“Dalle Ande all’Himalaya, stiamo perdendo i ghiacciai. Prepariamoci al disastro”

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Di Luca Fraioli, La Repubblica

 

«L’azione contro la crisi climatica è troppo lenta. Di questo passo la probabilità che si inneschi una perturbazione irreversibile del sistema terrestre continuerà ad aumentare».

Peter Wadhams ha dedicato la vita a studiare i ghiacci del Polo Nord e da tempo è rassegnato alla loro scomparsa: nel 2016 diede alle stampe A Farewell to Ice, poi pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri. Ma ancora oggi, a 78 anni, continua a studiare e suggerire azioni concrete dalla sua casa di Cambridge, dove ha diretto lo Scott Polar Research Institute ed è decadono del Dipartimento di Matematica applicata e Fisica teorica. L’ultima sua pubblicazione scientifica risale a poche settimane e contiene fin dal titolo uno suggerimento per la politica: “Una strategia basata sulla valutazione del rischio per la stabilizzazione del clima”.

Professor Wadhams, qual è il problema?

«Dobbiamo ormai prendere atto che le attuali strategie climatiche, incentrate sulla riduzione delle emissioni e sulla rimozione del carbonio, probabilmente non impediranno alle temperature di superare punti di non ritorno pericolosi. E non solo a causa di un’ambizione politica insufficiente e dell’inerzia istituzionale, ma anche per una fondamentale discrepanza tra le dinamiche in accelerazione del sistema Terra e le tempistiche delle risposte politiche e tecnologiche».

Abbiamo ormai perso la battaglia di limitare il riscaldamento del Pianeta a 1.5 gradi in più rispetto all’era pre-industriale?

«Penso proprio di sì. Ma si può fare ancora molto per limitare i danni e, appunto, stabilizzare il clima».

Nel vostro studio cosa proponete?

«Partiamo dalla constatazione che la lentezza con cui si agisce dipende da una grande sottovalutazione del rischio climatico e di quanto ci costerà agire in ritardo. Per questo suggeriamo un metodo che permetta di confrontare in modo scientifico i rischi legati agli interventi di mitigazione o adattamento con i rischi del riscaldamento che continua indisturbato».

Tra gli interventi che citate ci sono anche i “metodi di riflessione della luce solare” che sono al centro di molte polemiche?

«Vanno valutate tutte le possibilità, anche quelle controverse. La questione chiave non è se una tecnica comporti dei rischi, ma come questi rischi si confrontano con il rischio di un continuo riscaldamento della Terra».

Intanto stiamo vivendo l’estate più calda. Lei dove l’ha trascorsa?

«Qui a Cambridge. Fa molto caldo, anche se la sera si sta bene. Però è impressionante vedere i prati di Parker’s Piece ridotti a una distesa di stoppa marrone».

E i ghiacciai a cui ha dedicato la vita, come hanno attraversato questa estate?

«Si stanno sciogliendo più rapidamente che mai, soprattutto nell’Artico e nell’Antartico. E sulle cime più alte del mondo, quello che è successo in Nepal l’altro giorno ne è una conseguenza diretta».

Quali altri effetti possono essere innescati dallo scioglimento dei ghiacci?

«La settimana scorsa c’è stato un forte fenomeno di frammentazione all’imbocco del ghiacciaio Thwaites, in Antartide. Il suo scioglimento totale provocherebbe l’innalzamento dei mari mondiali di 65 centimetri, secondo alcune stima. E la scomparsa della calotta artica, che con il suo colore bianco rifletta la luce solare, farebbe assorbire ancora più calore dall’Oceano».

E ora sta arrivando El Niño, il più intenso mai registrato, che colpirà soprattutto aree equatoriali e Sudest asiatico…

«È davvero terribile. Il primo pensiero va ai ghiacciai delle Ande e dell’Himalaya. Mi aspetto una perdita di ghiaccio senza precedenti e molte valanghe».

Di fronte a tutto questo, si fa poco o nulla. Una volta ci ha detto: forse quando il clima farà molte vittime la politica sarà costretta ad agire…

«E invece quest’estate non è successo nulla nonostante i morti per le ondate di calore. Non so che dire, forse è perché i più vulnerabili al caldo sono gli anziani. O forse è perché non è facile individuare il nemico. Durante la pandemia c’era il virus da contrastare. A far salire la temperatura del Pianeta contribuiscono molte concause, difficili da disinnescare. C’è anche da dire che la situazione politica globale è molto cambiata negli ultimi anni: il mondo sembra essere diventato molto più egoista. E quante persone oggi credono a quello che dicono gli scienziati? Credo siano molto meno rispetto a 10 anni fa, sia per l’influenza dei social network sia per politici che attaccano i ricercatori e li privano di risorse economiche».

Ma continuando così, cosa può succedere?

«Rischiamo di trovarci in una situazione in cui non avremo più strumenti per arginare gli effetti della crisi climatica. Non potremo fare altro che conviverci, ma con costi elevatissimi. Si pensi solo agli impatti sull’agricoltura a livello mondiale e quindi alla futura disponibilità del cibo e al suo prezzo».

