Anche dalla Silicon Valley si alzano voci preoccupate sui pericoli della rivoluzione in corso
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Alla fine, ce l’hanno fatta: Sigfrido Ranucci non sarà più il conduttore di Report, il fiore all’occhiello dell’informazione Rai. La nomenklatura dell’ente radiotelevisivo di Stato (per il quale gli italiani, anche coloro che non sono in possesso di un televisore, sono obbligati a pagare il canone attraverso la bolletta dell’elettricità) ha emesso un provvedimento che non ha nulla da invidiare all’editto bulgaro di berlusconiana memoria. Il premier allora in carica prese di mira Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, accusandoli di un «uso criminoso della tv pubblica» e inducendoli ad andarsene dalla Rai.
Stavolta sono di scena i nuovi padroni del vapore: hanno vinto la battaglia contro la libera informazione Giorgia Meloni, Ignazio Benito La Russa, Matteo Salvini, Maurizio Gasparri, Giovanni Donzelli, Federico Mollicone…
Insieme a loro ha vinto la macchina del fango organizzata coralmente (per conto del governo) dai quotidiani La Verità, Il Giornale, Libero, Il Tempo. Ma, sotto sotto, se la ridono anche molti giornalisti da salotto televisivo e commentatori servili, i quali, in modo subdolo, hanno diffuso sospetti, allusioni, veleni, alimentando una telenovela di pessima qualità. Per loro vale il celebre detto di Ennio Flaiano: «Se i culi dei potenti italiani fossero di carta vetrata, i giornalisti in grande maggioranza sarebbero senza lingua».
Torna in mente un’immagine tratta dal grande cinema, per certi versi metafora di questo interminabile tormentone estivo: quella di un pianista che continua a suonare mentre intorno a lui si scatena l’inferno, tutti gli danno contro. Il film è Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste), che François Truffaut realizzò nel 1960, protagonista Charles Aznavour. È una pellicola strana, malinconica: mescola noir, commedia, tragedia, melodramma, gli stessi “ingredienti” alla base della vicenda Report dopo l’attentato dinamitardo davanti alla casa di Ranucci del 16 ottobre 2025.
Perché, nel caso della trasmissione, si assiste a un curioso rovesciamento: anziché discutere delle inchieste, delle fonti, della loro attendibilità, si finisce per mettere sotto accusa chi le ha coordinate. Il pianista, cioè Ranucci, diventa più importante della musica che sta suonando: non si discute ciò che racconta, si cerca di screditare la sua persona per eliminare il racconto.
Il vero obiettivo era infatti evidente: distruggere una trasmissione che dava fastidio al potere politico ed economico, nata da un’idea di giornalismo d’inchiesta che dovrebbe essere ovvia in una democrazia, cioè denunciare malaffari, corruzione, intrecci, sprechi, privilegi senza chiedere il permesso al potente di turno. Era così ai tempi di Milena Gabanelli, è stato così con Sigfrido Ranucci per nove anni. Questa si chiama libertà d’informazione, ed è alla base dello straordinario successo del programma di Rai 3. Anche se lo stile di Gabanelli era austero, asciutto, quasi impassibile: lasciava che fossero soprattutto i fatti a parlare. Ranucci ha invece impresso a Report una cifra più personale, più esposta, talvolta teatrale. Entrambi hanno comunque saputo formare e guidare in modo eccellente una squadra di giornalisti di primo piano, che dovrebbero essere orgoglio del servizio pubblico.
La Rai, alla fine, ha deciso, senza dare una spiegazione chiara e imbarcandosi in un prevedibile disastroso flop. Il programma sarà affidato al duo Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi già impegnati nel giornalismo d’inchiesta ma privi di una minima esperienza di conduzione. Una scelta che l’azienda presenta, in un imbarazzato comunicato, come un investimento su nuove professionalità e come l’avvio di una nuova fase di produzione. Ma la redazione non ci sta. Gli inviati di punta contestano la scelta e minacciano di lasciare la redazione se la nuova gestione dovesse tradursi in una sorta di commissariamento.
A Ranucci sono state offerte tre possibilità: trasferirsi al Tg3, passare a Rainews oppure assumere un incarico di corrispondente all’estero. Proposte che il diretto interessato non intende accettare, annunciando dura battaglia.
Ed è proprio qui che affiora una contraddizione difficile da spiegare. Se Ranucci non è più ritenuto adatto a guidare Report per ragioni di credibilità od opportunità aziendale, perché dovrebbe essere credibile in altri ruoli? Se invece è un giornalista professionalmente affidabile, perché non dovrebbe continuare ad esserlo per il programma che ha contribuito a costruire?
Ranucci è un ottimo professionista, senz’altro uno dei più bravi in circolazione. Ha fiuto, tenacia, mestiere. Negli anni, tuttavia, ha costruito anche un personaggio: quello del giornalista perseguitato, dell’eroe senza macchia.
Peccato che, sotto la pressione di un sostegno popolare senza precedenti, quasi di santificazione, manifestato in rete e in presenza durante le decine d’incontri in tutta Italia per la presentazione del suo libro, egli abbia ceduto a un ego smisurato, autocelebrandosi come vittima sacrificale di un sistema che ha combattuto per tutta la vita.
In realtà siamo tutti vittime, telespettatori e cittadini, perché anche noi abbiamo ceduto, rendendoci partecipi di una sarabanda insopportabile, da tifoseria da stadio, che ha oscurato per settimane le grandi tragedie di un mondo in fiamme. Abbiamo reso in tal modo quasi un favore a un governo che odia la libera informazione e che approfitta dell’occasione per non parlare dei propri fallimenti.
Questo compiacersi del proprio ruolo certamente non ha giovato a Ranucci e, soprattutto, non lo rende immune dalle domande. A cominciare da quella, pesante come un macigno, sul rapporto di “amicizia fraterna” con il pluripregiudicato faccendiere Valter Lavitola, agli arresti dopo aver confessato di essere il mandante dell’attentato a Ranucci. Una vicenda inquietante, per ora incomprensibile in quanto nascosta nella mente patologicamente contorta di Lavitola, sulla quale la giustizia cerca di far luce.
«Nessuno è puro», ha ammesso il giornalista, e proprio per questo egli dovrebbe avere il coraggio di spiegare le ambiguità e le contraddizioni che lo riguardano, anziché trasformare ogni critica in un nuovo capitolo della propria persecuzione.
Se lo facesse, davanti ai giudici e davanti al suo pubblico, potrebbe chiarire un nodo centrale di questa storia, sul quale è intervenuto a In Onda, su La7, il costituzionalista Roberto Zaccaria. L’ex presidente Rai si è chiesto: e se Lavitola fosse stato pagato da qualcuno per raggirare Ranucci con l’obiettivo di affossare Report? Il faccendiere potrebbe essere non il punto d’arrivo dell’inchiesta, ma soltanto un anello di una catena tutta da ricostruire. Il tormentone continua.
Nell’immagine: Sigfrido Ranucci