut­tiva è solida ed ele­vata – ed è esat­ta­mente ciò che i dati rela­tivi alla pere­qua­zione fede­rale, citati sem­pre da Duri­sch, mostrano: 2’913 fran­chi per abi­tante di utili deter­mi­nanti in Ticino con­tro 4’829 in media sviz­zera. Non è un pro­blema con­te­stuale a pochi set­tori o gruppi – ban­ca­rio, chi­mico-far­ma­ceu­tico – ma un indi­ca­tore della posi­zione strut­tu­rale del Can­tone nella catena del valore che var­rebbe la pena appro­fon­dire con studi e ricer­che mirate.

Le ‘con­di­zioni con­crete’ attuate in Ticino da oltre trent’anni e rego­lar­mente ripro­po­ste – fisca­lità com­pe­ti­tiva, scuole inter­na­zio­nali, dispo­ni­bi­lità di spazi, cer­tezza del diritto, pro­ce­dure rapide e sbu­ro­cra­tiz­za­zione – sono tutte indif­fe­renti alla pro­prietà. Atti­rano atti­vità, come hanno sem­pre fatto, ma non dicono nulla su chi le con­trolla, né su quanto resti di tali atti­vità nel ter­ri­to­rio quando le con­di­zioni gene­rali cam­biano. Un patto di Paese costruito solo su que­sti stru­menti gesti­sce la fra­gi­lità, quella descritta da Duri­sch, ma non la supera. A meno di indi­care un modello di svi­luppo di cui abbiamo urgen­te­mente biso­gno, con­si­de­rando i pro­blemi eco­no­mici, sociali, sani­tari, ambien­tali che stanno aumen­tando a ritmi pre­oc­cu­panti. Va poi detto che le ultime deci­sioni poli­ti­che fede­rali e can­to­nali in mate­ria di finan­zia­mento delle alte scuole, scon­fes­sano i pro­po­siti di chi punta all’eccel­lenza, alla ricerca e svi­luppo, alla pro­mo­zione dell’istru­zione a tutti i livelli e all’accesso equo alla for­ma­zione indi­pen­den­te­mente dal red­dito.

Uno Stato che voglia dav­vero inci­dere sul con­trollo deci­sio­nale non può limi­tarsi a faci­li­tare: deve essere dispo­sto ad assu­mere una posi­zione, pro­muo­vendo, con mezzi e risorse com­mi­su­rate, poli­ti­che eco­no­mi­che, indu­striali e sociali all’altezza dei biso­gni e delle sfide. Il fondo can­to­nale per soste­nere le suc­ces­sioni azien­dali a favore di lavo­ra­tori, diri­genti, coo­pe­ra­tive e impren­di­tori locali – pro­po­sto da Duri­sch nel citato arti­colo – va in que­sta dire­zione: evita che la ven­dita a un gruppo esterno resti l’unica solu­zione quando un’impresa cam­bia pro­prietà. A esso si pos­sono affian­care con­di­zio­na­lità sul rein­ve­sti­mento degli utili infra­gruppo e con­trolli più strin­genti sul dum­ping sala­riale che, come ricorda Duri­sch, pro­duce una dop­pia per­dita: poco red­dito impo­ni­bile per chi lavora, poco utile impo­ni­bile per il Can­tone in cui il lavoro viene svolto.

La scelta da fare non è tra più o meno rego­la­zione in astratto. È, al con­tra­rio, tra stru­menti cie­chi rispetto alla pro­prietà – gli sgravi fiscali gene­ra­liz­zati, validi per chiun­que si insedi indi­pen­den­te­mente da dove si pren­dono le deci­sioni – e stru­menti che guar­dano pro­prio a chi con­trolla, a chi trat­tiene l’utile, a chi decide se un’azienda resta o se ne va. Non si tratta di più o meno Stato, ma di quale Stato: uno che si limita a ren­dersi con­ve­niente al mer­cato, o uno che par­te­cipa atti­va­mente a costruire le con­di­zioni per un modello di svi­luppo a van­tag­gio del benes­sere della popo­la­zione, pre­sente e futura – quelle stesse ‘future gene­ra­zioni’ di cui la reto­rica anti­sta­ta­li­sta si pre­oc­cupa solo quando le con­viene.

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma cam­bian­done il con­te­nuto. Un patto che mette sul tavolo solo fisca­lità e infra­strut­ture è un patto per gestire la posi­zione attuale del Ticino, un patto fal­li­men­tare. Serve, invece, un patto che metta sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale con­te­stual­mente a un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido. Il rischio, altri­menti, non è restare senza patto. È fir­marne uno che lascia il Ticino un baliag­gio.

