Un boo­me­rang per la Meloni

Anche la Svizzera tra I paesi europei che chiedono all'Italia di riprendersi i migranti 'dublinanti' 

Pedro Sánchez era un ghiotto ber­sa­glio per Gior­gia Meloni. Il pre­mier spa­gnolo è socia­li­sta, nemico di Donald Trump, capo­fila euro­peo nel negare agli Usa un soste­gno mili­tare nella guerra all’Iran, fra i primi a denun­ciare la ter­ri­bile ritor­sione israe­liana a Gaza e, fra lo stu­pore gene­rale, di recente ha deciso di rego­la­riz­zare ben mezzo milione di immi­grati rifu­gia­tisi su suolo ibe­rico. È anche, nell’Unione euro­pea, il capo di governo che può van­tare i migliori risul­tati eco­no­mici, con tassi di cre­scita del Pil supe­riori al due per cento negli ultimi due anni. Ha tut­ta­via la moglie e un fra­tello sotto inchie­sta penale e soprat­tutto per que­sto paga con una popo­la­rità in discesa.

Un deli­zioso “boc­con­cino” per il capo del governo ita­liano, espres­sione di posi­zioni e risul­tati deci­sa­mente in con­tra­sto con quelli spa­gnoli, messo ulte­rior­mente sotto pres­sione sulle que­stioni migra­to­rie dal neo par­tito di destra estrema dell’ex gene­rale Van­nacci. Ecco per­ché la signora che scaldò le piazze degli estre­mi­sti post fran­chi­sti di Vox (“Soy Gior­gia, soy una madre, soy cri­stiana…) ha subito stru­men­ta­liz­zato i recenti fatti di Ceuta, exclave spa­gnola in Marocco, in cui in sole 48 ore sono entrati dai 70mila agli 80mila afri­cani. “Ope­ra­zione” con tutta evi­denza mano­vrata dal governo di Rabat e dalla poli­zia maroc­china, flusso impo­nente di “dispe­rati”, sostan­zial­mente esau­ri­tasi però in un paio di giorni, giu­sto il tempo per re Moham­med VI di ricor­dare a Madrid le sue (non ille­git­time) pre­tese di sovra­nità su Ceuta.

Quanto bastava per riac­cen­dere l’infi­nito dibat­tito euro­peo sul pro­blema migra­to­rio, il più lace­rante e il più fal­li­men­tare dell’Ue. Ne ha subito appro­fit­tato Roma, sospen­dendo gli accordi di Schen­gen, e chiu­dendo i con­fini con la Spa­gna: come se esi­stesse un peri­colo serio che i fug­gi­tivi di Ceuta (e magari qual­che ter­ro­ri­sta) potes­sero facil­mente rag­giun­gere i con­fini della lon­tana Ita­lia. In realtà, s’è trat­tato di una deci­sione elet­to­ra­li­stica della Meloni in cerca di rilan­cio.

Ma per Roma l’asso­luta man­canza di soli­da­rietà con la Spa­gna s’è tra­sfor­mata in un inat­teso boo­me­rang. Molti governi dell’Ue si sono infatti ricor­dati di avere in casa migliaia di “dubli­nanti”: cioè pro­fu­ghi giunti nei loro Paesi dopo essere arri­vati, come prima tappa, in Ita­lia; dove, secondo gli accordi di Dublino, avreb­bero dovuto rima­nere e atten­dere la rispo­sta alla richie­sta di asilo poli­tico. In realtà, anche per­ché sen­ti­tasi abban­do­nata da Bru­xel­les, l’Ita­lia ha sem­pre fatto molto poco, o quasi nulla, per impe­dire le “fughe” dei pro­fu­ghi verso il Nord Europa. Per esem­pio, una recente sta­ti­stica segna­lava che in tre anni gli arrivi di pro­fu­ghi mino­renni erano stati circa 64’000, ma che quelli pre­senti nella Peni­sola erano sol­tanto 17’864.

La regola è non risol­vere ma nascon­dere il pro­blema. Non sor­prende dun­que che diverse capi­tali euro­pee, nono­stante un recente accordo che mitiga il pro­blema dei “dubli­nanti”, abbiano deciso di pre­sen­tare il conto all’Ita­lia. E chi c’è in testa a que­sta lista? C’è la Sviz­zera, che chiede a Roma di ripren­dersi 3’612 “dubli­nanti”. E som­mando tutte le richie­ste euro­pee, depo­si­tate o pre­ve­di­bili, l’Ita­lia potrebbe essere costretta a riac­co­gliere circa 10mila migranti. Pre­dica papa Leone: “Le per­sone prima dei con­fini”. Ma lo slo­gan più in voga nella poli­tica euro­pea è l’esatto con­tra­rio.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: migranti (foto d’archivio)


Cercasi ministro degli Esteri svizzero

Anche la Svizzera tra I paesi europei che chiedono all'Italia di riprendersi i migranti 'dublinanti' 

La promozione della pace, i diritti umani e il diritto internazionale sono temi importanti della politica estera svizzera. Sul sito web della Confederazione, il ministro degli Esteri Cassis scrive che i diritti umani rimangono un elemento centrale della politica estera svizzera, una bussola indispensabile. Cassis sottolinea inoltre che la Svizzera, grazie alla sua neutralità e alla sua tradizione umanitaria, nonché in qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, ha un legame particolare con il diritto internazionale umanitario. Tuttavia, il responsabile della politica estera svizzera non ha ritenuto necessario richiamare l’attenzione su questi valori centrali della Svizzera nel suo discorso in occasione della Festa nazionale.

