Fine della vacanza

 


Un “Polifemo” alla Casa Bianca

 

A corto, secondo la stampa americana, di missili, ma soprattutto di una coerente strategia e di  buonsenso, Donald Trump risfodera la sua preferita arma di distrazione di massa: la scimitarra dei dazi, riallinea la cavalleria doganale contro “orologi e merci” dalla Svizzera, nazione che dovrebbe la sua ricchezza al favorevole deficit commerciale con gli USA, e basterebbe annullarlo per garantire alle casse statali americane circa quaranta miliardi di dollari. Vedremo dunque se un’altra missione di imprenditori elvetici chiederà di nuovo udienza nell’ufficio ovale della Casa Bianca, con tanto di preziosi regali, e inverosimili promesse, per acquietare il “Polifemo” statunitense, gigante semicieco. Il quale, fattosi trascinare nella trappola iraniana dal socio israeliano Netanyahu, si agita in un Medio Oriente sempre più  massacrato, il cui futuro potrebbe rivelarsi peggiore di un presente stravolto da vittime e macerie, i confini da risistemare con l’arbitrio, e altre crisi regionali in agguato.

Esaminata oggi, l’eredità che lascerebbe l’accoppiata israelo-statunitense ha poco di tranquillizzante. Dopo aver invocato una liberatoria rivolta al popolo persiano, col suo attacco al di fuori di qualsiasi regola internazionale ha in realtà consolidato e incattivito l’orrenda teocrazia degli ayatollah, ammantatasi anche del richiamo nazional-imperiale dell’antica Persia per resistere a una seconda massiccia offensiva militare portata da due potenze anti-islamiste: dunque scarsamente popolare anche nelle nazioni arabo-sunnite, che infatti non si sono certo mobilitate per rispondere agli attacchi collaterali del regime sciita contro le monarchie petrolifere. Più a sud, gli accordi per il cessate il fuoco e la pace nel martoriato Libano vengono quotidianamente violati, soprattutto dai massicci bombardamenti israeliani, contro i quartieri meridionali della capitale Beirut, ‘regno’ civile degli Hezbollah, e contro il Meridione, ben oltre il fiume Litani, dove oltretutto la solidarietà della popolazione cristiana con gli sciiti in fuga è il peggiore degli scenari non previsti dai servizi israeliani. Nemmeno la Siria è stabilizzata dopo il collasso del terrificante regime degli Assad e l’insediamento di un governo presieduto dall’ex jihaddista Ahmad el Sharaa, ora leader accolto alla Casa Bianca e riconosciuto dall’ONU, con Israele che nel Golan ha occupato altra terra drusa fin quasi alle porte di Damasco: nazione, quella siriana,  che rischia tuttavia di cadere in un’altra feroce guerra civile, se le diverse e armate minoranze del paese (al potere fino al dicembre 2024) non si vedranno garantite: mosaico in bilico, pronto a scomporsi, con le confinanti potenze regionali (Turchia in primis) alla regia del nuovo sconvolgimento.

Infine la questione palestinese. Che i vincitori di oggi hanno reciso in due. L’enclave di Gaza, dove gli attacchi israeliani sono continui (oltre mille morti dall’inizio della “tregua”, compresi altri 200 bambini), il trumpiano Board of Peace con la sua vergognosa inoperosità, e oltre due milioni di profughi palestinesi ammassati in poco più di un terzo della minuscola Striscia. E la Cisgiordania, lasciata alla intangibile volontà israeliana, con gli impuniti coloni, nuova arma dell’occupante, il cui obiettivo è la cancellazione dell’identità palestinese.

Tutto ignorato dal “Polifemo” della Casa Bianca. Che torna a prendersela con gli orologi svizzeri.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: illustrazione da una copertina dell’Economist del marzo scorso


Ulisse va di moda

 


Caro Francesco, quelle volte in Ticino tra sorbetti e discussioni

 

Cosa posso ancora dire dopo il molto che si è già scritto, si è già detto e si è già visto di Francesco Guccini, scomparso nei giorni scorsi a 86 anni? Una grande icona della musica contemporanea, il paradigma stesso dell’essere cantautori, «il più colto dei cantautori in circolazione» (come lo definì Umberto Eco)? Forse che la sua poesia prende il volo con la spinta siderale della musica (per prendere in prestito le parole del giallista, e compagnon de plume, Loriano Macchiavelli)? O che la vena di malinconia, che spesso accompagna i suoi versi, ha il sapore del vino in cui li bagna (come faceva mio padre con il pane raffermo) perché abbiano la consistenza delle cose più autentiche? Oppure, ancora, che la forza poetica che esprime ha le radici affondate nella sua Pàvana, da dove getta uno sguardo critico e innamorato al tempo stesso su Bologna, città prototipo della varia umanità del mondo, che egli da sempre ha celebrato e fustigato? 