Professor Wadhams, qual è la sua speranza per il futuro?

«Non credo di averne più molta».


Meno scuole più armi

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Ecco la ricetta per garantire un futuro radioso alla Svizzera e al Ticino: tagliare i fondi alle scuole e alla ricerca e investire in armi, preferibilmente acquistate negli Stati Uniti e in Israele. È solo l’ultima vergogna della politica rossocrociata.

Il Consiglio di Stato, con la responsabile dell’educazione allineata collegialmente, ha approvato i tagli ai sussidi previsti per l’Università e per la Supsi. Per l’USI si prevede un taglio di 6,5 milioni che, su un budget di 130 milioni, rappresenta quasi il 5% delle entrate. La Supsi subirà una riduzione di 1,3 milioni di franchi.

Ora scatta l’aumento delle rette. Alla Supsi passeranno a 1’000 franchi a semestre per i residenti e a 2’000 franchi per i non residenti, mentre all’USI la già elevata tassa ordinaria per le nuove iscrizioni salirà a 5’000 franchi a semestre, con una tariffa ridotta a 2’000 franchi per gli studenti svizzeri o residenti e per altre categorie. Il sindacato VPOD aveva lanciato la petizione “No ai tagli su USI e SUPSI: per il lavoro, il diritto allo studio e la ricerca pubblica» sottoscritta da circa 1’900 persone, che rivendicava la salvaguardia del diritto allo studio e il blocco di ogni aumento delle rette universitarie.

Il programma di “sgravi 27” della Confederazione – di fatto trattasi di tagli – previsti a carico dell’educazione e della ricerca è una lunga lista: 139 milioni di franchi per la ricerca, 120 per le scuole universitarie cantonali, 78 per i politecnici, 33 per l’innovazione, altri 33 per le scuole universitarie e 10 milioni di franchi per la formazione professionale. Il Parlamento ha attenuato qualche sforbiciata, ma la sostanza rimane.

La spiegazione è semplice: i tagli operati dalla Confederazione – scrivono USI e Supsi – «sono correlati a un’esplicita volontà politica di aumentare il contributo degli studenti ai costi di studio (Nutzerfinanzierung) a cui è seguita un’altrettanto chiara sollecitazione da parte del Consiglio di Stato all’aumento delle tasse di studio per studenti esteri». Tra l’altro, a proposito di tasse universitarie, sarebbe corretto far pagare in modo proporzionale, secondo le possibilità finanziarie degli studenti.

Mentre si taglia sulla formazione, si investono miliardi nel buco nero grigioverde. L’ultima scoperta è il Fondo per gli armamenti, in grado di contrarre debiti fino a un massimo di sei miliardi di franchi che, afferma il Consiglio federale, “aumenterà la flessibilità nei pagamenti e contribuirà a velocizzare gli acquisti necessari”. Così i gallonati avranno mani libere per sperperare! Inoltre, alla luce “dell’aggravarsi della situazione di minaccia” (formula che viene usata per inficiare l’iniziativa sulla neutralità), il Consiglio federale chiederà un credito aggiuntivo di 970 milioni di franchi che recupererà dall’aumento delle entrate delle imposte sugli utili. Soldi che potrebbero essere investiti nella formazione!

Non rifaremo l’elenco dei fallimenti dell’esercito, soprattutto nella pratica degli acquisti di armamenti, ma merita di essere ricordata una perla del consigliere nazionale Alex Farinelli, già lanciato alla conquista di un seggio in Consiglio di Stato. In una intervista televisiva sul tema F-35 (Falò del 26 maggio scorso), il cui acquisto Farinelli difende a spada tratta, è riuscito a dire che negli ultimi trent’anni si sono risparmiati 100-150 miliardi di franchi con l’esercito. Una bufala pazzesca: dal momento che negli scorsi anni, per fortuna, l’Europa non era in guerra, non c’era nessuna necessità di investire miliardi supplementari nell’esercito. I nostri gallonati avrebbero bruciato cherosene, sparato obici e proiettili, acquistato armi, tutto inutilmente. Farinelli avrebbe voluto buttare nel buco nero 150 miliardi di franchi: attenzione, semmai… sarà opportuno tenere il giovane lontano dalle finanze cantonali.


Dieci domande al pro­cu­ra­tore gene­rale

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Di Daniel Ritzer, La Regione

Ono­re­vole pro­cu­ra­tore gene­rale, ci ren­diamo conto che que­sta non sia la forma più comune di porle una serie di domande. Ma sa: siamo tra quelli che riten­gono che certe con­ven­zioni piut­to­sto che con­ser­vate vadano tra­sfor­mate. Oppure adat­tate alle cir­co­stanze. Ora, di fronte a una crisi isti­tu­zio­nale senza pre­ce­denti e dopo aver ten­tato infrut­tuo­sa­mente di otte­nere alcuni chia­ri­menti tra­mite le cano­ni­che vie, ci si ritrova costretti a for­mu­lare i nostri que­siti pub­bli­ca­mente. Costretti per­ché – e qui forse siamo un po’ vec­chio stampo – con­ti­nuiamo a cre­dere che il ruolo dei media sia quello di vigi­lare sul buon fun­zio­na­mento dello Stato di diritto.