Nessuna critica a Israele

Gaza e la Cisgiordania sono territori in cui, dopo il sanguinoso attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e in seguito alla controffensiva israeliana, sono stati commessi e continuano a essere commessi numerosi crimini. Infatti, nonostante il cessate il fuoco, a Gaza continuano a verificarsi gravi attacchi da parte dei soldati israeliani e continuano a essere uccisi anche dei bambini. In Cisgiordania coloni estremisti cacciano le famiglie palestinesi dalle loro case, che in alcuni casi distruggono. Gli uliveti sono stati e continuano ad essere sottratti loro, a volte addirittura distrutti.

Questi crimini sono aumentati negli ultimi tempi. Nella maggior parte dei casi, la polizia o l’esercito israeliani negano ai palestinesi la protezione che sarebbero tenuti a garantire. Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, ha recentemente dichiarato che a Gaza ogni notte dovrebbero essere uccisi dai trenta ai quaranta palestinesi, compresi quelli che non rappresentano una minaccia.

Nonostante i numerosi appelli, tra cui quelli delle ex consigliere federali Micheline Calmy-Rey, Ruth Dreifuss e dall’ex consigliere federale Joseph Deiss, da ambasciatori svizzeri in pensione, di funzionari del Dipartimento federale degli affari esteri e di numerose personalità del mondo politico e accademico, che hanno esortato il Consiglio federale a rimproverare Israele e a esigere con forza il rispetto del diritto internazionale, Ignazio Cassis è rimasto e rimane in silenzio e inerte. In qualità di consigliere nazionale, Cassis era membro del Gruppo parlamentare Svizzera-Israele, che difende Israele in ogni circostanza. Questo legame, a quanto pare, non ha perso la sua influenza su Cassis.

Silenzio sulla minaccia russa

Anche riguardo alle ripetute ingerenze di Mosca a sostegno della campagna promossa dall’emittente statale Russia Today per l’iniziativa sulla neutralità sostenuta dall’UDC, il ministro degli esteri Cassis tace. I consiglieri nazionali chiedono una nota di protesta alla Russia e la convocazione dell’ambasciatore russo al Dipartimento federale degli affari esteri. Tuttavia, le loro richieste non hanno trovato ascolto.

Il Servizio di intelligence svizzero, responsabile anche del controspionaggio, ha ripetutamente richiamato l’attenzione del Consiglio federale, nei suoi rapporti, sulle intense attività di spionaggio, in particolare da parte di Russia e Cina, nonché di altri Stati. Nel rapporto sulla situazione del Servizio di informazione della Confederazione (SIC) del 2026 si afferma che la minaccia rappresentata dalla Russia è in primo piano.

L’attività dei numerosi collaboratori dei servizi segreti russi, che lavorano come diplomatici o impiegati tecnici nelle ambasciate russe a Berna e a Ginevra (organizzazioni dell’ONU), copre ampi settori. Non si tratta solo di spionaggio in ambito economico, politico, militare e della ricerca, ma anche di influenza politica, propaganda e disinformazione. Secondo il NDB, vengono utilizzate reti di informatori e i cittadini russi presenti nel nostro Paese sono oggetto di sorveglianza.

Le attività illegali non sono praticate solo dalla Russia, ma anche dalla Cina e da altri Stati. Secondo il rapporto del SIC, la Cina è particolarmente interessata alle minoranze definite come i «cinque veleni»: taiwanesi, tibetani, uiguri, seguaci del Falun Gong e attivisti per la democrazia che vivono nel nostro Paese. Queste persone vengono sorvegliate, minacciate e intimidite. Si tratta di gravi violazioni della sovranità svizzera. Il consigliere federale Cassis non reagisce; evita i conflitti con questi Stati.

È quindi lecito chiedersi: dov’è il ministro degli esteri svizzero?

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Ignazio Cassis in una illustrazione satirica della redazione


Cin cin!

Anche la Svizzera tra I paesi europei che chiedono all'Italia di riprendersi i migranti 'dublinanti' 


Israele e un’incognita chiamata Netanyahu

Anche la Svizzera tra I paesi europei che chiedono all'Italia di riprendersi i migranti 'dublinanti' 

Di Anna Foa, La Stampa

Le elezioni politiche in Israele si terranno, pare, il 27 ottobre prossimo. Poco più di due mesi, già segnati da un’intensa campagna elettorale. La domanda essenziale è se Israele riuscirà o meno a liberarsi di Netanyahu, e con lui del suo governo di fanatici razzisti e suprematisti. Ma anche il tipo di governo che uscirà fuori dalle elezioni, in caso di sconfitta di Bibi, non è ininfluente. È evidente che il peso dell’opposizione dei democratici di Yair Golan e dei partiti arabi sarà determinante sulle scelte politiche di un eventuale nuovo governo, qualunque esso sia. Qui contano i numeri dei seggi, conta chi andrà a votare, e se i palestinesi cittadini di Israele, più di due milioni, sceglieranno in massa la strada della battaglia elettorale o la considereranno inutile e preferiranno, disgraziatamente, limitare la loro partecipazione al voto. Di qui, la consapevolezza, diffusa nel Paese, del ruolo essenziale del voto palestinese e della necessità di arrivare ad accordi elettorali fra i partiti ebraici e quelli arabi.

In Israele i palestinesi cittadini (non quindi quelli dei territori occupati e nemmeno quelli di Gerusalemme Est, giuridicamente “residenti”), godono fin dalla nascita dello Stato dell’elettorato attivo e passivo. I principali partiti arabi sono quattro, solo due dei quali rappresentati in parlamento con 10 seggi complessivi. In alcune fasi della storia politica recente si sono presentati uniti, in altre separatamente. Pochi giorni fa, tre di loro, Hadash, Ta’al e Balad, hanno raggiunto un accordo per presentarsi in una lista congiunta alle elezioni.

