Anche la Svizzera tra I paesi europei che chiedono all'Italia di riprendersi i migranti 'dublinanti'
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Nella Milano ferragostana mi soffermo davanti alla porta a vetri di via Hoepli numero 5, a pochi passi dal Duomo, e penso che non vi sia epitaffio più crudele. Un serramento a tre ante grigio, impersonale, d’alluminio satinato, con grandi specchiature opache, vetri oscurati da una pellicola lattiginosa per non mostrare l’interno, maniglie quadrate, da ingresso d’ufficio pubblico d’antan. E, incollati sopra, tre fogli formato A4 orizzontale con l’avviso laconico tracciato con la stampante laser: “La Libreria è chiusa”. Da notare: Libreria con la elle maiuscola, forse un segno di rispetto, inconscio o voluto, da parte di chi ha digitato il testo.
Era la Hoepli. Era la casa editrice fondata un secolo e mezzo fa da uno svizzero illuminato, Ulrico Hoepli, nome italianizzato di Johannes Ulrich Höpli, originario di Tuttwil. Canton Turgovia. Aveva fatto della precisione, del libro tecnico, della manualistica, della scienza, delle lingue e del sapere applicato una forma di civiltà.
La Hoepli non era semplicemente una libreria, non soltanto una casa editrice, ma uno dei pilastri sui quali si reggeva la Milano colta e perbene, quella Milano che si era conquistata anno dopo anno il titolo di capitale morale. Titolo decaduto ormai da qualche decennio. Dietro quella porta anonima si aprivano fino a ieri spazi luminosi, vasti, con migliaia di libri ordinati su scaffali e personale gentile che trasformava quel luogo in una sorta di macchina del sapere.
Entravi, e Milano sembrava ancora capace di credere che la cultura fosse un elemento fondamentale del vivere civile. Uscivi dopo aver comprato un libro, o semplicemente dopo avere curiosato tra le novità, e ti sentivi un po’ più cittadino.
Invece è arrivata la liquidazione volontaria dopo 156 anni di storia e di successi, tra le proteste degli 89 lavoratori e dei sindacati. Non per una vera crisi economica che pure ha colpito molte librerie e case editrici in tutta Italia, ma per dissapori familiari tra i discendenti del fondatore.
Il palazzo di via Hoepli, secondo il Corriere della Sera, sarebbe oggetto di trattative con un fondo statunitense, mentre per la libreria non risultano offerte concrete. Per la casa editrice, invece, Mondadori ha finalizzato l’acquisizione del ramo d’azienda relativo all’editoria scolastica, salvando almeno una parte industriale di quel nome.
Ironia della sorte, proprio nel giugno scorso, mentre la casa editrice viveva gli ultimi giorni della sua lunga agonia, si è spento a 91 anni un altro Ulrico Hoepli, discendente di quarta generazione del fondatore: quasi che il patriarca venuto da Tuttwil volesse congedarsi insieme alla sua creatura.
Malinconicamente, davanti alle vetrine oscurate, rifletto su quella che fu l’età dell’oro dell’editoria milanese, nell’Otto e Novecento, quando, accanto al fiorire delle grandi industrie metalmeccaniche, nacquero le più importanti case editrici, che richiamavano grandi scrittori e richiedevano maestranze sempre più specializzate nel settore grafico e tipografico.
Ulrico Hoepli fu un autentico pioniere. Arrivò a Milano il 7 dicembre 1870, proprio nel giorno di Sant’Ambrogio, quando la capitale del Regno era ancora Firenze. Aveva soltanto 23 anni ma godeva di una solida esperienza maturata a Zurigo presso il libraio-editore Schabelitz e in altre città (Magonza, Trieste, Breslavia). Fu uno dei primi a intuire la necessità di alfabetizzazione di un popolo eterogeneo, impresa non da poco in un Paese che, nel 1861, anno dell’unificazione dei vari stati e staterelli, contava il 70 per cento di analfabeti. La sua intraprendenza e, chissà, magari la benedizione del santo patrono o la fortuna, gli aprirono le porte di una città affamata di sapere pratico, di tecnica, di strumenti per diventare moderna,
Rilevò dapprima la libreria Laengner nella Galleria De Cristoforis, ma la sua ambizione non era stare dietro un bancone, bensì diventare libraio-editore, come Schabelitz. Ebbe un’intuizione geniale: trasformare il libro in strumento di formazione alle professioni e al lavoro, realizzando piccoli manuali chiari, pratici, tecnico-scientifici, con elegante, inconfondibile veste grafica, per un’Italia che imparava mestieri, tra industria e modernità.
Il primo fu il Manuale del tintore di Roberto Lepetit, uscito nel 1875; il successo esplose due anni dopo con il Manuale dell’ingegnere di Giuseppe Colombo, al quale seguirono centinaia di altre pubblicazioni, fino a superare, al momento della chiusura, duemila titoli. Sui manuali si formarono generazioni di professionisti e di studiosi, anche nel campo delle discipline umanistiche. Tra i miei libri più cari, per esempio, figurano l’utilissimo Cronologia e Calendario Perpetuo di Adriano Cappelli – ne sa qualcosa l’amico Aurelio Sargenti che lo utilizza per i suoi studi filologici – e, dello stesso autore, il Lexicon Abbreviaturarum, ovvero Dizionario delle abbreviature latine e italiane, che io consulto da oltre mezzo secolo per decifrare antichi documenti d’archivio.