Nell’immagine: quando l’indotto è reale. Una delle sedi di Google a Zurigo


Ranucci e Report, un editto in chiave berlusconiana

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Alla fine, ce l’hanno fatta: Sigfrido Ranucci non sarà più il conduttore di Report, il fiore all’occhiello dell’informazione Rai. La nomenklatura dell’ente radiotelevisivo di Stato (per il quale gli italiani, anche coloro che non sono in possesso di un televisore, sono obbligati a pagare il canone attraverso la bolletta dell’elettricità) ha emesso un provvedimento che non ha nulla da invidiare all’editto bulgaro di berlusconiana memoria. Il premier allora in carica prese di mira Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, accusandoli di un «uso criminoso della tv pubblica» e inducendoli ad andarsene dalla Rai.

Stavolta sono di scena i nuovi padroni del vapore: hanno vinto la battaglia contro la libera informazione Giorgia Meloni, Ignazio Benito La Russa, Matteo Salvini, Maurizio Gasparri, Giovanni Donzelli, Federico Mollicone…

Insieme a loro ha vinto la macchina del fango organizzata coralmente (per conto del governo) dai quotidiani La Verità, Il Giornale, Libero, Il Tempo. Ma, sotto sotto, se la ridono anche molti giornalisti da salotto televisivo e commentatori servili, i quali, in modo subdolo, hanno diffuso sospetti, allusioni, veleni, alimentando una telenovela di pessima qualità. Per loro vale il celebre detto di Ennio Flaiano: «Se i culi dei potenti italiani fossero di carta vetrata, i giornalisti in grande maggioranza sarebbero senza lingua».

Torna in mente un’immagine tratta dal grande cinema, per certi versi metafora di questo interminabile tormentone estivo: quella di un pianista che continua a suonare mentre intorno a lui si scatena l’inferno, tutti gli danno contro. Il film è Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste), che François Truffaut realizzò nel 1960, protagonista Charles Aznavour. È una pellicola strana, malinconica: mescola noir, commedia, tragedia, melodramma, gli stessi “ingredienti” alla base della vicenda Report dopo l’attentato dinamitardo davanti alla casa di Ranucci del 16 ottobre 2025.

Perché, nel caso della trasmissione, si assiste a un curioso rovesciamento: anziché discutere delle inchieste, delle fonti, della loro attendibilità, si finisce per mettere sotto accusa chi le ha coordinate. Il pianista, cioè Ranucci, diventa più importante della musica che sta suonando: non si discute ciò che racconta, si cerca di screditare la sua persona per eliminare il racconto. 

Il vero obiettivo era infatti evidente: distruggere una trasmissione che dava fastidio al potere politico ed economico, nata da un’idea di giornalismo d’inchiesta che dovrebbe essere ovvia in una democrazia, cioè denunciare malaffari, corruzione, intrecci, sprechi, privilegi senza chiedere il permesso al potente di turno. Era così ai tempi di Milena Gabanelli, è stato così con Sigfrido Ranucci per nove anni. Questa si chiama libertà d’informazione, ed è alla base dello straordinario successo del programma di Rai 3. Anche se lo stile di Gabanelli era austero, asciutto, quasi impassibile: lasciava che fossero soprattutto i fatti a parlare. Ranucci ha invece impresso a Report una cifra più personale, più esposta, talvolta teatrale. Entrambi hanno comunque saputo formare e guidare in modo eccellente una squadra di giornalisti di primo piano, che dovrebbero essere orgoglio del servizio pubblico.

La Rai, alla fine, ha deciso, senza dare una spiegazione chiara e imbarcandosi in un prevedibile disastroso flop. Il programma sarà affidato al duo Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi già impegnati nel giornalismo d’inchiesta ma privi di una minima esperienza di conduzione. Una scelta che l’azienda presenta, in un imbarazzato comunicato, come un investimento su nuove professionalità e come l’avvio di una nuova fase di produzione. Ma la redazione non ci sta. Gli inviati di punta contestano la scelta e minacciano di lasciare la redazione se la nuova gestione dovesse tradursi in una sorta di commissariamento.

A Ranucci sono state offerte tre possibilità: trasferirsi al Tg3, passare a Rainews oppure assumere un incarico di corrispondente all’estero. Proposte che il diretto interessato non intende accettare, annunciando dura battaglia.