Ma la vera novità di questi giorni è la formazione di liste unite arabo-ebraiche. Così il laburista Avraham Burg, già presidente della Knesset e già presidente ad interim dello Stato, arrivato negli ultimi dieci anni a sostenere posizioni di radicale opposizione al governo, si è candidato nelle liste del nuovo partito arabo-ebraico Makom lekulam (un posto per tutti) fondato dai due leader del movimento Standing together, Alon-Lee Green (ebreo) e Roula Daoud (palestinese con cittadinanza israeliana), una lista però a rischio di non superare la soglia di sbarramento elettorale del 3,25%.

E ancora, un’importante novità, in grado se realizzata di cambiare le carte in tavola per il voto di ottobre, legittimando il voto ai partiti arabi, è la possibile entrata nel partito arabo di Mansur Abbas Ra’am (un partito che ha appoggiato nel 2021 il governo di Bennet e di Lapid e che ha rotto ogni rapporto con i Fratelli Musulmani) di una personalità ebraica importante come Joav Segalovitz, già viceministro della Sicurezza, parlamentare del partito di Yair Lapid (Jesh Atid), che potrebbe in caso di sconfitta di Netanyahu sostituire Ben Gvir come ministro della Sicurezza nazionale. Si tratta di una strada, questa dell’alleanza con i partiti arabi, che trova forti resistenze anche nei partiti di opposizione a Netanyahu, e non solo quelli di destra, ma anche fra i democratici di Yair Golan e nel partito di centro di Gadi Eisenkot, dato per favorito nella competizione elettorale, che recentemente si è espresso, forse per ragioni elettorali, contro la creazione di uno Stato palestinese e la collaborazione con i partiti arabi. Come ha detto di lui lo scrittore israeliano Assaf Gavron nella bella intervista rilasciata a Fabiana Magrì e pubblicata ieri su questo giornale, «È onesto, non è corrotto, non pensa soltanto a se stesso e vuole davvero ricucire la società. Ma non voterò per lui perché ha dichiarato che non formerà un governo con i partiti arabi. Per me è assurdo: continuare a parlarne come se gli arabi non fossero politicamente legittimati non fa che rafforzare proprio quell’idea».

In un Paese in cui un ministro proclama apertamente il proposito di uccidere trenta o quaranta palestinesi al giorno perché non meritevoli di vivere, la scelta di Segalovitz, se portata avanti, rappresenterebbe il rifiuto più evidente e concreto del razzismo antiarabo di cui molta parte dei cittadini è partecipeo. Molta parte, ma non certo tutti.

L’avvio di formazioni miste ebraico-palestinesi non cambia soltanto i giochi elettorali, ma incide sul razzismo che ha contribuito in questi anni alla distruzione di Gaza e alimentato l’apartheid ormai dilagante in Cisgiordania. Cambiare paure e mentalità è più difficile ancora che cambiare governo. La collaborazione con gli arabi toglierebbe al razzismo l’alibi della paura.

I veri razzisti potrebbero infine essere contati e forse si scoprirebbe non solo che sono meno di quello che si pensa ma anche che possono essere sconfitti. Per ora alle elezioni, ma poi anche nella vita quotidiana, nelle scuole, nella cultura e nel dialogo. Sarebbe una sconfitta dell’odio e un vero avvio al processo di costruzione della pace.


La fila al supermercato e l’umanità tutta insieme

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Di Concita De Gregorio, La Repubblica

 

In fila alla cassa, una fila lunghissima, ci sono stranieri e persone anziane. Pagano con le monetine, pezzi da cinquanta e venti centesimi, le tengono in mano da molto prima di arrivare alla cassa. Le contano, le ricontano, a volte si sbagliano e la fila si ferma. Mancano dieci centesimi. Cosa lasciamo? Chiede all’uomo la donna che ha la testa coperta dal velo, parlano a voce bassa. Non so. Decidi tu. Il latte? Va bene. Tengono gli occhi bassi. Non si capisce la loro lingua, naturalmente, ma si capisce. Che si vergognano, per esempio, si capisce. Al supermercato sotto casa mia un giorno alla settimana c’è uno sconto per le persone anziane. Chi sta alla cassa non può, naturalmente, far pagare dieci né venti centesimi di meno a nessuno: a fine giornata non tornerebbero i conti. Ma possono, i cassieri e le cassiere, applicare quello sconto anche a chi non ha più di sessant’anni. Cioè, non credo che possano per regolamento, ma lo fanno. A una giovane donna sola con due bambini, a quella coppia del latte. Lo fanno, perché sono persone davanti ad altre persone. È tutto qui.

Al supermercato sotto casa mia non ci sono due code diverse per chi è colpito nei diritti forti e chi nei diritti fragili: arrivano tutti insieme alla cassa. Quelli che non hanno i soldi per pagare l’affitto né per fare la spesa, figuriamoci per pagarsi una visita medica privata, e quelli che sono stati sgomberati l’altro giorno dal palazzo occupato, gli stranieri che fanno paura perché sono un problema per la sicurezza dei vicini, no?, le ragazze che fanno i lavori che nessuno vuole fare più, badano ai vecchi rimasti soli perché i figli e i nipoti sono andati all’estero, forse, sono lontani o sono vicini ma non hanno tempo per occuparsene, dei vecchi soli. È interessante, la fila del super nel giorno degli sconti, per chi si balocca in questi giorni nella discussione del momento: se siano più importanti i diritti economici o quelli civili. Se la sinistra debba occuparsi, per essere credibile ed eventualmente vincere le prossime elezioni e governare, di emergenza migranti o di diritto alla casa, di sicurezza o di salute, di crisi climatica o di lavoro. Più economia e meno woke, si dice ultimamente. Woke, in inglese dal verbo to wake, svegliare: essere sensibili ai diritti sociali, civili. Cioè, visto da destra: il grande abbaglio della sinistra. Ridicola, perdente. Woke parola randello, tipo radical chic. Non vedete che persino in America vincono i socialisti, alle primarie, la sinistra democratica che ha rimesso al centro l’economia? Altro che gay e integrazione: quello che conta sono i soldi, il resto è irrilevante. Non proprio, no.