Per quel che con­cerne la Pro­cura da lei diretta, ci preme riu­scire a garan­tire alla cit­ta­di­nanza che tutte le per­sone restino uguali davanti alla legge. E che, nell’ambito della Giu­sti­zia, la ricerca della verità pre­valga su qual­siasi altro inte­resse. Fatte le dovute pre­messe, pas­siamo al dun­que.

Vor­remmo innan­zi­tutto sapere se nelle ore imme­dia­ta­mente suc­ces­sive all’iden­ti­fi­ca­zione del corpo della 52enne di Melide, ritro­vata nelle acque del Cere­sio, il con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali sia stato inter­ro­gato. E se abbiate avuto accesso ai suoi dispo­si­tivi elet­tro­nici. Se ciò non fosse il caso, vor­remmo cono­scere le moti­va­zioni. Qui urge una pre­ci­sa­zione: lungi da noi il voler addos­sare al dimis­sio­na­rio diret­tore del Dipar­ti­mento del ter­ri­to­rio qual­si­vo­glia pre­sun­zione di col­pe­vo­lezza. La domanda riguarda que­stioni pret­ta­mente pro­ce­du­rali, tenuto conto che la morte è stata defi­nita dagli inqui­renti come “inso­lita”, e che l’ipo­tesi di un even­tuale ran­core ser­bato da Zali nei con­fronti della donna appare tutt’altro che remota. Donna che ha con­tri­buito in modo deci­sivo al suo declino poli­tico. In maniera più gene­rale le chie­diamo, quindi, di volerci comu­ni­care se da mar­tedì 18 ago­sto (giorno del decesso) fino a oggi Clau­dio Zali sia stato sen­tito in Pro­cura. E, se sì, in quale veste.

Poi: oltre all’inchie­sta coor­di­nata dal pro­cu­ra­tore pub­blico Rug­geri per quel che riguarda il decesso della donna e quella con­dotta dalla pp Borelli in merito alla denun­cia con­tro ignoti a seguito dell’aggres­sione subita dalla 52enne, non­ché all’inchie­sta da lei coor­di­nata per i pre­sunti reati di abuso di auto­rità e coa­zione, ricon­du­ci­bili alla riu­nione voluta dal con­si­gliere di Stato leghi­sta per richie­dere il tra­sfe­ri­mento del 14enne dete­nuto alla Farera, vor­remmo sapere se c’è un altro incarto, da voi aperto di recente, che vede coin­volto Clau­dio Zali. Se sì, per quali ipo­tesi di reato? Tra l’altro, la per­ma­nenza in governo del dimis­sio­na­rio diret­tore del Dt fino alla fine di set­tem­bre, secondo lei, osta­cola, age­vola oppure ha un impatto neu­tro sullo svol­gi­mento delle varie inda­gini? Noi abbiamo un nostro parere: ci pia­ce­rebbe cono­scere il suo.

Le ultime, pro­messo. Visto che le varie inchie­ste in corso riguar­dano diret­ta­mente o indi­ret­ta­mente un mem­bro del governo, ex respon­sa­bile poli­tico di poli­zia e magi­stra­tura, già pre­si­dente del Tri­bu­nale penale can­to­nale, colui che in più occa­sioni ha fatto capire di sen­tirsi “a casa” nei tri­bu­nali tici­nesi: non riter­rebbe oppor­tuna una sua-vostra ricu­sa­zione e con­se­guente richie­sta di un pro­cu­ra­tore straor­di­na­rio? Insomma, dopo tutto ciò che è emerso in que­ste set­ti­mane, lei si ritiene ancora ido­neo a svol­gere il ruolo di pg? Anche qui, noi abbiamo un nostro parere: ci pia­ce­rebbe molto cono­scere il suo.

Non la distur­biamo più. Restiamo volen­tieri in attesa di un suo cor­tese – non­ché celere – riscon­tro e nel frat­tempo le por­giamo, ono­re­vole pro­cu­ra­tore gene­rale, i nostri più distinti saluti.


Neutrali ma non ignavi

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Dopo due sconfitte consecutive (iniziativa sul canone SSR e sulla Svizzera da 10 milioni di abitanti), l’Udc spera questa volta si spuntarla. La rivincita è affidata alla persuasione che la neutralità abbia sempre incontrato i favori della popolazione, addirittura con percentuali oscillanti tra l’80 e il 90 percento. A tale scopo, il movimento che formalmente l’ha promossa, ossia Pro Svizzera, non ha lesinato gli sforzi finanziari per guadagnare alla causa gli scettici, attraverso una cartellonistica su cui spicca un perentorio «no alla guerra», con accanto una colomba della pace che rimanda al celebre disegno di Picasso.