Ed è proprio qui che affiora una contraddizione difficile da spiegare. Se Ranucci non è più ritenuto adatto a guidare Report per ragioni di credibilità od opportunità aziendale, perché dovrebbe essere credibile in altri ruoli? Se invece è un giornalista professionalmente affidabile, perché non dovrebbe continuare ad esserlo per il programma che ha contribuito a costruire?

Ranucci è un ottimo professionista, senz’altro uno dei più bravi in circolazione. Ha fiuto, tenacia, mestiere. Negli anni, tuttavia, ha costruito anche un personaggio: quello del giornalista perseguitato, dell’eroe senza macchia. 

Peccato che, sotto la pressione di un sostegno popolare senza precedenti, quasi di santificazione, manifestato in rete e in presenza durante le decine d’incontri in tutta Italia per la presentazione del suo libro, egli abbia ceduto a un ego smisurato, autocelebrandosi come vittima sacrificale di un sistema che ha combattuto per tutta la vita. 

In realtà siamo tutti vittime, telespettatori e cittadini, perché anche noi abbiamo ceduto, rendendoci partecipi di una sarabanda insopportabile, da tifoseria da stadio, che ha oscurato per settimane le grandi tragedie di un mondo in fiamme. Abbiamo reso in tal modo quasi un favore a un governo che odia la libera informazione e che approfitta dell’occasione per non parlare dei propri fallimenti.

Questo compiacersi del proprio ruolo certamente non ha giovato a Ranucci e, soprattutto, non lo rende immune dalle domande. A cominciare da quella, pesante come un macigno, sul rapporto di “amicizia fraterna” con il pluripregiudicato faccendiere Valter Lavitola, agli arresti dopo aver confessato di essere il mandante dell’attentato a Ranucci. Una vicenda inquietante, per ora incomprensibile in quanto nascosta nella mente patologicamente contorta di Lavitola, sulla quale la giustizia cerca di far luce.

«Nessuno è puro», ha ammesso il giornalista, e proprio per questo egli dovrebbe avere il coraggio di spiegare le ambiguità e le contraddizioni che lo riguardano, anziché trasformare ogni critica in un nuovo capitolo della propria persecuzione. 

Se lo facesse, davanti ai giudici e davanti al suo pubblico, potrebbe chiarire un nodo centrale di questa storia, sul quale è intervenuto a In Onda, su La7, il costituzionalista Roberto Zaccaria. L’ex presidente Rai si è chiesto: e se Lavitola fosse stato pagato da qualcuno per raggirare Ranucci con l’obiettivo di affossare Report? Il faccendiere potrebbe essere non il punto d’arrivo dell’inchiesta, ma soltanto un anello di una catena tutta da ricostruire. Il tormentone continua.

Nell’immagine: Sigfrido Ranucci


Midterm, Trump spinge sulla strategia del caos

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

Di Luca Celada, il manifesto

Con il conto alla rovescia ormai avviato per finalizzare i preparativi, il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston.

La honorable Indira Talwaniha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali.

Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.

NEL LABIRINTICO e complesso sistema americano, inoltre, l’organizzazione modalità delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è ineccepibile. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione.

SECONDO OBIETTIVO del presidentissimo è stata il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani. Il pretesto per abrogarlo o limitarne l’uso è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo nei prodromi del tentato golpe del 6 gennaio 2021, una tesi cui lo stesso Trump non sembra davvero credere. A marzo ha dichiarato a parlamentari del suo partito che la riforma fosse passata, la vittoria nei midterm «sarebbe stata garantita».

A QUESTO SCOPO ha chiesto agli stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine come palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.

OGNI MANOVRA è stata accolta da numerosi ricorsi da parte di autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte al vaglio della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una (non) sentenza. Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi «non erano ancora maturi» per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) «non aveva ancora prodotto danni».

La strategia già spesso impiegata dalla Corte alleata Maga consiste nel permettere all’esecutivo plenipotenziario di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando in pratica che il danno diventi irreparabile. Nel caso in cui alcuni stati si preparano spedire le schede già dalla prossima settimana, la decisione è non solo un invito a delinquere, ma un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca.

NEL MOTIVARE l’ultima ingiunzione, la giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi» per soddisfare i requisiti necessari, tra cui «l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale».

Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.

IL PROGETTO SEMBRA dunque ricalcare il copione seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021 quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento.

È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cassare la riforma ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe essere già bastata per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.