Noi conosciamo bene il Guccini cantautore: bastano i titoli delle sue più celebri canzoni per evocare tutto un universo di poesia straordinariamente fascinoso, ma anche ben radicato nel presente, nella vita reale, nella storia: Auschwitz, Dio è morto, La locomotiva, Cirano, Il vecchio e il bambino …. Ma Francesco Guccini è anche uno scrittore: dal 1989, anno delle Cròniche epafàniche, ha pubblicato libri che hanno commosso, che hanno descritto – con soluzioni linguistico-stilistiche molto originali – un mondo e un tempo perduti, usando le corde della malinconia e della passione, della amarezza e del dolore, restituendoci  profumi perduti.

Ho usato il tempo verbale del presente perché chi ha scritto con parole e musica la colonna sonora della nostra angoscia, della nostra preoccupazione, della nostra debolezza di uomini e donne di questo mondo, non muore mai; è e sarà sempre presente nella vita nostra, quella di tutti i giorni, con le sue canzoni (lui che amava dire «conosco la musica un tanto al braccio, conosco le note grosse»), con i suoi libri (lui che amava molto «un libro inquietante e misterioso e bellissimo come Pinocchio») e con le sue sapienti interviste  («Più che chieder cosa manca alla politica, io mi chiederei: cosa manca alla gente? Perché certe forze politiche basano le loro azioni su ciò che pensa la gente: se da un’analisi demoscopica emerge che la gente la pensa in un certo modo, loro agiscono di conseguenza, ma questa non è politica, è populismo. La gente a volte si professa anche fortemente cattolica, ma poi quando si parla di migranti mostra di avere dei dubbi, e soprattutto non legge quasi più e non approfondisce, consentendo a certa politica di fare leva su questa ignoranza. E questo è l’aspetto più grave. Alla politica, ma soprattutto alla gente, oggi manca la cultura»).

È stato un onore averti invitato e conosciuto, anche qui, in Ticino: oh, quanto amasti il sorbetto all’uva americana, preparato dall’ Antonio del “Grotto dell’Ortiga”, e la caccia in Via Nassa ai sigari di Brissago (citando i versi di Montale «nel volubile fumo dei miei sigari / di Brissago») e le discussioni all’imbrunire sul terrazzino di casa dei cari amici gemelli Luca e Massimo Danzi (il quale ci ha lasciati poco prima di te). 

Le tue canzoni hanno accompagnato la mia crescita, la mia formazione. Mi hai regalato emozioni, passioni, pensieri e tanta civiltà. Le tue note e le tue parole fortunatamente rimarranno con me, con noi. Fosti allievo di Ezio Raimondi e amasti Gadda e le osterie. Nelle tue poesie/canzoni c’erano (e ancora ci sono) i motivi dell’incertezza della condizione umana, del trascorrere del tempo da te indagati con forza o accarezzati con nostalgia. «L’eterno gocciolare del tempo», come amavi ripetere.

Ineluttabilmente diventiamo sempre più vecchi («la vecchiaia è già una malattia», mi dicesti), ma anche e, purtroppo, sempre più poveri e il nostro tempo sempre più rozzo. «La bussola va impazzita all’avventura e il calcolo dei dadi più non torna». E adesso che stai nell’aldilà la bussola non impazzisce più, ma l’avventura continua. 

Caro Francesco, mentre scrivo [la mattina del 9 agosto, ndr], nel cortile di casa tua, a Pàvana, tua moglie Raffaella, tua figlia Teresa e gli amici tuoi più cari, quelli di tutta una vita, ti stanno salutando. «Le domande non sono mai riuscita a fartele tutte. Il più grande regalo che mi hai fatto è sapere dove andare a cercare. Oppure non smettere mai di porsele, quelle domande, senza avere per forza una risposta. È questo che volevi insegnarmi?» si interroga Teresa nel congedarti da te, nel cortile di casa tua. «La casa come topos, luogo di memorie, centro di affetti, meta di un percorso interiore alla ricerca di un’identità. […], la casa dell’anima che per Guccini è sempre stato il mulino pavanese dei nonni paterni, da lui ampiamente e felicemente descritto, con la vivacità del suo plurilinguismo in prosa, in Cròniche epafàniche» (dal bellissimo libro Francesco Guccini, Canzoni, Introduzione e commento di Gabriella Fenocchio, p.34). 