Nelle buche delle lettere domestiche è poi giunto un «bollettino» di ben otto pagine, in cui varie personalità, tra le quali alcuni politici socialisti, espongono le loro ragioni a sostegno. Manovra astuta, per sottolineare che l’iniziativa non è un’esclusiva del partito di Blocher (il quale se ne attribuisce la paternità), ma è un’esigenza avvertita anche da parecchi esponenti di altre formazioni. Tuttavia il gioco si fa sporco quando, nell’ultima pagina, si scrive che «Sinistra e Verdi dicono SÌ» [nell’immagine].

Quale Sinistra e quali Verdi? Qui occorre far chiarezza, dato che il PS è ufficialmente contrario, così come i Verdi, i quali definiscono il testo «filo-putiniano». È comunque vero che alla sinistra del PS si è formato un comitato di sostegno «pacifista e internazionalista per la neutralità», comitato che raggruppa diverse sigle, tra cui quella del Partito comunista.

Sono molti i cittadini tuttora inclini a pensare che nella Costituzione federale non si faccia cenno alla neutralità. Invece è presente, e in ben due articoli: n. 173 e n. 185. Certo non è sorretta da un articolo a sé stante, proprio perché il legislatore ha voluto che governo e parlamento potessero decidere in base alle contingenze, e non avere le mani legate «immerwährend», in modo permanente. Le neutralità, storicamente, è sempre stata considerata un mezzo («Mittel zum Zweck») a garanzia della politica di sicurezza del paese e della sua indipendenza, non un fine in sé. Nel caso specifico s’intende invece elevarla a fine, e quindi a caposaldo assoluto e intangibile. Si passa insomma da un principio relativo ad un principio assoluto.

Le conseguenze sono molteplici. Innanzitutto un auto-isolamento strategico, come se fossimo ancora ai tempi del ridotto nazionale. Non sono previste collaborazioni con altri paesi, se non in caso di minaccia imminente (ma nel qual caso sarebbe troppo tardi). Si esclude lo strumento delle sanzioni economiche, a meno che non siano decise dall’Onu (che però è nelle mani di potenze tra loro in conflitto). «Armata» vuol dire investire soldi in una difesa nazionale che non sarà mai in grado di contrastare gli arsenali dei potenziali nemici, con in testa la Russia (lo afferma lo stesso Blocher, quando scrive che «la potenza nucleare russa… rappresenta probabilmente la maggiore minaccia di guerra per il nostro paese»).

Noi non sappiamo come evolverà la situazione internazionale, se i conflitti in corso rimarranno circoscritti alle aree contese o se sorgeranno altri focolai, a noi sempre più vicini. Abbiamo però capito che la guerra ibrida è già realtà e non un’eventualità. Combatterla vuol dire costruire rapporti di cooperazione con le nazioni a noi vicine che condividono le nostre stesse preoccupazioni.

Ma torniamo al cartellone: «no alla guerra». Sottinteso: c’è qualcuno che invece la desidera, questa guerra, la invoca e forse la esalta con parole futuriste. E costoro sono tutti quelli che non intendono sostenere l’iniziativa. Il messaggio è efficace, dobbiamo riconoscerlo, ma anche qui abbiamo a che fare con l’assolutizzazione di un concetto che non prevede eccezioni. Considerare l’Udc un partito pacifista fa strano, ma andiamo oltre. Finora si riteneva che la guerra fosse giusta ovvero un diritto all’autodifesa («jus ad bellum») ogniqualvolta un paese fosse vittima di un’invasione a fini di conquista e di un’aggressione giudicata illecita dal diritto internazionale e dalle relative convenzioni. La distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta risale all’antichità classica e a teologi come Sant’Agostino e San Tommaso. Una disamina organica di questa teoria si ritrova nell’opera ormai classica di Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste. Una discussione morale con esempi storici, ora riedita da Garzanti. «A volte è giusto combattere – osserva l’autore – e a volte i soldati combattono in modo giusto. Nessuno che sia cresciuto durante la Seconda guerra mondiale può dubitare dell’esistenza di guerre giuste, oltre che ingiuste. Ma è altrettanto vero che a volte è sbagliato combattere, e a volte i soldati combattono in modi sbagliati».

Neanche questa teoria è comunque esente da punti deboli. Le divergenze emersero già durante i conflitti che portarono alla disgregazione della Jugoslavia, durante il primo conflitto del Golfo nel 1991 e soprattutto durante il secondo (2003), quello sorretto dalla certezza che il regime di Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa. In tutti questi casi l’opinione pubblica e la comunità degli studiosi espressero giudizi divergenti, a volte opposti, sulla base di argomentazioni che si estendevano dal pacifismo assoluto al dubbio che le operazioni militari intraprese sotto l’egida dell’«umanitarismo» favorissero davvero la pacificazione tra i belligeranti e non prendessero di mira i civili.

Di questi dibattiti non v’è traccia nell’iniziativa per la salvaguardia della neutralità, che sarebbe più giusto qualificare come iniziativa per il neutralismo, un atteggiamento in cui ogni distinzione cade a vantaggio di un’indifferenza omologatrice, dove l’unica opportunità ghiotta è data dalla possibilità di commerciare in armi con tutti, anche con gli Stati-canaglia.