Nell’immagine: la marcia per i diritti del 28 agosto 1963 lungo Constitution Avenue, a Washington


I diritti camminano insieme. Quando ho chiesto del woke pensavano fosse una birra

Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

«No, mi dispiace, quella birra non ce l’abbiamo…». Per Maurizio Maggiani è una pentola cinese, per me è stata una birra. Di passaggio in Svizzera per qualche giorno di vacanza, ho chiesto alla giovane cameriera italiana di un ristorante di Basilea cosa pensasse del woke. E lei mi ha risposto così. Il woke, per una persona qualunque che si suda lo stipendio (quando ce l’ha), è tutt’al più la marca di una lager molto di nicchia. Altro che la terribile e temibile tirannia del “politicamente corretto” che ha distrutto le nostre società, come ripetono da anni le destre meloniane e adesso vannacciane. Ora se n’è convinto anche Giuseppe Conte, che invita le sinistre a liberarsi una volta per tutte da una gabbia mentale e valoriale che ha fatto solo danni, trasformandosi in «religione morale autoreferenziale» e in «repressione della libertà di opinione».

Certo, come Mussolini per Giorgia, la cultura Woke per Giuseppi «ha fatto anche cose buone»: ci ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, a contrastare «le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione». Però, ecco il grande interdetto: non può più essere «l’ossatura ideologica di una forza progressista». Augh. La maggioranza applaude, compiaciuta per l’ennesimo autodafé del Campo largo. L’opposizione si divide, invece di spiegare finalmente ai cittadini-elettori come vuole governare il Paese.

Non butto la croce addosso a Conte, che è astuto e fa il suo gioco: ha aperto la sua campagna elettorale per le primarie – rovinose e dunque inevitabili, per usare l’iperbole di Francesco Piccolo – e ha messo una polpetta avvelenata sul piatto di Elly Schlein, toccandola sul nervo suo malgrado più sensibile. È lesbica, e i nemici la accusano di pensare solo alla galassia Lgbtq+. Un falso storico: la segretaria del Pd ha i suoi limiti, ma da tre anni parla solo di liste d’attesa nella sanità, di salario minimo e di bollette, spesso in modo quasi compulsivo. Ma la realtà non importa più a nessuno. Conta solo “il percepito”, che rimbalza nei talk, sui social e sui giornali: con Elly, il Pd ha abbracciato i diritti civili e ha abbandonato i diritti sociali. Un altro falso storico: il Nazareno ha smesso di difendere sia i primi che i secondi molto prima di Schlein. Per questo ha fallito. Ma oggi di che Paese parliamo? Possibile che i sedicenti progressisti, indegni di Gramsci perché incapaci di qualunque egemonia culturale, consegnino così il loro scalpo agli incolti patrioti al comando?

Che a decretare la morte del Woke 1.0 siano i democrat americani è un’ottima notizia. Dopo le sacrosante rivolte degli esordi, Black Lives Matter e #MeToo hanno prodotto degenerazioni insopportabili. Ma l’America è lontana: dall’altra parte della luna, cantava il poeta Dalla. In Italia il woke non è mai esistito, se non nelle invettive strumentali del populismo di destra e nelle couche intellettuali del radicalismo di sinistra. Cito due esperienze personali. La prima: ho discusso più volte in tv con qualche Fratello d’Italia che attaccava le follie del politicamente corretto dei partiti di sinistra, ma quando ho chiesto qualche esempio ho ottenuto solo supercazzole. La seconda: da direttore della Stampa, ho pubblicato con orgoglio il primo editoriale di Michela Murgia con lo schwa, mi pareva un eccesso ma ci stava tutto nelle visioni di quella scomodissima queer pasolinana, che non a caso le nomenklature dei due poli non amavano e che io invece non finirò mai di rimpiangere.

E se dalle nostre parti il politically correct è solo un po’ di “civiltà del linguaggio”, capisco Maggiani che preferisce un insulto umano a un acronimo, ma a me sta benissimo. Anche qui, un’esperienza personale: tre mesi fa a DiMartedì ho usato una metafora sbagliata, cinque anni fa non se ne sarebbe accorto nessuno, stavolta ha suscitato reazioni tra i disabili: ne ho preso atto, ho chiesto pubblicamente scusa. È giusto così.