Sì, Francesco, «certe volte sei in cielo come un aquilone al vento», ma stavolta non ricadrai a terra. E ciò «è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già…».

Buon viaggio, caro Francesco, magari su una locomotiva, fra la via Emilia e il West.

Nell’immagine: Guccini a Lugano nel 2017 con la moglie e l’autore dell’articolo


Sergio Rossi – Le spese militari e quelle sociali

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Netanyahu contro Trump sul nuovo piano per Gaza: “Israele non si ritira”

 

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi”

Non aveva mai detto un no così netto all’amico Donald. Segno che per Netanyahu i sondaggi pre-elettorali sono preoccupanti. «Israele respinge il documento in 15 punti», scandisce il primo ministro durante l’ultima riunione di gabinetto, tenutasi ieri. Documento che, non più tardi di dieci giorni fa, il presidente americano aveva annunciato con clamore e definito «accordo storico per Gaza». Ma Netanyahu deve tenere a bada la destra radicale e messianica, i cui voti saranno indispensabili per tentare di non perdere le elezioni del 27 ottobre. Quindi, per rassicurarla, mette in chiaro che non ritirerà nessun soldato dalla Striscia «finché Hamas non sarà effettivamente disarmata».

È il nodo cruciale che mesi di interlocuzioni, durante la tregua fragile cominciata nell’ottobre 2025, non sono riusciti a sbrogliare. Chi disarma Hamas, quando, come. L’accordo in 15 punti sbandierato da Trump prevede che il gruppo islamista palestinese responsabile del massacro del 7 Ottobre consegni le armi, leggere e pesanti, a un’entità palestinese, e che le truppe di Israele si ritirino in modo progressivo dalla Striscia.

Spesso, però, nei negoziati in Medio Oriente chi fa la prima mossa perde, e infatti nessuna delle due parti intende farla: Hamas si è detta favorevole all’idea di smilitarizzare solo dopo che l’Idf se ne sarà andato (al momento controlla un’area superiore alla metà della Striscia), il governo dello Stato ebraico non vorrebbe scontentare l’alleato americano ma non può permettersi di lasciare le armi ai miliziani. A maggior ragione ora che il suo principale rivale nella corsa elettorale, Gadi Eisenkot, ha definito la fase due dell’accordo per Gaza «un fallimento» rispetto agli obiettivi prefissati all’inizio della guerra, che erano, disse Netanyahu, la «vittoria totale» e l’eliminazione di Hamas.

«Donald Trump è un grande nostro amico alla Casa Bianca», ribadisce Netanyahu, usando parole già dette e che, alla luce dei fatti, perdono di valore. «Hanno delle idee, alcune le condividiamo e altre no, sappiamo come far valere le nostre posizioni». Il premier israeliano aggiunge che, fino a quando sarà in carica lui, la prospettiva del riconoscimento dello Stato palestinese non avrà vita. «Non ci sarà un Fatahstan o un Hamastan, né a Gaza né in Cisgiordania».

Scontata la reazione di Hamas, che si vede servita su un piatto d’argento la possibilità di mostrarsi conciliante e ligia ai patti. «Noi rispettiamo la road map raggiunta con i mediatori e i rappresentanti del Board of Peace al Cairo dieci giorni fa», afferma Basem Naim, uno dei portavoce del gruppo islamista. «Ora ci aspettiamo che il garante americano e i mediatori facciano pressione su Netanyahu». Il quale, per ora, incassa solo il plauso del suo ministro estremista, Bezalel Smotrich. «Lo ringrazio per aver chiarito che non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia, né inizierà la ricostruzione prima del dissolvimento totale di Hamas». Anche se, dal campo, arrivano notizie in controtendenza a proposito del progetto, autorizzato due settimane, di una zona pilota a est di Rafah con alloggi da tirare su nel territorio controllato dall’Idf.

Trump non ha ancora commentato la presa di posizione di Netanyahu sul piano in 15 punti. In un’intervista con Axios, ha detto di stare mantenendo con l’Iran «un profilo basso, una sorta di trattativa parziale» e ha sottolineato le condizioni pessime, da un punto di vista economico, in cui versa Teheran. Secondo il Wall Street Journal, il tycoon era pronto a dichiarare missione compiuta non appena fosse riuscito a sbloccare lo Stretto di Hormuz, pur senza aver siglato alcuna intesa sul nucleare iraniano. Cosa che innervosisce non poco gli israeliani. Netanyahu insiste nel dire che con lui l’Iran non avrà mai la bomba atomica. Se l’amico Donald dovesse puntare al risultato minimo, non è escluso che Israele prosegua la campagna militare da solo.