Pubblicato da laRegione


Veronica Noseda – Mobilitazioni in Francia per la corsa all’Eliseo

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Nepal, l’esperto: “Una bomba di ghiaccio caduta da 1.400 metri a causa del caldo”

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Di Elena Dusi, La Repubblica

A 5.100 metri di quota si nota la ferita lasciata dal ghiacciaio crollato. È larga 600 metri, lunga 400 e appare spessa circa 50 metri. La lingua del ghiacciaio è precipitata per 1.400 metri prima di finire nella valle sottostante. Da una prima stima conteneva almeno 10 milioni di metri cubi di ghiaccio». Giovanni Crosta, professore di geologia applicata all’università di Milano Bicocca, analizza le prime immagini del Nepal trasmesse dai satelliti e non nasconde la sua impressione per le dimensioni del crollo. In quella regione ha partecipato a un progetto post-sisma con l’ong Asia.

Il crollo del ghiacciaio ha causato l’alluvione?

«All’inizio ho pensato alla tracimazione catastrofica di un lago glaciale. Sono fenomeni abbastanza frequenti sulla catena dell’Himalaya e hanno un potenziale devastante. Una semplice frana o delle precipitazioni abbondanti non potevano giustificare una portata simile del fiume. Lungo la sua gola stretta il livello si è alzato di alcune decine di metri. L’acqua avanzava a decine di metri al secondo. Le immagini dei satelliti invece non mostrano laghi nella zona, ma la parte terminale di una lingua glaciale. Fino a ieri era visibile, oggi non c’è più».

Un ghiacciaio è solido. Come si è trasformato in alluvione così rapidamente?

«Il ghiaccio si è spaccato e fuso in parte per l’attrito. I frammenti sono precipitati nella valle continuando a sciogliersi man mano che scendevano, inglobando rocce e detriti».

In quel momento si è registrato un terremoto di magnitudo 5.2. Può essere stata la scossa a causare il distacco?

«Al contrario, è il segnale sismico fortissimo provocato dalla caduta del ghiacciaio. Non è sorprendente per crolli di queste dimensioni. In Italia la scorsa estate una frana di roccia da Cima Falkner, sulle Dolomiti di Brenta, aveva provocato un segnale sismico di magnitudo tra 2 e 3. Oggi i sismometri vengono usati anche per localizzare le frane in località remote».

Siamo sempre in una valle di alta montagna. Come mai i danni e il numero delle vittime sono stati così ingenti?

«Acqua, ghiaccio, rocce e detriti si sono riversati all’improvviso in una valle molto stretta. Un fiume che aumenta di livello di decine di metri, fra pendii così ripidi impiega decine di chilometri a dissipare la sua piena, travolgendo ogni cosa. E in alta montagna strade, villaggi e abitanti si concentrano nei fondovalle, proprio vicino alle sponde dei fiumi. Venti chilometri più a valle, rispetto al punto di distacco del ghiacciaio, c’è anche il passaggio di frontiera tra Cina e Tibet».

In dieci anni l’Himalaya ha perso il 40% del suo ghiaccio. Il cambiamento climatico gioca un ruolo nel crollo di ieri?

«L’aumento delle temperature è più accentuato in alta montagna rispetto al resto del territorio. Le valanghe e le frane possono essere più frequenti proprio per le temperature stagionali più alte, che fanno cedere il permafrost in alta quota e accelerano lo scioglimento del ghiaccio».

Ci sono rischi simili anche da noi?

«Anche da noi i ghiacciai sono in forte sofferenza per il riscaldamento del clima. Sulle Alpi abbiamo molte situazioni di instabilità. Tutti ricordiamo il crollo della Marmolada nel 2022. L’anno scorso in Svizzera una frana di roccia ha causato il distacco di un ghiacciaio, che è precipitato sul villaggio di Blatten. La situazione era monitorata da tempo e gli abitanti sono stati evacuati in anticipo. Oggi una minaccia simile riguarda il ghiacciaio sospeso del Weisshorn, nel canton Vallese. E da anni in Val d’Aosta si monitora il ghiacciaio instabile di Planpincieux in Val Ferret».


Meta patteggia per 16 miliardi. Poteva andargli molto peggio

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Di Marco Schiaffino, il manifesto

 

Con un patteggiamento da 16,7 miliardi di dollari, Meta mette fine a un processo che avrebbe potuto costarle molto più caro. Nella causa, promossa da 29 stati dell’unione, l’azienda di Mark Zuckerberg era accusata di non aver protetto adeguatamente bambini e adolescenti iscritti ai suoi social network. Nel mirino il design stesso delle piattaforme, pensate per massimizzare il tempo e il coinvolgimento degli utenti, pur sapendo che potevano favorire un uso compulsivo e danneggiare soprattutto i soggetti più fragili. Non solo: le accuse riguardavano anche la verifica dell’età degli utenti e in particolare il fatto che Meta raccogliesse comunque i dati dei minori di 13 anni senza la necessaria notifica e il consenso dei genitori. Un comportamento vietato dal Children’s Online Privacy Protection Act.