Non esattamente. Perché, come nella fila alla cassa, come nella vita reale, tutto sta insieme. Si può, pensate, credere che il diritto al lavoro alla casa alla salute alla scuola, alla sicurezza siano essenziali, fondamentali e costitutivi della dignità umana, ma anche, nel frattempo, pretendere che le persone più fragili siano rispettate, tutelate, non ridotte in schiavitù nei campi dove si coltiva quel che mettiamo in tavola, noi italiani veri, non espulse alle frontiere, non picchiate perché omosessuali, non ammazzate perché donne. Si può mettere al centro del dibattito l’emergenza climatica, perché fa un caldo mostruoso, lo sentite tutti no?, e chiedere che le politiche di chi governa facciano cose, anche semplici. Tipo non abbattere gli alberi ma piantarne di nuovi, nelle città, eliminare il cemento e restituire ossigeno verde, non solo invitare gli anziani ad andare nei “rifugi climatici”, sostare il pomeriggio davanti al banco surgelati per esempio, ma pensare più lungo, adottare misure permanenti. E anche, nel frattempo, pretendere che chi studia possa pagarsi una stanza in affitto e dunque impedire che il diritto allo studio torni ad essere un privilegio di classe, perché solo i figli dei ricchi hanno i soldi per andare a studiare se le case costano quello che costano. Case spesso vuote, nelle grandi città. Case in mano a fondi speculativi. Avrete seguito la vicenda di SpinTimeLabs, a Roma: oggi c’è un’assemblea pubblica, alle 18. È un presidio importante, è importante esserci. Lì è un po’ come al supermercato: tutti i diritti sono in bella vista, tutti insieme. Le persone non importa da dove vengono, che lingua parlano, quanti soldi hanno in tasca. Le persone hanno diritti forti e diritti cosiddetti deboli, li hanno nella vita quotidiana — nel corpo — tutti insieme. Devono poter lavorare, avere una casa, curarsi, studiare e non essere discriminate: del resto, c’è scritto nella Costituzione.

Il Papa lo dice meglio e molto. Parla di umanità, continuamente. Quando si riferisce ai popoli in movimento, quando indica i bambini, quando avvisa che le nuove tecnologie ci potrebbero sfuggire di mano. Ci sono già sfuggite di mano. L’investimento in intelligenza artificiale è colossale, sono numeri senza precedenti nella storia. Chi ci mette i soldi lo sappiamo, quello che ci chiediamo meno è perché: certo, per il guadagno immediato ma alla lunga, che poi nemmeno troppo lunga, per il controllo. Il nostro controllo, certo: la merce siamo noi. Si diceva qui degli sbarchi a Ceuta, la settimana scorsa. Il primo ministro spagnolo sotto attacco. Ma vedete, il Pil della Spagna cresce mentre in Italia non direi, dunque ecco: l’economia e le politiche sociali non sono una alternativa all’altra, sono parte di un medesimo progetto. Un progetto che funziona ed è oltretutto di sinistra. Incredibile.

Forse tutto questo è troppo complesso, per il dibattito pubblico italiano. Bisogna parlare chiaro e semplice, sì. Forse il patriarcato mediterraneo di Vannacci è più facile da capire. Però quando vedo una guardia costiera togliersi i calzini per metterli ai piedi di un bambino scalzo un po’ mi sento meglio e questo non mi impedisce di pensare a quanto siano assurdi gli eccessi del politicamente corretto, quanto sia ridicolo e controproducente il formalismo rigido di certe politiche woke, sì certo woke, quanti danni abbiano fatto. Non mi impedisce neanche di pensare che il razzismo, la violenza di genere, le discriminazioni contro le persone in minoranza siano parte del sistema, ed è un sistema da combattere: con la casa, il lavoro, la salute e la scuola, la sicurezza. Però per tutti. Per tutti senza distinzioni. Non è difficile, non è o l’una o l’altra cosa. È tutto insieme. Come la fila al supermercato.


Il debito Usa spaventa il mondo della finanza: “Rischi in aumento”

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Di Fabrizio Goria, Francesco Semprini, La Stampa

Scott Bessent ribadisce di avere ancora un ampio margine di manovra per rimettere ordine nel mercato del debito americano. Al momento però le rassicurazioni non hanno sortito l’effetto sperato. Il Tesoro ha annunciato un forte aumento dei riacquisti di Treasury, i rendimenti sono scesi per qualche ora e poi hanno ripreso a salire. E il comparto ha iniziato a chiedersi se Washington abbia davvero la forza necessaria per fermare la corsa dei tassi sulle scadenze più lunghe.

La prima mossa è arrivata mercoledì quando il titolare del dicastero ha annunciato che dall’inizio di settembre il Tesoro raddoppierà il programma di “buyback”, con operazioni che potranno superare i 4 miliardi di dollari. L’obiettivo ufficiale non è abbassare artificialmente i rendimenti, ma aumentare la liquidità e rendere più agevole la negoziazione dei titoli di Stato a più lunga scadenza. L’annuncio ha inizialmente funzionato. I rendimenti sono scesi e gli investitori hanno recepito positivamente l’idea di un’amministrazione disposta a sostenere il mercato. Ma giovedì il trend si è rapidamente ribaltato. I titoli di Stato a lunga scadenza sono tornati sotto pressione. Bessent, intervenendo alla Cnbc, ha insistito sul fatto che Washington non vuole controllare la curva dei rendimenti. «Abbiamo diverse leve su cui agire», ha spiegato sottolineando come la priorità sia convincere i mercati che i rendimenti obbligazionari non riflettono i fondamentali dell’economia americana. Anche questo tentativo ha però prodotto effetti limitati.