Ora, che l’autocritica la faccia Alexandria Ocasio-Cortez è legittimo, nella nazione dove in certe università un docente, solo perché nero omosessuale, otteneva la cattedra scavalcando un prof bianco etero con più titoli accademici. Ma cosa dobbiamo abiurare qui, nel Belpaese dove si invocano la “remigrazione” e l’abolizione del reato di femminicidio, la revisione della legge 194 e il “patriarcato mediterraneo”? La difesa a oltranza di tutte le minoranze, la rinuncia all’identità storica italiana per rispettare quella altrui («ci vogliono togliere il Natale!», per dirla alla Salvini), la cancel culture declinata non più come inclusione dei “diversi” ma come esclusione dei “normali”: niente di tutto questo è mai stato il cuore della proposta politica della classe dirigente progressista. Siamo agli ultimi posti nelle classifiche sui diritti civili: i migranti sono il demonio, i gay li picchiano per strada, le donne e i giovani sono penalizzati nel lavoro e nel salario, le coppie di fatto hanno zero tutele, la legge sull’aborto è disapplicata in molte regioni e quella sul fine vita non vedrà mai la luce.

Questa è la realtà italiana, dove il woke non ha mai toccato palla. A meno che – come scrive Luigi Manconi – non si vogliano ascrivere a suo merito le poche leggi che hanno riconosciuto (tardi e male) il testamento biologico, le unioni civili, il codice rosso contro la violenza di genere. Ma sono stati sussulti isolati. Nulla di paragonabile alle grandi conquiste degli anni ’70, dal divorzio al Servizio sanitario nazionale, dallo Statuto dei lavoratori al nuovo diritto di famiglia. Io la grande lezione di quell’epoca l’avevo capita così: i diritti si sommano, non si elidono e avanzano insieme. Avevo capito che fosse proprio questa la forza inesausta della nostra Costituzione, che insieme alla libertà individuale protegge la solidarietà sociale.

Avevo capito che quel magnifico articolo 3 fosse già il pilastro sul quale cementare insieme tutti i diritti, civili e sociali, dando a ognuno di noi pari dignità, senza distinzioni di razza lingua sesso religione, ma impegnando lo Stato a «rimuovere gli ostacoli» che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla Res Publica. Questo è il vero problema italiano: non i diritti woke che ci soffocano, ma i diritti fondamentali che ci sfuggono. Lo disse Calamandrei nel 1955: la Costituzione «è promessa e polemica contro il presente», perché quegli «ostacoli di ordine economico e sociale» non li abbiamo mai rimossi. Ecco l’ultima cosa che avevo capito: questa è la missione della sinistra. Non litigare se il bagno dei genderfluid a scuola deve venire prima dell’asilo nido per i neonati.

Torno così alla cameriera in Svizzera. Non eleggo certo quel posto a modello, dopo l’immane tragedia di Crans-Montana. Ma nelle città o nei rifugi a quattromila metri, ho trovato quasi solo giovani italiani. Felici di essersene andati, sicuri di non tornare più. Quella di Basilea, 30 anni, è andata via dieci anni fa dal suo borgo nell’entroterra della Sicilia. «Per disperazione, perché lì per noi non c’è niente, né scuola né lavoro, manca pure l’acqua corrente che arriva un giorno ogni quattro. Qui sto bene, la vita è cara ma lo stipendio è molto alto, mi pago l’affitto, le tasse sono basse, funziona tutto…». A Interlaken ne ho incontrato un altro, 28 anni, scappato dalla sua Sardegna cinque anni prima: «In Italia? Mai più, è la giungla, tutto in nero, senza garanzie, qui ti mettono subito in regola, hai un contratto stabile e un primo stipendio da quasi cinquemila euro, se lavori bene ti fanno crescere, riconoscono il merito, la mia ragazza lavora a Como, ogni mese le mando i soldi io se no non ce la fa a campare, per questo tra poco si trasferisce qui anche lei».

Sto parlando di camerieri, se parlassi di ingegneri sarebbe anche peggio. Il rapporto Onu-Oil appena uscito dice che negli ultimi dieci anni sono emigrati 367 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, il 39,7% laureati. Se ne vanno «per instabilità occupazionale»: il 31,3% dei lavoratori italiani sotto i 29 anni ha un contratto a termine, il 61,4% un contratto a tempo parziale. Tornato in una Roma semi-deserta, vado a mangiare una pizza nel mio quartiere e trovo l’ultimo paradosso: quasi tutti camerieri stranieri. Romeni, ecuadoregni, un egiziano. Provo a parlargli, ma mi ferma subito: «Scusa, no possibile, mi cacciano…». Eccola, la vita vera nella sua “materialità”. Anche qui, tra i poveri cristi arrivati pieni di speranze nella Capitale, nessuna traccia di birra Woke.