L’accusa a Zuckerberg di aver progettato i suoi social con l’obiettivo di «creare una dipendenza» in bambini e adolescenti non è nuova. Il Ceo di Meta aveva già dovuto difendersi dalle stesse contestazioni avanti al congresso e al senato statunitensi, oltre che alla Commissione europea. Occasioni in cui Zuckerberg ha sostanzialmente dichiarato di «fare tutto quanto sia possibile» per proteggere al meglio i minori che frequentano i social network di Meta.

IL PROCESSO DI OAKLAND, però, si è trasformato in un vero incubo. Le bordate sono arrivate già con la prima testimonianza. Sul banco dei testimoni è salito Arturo Béjar, già collaboratore di Facebook tra il 2009 e il 2015 e tornato nel 2019 come consulente del cosiddetto «Instagram Well-Being Team». Béjar, particolarmente coinvolto in tutti i processi legati alla tutela del benessere dei minori iscritti ai social network Meta, ha sparato a zero sulle politiche aziendali spiegando che si ispirava a una «cultura che considerava la sicurezza dei bambini secondaria rispetto alla crescita e al coinvolgimento su Facebook e Instagram». Esattamente il contrario di quanto sostenuto da Zuckerberg in più occasioni pubbliche.

Béjar ha anche attaccato il ruolo dello stesso fondatore di Facebook per quanto riguarda l’impegno nella protezione dei minori, che Zuckerberg ha sempre descritto come una sua priorità: «Se Mark definisce qualcosa come una priorità, si spostano montagne in pochi mesi». Insomma: se Meta non ha implementato sistemi di protezione dei minori, la responsabilità è certa.

DALLE SUCCESSIVE testimonianze di George Volichenko, Francesco Fogu e Adam Mosseri sono emersi altri aspetti controversi, come alcune «opportune omissioni» nella pubblicazione di dati riguardanti l’impatto negativo di Facebook e Instagram su bambini e adolescenti o la scelta di non introdurre come impostazioni predefinite le funzionalità che visualizzano un avviso che «suggerisce» una pausa nell’uso dei social network.

La decisione di optare per una transazione, seppur multimiliardaria, permette a Meta di uscire da quello che si era trasformato in un vero tritacarne mediatico, il cui proseguimento prometteva di portare ulteriori danni a livello reputazionale. L’uscita dal processo ha permesso alla società californiana di evitare l’audizione di Frances Haugen, che molti commentatori consideravano come una sorta di «arma fine di mondo» nella causa e che era iscritta nell’elenco dei testimoni depositato dai ricorrenti. La ex manager di Meta ha infatti denunciato le pratiche dell’azienda già nel 2021, fornendo alla stampa migliaia di documenti che comprovavano il fatto che i dirigenti erano perfettamente a conoscenza dell’impatto che gli algoritmi avevano sulla salute mentale di bambini e adolescenti. La sua testimonianza sarebbe stata senza dubbio il pezzo forte del processo.

PER MARK ZUCKERBERG l’accordo è tutto sommato un buon affare. La causa avviata al tribunale di Oakland coinvolgeva solo California, Colorado, Kentucky e New Jersey, ma era solo la prima di una serie di procedimenti che nel complesso vedevano Meta sottoposta al fuoco di fila di denunce da parte di 47 stati. Con il patteggiamento, evita tutti i processi e soprattutto un’esposizione mediatica di cui l’azienda è ben contenta di fare a meno. Gli oltre 16 miliardi pagati dalla società, come conferma il suo andamento in borsa dopo la diffusione della notizia, sono considerati un «effetto collaterale» tutto sommato accettabile.

 

Nell’immagine: protesta al tribunale di Oakland, iI nomi dei bambini e degli adolescenti vittime dell’uso dei social media


AI, perché serve un governo globale

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Di Vito Mancuso, La Stampa

 

Qualcuno ancora ricorda la memorabile scena dell’Apprendista stregone nel film “Fantasia” di Walt Disney? È stata la prima immagine affacciatasi alla mia mente dopo aver letto le dichiarazioni di Bill Gates secondo cui l’IA va oggi trattata non più come uno strumento tecnologico ma come «una forza della natura che l’uomo ha scatenato». Ho subito rivisto Topolino apprendista stregone che, a seguito delle misteriose forze evocate, era caduto nel panico di fronte alla foresta impazzita di scope che, da pacifici strumenti, si erano trasformate in minacciosi guerrieri. Ora Topolino siamo noi.

Dopo aver delineato la vera natura dell’IA e chiarito che da come la gestiremo (o ne saremo gestiti) dipende il nostro futuro, Bill Gates ha poi sostenuto che occorre procedere sostanzialmente su tre fronti: 1) creare un’agenzia internazionale di governo dell’IA, così come già avviene con l’energia atomica; 2) tassare le imprese che licenziano lavoratori a causa dell’IA, così da creare con queste tasse una specie di cassa integrazione o reddito di cittadinanza per chi rimane senza lavoro; 3) riservare agli esseri umani almeno il 40 percento dei posti di lavoro, una sorta cioè di obbligatoria “quota rosa”, salvo stabilire quale colore possa essere il più adatto per contrassegnare la quota umana.