Il segretario ha comunque altre frecce nella faretra. Può aumentare ancora i “buyback”, rendendoli più ampi e frequenti. Oppure può ridurre la quantità di debito a lunga scadenza messa all’asta e spostare le emissioni dei titoli del Tesoro a breve termine. Soluzione che Bessent stesso aveva criticato quando era stata adottata dal predecessore Janet Yellen. Un’altra opzione è cambiare la composizione delle scadenze del debito americano. Ma anche questa strada ha un costo: gli investitori potrebbero leggere un crescente ricorso al breve termine come un segnale di difficoltà nel finanziamento dello Stato. Un’altra opzione è cambiare la composizione delle scadenze del debito americano. Ma anche questa strada ha un costo: gli investitori potrebbero leggere un crescente ricorso al breve termine come un segnale di difficoltà nel finanziamento dello Stato.

Nel frattempo, sui mercati è comparso un nuovo termine: la “Bessent put”. Consiste nell’idea è che il segretario possa intervenire in modo imprevedibile per sorprendere chi scommette contro i Treasury, aumentare il rischio per gli operatori ribassisti e impedire fluttuazioni troppo veloci dei rendimenti.

C’è poi un problema di credibilità. A finire nel mirino delle critiche infatti è stata la comunicazione del rafforzamento dei “buyback”, letta da operatori e analisti come uno scostamento con la tradizionale linea del Tesoro di annunci «regolari e prevedibili». Un cambio di passo che rischia di indebolire l’efficacia delle indicazioni del ministro di Donald Trump, che, anziché rassicurare il mercato, potrebbe finire per suggerire il contrario. Negli Usa e all’estero.

Mentre i rendimenti dei Treasury a 30 anni stazionano in area 5,2%, l’allarme risuona in ogni angolo di Wall Street e nei salotti della finanza. Le banche centrali del G7, alla vigilia del simposio di Jackson Hole, si chiedono fino a quanto sia sicuro il fardello statunitense. «I deficit crescono a un ritmo insostenibile, chi è dal lato della domanda compra ma esige di essere pagato di più», avvertono gli analisti di Citi. Non è la sola voce preoccupata. Michael Hartnett, strategist di Bank of America, ha lanciato un monito sui rischi sistemici. Se il Tesoro non riuscirà a spingere i rendimenti a 30 anni sotto il 5%, gli asset a rischio subiranno pressioni di vendita massicce, con aumento delle scommesse ribassiste contro i grandi nomi dell’intelligenza artificiale, il credito privato e i titoli finanziari.

Il tema del debito Usa, ma soprattutto sulla sua composizione, sarà discusso anche a Jackson Hole. In particolare, la trasformazione nella base dei creditori di Washington. Su 40.000 miliardi totali, l’80% pari a circa 32.000 miliardi è detenuto da investitori pubblici e privati, mentre il restante 20% ovvero 8.000 miliardi è debito intra-governativo. Il fronte interno assorbe la fetta maggiore con la Federal Reserve in possesso di 4.528 miliardi, affiancata da fondi comuni con 5.195 miliardi, banche commerciali con 2.083 miliardi e fondi pensione con 1.135 miliardi. Oltre e ciò, la dipendenza dai capitali stranieri registra un balzo strutturale passando dal 5% del 1970 all’odierno 32 per cento. Il Giappone guida la classifica dei prestatori internazionali con 1.203 miliardi, seguito dal Regno Unito con 889 miliardi e dalla Cina con 683 miliardi.

Questo squilibrio, riflettono i banchieri centrali dietro le quinte, implica che una porzione crescente della ricchezza americana viene drenata oltre confine. Una dinamica che indebolisce il sistema e rende il mercato obbligazionario un’arena insidiosa, sottovalutata dal presidente Trump che non si dice intimorito dalla volatilità. Un aspetto che non è passato inosservato a più di un policymaker, che chiederanno lumi al nuovo presidente della Federal Reserve Kevin Warsh la prossima settimana nel Wyoming.


Sergio Rossi – La motosega di Milei comincia a far cilecca

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


“La Libreria è chiusa”: un foglio A4 segna la fine della Hoepli

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Dal nostro corrispondente dall’Italia

Nella Milano ferragostana mi soffermo davanti alla porta a vetri di via Hoepli numero 5, a pochi passi dal Duomo, e penso che non vi sia epitaffio più crudele. Un serramento a tre ante grigio, impersonale, d’alluminio satinato, con grandi specchiature opache, vetri oscurati da una pellicola lattiginosa per non mostrare l’interno, maniglie quadrate, da ingresso d’ufficio pubblico d’antan. E, incollati sopra, tre fogli formato A4 orizzontale con l’avviso laconico tracciato con la stampante laser: “La Libreria è chiusa”. Da notare: Libreria con la elle maiuscola, forse un segno di rispetto, inconscio o voluto, da parte di chi ha digitato il testo.

Era la Hoepli. Era la casa editrice fondata un secolo e mezzo fa da uno svizzero illuminato, Ulrico Hoepli, nome italianizzato di Johannes Ulrich Höpli, originario di Tuttwil. Canton Turgovia. Aveva fatto della precisione, del libro tecnico, della manualistica, della scienza, delle lingue e del sapere applicato una forma di civiltà.