Ulrico si aggiungeva ad altri pionieri, Edoardo Sonzogno, fondatore nel 1861 di una grande casa editrice; Giovanni Ricordi, già attivo dal 1808 come editore musicale; i fratelli triestini Emilio e Giuseppe Treves, editori di De Amicis e Verga; Ettore Baldini e Antenore Castoldi… E dopo di loro i due giganti dell’editoria, Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli, entrambi nati nel 1889, entrambi di umili origini (Arnoldo da ragazzo faceva il garzone a Mantova; Angelo, orfano, trascorse l’infanzia nel collegio dei “Martinitt”): la loro struttura organizzativa di tipo padronale durerà fino agli anni Ottanta del Novecento, per trasformarsi poi in una editoria societaria. Accanto a loro spiccano nella prima metà del secolo altri grandi nomi: Aldo e Livio Garzanti, Valentino Bompiani, Leo Longanesi e, subito dopo la metà del secolo, Ugo Mursia e Giangiacomo Feltrinelli.
Tempi tramontati. Usciti di scena i grandi vecchi dell’editoria tutto si è trasformato, fino all’attuale appiattimento editoriale (si rivolterà nella tomba Arnoldo Mondadori vedendo la sua impresa in mano ai Berlusconi…) e alle grandi librerie trasformate in supermarket pieni di libri-paccottiglia.
Forte di questi ricordi, lascio via Hoepli e, tanto per farmi del male poiché già so che cosa mi aspetta, percorro la Galleria Vittorio Emanuele. Mi pare di attraversare, pur tra le vetrine scintillanti, le macerie di un luogo che ho amato. Quando ero studente a Pavia, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Milano era per molti della mia generazione una vivace capitale della cultura: severa, generosa, piena di opportunità. Venivo qui quasi in pellegrinaggio. In Galleria c’erano negozi antichi, vetrine che sussurravano storie.
Alla libreria dell’Istituto Poligrafico dello Stato si andava per comprare francobolli nuovi da collezione, monete celebrative, la Gazzetta Ufficiale, preziosissimi e inarrivabili (per noi che avevamo quattro lire in tasca) volumi d’arte e di archeologia, con l’ingenuità di chi allora credeva che la carta custodisse il mondo.
Alla mitica Remainder’s sempre affollata, noi studenti di Lettere cercavamo libri rari a metà prezzo. Con un po’ di fortuna negli scaffali polverosi si trovava qualche volume delle “Belles Lettres”, costose edizioni critiche dei classici greci e latini con testo originale e traduzione francese a fronte. Quei volumi arrivavano al lettore con i fogli di carta spessa e ruvida ancora intonsi, cioè non rifilati su alcuni lati: i grandi fogli di stampa erano ripiegati e cuciti a fascicoli, spesso in ottavo o in sedicesimo, e le pagine restavano unite sul margine superiore o inferiore o laterale. Per leggerlo bisognava aprirlo con un tagliacarte, lentamente, quasi officiando un rito, e il lettore si sentiva l’ultimo artigiano del libro confezionato con regole antiche.
Poco più in là, all’angolo con piazza della Scala, c’erano l’edicola con i giornali da mezzo mondo e, di fronte, il venditore di stampe antiche, a volte d’occasione ma rigorosamente originali, che teneva aperta una finestra su secoli lontani, dell’epoca viscontea, sforzesca, settecentesca, risorgimentale.
E invece eccola qui la Galleria d’oggi, non più salotto della città ma convulso luogo di transito; non più rilassante passeggiata ma insopportabile ingorgo. Una fiumana di turisti vocianti, ciabattanti e fotografanti; un variopinto campionario umano incolonnato in comitive disciplinate, cappellini tutti uguali, zainetti, telefonini che catturano immagini anonime e banali. Dagli auricolari e dai piccoli altoparlanti gracchia la “lezione” del capocomitiva, che avanza tra la folla impugnando la sua bandierina d’ordinanza per non perdere qualcuno del gruppo.
Alzo gli occhi verso le insegne e vedo solo il lessico del lusso: Saint Laurent, Rolex, Gucci, Chanel, Louis Vuitton, Prada, Armani, Fendi, Bottega Veneta, Moncler. È rimasta, eroica, solitaria e quasi assediata, la Libreria antiquaria Bocca. Anche per questa Libreria la elle maiuscola è d’obbligo.
Il resto è stato consegnato al migliore offerente, e al migliore offerente sarà ceduto anche il palazzo della Hoepli. È la legge del mercato. Il Comune, proprietario della Galleria, evidentemente preferisce far cassa invece di difendere un luogo-simbolo della città. E io, passando, non rimpiango soltanto i negozi perduti: rimpiango una Milano che sapeva ancora avere un’anima.
Nell’immagine: quando era aperta