Mi soffermo sul primo punto. Per Bill Gates è necessaria una «gestione politica» dell’IA, ma in cosa concretamente può consistere tale gestione politica? Anzitutto nella stipulazione di leggi da parte del potere legislativo, poi nella loro effettiva applicazione da parte del potere esecutivo, infine nella possibilità di sanzionare le infrazioni da parte del potere giudiziario. Tutti e tre i poteri fondamentali che costituiscono l’autorità di uno stato moderno devono entrare necessariamente in gioco se si vuole istituire una governance davvero efficace della nuova forza della natura che abbiamo scatenato. Ma allora da qui rinasce nel modo più cristallino la necessità imprescindibile del diritto internazionale. E quindi dell’Onu. Bill Gates infatti potrà anche andare in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping (come io spero che presto avvenga), potrà inoltre incontrare un presidente Usa finalmente di nuovo degno di questo nome al termine del mandato dell’attuale, ma nessun accordo tra Usa e Cina da lui promosso potrà mai avere un’effettiva applicazione a livello mondiale senza il diretto coinvolgimento dell’Onu. Ne viene che il diritto internazionale e la sua principale istituzione oggi così marginalizzati, riacquistano necessariamente il centro della scena politica.

Ma occorre procedere oltre e chiedersi su quale base si potrà fondare la necessaria legislazione sull’IA. E qui appare chiaro come il diritto nel suo farsi rimandi all’etica, vale a dire a una precisa visione dell’uomo e dei valori irrinunciabili per tutelarne la dignità. La governance mondiale dell’IA, in altri termini, non potrà essere attuata senza un’etica mondiale, la quale rimanda organicamente a quel progetto di “Word Ethos” coraggiosamente portato avanti dal teologo svizzero Hans Küng. La situazione quindi è riassumibile nei seguenti passaggi: 1) la tecnologia ha creato una forza di natura dalle potenzialità immense, in senso sia positivo sia negativo per l’umanità, ma essa non la sa governare; 2) noi abbiamo bisogno di un’istituzione politica internazionale che la governi; 3) perché questa istituzione possa effettivamente legiferare c’è bisogno di un accordo universale sui principi etici irrinunciabili.

La situazione è tale che forse si può avverare oggi quanto avveniva anticamente nell’isola di Creta, i cui abitanti, sempre fortemente divisi tra loro in fazioni rivali, si coalizzavano sistematicamente tra loro all’apparire di un nemico esterno così che riuscivano a respingerlo. Noi abbiamo bisogno di questa rinnovata “sincreticità”, cioè di un’energia intellettuale che unisca le forze fondamentali degli esseri umani al fine di salvare l’umanità dalla tecnica da essa stessa evocata. La scena dell’apprendista stregone del film di Walt Disney si chiude con l’arrivo del maestro stregone che ferma con un cenno le scope impazzite, ma da noi non arriverà nessun Superuomo a porre rimedio, ci dobbiamo pensare da noi. E forse da questo rinnovato pensare a noi stessi, a cosa sia davvero importante per la nostra vita, potrà sorgere una via di uscita. Ha scritto Hölderlin: «Ma dov’è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza».


Il clima cambia anche il sole: “Più rischi dai raggi ultravioletti”

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

Di Giacomo Talignani, La Repubblica

 

Nell’estate del caldo infinito circola un accessorio sempre più comune, simbolo di un problema in crescita e spesso sottovalutato. L’ombrello, un tempo destinato a ripararci dalla pioggia, sta diventando oggi sinonimo della protezione dal sole, dai raggi ultravioletti. Nel 2026 negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera o Grecia, c’è un boom di vendite dei parasole anti-UV.

Non è un caso: una nuova ricerca racconta infatti come in Europa le radiazioni solari stiano pericolosamente aumentando, soprattutto nelle regioni centrali. Lo studio internazionale, pubblicato su Springer Nature, ha visto coinvolti oltre 50 ricercatori e si basa su una raccolta di dati provenienti da 40 diverse stazioni europee tra il 2013 e il 2022. Sostiene che in media la radiazione ultravioletta (UV) che raggiunge il suolo sia aumentata dell’11% in Europa negli ultimi 10 anni, con picchi anche del 2,6% l’anno (Gran Bretagna).

Anche in Italia i valori sono in crescita. Da noi ci sono 4 stazioni con strumenti precisi per le rilevazioni UV: in Valle d’Aosta, a Sesto Fiorentino, Roma e Lampedusa. Tutti i centri hanno contribuito alla ricerca.