La Hoepli non era semplicemente una libreria, non soltanto una casa editrice, ma uno dei pilastri sui quali si reggeva la Milano colta e perbene, quella Milano che si era conquistata anno dopo anno il titolo di capitale morale. Titolo decaduto ormai da qualche decennio. Dietro quella porta anonima si aprivano fino a ieri spazi luminosi, vasti, con migliaia di libri ordinati su scaffali e personale gentile che trasformava quel luogo in una sorta di macchina del sapere.

Entravi, e Milano sembrava ancora capace di credere che la cultura fosse un elemento fondamentale del vivere civile. Uscivi dopo aver comprato un libro, o semplicemente dopo avere curiosato tra le novità, e ti sentivi un po’ più cittadino.

Invece è arrivata la liquidazione volontaria dopo 156 anni di storia e di successi, tra le proteste degli 89 lavoratori e dei sindacati. Non per una vera crisi economica che pure ha colpito molte librerie e case editrici in tutta Italia, ma per dissapori familiari tra i discendenti del fondatore.

Il palazzo di via Hoepli, secondo il Corriere della Sera, sarebbe oggetto di trattative con un fondo statunitense, mentre per la libreria non risultano offerte concrete. Per la casa editrice, invece, Mondadori ha finalizzato l’acquisizione del ramo d’azienda relativo all’editoria scolastica, salvando almeno una parte industriale di quel nome.

Ironia della sorte, proprio nel giugno scorso, mentre la casa editrice viveva gli ultimi giorni della sua lunga agonia, si è spento a 91 anni un altro Ulrico Hoepli, discendente di quarta generazione del fondatore: quasi che il patriarca venuto da Tuttwil volesse congedarsi insieme alla sua creatura.

Malinconicamente, davanti alle vetrine oscurate, rifletto su quella che fu l’età dell’oro dell’editoria milanese, nell’Otto e Novecento, quando, accanto al fiorire delle grandi industrie metalmeccaniche, nacquero le più importanti case editrici, che richiamavano grandi scrittori e richiedevano maestranze sempre più specializzate nel settore grafico e tipografico.

Ulrico Hoepli fu un autentico pioniere. Arrivò a Milano il 7 dicembre 1870, proprio nel giorno di Sant’Ambrogio, quando la capitale del Regno era ancora Firenze. Aveva soltanto 23 anni ma godeva di una solida esperienza maturata a Zurigo presso il libraio-editore Schabelitz e in altre città (Magonza, Trieste, Breslavia). Fu uno dei primi a intuire la necessità di alfabetizzazione di un popolo eterogeneo, impresa non da poco in un Paese che, nel 1861, anno dell’unificazione dei vari stati e staterelli, contava il 70 per cento di analfabeti. La sua intraprendenza e, chissà, magari la benedizione del santo patrono o la fortuna, gli aprirono le porte di una città affamata di sapere pratico, di tecnica, di strumenti per diventare moderna,

Rilevò dapprima la libreria Laengner nella Galleria De Cristoforis, ma la sua ambizione non era stare dietro un bancone, bensì diventare libraio-editore, come Schabelitz. Ebbe un’intuizione geniale: trasformare il libro in strumento di formazione alle professioni e al lavoro, realizzando piccoli manuali chiari, pratici, tecnico-scientifici, con elegante, inconfondibile veste grafica, per un’Italia che imparava mestieri, tra industria e modernità.

Il primo fu il Manuale del tintore di Roberto Lepetit, uscito nel 1875; il successo esplose due anni dopo con il Manuale dell’ingegnere di Giuseppe Colombo, al quale seguirono centinaia di altre pubblicazioni, fino a superare, al momento della chiusura, duemila titoli. Sui manuali si formarono generazioni di professionisti e di studiosi, anche nel campo delle discipline umanistiche. Tra i miei libri più cari, per esempio, figurano l’utilissimo Cronologia e Calendario Perpetuo di Adriano Cappelli – ne sa qualcosa l’amico Aurelio Sargenti che lo utilizza per i suoi studi filologici – e, dello stesso autore, il Lexicon Abbreviaturarum, ovvero Dizionario delle abbreviature latine e italiane, che io consulto da oltre mezzo secolo per decifrare antichi documenti d’archivio.

Ulrico si aggiungeva ad altri pionieri, Edoardo Sonzogno, fondatore nel 1861 di una grande casa editrice; Giovanni Ricordi, già attivo dal 1808 come editore musicale; i fratelli triestini Emilio e Giuseppe Treves, editori di De Amicis e Verga; Ettore Baldini e Antenore Castoldi… E dopo di loro i due giganti dell’editoria, Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli, entrambi nati nel 1889, entrambi di umili origini (Arnoldo da ragazzo faceva il garzone a Mantova; Angelo, orfano, trascorse l’infanzia nel collegio dei “Martinitt”): la loro struttura organizzativa di tipo padronale durerà fino agli anni Ottanta del Novecento, per trasformarsi poi in una editoria societaria. Accanto a loro spiccano nella prima metà del secolo altri grandi nomi: Aldo e Livio Garzanti, Valentino Bompiani, Leo Longanesi e, subito dopo la metà del secolo, Ugo Mursia e Giangiacomo Feltrinelli.

Tempi tramontati. Usciti di scena i grandi vecchi dell’editoria tutto si è trasformato, fino all’attuale appiattimento editoriale (si rivolterà nella tomba Arnoldo Mondadori vedendo la sua impresa in mano ai Berlusconi…) e alle grandi librerie trasformate in supermarket pieni di libri-paccottiglia.

Forte di questi ricordi, lascio via Hoepli e, tanto per farmi del male poiché già so che cosa mi aspetta, percorro la Galleria Vittorio Emanuele. Mi pare di attraversare, pur tra le vetrine scintillanti, le macerie di un luogo che ho amato. Quando ero studente a Pavia, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Milano era per molti della mia generazione una vivace capitale della cultura: severa, generosa, piena di opportunità. Venivo qui quasi in pellegrinaggio. In Galleria c’erano negozi antichi, vetrine che sussurravano storie.

Alla libreria dell’Istituto Poligrafico dello Stato si andava per comprare francobolli nuovi da collezione, monete celebrative, la Gazzetta Ufficiale, preziosissimi e inarrivabili (per noi che avevamo quattro lire in tasca) volumi d’arte e di archeologia, con l’ingenuità di chi allora credeva che la carta custodisse il mondo.

Alla mitica Remainder’s sempre affollata, noi studenti di Lettere cercavamo libri rari a metà prezzo. Con un po’ di fortuna negli scaffali polverosi si trovava qualche volume delle “Belles Lettres”, costose edizioni critiche dei classici greci e latini con testo originale e traduzione francese a fronte.  Quei volumi arrivavano al lettore con i fogli di carta spessa e ruvida ancora inton­si, cioè non rifilati su alcuni lati: i grandi fogli di stampa erano ripiegati e cuciti a fascicoli, spesso in ottavo o in sedicesimo, e le pagine restavano unite sul margine superiore o inferiore o laterale. Per leggerlo bisognava aprirlo con un tagliacarte, lentamente, quasi officiando un rito, e il lettore si sentiva l’ultimo artigiano del libro confezionato con regole antiche.

Poco più in là, all’angolo con piazza della Scala, c’erano l’edicola con i giornali da mezzo mondo e, di fronte, il venditore di stampe antiche, a volte d’occasione ma rigorosamente originali, che teneva aperta una finestra su secoli lontani, dell’epoca viscontea, sforzesca, settecentesca, risorgimentale.

E invece eccola qui la Galleria d’oggi, non più salotto della città ma convulso luogo di transito; non più rilassante passeggiata ma insopportabile ingorgo. Una fiumana di turisti vocianti, ciabattanti e fotografanti; un variopinto campionario umano incolonnato in comitive disciplinate, cappellini tutti uguali, zainetti, telefonini che catturano immagini anonime e banali. Dagli auricolari e dai piccoli altoparlanti gracchia la “lezione” del capocomitiva, che avanza tra la folla impugnando la sua bandierina d’ordinanza per non perdere qualcuno del gruppo.

Alzo gli occhi verso le insegne e vedo solo il lessico del lusso: Saint Laurent, Rolex, Gucci, Chanel, Louis Vuitton, Prada, Armani, Fendi, Bottega Veneta, Moncler. È rimasta, eroica, solitaria e quasi assediata, la Libreria antiquaria Bocca. Anche per questa Libreria la elle maiuscola è d’obbligo.

Il resto è stato consegnato al migliore offerente, e al migliore offerente sarà ceduto anche il palazzo della Hoepli. È la legge del mercato. Il Comune, proprietario della Galleria, evidentemente preferisce far cassa invece di difendere un luogo-simbolo della città. E io, passando, non rimpiango soltanto i negozi perduti: rimpiango una Milano che sapeva ancora avere un’anima.

Nell’immagine: quando era aperta


I torti del governo Meloni contro le donne

Anche la Svizzera tra I paesi europei che chiedono all'Italia di riprendersi i migranti 'dublinanti' 

Di Mirella Serri, La Stampa

La storica Lucetta Scaraffia è intervenuta su questo giornale per criticare Dacia Maraini che sul Corriere della sera condannava la triste condizione delle afghane. La scrittrice sarebbe stata rea di aver dimenticato di dire che le afghane sono oppresse dalla cultura islamica.

Alla ricercatrice però in questo caso è sfuggito che il dovere degli storici è consultare gli archivi. Se lo avesse fatto avrebbe riscontrato che dopo l’invasione dell’Afghanistan il gruppo di Controparola, fondato da Dacia Maraini e con lei alla testa, andò a manifestare a Palazzo Chigi. Erano giovani donne che per l’occasione si erano velate in segno di protesta contro l’islam e che volevano denunciare l’oppressione che si stava mettendo in atto nei confronti del mondo femminile. Scaraffia peraltro non è andata a rivedere nemmeno gli altri numerosi interventi della scrittrice in tema di velo imposto dagli islamici alle donne. Non lo ha fatto perché l’argomento da lei individuato – l’assenza nell’articolo della Maraini della parola islamico – è pretestuoso.

Alla storica non interessa contestare la posizione di una delle maggiori esponenti del femminismo italiano. Preferisce, denigrando Maraini, tessere l’elogio dei successi del governo di destra in materia femminile. Al contrario, l’elenco di quanto la destra meloniana non fa per le donne è molto lungo. Per esempio Meloni, che aveva come slogan elettorale «sono una donna, sono una madre», sta registrando un fallimento totale in ambito di natalità (nel 2025 i nati sono scesi a circa 355 mila, con un calo del 3,9 per cento rispetto al 2024, un record negativo che prosegue nei primi cinque mesi del 2026). In Italia esiste la voglia di fare figli, dicono le statistiche, ma il 62 per cento rinuncia per ostacoli economici o lavorativi. Ostacoli che pesano come macigni sulla strada dell’emancipazione del mondo femminile. Le donne sono cambiate e sono più attive nelle denunce. Ma i femminicidi continuano. E i centri anti violenza, che avrebbero una funzione fondamentale nella prevenzione, sottolineano i fondi elargiti con il lumicino da questo governo.