«Lo studio indica valori significativi» spiega a Repubblica Henri Diémoz di Arpa Valle d’Aosta che, insieme alla collega Annachiara Bellini, è fra gli autori. «In dieci anni ad Aosta emerge ad esempio un trend del +7%. A Roma di quasi il 10%, ugualmente a Sesto Fiorentino. Più a sud invece, a Lampedusa, non si registrano aumenti. L’Europa centrale è quella più esposta». Il motivo principale dell’aumento dei raggi ultravioletti, pericolosi per la salute umana, è da ricercarsi nei mutamenti dell’atmosfera.

Il fisico Alcide Giorgio di Sarra, ricercatore di ENEA che ha preso parte al paper, racconta come «la causa è soprattutto dovuta a una diminuzione della copertura nuvolosa. Anche se lo studio non evidenzia un collegamento diretto con la crisi del clima è chiaro come il surriscaldamento, portando a modifiche relative a temperature, umidità e circolazione, stia impattando sulla diminuzione della copertura nuvolosa. Meno nubi ci sono, più raggi UV passano». Diémoz aggiunge come, in percentuale minore, ci sia però anche un’altra causa. Per paradosso infatti abbiamo polmoni più sani ma pelle e occhi più a rischio. «L’altro fattore possibile è che anche la qualità dell’aria giochi un ruolo. In Europa è ora più pulita grazie a politiche ambientali efficaci. Ma inquinanti come le particelle fini, che ora sono in calo, facevano da velo e riflettevano la radiazione. Con meno particelle, passano più UV».

Un’altra analisi multi-causa richiamata anche nello studio sostiene che le variazioni delle nubi incidano per l’80%, le particelle per il 20%. In Italia, a differenza dei bollettini sulle ondate di calore, mancano però comunicazioni capillari e quotidiane sui raggi.

La scala dei valori UV va da 1 a 11 e oltre. Dal valore 3 sino al 5 il grado è moderato, dal 6 al 7 alto, dall’8 al 10 molto alto e da 11 in poi estremo. Consci dell’aumento della radiazione nelle ultime ore l’Arpal ha appena installato a Genova e La Spezia nuovi radiometri: misuravano un indice di 6. «A fine anni Novanta feci un bollettino Uv per l’Italia — chiosa Di Sarra — ma poi l’attenzione per il tema si è ridotta e oggi non esiste una indicazione unica nazionale. Servirebbero ora più rilevazioni e informazioni». Per esempio, è utile ricordare che le alte temperature non sono necessariamente collegate a elevati valori UV. «Col caldo molte persone si rifugiano in montagna, ma non è detto che in quota le dosi di radiazioni siano minori, dobbiamo reimparare ad esporci».


Era il partito di Mandela, ora è al collasso

Parla il glaciologo Peter Wadhams: “Ciò che è successo in Nepal è la logica conseguenza di politiche sbagliate. Ora limitiamo i danni” 

L’ANC, il partito di Mandela che ha dominato la scena politica degli ultimi 30 anni, sarebbe sull’orlo del collasso. Secondo un ultimo sondaggio della Social Research Foundation, la fiducia dei votanti è a un minimo storico : solo il 34% darebbbe la sua preferenza all’ANC.Per contro, sono in ascesa i partiti dell’opposizione: la Democratic Alliance è al 27 percento, e l’Umkonto We Sizwe al 15 percento.

Uno dei fattori di questo declino dell’ANC è dovuto al forte calo di popolarità del Presidente Cyril Ramaphosa, travolto dallo scandalo Phala Phala, ovvero il furto di una ingente somma di danaro  trovata sotto il divano nell’abitazione del Presidente.

Ramaphosa finora non è riuscito a spiegare le circostanze dell’accaduto, e in particolare l’origine dei fondi. L’elenco dei problemi del paese rimasti irrisolti è lungo e grave, perché tocca le più importanti infrastrutture del paese. Senza contare che una maggioranza rilevante degli elettori accusa l’ANC di non aver fatto fronte con la necessaria decisione e tempestività alla campagna anti-immigranti che ha creato grossi problemi, in particolare nelle grandi città.

Ma non è tutto. Connie Mulder, a capo dell’Istituto Nazionale di Ricerca sugli Umori dell’Elettorato, ha fatto sapere che senza un intervento deciso del governo i sudafricani cominceranno ben presto a non più pagare le imposte, necessarie per far fronte ai gravi problemi che affliggono il paese, in particolare nelle grandi città.

In una recente intervista, Connie Mulder ha dichiarato che corruzione e incompetenza hanno impedito agli operatori del servizio civile di affrontare e risolvere i problemi del paese. Sono molte le aziende che hanno chiesto a società private di far fronte a questi problemi, finora finanziati con le imposte dei cittadini. Da qui l’ovvia domanda: «perché pagare due volte per lo stesso servizio?»

Le prossime elezioni municipali fissate per l’autunno 2026 saranno verosimilmente all’insegna di un assenteismo crescente, generato dalla sfiducia dell’elettorato dell’ANC; un elettorato che non vorrà più sostenere il suo partito, ma nemmeno favorirne un altro.

Nell’immagine: Cyril Ramaphosa in un’illustrazione del Daily Maverick