In tema di libertà femminili, inoltre, Meloni premier si è drasticamente opposta all’inserimento nel documento finale del G7 delle parole «diritto all’aborto» e «identità di genere» mentre il suo governo ha fatto diventare reato la Gpa, la gestazione per altri. Ancora più importante è la polemica contro la libertà di aborto portata avanti dai politici più fedeli e vicini a Meloni. Francesco Giulibei è un personaggio di primo piano di questa destra meloniana. È direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale, star dei salotti televisivi. Ha fondato la casa editrice Historica Giubilei-Regnani che pubblica libri sul revival mussoliniano ma anche l’opera di studiosi che si scagliano contro l’aborto per i quali dovrebbe essere vietato persino in caso di violenza o di pericolo di vita. Il titolo è riduttivo: Breve critica all’aborto e all’eutanasia. Sempre lo stesso Giubilei è l’editore del volume firmato nel 2026, con la prefazione di Giorgia Meloni, da Nicola Procaccini: L’ecologia dei conservatori. Il ritorno al sacro della natura. Nel capitolo “Contro natura” si attacca l’interruzione di gravidanza quale che sia la situazione concreta. Procaccini, presidente del gruppo dei conservatori e dei riformisti europei, svolge peraltro azioni di contrasto alle risoluzioni del Parlamento Europeo favorevoli all’inserimento dell’aborto tra i diritti Ue.

Insomma anche il plauso all’operato del governo nei confronti delle donne meriterebbe il lavoro dello storico, ovvero un approfondimento sulla storia del presente e una ricerca nelle biblioteche della destra più antifemminista. Lasciando perdere islam e Maraini.


La pioggia israeliana di dollari non basta: vince Aisha Wahab

Anche la Svizzera tra I paesi europei che chiedono all'Italia di riprendersi i migranti 'dublinanti' 

Di Marina Catucci, il manifesto

 

Aisha Wahab, senatrice statale californiana, è diventata la prima persona afghano-americana eletta al Congresso degli Stati uniti, vincendo il voto per il seggio alla Camera lasciato libero dalle dimissioni di Eric Swalwell, accusato di abusi sessuali e costretto alle dimissioni lo scorso aprile. Si tratta di elezioni suppletive, quelle che negli Stati uniti si tengono fuori calendario quando un seggio si libera prima della scadenza e che assegnano soltanto la parte residua del mandato.

Anche in California si è ripetuto uno scenario ormai costante: la progressista Wahab ha battuto la moderata Melissa Hernandez 53% a 47%, al termine di una delle campagne più costose mai viste per una consultazione parziale.

FINO A POCHE SETTIMANE FA la corsa sembrava già decisa: alle primarie di giugno Wahab aveva stravinto con il 43% dei consensi, un margine che nel sistema californiano a doppio turno equivale quasi a una designazione. Poi, in agosto, è arrivata l’ondata di denaro, e anche questo sta diventando un grande classico: l’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, e i comitati collegati hanno riversato nella corsa oltre sei milioni di dollari per sostenere la sfidante.

Il braccio operativo è stato il Super Pac United Democracy Project, con circa 2,5 milioni, affiancato da Bold America Pac, alimentato in parte dagli stessi network, che ha speso tra i 2,4 e i 2,6 milioni tra spot d’attacco contro Wahab e pubblicità a favore di Hernandez. Per un singolo seggio della Camera è una cifra del tutto fuori scala.

Ma il dato politicamente più interessante è nel contenuto degli spot. Quasi nessuno ha mai nominato Israele, Gaza o la politica estera, i milioni sono serviti a costruire un profilo allarmistico di Wahab sulla sicurezza pubblica e la giustizia penale, per dipingerla come «troppo progressista» per il suo collegio.

In realtà la radice dello scontro sta altrove. Wahab appartiene all’ala democratica progressista, è stata la prima donna musulmana eletta al Senato della California e nel 2025 ha co-firmato una risoluzione parlamentare che definiva la situazione a Gaza una «catastrofe umanitaria». Ad aprile, alla domanda se ritenesse un genocidio l’operato israeliano nella Striscia ha risposto «sì», mentre Hernandez ha rifiutato di rispondere.

A sostenere Wahab sono scesi in campo sindacati, funzionari locali, il procuratore generale dello Stato della California, Rob Bonta, e Our Revolution, l’organizzazione politica nata dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016.

PER APPOGGIARE WAHAB si sono mossi Super Pac progressisti nati per reggere l’urto, ma con fondi molto più ridotti: American Priorities, costituito per contrastare l’Aipac, ha investito 200mila dollari, un rapporto di forze di trenta a uno. Wahab ha reagito definendo la pioggia di denaro dell’Aipac un’«interferenza elettorale», un tentativo di miliardari esterni di «comprare il seggio» di una comunità operaia e in larga parte immigrata e ha annunciato un esposto alla Federal Election Commission sulla trasparenza di alcune campagne diffamatorie diffuse sui social.

La rimonta di Hernandez è stata reale e il voto è rimasto in bilico fino allo spoglio, ma il risultato ha confermato una tendenza che sta attraversando gli Stati uniti. Dopo la vittoria di Zohran Mamdani a New York e il successo di Angie Nixon in Florida, il denaro dell’establishment continua a non bastare contro candidature progressiste radicate nel territorio, sostenute da reti di volontari e da un messaggio economico esplicito. La parola socialismo, per la prima volta da generazioni, non funziona più come marchio d’infamia nelle primarie democratiche, anzi, funziona come programma.

«Mi batterò per questo distretto che mi ha cresciuta – è stato il commento a caldo, ieri, di Wahab – Dall’affido familiare al Congresso, questo percorso dimostra la possibilità del sogno americano».

La partita non si chiude qui: il 3 novembre, con le elezioni di medio termine, Wahab e Hernandez si sfideranno di nuovo per il mandato pieno di due anni, su una mappa distrettuale ridisegnata e con un elettorato molto più ampio.

 

Nell’immagine: Aisha Wahab durante un comizio ad Hayward, in California